Hantavirus, vaccini già pronti e media di nuovo in allarme: per Maddalena Loy stanno tornando gli stessi meccanismi visti durante il Covid. Dalle virostar, all’OMS e fino alle campagne mediatiche, il sospetto è che qualcuno abbia già riaperto il circo pandemico. Ne parliamo con il dottor Giovanni Rezza.
Marco Tarchi (Ansa)
Il politologo: «La decisione di Buttafuoco può facilitare la ripresa del dialogo con la Russia. La Meloni dovrebbe cogliere l’occasione e svincolarsi dai diktat di Bruxelles: governo e Paese ne avrebbero tutto da guadagnare».
Professor Marco Tarchi, politologo e docente alla scuola di scienze politiche dell’università di Firenze: la Biennale di Venezia non è mai stata così al centro del dibattito. Da una parte il presidente Buttafuoco, che rivendica la sua scelta di aver consentito l’apertura del padiglione russo, dall’altra una parte del governo, a cominciare dal ministro Giuli, che dichiara: «La Russia putinista è presente a Venezia grazie ad un accordo fatto alle spalle del governo aggirando le sanzioni». Rispetto a questa polemica, lei come si posiziona?
«In completo accordo con Buttafuoco. Fin dai primi giorni dell’attacco all’Ucraina ho espresso la mia contrarietà rispetto alla posizione assunta dal governo italiano, che avrebbe dovuto adoperarsi affinché l’Unione europea evitasse di adeguarsi supinamente agli interessi statunitensi e di quello che almeno sino ad allora era il loro braccio armato e assumesse invece un’iniziativa diplomatica per arrestare il conflitto nel più breve tempo possibile. E soprattutto ho deplorato l’esplosione di una vera e propria isteria antirussa mediatica e politica, spalleggiata da buona parte degli ambienti intellettuali progressisti. Dopo più di quattro anni, sarebbe l’ora di ragionare con il buonsenso e non con l’ideologia, rendendosi conto che fare della Russia il proprio nemico è una follia. Il ritiro delle sanzioni sarebbe lo strumento di trattativa più efficace per giungere alla fine delle ostilità. E la riapertura di un dialogo culturale – che la decisione del presidente della Biennale facilita – agirebbe nello stesso senso».
Ha fatto bene Buttafuoco a citare le parole del presidente Mattarella ai David di Donatello, riferendosi a «libertà e audacia» come mandato del lavoro artistico?
«Citare Mattarella, che è uno dei più tenaci assertori della linea atlantista di incondizionato sostegno a Kiev, per sostenere una decisione a lui certamente sgradita, è un capolavoro di sagacia retorica, una materia in cui Pietrangelo Buttafuoco si è da sempre dimostrato un maestro. Anche quando – mi è capitato poche volte, ma è accaduto – non mi sono trovato d’accordo con lui su qualche giudizio. E comunque sì, libertà e audacia sono ingredienti indispensabili dell’attività artistica».
Non crede che aprire il padiglione alla Russia possa compromettere l’immagine internazionale dell’Italia? Questa polemica rispecchia anche le divisioni in seno al governo sull’atteggiamento da tenere con Mosca?
«Penso l’esatto contrario. L’Italia avrebbe tutto da guadagnare se assumesse, in materia di politica internazionale, una capacità d’iniziativa almeno in parte autonoma dai diktat d’oltreoceano o da quelli della Commissione di Bruxelles. Significherebbe rispettare concretamente le promesse di difesa degli interessi nazionali tante volte sbandierate da Giorgia Meloni prima e dopo l’approdo a Palazzo Chigi. È evidente che in questo campo la compagine di governo è condizionata dai veti di Forza Italia, ma se chi la guida non è in grado di superarli, finirà con pagarne il conto al momento delle elezioni. E magari si ritroverà disarcionata dall’ennesimo compromesso centrista per uno di quei governi delle larghe intese contro cui ha tuonato per un decennio».
Cosa pensa dell’intervento della Commissione europea, che minaccia di ritirare i finanziamenti alla Biennale? Scorge un’ipocrisia nella diversità di trattamento riservato ad Israele?
«Certamente sì. È l’ennesima prova della cecità geopolitica degli attuali dirigenti dell’Unione europea e della loro sudditanza – prima di tutto psicologica – ai voleri di un “alleato” che in realtà li ha sempre considerati poco più che dei servi e che adesso non si trattiene neanche più dal dirlo a chiare lettere. L’inazione dell’Ue nei confronti dei massacri e delle distruzioni perpetrati a Gaza, e oggi anche in Libano, è vergognosa».
Sempre a proposito del ministro Giuli, si è parlato di finanziamenti pubblici a film «immeritevoli». Ritiene giusto che lo Stato sovvenzioni il cinema nazionale, e come giudica certi criteri di assegnazione?
«Da bulimico appassionato di cinema, che utilizza gran parte del proprio tempo libero per vedere film in sala (astenendosi da qualunque serie o piattaforma), posso dire che l’orientamento ideologico della produzione cinematografica italiana è davvero sconcertante. Chi ha dubbi sul fatto che l’egemonia culturale progressista sia tuttora vigente non ha che da verificare di persona. Il che spiega perché il ministro di un governo di centrodestra possa essere imbarazzato nel foraggiare a spese dello Stato una produzione di questo tipo. Anche in questo settore, però, deve vigere la regola della libertà artistica e quindi l’unico criterio per l’assegnazione dei fondi deve essere la qualità dei lavori presentati. Che, rispetto alla produzione a cui accennavo, è molto ineguale. Ma immagino che per la parte politica che egemonizza questo campo ogni pellicola che veicola i suoi messaggi sia, di per sé, un capolavoro…».
Nel suo libro Le tre età della fiamma, lei indaga sull’identità del popolo di destra. Ritiene che sul piano culturale la destra italiana sia ancora succube dei progressisti?
«Più che succube, mi pare tuttora incapace di produrre alternative valide. Attaccare le cittadelle stabilmente presidiate dai custodi di un’egemonia più che cinquantennale è certamente un compito arduo, ma se si manca di strategia e ci si limita a proclami e iniziative sporadiche diventa impossibile. Gli ambienti neofascisti, spinti dal desiderio di uscire dal clima asfissiante del ghetto nostalgico, avevano prodotto un progetto metapolitico di lungo periodo, impropriamente definito “gramscismo di destra”, che i partiti postfascisti hanno ignorato o frainteso. Il risultato è uno stallo, determinato anche dall’incapacità – per gelosie, sensi di inferiorità o timori di concorrenza – di avvalersi delle energie intellettuali disponibili».
I reiterati attacchi di Trump nei confronti del Papa sono frutto – si è scritto – di due cristianesimi contrapposti: quello «radicale» di Trump e quello «universale» di Prevost. Come spiega il comportamento di Trump contro il Vaticano?
«Il cristianesimo che pervade certi ambienti conservatori statunitensi, e in particolare l’elettorato trumpiano, ha tratti di fanatismo millenaristico prossimo alla superstizione (si pensi al sionismo cristiano delle sette evangeliche), di complottismo, di sciovinismo che difficilmente si possono conciliare con il messaggio cattolico. E Trump si ritiene investito di un potere immune da qualsiasi limite imposto dall’esterno; vuole farsi passare, come dimostrano alcune sconcertanti immagini prodotte con l’intelligenza artificiale, per un inviato da Dio incaricato di interpretarne le volontà. Non stupisce che finisca per essere tentato dal giocare all’antipapa».
Pensa che sull’onda di Trump, che probabilmente verrà punito alle prossime elezioni di MidTerm, anche i partiti conservatori e populisti europei subiranno una débâcle?
«Dipende dal loro grado di appiattimento sul modello trumpiano, oggi sempre più impopolare. Marine Le Pen, ad esempio, ha sempre saputo tenersi lontana dagli esercizi di ammirazione verso l’instabile inquilino della Casa Bianca. Altri non l’hanno fatto e potrebbero risentirne».
L’attacco all’Iran testimonia la fine di un ordine mondiale dominato dagli americani? Dove dovrebbe schierarsi l’Italia nel nuovo mondo multipolare?
«Per la verità, l’attacco all’Iran è stato motivato dalla volontà di ribadire il dominio statunitense a livello planetario, spingendosi ben al di là dei confini della dottrina Monroe. E le minacce a Cuba dimostrano che le velleità di Trump sono tutt’altro che esaurite. L’Italia, e soprattutto l’Europa, dovrebbero prendere sempre più le distanze da questo progetto e capire quali sono i loro veri nemici. Mentre mi pare che stiano facendo il contrario».
La Nato pensa sia giunta al capolinea, e forse Trump ne sarà il becchino, oppure ne uscirà semplicemente riformata?
«Checché oggi ne vada dicendo Trump, la Nato è uno strumento essenziale agli Stati Uniti per tenere sotto controllo i Paesi europei ed impedire ad essi di varare una politica di progressiva autonomia strategica politico-militare (di cui peraltro, nell’odierno governo dell’Ue, non si vede la benché minima traccia). Dubito quindi molto che esista una volontà dell’amministrazione di Washington di svuotarla progressivamente. Minacciare di dislocare altrove una parte dei propri effettivi militari non significa affatto rinunciare alle basi esistenti e agli armamenti (nucleari) di cui dispongono. E quanto alle riforme, gli Usa nei fatti bloccherebbero tutte quelle che portassero davvero ad una parità di ruoli fra le due sponde del campo atlantico. Che comunque un governo “sovranista” si rammarichi dell’ipotesi di perdere 5.000 soldati Usa accampati sul suo territorio è un paradosso emblematico».
La Francia intende estendere il suo ombrello nucleare ad altri Paesi europei. Quanto la preoccupa tutto questo?
«Non poco, anche se fra le parole e i fatti, come sempre, rischia di esserci una distanza significativa. Questo rigurgito di pseudo-bellicismo rivolto contro una potenza che avremmo tutto l’interesse a farci amica – e che, a sua volta, avrebbe tutto l’interesse ad accettare questa amicizia – potrebbe sfuggire di mano e creare disastri spaventosi. È meglio non ballare sull’orlo di un baratro».
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Roberto Vannacci (Ansa)
Il capo di Futuro nazionale: «Non chiudo a un’intesa, ma voglio superare la Lega. Non mi piace il Donald gendarme del mondo».
Generale Roberto Vannacci, i sondaggi sono incoraggianti.
«I veri sondaggi li faccio in mezzo alla gente».
Cosa dicono?
«Che i dati sono molto sottostimati».
Il partito che ha fondato, Futuro nazionale, è al 4%.
«Questo lo dicono un po’ tutti».
Il vostro apporto sarebbe decisivo.
«Il centrodestra ha perso la trebisonda. Sembra tramortito. Quando si subisce un colpo, bisogna reagire. Il carattere emerge in questi momenti: se uno cade, si rialza più forte di prima. Le avversità non devono scoraggiare».
Polemizza?
«Cerco di riportare ai proponimenti iniziali. Anche se qualcuno, inizialmente, aveva persino insinuato un accordo con la sinistra per far cadere il governo».
Illazioni?
«Falsità».
Entrerete nel centrodestra?
«Solo a condizioni ben precise. Le alleanze si fanno su principi, valori e programmi. Su queste cose non transigeremo. Altrimenti, sarebbe il solito calderone».
Detterete condizioni?
«Preferisco chiamarle linee rosse. Se la coalizione non le supererà, ben venga».
Quali sarebbero?
«La postura internazionale, intanto: portare avanti i nostri interessi, uscire dal Green deal, abbassare il prezzo dell’energia, avviare il nucleare, continuare a usare il carbone. E poi l’immigrazione clandestina: deve essere bloccata».
Non sembrate distanti.
«C’è un centrodestra che qui, a Bruxelles, si muove più in linea con il Pd».
Forza Italia?
«Osservo tante manovre. Pare quasi che si voglia creare un’alternativa, anche se non capisco quale. Il terzo polo è già stato distrutto».
O Tajani o Vannacci?
«Non parlo di incompatibilità. A un certo punto, però, dovremo convergere su azioni concrete. E non mi interessa entrare in un governo che va in una direzione non auspicata».
Futuro nazionale può superare la Lega?
«Perché no?».
Dove spera di arrivare?
«Non metto limiti alla provvidenza».
Chi sono i vostri elettori?
«Disillusi di destra. E poi persone che non votano più: una parte sosteneva pure la sinistra o i5 stelle».
Quelli attratti dalle novità politiche?
«In questo caso, è una nuova politica: nata dal basso, lontana dai palazzi, immune alle congiure».
Lo dicono tutti, prima di conquistare il potere.
«Bisogna essere fedeli alle proprie convinzioni e non cadere in trappola. Io ho un vantaggio rispetto agli altri. Non faccio il politico di professione e ho realizzato il sogno che avevo da bambino».
Qual era?
«Fare l’incursore».
La maggioranza, quindi, non le pare in forma smagliante?
«Se uno sale sul ring titubante, viene messo al tappeto. Anche se non al massimo della forma, si deve sempre combattere con convinzione».
L’opposizione già esulta.
«Non credo che stia sopravanzando. Mi piacerebbe però vedere il centrodestra che riprende fiducia e rilancia con fierezza, senza giustificarsi e chiedere scusa. Bisogna continuare nella giusta direzione».
A Milano i forzisti hanno organizzato una manifestazione alternativa al Remigration summit.
«Non mi sorprende. In Europa respingono le proposte per rinforzare i controlli alle frontiere».
Fratelli d’Italia insiste sui rimpatri.
«Non c’è una grande differenza. La remigrazione serve a difendere la cultura e l’identità di una nazione. I rimpatri sono una delle misure che prevede».
Anche tra voi emergono i primi dissidi.
«Non mi stupirebbe, visto che siamo appena nati. Al massimo, però, c’è qualche divergenza di opinioni. Osservo invece una moltitudine di persone che si mobilitano per questo progetto e portano avanti la campagna di tesseramento».
Quanti sono i militanti?
«Gli iscritti stamattina erano 38.000, con 740 comitati in tutta Italia».
Come vi finanziate?
«Con le tessere e qualche donazione. Anche tanti imprenditori si sono offerti di aiutarci. Al momento, però, non abbiamo grandi spese. Le sedi ci vengono concesse in comodato gratuito dai simpatizzanti».
Chi sono quelli passati con voi?
«Deputati, consiglieri regionali, sindaci».
Li chiama «futuristi» in ricordo di Marinetti?
«Ci ispiriamo a quel movimento per eleganza, velocità e azione».
Ha duellato con Renzi nel podcast di Fedez. L’ex premier assicura: «Se Vannacci molla, perde la faccia. Se tiene duro, perdono le elezioni».
«Renzi ragiona da Renzi: è ossessionato dalla mossa del cavallo. Non rappresenta più nessuno e cerca di tornare sul palco. È intelligente, ma ha perso totalmente credibilità. Allora spera che Vannacci agisca come lui. Diceva a Letta: “Stai sereno”. Il giorno dopo lo ha fatto cadere dalla poltrona».
Anche lei aveva giurato fedeltà alla Lega, tanto da venire nominato vicesegretario.
«È totalmente diverso. Io ero entrato da indipendente. Avevamo fatto un patto di principi: c’era una posizione internazionale chiara, soprattutto sulla guerra in Ucraina. Le cose, però, sono cambiate. Non posso votare in Europa contro le armi e poi accettare l’opposto in Italia. Non posso condividere il sovranismo a giorni alterni. E non posso neanche vedere una rappresentante del mondo Lgbtq a un evento di partito».
Francesca Pascale, l’ex fidanzata di Berlusconi?
«Invitarla dopo aver detto che si deve difendere la famiglia naturale, significa tradire gli ideali».
Qual è stato il motivo scatenante del suo addio?
«Sicuramente, la firma del decreto sugli aiuti militari all’Ucraina. Ma anche l’atteggiamento di vari esponenti della Lega nei miei confronti».
Ostile?
«Non c’era giorno senza polemica: una volta Zaia, un’altra Fontana, poi Romeo, dopo Molinari. E tu, segretario, non sei in grado di riportare tutti sulla stessa strada. Allora, se devo essere un corpo estraneo, mi dispiace: non faccio l’ospite indesiderato».
Erano critiche o gelosie?
«Penso gelosie. Una figura come la mia, entrata in un partito storico con prorompenza e popolarità, sicuramente ha suscitato qualche preoccupazione».
Ora tallonate la Lega nei sondaggi.
«Anche su questo, voglio essere estremamente sincero: dimostra che ho fatto la scelta giusta. Me l’hanno confermato tante persone».
Ha più sentito Salvini?
«Due mesi fa gli ho mandato un messaggio di auguri per il suo compleanno. Non mi ha risposto».
C’è rimasto male?
«Immagino che non abbia trovato il tempo, visto che fa sia ministro che il segretario. Comunque, riformulo gli auguri».
Non l’avrà presa bene.
«Tra adulti si capisce e si va avanti».
Nardella le ha contestato, durante un vivace scambio nel Parlamento di Bruxelles, la vicinanza a Trump.
«Se Trump parte come il sovranista del “Make America Great Again”, va benissimo. Se invece si trasforma nel gendarme del mondo che fa esplodere i conflitti, allora non mi sta più bene».
«È il fallimento dei sovranisti anti europei», ha aggiunto.
«Non sono legato alla persona, ma a quello che fa. Alla sinistra, però, sembra strano. Se dev’essere fedele a tizio, lo resta a dispetto di tutto. Per questo Guareschi li definiva trinariciuti: la terza narice serviva per fare uscire il cervello e lasciare entrare le direttive di partito».
La guerra in Medio Oriente rischia di scatenare una crisi epocale.
«Nell’attesa di soluzioni strutturali, sono pronto a comprare l’energia da chiunque la venda a un prezzo inferiore rispetto a quello di mercato».
Anche dalla Russia.
«La acquistiamo già da paesi ben lungi dal rispettare i diritti umani: Algeria, Azerbaijan, Libia, Emirati Arabi… Ma di cosa stiamo parlando?».
Le danno del putiniano.
«Non sono filo russo. Sono pro italiano».
Meloni ha preso le distanze dal presidente americano?
«Ha fatto benissimo».
Il Corriere scrive: prima di accettare la candidatura con la Lega, Vannacci si sarebbe proposto senza fortuna a Fratelli d’Italia.
«È parzialmente vero. Non mi sono proposto, ma ci sono stati dei contatti. Abbiamo discusso anche di europee. Ho detto che poteva essere una cosa interessante».
Se Meloni chiama, Vannacci risponde?
«Mi confronto con tutti, figuriamoci se non parlo con Meloni. Il dialogo è aperto».
Lei si sente l’ago della bilancia?
«Non sto facendo giochi di strategia alla Renzi. Lui pagherebbe oro per essere al mio posto. Io cerco di fare il bene del movimento che ho fondato».
Vendetta, tremenda vendetta?
«Non ho nessun rancore verso il mio vecchio partito. Non cerco rivincite. Anzi, ho mantenuto un rapporto di estrema cordialità quasi con tutti».
Quasi.
«Diciamo il 90%».
E gli altri?
«Se è passata a Napoleone, passerà anche a loro».
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Toni Capuozzo (Ansa)
Il giornalista: «Il presidente Usa vuole una nuova Yalta, non la guerra mondiale. Gli europei si limitano a fare i notai della crisi. Qualcuno spera che l’America si impantani in Iran, ma noi avremmo solo da rimetterci».
Toni Capuozzo, inviato di guerra che nel 2005 durante il conflitto in Iraq fu anche sequestrato dalle forze paramilitari sciite dell’esercito del Mahdi, ha una grande esperienza in Medio Oriente. Ma lo scrittore e giornalista non ricorda in tutti questi anni una gestione simile della guerra da parte degli Usa.
«Non ho mai visto niente di paragonabile a quello che sta succedendo. Le guerre degli americani, per come le ho sempre viste, di solito sono gestite da team, oltre che approvate da un voto del Congresso. Se dovessi fare un esempio semplice di guerre simmetriche, direi che si è sempre trattato di conflitti da parte di Stati con degli eserciti, mentre oggi siamo di fronte a una guerra tra guerriglieri. Trump stesso si comporta da guerrigliero: il suo è un continuo stop and go, con attacchi a sorpresa e azioni non pianificate. Una realtà tormentosa, comprensibilmente, per analisti e mercati finanziari. Vedremo quale sarà l’epilogo finale».
C’è ancora una logica in questo attacco all’Iran?
«La vicenda è complicata dalla guerra sotterranea fra Trump e i democratici, ma aspettiamo i risultati finali. C’è ancora possibilità di vittoria per gli americani. E poi diciamoci la verità, oggi è opinione comune pensare che Trump abbia ottenuto soltanto sconfitte, che il regime iraniano sia più forte di prima, che la stessa mancata libera circolazione delle merci dimostri un bilancio fallimentare di questa guerra. Ma aspetterei prima di emettere un verdetto definitivo».
Per guerra sotterranea cosa si intende?
«Esiste una guerra sì internazionale, ma anche una guerra parallela portata avanti da una parte politica dell’America e dell’Europa: c’è chi spera prima di tutto che Trump si impantani in Iran, mentre la finanza e l’ambiente economico lo sostengono ancora. I democratici, ma a questo punto direi non solo, sperano in un’anatra azzoppata. Ma se uno spera che Trump fallisca, in automatico tifa per l’altro, e mi chiedo: come si fa a sperare che i pasdaran abbiano la meglio? Questo è un elemento che complica la situazione. In questo momento poi che la Cina non aspetta altro…».
Ecco la Cina, il vero nemico di Trump. Dopo il Venezuela, l’Iran avrebbe dovuto rappresentare l’altro trofeo nella gara del petrolio. E invece, si trattava di due sport completamente diversi…
«La Cina in un primo momento ha fatto dichiarazioni di sostegno all’Iran, in qualche modo sembrava quasi che volesse persuadere i pasdaran a essere più malleabili sui negoziati. Ma dopo che c’è stato lo scontro su Hormuz e gli iraniani hanno risposto colpendo con i missili, gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato di essere pronti a contrattaccare. Si sta aprendo un fronte secondario, un fronte nel fronte: Emirati Arabi contro Iran. E la Cina ora vede la situazione da un’altra prospettiva. Cerca una tregua».
Presto Trump dovrebbe recarsi a Pechino. Questo cambierà le cose?
«Come dicevamo, la Cina ha fallito questo tentativo di testare la malleabilità del regime e a questo punto l’Iran resta una sua area di influenza, ma non può sostenerlo così tanto in guerra, o meglio, lo vorrebbe più presentabile agli occhi del Medio Oriente. Questa situazione è un guaio grosso per tutti».
Ma Trump è ossessionato dal nemico cinese?
«Sì, lo penso anche io. Si tratta di un braccio di ferro tra Usa e Cina, ma Trump cerca una nuova Yalta, un po’ come se il presidente degli Stati Uniti volesse dire: dividiamoci il mondo. Questo vuole comunicare Trump a Xi Jinping. La Russia e l’Ucraina lo dimostrano: a lui non interessa chi ha ragione. Dietro c’è la ricerca di un equilibrio per la spartizione dei territori. È un countdown non verso una guerra mondiale, ma verso una nuova Yalta».
Ma, seguendo il filo di questo ragionamento, l’Europa, in pratica, sparisce?
«L’Europa sta facendo di tutto per spaccarsi e scomparire. Noi non possiamo che vedere un’Europa e una Nato con il ruolo di osservatori, non sono di certo attori attivi ma semmai passivi: noi europei siamo notai della crisi».
La spallata di Trump non c’è stata, diciamolo…
«Trump ha aperto la finestra e ora tira vento da tutte le parti. Dobbiamo fare il tifo per la fine di questa guerra. Ci vuole un equilibrio mondiale anche imperfetto, ma chiaro. E questo perché le guerre che in passato non sono arrivate a stabilire un nuovo ordine sono poi riscoppiate a distanza di poco tempo, penso al vicino Libano e a Israele. Sarà necessario un Iran con un’altra impronta e un altro spirito, prima di tutto senza l’opzione di costruzione del programma nucleare, tanto temuto dall’Occidente. Perché la pace non si può pensare con la minaccia dell’Iran che apre e chiude il rubinetto di Hormuz. O che costruisce segretamente armi atomiche. Poi si può litigare per giorni sul fatto che Trump sia pazzo o meno, che le sue siano state scelte avventante e spinte dall’emotività, però in questo momento noi tifiamo per gli Usa, consapevoli che sperare in un Trump impantanato è il finale più tafazziano possibile».
A proposito di minaccia nucleare, si cerca un accordo che preveda la sospensione totale dell’arricchimento dell’uranio per un certo numero di anni. L’Iran mira a 5 anni, Washington ne vuole 20. Chi la spunterà?
«Questi numeri di solito diventano una media, almeno secondo la mia esperienza: però se noi usciamo da questo conflitto giocando a nascondino, non va bene. O l’Occidente si impone e dice: l’Iran come Paese non può aggiungersi al club degli Stati nucleari, oppure rischiamo di continuare a farci prendere in giro. Non c’è un Paese così ricco di petrolio che abbia realmente bisogno del nucleare per scopi civili, è chiaro che l’Iran lo arricchisce per avere un’arma atomica. Lo stesso Iran che, inoltre, ha promesso di distruggere Israele… quindi bisogna negoziare».
A proposito di Israele, Netanyahu è la mente di questa guerra?
«No, ma è un partecipante molto interessato e diciamo che se l’Iran uscisse da questa guerra per quello che è oggi Israele sarebbe a lutto. Sebbene l’Iran sia una minaccia depotenziata, ha rivelato al mondo una capacità di resistenza inaspettata. Oltretutto si è scoperto essere un Paese molto meno debole del previsto: la Cia aveva fornito informazioni decisamente sbagliate sulla volontà degli iraniani di essere pronti a scendere in piazza in qualsiasi momento. Così non è stato. Un Iran belva ferita è sempre più feroce di un Iran belva sazia. Questo gli Usa devono stamparselo in testa, Israele lo sa. Diciamo che Israele fa i suoi interessi spingendo verso una soluzione chiara che preveda il tramonto dell’Iran, o almeno mira a un peso negoziale più interlocutorio: il sogno di Netanyahu resta l’Occidente che tiene l’Iran per la gola».
Intanto Rubio ha fatto visita al Papa per tamponare le ferite inferte al Vaticano da Trump. Missione compiuta?
«Rubio è un grande cattolico e questo ha pesato molto nell’incontro tra lui e il Pontefice. Il segretario di Stato Usa è stato mandato come un unguento agli attacchi trumpiani, anche se avrebbe dovuto comunque venire in Italia a prescindere dalla diatriba tra i due. Ma quale occasione migliore per giocare al poliziotto buono e a quello cattivo? Il cattivo è Trump, ovviamente, che non le manda a dire neanche al Papa. Trump parla come se avesse di fronte Obama e non il Pontefice, al quale continua ad addebitare l’errore di aver lasciato all’Iran la possibilità di compiacere un certo tipo di elettorato».
Meloni come dovrebbe muoversi tra falchi o le colombe?
«Meloni deve accettare di essere marginale, tenersi aperte tutte le strade… come si suol dire, Francia o Spagna, purché se magna. Se Trump vincesse per l’Italia diventa importante non essere considerata ostile, se Trump perdesse va mantenuto un qualche rapporto con il nuovo regime. Siamo ancorati a un’Europa che è irrilevante».
La Russia è l’unico spettatore che gode in questo momento?
«Il petrolio russo si sta valorizzando e Trump si sta arenando esattamente come successo a Putin quattro anni fa, quindi, per lui è un momento estremamente soddisfacente: diciamo, in sintesi, un’occasione favorevole per la Russia e sfavorevole per Kiev. In Russia si producono armi a prescindere dalla fine dell’Iran. Ormai è chiaro il disimpegno Usa in Ucraina. L’Ucraina, nonostante la sconfitta di Orbán, è più sola che mai. Non vedo bene la guerra di Zelensky, l’Ucraina è declassata a crisi di secondo livello, un problema in secondo piano».
Possiamo concludere dicendo che la furia trumpiana ha cambiato il mondo?
«La situazione è stagnante con due sassi lanciati uno in Ucraina e uno nel Golfo e con onde che si ripercuotono ovunque, in tutto il mondo. Papa Francesco aveva ragione quando affermava che è in corso una guerra mondiale a tappe. E questo, sì, in parte dipende dall’America che pensa che tutti vogliano il tostapane e la macchina nel box. Ma lo stesso, forse in modo più elegante, vale per l’Europa che da sempre mira all’esportazione dei suoi valori. Da sempre, in tutte le guerre».
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Mentre Sempio entra nel mirino degli inquirenti, la figura di Stasi torna in discussione. Se gli elementi contro Sempio dovessero concretizzarsi, lo Stato italiano si troverebbe davanti a un cortocircuito giuridico senza precedenti.
Con la partecipazione di Cuno Jacob Tarfusser e Benedetta Giacinti.







