Secondo Emanuel Pietrobon, analista di Masirax, anche il dossier sul magnate pedofilo potrebbe aver indotto Trump a iniziare una guerra contro gli ayatollah.
2026-03-17
Tivù Verità | Giustizia, Valditara: «Basta indottrinamento nelle scuole e strapotere delle correnti»
Il ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara interviene sul referendum sulla giustizia, denunciando un clima di totalitarismo strisciante e attacchi personali rivolti a chi sostiene le ragioni del Sì.
Il vicepresidente della Federazione delle industrie del settore Ettore Fortuna: «Entro un mese sbalzi di 4 centesimi a bottiglia. I fornitori dicono: “Così o non consegniamo”».

«Tra circa un mese, nella migliore delle ipotesi, i consumatori potrebbero trovare sugli scaffali dei supermercati le bottiglie di acqua minerale a un prezzo superiore del 18-20%. Ciò significa che un brand di fascia di prezzo medio basso, passerebbe dagli attuali 20 centesimi al litro a circa 24, mentre per un livello superiore da 35 centesimi si passerebbe a 42. Colpa della guerra che ha bloccato il passaggio nello Stretto di Hormuz, costringendo le navi cargo a fare il giro più largo, dicono i distributori di plastica per bottiglie e tappi che hanno comunicato alle imprese clienti di voler aggiornare i contratti di fornitura applicando al prodotto un aumento del 18-20%. Ma è possibile un rincaro così importante dopo solo una settimana di guerra?», si chiede il vicepresidente di Mineracqua, la federazione delle industrie dellle acque minerali naturali e delle acque di sorgente, Ettore Fortuna.
Facciamo qualche conto. Considerando un consumo annuo pro capite di 257 litri, la spesa salirebbe da 46 euro (con il prezzo a 0,18 euro) a 64 euro (a 0,25 euro). Per una famiglia media, l’aumento di 4 centesimi a bottiglia porterebbe a un esborso da 102 a 141 euro annui.
«I nostri fornitori di plastica per la bottiglia, i tappi e per il termo-retraibile, ci hanno inviato una lettera in cui comunicano che applicheranno aumenti da 200 a 250 dollari a tonnellata, a causa dell’eccezionalità della situazione dovuta al conflitto. Parliamo di contratti stipulati, con prezzi concordati. Questi 250 dollari corrispondono a circa il 30% in più a tonnellata su quanto già pattuito, che tradotto per una singola bottiglia significa, come anticipato, un 18-20% di aumento dei nostri costi».
Ricadrà sul consumatore?
«Ogni azienda valuterà come comportarsi. Certo è che 4 centesimi a bottiglia rappresentano un maggior costo difficile da internalizzare, pena un deterioramento dei conti economici. Ci preoccupa che questo rappresenti una spirale inflattiva proprio dopo che abbiamo lavorato come sistema Paese per riportare l’inflazione al livello virtuoso a livello europeo di 1,6-1,7%».
Non potete opporvi a queste pretese?
«Sembra difficile perché se non riconosciamo questo extra costo, il surcharge, i fornitori potrebbero non consegnarci la materia prima, con il rischio che l’acqua minerale nelle prossime settimane scarseggi negli scaffali».
Ma allora potreste rifornirvi da altri produttori non coinvolti dalla situazione.
«I fornitori di plastica sono sempre gli stessi. Mentre c’è il rischio che per altre materie prime possano essere avanzate richieste di extra prezzo, come per lo zucchero, utilizzato dalle nostre aziende che producono bibite».
Qual è la filiera?
«Alcune imprese partono dal granulo e realizzano la bottiglia, altre dalla pre-forma che fanno trasformare in capsule poi trasformate in bottiglie. Le imprese di maggiori dimensioni sono più integrate e realizzano anche i tappi. Anche la plastica per i tappi è aumentata di 200-250 dollari a tonnellata».
I fornitori come giustificano i rincari?
«Ci hanno detto che per evitare lo Stretto devono fare una deviazione che li costringe a una navigazione anche di 40 giorni in più».
Quando potrebbero scattare i rincari?
«Nel momento in cui ci arrivano i nuovi ordini della plastica maggiorati di 200-250 dollari a tonnellata. Nel frattempo stiamo valutando l’eventuale profilo speculativo da parte dei fornitori. Per il momento si naviga a vista. Le ripercussioni sul mercato si potranno vedere entro 3-4 settimane».
Qualè il giro d’affari del settore?
«Il comparto è importante sia per l’economia nazionale che per l’export, in quanto l’acqua italiana è diventata un simbolo del made in Italy. Il giro d’affari al consumo è pari a 3,3 miliardi e vengono venduti oltre 15 miliardi di litri l’anno e 1,6 miliardi esportati in tutto il mondo. Il settore occupa 50.000 addetti tra diretti e indiretti».
I dazi vi hanno colpito?
«Le nostre esportazioni non hanno risentito dei dazi al 15% per la forza dei nostri brand, ai quali il consumatore americano non vuole rinunciare. Nel 2024 le vendite all’estero sono cresciute a doppia cifra e questo dà la misura della qualità delle nostre acque».
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Cochi Ponzoni (Imagoeconomica)
Il comico: «Era una Milano folkloristica, un amico rubò un Tir di camomilla e non sapeva che farsene. In Rai tenevano me e Pozzetto a freno. Oggi la comicità è più dozzinale».
Cochi Ponzoni, ha partecipato a Sanremo 2026, interpretando E la vita, rivisitata, con Paolo Rossi, Paolo Jannacci, J-Ax, nel gruppo denominato J-Ax Ligera County Fam.
«L’idea è nata da J-Ax che voleva mescolare il suo linguaggio, un po’ di rapper e e un po’ di cantante particolare, con una canzone tradizionale ad impronta cabarettistica evocante il mondo della Milano degli anni Settanta e del dopoguerra per cui il gruppo, questa ligera, rappresenta un po’ quella situazione milanese di personaggi folkloristici della malavita romantica del dopoguerra».
Un mondo che non esiste più…
«Era un mondo che da ragazzo ho frequentato col mio amico Renato (Pozzetto, ndr.) perché girando per le osterie degli anni Cinquanta inevitabilmente ti incontravi con quelle persone che avevano anche un lato artistico».
Nel 1972 Danilo Montaldi scrisse Autobiografie della leggera. Emarginati, balordi, ribelli si raccontavano…
«C’erano persone che vivevano di espedienti ma senza sparare a nessuno. C’era anche chi rubava i Tir. Molta auto-ironia. Elia, un nostro amico, sognava di rubare un Tir di lamette da barba. Ma non si sapeva quel che c’era nei Tir. Una volta rubò un camion di camomilla e non sapevano più a chi darla».
Tornando all’Ariston. J-Ax nell’incipit di E la vita scandisce: «C’è chi piange davanti a milioni di follower / che chi soffre davvero ma davanti agli altri sorride / C’è chi avrebbe solo bisogno di coccole ma nessuno gliele fa / E allora prende / Prende un fucile…». Sintesi efficace dell’oggi.
«Questo mondo elettronico che ci ha invaso ha ridotto moltissimo i rapporti interpersonali umani, non ci si guarda più negli occhi, si guarda il telefono, e più che telefonare ci si manda messaggi. È diventato tutto un po’ artefatto, disumano. Alla fine dei conti quello di cui abbiamo bisogno, perché siamo ancora esseri umani con il sangue nelle vene, è stabilire contatti umani».
Un’altra new entry: «C’è di dice che è tutto truccato / Chi fa la cover del pezzo impegnato / Chi invece spinoso c’è nato / e canta Cochi e Renato»… Critica a uno scadimento della discografia?
«A parte il periodo d’oro in cui c’erano i cantautori come Jannacci, Paoli, Lauzi, Tenco, De André c’è stata un po’ di caduta nelle proposte musicali, eccetto casi particolari. Non c’è più questo passato importante, canzoni con significato sociale e con un’aura poetica, se non in qualche caso».
Poi lei e Paolo Rossi partite con una strofa classica: «A chi sbaglia a fare le strissie / A chi invece avvelena le bissie / [...] E la vita l’e bela, l’e bela / basta avere l’umbrela, l’umbrela». C’era un’ironica critica sociale?
«Sì, effettivamente c’era. Innanzitutto è stata la prima canzone apparsa con dei video. Ogni strofa aveva un’immagine filmata. “C’è chi un giorno ha fatto furore”, io Mussolini, Renato in divisa da Ss. E i bambini con la manina ci facevano “ma cosa volete ancora?”. Quella canzone ebbe molto successo a nostra insaputa, non pensavamo proprio, era la sigla di chiusura di Canzonissima 1974».
Quando la cantavate in tv Aleotti aveva due anni.
«Sì, però le riproposte anche televisive, l’avevano affascinato. Con J-Ax siamo stati anche vicini di casa, ci incontravamo. Probabilmente nella nostra conoscenza umana, nata per caso, gli è venuto in mente di riproporre la canzone».
Nel 1972, con Renato, cantaste un altro pezzo celebre, la Canzone intelligente. «Cosa ci vuole, si sa, per far successo tra la gente...».
«Era una satira di quelli che volevano buttarsi nel cantautorato pensando di fare i soldi ma senza averne il talento».
Cos’è la vita, del 1976, autori Enzo Jannacci e Massimo Boldi…
«Jannacci ci ha chiesto di cantarla qualche volta ma non era farina del nostro sacco».
«Cos’è la vita (senza i dané) / ma allora è vita (senza i dané) / non è più vita (senza i dané) / questo è proprio il limite». Verso filosofico perfetto.
«Secondo me il testo di Enzo riguardava proprio l’impossibilità della felicità al 100%. Anche quando hai fatto i soldi… C’è sempre qualcosa che ti manca».
Il reduce, canzone sulla guerra del ’15-’18. Autori: lei, Pozzetto e Jannacci. «“Avanti Savoia”, non si muove nessuno, “ci vado io” / quel pirla di un Silvio, / salta su come un matto dalla trincea… / pra ta ta ta ta / una mitragliata l’ha spaccato in due, puttana Eva / ma porca di una puttana, / salta su come un matto nella trincea».
«Era un monologo che faceva Renato, contro la guerra. L’abbiamo fatta insieme. Facevamo queste cose soprattutto in cabaret».
Il poeta e il contadino, trasmissione che vi rese celebri. Autori: lei, Jannacci, Pozzetto, Peregrini e Clericetti.
«Peregrini e Clericetti, funzionari Rai, erano i nostri supervisori, sapendo che in Rai eravamo un po’ pericolosi, scatenati. Ci tenevano un po’ a freno. Però tutta farina del nostro sacco».
Lei faceva un borghese ricco e viziato, Pozzetto uno del «popolo». Battute indimenticabili: Pozzetto: «Profumo?». Lei: «No, insetticida». Pozzetto: «Francese?». Lei: «No, elvetico». Pozzetto: «Si sente che sa di orologio». La dialettica tra le classi sociali come parodia. Gianni Agnelli vi amava. Audience altissima.
«Trenta milioni di persone. Avevamo un background importante. Da ragazzi frequentavamo Lucio Fontana, Piero Manzoni, Dino Buzzati, Luciano Bianciardi, Dario Fo… Lucio Fontana era un nostro fan e ci diceva sempre che ci voleva mandare a Sanremo».
Quel tipo di satira a confronto con la tv di oggi?
«Al giorno d’oggi c’è una proposta enorme di giovani che vogliono fare i comici in un sacco di trasmissioni come Zelig. Diciamo che il linguaggio si è un po’ abbassato a un livello un po’ più terra terra. Niente in contrario a una comicità popolare ma molte volte si arriva a una comicità da “bar dello sport”. Un po’ dozzinale».
Aurelio, nel 1976 ha recitato nel film Cuore di cane di Lattuada, accanto a Max von Sydow.
«Siamo diventati molto amici. Pensi che io, quando l’ho incontrato, gli ho detto - siccome andavo ai cineforum - “ti ho visto nei film di Bergman”, Il settimo sigillo eccetera, dei quali lui era protagonista. Quando me lo sono visto davanti, alto 2 metri, gli ho detto “sono commosso e anche preoccupato, davanti a un monumento come te…”. Mi ha insegnato moltissimo. Ci siamo frequentati molto nel privato».
Interpretava queste parti di uomo oscuro, tormentato, a volte cinico killer. Com’era invece?
«Una persona dolcissima. Gran professionista. Le sarte del film erano innamorate di lui perché, dopo le riprese, ripiegava tutti i costumi e li metteva in ordine».
L’inquilino, canzone del ’76, autori lei, Jannacci, Pozzetto. «Pu-puli-puli-pu fa il tacchino, / qua qua qua fa l’ochetta [...]». Aggiornamento: «Se cade lì lo stadio di San Siro / ormai svenduto a qualche emiro / a la mattina el leve su / ciapa el terzo anello se lo pica in del cü…». Che ne pensa della vicenda di San Siro?
«Per me è un monumento che deve rimanere così com’è, non devono demolirlo, a parte che lo trovo bellissimo e poi ha una storia, era il teatro del grande Meazza. Ci feci uno spettacolo su un episodio raccontato da Gianni Brera, divertentissimo. Una domenica Meazza, grande tombeur de femmes, era all’hotel Principe di Savoia a letto con due signore. Lo aspettavano allo stadio per la partita, alle 3 del pomeriggio. L’allenatore: “Se te fe minga un gol te ciapi e pezade nel cü”. Entrò in campo fece subito un gol».
Ruggeri è interista, Rossi pure. Lei?
«Mai stato fanatico del calcio. Ma io sono milanista perché da bambino, nel mio pianerottolo, abitava un giocatore del Milan, si chiamava Antonini (Giuseppe Antonini, , ndr.). Un giorno del 1948, uscì di casa, io stavo andando a scuola. “Vieni Cochi, che ti faccio un regalo”. Mi regalò una spilletta del Milan smaltata d’oro»
E Renato Pozzetto?
«Anche lui milanista. E anche Jannacci. Eravamo tutti milanisti».
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Eugenia Roccella (Ansa)
Il ministro della Famiglia Eugenia Roccella: «Rifiutare il parere del Garante significa non gradire alcuna supervisione. Sui bimbi del bosco io invece mi fido di Terragni. Hanno diviso un focolare unito, in altri casi dicono che “basta l’amore”».
L’assistente sociale che prima diserta l’incontro con il Garante dell’infanzia, poi polemizza con lei tramite il suo legale. Poi la stessa assistente che denuncia gli avvocati dei Trevallion. Il caso della famiglia nel bosco sembra avere raggiunto un livello di conflittualità molto elevato, persino all’interno delle istituzioni.
Eugenia Roccella, ministro della Famiglia, non le sembra troppo?
«Mi sembra che il livello di conflittualità non sia solo elevato, ma anche un po’ improprio. Il Garante nazionale è una figura - secondo le convenzioni internazionali - indipendente, che deve essere terza, e serve proprio a fare quello che la Garante Terragni sta facendo. Quindi ha sempre lo scopo di tutelare il migliore interesse del bambino. Deve fare controlli, verificare, dare il proprio parere. E non accettare il parere del Garante vuol dire non accettare alcun tipo di supervisione. Non dico di critica, ma di verifica con una figura che ha questo compito a livello istituzionale. Significa non accettare una verifica che è prevista dagli organismi internazionali, quindi mi sembra un po’ improprio. È come se il garante dei detenuti non fosse accolto quando va a visitare un carcere».
La garante ha detto che bisogna ragionare sulla preparazione degli assistenti sociali.
«Non è in discussione la preparazione individuale dei singoli operatori, caso mai il percorso più generale di preparazione. La Garante ha messo in discussione questo, si è chiesta se il percorso di preparazione degli assistenti sociali sia sufficientemente approfondito rispetto al ruolo delicatissimo che svolgono. Comunque nessuno, quando un Garante entra per le verifiche che sono di sua competenza, si lamenta. Ripeto: mi sembra un po’ improprio questo tentativo di conflitto con una figura di garanzia».
Se un servizio sociale entra in conflitto in questo modo, possiamo ancora fidarci del fatto che lavori per il bene della famiglia? Non sarebbe forse il caso di riflettere se cambiare persone? Altrimenti viene da pensare che alla base di tutta questa storia ci sia un’incomprensione umana.
«Direi che c’è stata perché aver allontanato prima il padre e poi la madre perché la si riteneva ostativa vuol dire che non si è riusciti a stabilire un rapporto di collaborazione con la famiglia. Ma lo scopo dell’intervento degli assistenti sociali non è separare i bambini dalla famiglia bensì cercare di ripristinare in famiglia il miglior rapporto possibile fra le diverse componenti allo scopo di tutelare i figli, i bambini. Da quello che dicono ora i servizi, sembra che per avere un buon rapporto con i bambini sia bastato allontanare la madre. Si dice che adesso non c’è più bisogno di cambiare la collocazione dei piccoli perché con loro si può stabilire un rapporto senza di lei. Mi chiedo: ma è questo l’obiettivo?».
Già, la scopo è questo?
«Lo scopo io credo che sia non aumentare o addirittura produrre un conflitto fra i genitori, perché anche questo c’è: è meglio il padre, è meglio la madre... Non è questo lo scopo dell’intervento esterno in una famiglia. Per altro in una famiglia in cui c’è amore. Quante volte abbiamo sentito dire che basta l’amore?».
In altre circostanze è una frase che viene ripetuta costantemente.
«Guardi, io sono convinta che l’amore non sia l’unica cosa che serva ai bambini e quindi è giusto che ci siano tutta una serie di garanzie per i minori. Però lo scopo finale dell’azione dei servizi è proprio cercare di fare in modo che la famiglia abbia il miglior rapporto possibile sul piano educativo e affettivo, che abbia la migliore competenza genitoriale da sola. I servizi servono come intervento di supporto, non come intervento sostitutivo. Questo deve essere in linea generale il modo di intervenire, secondo me, e non so se in questo caso tale sia obiettivo sia stato perseguito nel migliore dei modi. Io mi fido della Garante, della sua capacità di giudizio».
Stupisce in effetti quella che sembra una tendenza a separare. Risulta che i servizi abbiano incontrato il solo Nathan proprio nel giorno della visita della Garante. Poi dalla casa protetta si dice che, allontanata la madre, i rapporti con i bambini si sono ricomposti. Si ripete che la madre è ostile e invece il padre si mostra più malleabile e più dialogante...
«Come dicevo, questa era una famiglia in cui i rapporti erano forse discutibili dal punto di vista delle finalità educative, della scolarizzazione, della socializzazione, tutto quello che vogliamo. Però era sicuramente una famiglia armoniosa dal punto di vista affettivo. Due genitori che si volevano bene e che volevano bene ai propri figli. Ecco, secondo me bisognava partire da lì, non separare e mettere un po’ in conflitto soprattutto i genitori. Io spero che questo da parte dei genitori sia un po’ un gioco delle parti per riavere i figli. Però mi sembra che l’intervento sia molto discutibile. Insisto: si parte da una situazione affettivamente armoniosa e la si scombina pensando che questo possa avere effetti positivi sui figli. Io non credo che abbia effetti positivi, io non credo che allontanare la madre possa mai avere effetti positivi».
Eppure si dice questo.
«Certo, è chiaro. Forse i bambini ora si sentono, come dire, senza le spalle coperte, e quindi probabilmente sono molto più disponibili. Ma pensiamo davvero che questo sia qualcosa che aumenta loro fiducia in sé stessi, la loro sicurezza, la sicurezza dell’amore genitoriale? Io credo che un bambino, quando viene separato dalla mamma, si senta sempre un po’ in colpa, c’è sempre questo retropensiero: in qualche modo è colpa mia, cosa ho fatto per essere separato dalla mamma? Questo è anche quello che dicono psicologi, neuropsichiatri, infantili eccetera. Penso dunque che ci voleva molta più delicatezza di intervento e più rispetto per il senso della famiglia e dei rapporti interfamiliari».
Forse serve un intervento più generale sul sistema minorile. Avete fatto passare una nuova legge che interviene proprio su questo. Saranno censiti i minori fuori famiglia, per cominciare.
«Sì, questo ovviamente non riguarda direttamente la famiglia nel bosco, ma adesso questa proposta di legge è stata approvata definitivamente al Senato. E questo è un passo importante perché dà alla politica, al governo, la possibilità di monitorare la situazione degli allontanamenti. Vorrei che il pubblico sapesse che non esistono dati a riguardo. Abbiamo dei macro dati, ma non sappiamo per esempio quante siano le richieste di allontanamento e quante siano state effettivamente adottate. E poi: quali sono i motivi per cui sono richiesti gli allontanamenti? Cioè: separazione conflittuale, violenza domestica, incapacità di svolgere il compito genitoriale? Ce ne possono essere mille. E ancora: quanti sono gli incontri protetti e con chi eventualmente sono svolti? Con un genitore, con entrambi i genitori? Quanto dura l’allontanamento a seconda delle diverse motivazioni? Si tutto questo abbiamo solo macro dati. E dati più precisi si possono avere soltanto interrogando di volta in volta i singoli tribunali. L’ultima volta una indagine di questo tipo è stata fatta nel 2018. E si è visto che in media gli allontanamenti erano 23 al giorno. La legge che abbiamo fatto ci darà strumenti importanti, si farà un osservatorio al Dipartimento della Famiglia e da lì si potrà intervenire sulle anomalie segnalate dai dati. Si potranno osservare e poi segnalare queste anomalie alle autorità competenti».
L’altro giorno Chiara Saraceno, autorevole sociologa, in un articolo sulla Stampa ha sostenuto che l’Italia rispetto ad altre nazioni ha meno allontanamenti.
«Ci sono dati su infanzia e adolescenza in altri Paesi che sono dati molto preoccupanti. Vorrei dire, anche alla professoressa Saraceno, che forse uno dei motivi per cui può darsi che noi abbiamo meno allontanamenti è proprio perché esiste quel tipo di famiglia che spesso la sinistra, compresa la professoressa Saraceno, ha criticato. C’è una famiglia avvolgente, una famiglia presente, una famiglia protettiva. La famiglia italiana ha perso molte delle sue caratteristiche nel tempo, però è rimasta una famiglia che ancora, per tanti versi, regge. E ha attenzione nei confronti dei propri figli, cosa che in altri Paesi avviene sempre meno. Altrove la tendenza è molto diversa, gli stili educativi sono molto diversi. In ogni caso, anche qui il numero degli allontanamenti è comunque troppo elevato. Può darsi che qui siano meno che in Inghilterra, ma a me sembrano comunque tantissimi. Per un minore, il migliore interesse è sempre quello di vivere nel suo ambiente affettivo, con il papà e la sua mamma, i suoi genitori. Io vorrei che gli interventi sulla famiglia fossero veramente a sostegno della famiglia, perché credo che davvero il miglior luogo per un bambino non possa che essere la famiglia. Ha scritto un bellissimo articolo Susanna Tamaro proprio sul fatto che la famiglia è il luogo in cui ognuno può sviluppare al meglio la propria personalità, anche quando ci sono disfunzionalità. E comunque lo scopo dei servizi è correggere queste disfunzionalità, non smembrare, separare, spacchettare e trasferire i bambini».
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