Monsignor Giovanni D’Ercole legge il nostro tempo come un’epoca di emergenze permanenti: paura, crisi continue, identità smarrite. Nell’intervista parla di manipolazione culturale, fede indebolita, ideologie sostitutive e del bisogno urgente di riscoprire verità, radici e coraggio.
Marcello Foa (Imagoeconomica). Nel riquadro Jeffrey Epstein
- L’ex presidente della Rai Marcello Foa: «Nei file ci sono riferimenti a pratiche inimmaginabili. Temo che i veri colpevoli rimangano impuniti».
- Una parte consistente dell’élite che ha creato l’ordine globale è coinvolta nella vicenda. Per il «Me too» ribaltarono tutto quanto. Un pedofilo vicino al potere non fa notizia.
Lo speciale contiene due articoli.
Marcello Foa, questi Epstein files sono davvero una questione seria? Oppure oltre al clamore che si è sviluppato sul Web c’è poco?
«Gli Epstein files sono una questione serissima. Una quantità enorme di documenti, di cui però qualche migliaio non è stata resa pubblica per ragioni di Stato o perché contenenti materiale troppo sensibile. Insomma la parte più scottante, imbarazzante, lugubre non è uscita: il procuratore aggiunto Todd Blanche qualche giorno fa ha parlato di immagini di morte, ferite e violenze fisiche. Quella è una dichiarazione fortissima, quelle immagini non ce le hanno mostrate e sono le più atroci da concepire per il pubblico e le più pesanti per chiunque sia stato ripreso in quegli atti. Tutto questo ci dimostra che Epstein non era solo un pedofilo, ma faceva chiaramente delle cose oltre l’immaginabile, pratiche che probabilmente erano di stampo satanista».
Ma chi esce più colpito da questa storia? Quale personalità in particolare, quale mondo?
«Qui c’è una cerchia di potere che riguarda diversi ambiti: mondi politici, economici, case reali - quella britannica, quella norvegese - che ovviamente aveva delle frequentazioni molto imbarazzanti. E probabilmente una parte di questo mondo partecipava anche a riti orribili, violenze sessuali, torture su minori e chissà che altro. L’elenco delle persone che frequentavano Epstein è lunghissimo, da alcuni dettagli emergono aspetti sconvolgenti».
Ad esempio?
«Per esempio Epstein che riceve un messaggio da una persona che gli dice, riferendosi probabilmente a una ragazzina: “Vuoi che le faccia questo o che la torturi?”. Un altro gli dice: “Tornerò dall’Africa con due ragazzini, preferisci maschio o femmina?”. Si parla di ragazzini di 11 anni. Un’altra testimonianza parla di due ragazze che sarebbero state uccise e sepolte nel suo ranch. E poi c’è Epstein che quando parte la prima inchiesta del 2008 ordina oltre 1.200 litri di acido solforico, e ovviamente ci si chiede a che cosa mai potrebbe servire . Insomma ci sono in queste mail talmente tanti particolari e riscontri di pratiche - che vanno ben oltre le violenze sessuali - che dovrebbero essere oggetto di una campagna stampa imponente, basata su richieste di chiarimenti alle autorità».
E invece...
«E invece questa campagna non c’è, a parte qualche voce isolata. La Verità ha raccontato questa vicenda, ma quasi nessun altro l’ha fatto, e anche negli Stati Uniti la discussione è molto forte sui social e particolarmente su X, però i grandi media stanno trattando la vicenda occupandosi solo dei personaggi più famosi. Ma in realtà quello che sta emergendo è molto più pesante e inquietante».
Cioè?
«Ci sono ambienti, che qualche inchiesta ha raccontato, in cui sono diffuse pratiche inimmaginabili di violenze su bambini. Queste cose esistono e dovrebbero essere indagate e denunciate con forza. Il sospetto è che la vicenda di Epstein sia molto più scabrosa e grave di quanto finora emerso sui media».
Anche solo basandosi su ciò che è uscito finora, però, il quadro è decisamente inquietante. E sono coinvolti nomi imponenti, basti pensare a Bill Gates. Il quale smentisce ciò che gli viene attribuito nelle email, cioè la frequentazione di ragazzine russe e addirittura il tentativo di somministrare di nascosto alla moglie antibiotici per non farle contrarre malattie veneree.
«Bill Gates chiaramente ha smentito, che altro poteva fare? Chiunque avrebbe smentito, però quando si guarda l’intervista che hanno fatto alla sua ex moglie Melinda, si vede sul suo volto un grande dolore. Ed è indicativo. L’uomo già frequentava in modo assiduo Epstein, è molto probabile che sia andato con le ragazzine, questo episodio degli antibiotici è molto inquietante... La sua immagine pubblica viene comunque fortemente danneggiata».
Però la cosa sembra finire lì.
«Ho visto la dichiarazione di Todd Blanche dell’altro giorno. Dice: se avessimo avuto informazioni su uomini che hanno abusato di donne li avremmo perseguiti, ma non le abbiamo. Le indagini sono state chiuse in luglio. Insomma, nessun arresto. Beh l’impressione è che ci abbiano dato in pasto tutta questa enorme quantità di documenti ma che però la magistratura americana stia andando col freno a mano tirato, perché evidentemente il numero di persone coinvolte e il loro livello è talmente alto che preferiscono che tutto si risolva con il rumore mediatico, peraltro attutito. E si va oltre la destra e la sinistra, è uno scandalo trasversale. C’è anche questa nota dell’Fbi che risale al 17 marzo del 2025 in cui si dice che si devono censurare le immagini e i documenti che riguardano presidenti, segretari di Stato e Vip. Infatti i nomi delle corrispondenze di Epstein sono quasi tutti oscurati e questo fa comunque riflettere».
Crede insomma che a tutta questa storia sia stata messa una sordina.
«L’impressione è che da un lato l’amministrazione Trump sia stata costretta a diffondere tutti questi documenti, dall’altro mi sembra che ci sia un tale potenziale tellurico sul sistema - sui rappresentanti massimi del sistema in cui viviamo - che alla fine l’interesse condiviso sia quello di non spingere davvero sull’acceleratore. Dunque credo che alla fine i veri colpevoli oltre a Epstein rimarranno impuniti».
Citavo Bill Gates perché è un personaggio che ha esercitato e ancora esercita notevole influenza, ad esempio sull’Oms. Che non si apra almeno una riflessione su questo tema è curioso.
«In Europa qualcuno si è dimesso. E qui si torna al punto fondamentale: ma se non è successo niente perché si dimettono? Si dimettono perché ovviamente tutto questo è inaccettabile, però per esserci una vera svolta ci dovrebbe essere qualche incriminazione pesante. Todd Blanche dice che non ci sono prove degli abusi su ragazze, però ci sono le vittime di Epstein che hanno dichiarato di voler far uscire i nomi dei Vip con cui sono state. Queste ragazze hanno lasciato ore e ore di testimonianze, oggi sono donne mature che quando erano ragazzine sono state violentate, in un caso una ragazza diceva di essere stata violentata tre volte al giorno. Tutto questo non può passare sotto silenzio. Chi le ha violentate? Solo Epstein? E poi c’è un altro fatto di cui ci siamo dimenticati in queste ore».
Cioè?
«Sappiamo che Epstein registrava, come faceva il vecchio Kgb al tempo dell’Unione sovietica, i rapporti sessuali dei suoi ospiti. Il Kgb lo faceva nascondendo una telecamera dietro lo specchio della camera d’albergo, lui probabilmente lo faceva piazzando delle microcamere e poi registrava meticolosamente tutti gli incontri, e quello era l’elemento di ricatto che usava nei confronti dei suoi ospiti. Ebbene, di quella documentazione non si parla più, è chiusa rigorosamente in un cassetto di qualche procuratore di New York e credo che non verrà mai aperta. Per ora dalla enorme mole di materiale diffusa abbiamo dei flash, ma le parti più rilevanti sono quelle che riguardano presunte uccisioni e riti e quella dei ricatti sessuali. Entrambe restano coperte dal silenzio delle autorità statunitensi, che evidentemente su questi due aspetti preferiscono sorvolare».
Perché la stampa, anche italiana, se ne occupa poco?
«Come ho spiegato nel mio libro Gli stregoni della notizia, i media italiani seguono quel che fa la grande stampa americana. E la grande stampa americana da subito ci ha dato in pasto Trump, Bill Gates e poi anche Elon Musk, Il quale in realtà ha dimostrato di non aver mai incontrato Epstein e oggi è uno dei più duri, irriducibili sostenitori della verità totale, tanto che ha offerto protezione giuridica alle vittime o a chiunque denuncerà i Vip coinvolti e pubblica su X dei post chiedendo perché non ci sia stato ancora alcun arresto. E ha perfettamente ragione: che non ci sia stato alcun arresto dal 2019 è una cosa scandalosa. La grande stampa americana è andata alla ricerca di prove fumanti nei confronti di Trump e di qualche altro Vip, non le ha in teoria trovate e dunque continua a trattare la vicenda un po’ sotto tono. La stampa italiana segue quell’onda e poi è molto imbarazzata perché gran parte dei Vip coinvolti sono stati osannati, portati a esempio come Bill Gates, Bill Clinton e altri. Sono stati per anni osannati come esempi di leader virtuosi, ne escono macchiati e allora si preferisce non affondare il colpo. Il vero giornalismo in questo momento viene fatto sui social media e non sui media mainstream».
Per il «Me too» ribaltarono tutto quanto. Un pedofilo vicino al potere non fa notizia
Sembra quasi che non sia successo niente, che l’affare meriti giusto l’attenzione di qualche complottista e i post di Elon Musk. L’indignazione viene lasciata al popolo della Rete, che sugli Epstein files ribolle da giorni, forse perché si è reso conto. della portata del materiale. Per il resto, qualche articolo qua e là, qualche rigo in cronaca. Pochi i commenti indignati, forse perché la stampa impegnata e progressista sperava che l’osso da mordere fosse quello - piuttosto carnoso - chiamato Donald Trump, e invece si è ritrovata per le mani ben altro. Il risultato è che di questa montagna di materiale, in Italia ma non solo, si parla poco o comunque non abbastanza, e non sempre in maniera approfondita. Eppure siamo di fronte a uno degli scandali del secolo, forse il più scabroso. Uomini politici, manager, magnati, aristocratici, professori universitari e potenti di varia natura - questa è la notizia - frequentavano un uomo che, se va bene, era soltanto un pedofilo (ma forse è pure qualcosa di peggio: per ora risulta che si scambiasse con l’uomo d’affari emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem mail riguardanti «video di tortura», tanto per intendersi).
E già questo basterebbe, in altre condizioni, ad annientare carriere come se non ci fosse un domani. Ma ovviamente c’è di più. Alcuni di questi uomini hanno condiviso con il succitato abusatore delle pratiche innominabili, e forse pure altre che non ci è dato conoscere. Eppure non cadono teste a pioggia. Qui e lì c’è un ministro che pensa alle dimissioni, là c’è un riccastro che si scusa, poca roba. Nulla in confronto a ciò che lo scandalo Epstein potrebbe e dovrebbe provocare.
Prendiamo il solo Bill Gates. Sappiamo per certo che con Epstein aveva una frequentazione non casuale. Alcune mail che lo riguardano parlano di suoi rapporti con ragazzine russe. Altre raccontano di antibiotici che avrebbe voluto somministrare di nascosto alla moglie Melinda per evitare di attaccarle malattie sessualmente trasmissibili prese dalle suddette fanciulle. Chiediamo: qualcuno si ricorda che questo signore è il principale finanziatore della Organizzazione mondiale della sanità? Negli anni passati ha influito non poco sulle scelte globali in materia di vaccinazione e ha condizionato pure le vite di molti italiani. Non sarebbe forse il caso di domandarsi se valga la pena di continuare a restare in una organizzazione pagata da questo soggetto? È sorprendente che nessuno si ponga realmente il problema. Eppure una seria riflessione sul tema sarebbe il caso di aprirla, no? E in ogni caso sarebbe soltanto la punta di un iceberg di orrore. Il fatto è che una consistente parte della presunta élite che ha creato l’ordine globale dominante negli ultimi decenni è coinvolta in un vicenda odiosa e terrificante, ma pare che non la si voglia prendere sul serio, anzi c’è chi fa a gara per «smentire le bufale». Per il Me too ribaltarono il mondo, per un pedofilo forse satanista amico dei presidenti poco più di una alzata di spalle. Forse la corruzione morale è molto più profonda di quanto pensiamo.
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Mimmo Pesce
L’ospite-tifoso di Telelombardia Mimmo Pesce: «Ho parlato dell’handicap di mio figlio con il sorriso. Il Napoli ormai è fuori dalla lotta scudetto. Io superstizioso? No, ma il cornetto lo uso...».
Negli ultimi anni, Qui studio a voi stadio ha trovato in Mimmo Pesce - all’anagrafe Domenico Pesacane - uno dei suoi volti più riconoscibili e iconici. Le sue telecronache colorate, il legame diretto con il pubblico e la capacità di raccontare il calcio come se fosse allo stadio o al bar lo hanno reso un punto di riferimento per i tifosi e un fuoriclasse del ruolo. Ma Pesce non è soltanto il personaggio televisivo: è anche padre di Tommaso, un ragazzo autistico, e autore del libro Mio figlio è uno sgusciato.
In questa intervista racconta il suo percorso tra calcio e televisione, mettendo a fuoco anche l’uomo dietro una delle maschere più popolari e apprezzate del tifo italiano.
Nella tua bio su Whatsapp ti definisci «una grandissima testa di calcio».
«Esatto, proprio grandissima. Io credo di essere la più grande vera testa di calcio vivente. Anzi, l’unica. Poi, attenzione: il mondo del calcio è pieno di grandissime teste di calcio, è chiaro. Però ci sono i fuoriclasse e io sono l’esempio vivente».
Quindi non è una definizione casuale.
«Ma sì che è casuale. Le idee vengono così, non è che c’è un motivo. La mia ironia è evidente: io vivo sull’ironia, tutti i giorni. Però è anche una definizione che si presta a tante letture. Ed è questo che mi diverte».
A proposito di fuoriclasse: il direttore Fabio Ravezzani ti ha definito «il personaggio più caratterizzante di tutta la banda». Che effetto ti fa?
«Mi ha sorpreso e mi ha commosso, lo dico sinceramente. Non finirò mai di ringraziarlo, perché è evidente che lui ha saputo tirare fuori il meglio di me. Ha capito che quel tipo di approccio al calcio poteva essere una chiave interessante. E solo una persona intelligente può farlo».
Quanto ha contato il suo modo di lavorare per permetterti di esprimerti senza filtri?
«Tantissimo. Lui è una spalla straordinaria, non ha nulla da invidiare alle grandi spalle della storia televisiva. Sa leggere la situazione, sa stare dentro l’improvvisazione. E con uno come me, che punta tutto su quello, è fondamentale».
Ravezzani ha annunciato che lascerà a fine anno. Come l’hai presa?
«Male, molto male. Con lui ho un rapporto importante, per certi aspetti unico. È una persona che mi piace anche fisicamente - l’ho sempre detto - quindi c’è pure un’attrazione fisica che non nascondo».
Bene. Ho già capito che la difficoltà maggiore di questa intervista sarà far emergere il tuo tono ironico.
«Eh sì è molto difficile. Ma a parte le battute, mi dispiace davvero. Faccio fatica a credere che succederà. Dovrò farmene una ragione. Poi certo, dipenderà anche dal futuro: se dovesse esserci un cambio di linea editoriale, non so se il mio approccio sarà ancora in linea. Io continuerò a fare quello che ho sempre fatto. È una parte del mio essere. E finora ha funzionato».
Una delle cose che ti caratterizzano di più è l’improvvisazione. È davvero tutto non scritto?
«Assolutamente sì. Me lo chiedono spesso quelle tre o quattro persone all’anno che mi fermano per strada - sempre per strada, mai in un luogo chiuso - e pensano che ci sia uno script. Invece no. È tutto improvvisazione ed è legata a come imposto io il personaggio, alla situazione e alla capacità del direttore di capire al volo dove voglio andare a parare».
È una cosa che si può imparare?
«È difficilissima. Devi cogliere tutto in una frazione di secondo. Io dico sempre: o ce l’hai o non ce l’hai. Se ce l’hai sei fortunato, se non ce l’hai fai molta più fatica».
Capita mai che una gag ti resti «in canna»?
«Spessissimo. Magari hai pensato una cosa, poi c’è un gol, un episodio, e quello che avevi in mente diventa irrilevante. Un’altra capacità è capire i momenti: non puoi andare avanti tre ore a fare gag. Ci sono momenti in cui devi stare zitto. E questo lo impari serata dopo serata».
Prima della tv che tipo di gavetta hai fatto? Palco, cabaret?
«No, attenzione. Io non sono un comico. Fare il comico è una cosa seria. Io non ho mai fatto un monologo in vita mia, non ne sarei capace. Per rispetto dei comici, io mi definisco un simpatico cialtrone».
Eppure molti pensano tu abbia studiato recitazione.
«C’è persino una biografia online che dice che ho frequentato il Cta di Milano (Centro teatro attivo, ndr). Mai fatto. Ho fatto le recite in oratorio, quelle sì. E ho fatto il presentatore, la spalla».
E come nasce il Mimmo Pesce che conosciamo oggi in tv?
«In modo del tutto casuale. A un pranzo mi chiesero per che squadra tifassi. Dissi Napoli e mi proposero di fare il tifoso in trasmissione. Poi le telecronache. Sempre caratterizzate, mai classiche. È la mia prerogativa».
Tu hai scelto di raccontare con ironia e leggerezza non solo il calcio, ma anche la storia di tuo figlio autistico.
«Sì, innanzitutto perché non mi piace piangermi addosso. Poi perché ho cercato di dare attraverso questo libro, in cui parlo di mio figlio Tommaso e del suo handicap, una chiave un po’ più leggera che possa in qualche modo sollevare anche me stesso da un’angoscia che comunque c’è. Non è che sorrido tutto il giorno pensando al problema, ci mancherebbe. Ma cerco di viverla in maniera che allevi un po’ il pensiero».
È naturale quindi, per te, riversare questa leggerezza su un argomento come il calcio.
«Assolutamente. È chiaro che per me il calcio diventa un momento ancora più leggero. Soprattutto per chi lo vive quotidianamente come me. E in Italia ci sono più di 600-700.000 famiglie con una persona autistica».
Da telecronista tifoso come hai vissuto la vittoria degli scudetti del Napoli?
«Se me l’avessero detto dieci anni fa avrei fatto una pernacchia. Pensavo di non provare mai più una gioia così. Invece è successo».
Quest’anno c’è margine per rientrare in corsa?
«Assolutamente no».
Scaramanzia?
«No. Non sono scaramantico. Non credo ci siano proprio i presupposti perché questo possa succedere, anche perché i punti di distanza dall’Inter cominciano a essere tanti. D’altronde, vincere due scudetti di fila sarebbe qualcosa di pazzesco. Bisogna sapersi accontentare. Vincerne due in tre anni va benissimo. Ma se per caso, dovessi essere smentito, farò ammenda e sarò l’uomo più felice del mondo».
A proposito, che rapporto hai con la scaramanzia in generale?
«Ma no, queste robe medievali dai. Il cornetto, il sale, il malocchio, il mandolino, sono gli stereotipi del napoletano, Basta con questa cosa. Lasciamole agli altri. Poi certo...».
Cosa?
«Io il cornetto ce l’ho sempre con me. Lo uso eccome. E uso pure il sale. Tanto sale. Tantissimo sale dietro le spalle. Non parliamo poi del gatto nero…».
Ok, ci sono cascato. Me l’hai fatta…
«Ma no, è che sai, se mi attraversa la strada un gatto nero, io cambio strada. Ma queste robe medievali, lasciamole agli altri».
E con i social network che rapporto hai?
«Direi fantastico. Sono un influencer di prima categoria. Basta andare sui miei profili per vedere che numeri incredibili. Ho qualche decina di follower e peraltro ci conosciamo tutti al punto che li ho riuniti in un gruppo Whatsapp».
Quei «ben 78 follouer» che qualche anno fa hai dichiarato di avere su Facebook non sono aumentati?
«No, anzi. Sono addirittura diminuiti perché 7-8 sono purtroppo venuti a mancare per anzianità».
È un mondo che ti piace seguire o preferisci rimanerne fuori?
«Come tutti, mi sono fatto tirare dentro questo vortice dei social. Però, nonostante i miei innumerevoli sforzi di pubblicare, postare storie, vedo che non riesco a sfondare. Peccato, perché sennò io sarei - scrivilo mi raccomando - un grande influencer. Anzi, la più grande testa influencer».
Cosa ti manca per diventarlo?
«Credo sia come con le piante, devi avere il pollice marrone - ehm verde volevo dire - e se non ce l’hai la pianta muore. Mi mancano quei milioni di follower che mi permetterebbero di fare la differenza. Sono stato sollecitato ad aprire un canale Youtube, ma mi rendo conto che con il atteggiamento umoristico e un po’ fuori dagli schemi, non so se potrei fare presa in questo mondo di youtuber. Soprattutto nel calcio, dove la prerogativa è darsi addosso, parolacce, inveire».
C’è un calciatore a cui sei particolarmente affezionato, magari non tanto per un gol, ma per un aneddoto o un soprannome che gli hai dato?
«Certo. Uno che mi ha aiutato tantissimo è Faouzi Ghoulam».
Perché?
«Perché per me è stato un calciatore sfortunato, oltre che un grandissimo laterale sinistro, e il suo soprannome è diventato il mio cavallo di battaglia. Infatti ancora adesso, quando quei 3-4 all’anno che mi fermano per strada una delle cose che mi dicono è “goulammamt”».
È diventato il tuo tormentone quindi.
«Esatto e mi piace molto. Non ha niente a che vedere ovviamente con l’offesa, precisiamo».
Va bene Mimmo, ti ringrazio.
«Posso fare un appello finale?».
Certo, vai.
«A Fabio Ravezzani. Caro direttore, la pensione non fa per lei. Ci ripensi, lei è ancora giovane e ha ancora molto da dare a questo mondo. Che aggiungere? Non è che poi diventa una roba patetica?».
«Ci ripensi», l’hai già detto?
«Ci ripensi, bravo. Non l’avevo detto. Ci ripensi. Non andare in Grecia, la Galizia può aspettare. Ma scrivi che l’ho detto con la voce rotta dalla commozione».
Ma la Galizia è in Spagna.
«Ah, non è in Grecia?».
Stavolta pensavi di fregarmi, eh?
«Eh eh, queste gag sono il mio pane quotidiano».
Ok. Adesso tocca chiudere e, visto che non sei scaramantico, in bocca al lupo per la prossima partita del Napoli.
«E “goulammamt”».
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Giovanni Mencarelli
Il dj Giovanni Mencarelli che conduce «Recensioni del terzo tipo»: «Molti locali non valorizzano la loro qualità. L’anima del ristorante è il bagno».
Qualora vi troviate in un qualsiasi luogo del Paese e stiate cercando un ristorante o una trattoria dove desinare leggete pure le recensioni dei clienti, fiorenti sulla Rete e sui social, ma evitate di farci troppo affidamento. Potrebbero derivare da una serie di fattori incidentali e soprattutto estemporanei. Il malumore suscitato da un diverbio tra moglie e marito a tavola o la difficoltà nel trovare parcheggio in una sera affollata possono influenzare l’impulsivo giudizio rilasciato sul Web.
Non fidatevi neppure di elettrizzanti foto di una pietanza pubblicate da clienti di un locale, ai quali forse, più che la qualità degli ingredienti, interessava assai di più una serata non «in bianco». Invece chiedete al ristoratore quale pastificio produce gli spaghetti che vi sono serviti e date un’occhiata al bagno. Parola di Giovanni Mencarelli, classe 1980, in arte Dj Mitch, ex Iena, voce storica di Radio 105, in onda su Food Network, canale 33, dal 23 gennaio 2026 con il programma Recensioni del terzo tipo, di cui cura anche la regia, realizzato in collaborazione con Roberto Pascal Pisan e Salvatore Barbato. Sei puntate, ogni venerdì alle 22 - l’ultima è il 20 febbraio prossimo - visitando ristoranti del nord Italia e incontrando i loro operatori. Il consiglio è di non fermarsi di fronte a foto di facciata e giudizi sbrigativi, magari di psicopatici e odiatori seriali. Ma di confrontarsi e osservare. Le cucine dei ristoranti non sono come quelle dell’episodio Hostaria! del film I nuovi mostri di Monicelli, dove cuoco (Ugo Tognazzi) e cameriere (Vittorio Gassman) ne combinano di orripilanti nel dietro le quinte della sala.
Come nasce l’idea di questa trasmissione?
«Sono anni che faccio questo mestiere di dj e vado a mangiare fuori spesso e volentieri. Spesso tanti ristoranti m’invitano come ospite. Abbiamo l’idea che se una cosa costa molto pensiamo sia eccellente. E se il menu è di basso prezzo diamo per scontato sia di scarsa qualità. In Italia abbiamo un sacco di eccellenze e prodotti locali e molti ristoranti utilizzano ottime materie prime. Il problema? È nella comunicazione. Talvolta il ristoratore, involontariamente, non promuove il prodotto indicandone la materia prima. Fai un risotto allo zafferano? Utilizzi uno zafferano di qualità? La carne, di che taglio è? Sono ancora pochi che nel menu mettono questi particolari…».
Ti avvali della collaborazione di chef ed esperti. Quali sono i parametri che verificate?
«Non è che siamo i Nas… A noi piace confrontarci con chef e ristoratori. Io sono un buongustaio. Mia moglie mi dice che mangerei “la qualunque”. Ho deciso di farmi affiancare da un professionista che può riconoscere errori nella preparazione di un determinato piatto. Grazie a loro ho scoperto cose che non conoscevo. Ad esempio l’acqua influenza la cottura della pasta, la consistenza del risotto. Le varie tipologie d’acqua hanno un gusto sempre diverso e quindi si può tranquillamente dire che l’acqua è un ingrediente e fa la differenza. Alcuni ristoranti utilizzano acqua ad osmosi, filtrata, e questo è un vantaggio».
Sul Web, sui siti dei ristoranti, sui social si vedono foto attraenti dei piatti. Si trovano pure recensioni. Ma, al di là della foto e del gusto, non si va molto in profondità…
«Esatto. Oggi, quando decidiamo di mangiar fuori ci basiamo spesso su recensioni, foto viste sui social, like. Possiamo dire che i ristoranti sono diventati influencer. Ma quando vai lì ti chiedi “la recensione è reale?”, “il cibo è all’altezza?”. Il cliente però dovrebbe avere l’accortezza di segnalare al ristoratore se il piatto non è di suo gusto piuttosto che fare una recensione cattiva del ristorante, scritta con l’impulso di un’incazzatura magari per un ritardo nel servizio o per la difficoltà di trovare parcheggio, una sorta di vendetta personale. Poi magari alcuni che la leggono non ci vanno più. E i ristoratori sono anche padri di famiglia».
Con i tempi che corrono cenare al ristorante con la famiglia può essere un piccolo investimento… Talvolta si preferisce un ristorante di fiducia…
«Oggi andare a mangiare fuori è diventato un lusso. Spendiamo i nostri soldi per un’emozione o per un momento di aggregazione. La scelta del ristorante può essere legata a vecchie recensioni o al passaparola. Quando viaggio, appena arrivo in un paese la prima cosa che mi chiedo è “dove vado a mangiare?” (sorride, ndr). Mi faccio segnalare due-tre ristoranti da persone del luogo e vado su Internet a leggerne le recensioni. Poi a volte ti rendi conto che le recensioni non sono veritiere. Le persone del posto magari sanno se la pasta è fatta in casa, ossia non industriale, perché questo dà un valore aggiunto. Facciamo un programma che aiuta le persone a scegliere e ad avere consapevolezza di spendere dei soldi e di voler essere gratificate».
Criteri utilizzati per la scelta dei ristoranti?
«Prendiamo una città o una sua zona, un quartiere, ad esempio City Life a Milano, e guardiamo su Internet quali sono i ristoranti più quotati, con più storie, recensiti meglio. Ne scegliamo tre. Ma non è una gara tra ristoranti o un’inchiesta dove andiamo di nascosto. Ci presentiamo con il ristoratore faccia a faccia e gli facciamo leggere una recensione cattiva per suscitare un’emozione, assaggiamo e lo chef si permette di dare un consiglio. Non è che siamo le Iene che arrivano con le telecamere perché, sapendo di essere ripresi, ci metterebbero più passione. Ogni tanto chiedo un cambio di piatto con un cliente e poi magari dopo gli pago la cena. Così siamo certi di assaggiare qualcosa non fatta apposta per noi».
Qualche criticità individuata?
«Qualcuna sì, nei ristoranti e nei piatti, e le abbiamo approfondite con i ristoratori. Ma non abbiamo demolito i ristoratori. La difficoltà è dire la verità. La critica dev’essere dura ma onesta, ossia rispetto del piatto e del ristoratore».
Non è detto che ristoranti non stellati e con prezzi abbordabili non diano qualità…
«Con Igles Corelli, chef stellato, andiamo in tre ristoranti. Lo porto anche in situazioni per niente stellate. Siamo andati anche in una birreria. La sua è una valutazione professionale. Ci sono ristoranti in Italia con prezzi modici che utilizzano ottime materie prime ma non lo dicono. Possiamo aver mangiato una eccellente tagliata senza conoscerne la qualità specifica. Se la consumavamo in un ristorante di fascia alta avrebbe avuto un altro prezzo. Mi piacerebbe che i clienti cominciassero a chiedere con consapevolezza cosa stanno mangiando. Poi magari fanno recensioni negative perché non hanno trovato parcheggio».
E sul fenomeno degli «hacker da divano» cosa diciamo? In teoria qualcuno può lasciare una recensione perfida senza essere nemmeno andato in quel locale…
«Ci sono anche queste realtà e non si può negarlo. Tutto quello che è nel Web oggi può essere dopabile. La normativa italiana impedisce di fare recensioni false. Ma ci sono anche piattaforme in cui si possono comprare pacchetti di recensioni e questo falsa e vizia il mercato. Il fatto è che accanto a ogni recensione bisognerebbe allegare lo scontrino con l’elenco dei piatti che hai ordinato».
Quando si entra in un ristorante, specialmente se non si conosce, quale la prima cosa che si dovrebbe fare?
«Guardare è il bagno che dev’essere ordinato, pulito, provvisto di carta igienica. Il bagno è l’anima del ristorante».
In alcuni ristoranti i clienti possono osservare la cucina a vista, ossia circondata da vetri trasparenti…
«Solitamente la cucina non si vede. Negli ultimi anni si sta diffondendo ed è una pratica professionale. Ma questo non significa che se non c’è la cucina a vista in un ristorante si mangi male».
Il vostro viaggio ha avuto tappe anche in alcune pizzerie?
«Siamo andati in una pizzeria in Brianza che fa pizze napoletane. La pizza napoletana, con bordo alto, è diversa da quella classica e a una persona non abituata potrebbe sembrare meno buona. Solo uno chef che ha studiato può permettersi di dire se una pizza è fatta male».
Talvolta si mangiano pizze che lasciano una sete pazzesca…
«Anche a me è capitato di mangiare pizze che si sono riproposte durante la notte… Dipende dalla farina, dai lieviti…».
Nella prima puntata avete anche affrontato il tema della «pausa pranzo». Alcuni locali propongono menu a prezzo fisso.
«Di fronte a un menu a prezzo fisso di 10-12 euro si può pensare “sarà robaccia”. Ma con 10-12 euro puoi benissimo mangiar bene. Più che il costo della materia prima a incidere è quello della forza-lavoro, dell’affitto del locale, dell’energia. Poi volevo dire, anche a proposito del pesce…».
Prego.
«Se si entra in un locale dove si sente puzzo di pesce, diffidare. Se è fresco il pesce non ha odore. Me l’ha spiegato un cuoco giapponese quando siamo andati in un locale you can eat che utilizza un salmone di ottima qualità».
Lo chef veneto Massimiliano Alajmo sostiene che un manicaretto evoca il rapporto con la madre…
«Tante volte, quando degusti un piatto, torni alla cucina della mamma. Torni a casa con questo percorso emotivo e ciò ti dà la veridicità di quel locale».
A casa cucini?
«Siccome dispongo di limoni, perché la mattina mi faccio dei “beveroni”, con mia moglie ne abbiamo usati per cucinare un risotto mantecato con limoni e capperi».
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Marco Granelli (Ansa)
Il capo di Confartigianato Marco Granelli: «Le intese sono pensate solo per la grande industria di alcuni Paesi. In Italia le pmi alzano i salari, ma faticano ancora a trovare 290.000 lavoratori».
Se 700.000 vi sembran poche… tante sono le imprese riunite dalla Confartigianato: sono la spina dorsale della manifattura italiana, ma anche un imprescindibile presidio sociale. La parrucchiera che vi fa la permanente, il fornaio che ci dà il pane, il meccanico che mette a punto l’auto sono tutti artigiani. A rappresentarli e guidarli c’è Marco Granelli, rieletto due anni fa per acclamazione presidente. Parmense – è di Salsomaggiore terme dove ha un’impresa edile – è considerato un fermissimo e pacato difensore della piccola e media impresa, quella che sta rifertilizzando economicamente le zone marginali, quella che ha reso possibile il miracolo italiano e oggi aspetta solo di potersi ripetere.
Mario Draghi ha rilanciato l’idea dell’Europa superpotenza se si federa. Non le pare che non considerare che l’Ue è dipendente da fonti energetiche sia un errore di prospettiva?
«Noi vogliamo un’Europa della buona politica comune, condivisa, anche sul fronte energetico, un’Europa forte perché consapevole e orgogliosa dei suoi valori fondanti. È davvero tempo di voltare pagina rispetto a una Ue troppo spesso tecnocratica e in crisi di identità. Oggi l’Europa rischia di essere percepita come irrilevante anche perché non ha ancora compreso fino in fondo l’importanza del suo patrimonio di imprese. Da imprenditore e da rappresentante di oltre 700.000 artigiani e piccole imprese italiane, dico che Bruxelles e Roma devono sostenere con forza, convinzione e concretezza il tessuto imprenditoriale del Continente se vogliono renderlo davvero competitivo. Parliamo di numeri enormi: in Europa operano 26 milioni di artigiani, micro, piccole e medie imprese che costituiscono il 99,8% del totale delle aziende, generano il 64% dell’occupazione e realizzano oltre il 52% del valore aggiunto dell’Ue. Eppure su di loro gravano ancora troppa burocrazia e pochi incentivi».
Il delta energetico è un costo altissimo per le vostre imprese: lo conferma? E che pensa di questa Europa che prima col Green deal ha messo ha rischio le imprese e oggi corre ai ripari?
«Lo confermo con numeri che sono impietosi. La bolletta elettrica delle micro e piccole aziende italiane oggi è tra le più costose d’Europa e supera del 22,5% la media Ue. A “gonfiare” il costo dell’elettricità per noi è anche il prelievo fiscale e parafiscale in bolletta, che in Italia è più che doppio (+117,4%) rispetto a quello medio dell’Ue a 27. Ma il caro-energia non è uguale per tutti: il conto più salato lo pagano le piccole imprese che nelle bollette devono sostenere oneri di sistema che servono per finanziare le agevolazioni nelle bollette delle grandi aziende energivore. È un meccanismo perverso che va scardinato. La transizione green non può essere un dogma ideologico calato dall’alto, ma un percorso sostenibile che cammina sulle gambe delle imprese».
L’Europa è una sfida, un’opportunità o un freno? E le sanzioni verso la Russia e la de-globalizzazione quanto pesano?
«L’Europa è tutte e tre le cose, dipende dalle scelte politiche. È una grande opportunità se valorizza il mercato unico e le pmi, diventa un freno se produce norme complesse e costi sproporzionati. Le sanzioni verso la Russia e la de-globalizzazione hanno inciso su energia, filiere e costi, ma hanno anche spinto le imprese a diversificare mercati e strategie. Le nostre pmi hanno dimostrato resilienza e capacità di adattamento, ma non possono reggere da sole un contesto così instabile».
Dazi: qual è la situazione effettiva? Gli accordi che la Von der Leyen va fa facendo la convincono?
«I dati mostrano che il made in Italy reagisce ai dazi puntando sulla diversificazione. Secondo le nostre analisi, 19,7 miliardi di euro di export aggiuntivo possono arrivare da 26 mercati extra Usa dinamici, che crescono del 5,1%. Le nostre vendite negli Emirati Arabi Uniti, a esempio, nel 2025 hanno segnato un aumento a doppia cifra. Gli accordi europei sono utili, ma devono essere più equilibrati e pensati anche per le pmi non solo per la grande industria di alcuni Paesi».
Uno studio fotografava l’impresa artigiana come la preferita dai giovani perché più a misura d’uomo. È ancora viva la dimensione della «bottega» rinascimentale?
«La “bottega” oggi è un laboratorio dove la sapienza manuale incontra l’algoritmo. L’artigianato italiano cambia pelle: cresce, innova e guida la transizione green e digitale senza cambiare la propria anima. Tra il 2019 e il 2024, ben 25 settori artigiani hanno registrato una crescita di oltre 20.000 nuove imprese, di cui 4.000 nel settore della tecnologia e del digitale. I dati del 2025 ci raccontano uno sprint impressionante: il 16,4% delle aziende fino a 10 addetti utilizza almeno una tecnologia di Ia, più del doppio rispetto all’anno precedente. Non è fantascienza, è pragmatismo artigiano. Per accompagnare questa trasformazione Confartigianato ha fortemente sostenuto la riforma della legge quadro dell’artigianato, attesa da 40 anni, e attualmente in fase di approvazione in Parlamento per poi passare all’attuazione da parte del governo. Una riforma che riconosce l’artigianato moderno, lo rende attrattivo per i giovani, permette di superare limiti dimensionali e societari anacronistici e favorisce le aggregazioni. Con questa riforma un’impresa artigiana potrà assumere, investire e crescere senza sentirsi mai “troppo piccola” per competere».
Giacomo Becattini sosteneva che sono i territori a determinare e i prodotti e che i distretti come fabbrica diffusa fertilizzano le comunità di valori. Siete ancora l’anima dei distretti?
«Assolutamente sì. Le imprese artigiane esprimono la “biodiversità” delle tradizioni produttive italiane, rinnovandola per le sfide globali. Sono fortemente radicate nei territori, producono in modo responsabile e sono strutturalmente lontane dalla logica della delocalizzazione. L’Italia è unica proprio perché è fatta di milioni di artigiani innamorati della loro terra. Questo legame indissolubile con il territorio è il segreto dei prodotti made in Italy, autentici, irripetibili».
Sente la responsabilità di costruire opportunità per i territori marginali?
«La sentiamo forte questa responsabilità, perché i numeri parlano chiaro. L’artigianato conta 146.000 imprese nelle zone di montagna (28,7% del totale) e 241.000 nelle aree interne. In questi territori, gli addetti delle micro e piccole imprese pesano per oltre il 70% del totale, arrivando all’82% nelle aree interne. In questi territori gli artigiani sono protagonisti di quella che mi piace definire una vera e propria “ecologia umana”. Confartigianato crede in un nuovo sviluppo sostenibile per queste zone. Abbiamo promosso il progetto “Montagna Futura” per tracciare un nuovo percorso che, valorizzando le nostre imprese, coniughi tradizione, innovazione e ripopolamento».
Le imprese si lamentano del fatto che non trovano manodopera. Non servirebbe una rivalorizzazione dell’istruzione professionale?
«Nel 2025 la difficoltà di reperimento di competenze era e ora resta un nodo centrale per le imprese artigiane: il 59,7% delle assunzioni è difficile da trovare: parliamo di oltre 293.000 addetti. Le aziende stanno reagendo: aumentano i salari, offrono flessibilità, collaborano con le scuole. Serve un patto con le istituzioni per un sistema formativo moderno. Bisogna rafforzare il legame scuola-impresa, investire massicciamente sull’apprendistato professionalizzante e sulla formazione duale. Serve una rivalutazione culturale dell’istruzione professionale: formare un giovane oggi significa garantire domani la continuità delle nostre imprese e del Made in Italy».
Quali sono le vostre priorità: cosa chiedete per svilupparvi ancora?
«A volte l’attenzione c’è a parole, ma mancano i fatti. Io dico che non c’è Europa senza pmi. Se l’Ue vuole garantire sovranità e prosperità, il principio “Pensare prima al piccolo” (Think Small First) deve guidare ogni scelta politica e non essere solo uno slogan. Chiediamo che la legislazione europea sia concepita fin dall’inizio tenendo conto delle nostre dimensioni: requisiti proporzionati, scadenze realistiche, meno burocrazia. In Italia le priorità sono chiare: riduzione della pressione fiscale e contributiva, intervento strutturale sul costo dell’energia per allinearci ai competitor europei, e una semplificazione burocratica reale. Inoltre, serve stabilità negli incentivi per investimenti e innovazione. Avere pmi resilienti equivale ad avere un’Italia e un’Europa resilienti».
L’Italia, si dice, è la terra dell’arte, del turismo, della cucina, ma è soprattutto la patria dell’artigianato d’arte. Come sta l’artigianato d’arte?
«Spesso si dà per scontato questo patrimonio, ma è l’artigianato d’arte che rende l’Italia riconoscibile nel mondo. Dietro la grande moda, dietro la conservazione dei nostri monumenti, c’è sempre la mano sapiente di un artigiano. C’è bisogno di maggiore consapevolezza: l’artigianato d’arte non è folklore, è cultura produttiva ad alto valore aggiunto».
La vostra Fondazione culturale è intitolata a Manlio e Maria Letizia Germozzi: Manlio Germozzi è stato uno degli attori del primo miracolo italiano. Può innescarsi un nuovo miracolo italiano?
«Manlio Germozzi ci ha insegnato che la dignità e il valore del lavoro artigiano sono il fondamento della nostra economia. Sì, credo che dalle nostre imprese possa e debba partire un nuovo Rinascimento italiano, basato sulla qualità e sulla sostenibilità. Le prospettive dipendono dalla nostra capacità di tenere insieme le radici e le ali. L’artigianato è un mondo vitale e in piena metamorfosi. Confartigianato è pronta, come sempre, ad accompagnarlo nel futuro. Perché il futuro del Made in Italy passa ancora, e forse più che mai, dalle mani, dalle idee e dalla visione degli artigiani».
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