Il generale Giorgio Battisti lancia l'allarme: nel mirino non c'è solo il Medio Oriente, ma anche il Mediterraneo e il Sud Italia, dove si trovano basi strategiche NATO e americane.
Cosa sta succedendo nello Stretto di Hormuz? Gli impatti sui prezzi del gas e dell’energia elettrica in Italia. Ospite Diego Pellegrino, portavoce di Arte, Associazione Reseller e Trader dell’Energia.
La guerra di Usa e Israele contro l’Iran arriva dopo anni di martellamento mediatico e cinematografico, ci spiega il generale Marco Bertolini. Un’operazione per preparare l’opinione pubblica.
Esplosioni a Teheran il 2 marzo 2026. Nel riquadro, Daniele Ruvinetti (Ansa)
L’esperto Daniele Ruvinetti: «Netanyahu intende chiudere i conti con gli ayatollah e ridisegnare gli equilibri in Medio Oriente. La campagna però potrebbe non essere tanto breve».
Daniele Ruvinetti, esperto in geopolitica e senior advisor della fondazione Med-Or, l’attacco in Iran era previsto, ma l’Italia non è stata avvertita.
«La portata storica dell’operazione suggerisce una lunga fase di preparazione, confermata anche da indiscrezioni sul lavoro di intelligence, secondo cui la Cia avrebbe monitorato da mesi i vertici iraniani in coordinamento con il Mossad. Il fatto che l’Italia non sia stata avvertita non rappresenta un’anomalia isolata: anche altri Paesi, come la Francia, non sarebbero stati pre informati. Operazioni di questo tipo vengono gestite con il massimo livello di segretezza per evitare fughe di notizie; alcuni alleati vengono informati durante o subito dopo l’avvio dell’operazione, altri no. Ci sono anche aspetti tecnici dietro a certe dinamiche».
Quanto durerà?
«È difficile immaginare una campagna breve. Secondo alcune valutazioni potrebbe durare almeno quattro o cinque settimane, ma molto dipenderà dagli obiettivi politici e militari reali. Se l’obiettivo è un cambio di regime, questo risulta estremamente complesso da ottenere solo con una campagna aerea, in assenza di un’opposizione interna organizzata, anche militarmente, e in sostanza di forze anti regime sul terreno. Senza questi elementi, una campagna di questo tipo tende inevitabilmente a prolungarsi».
Qual è l’obiettivo di Israele? Circondarsi di Stati amici?
«L’obiettivo principale sembra essere quello di chiudere definitivamente i conti con la Repubblica islamica in un momento percepito come di particolare debolezza per Teheran, anche a causa dell’indebolimento dei suoi proxy regionali come Hezbollah, Hamas e in parte gli Houthi. Indebolimento prodotto dalla campagna israeliana dopo l’attacco subito il 7 ottobre 2023. In un quadro più ampio, Israele con l’appoggio degli Stati Uniti, mira a ridisegnare gli equilibri di potere in Medio Oriente, favorendo una nuova architettura regionale che includa la normalizzazione dei rapporti con diversi Paesi arabi nell’ambito degli Accordi di Abramo».
Secondo lei esistono anche obiettivi di espansione territoriale? Esiste nella mente di Netanyahu la mappa di una Israele che noi non vediamo?
«Attualmente, non emergono elementi concreti che indichino obiettivi di espansione territoriale. Piuttosto, l’operazione viene interpretata come un tentativo di rafforzare la posizione di Israele come potenza dominante nella regione e di ridefinire l’architettura politica e di sicurezza mediorientale».
La morte di Khamenei basterà a far cadere il regime?
«Non necessariamente. L’Iran dispone di una struttura di potere estremamente consolidata, e resiliente, che non dipende da una sola figura, per quanto quella di Khamenei possa essere cruciale per la teocrazia. Oltre alla leadership religiosa, esiste il potere fattuale dei Pasdaran, molto forte sia sul piano militare sia su quello economico. Anche nel caso dell’eliminazione della Guida suprema, dunque, il sistema potrebbe riorganizzarsi rapidamente nominando un successore, rendendo improbabile un crollo immediato del regime».
In questo scenario qual è il ruolo dell’Europa?
«Il ruolo europeo appare marginale sul piano militare e strategico, dominato dagli attori regionali e dagli Usa. L’Europa può però svolgere una funzione diplomatica, spingendo per la cessazione delle ostilità, e deve concentrarsi sugli effetti economici ed energetici. Una possibile chiusura dello stretto di Hormuz, già aggravata dalle difficoltà nel Mar Rosso, rappresenterebbe un rischio significativo soprattutto per le forniture di gas provenienti dal Qatar, ma in generale per l’intero quadro geoeconomico che collega Asia ed Europa e che passa dalla regione indo-mediterranea, attualmente oggetto delle operazioni militari».
Nelle ultime ore molte polemiche intorno al ministro della Difesa Crosetto che si è ritrovato bloccato a Dubai. È davvero indice di isolamento internazionale?
«Non necessariamente. L’attacco a Dubai non era facilmente prevedibile nelle primissime fasi del conflitto, quando ci si aspettava piuttosto ritorsioni contro obiettivi militari o Paesi che ospitano basi statunitensi. Dubai è un hub turistico e finanziario internazionale, e non era prevedibile totalmente un iniziale coinvolgimento. La rapidità e l’ampiezza della risposta iraniana, legata anche alla portata simbolica dei primi attacchi subiti, in particolare all’eliminazione di Khamenei, hanno reso la situazione altamente fluida e difficile da anticipare».
Un altro argomento sbandierato nelle ultime ore è quello della violazione del diritto internazionale. Ha ancora senso parlarne?
«Il multilateralismo si sta spegnendo e con lui anche gli enti basati su di esso. Organismi come l’Onu, come altri organismi che dovrebbero far rispettare il diritto internazionale ormai sono costantemente violati. Siamo in una fase completamente diversa, quando cambiano le regole non possiamo continuare a giocare con le regole vecchie, bisogna adattarsi alle nuove regole anche se non siamo noi ad averle cambiate».
Quindi chi in Italia oggi parla di diritto violato deve un po’ aggiornarsi?
«Tutti vorremmo che le crisi si risolvessero solo a livello diplomatico, ma bisogna adattarsi ad un mondo che sta cambiando e che non sarà più come quello di prima. Occorre essere più realisti, a volte pragmatici: l’Onu non sempre è, ed è stato, in grado di affrontare in termini risolutivi le crisi. Ora siamo in una fase in cui alcuni attori si muovono in modo diretto, unilaterale o bilaterale, senza aspettare i meccanismi delle Nazioni unite».
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Nel riquadro Michela Marchi. Sullo sfondo la Msc Euribia (Ansa)
La nostra connazionale Michela Marchi è a bordo di una nave da crociera: «Impossibile parlare con ministero, ambasciata e consolato. Sui cellulari messaggi in arabo lanciano l’allarme missili e ci dicono di raggiungere un bunker».
I circa 200 studenti italiani coinvolti nel progetto «Ambasciatori del futuro» e bloccati a Dubai dovrebbero rientrare oggi pomeriggio con un volo di Stato, assieme ai loro accompagnatori. L’ha comunicato ieri ai genitori la World students connection, organizzatrice della settimana di simulazione diplomatica. I ragazzi, prelevati dai loro alberghi alle 7 di questa mattina (ora locale), sono scortati ad Abu Dhabi da dove un aereo li porterà a Milano Malpensa. Se non ci saranno ritardi e pregando perché non intervengano altre complicazioni, a metà pomeriggio abbracceranno mamma e papà.
Ben più complicata è la situazione per gli altri italiani, circa 30.000 connazionali «solo a Dubai e Abu Dhabi», come riferiva ieri il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Da ieri sera Emirates ha iniziato a operare un numero limitato di voli, avvisando che la priorità è per chi aveva prenotazioni precedenti che verrà avvisato direttamente. Tutti i punti per il check‑in a Dubai rimangono infatti temporaneamente chiusi. Per la maggior parte degli italiani che intendono rientrare, lavoratori, sportivi, turisti, è tutto ancora molto difficile. Alcuni sono potuti partire da Abu Dhabi, mentre resta l’attesa per la riapertura degli scali di Doha.
Michela Marchi, 51 anni, originaria di Brescia, architetto e consulente tecnico (Ctu) presso il Tribunale di Vicenza, è tra gli oltre 500 italiani bloccati a bordo della nave da crociera che doveva toccare le principali destinazioni degli Emirati Arabi. «In linea con le indicazioni delle autorità di sicurezza nazionali e internazionali, Msc Euribia rimarrà nel porto di Dubai fino a nuovo avviso. La situazione a bordo è sotto controllo e i nostri ospiti e membri dell’equipaggio sono ben assistiti», ha dichiarato in un comunicato la compagnia leader del settore, spiegando che «le operazioni di volo nella Regione sono attualmente soggette a restrizioni e in continua evoluzione». Michela, però, non è affatto tranquilla e ha deciso di rientrare in Italia come racconta alla Verità.
Quando è arrivata a Dubai?
«Sabato 28 febbraio alle 5 del mattino. Ero partita da Roma Fiumicino venerdì sera, assieme ad alcuni amici. Avevo bisogno di una settimana di vacanza, di staccare dalle tensioni del lavoro».
Invece?
«Appena arrivati, con il bus ci hanno portato subito al porto Rashid e la cosa è sembrata strana. In genere si ha una mezza giornata libera, prima dell’imbarco e tutta questa fretta era sospetta. Però abbiamo preso alloggio in cabina e solo due ore dopo è arrivato l’annuncio del comandante».
Che cosa vi ha detto?
«“Buongiorno, vi confermo che Msc ha a cuore la sicurezza dei passeggeri”. Ci siamo guardati in faccia, non capivano il senso del messaggio. Abbiamo acceso i cellulari e letto dell’attacco all’Iran».
Come avete reagito?
«Tempestando di chiamate l’Unità di crisi della Farnesina. Non rispondeva nessuno, non era stata ancora attivata la task force».
Ma in caso di grave emergenza all’estero è raggiungibile a un numero telefonico, così legge sul sito del ministero.
«Non ci hanno mai risposto, neppure domenica. Anche oggi (ieri per chi legge, ndr) non siamo riusciti a parlare con qualcuno. Impossibile comunicare con l’ambasciata italiana ad Abu Dhabi o con il consolato generale a Dubai durante il fine settimana: gli uffici sono rimasti chiusi fino a lunedì mattina».
Ma c’era l’emergenza attacco all’Iran e lancio missili su Dubai!
«Ci siamo sentiti isolati, il panico aumentava. Sulla nave gli italiani sono almeno 500 su un totale di più di 6.000 passeggeri. Capisce bene che possiamo essere un obiettivo facile da colpire. Durante la notte, poi, è stato peggio».
Per i bagliori dei droni intercettati, le esplosioni, i rumori della contraerea?
«Per quello che sentivamo e perché nella notte tra sabato e domenica i cellulari sono squillati più volte, con messaggi di allarme prima in lingua araba, poi tradotti, che comunicavano l’arrivo di un missile. “Allontanatevi dalle finestre e andate in un luogo sicuro”, ci veniva detto. Ma dove potevamo andare, su una nave da crociera? Lo spavento è stato tanto, anche perché il messaggio veniva ripetuto: “Affrettatevi a raggiungere il bunker”».
Quante altre navi da crociera sono ferme a porto Rashid?
«Noi vediamo solo questa, l’Euribia. E hanno aspettato domenica sera per comunicare che la crociera era stata annullata. Il vice capitano ha detto che tutte le ambasciate hanno dato un Qr code dove registrarsi alla Msc, per sapere quali connazionali sono a bordo, l’Italia no. Vorrei sapere come fanno a mapparci».
Che cosa pensa di fare?
«A bordo non resto quattro settimane, ad aspettare che la guerra magari si intensifichi. Il comandante Paolo Benini ha detto che non ha informazioni su un nostro possibile rientro. Per fortuna sono riuscita a parlare con il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, che mi ha confermato che dall’Oman ancora si può viaggiare e raggiungere Zurigo. Sono scesa dalla nave, sotto mia responsabilità, per cercare un’agenzia di viaggi e vedere se ci organizzavano un transfer con bus, ma le agenzie sono chiuse per il Ramadan».
Proprio una congiura. Niente vacanza, niente rientro, al centro di una guerra internazionale.
«Ho trovato un taxi, domani mattina (oggi per chi legge, ndr) porta me e i miei due amici in Oman, all’aeroporto Muscat. Il conducente chiede 1.000 euro, sono quattro ore di viaggio. Non è stato semplice convincerlo perché i taxi arrivano solo fino al confine».
Vi muovete solo voi?
«So che passeggeri stranieri hanno lasciato la nave e forse sono già a casa loro. Non mi risulta che altri italiani vogliano muoversi, dicono che hanno paura. L’ambasciata italiana lunedì mattina si è limitata a dire che l’Oman al momento rimane aperto e che se vogliamo possiamo raggiungerlo sotto nostra responsabilità… Certo che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, poteva fermarsi a Dubai a coordinare le operazioni di rimpatrio dei tantissimi connazionali, invece di tornarsene in Italia».
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