Chris Giudice: «Per i giovani Internet è l’università fai da te di satanismo e violenza»
Chris Giudice è dottore in storia e sociologia dell’esoterismo occidentale, ed è probabilmente lo studioso che meglio conosce le nuove forme di satanismo che si diffondono a partire dai gruppi online. Circoli come quelli che frequentavano in Rete anche alcuni ragazzi italiani che nelle ultime settimane hanno fatto parlare di sé sulle pagine di cronaca. Ad esempio il diciassettenne di Perugia che è stato fermato per terrorismo di recente e progettava una strage a scuola.
Tanto si è scritto riguardo le frequentazioni online di questi ragazzo. Satanismo, accelerazionismo, neonazismo. Raccontata così sembra una commistione perfino un po’ caricaturale di suggestioni. Di che gruppi parliamo davvero?
«Non siamo di fronte a semplici spauracchi, ma il racconto mediatico tende a essere impreciso. Nella maggior parte dei casi non esistono ordini occulti o società segrete con strutture stabili o catene di comando chiaramente identificabili. Piuttosto, ci troviamo di fronte ad ambienti fluidi, spesso privi di confini chiari tra partecipazione, osservazione e semplice esposizione. Il riferimento più noto resta l’Order of nine angles, un ordine occulto di area satanista nato in Inghilterra tra gli anni Settanta e Ottanta. A partire dagli anni 2010, però, il suo materiale ha iniziato a circolare online in modo sempre più autonomo, perdendo il legame con un contesto unitario. In questa fase, più che un’organizzazione, si ha una circolazione di materiali che possono essere riutilizzati in contesti completamente diversi».
Come nel caso di Perugia.
«Il caso di Perugia mostra come questi elementi si inseriscano oggi in ecosistemi più ampi: non solo riferimenti all’occulto, ma anche immaginari legati ai mass shooter, simbologie neonaziste e retoriche accelerazioniste. In questi ambienti, la violenza assume una dimensione performativa, quasi simulata in anticipo. Accanto a questo emergono fenomeni come 764 o No lives matter, che non sono ordini in senso proprio ma ambienti digitali frammentari. Qui l’occulto funziona soprattutto come linguaggio: elementi simbolici usati spesso fuori contesto per intensificare la trasgressione. Il punto non è tanto “chi appartiene a cosa”, quanto il fatto che esista un lessico condiviso - esoterico, nichilista e politico - che circola liberamente online e che rende possibile una forma di partecipazione anche senza un reale coinvolgimento strutturato».
Quali sono gli obiettivi di questi gruppi?
«Non esiste quasi mai un obiettivo unitario. Più che un progetto, si tratta di una postura: la trasgressione estrema come strumento di trasformazione individuale. Nel caso dell’Order of nine angles, questo è esplicito: il superamento dei limiti viene concepito come pratica. Quando questi contenuti circolano fuori contesto, però, perdono struttura e vengono semplificati. Il caso di Perugia è esemplare: il riferimento alla Werwolf division e ai mass shooter mostra un immaginario costruito attraverso elementi diversi - suprematismo, cultura mass shooter, retoriche accelerazioniste - in cui la violenza viene pensata e, in parte, messa in scena prima ancora di essere compiuta, anche attraverso la ricerca e la condivisione di materiali tecnici, manuali e istruzioni, che trasformano l’idea in qualcosa di operativamente praticabile. In ambienti come 764 o No lives matter, questa logica si radicalizza: la trasgressione diventa fine a sé stessa, un gesto da compiere e talvolta da condividere. La violenza diventa performativa. L’obiettivo non è tanto cambiare il mondo in modo strutturato, quanto mettere alla prova sé stessi attraverso il superamento dei limiti, anche in assenza di un obiettivo esterno chiaramente definito».
Ma questi ambienti attirano soltanto giovanissimi o anche adulti?
«L’ingresso oggi è quasi sempre giovanile. I canali sono quelli dell’ecosistema digitale: Telegram, Discord, Signal, ma anche chat legate ai videogiochi. Non si tratta di percorsi di studio, ma di traiettorie informali: si entra in una chat, si seguono link, si condividono materiali, spesso senza una piena consapevolezza del contesto. Non è un caso che videogiochi come Roblox abbiano limitato le funzionalità di chat, introducendo verifiche dell’età e restrizioni nei contatti tra utenti, proprio per ridurre questo tipo di esposizione. Il passaggio verso contenuti più estremi avviene in modo graduale. Gli adulti sono presenti, ma meno visibili: possono facilitare o orientare, ma raramente emergono come punti di riferimento espliciti. Il primo contatto avviene quindi molto presto, all’interno di spazi digitali che possono diventare, nel tempo, luoghi di radicalizzazione».
Esiste un vero e proprio reclutamento?
«Non nel senso classico. Non ci sono affiliazioni formali né rituali obbligati. Il modello è più sfumato e spesso più efficace. Si tratta di esposizione progressiva: si entra per curiosità e si resta perché il contenuto diventa via via più radicale. Il passaggio è graduale e spesso poco consapevole. Più che una figura che recluta, c’è un ambiente che orienta e che, attraverso la ripetizione e l’esposizione continua, rende certe posizioni progressivamente plausibili. Chat e gruppi funzionano come spazi di normalizzazione, in cui certi linguaggi diventano familiari. A questo si aggiungono dinamiche di riconoscimento e appartenenza, che rafforzano il coinvolgimento. In alcuni casi emergono anche forme di pressione più dirette, ma restano inserite in un ecosistema che funziona senza una struttura formale».
In estrema sintesi: in che cosa crede un odierno satanista?
«Serve distinguere. Esistono forme di satanismo contemporaneo strutturate e non violente - come la Church of Satan o il Temple of Set - che non hanno nulla a che vedere con questi contesti. Negli ambienti più frammentari, invece, il satanismo non è tanto un sistema di credenze quanto un insieme di pratiche. Al centro c’è il superamento dei limiti: infrangere tabù, costruire un’identità in opposizione. Questo lo colloca nell’ambito della Left-Hand Path, ma in forma semplificata. Rimane l’elemento operativo: l’atto, la trasgressione, la prova. Non c’è una dottrina vera e propria, ma materiali usati spesso fuori contesto. A questo si aggiunge l’ibridazione con linguaggi politici estremi e con una cultura digitale che amplifica e ricombina i contenuti. Si tratta, più che di un sistema di credenze, di una pratica identitaria, che non richiede una piena adesione teorica, ma piuttosto una disponibilità all’azione».
Secondo lei quelle che abbiamo descritto sono manifestazioni, magari estreme, di disagio come spesso si dice? Qualcosa di simile a quello che un tempo erano i sassi dal cavalcavia, per citare un triste esempio?
«Il disagio è una componente, ma non basta a spiegare il fenomeno. Ridurre tutto a malessere giovanile rischia di semplificare. Qui non siamo davanti a un gesto impulsivo. Questi atti si inseriscono in un quadro di riferimenti - testi, simboli, narrazioni - che li rendono significativi per chi li compie. C’è spesso preparazione e, in alcuni casi, una vera e propria messa in scena anticipata. Il confronto con episodi come il lancio di sassi è fuorviante: lì prevale l’impulso, qui una costruzione di senso, anche rudimentale. Questo elemento è centrale per comprendere il fenomeno. Il gesto viene percepito come qualcosa che dimostra, che si inserisce in una traiettoria. È un modo di dare senso all’azione, anche in forme estreme, e di collocarsi in una narrazione personale».
Questi occhi, così intensamente celesti ed evocativi, gli occhi di Dalila Di Lazzaro, che lei tende finanche a minimizzare, hanno visto il successo ma anche il dolore, soprattutto quello per la perdita del figlio Christian. E quello che, purtroppo, continua a persistere e a limitare i suoi spostamenti, dovuto a una caduta in motocicletta nel 1997, a Roma, per colpa di una buca sul selciato.
L’attrice e modella (altezza: 1,80), di cui fa piacere cogliere una leggera inflessione friulana rimasta, è ambasciatrice e portavoce del dolore neuropatico cronico attraverso un’associazione, Nevra (www.nevra.it). A complicarle la vita ha contribuito anche il vaccino per il Covid.
Dalila, sei nata a Udine nel gennaio 1953. Cosa vorresti ricordare di questa città nella tua infanzia?
«La libertà dei bambini, che potevano giocare per strada, andare in bicicletta… Prendevo la bici e, con le forbici, andavo a rubare le rose che sbocciavano nei giardini delle ville dando sulla strada. E c’era questo profumo di tiglio, t’inebriava».
Com’eri da bambina?
«Tendevo a essere solitaria. Inventavo, immaginavo. Nel grande giardino di casa, laggiù in fondo, addomesticavo le galline. Ero bravissima. Uno dice che le galline son stupide e invece no. Mi abbracciavano, pensa tu… Mi mettevo su un muretto più alto, gli mettevo i semini e loro venivano. E poi c’era un fico meraviglioso. Passavo ore a mangiare i fichi che mi facevano venire l’irritazione negli angoli della bocca. Poi, verso sera, mi distendevo e guardavo la luna, pensando “cosa pagherei per andarci…”».
È vero che tuo padre faceva il pugile?
«Sì, pesi massimi. Si allenava con Carnera, che gli ruppe il naso. Era alto 1, 90, proprio un boxeur professionista, fece incontri in Francia, Jugoslavia… Questo prima di sposarsi. Poi mollò è diventò vigile urbano di Udine. Vide arrivare una bellissima ragazza in bicicletta, mia madre. La rivide e andò a finire che si sposarono. Andavano in giro in moto».
Fratelli o sorelle?
«C’è mia sorella Daniela, che vive a Udine, e un’altra, purtroppo venuta a mancare. Eravamo in tre sorelle».
Eri ribelle?
«Ero pacifica. Mia madre mi diceva “vai a prendermi le sigarette, vai a giocare la schedina”, faceva freddo d’inverno, con la nebbia. Dicevo sempre sì. Anche perché mia sorella Daniela era ribelle, rispondeva male e prendeva qualche ceffone».
Poi la gravidanza, gli inizi come modella…
«Il fatto di essere rimasta incinta a 15 anni ha dato molto fastidio ai miei. Andai a casa di mio marito, ma a mia suocera ’sta cosa non andava bene. Diceva “almeno vai a lavorare” e una sua amica ha cominciato a fare sfilate… Però nella mia vita ho sempre avuto l’angoscia che tutti gli uomini mi mettevano le mani addosso, le violenze da bambina di 5 anni in su, l’ho scritto nei miei libri. A 17-18 anni a Milano feci foto per Grazia, Gioia, Vogue… Mandavo i soldi a casa, mio figlio era dai miei. Poi l’agente mi disse “c’è un’occasione a Roma” e mi trasferii».
A Roma come andò?
«Iniziai con le pubblicità e andai a vivere in affitto con una ragazza che faceva la hostess. Poi cominciarono i film, potendo così mandare più soldi per il piccolo e finalmente portarlo a Roma. C’erano anche i furbi, un sottobosco tremendo, ti chiamavano per fare foto, volevano ti mettessi nuda. Per l’educazione avuta dai miei genitori, molto severi, meno male l’ho scampata sempre, sempre, li mandavo a quel paese e scappavo via».
Con il padre del tuo amatissimo Christian, nato il 5 aprile 1969, ti sposasti?
«Sì, mi sono sposata, io 15 e lui 17. Il viaggio di notte lo facemmo insieme alla suocera perché non ci prendevano in albergo, essendo minorenni. Durò circa 3 anni e mezzo. Poi a 18 anni sono andata a Roma».
Vi siete rivisti dopo?
«Non l’ha presa bene».
E per vostro figlio?
«Io glielo mandavo espressamente, tramite mia madre, ma trovava scuse. Non ho mai voluto una lira, ho mantenuto io mio figlio, e gli parlavo sempre, sempre bene di suo padre, mai parlato male. È questo che bisogna fare con i bambini. Con suo padre ha sempre avuto un rapporto tranquillo».
Il tuo ex-marito è vivente?
«Sì».
Poi con i film, oltre 40 cui hai partecipato, sei diventata famosa. Quali quelli cui sei più legata?
«Io direi Oh, Serafina! (1976, ndr) di Lattuada, il mio lancio nel cinema. Luigi Comencini, quando ero alle prime armi, mi ha fatto fare l’infermiera di Bette Davis nel film Lo scopone scientifico con Sordi e la Mangano. È stato molto carino con me, mi prese per tre film. Poi Jacques Deray (Tre uomini da abbattere, 1980, ndr) con Delon in Francia».
In Oh Serafina! come fu il rapporto con Pozzetto?
«Non era un uomo così affabile. Dopo il set si ritirava sulla sua roulotte… Il giorno della scena finale, in centro a Milano, pioveva che Dio la mandava, c’era un’attrice di teatro che nel film faceva la sua tata, non avevamo la roulotte, chiesi a Lattuada di metterci al riparo. Bussò alla roulotte e Pozzetto ci fece entrare, ma doveva essere lui a rendersi conto…».
Hai spesso fatto parti di femme fatale in storie di passioni anche oscure. Ti consideri una femme fatale?
«No, no, no. Si vede il mio fisico. Ho detto di no per 4 anni per far film mezza nuda, che andavano di moda, perché non li sopportavo. Al mio agente dicevo che volevo fare film che lasciano un segno, drammatici, impegnativi».
Alain Delon...
«A 14-15 anni in camera mia avevo il poster. Sono crescita col mito di Delon. Fu un’emozione. Mi corteggiava pesantemente, ma per questa storia non ero tanto per la quale, c’era Mireille Dark. Io dicevo, “ma Mireille?”. Poi la lasciò per altre attricette».
E Gianni Agnelli?
«Particolare, molto simpatico, buffo, mi faceva scherzi. Ma era un mondo un po’ particolare da cui cercavo di allontanarmi perché non aveva niente a che fare con il mio. Lui continuava a corrermi dietro. Un giorno gli dissi “mi sono fidanzata e ora non posso più seguirti” e lui rispose “ah, ho capito, allora hai un fidanzato che ti picchia, che ti picchia…” (imita la voce dell’Avvocato, ndr)… Risposi “ma no, mi sono innamorata”. Era legato, mi cercò per 3 anni, poi sono volata verso l’amore con questo ragazzo giovane».
Ti sei espressa a favore dell’adozione da parte di genitori non sposati.
«Nel periodo in cui Christian voleva un fratello o una sorella, volevo tanto adottare una bambina. Tutto in Italia è così complicato. Anche quando Christian è mancato, pensavo magari di dare una famiglia a un povero ragazzo in un orfanotrofio, perché no? Ma non hanno dato ascolto al cuore».
Già, Christian, purtroppo volato via a 22 anni in un incidente stradale a Roma. Lo senti vicino a te, lo sogni?
«No, per carità, in sogno morirei dal dolore, sarebbe un’emozione fortissima. Tutti i giorni, tutti i giorni, boh, non voglio dire niente, ho una grande sensibilità come donna, dovunque vado trovo dei cuori, se apro l’uovo si forma un cuore, ho migliaia di foto, un “buongiorno per sempre” che mi manda mio figlio. Questo mi dà una grande serenità, un barlume di luce verso la vita che sarà, dopo questa».
Sei devota a Sant’Espedito…
«Io sono devota a Dio, a Gesù, alla Madonna, a Padre Pio, sono cristianissima, e anche a Sant’Espedito. Lo prego perché ho problemi con il dolore neuropatico, è come avere un leone che ti sbrana la schiena, e lui è un santo per richieste impossibili. È vicino a casa, in una chiesa, metto una candela, gli dico una preghiera. Un italiano su quattro soffre di dolore neuropatico cronico, è micidiale».
Originato dall’incidente motociclistico?
«Sono dovuta andare in America, un mucchio di soldi… per, purtroppo, capire quello che avevo».
Un po’ meglio dopo gli Stati Uniti?
«Era andata meglio… Ma con il Covid, dopo questi maledetti vaccini, ho avuto un crollo neuropatico mostruoso. Ho avuto problemi al cuore, al pancreas, poi ho vertigini mostruose, cosa che non avevo prima. Poi mi è venuta una cosa agli occhi».
Che marca di vaccino hai fatto?
«Pfizer, mortacci sua! Scusa se lo dico. Se li avessi davanti li ammazzerei quelli che ci hanno imposto questo vaccino. Se ti fai il vaccino e poi ti viene il Covid che roba è? L’anno prima del Covid ho fatto quello per la Sars, tre volte ricoverata al Policlinico con broncospasmi micidiali che mi sembrava di soffocare e questo era l’anticipo di quello che ci volevano iniettare. Tanti amici miei che se ne sono andati…».
Tornando a Sant’Espedito?
«Nella mia famiglia ha fatto un miracolo, a mio cognato, a me no… Stava per morire per un tumore al fegato. In ospedale gli diedi il santino, “pregalo”. L’ha fatto, ora sta bene, il tumore è sparito, il diabete sceso, sta benissimo. Io gli chiedo “fa’ che la guerra finisca nel mondo”».
Protagonista dello spot del collirio Octilia, 1986. L’autista vede i tuoi occhi nello specchietto retrovisore. Da chi li hai presi?
«Sia il papà sia la mamma avevano occhi azzurri bellissimi. I miei occhi hanno visto cose bellissime e cose bruttissime. Mi auguro adesso di continuare ad amare la vita, un dono immenso».
Manuel Pia, bravo musicista, il tuo compagno, mi ha fatto ascoltare una sua canzone, I bambini delle fate.
«È una compagnia meravigliosa che Dio mi ha mandato. Ero molto scettica. Avevo la porta chiusa con sette mandate, perché di matti se ne incontrano tanti. Mi ero chiusa un po’ in me stessa. In una serata di 14 anni fa ho visto questo ragazzo con i capelli lunghissimi che suonava la chitarra in maniera pazzesca. Poi al bar mi sono sentito bussare sulla spalla. “Vorrei mandarti la mia musica”. Rimasi stupita dalla sua sensibilità. L’ho chiamato. Tra un caffè e l’altro, dopo sei mesi, siamo diventati intimi».
Vorresti rivedere i luoghi della sua infanzia a Udine?
«Mi piacerebbe tanto, ho un piccolo cane. Hanno tolto gli aerei. Non posso andare in auto per via del dolore neuropatico che mi costringe alla morfina. Ma ci tornerò, perché la mia nipotina Francesca, la figlia di mia sorella, mi vuole abbracciare…».
Prenotazioni a rilento e disdette, agenzie turistiche sotto stress. «Se i voli dovessero diminuire, condizionando i flussi delle partenze e degli arrivi in Italia, c’è il rischio di un colpo di grazia per il settore. Le agenzie turistiche sono sopravvissute al Covid con grandi difficoltà, dimostrando capacità di gestione della crisi ma questa volta la situazione, se prolungata, potrebbe mettere a terra il comparto».
Franco Gattinoni, presidente del Fto, la Federazione del Turismo organizzato lancia l’allarme. «Abbiamo fatto presente al governo le problematiche degli esercizi, siamo stati ascoltati con attenzione ma ora alle parole dovrebbero seguire i fatti. Il settore non può essere lasciato da solo».
Avete una stima delle disdette?
«Un paio di settimane fa si è manifestato un rallentamento delle prenotazioni del 20% rispetto alla media stagionale poi salito al 30% e ora nella settimana di Pasqua c’è stato un lieve miglioramento ma siamo sempre al 20% in meno dello standard di questo periodo. Considerate che prima della guerra in Iran, le agenzie turistiche facevano un +6-7% di prenotazioni. Stiamo risentendo del calo delle prenotazioni americane che sono quelle più importanti per il comparto».
C’è chi dice che ci sarà una maggiore scoperta dell’Italia, come avvenuto subito dopo il lockdown, cosa ne pensa?
«È una stupidaggine colossale. Vorrei sapere su quali basi un turista dovrebbe pensare che l’Italia, pur essendo vicino all’area di guerra, dovrebbe essere più sicura di altre mete. Perché dovrebbe venire qui da noi invece che andare in Spagna, o in Brasile o in Giappone. Se poi si ritiene di poter salvare la stagione estiva solo con le presenze italiane si commette un altro errore. Se un connazionale rinuncia al viaggio oltre confine per paura di rimanere bloccato in un aeroporto e decide allora per una meta italiana, non risolve il problema del settore. Il turista che occupa gli alberghi di lusso del nostro Paese, che spende cifre importanti per fare shopping, mangiare e divertirsi, non è certo quello italiano. Se dovesse venire a mancare questo flusso di stranieri, o ridursi in modo consistente, per il turismo sarebbe una stangata».
Rischio chiusure?
«Non siamo ancora a questa emergenza ma ci stiamo avvicinando, perché ogni giorno che passa la situazione si aggrava e sembra senza via d’uscita e la stagione estiva, con l’anticipo delle belle temperature, è già iniziata. Le agenzie di viaggio non hanno un’alta profittabilità, non possono ammortizzare lunghi periodi di cali nelle prenotazioni. Siamo usciti dal Covid con le casse vuote ed è stato durissimo rimetterci in movimento. Poi abbiamo avuto due anni buoni, il movimento turistico è ripreso in modo importante, con numeri anche superiori alle previsioni e pensavamo di essere usciti definitivamente dal tunnel. Questa doccia gelata non ci voleva. Se le prenotazioni crollano, i costi fissi continuano a correre».
Quindi?
«Non possiamo lasciare i dipendenti a casa o non pagare gli affitti dei locali. Poi c’è il tema che la crisi avvantaggia gli operatori digitali che possono sopportare le cancellazioni perché non hanno gli oneri di un esercizio fisico e pagano le tasse all’estero anche extra Ue. Basta vedere quello che è successo con l’e-commerce, con Amazon, che hanno distrutto il commercio tradizionale provocando la chiusura di tanti piccoli esercizi commerciali di prossimità. Le agenzie di viaggio rischiano di fare la stessa fine. Non c’è tempo da perdere. Per questo abbiamo chiesto al governo un sostegno».
Che tipo di aiuti avete chiesto?
«Sarebbe necessario un supporto soprattutto per le piccole e medie imprese, magari solo per affrontare l’emergenza del momento. Il problema però è che non c’è velocità decisionale da parte del governo. Con il Covid gli aiuti sono arrivati un paio di anni dopo la pandemia e nel frattempo le agenzie hanno dovuto far fronte con soldi propri alla crisi. Per far fronte a questa ennesima situazione critica della quale non si intravede un’uscita in tempi brevi, sarebbe necessaria una qualsiasi forma di defiscalizzazione o un intervento sui contributi per i dipendenti. Si fa un gran parlare del valore strategico del turismo che rappresenta il 13% del Pil ma poi al momento di dare un supporto al settore di perde tempo».
Che tempi prevede?
«Le agenzie di viaggio hanno già raschiato il fondo del barile e con un altro mese di incertezza e di calo delle prenotazioni, rischiano il collasso. O di consegnare il comparto a operatori stranieri. L’abitudine dei governi è di curare il malato quando è morto. Ora la situazione è brutta ma non drammatica, continuano ad arrivare le prenotazioni anche se inferiori alla media stagionale. Ma se i voli dovessero subire un drastico ridimensionamento, allora sarebbe un guaio. Perdere l’estate significa perdere un periodo decisivo per ogni agenzia di viaggi. Non si può pensare di poter contare solo sul turismo interno. I grandi alberghi della Costa Smeralda hanno una clientela internazionale. Il ricco italiano che passa le vacanze in Sardegna, ha di solito una propria abitazione, non va nell’hotel cinque stelle lusso. Senza gli americani non andiamo da nessuna parte. Abbiamo già dovuto rinunciare ai russi, a causa della guerra. Sono questi i flussi che fanno business».
Daniele Dell'Orco racconta il Libano come un fronte dimenticato ma ancora in fiamme: bombardamenti continui, un Paese diviso tra Hezbollah e oppositori, e comunità civili, soprattutto cristiane, strette tra due fuochi. Una guerra che dura da decenni e che oggi rischia di degenerare ulteriormente.







