«Tutte le volte che vado in televisione mi fanno piangere, sono sempre cose strappalacrime». «Il discorso è che ci sono argomenti che, nonostante siano passati anni, sono sempre…». Certo, sensibili, come lo è Giovanni Scialpi, classe 1962, in arte Scialpi, mito della generazione dei giovani degli anni Ottanta. A un certo punto della sua vita il cantautore ha lasciato il mondo della canzone per stare vicino alla madre, Giuseppina, colpita dalla malattia di Alzheimer, per darle presenza e cure. Ciò l’ha fatto per molti anni, rinunciando a esibirsi e mettendosi a repentaglio dal punto di vista economico. Gesto nobile, verrebbe da dire, ma ha ragione lui. Che c’è da stupirsi? Si tratta di un atto che dovrebbe essere vissuto come normale e dovuto. Un gesto permanente di cura.
«Siamo isole nell’oceano della solitudine / e arcipelaghi le città / io ti vorrei raggiungere». Versi di Cigarettes and coffee. Era il 1984. Ma testo e musica li scrivesti a 14 anni…
«A 13 anni e mezzo per la precisione. Sì, per ripicca a un papà assente, non per colpa sua: essendo lui poliziotto, per guadagnare di più andava in trasferta e lasciava Parma. Mia madre protestò insieme ad altre mogli di poliziotti e mandò una lettera al capo dello Stato. Quando ero piccolo capì che ero un po’ speciale, sensibile, rischiavo l’introversione, lei lavorava, stavo da solo…».
Volevi esprimerti…
«Sì, chiesi a mio padre di regalarmi una chitarra perché un’insegnante delle superiori aveva un negozio di dischi: per 35.000 lire la comprai e con altre 5.000 lire presi un libretto con i rudimenti. Quindi da autodidatta, con i primissimi accordi, ho iniziato a inventare».
Dunque creasti Cigarettes and coffee proprio con questa chitarra?
«Me la regalarono per Santa Lucia e quello stesso giorno iniziai con un dito solo, ha un giro cromatico usato più dagli americani (accenna Feelings, ndr.). Siccome ascoltavo Il fantasma del palcoscenico di Brian del Palma, ero innamorato della protagonista, Jessica Arber - somigliava a mia madre e a mia zia - le dedicai Cigarettes and coffee. Musica e parole sono venute insieme».
Sei figlio unico. Avresti voluto avere un fratello o una sorella?
«Ci ho pensato a 5-6 anni. Mi facevo le fantasie, avrei voluto avere un gemello per scambiarmi l’identità, un fratellino gemello per avere la complicità, forse per confrontarmi con me stesso».
La solitudine è condizione che può far soffrire, ma da essa può nascere lo sgorgo poetico,
«L’arte, anche quella che diverte, nasce dalla sofferenza, questo è un postulato. Se stai bene e sei felice non produci arte. Io, un bambino solo, pensa a quanta materia potevo generare».
Pregherei: «Pregherei, sei mi sentisse lui, / chiederei, / chiederei che ne sarà di noi».
«La canzone è pragmatica e logica. Dice: “Prendimi tutto quello che vuoi, ma lasciami l’amore che mi fa soffrire”, “lascialo così! Non lo toccare!”, è proprio un monito! (sorride, ndr). Per me Dio è qualcosa che rappresenta non proprio un’iconografia cristiana, sono gli alieni che ci hanno messo qui, erano gli dei in altre culture, l’Olimpo degli dei era sicuramente un’astronave, io credo a queste cose, ogni tanto hanno mandato qualcuno per emanciparci e l’ultimo è stato Gesù. Nella Bibbia c’è scritto: “Ascese al cielo”. Mi ricorda tanto Star Trek. L’uomo esiste sulla terra da migliaia di anni prima di Cristo, quanti Gesù saranno scesi? Forse la Chiesa cattolica ne fa una versione un po’ romanzata ma, detto questo, sono allineato con la Chiesa».
Talvolta ci arrabbiamo perché proviamo infelicità. Ti capita di pregare Dio?
«Assolutamente sì. La preghiera è un’invocazione, una forma di energia che possa arrivare il più lontano possibile. Nei miei concerti, prima di cantare Pregherei, dico: “Lo sapevate che la prima forma di preghiera è stato il canto? Quindi vorrei che questa sera cantaste, pregaste con me, affinché chi toglie il respiro del mondo con la violenza, la morte, il crimine, la guerra, non abbia più ragione di esistere”. Di solito parte un coro di 10.000 persone».
Rocking rolling: «Per resistere, per difenderci, per non cedere mai..». La musica è un grido di libertà?
«È un grido di libertà ma anche uno strumento, insieme alla parola e al pensiero, non di ribellione, ma di affermazione di valori, concetti, pensieri. “Per resistere, per difenderci”, diceva la canzone. Da chi? Da chi non ha valori, non ha scrupoli. Uno ci legge la vita, anche quotidiana, di tutti noi».
Tua madre, da ragazzo, vide che ti baciavi con un altro ragazzo.
«Probabilmente aveva capito, non per auto-incensarmi, che ero un bambino intelligente. Andavo a scuola per diventare geometra. Facendo i compiti con un mio compagno di classe, mi baciai con lui. Collaboravo con Radio Parma e lavoravo come cameriere all’Uno più di Parma, vicino al Battistero, era il 79-80. Arrivò in un locale mentre ero abbracciato con il mio primo fidanzatino, Claudio, 5 anni insieme da quando avevo 14 anni, ci sentiamo ancora molto spesso. Un giorno comprai due anellini, andai alla Chiesa di Ognissanti in via Bixio, a Parma, dove andavo a messa e cantavo nel coro, ce li scambiammo».
Con Francesco, tuo padre, un rapporto difficile. Quando ebbe problemi di salute ti approssimasti.
«Quando ha avuto l’infarto mi sono avvicinato. Noi Toro siamo per la famiglia. Quando è stato male ho fatto la mia parte di figlio. Poi ha avuto l’aneurisma e poi gli è venuto il tumore alla testa, inoperabile. Ho cercato di renderlo felice e sereno, di farlo andare via bene. Negli ultimi giorni facevamo questo gioco, pugno contro pugno, “dai babbo, spingi!” per stimolargli la forza. E vedevo che lui sorrideva».
Desideri ritrovare i tuoi cari nella dimensione ultraterrena?
«Guarda, io parlo di energie che si mescolano con altre energie. La mia missione post-mortem, che ho già stabilito, è andare a ritrovare l’energia dei miei cari, mia madre in primis, tutte le persone che mi sono state vicino, mio nonno, mia nonna, mia zia, la mia cagnolina Emily… Ecco, voglio rifarmi una famiglia nell’universo».
Tua mamma, Giuseppina, persona dolcissima. Fu colpita dall’Alzheimer. Lasciasti il mondo della canzone per 10 anni per occuparti di lei, starle vicino e darle cura e affetto. Gesto ammirabile.
«Ti contesto “ammirabile”. Non lo trovo ammirabile ma un dovere che tutti i figli dovrebbero avere nei confronti dei genitori. Dovrebbe essere la cosa più logica e normale. Ed è passata come una cosa straordinaria. Pensa a che livello di civiltà siamo arrivati. Cinica. Quel periodo durò quasi nove anni. All’inizio, quando apparivano le prime dimenticanze, era facile perché, pur non lavorando, potevo portarla a Roma ad esempio…».
Un problema anche economico.
«Certamente. Ho dovuto togliere tutto. Firmai la liberatoria, ci fu la solidarietà di alcune amiche dello spettacolo, ma siamo un Paese di bastardi, ti chiedo di scriverlo, perché basta che uno abbia un problema per essere emarginato a vita. Sono un redivivo perché mi sono tolto questo marchio. Quando ero a casa non dico che vivessi in indigenza, ma solo con la pensione e le spese di due malati insomma. Non potevo lasciare mia mamma sola per andare a lavorare da qualche parte. Un po’ mi riposavo, ma dopo il terzo/quarto anno non mi sono più riposato, tant’è vero che i medici si preoccupavano quasi più di me che della mia mamma».
Di quegli anni c’è un momento che ricorderai per sempre?
«Sì, ce l’ho, ed è stato l’ultimo momento che l’ho vista. L’Alzheimer è una malattia feroce e atroce. Mi sono ritrovato il 23 dicembre 2024 - lei è morta nel 2016 - con mia madre completamente fuori di sé, urlava, si era sporcata, si tirò via i vestiti, a Parma un metro di neve, 7 gradi sotto zero. Alle 4 e mezzo del mattino l’ho pulita più o meno, l’ho vestita, l’ho portata a fare un giro con un faretto glaciale, a Barriera Bixio, alle 6 e mezza del mattino apriva il bar, le ho preso cappuccino e cornetto, come piaceva a lei, il cuore infranto, un sorriso e un fiume di lacrime dentro. La portai a casa e le dissi “mamma, adesso facciamo la doccia insieme”. Siano entrati tutti e due, nudi, a fare la doccia, tra mamma e figlio non c’era più quel pudore di quando ero ragazzo, era un figlio che curava una mamma. Quando siamo usciti lei si è voltata, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto “Giovanni, perdonami”. Poi si è rigirata e si è persa completamente. Di corsa ho cercato una casa di cura comunale vicino a casa e per sei mesi non sono andato a trovarla, mi faceva troppo male. Avevo una depressione in atto, me l’avevano detto. L’Alzheimer ha una quota molto alta tra le malattie degenerative degli anziani. Andai a Nizza da Dalila Di Lazzaro, un’amica da tanto tempo, guardammo la tv, ci abbracciamo e nel lettone mi addormentai subito, la prima notte di sollievo».
Per l’Alzheimer le istituzioni aiutano?
«Le istituzioni, se sai attivarle, fanno il minimo indispensabile. Non la butterei in politica. Dovrebbero esserci un’assistenza e un protocollo anche per malattie degenerative. Ma noi siamo un popolo di goliardi, spesso la droga la fa la padrona. Nel Tevere hanno trovato molte tracce di cocaina… Se mi capita di aver a che fare con persone alterate mi sento ancora più solo e per la strada è un pericolo…».
Ti è accaduto di sognarla, tua madre?
«Sì, mi è apparsa in sogno tre o quattro volte da quando è morta, ma stato un sogno amaro perché è stata una voce al telefono e diceva che non tornava a casa, oppure in cucina, ma di schiena, senza mai vederla in viso».
Ieri eri in sala registrazione. Hai ripreso l’attività.
«Sì, con un cortometraggio su valori/denaro, per stimolare le generazioni di oggi a non pensare che sei potente perché hai il denaro. Il mio nuovo tour partirà probabilmente in autunno».
Una canzone del repertorio italiano che più hai ascoltato?
«Battiato, La cura, simbolicamente dedicata a tutti, anche con una risatina, “curatevi”».







