Attilio Fontana, governatore della Lombardia, nemmeno il tempo di celebrare il successo planetario di Milano-Cortina e già si dibatte sulle Olimpiadi estive del 2040.
«Qualcuno prova a salire sul nostro carro: visto che sono andate così bene a loro, si chiede, perché non cogliamo l’occasione per fare bella figura pure noi? Domanda legittima, ma la risposta è: perché voi non siete la Lombardia».
Roma ci spera.
«Se vogliamo garantire un altro successo, dobbiamo farle qui».
Nutre fiducia solo nei suoi corregionali?
«Oggettivamente, ci sono condizioni di vantaggio: amministratori che fanno squadra, classi dirigenti e cittadini che sentono le responsabilità in modo un po’ diverso da come accade nel resto del Paese».
In che senso, scusi?
«Siamo più determinati. Non ci lasciamo spaventare dai problemi. Guardiamo sempre al futuro con entusiasmo. È una condizione unica in Italia».
Si riparla di Olimpiadi diffuse, però.
«Giustissimo. Allora perché non prendere in considerazione Milano, Torino e Genova?».
Lo storico triangolo industriale?
«L’idea mi è venuta quando, qualche giorno fa, ho incontrato Cirio e Bucci, i governatori di Piemonte e Liguria».
L’importante è stare sulla linea del Po?
«Visto che ci sarebbe pure Genova, stavolta dovremmo spostare il confine lungo l’arco appenninico».
Lei scherza. Ma l’assessore allo Sport capitolino, Alessandro Onorato, non l’ha presa bene: «Fontana si avventura in stereotipi che danneggiano la credibilità dell’intero Paese per racimolare voti in Pianura padana».
«Beh, lasciamogli fare l’offeso. Quando uno si mostra così piccato di fronte a una considerazione tanto ovvia, vuol dire che è anche di poco spirito. Vede: magari le organizzerebbero benissimo. Faccio però un esempio: i mondiali di nuoto a Roma del 2009. Si ricorda come andò a finire?».
Vagamente.
«Mi permetta di rinfrescarle la memoria: ritardi clamorosi, progetti incompiuti, inchieste giudiziarie, impianti sequestrati. Ecco, non vorrei che si finisse per gareggiare all’Acquacetosa».
Vogliono brillare di luce riflessa?
«La Lombardia viene mal sopportata. Dimostra che in Italia si può essere propositivi e si riescono a fare le cose. Questo dà un po’ di fastidio a chi affonda le sue radici nelle gran chiacchiere. All’inizio c’era mezzo governo che tifava contro di noi».
Era l’epoca dei gialloverdi, con Conte a Palazzo Chigi.
«I grillini erano contrarissimi. Fu grazie a Giorgetti, allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, che riuscimmo a ottenere la candidatura».
Intanto a Roma avete firmato le prime intese sull’autonomia, lo storico vessillo leghista.
«Quello che è successo con le Olimpiadi potrebbe diventare un messaggio anche per gli amministratori del Sud: dicendo di no al federalismo stanno perdendo enormi opportunità».
Non si fidano dei ricchi settentrionali?
«Invece, vorrei dire loro: avete le capacità per fare grandi cose, dalla brillantezza di spirito alla magia dei luoghi. Perché cercare sempre la mano protettrice della Capitale? Perché genuflettersi a mamma Roma, che cerca di tenere tutti fermi e in silenzio, sperando che nessuno dia fastidio?».
Sono state settimane intense. Roberto Vannacci, come da lei auspicato, alla fine ha lasciato la Lega.
«Era inevitabile, anche se forse l’addio poteva essere previsto molto prima. Anzi, probabilmente questo matrimonio non bisognava nemmeno farlo».
Perché?
«Siamo due mondi troppo diversi».
Lei non ha mai amato il generale.
«Non ho assolutamente niente contro Vannacci. Le poche volte che gli ho parlato mi è sembrata una persona intelligente, simpatica e brillante. Però rappresenta valori con cui non abbiamo nulla a che spartire. Sono migliori i suoi o i nostri? Non importa. L’importante è che ognuno adesso prosegua per la sua strada».
Quali sono queste incompatibilità?
«Dal centralismo smaccato al nazionalismo esasperato. Tutte cose che non hanno niente a che vedere con il tipo di società che immagino e cerco di contribuire a realizzare».
Due mesi fa, mentre gli altri borbottavano, lei è deflagrato: «Col cazzo che vannaccizziamo la Lega!». Seguì l’apoteosi.
«I militanti non si sentivano certo rappresentati dal generale».
È stato il punto di non ritorno?
«Per la prima volta si è avuto il coraggio di dire quello che pensavano veramente i nostri».
In quanti poi l’hanno chiamata?
«Qualcuno».
Sia sincero.
«Tanti».
Comunque, è stato lui a lasciare la Lega.
«Non posso fare valutazioni su quello che pensa. Se uno però crea all’interno di un partito una struttura parallela, cosa vuol dire? Non bisogna essere degli acuti osservatori e nemmeno dei fini strateghi alla Churchill per capirlo: chi si dà tanto da fare, evidentemente cerca di creare un suo movimento».
Aveva assicurato che il Carroccio non sarebbe stato un tram.
«Mi pare evidente che sia accaduto il contrario».
Ha chiarito che il suo nuovo partito rimane un naturale interlocutore del centrodestra. Nessun leader ha ancora commentato.
«E vuole che mi esprima proprio io?».
Lei è più libero di farlo, magari.
«Fino a un certo punto».
A Bruxelles Futuro Nazionale è entrata nel gruppo più a destra del continente, assieme ai tedeschi di AfD. È un problema per l’eventuale appoggio al governo?
«Veda lei».
Pescano tra astensionisti o delusi?
«Toglie un po’ di voti a noi, un po’ alla Meloni, un po’ a tutti».
Nei sondaggi siete calati al 6%.
«Non mi preoccupa. In giro c’è fame di Lega. E non parlo di militanti, perché con loro dibattere di autonomia è come sfondare una porta aperta».
Di chi, quindi?
«Mi riferisco a tante persone che incontro e non c’entrano niente con noi: professionisti, insegnanti, imprenditori. Vogliono parlare della possibilità di decidere. Sono convinto che, quando la nostra grande forza propulsiva tornerà al centro della comunicazione, quei voti li ritroveremo».
Cosa cambia dopo l’uscita del generale?
«Ci permette di chiarirlo una volta per tutte: non siamo e non saremo mai quello in cui ci voleva trasformare».
Ovvero?
«Né un partito di estrema destra né un partito centralista».
Adesso resta vacante il posto di vicesegretario. Ha qualche suggerimento?
«Non mi permetto di dare nessun suggerimento a Salvini. Anzi, è lui che li dà a me. Ed è giusto che sia così. Però ci sono due persone che interpretano bene il sentimento della Lega. Sono apprezzati dalla loro gente e potrebbero essere un valido sostegno al nostro segretario federale».
Chi?
«Zaia e Fedriga: sarebbero entrambi una scelta eccellente».
Oltre ad aver vivacemente eccepito sulla «vannacizzazione», ha osservato che a tanti leghisti piace un po’ troppo l’amatriciana.
«Roma è una città che avvolge. Può far smarrire il senso della realtà. Chi fa il parlamentare o il ministro deve rimanere sempre vicino al proprio territorio, se non vuole perdere il contatto con ciò che conta davvero».
Senza dimenticare il risotto con l’ossobuco.
«Sì, ma anche la polenta».
Sembra una moderna rivisitazione di «Roma ladrona».
«Le faccio una confidenza: a tante cose che diceva Bossi credevo fideisticamente. Adesso che le vivo in maniera diretta, ho le prove. Senza timore di smentita, posso affermare che aveva sempre ragione».
Vede spesso il Senatur?
«Lo vado a trovare ogni tanto».
Come sta?
«Mentalmente è lucidissimo. Fisicamente mi sembra po’ sciupato».
E cosa dice di Vannacci?
«Non capisco la domanda…».
Ha commentato l’addio del generale?
«Non sento. Sono in viaggio per Brescia. Sto entrando in una galleria…».
Non ci sono gallerie fra Milano e Brescia.
«Appunto».
Meglio non infierire?
«Ecco».
Il suo mandato scade fra due anni. Pare che, in cambio del Veneto, Salvini abbia concesso la Lombardia a Fratelli d’Italia.
«Se così fosse, mi dispiacerebbe: nessuno sa interpretare la lombardità come la Lega».
Anche il ruvido Fontana, dopo dieci anni da governatore, finirà tra i magnaccioni capitolini?
«Ruvido io? E pensare che, per tutta la vita, m’hanno dato del moderato».
Schietto, allora.
«Con altrettanta franchezza le dico che, se dovessi finire da quelle parti, non dimenticherò i nostri piatti tipici».
Niente amatriciana?
«Solo con estrema moderazione».







