Oxford e Cambridge discriminano gli alunni bianchi, inglesi e poveri
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Le università di Oxford e Cambridge sono templi della cultura europea, punti di riferimento famosi nel mondo per il livello di formazione che garantiscono e per il patrimonio secolare di cui sono portatrici. Purtroppo, questi due grandi atenei hanno un grosso problema di discriminazione: alcuni studenti faticano più di altri a frequentarle.

Si resta parecchio stupiti, tuttavia, quando si scopre quale sia la categoria di studenti effettivamente danneggiata. Il fatto è che quando si parla di discriminazioni e di doppio standard, noi occidentali siamo immediatamente portati a pensare che le vittime siano neri, asiatici, stranieri in genere. Invece a Oxford e Cambridge i discriminati sono i britannici bianchi provenienti dalle classi medie e medio-basse.

A rivelarlo è un rapporto diffuso lunedì dal Daily Telegraph: «Gli studenti delle università di Oxford e Cambridge possono usufruire di oltre una dozzina di borse di studio, sussidi e programmi di aiuto finanziario, che danno priorità all’etnia rispetto al contesto socio-economico», scrive il giornale. «Sebbene tutti questi programmi possano essere utilizzati da studenti di origine africana, asiatica e appartenenti a minoranze etniche (Bame), escludono quasi completamente gli studenti bianchi della classe operaia, che costituiscono uno dei gruppi meno rappresentati nell’istruzione superiore».

Secondo i dati raccolti dalla stampa britannica, «il 27,7% delle borse di studio e dei contributi economici universitari pubblicizzati sul sito web dell’Ucas (Universities and colleges admissions service) è destinato specificamente a studenti internazionali o a persone non bianche. Nel Regno Unito, 19 diverse università e istituti di istruzione superiore hanno previsto programmi di sostegno economico rivolti specificamente a studenti appartenenti a minoranze etniche (Bame), mentre undici hanno attivato iniziative dedicate a richiedenti asilo e rifugiati. A Oxford e Cambridge, il Telegraph ha individuato almeno 15 borse di studio o forme di assistenza finanziaria destinate a studenti di corsi di laurea, master e dottorato appartenenti a minoranze etniche».

Ecco a che punto è giunta la società britannica dopo decenni di pressione politicamente corretta esercitata da governi di sinistra ma anche di destra: gli autoctoni, specie in più poveri, sono discriminati in casa loro. Si tratta di un esempio perfetto di quella che Gad Saad chiama «empatia suicida». Saad è una delle personalità più in vista del mondo social conservatore, portato in palmo di mano soprattutto da Elon Musk. Psicologo ebreo libanese, è osteggiato da molti per le posizioni ostinatamente filo israeliane e odiato da altri per la ferocia con cui assalta le ridotte ideologiche woke. Resta, però, che la sua critica del buonismo autolesionista occidentale sia estremamente centrata ed efficace. Non a caso, il suo recente saggio Suicidal empathy: dying to be kind è un bestseller oltre che una lettura estremamente suggestiva. E chissà che qualcuno prima o poi non mostri un po’ di fegato e non lo pubblichi anche qui.

Saad spiega che «l’empatia suicida è la manifestazione di una disregolazione di una virtù altrimenti nobile. Più specificamente, è iperattiva in modo disadattivo. Ci sono molti casi di tale malfunzionamento, ovvero casi in cui un processo adattivo diventa iperattivo». L’empatia è una caratteristica importante dell’essere umano, che oggi, però, arriva a danneggiarci. Ciò accade per vari motivi. Per esempio perché applichiamo l’empatia al bersaglio sbagliato.

«Abbiamo sviluppato la capacità di discriminare con giudizio tra le persone in termini di quanto investimento emotivo dedichiamo loro», dice Saad. «Una brava persona potrebbe desiderare che tutti i bambini vivano una vita sicura e appagante, eppure è chiaramente più preoccupata per i propri figli biologici che per quelli di uno sconosciuto. Anche tra i nostri parenti, tendiamo ad amare i nostri figli più dei nostri cugini di primo grado, poiché i primi sono geneticamente più vicini a noi dei secondi. Ora immaginate se il nostro sistema emotivo funzionasse male in modo tale da discriminare erroneamente tra i bersagli in modi incoerenti con la ragione e la biologia. Ci ritroveremmo con una situazione come quella di Karsten Nordal Hauken, un norvegese che è stato violentato da un immigrato somalo. Quando il sistema giudiziario norvegese decise che lo stupratore doveva essere deportato in Somalia, Hauken fu tormentato dal senso di colpa e dalla preoccupazione che il suo stupratore potesse condurre una vita difficile nella sua patria».

Il punto è ovviamente trovare la giusta misura tra autodifesa e umana compassione. Oggi, però, quella misura si è completamente persa, tanto che «in nome del bene» arriviamo a danneggiare noi stessi, a suicidarci. «L’empatia suicida è guidata da un senso di colpa esistenziale mal riposto, non diversamente da come i sopravvissuti a un incidente aereo potrebbero soffrire di senso di colpa del sopravvissuto», dice Saad. «La persona empaticamente suicida si sente in colpa per essere nata in Occidente, mentre altri non sono stati altrettanto fortunati. Si sente in colpa per essere nata con la pelle bianca e quindi soffre di Peccato originale dermatologico. Commettendo Seppuku civilizzato, può dimostrare le sue nobili virtù come una forma di pio odio di sé. Riconoscendo il suo presunto privilegio esistenziale e quindi distruggendolo dall’interno, può cercare penitenza per i suoi vantaggi “non meritati”».

È in questo modo che si arriva ad assurde discriminazioni come quelle che si verificano a Oxford e Cambridge. «Confessare il proprio senso di colpa per il privilegio è diventato un riflesso comune tra l’intellighenzia occidentale», continua Saad. «Credo anche che l’empatia suicida sia in parte plasmata da ciò che chiamo sindrome dell’impostore collettiva. A livello individuale, la sindrome dell’impostore è una sensazione rodente che alcune persone di successo provano, vale a dire che in qualche modo non meritano il loro successo e i riconoscimenti. […] Bene, immaginate se questo schema ruminativo autodistruttivo si diffondesse a livello sociale. L’Occidente soffre di questa malattia collettiva, ovvero è diventata una verità che questa civiltà abbia raggiunto la sua grandezza in modo fraudolento (ad esempio, colonialismo e schiavitù), a cui si può porre rimedio solo attraverso l’empatia suicida».

Ci autopuniamo per crimini che abbiamo commesso ma anche per quelli che non abbiamo commesso. E a farne le spese sono inevitabilmente i più deboli: i bianchi poveri, le ragazzine stuprate dalle gang pakistane, il giovane Henry Nowak tradito dagli agenti che avrebbero dovuto proteggerlo. Quegli agenti oggi sono indagati per cattiva condotta: ma ormai è troppo tardi.

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