Stefano Zenni, musicologo e direttore artistico del Torino Jazz Festival, presenta la nuova edizione della kermesse (dal 25 aprile al 2 maggio) concentrandosi su tre giganti come Franco D'Andrea, Bill Frisell e Norma Winstone.
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- Oggi i colloqui per la pace in Pakistan fra Vance e i pasdaran, però Israele non molla la presa contro Hezbollah. Così Hormuz resta ancora chiuso perché l’Iran chiede lo stop agli attacchi in Libano. Senza una tregua non arrivano i rifornimenti dal Golfo.
- L’esperto di trasporto aereo Cristiano Spazzali: «In pericolo anche i piccoli scali che dipendono dalle linee economiche».
Lo speciale contiene due articoli.
Tre settimane, massimo un mese. Tanto è la capacità degli aeroporti europei di fornire cherosene alle compagnie aeree. Il Financial Times dà conto di una lettera inviata da Aci Europe (l’associazione che rappresenta gli aeroporti europei) alla Commissione Ue nella quale si afferma che le scorte di carburante per aerei si stanno esaurendo e si rischia una carenza nelle prossime tre settimane. Lo stretto di Hormuz rappresenta la via di transito per circa il 40% delle forniture mondiali di carburante per velivoli. L’Europa importa dal Golfo Persico il 43% del suo fabbisogno annuale di jet fuel. Inoltre, l’attività di raffinazione negli impianti europei è già al massimo e quindi non è possibile spingerla oltre.
Nella lettera, l’associazione ha avvertito il commissario europeo per i Trasporti, Apostolos Tzitzikostas, delle «crescenti preoccupazioni del settore aeroportuale per il calo delle scorte e le crescenti difficoltà di approvvigionamento». I fornitori, infatti, non garantiscono consegne oltre maggio. Le preoccupazioni aumentano con l’avvicinarsi della stagione estiva, cruciale per il turismo europeo. A Bruxelles sperano che la tregua tra Usa e Iran regga, così da consentire la ripresa della navigazione delle navi cisterna attraverso Hormuz. Sebbene al momento non si registrino carenze diffuse, i prezzi del jet fuel sono raddoppiati rispetto ai livelli pre-crisi (nell’Europa Nord-occidentale ha raggiunto 1.573 dollari a tonnellata, contro circa 750 dollari prima del conflitto), mentre alcune compagnie aeree hanno già avvertito del rischio di cancellazioni. L'annuncio del presidente statunitense Donald Trump di un cessate il fuoco di due settimane non ha avuto impatti rilevanti sui prezzi globali del petrolio, che sono rimasti elevati. Alcuni vettori hanno iniziato a ridurre i servizi poiché i rincari del cherosene hanno reso alcune rotte non redditizie. Delta Air Lines ridurrà la capacità del 3,5%, inclusi alcuni voli infrasettimanali e notturni, per compensare l’impatto dell’aumento dei prezzi del carburante, e prevede tra aprile e giugno costi aggiuntivi per il jet fuel pari a 2 miliardi di dollari. Anche Air New Zealand ha ridotto alcuni voli e la polacca Lot sta tagliando alcuni servizi meno richiesti e prevede di aumentare i biglietti. Lo scorso fine settimana, quattro aeroporti italiani hanno introdotto restrizioni sul carburante a seguito di un’interruzione dell’approvvigionamento presso un fornitore chiave, sebbene la carenza non fosse direttamente collegata allo stretto di Hormuz.
Ci sono anche altri fattori che rendono complicato lo scenario futuro. Non è sufficiente che Hormuz riapra in modo definitivo e senza sorprese dell’ultim’ora, ma è necessario anche che diminuisca il costo delle assicurazioni sulle navi cisterna. Inoltre, quando riaprirà il canale, serviranno settimane prima che le cisterne possano arrivare a rifornire l’Europa. L’alternativa è rappresentata dagli Stati Uniti, ma a che prezzi?
Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha confermato che se «sul fronte petrolifero e delle disponibilità non ci sono grandi preoccupazioni, possono esserci settori specifici come il jet fuel con criticità, perché una gran parte della produzione arriva dal Golfo Persico. Ma sono criticità settoriali specifiche sulle quali dobbiamo intervenire. Non è che con questo voglia sminuire, ma non è la crisi complessiva».
Intanto le associazioni dei consumatori cominciano a dispensare consigli su come affrontare eventuali cancellazioni di voli per chi ha già acquistato i biglietti. «Si può scegliere tra il rimborso entro sette giorni senza penali dell’intero costo del biglietto e la riprotezione, ossia l’imbarco su di un volo alternativo per la destinazione finale non appena possibile o ad una data successiva più conveniente, a seconda della disponibilità di posti», spiega Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori. E sottolinea che «potrebbe scattare anche la compensazione pecuniaria se le compagnie, pur essendo state informate della mancanza di carburante, non informeranno i consumatori nei tempi previsti, oppure se la compagnia aerea non ordinerà con congruo e sufficiente anticipo il carburante». Intanto Ryanair ha deciso di tagliare alcune delle sue rotte su Spagna, Francia, Germania, Portogallo e Belgio, anche se precisa che è una decisione presa già lo scorso anno per far fronte a una serie di rincari causati dall’aumento delle tasse.
«La crisi pesa sui vettori low cost. Estate più serena con quelli grandi»

Cristiano Spazzali, esperto del settore aereo
«Se il conflitto iraniano non dovesse risolversi entro l’estate o addirittura Teheran dovesse imporre una tassa di circolazione sullo stretto di Hormuz, c’è il rischio di un impatto importante sul sistema del trasporto aereo. Un impatto che metterebbe a dura prova i bilanci soprattutto delle compagnie low cost e, a cascata, potrebbe travolgere i piccoli aeroporti con una ridefinizione degli scali. Il che vale per l’Italia ma anche per l’Europa». Cristiano Spazzali, esperto di trasporto aereo, è uno dei più attenti analisti del settore e qui traccia quello che potrebbe essere uno scenario futuro con il protrarsi della crisi.
«Innanzitutto vorrei rassicurare chi ha progettato di volare nella prossima estate. Non ci dovrebbero essere problemi per le grandi compagnie aeree. Hanno scorte di carburante a sufficienza, tant’è che finora hanno mostrato di saper gestire bene la situazione di emergenza».
Eppure i listini si stanno muovendo al rialzo. Che cosa deve fare chi ha intenzione di volare in estate?
«Il mio consiglio è di acquistare il biglietto prima possibile. I rincari finora sono contenuti ma rischiano di esplodere, complice la speculazione che si alimenta con l’allarmismo».
Come mai Ryanair dice che le scorte di carburante sono garantite fino a maggio e che una parte della flotta potrebbe restare a terra nei mesi estivi?
«La crisi del cherosene si fa sentire soprattutto per le low cost. Le grandi compagnie aeree stringono accordi di rifornimento per il lungo periodo e quindi sono più garantite. Le low cost definiscono gli approvvigionamenti a ridosso data e a condizioni che garantiscano il minor onere possibile. Va ricordato che la bolletta energetica per un vettore rappresenta il 20-25% dei costi operativi complessivi e ora ha raggiunto il 40-50%. I vettori più strutturati sono parzialmente protetti da strategie di copertura del carburante, il cosiddetto fuel hedging. Per le low cost la situazione è più complicata. Di qui i messaggi di allarme che abbiamo visto questi giorni».
Quindi dobbiamo aspettarci biglietti più cari anche dalle low cost?
«Mi sembra inevitabile, anche se ciò è possibile fino ad un certo punto. Le low cost, che fanno della convenienza la loro politica strategica, non possono riversare tutti i maggiori oneri del caro cherosene sui passeggeri. Non possono nemmeno tagliare le tratte, ne andrebbe della loro affidabilità. La concorrenza del trasporto su rotaia se ne avvantaggerebbe. L’utente potrebbe chiedersi: perché volare se la stessa tratta è servita a un costo quasi simile dal treno, che risulta anche più affidabile come certezza della partenza? Alle low cost non rimane quindi che ritrattare l’handling con le società aeroportuali, cioè i servizi di terra. Non mi riferisco a grandi scali, come Malpensa o Fiumicino, ma a piccoli hub che vivono della presenza dei vettori a buon mercato capaci di influenzare anche il territorio con la movimentazione dei flussi turistici».
Si stanno creando le condizioni per una ridefinizione delle tratte?
«I piccoli scali sarebbero costretti ad abbassare il costo dei servizi e di conseguenza a stringere la cinghia a loro volta, dovendo continuare a pagare i dipendenti e le attività aeroportuali. Inoltre, uno scalo in crisi finanziaria diventa una bella gatta da pelare per una Regione».
E se lo stretto di Hormuz fosse soggetto a una sorta di dogana?
«Il problema è in che misura continuerà a esserci il rischio che l’Iran possa in qualsiasi momento far scattare di nuovo la minaccia della chiusura di Hormuz. A fronte di questa incertezza le compagnie aeree, per tutelarsi, potrebbero alzare la fuel surcharge, il supplemento carburante, la tariffa variabile aggiunta al costo del trasporto aereo per compensare l’oscillazione del prezzo del cherosene. Non ci dimentichiamo inoltre che gran parte dell’allarmismo di questi giorni serve anche a giustificare l’aumento dei biglietti».
Ci sarà un cambiamento dei flussi turistici?
«Gli equilibri delle rotte stanno già cambiando. Stanno perdendo slancio le destinazioni del Nord America mentre aumenta il flusso verso l’Oriente. Non a caso Paesi come la Cina, la Malesia, Singapore e tutto il Sud Est asiatico stanno intensificando, con un certo successo, il marketing turistico. Anche quello rivolto all’utenza di fascia alta che ha perso le destinazioni dei Paesi Arabi. Dubai e Abu Dhabi saranno tagliate fuori dalle rotte turistiche per molto tempo ancora. Il Giappone lo ha già fatto negli scorsi anni. Le grandi compagnie asiatiche saranno le protagoniste del prossimo futuro. La crisi le sta avvantaggiando».
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Bill Frisell (Matthew Septimus)
Per gli esperti il suo impatto sullo strumento è pari a quello di Jimi Hendrix e Pat Metheny. A 75 anni appena compiuti, Bill Frisell non smette di sognare: «Chi prova a spiegare la musica ottiene solo quello che aveva già capito».
Per dimostrare che Bill Frisell «ha cambiato il suono della musica americana», Philip Watson impiega 560 pagine (Beautiful dreamer). Per mandare in vacca le fatiche di un biografo meticoloso al diretto interessato bastano cinque parole, che non hanno bisogno di traduzione: «Oh man, I don’t know!». L’unico della classe a non credere nel titolo è infatti l’artista di Baltimora (Maryland) che, a 75 anni appena compiuti, si sente ancora al primo giorno di scuola. Anche se il suo maestro, Jim Hall (1930-2013), non esitava a dire: «Bill ha portato la chitarra in un luogo in cui non era mai stata». Non si tratta di falsa modestia: in quegli occhi da Peter Pan lo smarrimento è sincero. Il supereroe c’è, ma è nascosto, innanzitutto a sé stesso. Lo intuì Gene Santoro, il cronista musicale che aveva soprannominato Frisell il «Clark Kent della chitarra elettrica». D’altronde, lo insegnano i fumetti: mai chiedere notizie di Superman al suo alter ego. E soprattutto, nessuno ha mai visto entrambi nella stessa stanza.
Il Torino Jazz Festival 2026 (dal 25 aprile al 2 maggio) la attende con un titolo che sembra proprio nelle sue corde: «The sound of surprise».
«È vero. Ogni giorno mi sveglio, prendo in mano lo strumento e mi sento come se fossi all’inizio di tutto. È molto simile alla prima volta in cui ho provato a muovere le dita sul manico. Non riesco a immaginare la musica senza lo stupore, spero che non mi abbandoni mai».
Nel creare colori inaspettati, mischiando le vibrazioni sonore agli effetti, lei è considerato un punto di riferimento. Ma che suono ha la sorpresa?
«Ad esempio quello di John Abercrombie che, negli anni Settanta, riusciva a trasformare la chitarra in qualcosa di simile a una tromba, grazie a un semplice distorsore. Oppure penso a quel pedale destro che ho sempre invidiato ai pianisti (il sustain, ndr). Grazie a lui, le corde restano libere di vibrare, una volta percosse, e i suoni si mescolano magicamente. Nel mio piccolo ho provato a fare la stessa cosa con il delay. Come vede, non ho inventato nulla. E ultimamente sto tornando indietro. Al posto di aggiungere, levo».
Vuole riscoprire la primordiale voce della chitarra?
«Preferisco continuare a vederla come un’orchestra dalle infinite possibilità. L’unico limite è ciò che riesci a immaginare».
Gli esperti, mi perdoni se glielo ricordo, la inseriscono in quell’elitario club di colleghi che hanno cambiato il suono del mondo. Gli altri soci sarebbero Jimi Hendrix, Pat Metheny e pochi altri.
«Oh... non saprei proprio! Tutto ciò che faccio viene da qualcun altro, è il frutto di quello che ho ascoltato. Io mi limito a cercare e probabilmente lo farò per il resto della mia vita».
Di sicuro va a esplorare luoghi a prima vista inaspettati. Solitamente si pensa al jazz come a una musica ipersofisticata e al country come a un genere più elementare. Eppure lei non si stanca di lodare questa tradizione.
«Per come la vedo io, nella musica tutte le linee si incontrano da qualche parte. A me piace esplorare le intersezioni, quei punti in cui i contorni sembrano sfuocati e confusi».
Cosa intende dire?
«Sprechiamo un sacco di tempo tentando di dare un nome a tutto quello che succede e a dividerlo in generi. Eppure, quando si immagina la musica, l’ultima cosa a cui si pensa è come definirla a parole. Se poi ci mettiamo a spiegarla, rischiamo di rompere l’incantesimo».
Addirittura?
«Sì, perché una volta definito ciò che sta accadendo si rischia di seguire solo quello che è stato codificato e in qualche modo ridotto. Suonare è un’avventura, è come camminare in equilibrio precario: basta poco per uccidere la magia».
Questa visione onirica mi fa tornare in mente un episodio che lei ha raccontato moltissime volte. Una notte, mentre dormiva, ha avuto una visione potente.
«È successo una quarantina di anni fa, ma lo ricordo come se fosse oggi. Ho sognato di trovarmi all’interno di un’enorme biblioteca, abitata da strani personaggi, simili a elfi o monaci. Erano gentili. “Ora”, mi dissero, “ti faremo vedere la vera essenza dei colori”. Così mi mostrarono il rosso più intenso e incredibile che si possa immaginare...».
E poi?
«Per qualche strano motivo, sapevano che ero un musicista. Per cui mi fecero ascoltare un suono indescrivibile che conteneva tutta la musica che amavo e molto altro ancora. Da Thelonious Monk a Sonny Rollins, da Charles Ives a Jimi Hendrix passando attraverso Andrés Segovia e Nino Rota...».
Un’esperienza che deve averla davvero segnata. Il suo ultimo album, a distanza di decenni, si intitola My Dreams (Blue Note), I miei sogni.
«Spero sempre di poterla rivivere. In qualche modo è quello che provo a fare sul palcoscenico».
È per questo che i colori la influenzano così tanto? In un documentario di Emma Franz (Bill Frisell. A Portrait) si intravede una piccola parte della sua variopinta collezione di chitarre, oltre 60, tra Gibson, Fender Telecaster e modelli realizzati su misura. C’è una scena in cui realizza con dolore che la maggior parte di questi capolavori non potrà seguirla in tour.
«Ciascuna di loro mi regala qualcosa di diverso, anche se sono dello stesso modello. È inspiegabile: c’entrano i colori, ma anche quello che sentono le mie dita, il luogo in cui nasce l’immaginazione...».
Ma che relazione c’è tra musica e colori?
«Quando traccio una linea su un foglio o creo una melodia, nella mia mente accade qualcosa di simile. Da bambino disegnavo continuamente automobili, razzi e dinosauri. Oggi sento lo stesso fremito imbracciando la chitarra».
Lei ha spalancato il repertorio del jazz, improvvisando sulla musica di Aaron Copland, John Lennon, Madonna e tanti altri. È l’istinto a dirle che può funzionare?
«Se qualcosa mi tocca nel profondo, inizia a risuonare nel mio cuore. A quel punto, il genere non è importante, mi viene solo voglia di cantare».
Lei canta spesso?
«Nemmeno sotto la doccia».
Ma come?
«Senza chitarra non riesco. Lei possiede la mia vera voce, più di quella con la quale le sto rispondendo adesso».
Cosa le smuovono le canzoni di Bob Dylan?
«Quando uscirono i suoi primi dischi avevo 12 anni: hanno accompagnato tutta la mia esistenza. Non bisogna vergognarsi di ciò che si ama».
Certo.
«Ai giovani che mi chiedono consigli dico sempre: per trovare il proprio stile bisogna partire dalla musica a cui si vuole bene, senza calcoli. Nel mio caso vale per il country, per Dylan, che è un chitarrista formidabile, e per tante altre fonti d’ispirazione».
Del Menestrello ammira anche le doti strumentali?
«Oh sì, è straordinario. Divento matto quando sento dire che le sue canzoni hanno solo tre accordi. È tutto molto più complesso di come sembra. Nel suo stile risento Woody Guthrie, Robert Johnson, Lonnie Johnson... La musica, come dicevamo, svela connessioni eccezionali».
Il Primo maggio a Torino, insieme al violino di Eyvind Kang, darà una voce alle immagini del film di Bill Morrison, The Great Flood, sulla catastrofica alluvione del Mississippi, che nel 1927 uccise centinaia di persone.
«È una tragedia che mi ha colpito molto. Gli afroamericani furono costretti a spostarsi in massa verso Nord e questo dolore rivoluzionò la musica. Ho voluto ripercorrere quell’itinerario, i temi sono nati lasciandosi trasportare dal fiume».
Non è la prima volta che si confronta con il cinema, penso alla colonna sonora del film La scuola di Daniele Luchetti, ma non solo.
«È un mondo affascinante. Mi piacerebbe saper creare quei legami emotivi indissolubili tra melodie e personaggi di cui era capace Ennio Morricone».
A cosa sta pensando?
«Al piccolo Noodles in C’era una volta in America di Sergio Leone. Ha tra le mani un dolce alla panna: prova a resistere, ma è inutile. La musica che Morricone scrive per quella scena scavalca la realtà, è puro sogno».
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2026-04-08
Chris Giudice: «Per i giovani Internet è l’università fai da te di satanismo e violenza»
Nel riquadro, Chris Giudice (IStock)
L’esperto di esoterismo: «Sul Web circolano contenuti di ordini occulti in modo disorganizzato, che si mischiano a elogi delle stragi di massa».
Chris Giudice è dottore in storia e sociologia dell’esoterismo occidentale, ed è probabilmente lo studioso che meglio conosce le nuove forme di satanismo che si diffondono a partire dai gruppi online. Circoli come quelli che frequentavano in Rete anche alcuni ragazzi italiani che nelle ultime settimane hanno fatto parlare di sé sulle pagine di cronaca. Ad esempio il diciassettenne di Perugia che è stato fermato per terrorismo di recente e progettava una strage a scuola.
Tanto si è scritto riguardo le frequentazioni online di questi ragazzo. Satanismo, accelerazionismo, neonazismo. Raccontata così sembra una commistione perfino un po’ caricaturale di suggestioni. Di che gruppi parliamo davvero?
«Non siamo di fronte a semplici spauracchi, ma il racconto mediatico tende a essere impreciso. Nella maggior parte dei casi non esistono ordini occulti o società segrete con strutture stabili o catene di comando chiaramente identificabili. Piuttosto, ci troviamo di fronte ad ambienti fluidi, spesso privi di confini chiari tra partecipazione, osservazione e semplice esposizione. Il riferimento più noto resta l’Order of nine angles, un ordine occulto di area satanista nato in Inghilterra tra gli anni Settanta e Ottanta. A partire dagli anni 2010, però, il suo materiale ha iniziato a circolare online in modo sempre più autonomo, perdendo il legame con un contesto unitario. In questa fase, più che un’organizzazione, si ha una circolazione di materiali che possono essere riutilizzati in contesti completamente diversi».
Come nel caso di Perugia.
«Il caso di Perugia mostra come questi elementi si inseriscano oggi in ecosistemi più ampi: non solo riferimenti all’occulto, ma anche immaginari legati ai mass shooter, simbologie neonaziste e retoriche accelerazioniste. In questi ambienti, la violenza assume una dimensione performativa, quasi simulata in anticipo. Accanto a questo emergono fenomeni come 764 o No lives matter, che non sono ordini in senso proprio ma ambienti digitali frammentari. Qui l’occulto funziona soprattutto come linguaggio: elementi simbolici usati spesso fuori contesto per intensificare la trasgressione. Il punto non è tanto “chi appartiene a cosa”, quanto il fatto che esista un lessico condiviso - esoterico, nichilista e politico - che circola liberamente online e che rende possibile una forma di partecipazione anche senza un reale coinvolgimento strutturato».
Quali sono gli obiettivi di questi gruppi?
«Non esiste quasi mai un obiettivo unitario. Più che un progetto, si tratta di una postura: la trasgressione estrema come strumento di trasformazione individuale. Nel caso dell’Order of nine angles, questo è esplicito: il superamento dei limiti viene concepito come pratica. Quando questi contenuti circolano fuori contesto, però, perdono struttura e vengono semplificati. Il caso di Perugia è esemplare: il riferimento alla Werwolf division e ai mass shooter mostra un immaginario costruito attraverso elementi diversi - suprematismo, cultura mass shooter, retoriche accelerazioniste - in cui la violenza viene pensata e, in parte, messa in scena prima ancora di essere compiuta, anche attraverso la ricerca e la condivisione di materiali tecnici, manuali e istruzioni, che trasformano l’idea in qualcosa di operativamente praticabile. In ambienti come 764 o No lives matter, questa logica si radicalizza: la trasgressione diventa fine a sé stessa, un gesto da compiere e talvolta da condividere. La violenza diventa performativa. L’obiettivo non è tanto cambiare il mondo in modo strutturato, quanto mettere alla prova sé stessi attraverso il superamento dei limiti, anche in assenza di un obiettivo esterno chiaramente definito».
Ma questi ambienti attirano soltanto giovanissimi o anche adulti?
«L’ingresso oggi è quasi sempre giovanile. I canali sono quelli dell’ecosistema digitale: Telegram, Discord, Signal, ma anche chat legate ai videogiochi. Non si tratta di percorsi di studio, ma di traiettorie informali: si entra in una chat, si seguono link, si condividono materiali, spesso senza una piena consapevolezza del contesto. Non è un caso che videogiochi come Roblox abbiano limitato le funzionalità di chat, introducendo verifiche dell’età e restrizioni nei contatti tra utenti, proprio per ridurre questo tipo di esposizione. Il passaggio verso contenuti più estremi avviene in modo graduale. Gli adulti sono presenti, ma meno visibili: possono facilitare o orientare, ma raramente emergono come punti di riferimento espliciti. Il primo contatto avviene quindi molto presto, all’interno di spazi digitali che possono diventare, nel tempo, luoghi di radicalizzazione».
Esiste un vero e proprio reclutamento?
«Non nel senso classico. Non ci sono affiliazioni formali né rituali obbligati. Il modello è più sfumato e spesso più efficace. Si tratta di esposizione progressiva: si entra per curiosità e si resta perché il contenuto diventa via via più radicale. Il passaggio è graduale e spesso poco consapevole. Più che una figura che recluta, c’è un ambiente che orienta e che, attraverso la ripetizione e l’esposizione continua, rende certe posizioni progressivamente plausibili. Chat e gruppi funzionano come spazi di normalizzazione, in cui certi linguaggi diventano familiari. A questo si aggiungono dinamiche di riconoscimento e appartenenza, che rafforzano il coinvolgimento. In alcuni casi emergono anche forme di pressione più dirette, ma restano inserite in un ecosistema che funziona senza una struttura formale».
In estrema sintesi: in che cosa crede un odierno satanista?
«Serve distinguere. Esistono forme di satanismo contemporaneo strutturate e non violente - come la Church of Satan o il Temple of Set - che non hanno nulla a che vedere con questi contesti. Negli ambienti più frammentari, invece, il satanismo non è tanto un sistema di credenze quanto un insieme di pratiche. Al centro c’è il superamento dei limiti: infrangere tabù, costruire un’identità in opposizione. Questo lo colloca nell’ambito della Left-Hand Path, ma in forma semplificata. Rimane l’elemento operativo: l’atto, la trasgressione, la prova. Non c’è una dottrina vera e propria, ma materiali usati spesso fuori contesto. A questo si aggiunge l’ibridazione con linguaggi politici estremi e con una cultura digitale che amplifica e ricombina i contenuti. Si tratta, più che di un sistema di credenze, di una pratica identitaria, che non richiede una piena adesione teorica, ma piuttosto una disponibilità all’azione».
Secondo lei quelle che abbiamo descritto sono manifestazioni, magari estreme, di disagio come spesso si dice? Qualcosa di simile a quello che un tempo erano i sassi dal cavalcavia, per citare un triste esempio?
«Il disagio è una componente, ma non basta a spiegare il fenomeno. Ridurre tutto a malessere giovanile rischia di semplificare. Qui non siamo davanti a un gesto impulsivo. Questi atti si inseriscono in un quadro di riferimenti - testi, simboli, narrazioni - che li rendono significativi per chi li compie. C’è spesso preparazione e, in alcuni casi, una vera e propria messa in scena anticipata. Il confronto con episodi come il lancio di sassi è fuorviante: lì prevale l’impulso, qui una costruzione di senso, anche rudimentale. Questo elemento è centrale per comprendere il fenomeno. Il gesto viene percepito come qualcosa che dimostra, che si inserisce in una traiettoria. È un modo di dare senso all’azione, anche in forme estreme, e di collocarsi in una narrazione personale».
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