Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.
Ordinanze giudiziarie, bimbi costretti allo choc di essere allontanati dai genitori e ora emergono anche incongruenze tra le perizie delle Asl. «Un'immagine metaforica di un fallimento istituzionale». Così lo psichiatra Tonino Cantelmi descrive l'allontanamento forzato di Catherine dai suoi figli.
Giorgio Mulè (Imagoeconomica)
Il forzista vicepresidente della Camera: «Certi giudici hanno dimenticato ciò che dicevano come antidoto alla malagiustizia, e l’Alta corte era nel programma del Pd. Vassalli voleva le carriere separate, fu fermato dal partito più potente: l’Anm».
Giorgio Mulè, lei è il giustiziere dei magistrati?
«No, io sono per una giustizia che riguardi anche i magistrati. Una giustizia che li faccia essere responsabili per gli errori che commettono e che sappia esaltarne la professionalità e il merito».
Il video del confronto di Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, esponente di Forza Italia ed ex direttore di Panorama, con il pm Henry John Woodcock a Piazzapulita ha fatto il giro di tutti i social. Il magistrato, divenuto molto mediatico grazie al Savoiagate, Vallettopoli e l’inchiesta sulla P4, ne è uscito malconcio.
Come vi siete salutati alla fine?
«Ci siamo dati la mano, con un reciproco in bocca al lupo».
Si è tolto anche il sassolino delle intercettazioni cui Woodcock sottopose la redazione di Panorama.
«È solo un granello rispetto alla valanga di ingiustizia prodotta dalla Procura di cui faceva parte Woodcock. E rispetto alle vite rovinate, ai destini diversi e alla normalità compromessa di molti cittadini italiani, vittime di indagini finite nel nulla».
Dopo la performance di Piazzapulita la stanno chiamando altri programmi o a La7 è nella lista nera?
«A La7 vado come nella fossa dei leoni. Se mi chiamano, continuerò ad andare, compatibilmente con i miei impegni».
Quando un confronto con Nicola Gratteri?
«Quando vuole, dove vuole…».
Woodcock come Gratteri, Nino Di Matteo e, in parte, anche Marco Travaglio?
«Sono tutti parte di una compagnia di smemorati perché hanno dimenticato ciò che dicevano come antidoto alla malagiustizia, a cominciare dal sorteggio dei membri del Csm per proseguire con la separazione delle carriere».
Perché è importante sottolineare che hanno cambiato idea?
«È importante inchiodarli alla loro ipocrisia. Far emergere che si tratta di posizioni solo ideologiche, che nascondono una contrapposizione a questo governo, i cui destini dovrebbero dipendere dall’esito del referendum».
Questa ipocrisia determinata dalla riforma partorita dal governo è un esempio palese di dipendenza di questi magistrati dalla politica?
«Lo è. Come lo è il voltafaccia della sinistra rispetto a idee di riforme che ha portato avanti per anni e che costituivano il suo Dna autenticamente riformista e garantista».
L’Alta corte disciplinare e la postura garantista erano nella tradizione della sinistra.
«L’Alta corte era a pagina 30 del programma elettorale del Pd del 2022. Questi magistrati sono gli smemorati di complemento rispetto alla compagnia di Travaglio & Co».
Molti leader della sinistra sempre pronti a gridare al ritorno del fascismo scordano che l’unificazione delle carriere fu voluta dal ministro della Giustizia di Mussolini Dino Grandi?
«Questa è una riforma per dirsi autenticamente antifascisti. Chi vota Sì è antifascista perché supera quell’ordinamento del 1941 di uno Stato totalitario e che poggiava su due pilastri: la presunzione di colpevolezza e l’unicità delle carriere».
E scordano che, al contrario, la separazione fu propugnata dal partigiano Giuliano Vassalli?
«Dalla Medaglia d’argento della Resistenza al regime nazifascista Giuliano Vassalli, per la precisione. Che aveva in animo la separazione delle carriere e fu fermato dall’unico partito che ha resistito alla Prima e alla Seconda repubblica: l’Associazione nazionale magistrati».
Un’altra amnesia del fronte del No è l’europeismo?
«Nell’Europa a 27 Stati, l’Italia è, insieme alla Grecia, la Cenerentola della separazione delle carriere. Persino il Vaticano l’ha introdotta da più di un lustro».
Significa che negli altri 25 Stati europei la giustizia è assoggettata al potere politico?
«In alcuni Stati è espressamente previsto, come in Francia, dove il pm è “agente dell’esecutivo” e dove il ministro della Giustizia può disporre nomine e trasferimenti. Negli altri Paesi la separazione è netta e totale, con vari ruoli che la politica esercita direttamente sulla magistratura».
Quindi hanno ragione coloro che mettono in guardia da questo rischio?
«In Italia c’è la corazza della Costituzione a impedire qualsiasi ingerenza».
Che percezione ha riguardo all’esito del referendum?
«Non ho percezioni, ma parlo di ciò che vedo da Reggio Calabria a Novara: migliaia di cittadini di destra, di sinistra e di centro che hanno ben chiari i contenuti della riforma e andranno a votare Sì. Alla fine, chi vota No vota per lasciare tutto com’è, magari nella speranza di avere una crisi di governo ed Elly Schlein presidente del consiglio. Non mi pare un affarone, francamente. Soprattutto per il momento storico in cui ci troviamo. Chi vota Sì supera queste degenerazioni, migliora la giustizia e, anche se non gli piace Giorgia Meloni, tra un anno voterà per cambiare il governo. In ogni caso, per adesso ci teniamo la stabilità e chi può gestire la crisi. Unire i due piani è profondamente sbagliato».
Anziché sul merito del referendum si discute sullo schieramento e si vota contro il governo?
«Esatto, ed è la cosa più sbagliata perché determinata dalla vacuità e dalla pochezza di argomenti come la deriva autoritaria che nulla c’entrano con il No alla riforma».
La guerra in Iran favorisce il fronte del No?
«La guerra in Iran nulla c’entra con il referendum che non è un campo di battaglia, ma una partita a sé, fondamentale perché riguarda la Costituzione, madre di tutte le leggi italiane. Perciò non si può fare la guerra sul referendum come tentano di fare la sinistra e parte della magistratura. Dev’essere un confronto sereno sulle ragioni del Sì e del No. Noi siamo capaci di portare degli argomenti, dall’altra parte si tenta di innescare una guerra che, però, devia il corso della consultazione».
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Jerry Calà (Getty Images)
L’attore: «I ragazzi che scoprono i miei film mi chiedono se non avevo paura a dire battute che adesso non si possono più fare».
Marco Ferreri, il più enigmatico regista italiano, soffriva d’insonnia. Trascorreva varie notti a vedere i film con Jerry Calà. In un’intervista tv antecedente al 1993 osservò: «Calà mi piace». Infatti, colui che consacrò Ugo Tognazzi, Ornella Muti, Gérard Depardieu, volle proprio il Gatto emerso nel 1977 a Non stop, come protagonista di Diario di un vizio. Tuttavia, l’apice della «libidine» per l’attore siciliano, classe 1951, trasferitosi prima a Milano e poi, dopo la prima media, definitivamente a Verona, si verificò al Festival del cinema di Berlino.
Premio come miglior attore dal gotha della critica. Ma colpì un altro gigante della regia, Werner Herzog. Così lui - figlio di un dipendente delle Fs («capufficio delle informazioni a Verona, grande interprete di tedesco, inglese e russo» ricorda) - «fighetto» e yuppie nelle commedie di Carlo Vanzina e Marco Risi, esperì la sua massima realizzazione. Firmò poi, alla regia, alcuni film, lo pretese anche Pupi Avati e oggi annuncia una nuova opera, una sorpresa.
Ricordi il momento in cui Ferreri ti contattò e la tua reazione?
«Ero in macchina, in autostrada. A un certo punto mi suona il telefono. C’era un distributore. Entro. Rispondo. Dall’altro capo sento questa voce inconfondibile, di Marco Ferreri, che parlava un romano con accento milanese. “Sono Marco Ferreri. Calà, come sei? drammatico?” (ne imita alla perfezione la voce, ndr). E io dissi: “Maestro, sono bravissimo”. “Bene, e allora fai un film con me”. Tun. Ha messo giù il telefono. Penso: “Ma che cazzo è sta’ cosa qua?”. Siccome ero molto amico della sua costumista, l’ho chiamata. “Ma tu sai qualcosa?”. “Jerry, non ti volevo levare la sorpresa ma questa cosa è vera”».
Vi conoscevate già?
«Abbiamo intrapreso un’amicizia molto prima di girare il film. Mi invitava a casa sua a Roma, cucinava il pesce. Diceva “sai, la notte non dormo e allora me guardo tutti i tuoi film. Ho capito che tu sei comico, saresti pure bravo nel drammatico”. “È un onore per la mia carriera”. Onorato perché mi ha coinvolto anche nel casting. Sabrina (Ferilli, ndr) l’ho scelta io, capito? Tra una rosa di candidate dissi che ne avevo sentito parlare molto bene. “Però al provino voglio anche te”. Poi Sabrina arrivò e, come immaginavo, impazzì per lei».
La coppia tra il tuo personaggio, Benito, e lei, Luigia. Si tradiscono. Lui vende detersivi, sogna di insegnare filosofia, vive avventure erotiche con ragazze annotando in un diario la sua vita.
«Lui era avanti, anticipava la lotta fra poveri, capito? Tra gli extracomunitari e gli italiani poveri».
Cosa voleva dire Ferreri?
«Non voleva dare nessun messaggio. Una volta, mentre giravamo, mi disse “vedi Jerry, adesso se improvvisamente faccio passare un nano su questa scena ci scrivono sei libri e invece io non volevo dire niente”. Fra l’altro il diario era vero, era stato trovato in una pensione di infima categoria in Francia».
Ornella Muti mi ha raccontato che la fece quasi uscir di testa.
«A me andò abbastanza tutto liscio. L’unica cosa è che mi prendeva in giro perché, siccome questo film era a basso costo, quella mattina sul set - giravamo davanti a una stazione secondaria di Roma - mi disse “Calà, te sei abituato ad avere un ottone, invece io te faccio cambia’ nei cessi della stazione”. Per me non era un problema, a me non sembrava vero di essere il protagonista del film di un regista con cui avevano lavorato la Muti, Noiret, Depardieu… Una volta mi sono accorto che quando dava l’azione chiudeva gli occhi. Gli chiesi “Marco, ma tu chiudi gli occhi anche quando faccio la scena?”. E lui “Calà, io la scena la sento, nun me frega niente di vederti“».
Nella relazione tra un uomo e una donna quanto conta il sesso?
«Eh la Madonna, cosa ti posso dire? Sarebbe triste se una relazione fosse basata solo sul sesso, un collante importante in una coppia, ma credo che in una relazione ci debba essere anche qualcos’altro».
Hai avuto molte storie. Le hai capite le donne?
«Il pianeta donna (pausa, sorride, quasi sornione, ndr)… Il pianeta donna è molto complesso. Mah, guarda, devo dire che credo di conoscerle abbastanza, non per le relazioni che ho avuto nella mia vita ma anche perché ho avuto la fortuna di avere molte donne come amiche e quindi confidenze che magari a un partner non si fanno…».
E quanto all’eternità di un amore?
«Bisogna vedere cosa s’intende per amore. L’amore, in senso globale, il bene che si vuole a una persona, se è vero, può durare per sempre. Riferendomi alla domanda che mi hai fatto prima, il sesso è molto raro che duri per sempre. L’amore, l’affezione possono senz’altro durare per sempre».
Tornando a Berlino, 1993. La Stampa scrisse: «Jerry Calà di rara bravura». I grandi giornali si scusarono per averti trattato male. Una rivalsa?
«Certo, mi emozionai tanto perché per darmi il premio mi fecero una sorpresa invitandomi in un ristorante, L’orso, a Berlino, vicino a dove stava il Muro. Io non sapevo niente e arrivai in questa sala dove vedo il gotha della critica italiana che si alza in piedi, applaudendomi. Mi dissero “guarda ti vogliamo dare questo premio e anche chiedere un po’ scusa per averti un po’ bistrattato”. Ma quando poi ho ripreso a fare le commedie hanno ripreso a bistrattarmi (ride, ndr)».
In alcune fonti, tipo Wikipedia, si legge che colpisti Wim Wenders…
«Sbagliano. Non era Wenders ma Herzog».
Ah, il grande Werner Herzog, il regista di L’enigma di Kaspar Hauser, Fitzcarraldo…
«Era venuto a vedere il film. Seduto vicino a me. Alla fine - io parlo un po’ tedesco, mio padre era interprete - mi fece una domanda strana, “hai figli?”, io dico “no, non sono sposato, non ho figli” e lui “quando ne avrai uno fagli vedere questo film, ne devi essere fiero”. Gli dissi “danke”. Poi arrivò l’ufficio stampa: “Ma sai chi era quello seduto vicino a te? Herzog”. “Oh cazzo”».
Più avanti un figlio l’hai avuto…
«Sì, mi sono sposato nel 2002 e mio figlio è nato nel 2003».
E hai messo in pratica il consiglio di Herzog?
«Certo, mio figlio è un cinefilo e si è appena laureato alla Civica scuola di cinema Luchino Visconti di Milano. Ha già fatto due docufilm, uno, sul calcio e i giovani, è oggi su Prime Video, insomma sta già muovendo i primi passi come regista. Sono molto fiero di lui…».
Ma perché un attore comico è apprezzato di più quando fa il drammatico?
«Perché questa è una provincialità tipicamente italiana. Ad esempio in America quando ti presenti a qualcuno e ti chiede “what you doing in the life?’ rispondi “I’m an actor”; ma se dici “I’m a comedian”, aaah, s’inchinano, qui se dici comico è un po’ dispregiativo».
Ogni tanto il cinefilo giustamente si gode anche una commedia leggera…
«Ho avuto la fortuna di fare commedie ancora oggi osannate e diventate cult, Sapore di mare, Vacanze di Natale, Yuppies… Ancora sono programmati, anche in prima serata. Questa cosa è bellissima perché mi ha fatto conoscere anche ai giovani che magari quando quei film sono usciti non erano ancora nati. Infatti ai miei spettacoli in teatro o nelle piazze d’estate ho un pubblico oso dire trans-generazionale, “siamo cresciuti con i tuoi film”, o giovani che mi dicono “non avevate paura a sparare le battute mentre oggi, col politicamente corretto, non è più così?”».
Ma quel celebre «prrrooova» a Non stop o «che libidine» come sono nati?
«Dall’osservazione. C’era uno spot dove un attore scandinavo diceva “avete mai prrrooovato la freschezza della primavera in Scandinavia?”. Mi faceva ridere e allora io ci mettevo “Prrrooova!”. “Che libidine” veniva detto da molti nelle notti milanesi e l’ho fatto mio…».
Ti senti con gli altri Gatti, Oppini, Smaila, Salerno?
«Certo, certo! Facciamo anche belle cene, bei pranzi, dove ci divertiamo ancora a prenderci in giro l’uno con l’altro e chi è tavola con noi assiste a degli spettacolini improvvisati perché non abbiamo perso la verve, noi quattro iniziamo subito a sparare battute a raffica».
E con Mara Venier?
«Come no! È una delle mie più grandi amiche. Siamo stati bravissimi, veramente c’è un affetto enorme, come c’è un grande affetto con Elisabetta, che ho un po’ cresciuto e ora, essendo rimasta senza papà, sono io il suo papà».
Sulla spiritualità che posizione hai?
«Io sono credente, non praticante. Spesso mi ritrovo a pensarci e anche a rivolgermi a Dio, soprattutto quando mi scappa qualche brutta parola, subito dopo dico “scusami Signore”. Comunque ho un dialogo con qualcuno che non ho ancora capito bene, forse nessuno capirà mai, qualcuno che ci guarda da lontano e anche da molto vicino. Comunque qualcosa ci deve essere e se quando vado di là non c’è niente m’incazzo».
Novità professionali?
«Sì, non ne posso ancora parlare ma sarà un grande ritorno al cinema, non da solo. Preparatevi! Sarà una sorpresa. Torneremo con un gruppo di amici fortissimi».
La scena iconica alla Capannina in Sapore di mare (1983) di Carlo Vanzina. Tu non ricordi Marina (Suma). Lei sì…
«Una figura barbina proprio, “un biglietto per tutte le lettere che non ti ho mai scritto”. Carlo Vanzina è stato bravissimo a cogliere gli sguardi miei e di Marina. Carlo mi disse “concentrati perché con questa scena puoi entrare nella storia del cinema, la giro alla Sergio Leone, carrello in avanti e io indietro sui tuoi occhi”. Dissi “cazzo, Carlo”».
C’è un po’ di Jerry in questa scena?
«Sì, senz’altro. La malinconia. Da buon Cancro sono molto mutevole di umore, passo dall’euforia alla quasi depressione in pochi minuti…».
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Manifestazione studentesca nel 1968. Nel riquadro, Paolo Sorbi (Getty Images)
Il sociologo Paolo Sorbi, ex sessantottino, oggi pro life: «Perfino i comunisti furono più ricettivi davanti alla lezione di Wojtyla e Ratzinger. Il Pd ormai è diventato un partito radicale».
Il ‘68 italiano compie 60 anni. Sì, perché la contestazione studentesca da noi è iniziata prima: nel gennaio 1966, con l’occupazione per oltre due settimane della facoltà di Sociologia di Trento. C’erano Mauro Rostagno, Renato Curcio, Mara Cagol. E c’era anche Paolo Sorbi, che il 26 marzo di due anni dopo si rese protagonista di un episodio clamoroso, passato alla storia come «controquaresimale»: la contestazione a squarciagola, nel Duomo trentino, dell’omelia del celebrante. Poi Sorbi e compagni furono di lì a poco fatti uscire dalla cattedrale, ma quell’episodio ha segnato per sempre l’immaginario della contestazione trentina e non solo. Per fare un bilancio di quell’evento e di quel periodo, La Verità ha contattato proprio Sorbi, che oggi ha 83 anni, è stato dal 1996 al 1999 vicepresidente dell’Irer - Istituto regionale di ricerca della Lombardia -, e docente di Sociologia generale all’Università Europea di Roma. Collaboratore di Avvenire, ha scritto vari saggi sulle tendenze del mondo contemporaneo e ha pubblicato i volumi Ecclesia 2000 (1993), Emergenza antropologica (2012) e Poveri e capitale (2019), con prefazione di Mario Tronti. Sotto la sua presidenza, dal 2006 al 2010, il Movimento per la Vita ambrosiano ha ricevuto l’Ambrogino d’oro. Come ci riconferma nella nostra conversazione, era e si sente ancora oggi uomo di sinistra, ma non lesina critiche sia alla stagione della contestazione, vissuta da protagonista, sia alle derive odierne della sua area.
Cosa ricorda della prima occupazione di Sociologia del gennaio 1966?
«In un contesto di grandi speranze sul futuro - c’erano grandi industrie, lo sviluppo di tutto ciò che era legato alla metalmeccanica, fino alla chimica e al petrolio, e con una popolazione italiana e anche trentina, in crescita demografica - si inserì una prima frattura in alcune università, alcune in Francia e alcune negli Stati Uniti, perché c’era la guerra sbagliatissima degli americani in Vietnam, e noi a Trento cominciammo una mobilitazione sulle questioni della solidarietà ai Vietcong, questo era il contesto».
Perché occupavate?
«La prima occupazione fu un’occupazione internazionalista, non con obiettivi interni all’università, ma di solidarietà. E a parte l’internazionalismo che era molto importante, si era anche messo in evidenza il disagio degli studenti per il riconoscimento della facoltà in Sociologia e non facoltà che dava lauree in Scienze sociali, che noi non volevamo. Quindi due livelli: un livello interno, ma molto importante era il livello esterno, internazionale, in una società trentina e italiana molto aperta alla crescita economica».
Nel suo «controquaresimale» nel Duomo di Trento del marzo del ‘68, urlando «non è vero», interruppe il celebrante mentre criticava l’Unione sovietica e i gulag. Cosa c’era di «non vero» nelle sue parole?
«La domanda è fuori luogo».
Perché?
«Perché io volevo comunque fare un’interruzione alla liturgia. Il mio essere cristiano allora e ancora oggi praticante è determinante. Il problema che noi studenti cristiani avvertivamo, in modo eccessivamente pessimista, era quello della lentezza dell’attuazione del Concilio Vaticano II».
Quindi lei contestava il contenuto e non le parole del celebrante contro l’Unione sovietica.
«Le parole del frate erano assolutamente un puro pretesto, io volevo interrompere una liturgia perché venisse fuori che il Concilio andava troppo a rilento nella sua attuazione. E lì sbagliavo io».
Il frate, Igino Sbalchiero, rimase così turbato quel giorno che poi non predicò più.
«Mi dispiace tantissimo, gli chiedo ancora perdono».
Cos’è stato il movimento di Trento?
«È stata una formidabile scuola politica di creazione di una classe dirigente. Il movimento ha creato una classe dirigente, sia trentina – e ci tengo molto a dirlo perché i trentini mi sono molto simpatici – sia nazionale. Quindi il movimento di Trento ha avuto una funzione nazionale».
Da come parla sembra quasi voler rivendicare quella stagione.
«No, non rivendico affatto tutto. Io critico buona parte di quella contestazione di cui ho fatto parte come protagonista».
Che cosa ci fu di non positivo?
«Le questioni non positive sono molto ampie, nel senso che tutto il movimento del ‘68 è stato intriso di un estremismo che, come spesso ci dicevano i comunisti italiani e i democratici cristiani, cioè i due grandi partiti, non andava a parare a niente. Una formazione che il movimento del ’68 criticava e che io invece ho recuperato quando sono uscito dal Partito comunista era la cultura del limite. Nel ‘68 non era chiaro che il nostro estremismo portava a una illimitata libertà, che è sbagliato».
Perché?
«Perché la libertà si deve collegare con la verità razionale. La libertà deve essere sempre intrecciata con la razionalità».
C’è anche da dire che il vostro estremismo, di cui parlava poc’anzi, sfociò spesso nella violenza
«A Trento no, non ci furono quasi scontri. Ma certo ha ragione lei, vedendo quello che invece è successo in molte città italiane, specialmente Roma e Milano».
Che ricordo ha di Mauro Rostagno?
«È stato un mio carissimo amico, ho un ricordo fraterno di Mauro, di tante sue cose, siamo stati insieme quei quattro anni formidabili a Trento, dal ‘64 al ’68. Poi Mauro ebbe una certa “fase indiana” che io non accettavo e glielo dissi qui a Milano tante volte. Dopo ritornò dall’India deciso a re-impegnarsi nella lotta contro la mafia, cosa che ho apprezzato tantissimo. Poi è stato ucciso dalla mafia».
Cosa non condivideva della «fase indiana» di Rostagno?
«Tutto questo irrazionalismo, che era una delle componenti del ‘68».
Tra gli studenti di Sociologia c’era anche chi prese già allora le distanze dalla contestazione; come Renzo Gubert, futuro docente universitario e parlamentare del Popolo della libertà.
«Io con Renzo mi sono sentito tantissime volte, anche perché Renzo è un pro life e quindi mi è, diciamo, molto simpatico. Però non ha capito il movimento in cui era capitato, non l’ha capito. Doveva stare con me e Marco Boato, invece ha voluto fare la rottura e con la rottura è stato praticamente fuori dal movimento».
Come hanno reagito i suoi ex compagni della contestazione al suo ripensamento su quegli anni?
«In realtà, ci siamo rivisti alcune volte ma non ne abbiamo parlato. Ciò che è invece dolorosissimo nella mia vita è l’incomprensione di tanti cattolici progressisti che non capirono l’importanza enorme di sollevazione della questione antropologica da parte di Giovanni Paolo II e da parte del cardinale Ratzinger».
Sinlolare che un leader del ’68 elogi Wojtyla e Ratzinger.
«Sono stati i campioni culturali della nuova fase dopo la lotta di classe: quella della persona umana. Sa chi si rese conto di questa innovazione culturale? I vecchi comunisti: Beppe Vacca, Mario Tronti, Pietro Barcellona e io. Il Corriere, in modo simpatico, ci ha definiti i “marxisti ratzingeriani”, cosa verissima».
A sinistra però non sembra siate stati molto capiti.
«Nella vecchia sinistra del Partito comunista italiano ci hanno capito molto bene, non invece nella nuova sinistra, compresa la sinistra cristiana, ci tengo a dirlo. Ma non mi faccia fare cognomi altrimenti suscito un terremoto. Io fui molto emarginato perché non si capì che la questione antropologica era la vera radice culturale per ricostruire una sinistra a livello della società tecnologico digitale. Invece oggi vediamo la miserabile linea culturale e politica del Pd, ormai diventato irreversibilmente un’organizzazione liberal-democratica di sinistra radicale».
Perché la sinistra perde?
«La sinistra perde per una questione di politica culturale, non di politica economica. E continuerà a perdere nel mondo se non rimette in discussione la questione antropologica che deve essere una questione senza limiti di libertà: è sbagliato vedere la libertà senza il rapporto con la razionalità e la verità della razionalità».
Lei è passato dal ’68 alle battaglie pro life. Non c’è contraddizione?
«È una domanda molto giusta. Certo, c’è per la sinistra dominante di oggi, che è liberal-democratica radicale, c’è una totale incompatibilità e per questo io mi sono appartato, aspettando il loro crollo, che arriverà presto».
E come crollerà, per una débâcle elettorale o per un cambio di leadership?
«Un misto di queste cose, non mi faccia fare il profeta, perché la politica non ha bisogno di profezie, ma ha bisogno di speranze e di organizzazione»
Chi sono oggi, se ci sono, gli eredi di voi sessantottini?
«Noi del giro del ’68 di Trento consideriamo gli eredi del nostro movimento gli studenti di Hong Kong, quelli dove è stato arrestato pochi giorni fa un grande editore, protagonisti della Rivoluzione degli ombrelli, un movimento anti-autoritario nella realtà dei comunisti cinesi e che, purtroppo, è stato distrutto».
Che cosa ne pensa dell'ideologia gender?
«Malissimo!».
Perché?
«Ha già capito, sono contro».
Cosa ne pensa di Papa Leone XIV?
«Bene. Ma sono stato un grande innamorato di papa Francesco, che era proprio la linea che recuperava quello che io chiamo il nazional popolare, che è la piattaforma pre politica della vecchia sinistra operaia».
Però le piace anche Leone.
«Io sono un continuista, mi schiero perché non c’è rottura neanche tra Benedetto XVI e papa Francesco. Sono sciocchezze quelle della rottura».
Un’ultima cosa: è vero che ha ancora il basco che indossava la sera del «controquaresimale»?
«Certo, anche stamattina l’ho portato perché faceva molto freddo a Milano».
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