Roy de Vita smonta il ricatto di Pfizer sull’aumento dei prezzi dei farmaci in Europa e denuncia il silenzio delle istituzioni. Dalla gestione opaca dei vaccini Covid alla perdita di credibilità dell’OMS, fino al caos della comunicazione scientifica e al caso Belen–Bassetti: un’intervista senza sconti su potere, sanità e verità negate.
Andrea Ostellari (Ansa)
Il sottosegretario leghista Andrea Ostellari: «Nel pacchetto sicurezza introdurremo il rimpatrio per i minori stranieri che delinquono. Ancora più tutele per chi si difende a casa propria».
«Introdurremo nel pacchetto sicurezza il rimpatrio assistito per i minori stranieri che delinquono. È una novità che servirà anche ad arginare il fenomeno delle baby gang. E se nei campi rom i bambini vengono mandati a rubare, invece di essere mandati a scuola, va applicato il protocollo che abbiamo adottato come governo contro le mafie: quei figli devono essere tolti ai genitori e messi sotto tutela».
Andrea Ostellari, sottosegretario leghista alla Giustizia, elenca le proposte della Lega, studiate con Nicola Molteni e Matteo Salvini per affrontare il tema sicurezza, che si sta ripresentando con prepotenza dopo gli ultimi fatti di cronaca. «Sulla legittima difesa, bisogna ampliare le tutele per chi si difende in casa propria in continuità con quanto già fatto nella riforma voluta dalla Lega nel 2019: i procedimenti giudiziari non devono nemmeno partire. Non ci deve essere l’iscrizione automatica nel registro degli indagati per chi si difende o per le forze dell’ordine che ci proteggono». Critiche dall’opposizione «È incredibile come a sinistra, storicamente, faticano a digerire un principio elementare: la sicurezza è alla base del vivere civile. Difendere i cittadini significa tutelare le periferie e le fasce più deboli. Le nuove regole sulla sicurezza, volute dalla Lega, unite alla riforma della giustizia, miglioreranno la vita di tutti».
A La Spezia un diciannovenne egiziano è stato accoltellato a morte, al torace, da un compagno di scuola di origine marocchina. I docenti difendono la scuola: «Non è il Bronx», ma le statistiche dicono che c’è stato un aumento significativo dei reati commessi con armi da taglio. Come pensa di correre ai ripari? Ci saranno regole più severe sulle armi da taglio? Un decreto «anti lame»?
«Sì, a scuola si portano libri e non coltelli. Quella di avere lame in tasca è una moda preoccupante, che va stroncata. Ci saranno inasprimenti delle pene sia per il porto d’armi che per la vendita ai minori. Per questo stiamo spingendo affinché sia approvata quanto prima. Magari con un decreto urgente».
Bisogna intervenire sulle famiglie e sui genitori? Intravede un problema «educativo» dietro questi episodi? Matteo Salvini ha dichiarato che «oltre alla legge servono prevenzione ed educazione».
«La nuova norma sull’ammonimento fin dai 12 anni, introdotta dalla Lega, è un primo passo. Il questore, con la nuova nostra proposta, potrà convocare i ragazzi accompagnati dai genitori, che potranno essere puniti economicamente, fino alla perdita dei benefici genitoriali, anche per reati meno gravi ma che costituiscono una spia da non sottovalutare per evitare così che si sfoci in condotte ancora più violente».
Dalle baby gang all’«allarme maranza», c’è un problema sulle nuove generazioni non perfettamente integrate?
«Uno dei temi che va affrontato subito è quello dei minori non accompagnati che delinquono. Oggi per loro esiste un’ampia tutela addirittura fino ai 21 anni. Allo stato attuale questi giovani criminali non possono nemmeno essere collocati nei Cpr. Insomma, vengono protetti anche quando non lo meritano».
Quindi?
«Introdurremo, nel decreto sicurezza oggi in discussione, il rimpatrio assistito per i minori non accompagnati che commettono reati, e dunque non dimostrano volontà di integrarsi».
Cosa intende?
«Se si verifica un crimine, procederemo con il ricollocamento assistito nel loro Paese di origine, soprattutto quando si scopre che in quel Paese una famiglia ce l’hanno eccome. È una novità voluta dalla Lega che tutelerà in primis gli stranieri che in Italia arrivano per bisogno e necessità. Come è giusto che sia».
Da sinistra vi accusano di agire solo sul penale, quando la sicurezza è un problema più complesso. «La repressione non garantisce sicurezza, servono anche politiche sociali», dice Filiberto Zaratti, capogruppo di Allenza Verdi e Sinistra in Commissione affari costituzionali alla Camera.
«Di sicuro l’integrazione non si può raggiungere solo con le parole lanciate dai salotti chic. La sicurezza è un diritto civile, come la salute e l’istruzione. Garantire la sicurezza significa aiutare le periferie e tutelare le fasce più deboli. Ed è anche una battaglia culturale, quella di educare i giovani a rispettare le regole. Bisogna educare ai valori dei nostri padri e dei nostri nonni».
A Lonate Pozzolo, vicino Varese, un uomo sorprende due rapinatori in casa e ferisce un nomade di 37 anni, che morirà in ospedale. Più di cento rom forzano la porta del pronto soccorso. E adesso si temono ritorsioni nei confronti del padrone di casa, che rischia anche l’apertura di un fascicolo per omicidio. Che idea si è fatto della storia di Jonathan Rivolta?
«La difesa in casa propria, per quanto ci riguarda, è sempre legittima. La riforma della legge fatta da noi della Lega nel 2019 ha definito in maniera chiara la cornice della legittima difesa domiciliare. E la situazione è già cambiata rispetto a qualche anno fa».
Cambiata?
«Ad esempio, abbiamo eliminato il risarcimento del danno nei confronti del delinquente. E abbiamo fatto in modo che lo Stato paghi le spese processuali al cittadino che si è difeso legittimamente».
Basta questo?
«No, e infatti vogliamo proseguire sulla stessa linea tracciata dal ministro Salvini quando era all’Interno. Nel pacchetto sicurezza introdurremo lo stop alle iscrizioni automatiche nel registro degli indagati. Un principio che deve valere non solo per le forze dell’ordine in servizio, ma anche per i comuni cittadini che si difendono in casa».
In pratica, come pensa di applicare una simile novità?
«Prima di indagare chi si difende, il pm dovrà verificare la sussistenza di cause di giustificazione. E se queste cause esistono, il procedimento non deve nemmeno partire con l’iscrizione nel registro degli indagati».
I parenti del nomade ucciso a Lonate hanno dichiarato: «Rubare era il suo lavoro, aveva due figli piccoli da crescere. Ce l’hanno ammazzato».
«Chi ruba non sta lavorando. Il lavoro è un’altra cosa. I campi rom sono spazi che vanno riportati alla legalità. Non possiamo far finta che in quei territori certe cose non succedano».
A cosa si riferisce?
«Nei campi, i bambini vengono addestrati al crimine. Il governo con istituzioni e associazioni ha dato il via al “protocollo Liberi di scegliere”, per tutelare i figli di famiglie mafiose, consentendo anche l’allontanamento dei ragazzi dai contesti in cui regna la criminalità organizzata. Una scelta che funziona, e che va estesa anche con una legge ad hoc».
Qual è la sua idea?
«Applicare le regole di questo protocollo a tutti i contesti in cui i bambini vengono sfruttati come ad esempio nei campi nomadi. Se un genitore non manda i bambini a scuola, ma li spedisce a rubare, quei figli vanno messi sotto tutela».
Pensa che la magistratura lo permetterà?
«Credo molto nella stragrande maggioranza di magistrati che lavorano in silenzio. Ciò che è mancato a questi magistrati non è l’indipendenza dal potere politico, ma l’autonomia dallo strapotere delle correnti delle toghe».
Sta dicendo che i magistrati sono le prime vittime delle correnti?
«Sì, le hanno sempre subite. È un sistema che danneggia non solo i cittadini ma la magistratura stessa. La riforma sottoposta a referendum, da questo punto di vista, può essere una vittoria per tutti».
In realtà vi accusano semplicemente di volere un pm sottomesso al governo. «Non si vuole separare la magistratura», dice Nicola Gratteri, «ma solo controllarla».
«Per capire che non è vero, basterebbe leggere il testo della riforma. È scritto chiaro che i magistrati rimarranno indipendenti e autonomi da ogni potere, pm e giudici saranno tutelati. Una libertà che oggi non hanno, essendo succubi delle logiche correntizie».
Perché sostiene che la riforma della giustizia servirà anche all’economia e agli investimenti? Non è solo una questione di diritti, ma di crescita del Pil?
«Perché una giustizia davvero libera e indipendente da ogni condizionamento è alla base di tutto. Chi crede nel nostro Paese e sta investendo non è incentivato da un sistema giudiziario farraginoso e complicato».
Quindi?
«Quindi procediamo su due binari: da un lato la riforma costituzionale, dall’altro la sburocratizzazione: velocizzare i processi, digitalizzarli, dotare i tribunali del personale necessario. Entro il 2026 prevediamo la copertura della pianta organica dei magistrati, con nuove assunzioni di personale, e questo è un risultato straordinario».
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dichiarato che sulla responsabilità dei magistrati bisogna intervenire con caparbietà. Cito: «Il magistrato inetto e impreparato non va colpito nel portafoglio ma nella carriera, e semmai deve essere destituito». È d’accordo?
«Credo che l’inserimento nella riforma dell’Alta corte disciplinare proceda in questo senso. Stiamo ponendo le basi affinché il magistrato possa essere sanzionato o valorizzato quando è giusto farlo. È corretto prevedere sanzioni concrete, valorizzando, così, davvero il merito dei magistrati».
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Lamberto Frescobaldi (Imagoeconomica)
Il presidente dell’associazione delle imprese del settore Lamberto Frescobaldi: «Capisco le perplessità degli agricoltori. Ma per noi aumentare l’export in Sudamerica è una necessità».
Non tutto il Mercosur viene per nuocere. Si potrebbe riassumere così l’impressione che si ricava da questa chiacchierata con Lamberto Frescobaldi, uno dei signori del vino. La sua famiglia è tra le più blasonate al mondo, i vigneti si estendono in tutta la Toscana e dal Castello di Nipozzano a Montalcino ovunque ci siano territori di qualità c’è una cantina Frescobaldi. È anche a capo dell’Unione italiana vini e sotto la sua presidenza l’Uiv ha ripreso quella centralità che da sempre ha connotato la produzione enoica nel panorama agricolo ed economico. Con lui parliamo di Mercosur, di mercato e della novità dei vini senza alcol, che a molti fanno storcere il naso, ma che il marchese Frescobaldi invece classifica nella cartella delle opportunità.
Come presidente dell’Unione italiana vini ha giudicato positivamente il sì al tratto Mercosur. Per quali ragioni? Non teme che i brasiliani continueranno a farsi il loro Prosecco?
«Il Mercosur è certamente un buon accordo per il vino, raggiunge gli obiettivi di abbattimento delle barriere tariffarie e non tariffarie. Il mercato del vino sta affrontando una congiuntura particolarmente delicata. L’apertura di nuovi mercati e la diversificazione delle esportazioni rappresentano non solo una scelta strategica, ma una necessità imprescindibile. Al momento, il 60% dell’export italiano di vino è concentrato su cinque mercati principali. In questo contesto, il Mercosur - per ragioni storiche e identitarie - può costituire un’opportunità significativa per i nostri prodotti. È utile evidenziare che i vini europei destinati al Brasile subiscono attualmente rincari rilevanti, con dazi all’importazione che raggiungono il 27% per i vini fermi e il 35% per gli spumanti. Per quanto riguarda le indicazioni geografiche, 355 nomi di prodotti alimentari, vini e spiriti europei saranno protetti nel Mercosur e beneficeranno dello stesso livello di protezione oggi previsto nell’Ue. L’uso di un’indicazione geografica per prodotti non originali sarà vietato ed espressioni come “tipo”, “stile”, “imitazione” o simili non saranno consentite. Diverse denominazioni italiane, come Prosecco, Asti, Marsala sono oggi utilizzate in Argentina e Brasile; questo non deve stupirci, gli italiani che si sono trasferiti più di un secolo fa in quei Paesi hanno iniziato a produrre vini “nello stile” dei prodotti della loro terra di origine e con le medesime varietà. Il termine “Prosecco” è oggi utilizzato come varietà in Brasile, uno dei pochi Paesi al mondo dove il nome ancora non gode di una protezione robusta. A conclusione del negoziato, la Commissione ha ottenuto, a nostro avviso, un importante risultato e anche il nome Prosecco sarà protetto in Brasile».
Il mercato del vino in quei Paesi, a reddito assai inferiore rispetto all’Europa, vale mezzo miliardo di cui neppure il 10% è di vino italiano. Come pensate di crescere?
«Se le percentuali di incidenza del vino italiano sono così basse lo si deve proprio al fatto che finora vi sono state barriere commerciali talmente alte da aver scoraggiato la maggior parte delle imprese, soprattutto quelle abituate a produrre e vendere vini di medio e alto livello, che arrivavano sul mercato con prezzi proibitivi per la maggior parte del pubblico. L’eliminazione delle tariffe consentirà a un numero maggiore di aziende italiane di provare ad approcciare questi mercati, allargando sensibilmente la percezione dei vini italiani, oggi confinata a pochi prodotti ultracompetitivi. L’esperienza sudcoreana, con la progressiva eliminazione dei dazi dal 2011, ha consentito a quel Paese di crescere di oltre il 300% in termini di valore alle importazioni nel giro di appena dieci anni, con l’Italia assoluta protagonista. Per quanto riguarda la concorrenza interna, io non ho paura della competizione, quando questa è sana e giocata ad armi pari. Se i vini argentini dimostreranno di essere prodotti apprezzabili dal pubblico italiano, ben venga, vorrà dire che potremo imparare qualcosa di nuovo da loro (le loro varietà - come il Malbec - non sono coltivate qua in Italia). Al di là di tutto, i numeri attuali dell’industria vitivinicola argentina, peraltro focalizzata sul mercato sudamericano e su quello statunitense, non consentiranno mai un’invasione del nostro Paese».
I dazi americani vi stanno facendo ancora perdere mercato?
«Perdiamo noi così come perdono i nostri competitor, Francia in particolare. La mia sensazione è che i dazi, assieme alla svalutazione del dollaro in buona parte generata dalle tariffe, facciano male anche perché si inseriscono in un quadro generale difficile, con i consumi generali di vino - in contrazione da ormai 5 anni - fortemente condizionati dal calo del potere di acquisto, dalla pressione dell’industria delle bevande e da moti salutistici che fanno di un’erba un fascio. Il risultato, almeno per ora, è pesante: nell’anno appena terminato stimiamo un calo del valore dell’export attorno all’8-10%, dopo un primo semestre a +5%. Ma soprattutto, ciò che purtroppo dobbiamo rilevare è che le nostre imprese si stanno facendo in gran parte carico del dazio per non perdere quote di mercato, con i listini in calo di circa il 10%. Una situazione difficilmente sostenibile, che potremmo riuscire a superare solo con un maggior impegno da parte dei nostri partner commerciali statunitensi. In un contesto generale di difficoltà, tutti devono fare la propria parte per un obiettivo comune perché ricordo che per ogni dollaro investito in vino europeo il trade statunitense genera un beneficio di 4,52 dollari. Se il vino non arriva, e non si vende, i primi a primi a pagare dazio sono loro».
C’è un altro mercato potenziale per il vino italiano sempre sottovalutato: la Cina.
«La Cina non ha imposto dazi sul vino recentemente. C’è stata un’indagine su antidumping e sussidi che tuttavia non riguarda il vino, ma solo i distillati. La Cina rimane l’eterna terra promessa, però dobbiamo fare i conti con una realtà di mercato che ha visto le importazioni complessive di vino calare di circa un terzo dal pre Covid al 2024. Purtroppo il 2025 ha confermato la progressiva riduzione degli ordini».
Tornando al Mercosur, se dovesse giudicare con gli occhi di un agricoltore che non fa vino quali sono i punti di maggiore criticità?
«Le preoccupazioni del mondo agricolo europeo, in particolare di alcune filiere, sono legittime: il Brasile in particolare è una superpotenza quando si parla di agricoltura e allevamento. Tuttavia, ritengo che, anche grazie all’importante lavoro svolto dal governo italiano, l’accordo raggiunto a Bruxelles con l’introduzione di un regolamento specifico su importanti clausole di salvaguardia che monitoreranno con attenzione l’impatto sull’agricoltura europea tenga conto di queste preoccupazioni, prevedendo strumenti di intervento a sostegno del comparto».
Lei come moltissimi produttori di vino fa anche olio extravergine di oliva. È preoccupato dall’«invasione» di olio tunisino favorito dall’Ue?
«Questo è un argomento complesso. Ahimè nel nostro Paese non abbiamo avuto una politica di sviluppo di questo magnifico prodotto. Le olivete sono rimaste quelle centenarie, siamo stati sopraffatti dalle paure del cambiamento e quindi l’importazione ha preso il sopravvento. Adesso il mistero dell’Agricoltura ci ha posto attenzione e sono fiducioso che qualcosa cambierà. Dobbiamo ripartire dall’oliveta, come per i vini siamo ripartiti dai vigneti».
Non ama parlare dele sue aziende perché teme la commistione tra Frescobaldi imprenditore e Frescobaldi presidente dell’Uiv, ma visto dalla sua azienda come va il mercato?
«Il mercato non è stato facile per nessuno, Frescobaldi compreso. Dobbiamo trarre insegnamenti da questi momenti difficili per affinare le nostre tecniche per riflettere a cosa fare differentemente, per cambiare».
Lei produce alcuni dei vini più ricercati del mondo, Masseto, Ornellaia, il mercato dei fine wines è fuori dalla crisi? La concorrenza francese è ancora potente?
«La concorrenza anche per i vini più desiderati è molto alta, non possiamo rilassarci e dobbiamo produrre vini sempre migliori. I grandi francesi non dormono sugli allori e anche loro sono sotto pressione. Ho molti amici in Francia e con loro ci scambiamo spesso buone idee. Possiamo crescere entrambi».
Da presidente di Uiv lei si è molto battuto per tenere i vini dealcolati nel perimetro delle cantine e come prodotto agricolo. È soddisfatto del decreto del governo e quale pensa sia il futuro dei vini dealcolati?
«Siamo soddisfatti che, finalmente, il quadro normativo sui vini dealcolati sia stato completato anche in Italia. Sono diverse le imprese del vino italiane che vogliono sviluppare questo business e rispondere alle richieste di alcuni mercati e dei nuovi consumatori. Il vino “no e low alcohol” non sostituisce il vino tradizionale, ma offre un’opportunità in più a un consumatore che, per mille motivi, decide di non voler consumare una bevanda alcolica o voler semplicemente un vino più leggero. Vediamo nei prossimi anni quali saranno le reazioni del mercato, ma certamente mettere le imprese italiane nelle condizioni di competere al pari dei competitor tedeschi, francesi e spagnoli è una buona notizia. L’attacco all’alcol e al vino è un tema pressante, anche se recentemente vi è stata un’importante dichiarazione delle Nazioni Unite che ha ribadito la netta distinzione tra consumo moderato e abuso. Speriamo si continui su questa strada».
Il riconoscimento Unesco per la cucina italiana fa bene al vino?
«È un riconoscimento “alla carriera”, ma con ancora lunghi secoli davanti. E il mondo del vino italiano esulta, perché è parte di essa: in tavola assieme alla cucina italiana c’è anche il “suo” vino. Si tratta inoltre di un risultato politico importante da parte del nostro governo per difendere e promuovere le nostre identità in giro per il mondo dove c’è fame (e sete) di Italia».
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Gianclaudio Torlizzi (Imagoeconomica)
Il fondatore di T-Commodity Gianclaudio Torlizzi: «L’America corregge il tiro della globalizzazione, che ha permesso l’ascesa di Pechino. Sulla Groenlandia l’Italia ha le carte in regola per fare da mediatrice e proporre un accordo».
Gianclaudio Torlizzi fondatore di T-Commodity ed esperto di materie prime ed energia. In Groenlandia succede di tutto.
«Con lo scioglimento dei ghiacci, le rotte commerciali artiche diventano importanti, ed offrono un notevole risparmio di giorni di navigazione rispetto alle rotte tradizionali come Suez. Gli Stati Uniti mirano al controllo dei “colli di bottiglia” globali (choke point) e ad estendere la loro influenza sul continente panamericano. Non possono tollerare potenze ostili di Russia e Cina, in quest’area strategica. La disponibilità mineraria delle acque artiche è significativa. Si stima un’importante presenza di minerali, e l’attività di estrazione mineraria sottomarina (il cosiddetto deep sea mining) sarà una tematica cruciale del futuro. Gli Stati Uniti mirano ad assicurarsi queste risorse. Aggiungi che si trova tra Nord America, Europa ed Artico. Può costituire la traiettoria più breve per i missili balistici russi diretti in Usa. Lì c’è la base militare americana di Pituffik con tanto di radar per early warning missilistici. Il cosiddetto Giuk (Greenland, Iceland e Uk) è un choke point navale cruciale per monitorare le navi ed i sottomarini russi e cinesi presenti nel nordatlantico. Trump vuole la Groenlandia ma non ha le risorse per mettere militari là o costruire infrastrutture necessarie. Qui potrebbe entrare in gioco Italia come mediatrice e proporre un accordo. Esiste un problema di comunicazione con ambienti della diplomazia europea con la galassia Maga».
Altro che. Ma dalla sfera di cristallo che hai lasciato nell’altra stanza quale scenario prevedi? Gli Stati Uniti pagheranno un sacco di dollari. Danimarca e Groenlandia litigheranno su quanto spetta a ciascuno?
«Lo scenario più probabile è che la Danimarca mantenga una sovranità formale sul Paese, ma in cambio gli Stati Uniti otterranno la capacità operativa di muoversi. Un’azione di forza americana potrebbe invece destabilizzare ulteriormente una Nato già fragile e alienare l’appoggio degli alleati; mentre in questa fase sarebbe necessario rafforzare l’unità contro l’asse Mosca-Pechino».
A proposito di Russia e Cina, io mi sono fatto questa suggestione. Donald Trump, non essendo riuscito a spezzare l’asse Mosca-Pechino e a ottenere un accordo in Ucraina, ha come piano B quello di smontare il Sud globale pezzo per pezzo, partendo dal Venezuela. Giusto?
«La strategia di “Noxin”, cioè di spezzare l’abbraccio tra Mosca e Pechino, non ha avuto successo finora. Washington scommetteva che Mosca, a lungo andare, sarebbe stata fagocitata da Pechino, e che la Cina stesse assecondando e strumentalizzando le velleità neo-imperiali di Putin per concentrare gli sforzi bellici occidentali sull’Ucraina. Tuttavia, non c’è stato l’avvicinamento sperato da parte di Putin. L’azione venezuelana non è tanto una reazione a questo fallimento, quanto un’azione che si sarebbe verificata comunque. Il target è Pechino. La priorità numero uno per gli Stati Uniti è fronteggiare l’ascesa cinese, e il Venezuela, fornitore di petrolio alla Cina, rappresenta il primo segnale della strategia americana di estendere la propria influenza sul continente panamericano in chiave anticinese. Anche l’Iran rientra in questa strategia».
Ci arriviamo. Da consulente del ministero della Difesa, concordi sul fatto che la Cina sia una grande potenza economica che però non regge il confronto militare con gli Stati Uniti?
«Sì, non credo si possa parlare di una totale parità di mezzi. La capacità produttiva cinese, pur avendo superato quella statunitense in alcuni ambiti come quello navale, non è sufficiente a garantire un predominio. Il motivo è semplice. La scarsa esperienza delle forze armate cinesi nei conflitti bellici. La guerra è esperienza, e il fatto che i cinesi non abbiano maturato decenni di esperienza diretta sul campo rende difficile affermare che la loro capacità militare sia sufficiente per battere gli avversari. Prendi l’Ucraina. Oggi ha un’industria all’avanguardia nel comparto droni. Cosa impossibile senza l’esperienza dolorosa dell’invasione russa degli ultimi quattro anni».
Hai evidenziato come gli Stati Uniti stiano costruendo catene del valore «made in Usa» e che il Pentagono acquisisca partecipazioni di minoranza strategica in molte aziende, assicurando loro commesse a prezzi superiori a quelli di mercato per consentire all’industria di rinascere. Ho compreso bene?
«Sì, è corretto. Le materie prime sono una criticità primaria per gli Usa, data la dipendenza della Cina, che controlla oltre il 90% della raffinazione di terre rare. Gli Stati Uniti agiscono su due fronti. Da un lato sul fronte energetico. Cercando di compromettere l’approvvigionamento petrolifero cinese. Vedi appunto Venezuela e Iran. L’obiettivo è indebolire Pechino che da quelle importazioni dipende. Poi ci sono i minerali. Gli Usa stanno creando nuove filiere. Per competere con i prezzi cinesi, il Pentagono entra nel capitale di aziende minerarie locali e garantisce contratti pluriennali con prezzi superiori a quelli di mercato. Questo crea problemi all’Europa, cui gli Usa chiedono un price floor più alto sulle materie prime…».
Un prezzo minimo remunerativo.
«L’Europa resiste, temendo costi maggiori per le manifatture, e non attua politiche di sussidio come gli Usa, che però bilanciano con dazi e mantenimento dei prezzi del petrolio. L’Ue, invece, con il dazio ambientale Cbam non farà che aumentare i prezzi di acciaio e altre materie prime. E questo si che intacca la competitività e genera incertezze legali. Come al solito Bruxelles dimostra una mancanza di visione e di conseguente policy sulle materie prime. E mentre l’Europa si balocca, gli Stati Uniti costruiscono rapidamente una propria filiera mineraria».
Ultimo quadrante. La prospettiva di uno shock in Iran si allontana? Sostieni che il 20% del petrolio cinese proviene da quell’area, però per ora non si intravedono segnali di cambiamento?
«Sì, è corretto. L’Iran è un paese molto più complesso del Venezuela. Gli Stati Uniti si sono fermati anche a causa dell’opposizione di alcuni Paesi arabi, come l’Arabia Saudita, che non sarebbero contenti di un collasso dell’Iran. Perché aumenterebbe l’offerta di petrolio sul mercato, causando un ulteriore calo dei prezzi. Ci sono pressioni cinesi e forse dai paesi del Golfo per evitare un’azione di forza immediata. È un dossier complesso, anche perché non si può escludere una reazione come il blocco dello stretto di Hormuz (dove passa il 20% del petrolio globale). Oppure attacchi missilistici ai Paesi del Golfo. Non sono neppure sicuro che il cambio di regime a Teheran sia l’obiettivo finale di Washington. Il vero scopo è rendere l’Iran il più possibile “allineato”, trasformandolo da alleato strategico di Pechino in un attore più gestibile. In ballo non ci sono solo le forniture di petrolio e la gestione del choke points, ma anche la Via della Seta cinese che rischia di saltare».
Una curiosità. Si favoleggia giustamente delle immense riserve petrolifere del Venezuela ma della sua scarsa produzione. Il petrolio del Venezuela è praticamente bitume vero? Costa poco estrarlo ma tanto lavorarlo, giusto?
«Sì, è un petrolio pesante che può essere raffinato principalmente da Stati Uniti, Cina e India. Costa poco estrarlo, ma la manutenzione degli impianti petroliferi è scarsa dopo l’espropriazione di Chavez, rendendo necessario un revamping generale e generando incertezza sui costi di lavorazione. In quegli impianti servirebbe un energico revamping visto lo stato in cui si trovano».
Tu parli spesso di nuovo paradigma della politica estera americana. Che tradotto significa?
«L’evoluzione dell’economic statecraft a stelle e strisce prevede che il settore privato gestisca estrazione e sicurezza, e il governo incassi il vantaggio geostrategico più una quota dei profitti; mantenendo salve le casse statali e la capacità militare. Questo implica un totale allineamento delle grandi aziende americane alle istanze del governo, indipendentemente dalla presidenza (Trump o altro). Non penso che cambiando le amministrazioni cambi il corso degli eventi. La politica estera americana era già destinata a questo tipo di azione per contrastare il superamento della Cina. Trump o non Trump. Alcuni europei non capiscono che l’approccio precedente, superglobalista, rimpianto da alcuni, ha permesso alla Cina di emergere. Era un modello fallimentare che doveva essere fermato e riformato. Da un lato quindi l’Europa dovrebbe comprendere questo interesse strategico statunitense per la riforma della globalizzazione e aiutare gli americani a contrastare la Cina. Dall’altro va anche detto come l’approccio muscolare di Trump nei confronti dei suoi alleati rischia di avere un effetto controproducente, come è emerso dall’avvicinamento del Canada alla Cina».
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Monsignor Antonio Suetta risponde alle polemiche sulla campana che ogni sera suona a Sanremo per ricordare i bambini non nati. Accusato di patriarcato e violenza simbolica, ribadisce: non è una provocazione, ma un richiamo alla coscienza e al valore inviolabile della vita.







