La guerra di Usa e Israele contro l’Iran arriva dopo anni di martellamento mediatico e cinematografico, ci spiega il generale Marco Bertolini. Un’operazione per preparare l’opinione pubblica.
Esplosioni a Teheran il 2 marzo 2026. Nel riquadro, Daniele Ruvinetti (Ansa)
L’esperto Daniele Ruvinetti: «Netanyahu intende chiudere i conti con gli ayatollah e ridisegnare gli equilibri in Medio Oriente. La campagna però potrebbe non essere tanto breve».
Daniele Ruvinetti, esperto in geopolitica e senior advisor della fondazione Med-Or, l’attacco in Iran era previsto, ma l’Italia non è stata avvertita.
«La portata storica dell’operazione suggerisce una lunga fase di preparazione, confermata anche da indiscrezioni sul lavoro di intelligence, secondo cui la Cia avrebbe monitorato da mesi i vertici iraniani in coordinamento con il Mossad. Il fatto che l’Italia non sia stata avvertita non rappresenta un’anomalia isolata: anche altri Paesi, come la Francia, non sarebbero stati pre informati. Operazioni di questo tipo vengono gestite con il massimo livello di segretezza per evitare fughe di notizie; alcuni alleati vengono informati durante o subito dopo l’avvio dell’operazione, altri no. Ci sono anche aspetti tecnici dietro a certe dinamiche».
Quanto durerà?
«È difficile immaginare una campagna breve. Secondo alcune valutazioni potrebbe durare almeno quattro o cinque settimane, ma molto dipenderà dagli obiettivi politici e militari reali. Se l’obiettivo è un cambio di regime, questo risulta estremamente complesso da ottenere solo con una campagna aerea, in assenza di un’opposizione interna organizzata, anche militarmente, e in sostanza di forze anti regime sul terreno. Senza questi elementi, una campagna di questo tipo tende inevitabilmente a prolungarsi».
Qual è l’obiettivo di Israele? Circondarsi di Stati amici?
«L’obiettivo principale sembra essere quello di chiudere definitivamente i conti con la Repubblica islamica in un momento percepito come di particolare debolezza per Teheran, anche a causa dell’indebolimento dei suoi proxy regionali come Hezbollah, Hamas e in parte gli Houthi. Indebolimento prodotto dalla campagna israeliana dopo l’attacco subito il 7 ottobre 2023. In un quadro più ampio, Israele con l’appoggio degli Stati Uniti, mira a ridisegnare gli equilibri di potere in Medio Oriente, favorendo una nuova architettura regionale che includa la normalizzazione dei rapporti con diversi Paesi arabi nell’ambito degli Accordi di Abramo».
Secondo lei esistono anche obiettivi di espansione territoriale? Esiste nella mente di Netanyahu la mappa di una Israele che noi non vediamo?
«Attualmente, non emergono elementi concreti che indichino obiettivi di espansione territoriale. Piuttosto, l’operazione viene interpretata come un tentativo di rafforzare la posizione di Israele come potenza dominante nella regione e di ridefinire l’architettura politica e di sicurezza mediorientale».
La morte di Khamenei basterà a far cadere il regime?
«Non necessariamente. L’Iran dispone di una struttura di potere estremamente consolidata, e resiliente, che non dipende da una sola figura, per quanto quella di Khamenei possa essere cruciale per la teocrazia. Oltre alla leadership religiosa, esiste il potere fattuale dei Pasdaran, molto forte sia sul piano militare sia su quello economico. Anche nel caso dell’eliminazione della Guida suprema, dunque, il sistema potrebbe riorganizzarsi rapidamente nominando un successore, rendendo improbabile un crollo immediato del regime».
In questo scenario qual è il ruolo dell’Europa?
«Il ruolo europeo appare marginale sul piano militare e strategico, dominato dagli attori regionali e dagli Usa. L’Europa può però svolgere una funzione diplomatica, spingendo per la cessazione delle ostilità, e deve concentrarsi sugli effetti economici ed energetici. Una possibile chiusura dello stretto di Hormuz, già aggravata dalle difficoltà nel Mar Rosso, rappresenterebbe un rischio significativo soprattutto per le forniture di gas provenienti dal Qatar, ma in generale per l’intero quadro geoeconomico che collega Asia ed Europa e che passa dalla regione indo-mediterranea, attualmente oggetto delle operazioni militari».
Nelle ultime ore molte polemiche intorno al ministro della Difesa Crosetto che si è ritrovato bloccato a Dubai. È davvero indice di isolamento internazionale?
«Non necessariamente. L’attacco a Dubai non era facilmente prevedibile nelle primissime fasi del conflitto, quando ci si aspettava piuttosto ritorsioni contro obiettivi militari o Paesi che ospitano basi statunitensi. Dubai è un hub turistico e finanziario internazionale, e non era prevedibile totalmente un iniziale coinvolgimento. La rapidità e l’ampiezza della risposta iraniana, legata anche alla portata simbolica dei primi attacchi subiti, in particolare all’eliminazione di Khamenei, hanno reso la situazione altamente fluida e difficile da anticipare».
Un altro argomento sbandierato nelle ultime ore è quello della violazione del diritto internazionale. Ha ancora senso parlarne?
«Il multilateralismo si sta spegnendo e con lui anche gli enti basati su di esso. Organismi come l’Onu, come altri organismi che dovrebbero far rispettare il diritto internazionale ormai sono costantemente violati. Siamo in una fase completamente diversa, quando cambiano le regole non possiamo continuare a giocare con le regole vecchie, bisogna adattarsi alle nuove regole anche se non siamo noi ad averle cambiate».
Quindi chi in Italia oggi parla di diritto violato deve un po’ aggiornarsi?
«Tutti vorremmo che le crisi si risolvessero solo a livello diplomatico, ma bisogna adattarsi ad un mondo che sta cambiando e che non sarà più come quello di prima. Occorre essere più realisti, a volte pragmatici: l’Onu non sempre è, ed è stato, in grado di affrontare in termini risolutivi le crisi. Ora siamo in una fase in cui alcuni attori si muovono in modo diretto, unilaterale o bilaterale, senza aspettare i meccanismi delle Nazioni unite».
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Nel riquadro Michela Marchi. Sullo sfondo la Msc Euribia (Ansa)
La nostra connazionale Michela Marchi è a bordo di una nave da crociera: «Impossibile parlare con ministero, ambasciata e consolato. Sui cellulari messaggi in arabo lanciano l’allarme missili e ci dicono di raggiungere un bunker».
I circa 200 studenti italiani coinvolti nel progetto «Ambasciatori del futuro» e bloccati a Dubai dovrebbero rientrare oggi pomeriggio con un volo di Stato, assieme ai loro accompagnatori. L’ha comunicato ieri ai genitori la World students connection, organizzatrice della settimana di simulazione diplomatica. I ragazzi, prelevati dai loro alberghi alle 7 di questa mattina (ora locale), sono scortati ad Abu Dhabi da dove un aereo li porterà a Milano Malpensa. Se non ci saranno ritardi e pregando perché non intervengano altre complicazioni, a metà pomeriggio abbracceranno mamma e papà.
Ben più complicata è la situazione per gli altri italiani, circa 30.000 connazionali «solo a Dubai e Abu Dhabi», come riferiva ieri il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Da ieri sera Emirates ha iniziato a operare un numero limitato di voli, avvisando che la priorità è per chi aveva prenotazioni precedenti che verrà avvisato direttamente. Tutti i punti per il check‑in a Dubai rimangono infatti temporaneamente chiusi. Per la maggior parte degli italiani che intendono rientrare, lavoratori, sportivi, turisti, è tutto ancora molto difficile. Alcuni sono potuti partire da Abu Dhabi, mentre resta l’attesa per la riapertura degli scali di Doha.
Michela Marchi, 51 anni, originaria di Brescia, architetto e consulente tecnico (Ctu) presso il Tribunale di Vicenza, è tra gli oltre 500 italiani bloccati a bordo della nave da crociera che doveva toccare le principali destinazioni degli Emirati Arabi. «In linea con le indicazioni delle autorità di sicurezza nazionali e internazionali, Msc Euribia rimarrà nel porto di Dubai fino a nuovo avviso. La situazione a bordo è sotto controllo e i nostri ospiti e membri dell’equipaggio sono ben assistiti», ha dichiarato in un comunicato la compagnia leader del settore, spiegando che «le operazioni di volo nella Regione sono attualmente soggette a restrizioni e in continua evoluzione». Michela, però, non è affatto tranquilla e ha deciso di rientrare in Italia come racconta alla Verità.
Quando è arrivata a Dubai?
«Sabato 28 febbraio alle 5 del mattino. Ero partita da Roma Fiumicino venerdì sera, assieme ad alcuni amici. Avevo bisogno di una settimana di vacanza, di staccare dalle tensioni del lavoro».
Invece?
«Appena arrivati, con il bus ci hanno portato subito al porto Rashid e la cosa è sembrata strana. In genere si ha una mezza giornata libera, prima dell’imbarco e tutta questa fretta era sospetta. Però abbiamo preso alloggio in cabina e solo due ore dopo è arrivato l’annuncio del comandante».
Che cosa vi ha detto?
«“Buongiorno, vi confermo che Msc ha a cuore la sicurezza dei passeggeri”. Ci siamo guardati in faccia, non capivano il senso del messaggio. Abbiamo acceso i cellulari e letto dell’attacco all’Iran».
Come avete reagito?
«Tempestando di chiamate l’Unità di crisi della Farnesina. Non rispondeva nessuno, non era stata ancora attivata la task force».
Ma in caso di grave emergenza all’estero è raggiungibile a un numero telefonico, così legge sul sito del ministero.
«Non ci hanno mai risposto, neppure domenica. Anche oggi (ieri per chi legge, ndr) non siamo riusciti a parlare con qualcuno. Impossibile comunicare con l’ambasciata italiana ad Abu Dhabi o con il consolato generale a Dubai durante il fine settimana: gli uffici sono rimasti chiusi fino a lunedì mattina».
Ma c’era l’emergenza attacco all’Iran e lancio missili su Dubai!
«Ci siamo sentiti isolati, il panico aumentava. Sulla nave gli italiani sono almeno 500 su un totale di più di 6.000 passeggeri. Capisce bene che possiamo essere un obiettivo facile da colpire. Durante la notte, poi, è stato peggio».
Per i bagliori dei droni intercettati, le esplosioni, i rumori della contraerea?
«Per quello che sentivamo e perché nella notte tra sabato e domenica i cellulari sono squillati più volte, con messaggi di allarme prima in lingua araba, poi tradotti, che comunicavano l’arrivo di un missile. “Allontanatevi dalle finestre e andate in un luogo sicuro”, ci veniva detto. Ma dove potevamo andare, su una nave da crociera? Lo spavento è stato tanto, anche perché il messaggio veniva ripetuto: “Affrettatevi a raggiungere il bunker”».
Quante altre navi da crociera sono ferme a porto Rashid?
«Noi vediamo solo questa, l’Euribia. E hanno aspettato domenica sera per comunicare che la crociera era stata annullata. Il vice capitano ha detto che tutte le ambasciate hanno dato un Qr code dove registrarsi alla Msc, per sapere quali connazionali sono a bordo, l’Italia no. Vorrei sapere come fanno a mapparci».
Che cosa pensa di fare?
«A bordo non resto quattro settimane, ad aspettare che la guerra magari si intensifichi. Il comandante Paolo Benini ha detto che non ha informazioni su un nostro possibile rientro. Per fortuna sono riuscita a parlare con il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, che mi ha confermato che dall’Oman ancora si può viaggiare e raggiungere Zurigo. Sono scesa dalla nave, sotto mia responsabilità, per cercare un’agenzia di viaggi e vedere se ci organizzavano un transfer con bus, ma le agenzie sono chiuse per il Ramadan».
Proprio una congiura. Niente vacanza, niente rientro, al centro di una guerra internazionale.
«Ho trovato un taxi, domani mattina (oggi per chi legge, ndr) porta me e i miei due amici in Oman, all’aeroporto Muscat. Il conducente chiede 1.000 euro, sono quattro ore di viaggio. Non è stato semplice convincerlo perché i taxi arrivano solo fino al confine».
Vi muovete solo voi?
«So che passeggeri stranieri hanno lasciato la nave e forse sono già a casa loro. Non mi risulta che altri italiani vogliano muoversi, dicono che hanno paura. L’ambasciata italiana lunedì mattina si è limitata a dire che l’Oman al momento rimane aperto e che se vogliamo possiamo raggiungerlo sotto nostra responsabilità… Certo che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, poteva fermarsi a Dubai a coordinare le operazioni di rimpatrio dei tantissimi connazionali, invece di tornarsene in Italia».
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Il cardinale Gerhard Ludwig Müller (Getty Images)
Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, già prefetto dell’ex Sant’Uffizio: «Divinizzare lo Stato è segno di paganesimo. La rete Epstein mostra come vivono le classi sociali separate da Dio e dal popolo. I vescovi parlino di morale e non di politica».
Eminenza, ha notato un cambiamento nella Chiesa con il pontificato di Leone XIV rispetto al pontificato di Francesco?
«Papa Francesco è venuto dall’America Latina con il proprio stile pastorale e politico. Si basava sulla grande spiegazione della dottrina fatta dal più grande teologo nella sede di San Pietro, papa Benedetto XVI. Ma adesso abbiamo un Papa che vive nella linea del grande teologo e padre della Chiesa sant’Agostino, e si sente questo cristocentrismo nelle sue omelie, prediche e testi, nella visione della trascendenza... E questo dà il primato ai temi teologici e pastorali rispetto ai temi dell’immigrazione e ad altre cose che riguardano la dimensione sociale. C’è più la dimensione di Dio, perché noi siamo convinti che l’uomo senza Dio non può vivere e pensare, non ha nessuna speranza».
C’era bisogno di rimettere Cristo al centro della Chiesa?
«Cristo è sempre al centro del Concilio Vaticano II, della Lumen Gentium... La luce del mondo è Cristo, Cristo è l’unico mediatore fra Dio e gli uomini. Dio si è fatto uomo nella divinità di Gesù Cristo come fondamento della sua vera umanità e natura umana. Questa è la base di tutto il messaggio cristiano e non è una cosa soggettiva, un’idea privata, ma è la grande missione. E questo è il centro del papato. Il Papa non ha solo una importanza secolare, non è un oggetto delle foto, del populismo, ma è il primo testimone della verità che Cristo è l’unico salvatore. E la Chiesa non è un’organizzazione umanitaria con dimensioni sociali, caritatevoli, ma è in Cristo il sacramento della salvezza universale».
A volte, nel mondo di oggi, sembra che sia difficile persino per i sacerdoti enunciare questa verità.
«Il mondo di oggi è il risultato del grande processo della secolarizzazione, dell’immanentizzazione, a partire dall’illuminismo. Questo ha i suoi lati buoni: la nuova tecnologia, tutti i progressi nella scienza naturale, nella sociologia, nella psicologia... Ma abbiamo visto che questo progresso, questo umanesimo senza Dio, ha effetti che si sono manifestati già nella Rivoluzione francese, con migliaia e migliaia di morti innocenti causati dai rivoluzionari atei. Parlavano, i giacobini, di una decristianizzazione come programma per tutta l’Europa e in seguito abbiamo avuto questi grandi sistemi totalitari atei: nazionalsocialismo, fascismo, comunismo, con milioni e milioni di morti, feriti, famiglie distrutte. Queste sono le conseguenze dell’esistenza dell’uomo senza Dio. Se Dio è negato - lui, il nostro unico amico nel mondo, il nostro creatore e il redentore - ci si presentano altri dei».
Quali?
«Dei che in realtà sono uomini e si presentano come dittatori, come tiranni. Vogliono dirci ciò che dobbiamo pensare, come parlare, cosa mangiare... Oggi abbiamo questo totale controllo che viene dall’Europa, anche i social media sono totalmente controllati. Noi siamo cittadini liberi: lo Stato è al servizio degli cittadini, i cittadini non sono qui come servi o schiavi dello Stato. E tutta questa divinizzazione dello Stato è un segno del paganesimo. Il cristianesimo - ancora prima il giudaismo, ma soprattutto il cristianesimo - ha introdotto la dedivinizzazione del mondo: il mondo è una creazione, l’uomo è una creatura, solo Dio è Dio. E questo Dio ci fa liberi, mentre questi uomini, questi dei del mondo, ci fanno schiavi, come ha detto san Paolo. Per noi è molto importante la libertà, la gloria dell’uomo, la libertà dei figli di Dio. Ma siamo quasi sudditi di funzionari politici che vivono nella ricchezza, e questo è segno del nostro tempo, dell’umanesimo senza Dio. Prendiamo per esempio questo sistema di Epstein, questa rete di malvagi, di uomini senza i comandamenti di Dio, senza coscienza... E questo è solo un esempio, ma abbiamo tanti altri esempi di questa situazione. Gli Stati di oggi ritornano a una politica dell’imperialismo, Russia, Cina, ma anche America. Anche se l’America, grazie a Dio, adesso sta ritornando un po’ ai valori cristiani. Ma possiamo parlare anche di questo cosiddetto cambio di sesso, che in realtà è un attentato contro il corpo, perché Dio ha creato ognuno con il suo corpo e i suoi significati. La differenza fra uomo e donna è positiva, è la positività della creazione, e ogni ragazzo deve imparare ad identificarsi con la sua esistenza. Quando sei nato come un ragazzo sei un ragazzo, quando sei nato come una ragazza sei una ragazza».
Oggi tanti ragazzi e ragazze invece si identificano con l’altro sesso. Che cosa bisogna dire a queste persone? Come si deve affrontare questo tema?
«Le persone sono vittime di un’industria che fa tanto denaro con i problemi dei ragazzi. È normale per noi, per tutti noi, quando siamo nella pubertà, cercare l’identificazione con la nostra natura. Dobbiamo dire loro di identificarsi con sé stessi, di amare sé stessi, in relazione con Dio e non con queste ideologie che distruggono l’uomo. Abbiamo tanti che hanno cambiato sesso e che hanno sofferto tanti problemi, avanzando nell’età hanno cambiato idea. Alcuni non possono più diventare madri o padri. Ma fa parte della nostra natura umana il desiderio di diventare padre o madre. Anche per noi che viviamo nel celibato: non è contro la nostra natura, il sacerdote deve essere un padre spirituale con l’autorità, con la vicinanza, con la paternità. E le suore sono anche madri in un senso spirituale. Questo è il compimento della nostra natura».
Sembra che lei veda tracce di totalitarismo anche oggi.
«Sì, è evidente, e non solo io, tanti osservatori, filosofi, giornalisti, professori di sociologia, eccetera, vedono questa tendenza a una nuova dittatura anche qui nei nostri Paesi più o meno democratici. La democrazia non rimane automaticamente, ha bisogno anche di uno spirito democratico, uno spirito di accettazione dei diritti basici, elementari, che lo Stato non può cambiare nemmeno con i mezzi moderni. I cittadini devono essere liberi nelle loro opinioni quando non attaccano un’altra persona in maniera criminale. Anche la scienza e i professori devono poter sviluppare le loro teorie, che siano false o no, e non tocca allo Stato intervenire: la scienza e i suoi rappresentanti devono discutere fra loro di questi temi. Non si può lasciare decidere un politico che non sa nulla di queste cose. C’è la tendenza in tanti Paesi d’Europa per cui alcuni politici, alcuni partiti vogliono impadronirsi della totalità della vita sociale, spirituale e intellettuale. Questo Digital Services Act, ad esempio, per me è contro la democrazia. Lo Stato non ha il diritto di controllare i contatti privati degli uomini. La polizia può entrare in una casa solo quando c’è un sospetto di un crimine e non quando uno ha detto qualcosa - intelligente o non intelligente - su un politico. I politici non possono essere una casta speciale con privilegi. Ne vediamo le conseguenze: alcuni gruppi politici e universitari hanno formato questa rete di Epstein. Ma le vediamo anche a Davos. I più ricchi hanno forse il diritto di disegnare il futuro del mondo? Questo lo devono fare i Parlamenti e la discussione libera nella società, la Chiesa, le accademie, le università. Ognuno ha il diritto di partecipare a questa discussione e non solo una cerchia ristretta di super ricchi. Non posso accettarlo».
Quando ha visto gli Epstein Files si aspettava cose così tremende?
«Prima ho parlato di complotti. Ma io non ho mai avuto tanto fiducia in questi gruppi. Io vengo da una famiglia di lavoratori. Mio padre ha lavorato 40 anni in Opel, in una fabbrica di auto. La classe media, penso, è la colonna della società. Queste classi invece si separano dal popolo e vivono nel lusso. Quando uno ha più denaro va bene, ma lo deve investire nel futuro, nella società e non vivere nel superlusso. Quando queste persone hanno tanto denaro pensano di essere al di là, al di sopra della morale. Ridicolizzano la morale cristiana e questi sono gli effetti».
A questo totalitarismo che ha descritto la Chiesa come deve reagire? Serve seguire una via più tradizionale, magari più conservatrice, oppure, come qualcuno ha provato a fare in questi anni, aprirsi di più al mondo, seguire le tendenze della modernità?
«Noi dobbiamo solo seguire il Vangelo e non queste contraddizioni più politiche o ideologiche, questa differenziazione, tra conservatori, liberali, socialisti, sinistra, destra... Questo è un risultato della Rivoluzione francese, quando i gruppi, le classi, si sono confrontati l’uno contro l’altro. Io penso che noi dobbiamo sviluppare la società secondo la nostra ragione umana, secondo le esigenze della realtà. Si possono avere diverse opinioni, ma non una fissazione ideologica e soprattutto dobbiamo orientarci noi, i cristiani, sulla parola di Dio. Abbiamo la parola di Dio, i grandi autori, i padri della Chiesa, la grande teologia nel Medioevo e oggi questi autori, come John Henry Newman o papa Benedetto XVI, che sono grandi intellettuali, ma anche profondamente credenti, pregano, sono in contatto, vivono con Dio. Loro possono darci orientamenti per il futuro. La Chiesa non deve lasciarsi ridurre a un’organizzazione meramente umana, ma d’altra parte non siamo un circolo riservato solo per alcuni “super cristiani”. Siamo un corpus mixtum fra santi e peccatori. Nella rete di Cristo ci sono tanti pesci di tante categorie e dobbiamo accettare gli uomini come sono, e non idealizzarli. Al contempo non dobbiamo pensare che non sappiano nulla o che siano incapaci. Dobbiamo essere realisti: un sano realismo come quello che Gesù Cristo stesso e gli apostoli hanno avuto. San Paolo è una persona realista, e ha questa apertura verso di Dio, la trascendenza, e anche la responsabilità per il mondo immanente. Il Concilio Vaticano II spiega molto chiaramente la vocazione divina dell’uomo di diventare figlio di Dio. Alla fine, dopo la morte, non attendiamo il nulla, ma la visione di Dio, la vita eterna, la felicità eterna. E anche qui, nella propria vita, ognuno ha la sua missione, il suo carisma, il suo talento che deve sviluppare per promuovere la società con la sua professione, che sia l’industria o altro. Anche la pedagogia è necessaria, per questo abbiamo bisogno di buone scuole, buone università, tutte queste istituzioni con persone competenti. E questa è la responsabilità che anche noi abbiamo come cristiani, compresi i pastori, per il futuro anche immanente della società, degli uomini, della Chiesa, ma sempre in questa apertura verso la trascendenza».
Ci sono state polemiche, anche nelle ultime settimane, perché qualche vescovo si è espresso sui temi del referendum. A volte la sensazione è che qualcuno ai vertici della Chiesa faccia un po' troppa politica, lo pensa anche lei?
«Io non conosco esattamente il contesto ma generalmente vorrei dire che i vescovi, come dice il Concilio Vaticano II, hanno la prima responsabilità per la pastorale, per l’evangelizzazione, per i sacramenti. Anche il Papa è un’autorità morale per il mondo, ma i vescovi non si mettono direttamente in politica. Il Concilio Vaticano II, nel Gaudium et Spes, parla di una relativa autonomia delle realtà terrene. Per esempio l’economia: noi possiamo portare la dottrina sociale della Chiesa ma non possiamo agire direttamente, non siamo specialisti di economia. Vale anche per la politica, e tutta la scienza: ho studiato teologia, anche se sono stato professore non posso parlare come un medico nel suo campo. Ho studiato le cose, posso capire qualcosa ma non sono competente, non ho una specializzazione. Per questo la Chiesa è coinvolta con i cristiani che sono presenti nella politica ma i presbiteri devono essere un po’ distaccati, lasciare spazio ai laici, ai credenti fedeli laici. Devono dare la propria opinione quando si tratta dell’aborto, quindi non di politica ma di morale, e la politica la deve rispettare. Ma sul rapporto di un’azienda italiana con un’azienda francese, il vescovo, il parroco non ha nulla da dire».
Le grandi organizzazioni sovranazionali, l’Unione europea e l’Onu, sembrano spingere molto per la normalizzazione dell’aborto.
«Queste organizzazioni hanno l’idea assolutamente erronea che ci siano troppi uomini e vogliono regolare anche le nascite. Ma non hanno alcun diritto di decidere quale vita è degna di sopravvivere e quale no. Questa non è politica, è un’azione assolutamente immorale di decidere sulla vita degli altri. Non capisco dove sia la differenza con i sistemi totalitari che dicevano “questi nemici del comunismo sono superflui e devono andare nel campo di concentramento”. Dove è la differenza? Usano questa falsa affermazione per cui l’embrione non è un uomo: come si può dire questo? Chi è nato dalla madre è un uomo, la madre non fa nascere una cosa. Il figlio è un uomo e non una cosa che diventa poi un uomo. Questo è impossibile filosoficamente, medicalmente, biologicamente, è una idiozia quella che dicono. Tanti sono comunisti o marxisti, seguono questa antropologia secondo cui lo Stato decide sulla dignità dell’uomo, ma noi diciamo che la dignità dell’uomo è coesistente con la sua esistenza e nessuno ha il diritto di decidere sulla vita degli altri uomini. L’embrione o un bambino, un piccolo bambino di uno o due anni dipende totalmente dai suoi genitori ma non vuol dire che loro hanno tutti i diritti su questo bambino. Anzi hanno l’obbligo di essere presenti con amore, di aiutare, educare, nutrire i loro figli perché il rapporto tra genitori e figli è un rapporto di amore fondamentale».
Però questa ideologia sembra funzionare e infatti andiamo verso una denatalità sempre più profonda.
«Per questo abbiamo tanti problemi nei nostri Paesi europei per la denatalità, non c’è un futuro. Dio ha creato l’uomo nel susseguirsi delle generazioni. Questa e l’esistenza umana nella storia, nel tempo, nello spazio. È un suicidio collettivo quello che stiamo facendo, uccidiamo i nostri bambini e rimangono alla fine gli anziani. E cosa facciamo con loro? Anche loro devono fare l’eutanasia? Diciamo agli anziani: tu non sei più utile, devi sparire da questo mondo. Vedere l’uomo solo della prospettiva della utilità è assolutamente inumano. Quando l’uomo perde Dio diventa inumano, non c’è un umanesimo senza Dio. Alla fine arrivano il post-umanesimo il trans-umanesimo e l’anti-umanesimo».
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