Trump ha strutturato la sua strategia di guerra contro Teheran su tre livelli: calmare i mercati del petrolio, rassicurare l'elettorato interno in vista delle Midterms e gestire il dialogo geopolitico con Putin.
Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.
Ordinanze giudiziarie, bimbi costretti allo choc di essere allontanati dai genitori e ora emergono anche incongruenze tra le perizie delle Asl. «Un'immagine metaforica di un fallimento istituzionale». Così lo psichiatra Tonino Cantelmi descrive l'allontanamento forzato di Catherine dai suoi figli.
Giorgio Mulè (Imagoeconomica)
Il forzista vicepresidente della Camera: «Certi giudici hanno dimenticato ciò che dicevano come antidoto alla malagiustizia, e l’Alta corte era nel programma del Pd. Vassalli voleva le carriere separate, fu fermato dal partito più potente: l’Anm».
Giorgio Mulè, lei è il giustiziere dei magistrati?
«No, io sono per una giustizia che riguardi anche i magistrati. Una giustizia che li faccia essere responsabili per gli errori che commettono e che sappia esaltarne la professionalità e il merito».
Il video del confronto di Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, esponente di Forza Italia ed ex direttore di Panorama, con il pm Henry John Woodcock a Piazzapulita ha fatto il giro di tutti i social. Il magistrato, divenuto molto mediatico grazie al Savoiagate, Vallettopoli e l’inchiesta sulla P4, ne è uscito malconcio.
Come vi siete salutati alla fine?
«Ci siamo dati la mano, con un reciproco in bocca al lupo».
Si è tolto anche il sassolino delle intercettazioni cui Woodcock sottopose la redazione di Panorama.
«È solo un granello rispetto alla valanga di ingiustizia prodotta dalla Procura di cui faceva parte Woodcock. E rispetto alle vite rovinate, ai destini diversi e alla normalità compromessa di molti cittadini italiani, vittime di indagini finite nel nulla».
Dopo la performance di Piazzapulita la stanno chiamando altri programmi o a La7 è nella lista nera?
«A La7 vado come nella fossa dei leoni. Se mi chiamano, continuerò ad andare, compatibilmente con i miei impegni».
Quando un confronto con Nicola Gratteri?
«Quando vuole, dove vuole…».
Woodcock come Gratteri, Nino Di Matteo e, in parte, anche Marco Travaglio?
«Sono tutti parte di una compagnia di smemorati perché hanno dimenticato ciò che dicevano come antidoto alla malagiustizia, a cominciare dal sorteggio dei membri del Csm per proseguire con la separazione delle carriere».
Perché è importante sottolineare che hanno cambiato idea?
«È importante inchiodarli alla loro ipocrisia. Far emergere che si tratta di posizioni solo ideologiche, che nascondono una contrapposizione a questo governo, i cui destini dovrebbero dipendere dall’esito del referendum».
Questa ipocrisia determinata dalla riforma partorita dal governo è un esempio palese di dipendenza di questi magistrati dalla politica?
«Lo è. Come lo è il voltafaccia della sinistra rispetto a idee di riforme che ha portato avanti per anni e che costituivano il suo Dna autenticamente riformista e garantista».
L’Alta corte disciplinare e la postura garantista erano nella tradizione della sinistra.
«L’Alta corte era a pagina 30 del programma elettorale del Pd del 2022. Questi magistrati sono gli smemorati di complemento rispetto alla compagnia di Travaglio & Co».
Molti leader della sinistra sempre pronti a gridare al ritorno del fascismo scordano che l’unificazione delle carriere fu voluta dal ministro della Giustizia di Mussolini Dino Grandi?
«Questa è una riforma per dirsi autenticamente antifascisti. Chi vota Sì è antifascista perché supera quell’ordinamento del 1941 di uno Stato totalitario e che poggiava su due pilastri: la presunzione di colpevolezza e l’unicità delle carriere».
E scordano che, al contrario, la separazione fu propugnata dal partigiano Giuliano Vassalli?
«Dalla Medaglia d’argento della Resistenza al regime nazifascista Giuliano Vassalli, per la precisione. Che aveva in animo la separazione delle carriere e fu fermato dall’unico partito che ha resistito alla Prima e alla Seconda repubblica: l’Associazione nazionale magistrati».
Un’altra amnesia del fronte del No è l’europeismo?
«Nell’Europa a 27 Stati, l’Italia è, insieme alla Grecia, la Cenerentola della separazione delle carriere. Persino il Vaticano l’ha introdotta da più di un lustro».
Significa che negli altri 25 Stati europei la giustizia è assoggettata al potere politico?
«In alcuni Stati è espressamente previsto, come in Francia, dove il pm è “agente dell’esecutivo” e dove il ministro della Giustizia può disporre nomine e trasferimenti. Negli altri Paesi la separazione è netta e totale, con vari ruoli che la politica esercita direttamente sulla magistratura».
Quindi hanno ragione coloro che mettono in guardia da questo rischio?
«In Italia c’è la corazza della Costituzione a impedire qualsiasi ingerenza».
Che percezione ha riguardo all’esito del referendum?
«Non ho percezioni, ma parlo di ciò che vedo da Reggio Calabria a Novara: migliaia di cittadini di destra, di sinistra e di centro che hanno ben chiari i contenuti della riforma e andranno a votare Sì. Alla fine, chi vota No vota per lasciare tutto com’è, magari nella speranza di avere una crisi di governo ed Elly Schlein presidente del consiglio. Non mi pare un affarone, francamente. Soprattutto per il momento storico in cui ci troviamo. Chi vota Sì supera queste degenerazioni, migliora la giustizia e, anche se non gli piace Giorgia Meloni, tra un anno voterà per cambiare il governo. In ogni caso, per adesso ci teniamo la stabilità e chi può gestire la crisi. Unire i due piani è profondamente sbagliato».
Anziché sul merito del referendum si discute sullo schieramento e si vota contro il governo?
«Esatto, ed è la cosa più sbagliata perché determinata dalla vacuità e dalla pochezza di argomenti come la deriva autoritaria che nulla c’entrano con il No alla riforma».
La guerra in Iran favorisce il fronte del No?
«La guerra in Iran nulla c’entra con il referendum che non è un campo di battaglia, ma una partita a sé, fondamentale perché riguarda la Costituzione, madre di tutte le leggi italiane. Perciò non si può fare la guerra sul referendum come tentano di fare la sinistra e parte della magistratura. Dev’essere un confronto sereno sulle ragioni del Sì e del No. Noi siamo capaci di portare degli argomenti, dall’altra parte si tenta di innescare una guerra che, però, devia il corso della consultazione».
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Jerry Calà (Getty Images)
L’attore: «I ragazzi che scoprono i miei film mi chiedono se non avevo paura a dire battute che adesso non si possono più fare».
Marco Ferreri, il più enigmatico regista italiano, soffriva d’insonnia. Trascorreva varie notti a vedere i film con Jerry Calà. In un’intervista tv antecedente al 1993 osservò: «Calà mi piace». Infatti, colui che consacrò Ugo Tognazzi, Ornella Muti, Gérard Depardieu, volle proprio il Gatto emerso nel 1977 a Non stop, come protagonista di Diario di un vizio. Tuttavia, l’apice della «libidine» per l’attore siciliano, classe 1951, trasferitosi prima a Milano e poi, dopo la prima media, definitivamente a Verona, si verificò al Festival del cinema di Berlino.
Premio come miglior attore dal gotha della critica. Ma colpì un altro gigante della regia, Werner Herzog. Così lui - figlio di un dipendente delle Fs («capufficio delle informazioni a Verona, grande interprete di tedesco, inglese e russo» ricorda) - «fighetto» e yuppie nelle commedie di Carlo Vanzina e Marco Risi, esperì la sua massima realizzazione. Firmò poi, alla regia, alcuni film, lo pretese anche Pupi Avati e oggi annuncia una nuova opera, una sorpresa.
Ricordi il momento in cui Ferreri ti contattò e la tua reazione?
«Ero in macchina, in autostrada. A un certo punto mi suona il telefono. C’era un distributore. Entro. Rispondo. Dall’altro capo sento questa voce inconfondibile, di Marco Ferreri, che parlava un romano con accento milanese. “Sono Marco Ferreri. Calà, come sei? drammatico?” (ne imita alla perfezione la voce, ndr). E io dissi: “Maestro, sono bravissimo”. “Bene, e allora fai un film con me”. Tun. Ha messo giù il telefono. Penso: “Ma che cazzo è sta’ cosa qua?”. Siccome ero molto amico della sua costumista, l’ho chiamata. “Ma tu sai qualcosa?”. “Jerry, non ti volevo levare la sorpresa ma questa cosa è vera”».
Vi conoscevate già?
«Abbiamo intrapreso un’amicizia molto prima di girare il film. Mi invitava a casa sua a Roma, cucinava il pesce. Diceva “sai, la notte non dormo e allora me guardo tutti i tuoi film. Ho capito che tu sei comico, saresti pure bravo nel drammatico”. “È un onore per la mia carriera”. Onorato perché mi ha coinvolto anche nel casting. Sabrina (Ferilli, ndr) l’ho scelta io, capito? Tra una rosa di candidate dissi che ne avevo sentito parlare molto bene. “Però al provino voglio anche te”. Poi Sabrina arrivò e, come immaginavo, impazzì per lei».
La coppia tra il tuo personaggio, Benito, e lei, Luigia. Si tradiscono. Lui vende detersivi, sogna di insegnare filosofia, vive avventure erotiche con ragazze annotando in un diario la sua vita.
«Lui era avanti, anticipava la lotta fra poveri, capito? Tra gli extracomunitari e gli italiani poveri».
Cosa voleva dire Ferreri?
«Non voleva dare nessun messaggio. Una volta, mentre giravamo, mi disse “vedi Jerry, adesso se improvvisamente faccio passare un nano su questa scena ci scrivono sei libri e invece io non volevo dire niente”. Fra l’altro il diario era vero, era stato trovato in una pensione di infima categoria in Francia».
Ornella Muti mi ha raccontato che la fece quasi uscir di testa.
«A me andò abbastanza tutto liscio. L’unica cosa è che mi prendeva in giro perché, siccome questo film era a basso costo, quella mattina sul set - giravamo davanti a una stazione secondaria di Roma - mi disse “Calà, te sei abituato ad avere un ottone, invece io te faccio cambia’ nei cessi della stazione”. Per me non era un problema, a me non sembrava vero di essere il protagonista del film di un regista con cui avevano lavorato la Muti, Noiret, Depardieu… Una volta mi sono accorto che quando dava l’azione chiudeva gli occhi. Gli chiesi “Marco, ma tu chiudi gli occhi anche quando faccio la scena?”. E lui “Calà, io la scena la sento, nun me frega niente di vederti“».
Nella relazione tra un uomo e una donna quanto conta il sesso?
«Eh la Madonna, cosa ti posso dire? Sarebbe triste se una relazione fosse basata solo sul sesso, un collante importante in una coppia, ma credo che in una relazione ci debba essere anche qualcos’altro».
Hai avuto molte storie. Le hai capite le donne?
«Il pianeta donna (pausa, sorride, quasi sornione, ndr)… Il pianeta donna è molto complesso. Mah, guarda, devo dire che credo di conoscerle abbastanza, non per le relazioni che ho avuto nella mia vita ma anche perché ho avuto la fortuna di avere molte donne come amiche e quindi confidenze che magari a un partner non si fanno…».
E quanto all’eternità di un amore?
«Bisogna vedere cosa s’intende per amore. L’amore, in senso globale, il bene che si vuole a una persona, se è vero, può durare per sempre. Riferendomi alla domanda che mi hai fatto prima, il sesso è molto raro che duri per sempre. L’amore, l’affezione possono senz’altro durare per sempre».
Tornando a Berlino, 1993. La Stampa scrisse: «Jerry Calà di rara bravura». I grandi giornali si scusarono per averti trattato male. Una rivalsa?
«Certo, mi emozionai tanto perché per darmi il premio mi fecero una sorpresa invitandomi in un ristorante, L’orso, a Berlino, vicino a dove stava il Muro. Io non sapevo niente e arrivai in questa sala dove vedo il gotha della critica italiana che si alza in piedi, applaudendomi. Mi dissero “guarda ti vogliamo dare questo premio e anche chiedere un po’ scusa per averti un po’ bistrattato”. Ma quando poi ho ripreso a fare le commedie hanno ripreso a bistrattarmi (ride, ndr)».
In alcune fonti, tipo Wikipedia, si legge che colpisti Wim Wenders…
«Sbagliano. Non era Wenders ma Herzog».
Ah, il grande Werner Herzog, il regista di L’enigma di Kaspar Hauser, Fitzcarraldo…
«Era venuto a vedere il film. Seduto vicino a me. Alla fine - io parlo un po’ tedesco, mio padre era interprete - mi fece una domanda strana, “hai figli?”, io dico “no, non sono sposato, non ho figli” e lui “quando ne avrai uno fagli vedere questo film, ne devi essere fiero”. Gli dissi “danke”. Poi arrivò l’ufficio stampa: “Ma sai chi era quello seduto vicino a te? Herzog”. “Oh cazzo”».
Più avanti un figlio l’hai avuto…
«Sì, mi sono sposato nel 2002 e mio figlio è nato nel 2003».
E hai messo in pratica il consiglio di Herzog?
«Certo, mio figlio è un cinefilo e si è appena laureato alla Civica scuola di cinema Luchino Visconti di Milano. Ha già fatto due docufilm, uno, sul calcio e i giovani, è oggi su Prime Video, insomma sta già muovendo i primi passi come regista. Sono molto fiero di lui…».
Ma perché un attore comico è apprezzato di più quando fa il drammatico?
«Perché questa è una provincialità tipicamente italiana. Ad esempio in America quando ti presenti a qualcuno e ti chiede “what you doing in the life?’ rispondi “I’m an actor”; ma se dici “I’m a comedian”, aaah, s’inchinano, qui se dici comico è un po’ dispregiativo».
Ogni tanto il cinefilo giustamente si gode anche una commedia leggera…
«Ho avuto la fortuna di fare commedie ancora oggi osannate e diventate cult, Sapore di mare, Vacanze di Natale, Yuppies… Ancora sono programmati, anche in prima serata. Questa cosa è bellissima perché mi ha fatto conoscere anche ai giovani che magari quando quei film sono usciti non erano ancora nati. Infatti ai miei spettacoli in teatro o nelle piazze d’estate ho un pubblico oso dire trans-generazionale, “siamo cresciuti con i tuoi film”, o giovani che mi dicono “non avevate paura a sparare le battute mentre oggi, col politicamente corretto, non è più così?”».
Ma quel celebre «prrrooova» a Non stop o «che libidine» come sono nati?
«Dall’osservazione. C’era uno spot dove un attore scandinavo diceva “avete mai prrrooovato la freschezza della primavera in Scandinavia?”. Mi faceva ridere e allora io ci mettevo “Prrrooova!”. “Che libidine” veniva detto da molti nelle notti milanesi e l’ho fatto mio…».
Ti senti con gli altri Gatti, Oppini, Smaila, Salerno?
«Certo, certo! Facciamo anche belle cene, bei pranzi, dove ci divertiamo ancora a prenderci in giro l’uno con l’altro e chi è tavola con noi assiste a degli spettacolini improvvisati perché non abbiamo perso la verve, noi quattro iniziamo subito a sparare battute a raffica».
E con Mara Venier?
«Come no! È una delle mie più grandi amiche. Siamo stati bravissimi, veramente c’è un affetto enorme, come c’è un grande affetto con Elisabetta, che ho un po’ cresciuto e ora, essendo rimasta senza papà, sono io il suo papà».
Sulla spiritualità che posizione hai?
«Io sono credente, non praticante. Spesso mi ritrovo a pensarci e anche a rivolgermi a Dio, soprattutto quando mi scappa qualche brutta parola, subito dopo dico “scusami Signore”. Comunque ho un dialogo con qualcuno che non ho ancora capito bene, forse nessuno capirà mai, qualcuno che ci guarda da lontano e anche da molto vicino. Comunque qualcosa ci deve essere e se quando vado di là non c’è niente m’incazzo».
Novità professionali?
«Sì, non ne posso ancora parlare ma sarà un grande ritorno al cinema, non da solo. Preparatevi! Sarà una sorpresa. Torneremo con un gruppo di amici fortissimi».
La scena iconica alla Capannina in Sapore di mare (1983) di Carlo Vanzina. Tu non ricordi Marina (Suma). Lei sì…
«Una figura barbina proprio, “un biglietto per tutte le lettere che non ti ho mai scritto”. Carlo Vanzina è stato bravissimo a cogliere gli sguardi miei e di Marina. Carlo mi disse “concentrati perché con questa scena puoi entrare nella storia del cinema, la giro alla Sergio Leone, carrello in avanti e io indietro sui tuoi occhi”. Dissi “cazzo, Carlo”».
C’è un po’ di Jerry in questa scena?
«Sì, senz’altro. La malinconia. Da buon Cancro sono molto mutevole di umore, passo dall’euforia alla quasi depressione in pochi minuti…».
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