Giorgio Gandola ospita il senatore Claudio Borghi (Lega) per un’analisi senza filtri sulla tempesta che minaccia l’Italia. Tra venti di guerra, crisi energetica e la rigidità glaciale di Ursula von der Leyen, il quadro che emerge è quello di un'Europa a due velocità che gioca con le carte segnate e in cui il nostro Paese è tenuto volutamente in svantaggio. Intanto a Trump non basta più attaccare l'Iran: ora se la prende pure con papa Leone XIV.
Alessandro Morelli (Ansa)
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio spiega la manifestazione di sabato: «Immigrazione e Patto di stabilità: o l’Europa asseconda gli interessi nazionali o faremo da soli. I movimenti in Fi? Non andranno a sinistra. Se lo fanno, con noi han chiuso».
«La Lega riparte dalla piazza con le proprie proposte per rilanciare l’Italia». Questo lo spirito con cui il sottosegretario a Palazzo Chigi Alessandro Morelli si avvicina alla manifestazione di sabato 18 convocata dalla Lega a Milano. «In Italia ci sono tante proteste ma poche proposte. Noi, come siamo abituati a fare, dalla piazza lanceremo o rilanceremo le nostre proposte nell’ambito del governo e in vista della prossima campagna elettorale. Il partito antidemocratico ancora una volta ha calato la maschera cercando di boicottare la manifestazione qui a Milano, ma per fortuna non ci sono riusciti».
Cosa chiedete, sottosegretario?
«La manifestazione ha un titolo: Padroni a casa nostra. E uno degli argomenti cardine è la rivisitazione di questa Europa: o inizia a fare gli interessi nazionali o troveremo il modo per fare da soli e andare incontro alle esigenze delle nostre comunità. L’immigrazione è un tema, non il solo, ma è importante perché ha la capacità di cambiare i nostri modelli sociali. Dall’altra parte c’è il fronte economico con la Lega che propone il tema degli aiuti di Stato e quello della sospensione del patto di stabilità che per noi è una priorità».
In questo senso come avete preso le parole del presidente della Commissione Ursula von der Leyen? Dice che è ancora presto per sospendere il patto di stabilità…
«Von der Leyen vuole accertarsi che il paziente sia in coma per cercare di fare un miracolo. Io eviterei di arrivare al coma dei vari pazienti europei per dare prova a questa Europa che non ha buoni medici evidentemente. Lo ha dimostrato nel corso dei decenni. Per me prevenire è meglio che curare e quindi bisogna permettere gli aiuti di Stato e rivedere il Patto di Stabilità».
Rivedere non abolire?
«Iniziamo a rivederlo intanto, ma è chiaro che con una maggioranza diversa in Europa si potrebbe anche pensare di abolirlo».
Per quanto riguarda gli Ets?
«Una delle tante follie green europee. Bruxelles dimostra di voler proseguire con l’ideologia ambientalista. Ideologia che la Lega con coerenza ha sempre criticato e mi duole constatare che ancora una volta la Lega aveva ragione. Quando dicevamo queste cose dieci o 15 anni fa ci chiamavano negazionisti del clima. Ora sono tutti sul carro del vincitore, una vittoria di Pirro».
Restando sugli esteri, la Lega è stata la prima a condannare l’attacco di Donald Trump al Papa. Come si riallacciano i rapporti?
«Sono gli Stati Uniti a dover riallacciare i rapporti con il Vaticano. Trump ha sbagliato. Noi non possiamo non condannare la dura posizione di un Paese amico e alleato nei confronti di un potere religioso che rappresenta la nostra sensibilità e anche quella del 90% del popolo italiano».
In questo le parole di Vance correggono il tiro?
«Non posso giudicare quale sia il modo migliore per riparare la frattura che si è creata ma mi auguro che nel periodo più breve possibile si prenda coscienza del ruolo del Papa. Non si può pensare che possa approvare alcun tipo di utilizzo delle armi. Sarebbe impensabile».
Sul fronte interno ci si avvicina al voto e tutti i partiti sono in fermento, chi più chi meno. A dar segnale di grande movimento c’è soprattutto Forza Italia con le dimissioni di Maurizio Gasparri da capogruppo in Senato e quelle di Paolo Barelli a Montecitorio. Al posto di quest’ultimo è stato nominato Enrico Costa, da poco entrato nel gruppo. Per alcuni è un segnale di riposizionamento e c’è chi pensa che Marina Berlusconi potrebbe decidere di rivolgersi anche al centro che guarda più a sinistra. Se così fosse l’elettore di centrodestra cosa dovrebbe aspettarsi? Questa maggioranza, fin qui solida, reggerebbe?
«Per noi le tesi liberali all’interno del centrodestra sono sempre un arricchimento, ma se questo dovesse significare aprire alla sinistra significherebbe rivolgersi a chi in 15 anni di governo non ha fatto altro che distruggere il Paese. Hanno portato milioni di immigrati clandestini, hanno devastato sanità e servizi sociali anche grazie all’ingresso di stranieri che hanno usufruito del nostro welfare senza essere “risorse” come le hanno sempre definite. E poi il fronte del gender, che ha l’obiettivo di disintegrare il nucleo fondamentale della nostra società: la famiglia. Le scelte sbagliate nelle politiche industriali e molto altro. Questi sono gli obiettivi della sinistra italiana ed europea».
Quindi se Fi aprisse ai riformisti del Pd sarebbe un errore? Potrebbero ancora essere alleati?
«Per me è impossibile, ma se così fosse non sarebbe centro, sarebbe sinistra. Significherebbe rinnovare quel logorio che appartiene alla sinistra europea che ha l’obiettivo di costruire una nuova popolazione europea».
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Sergio Cammariere (Ansa)
L’artista: «Durante una marcetta feci il mio primo «solo blues». In Brasile decisi di dedicarmi alla mia musica. A Sanremo sono andato quando non me l’aspettavo più. Sono parente di Rino Gaetano, l’ho scoperto per caso».
La vita di Sergio Cammariere è costellata di incontri e di sorprese, disseminati in una carriera lunghissima, cominciata sui banchi di scuola. Un’avventura a colpi di note.
Com’è nata la sua passione per la musica?
«Non so da quale aneddoto partire perché ce ne sono svariati. Il più importante è quando frequentavo le scuole elementari e un maestro, Giuseppe Campagna, mi fece approdare in un grande coro di quaranta bambini. Questo signore girava per le classi della scuola, faceva cantare un motivetto e si avvicinava ai più intonati per farli entrare nel coro. Lì è cominciata la mia esperienza musicale perché nel coro, oltre a cantare, si suonavano anche gli strumenti».
Lei che strumento suonava?
«Io suonavo la melodica soprano, uno strumentino che mi era stato regalato a sei anni da mio zio Michele. Studiavamo solfeggio e il maestro ci insegnava le grandi opere, per esempio Va, pensiero piuttosto che l’Ave Maria di Schubert, che poi venivano eseguite nell’Aula Magna della scuola o nel prestigioso Teatro Apollo di Crotone. Per la comunità erano eventi straordinari. Quando avevo dieci anni, al Teatro Apollo venne a trovarci il famoso maestro Nello Segurini, il quale ci insegnò una marcetta che si intitola Ugoletta d’oro. Durante l’esecuzione, sono uscito fuori dalla mia fila e ho fatto il mio primo solo blues, senza dire niente a nessuno, come nelle orchestre americane. Così è nata la mia capacità di improvvisazione».
Dopo questa prodezza cosa accadde?
«L’anno dopo andammo a Castrocaro Terme in una manifestazione canora che si chiamava proprio L’ugoletta d’oro, che fu anche ripresa dalla tv. Avevo questa propensione ad assimilare con l’orecchio senza partitura e a improvvisarci sopra».
È un dono naturale?
«Una rivelazione, quindi da quel momento in poi non mi sono sottratto».
Era considerato un bambino prodigio all’epoca, almeno a Crotone?
«Ultimamente vediamo bambini di tre-quattro anni che suonano il violino. All’epoca non era così. Eravamo dei bambini con talento, infatti molti di noi hanno fatto i musicisti o gli insegnanti di musica e Valeria Nicoletta ha partecipato al festival di Sanremo. Prendevamo lezioni private dal maestro, che sono la base perché non si può fare la musica senza aver prima studiato. Io suonavo pianoforte».
Poi da adolescente è entrato a far parte di gruppi musicali?
«Già a tredici-quattordici anni ero dentro una band. Si chiamava l’Orchestra Azzurra, un’orchestrina di nove elementi che girava la Calabria come i complessi di una volta. Si caricavano le casse e gli impianti sopra e tutti noi stipati dentro il furgoncino partivamo per le varie province della Calabria. Io ero il più piccolo. Eravamo molto richiesti, tanto che aprivamo i concerti dei complessi in voga in quel periodo, per esempio i Camaleonti. Un altro evento importante accadde quando avevo sedici anni e accompagnai con l’Orchestra Azzurra Luglio di Riccardo Del Turco».
Sono ricordi incredibili…
«A un certo punto mi venne la voglia di partire e dissi: “Ciao, mamma, papà…”. È stato il momento più emblematico e difficile: tagliai il cordone ombelicale per inseguire il mio sogno primordiale, lasciando le certezze, la mia casa, la mia stanza, il mio pianoforte, per l’incertezza. Andai a Firenze, che mi adottò per quattro anni, e mi iscrissi all’università. In realtà ero andato lì per la musica, studiavo Giurisprudenza, ma nello stesso tempo suonavo nei locali di Firenze, come il Circolo Borghese della Stampa, in via Ghibellina, e lo Yellow Bar, in via del Proconsole».
Aveva scelto Legge per passione oppure per far contenti i suoi genitori?
«In realtà, avevo scelto Scienze agrarie perché mio padre era un imprenditore agricolo, però non diedi neanche un esame. All’epoca c’era il servizio militare, per cui ogni anno davo un esame di Giurisprudenza, tutti i complementari!».
La carriera musicale com’è evoluta?
«Entrai in un’orchestra di Livorno, dove c’erano musicisti molto navigati. Io avevo vent’anni, loro ne avevano trenta-trentacinque. Avevano suonato per lo Scià di Persia e in Medio Oriente, che all’epoca era una mecca per i musicisti italiani, come adesso le crociere. Aspettavamo un telex per partire, nel frattempo facevamo tantissime prove con i pezzi voga in all’epoca e così mi hanno insegnato tutti gli standard del jazz. Purtroppo, nel 1980 scoppiò la guerra tra Iran e Iraq e il nostro impresario egiziano ci disse che non se ne faceva più niente. Fu una grande delusione per noi, ma mi ritrovai con questo repertorio e mi venne la voglia di scrivere canzoni, sebbene le mie prime esperienze furono nel mondo del cinema per comporre colonne sonore, a cominciare da Quando eravamo repressi di Pino Quartullo».
Si trasferì a Roma.
«Sì, cominciai a suonare al Tartarughino e alla Cabala e a partecipare a varietà televisivi, dove mi chiamavano come pianista di servizio e a volte avevo l’occasione di cantare delle mie canzoni. Partecipai, grazie al mio amico Stefano Palatresi, a Ieri, Goggi e domani e poi a Troppo forti. Sogni, desideri, fantasie, speranze, capricci, vanità degli italiani, il primo programma di Mara Venier, assieme a Claudio Sorrentino, entrambi su Rai 1. Con Stefano andai in tournée come pianista e nel suo gruppo c’era anche Tosca. Ci chiamò Renzo Arbore per Il caso Sanremo, una sorta di processo al festival di Sanremo, che conduceva con Lino Banfi. Noi eravamo I Campagnoli Belli, un’orchestrina formata da grandi musicisti vestiti da campagnoli! Era un programma veramente divertente e come ospiti si esibivano tutti i protagonisti della musica italiana, a partire da Nilla Pizzi».
Quando smise di suonare per gli altri?
«Alcune persone che avevo conosciuto alla Cabala, mi chiesero se avessi voglia di suonare in Brasile all’inaugurazione del loro locale. Quindi andai a Rio de Janeiro, dove mi fermai qualche mese. Ho conosciuto tanti grandi musicisti e ho acquisito gli umori di quella terra, la bossa nova, che avevo già dentro perché sono latino, per cui al mio ritorno decisi di dedicarmi solo alla mia musica».
E a quel punto?
«Entrai nella celebre casa discografica It di Vincenzo Micocci. Nella scuderia c’era Francesca Schiavo, che cantò al festival di Sanremo nel 1995 una canzone mia e di Roberto Kunstler, Amore e guerra. In precedenza, anche io e Kunstler dovevamo andare a Sanremo, con Credimi, che faceva parte del nostro primo disco del 1993, I ricordi e le persone. Il nostro nome era uscito su tutti i giornali, poi, non si capisce perché, fummo scartati».
Poi però è riuscito a partecipare due volte a Sanremo, nel 2003 e nel 2008…
«Molti anni dopo. Fu importante andare al Premio Tenco grazie a una session che avevo registrato nel 1996 con un grande maestro della musica jazz, Roberto Gatto, e con il giovane contrabbassista Luca Bugarelli, che da allora è rimasto sempre con me. Mandai i pezzi e l’anno dopo mi chiamarono al Premio Tenco, dove vinsi un importante riconoscimento e una borsa di studio dall’Imaie. Da allora ho partecipato al premio una decina di volte».
Come arrivò al festival di Sanremo?
«Fu fondamentale Biagio Pagano, il mio produttore che ha creduto in me. Purtroppo, ha lasciato questa terra subito dopo il mio successo. Mi fece firmare nel 2002 il primo contratto con una major, la Emi, e mi fece incontrare Pippo Baudo, che mi chiamò al festival. Chi se l’aspettava a 43 anni!».
Con vent’anni di attività professionale sulle spalle, che effetto le ha fatto salire sul palco dell’Ariston?
«Io sono un fotoreporter, quindi non solo mi misi a riprendere tutto quello che accadeva con la mia telecamera, ma anche con quelle dei miei amici, compreso Gianmarco Tognazzi, che ha la mia stessa passione. Giravamo ovunque, dietro il palco, in sala stampa, in albergo, nelle radio. Quindi ho il backstage di Sanremo 2003 e del 2008, un materiale unico perché da anni è vietato portare dentro le telecamere. Ho altre migliaia di ore di registrazione con personaggi che oggi non ci sono più, come Pippo Baudo, Sergio Bardotti, Giorgio Calabrese, Lucio Dalla, Mino Reitano, Umberto Bindi, Bruno Lauzi. Prima o poi farò un documentario».
Tra i grandi interpreti della canzone italiana, c’è anche Rino Gaetano, al quale è legato da una storia incredibile…
«È un film! Nel 1996, ad agosto, incontrai i nipoti di Rino Gaetano, Danilo e Alessandro, i figli della sorella Anna. Dopo un po’ di giorni che ci frequentavamo, suonavamo la chitarra sulla spiaggia e facevamo i bagni, Alessandro, il quale con la sua band porta le canzoni di Rino Gaetano in giro per l’Italia, mi disse: “Nostra nonna Maria ti vuole incontrare”».
Per quale motivo?
«Per dirmi che eravamo parenti. La mamma di Rino era la sorellastra di mio padre. Infatti era uguale alle altre sorelle di mio padre. A casa mia nessuno lo sapeva, nemmeno i miei genitori! Lo sapevano le mie cugine, che avevano quasi l’età di mio padre perché erano le figlie della primogenita di mio nonno e conoscevano le sue abitudini, però non ce l’hanno mai rivelato. Erano famiglie della fine dell’Ottocento e inizio del Novecento con tanti figli e qualche segreto».
Sentiva le canzoni di Rino Gaetano da ragazzo?
«Certo! Queste canzoni hanno una magia, sono cinquant’anni che le ascoltiamo, io ne interpreto due, Ad esempio a me piace il sud e I tuoi occhi sono pieni di sale. Sono andato a trovare Maria nella sua casa e ho ripreso tutto. Aveva conservato ogni cosa del figlio: gli strumenti, tra cui il famoso ukulele, i dischi, la collezione di orologi, i libri, i dizionari francese-italiano. Rino assimilava tutto».
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Mentre la sinistra italiana festeggia la sconfitta di Viktor Orbán, i dati raccontano una realtà diversa: il nuovo vincitore, Péter Magyar, si muove su una piattaforma tutt'altro che progressista e la sinistra tradizionale è di fatto scomparsa dal Parlamento di Budapest.
Sara Kelany (Imagoeconomica)
La deputata Fdi: «I progressisti ci criticano? Loro stanno coi centri sociali. Mi battezzai dopo essermi convertita al Santo Sepolcro. Mio papà musulmano mi portò all’altare».
Sara Kelany, deputata e responsabile del dipartimento Immigrazione di Fratelli d’Italia, La Verità suggerisce di ripartire ispirandosi a una vecchia regola del giornalismo: le tre S.
«Mi trova parzialmente d’accordo».
Soldi, sanità e sicurezza.
«Sì, ma non c’è bisogno di ripartire. Sulla sicurezza dobbiamo solo continuare a fare quello che abbiamo promesso. Non è ancora sufficiente, ma non vorrei che si credesse alla falsità cosmica detta in aula da Elly Schlein».
Ovvero?
«Che i reati sono aumentati. Cito gli ultimi dati: sbarchi in calo del 60%, femminicidi del 18, omicidi del 15. E comunque suggerirei cautela alle sinistre: l’immigrazione irregolare e la conseguente criminalità nascono durante il loro decennio al potere».
I vostri elettori si aspettavano di più.
«Noi stessi ci aspettiamo di più. Ma è stato questo governo, per esempio, a sbloccare le assunzioni nelle forze dell’ordine: sono state 42.000 dall’inizio della legislatura».
Basterà?
«Non paghi dei risultati raggiunti, adotteremo ulteriori provvedimenti: uno su tutti, il decreto sicurezza. La stretta sui coltelli usati dai minori e il fermo preventivo per i manifestanti violenti saranno decisivi».
L’opposizione eccepisce.
«Pur riempiendosi la bocca di belle parole, seguita a fare un ostruzionismo becero sulle leggi che servono al Paese. Ma è sempre lo stesso gioco».
Quale?
«Difendono i centri sociali e l’immigrazione incontrollata perché pensano di poter trovare consensi proprio lì. Lo abbiamo visto con il referendum sulla giustizia: l’Ucoii, vicina ai Fratelli musulmani, ha chiamato al voto i due milioni di islamici che abitano in Italia. Come se vivessimo in uno Stato confessionale».
Le città sono assediate dai maranza?
«Soprattutto nelle grandi periferie urbane c’è una difficoltà di integrazione che porta pure le seconde generazioni a sentirsi avulse. Bisogna punire chi commette reati».
Vi danno degli autoritari.
«Le sinistre collettivizzano: la responsabilità, per loro, è determinata dal disagio sociale. Il solito giustificazionismo. Ma la repressione serve. Non è una parolaccia».
Viene da una famiglia multiculturale. Padre egiziano.
«Anch’io ho cittadinanza egiziana. Lui si era trasferito qui negli anni Sessanta, da giovanissimo. Ha cresciuto quattro figlie ripetendoci che, per essere libere, occorreva studiare e farsi una cultura».
Madre italiana.
«Cattolica».
Lei?
«A diciott’anni, dopo il catecumenato, ho deciso di battezzarmi. Mio padre, musulmano e credente, mi accompagnò all’altare la notte di Pasqua».
Cosa la convinse?
«I nostri genitori non cercavano di instillare dogmi, però credevano. Da ragazzine spesso facevamo le vacanze in Israele. Una volta, nella basilica del Santo Sepolcro, capitò l’inaspettato. Cominciai a piangere. Fu una profonda commozione. Sentii che era Gesù che mi chiamava».
Suo padre approvò?
«Non si è mai preoccupato del crocifisso in classe o di festeggiare il Natale. Sulla mensola del nostro salotto il Corano è sempre stato accanto alla Bibbia».
Ha mai frequentato una moschea?
«A Sperlonga, dove vivevamo, non c’era. Ma non serviva: mio padre pregava in casa».
A Milano, Torino e Mestre nasceranno imponenti luoghi di culto.
«C’è una proposta di legge, di cui sono prima firmataria, sul separatismo religioso. La parte iniziale è dedicata proprio ai finanziamenti esteri alle moschee. Devono essere trasparenti. Nell’opacità può annidarsi l’islam radicale, che penetra nella società per sovvertire i nostri valori e le nostre leggi».
Il 18 aprile la Lega organizza una manifestazione per la remigrazione.
«Sarà deformazione professionale, visto che sono un avvocato, generalmente però utilizzo termini con un significato giuridico afferrabile».
Quindi?
«Abbiamo già imboccato la direzione giusta: i rimpatri. Si deve continuare a percorrere questa strada».
Salvini propone di favorire l’immigrazione di Paesi affini, come quelli latinoamericani.
«Non è sbagliato. Anzi, mi pare quasi lapalissiano. Quando una cultura forte incontra una cultura rinunciataria, tende ad assimilarla. Per questo non dobbiamo avere paura di ricordare ciò che siamo».
Le nuove regole europee sui rimpatri sbloccheranno i centri in Albania?
«Siamo stati precursori. Queste misure aiuteranno. Ma voglio chiarirlo: quei centri continuano a funzionare. Di certo, a giugno torneranno ad avere il loro scopo originario: accelerare i rimpatri, appunto».
Meloni dice: i giudici spesso tifano per i clandestini.
«Una parte delle toghe è ideologizzata. Non nasconde la propria avversione verso le politiche migratorie di questo governo. Lo ha dimostrato con provvedimenti abnormi. Le prime ordinanze sui Cpr in Albania, che rimettevano in libertà criminali, sono state firmate dal giudice Silvia Albano, presidente di Magistratura democratica».
Gratteri suggerisce: dopo la batosta referendaria, non conviene continuare ad attaccare la magistratura.
«Abbiamo semplicemente tentato di fare una riforma annunciata nel nostro programma elettorale».
La sinistra sembra in estasi. Già si dibatte sulle primarie.
«Sul contenitore del No mi pare che Conte abbia già annunciato un’Opa ostile».
Nell’ultima audizione della commissione Covid è emerso che l’avvocato Di Donna avrebbe chiesto il 10% sulle mascherine comprate dalla struttura governativa.
«I contorni di questa vicenda sono inquietanti. Un ex collega dell’allora presidente del Consiglio pretendeva soldi, mentre medici e infermieri morivano negli ospedali. Come si può definire questa richiesta?».
Vuole azzardare?
«Bisognerebbe chiederlo a Conte. Invece che scappare, venga a riferire in commissione. Ci spieghi che nome dovremmo dare alla percentuale che percepiva quell’avvocato».
Attaccano sul «caso Piantedosi».
«Non c’è nessun caso. È solo voyeurismo».
Delmastro e Santanchè, però, si sono dimessi.
«Per evitare qualunque tipo di polemica strumentale. Ma non accettiamo lezioni. Delmastro è da anni sotto scorta per le minacce della mafia. Mentre altri andavano a trovare in carcere Cospito, che si batteva contro il 41 bis».
Sarà lei, come si vocifera, a prendere il posto dell’ex sottosegretario alla Giustizia?
«Spero solo di far bene il mio lavoro da deputata. Il resto non conta. Mai mi perdonerei di non aver realizzato quello per cui mi sono sempre battuta».
Militante da oltre trent’anni.
«Ho cominciato a 15 anni, mentre facevo il liceo classico a Fondi. Coordinavo il movimento studentesco degli Antenati nella mia scuola».
Ha conosciuto Meloni in quel periodo?
«Forse durante i campi estivi con il Fronte della gioventù».
Chi c’era oltre alla futura premier?
«Procaccini, Lollobrigida, Fazzolari. E la sorella, Arianna».
Aneddoti sconvenienti?
«Ricordo spensieratezza e risate. Abbiamo cementato relazioni che ci fanno camminare ancora insieme, restando immuni dal cosiddetto anello del potere».
Anche lei fervente tolkieniana.
«Mai farsi distrarre dai lustrini, tenere la barra dritta, attenti a chi ti vuole blandire».
Vasto programma.
«Basta ricordare da dove si viene e dove si vuole arrivare».
E lei ricorda le sue estati in Egitto?
«Meravigliose. Era tutto completamente diverso dall’abituale. Gli odori, i profumi, l’ambiente. E io restavo incantata a guardare mia nonna che cucinava».
Cosa dicono gli avversari a una fiera esponente di destra con la sua storia?
«Mi attaccano da sempre: “Come fai a stare in un partito che vuole cacciare quelli come te?”».
Risposta?
«Ma cosa vuole che risponda? Sono discorsi di una pochezza disarmante. Per una donna, immigrata di seconda generazione, è naturale fare politica a destra, dove si è sempre valutato il merito senza distinzioni di genere. La prima presidente del Consiglio nella storia repubblicana l’abbiamo espressa noi. Non è certo un caso. Ma loro continuano a vivere di pregiudizi e steccati ideologici».
Si è mai sentita discriminata?
«Alle scuole elementari arrivò il momento della prima comunione. La maestra regalò ai miei compagni una Bibbia».
Ci restò male?
«Naturalmente non pensavo di riceverla. Invece, chiamò anche me davanti a tutti. Mi diede la Bibbia sorridendo. I bambini della classe fecero un grande applauso».
Era come loro.
«Non mi sono mai sentita diversa».
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