Alla vigilia del ritorno del Ring di Wagner al Teatro alla Scala, Marco Targa, presidente dell’Associazione Wagneriana Milano, ci introduce nel mondo di uno dei compositori che più hanno influenzato la cultura dei nostri giorni, dal cinema alla letteratura
Alessio Butti (Ansa)
Il sottosegretario all’Innovazione tecnologica: «A livello europeo abbiamo promosso limiti e sanzioni contro il Far West. In Italia un Osservatorio dedicato e 1 miliardo per gli investimenti di startup e pmi».
Sottosegretario Butti, di rivoluzioni sociali ed economiche legate all’innovazione tecnologica ne abbiamo vissute tante. Da quella industriale con la meccanizzazione dei processi, a Internet con la globalizzazione delle conoscenze, ma con l’Intelligenza artificiale la sensazione è di trovarci davanti a qualcosa di diverso, di più profondo, veloce. È così?
«Sì, perché questa volta non stiamo solo automatizzando una macchina o un processo fisico, ma una parte dei compiti cognitivi, cioè attività di analisi, scrittura, pianificazione, assistenza decisionale. Questo rende la trasformazione più trasversale e più veloce e con un impatto su imprese, pubbliche amministrazioni, sanità, lavoro e informazione. Per questo abbiamo deciso subito di non subire l’Ia, ma di governarla con regole, responsabilità e investimenti».
Palazzo Chigi in concreto cosa ha fatto per governare questo processo?
«Abbiamo lavorato su due piani. Il primo è europeo e, diciamolo subito, l’Ai Act è una legge, non una lista di buone intenzioni. In quella fase negoziale l’Italia ha sostenuto con forza un’impostazione che non lasciasse la tutela dei cittadini ai codici di condotta dei privati come volevano altri Paesi. Ci devono essere norme, limiti e sanzioni in caso di mancato rispetto degli stessi. Sul piano nazionale abbiamo costruito un quadro coerente con l’Ai Act. E devo dire che la nostra impostazione sta generando interesse in molti Paesi. Una cosa che voglio sottolineare è che abbiamo previsto un aggiornamento biennale della strategia, perché la tecnologia evolve in fretta e dobbiamo avere strumenti in grado di tenere il passo e giocare d’anticipo».
Ci può fare qualche esempio di limiti imposti?
«Molto semplice: ci sono “linee rosse” che non si attraversano, perché toccano diritti e libertà. L’Ai Act vieta pratiche considerate inaccettabili, come certe forme di manipolazione o sfruttamento delle vulnerabilità, il social scoring, e specifiche applicazioni che portano a sorveglianza o controllo sociale incompatibili con i valori europei. Insomma, per gli usi “ad alto rischio” prevediamo requisiti stringenti su gestione del rischio, qualità dei dati e supervisione umana».
E sui deepfake?
«Se un contenuto è generato o manipolato dall’Ia, il cittadino deve poterlo riconoscere. Se ne sta occupando anche l’Ue. Grazie alla nostra legge sull’Ia, in Italia diffondere un deepfake realistico senza consenso e con danno alla persona è diventato un reato punito con la reclusione fino a 5 anni. È una delle norme più incisive in Europa su questo tema».
Certo, l’Ia può portare anche enormi vantaggi, come la state sfruttando?
«Come dice giustamente, i vantaggi sono enormi in diversi ambiti. L’Ia ha una capacità incredibile, quando ben guidata dall’uomo, di ridurre tempi, errori e sprechi, aiutare chi lavora a fare meglio e più in fretta, migliorare servizi pubblici e competitività. In sanità, ad esempio, stiamo sperimentando l’Ia su problemi molto concreti come le liste d’attesa: con il progetto Reg4Ia investiamo 20 milioni su analisi dei dati, previsione della domanda e gestione più efficiente delle agende delle strutture sanitarie. È solo un esempio, ma qualsiasi campo, dalla difesa all’industria, può trarre vantaggio dall’Ia. Tutto sta nel saperla governare e indirizzare».
Veniamo al tema lavoro: il report di Citrini Research ha spaventato i mercati, soprattutto consegne a domicilio, pagamenti e real estate sono a rischio. Ci può dire che fine faranno gli agenti immobiliari?
«Prima di tutto: un report di quel tipo è uno stress test che non possiamo prendere come una profezia. Insieme agli esperti del Dipartimento che dirigo, leggiamo con attenzione tutti gli studi e ce ne sono di ogni tipo, da quelli che danno una visione idilliaca a quelli da futuro distopico. L’Ia avrà maggiore impatto nelle attività ripetitive e standardizzabili. Per questo certe mansioni di back office e comparazione in ambito immobiliare o servizi finanziari possono cambiare rapidamente. Al contrario, reggono meglio i lavori dove contano responsabilità, relazione, negoziazione complessa, presenza sul territorio. Ma qui l’idea di fondo è che nella maggior parte dei casi non vedremo sparire un mestiere, ma cambiare il contenuto del lavoro. In questo senso, vince chi integra l’Ia, non chi la subisce».
In concreto cosa state facendo per prevenire un’impennata della disoccupazione?
«Stiamo agendo su diverse leve, tutte molto pratiche. La prima è evitare che l’adozione non diventi un Far West. Nella legge italiana è previsto un Osservatorio sull’adozione di sistemi di Ia nel mondo del lavoro e il ministro Calderone ha pubblicato pochi giorni fa il primo documento sul tema. Lavoriamo anche per far crescere la domanda di nuove competenze: serve formazione continua e riqualificazione, perché dobbiamo accompagnare lo spostamento del mondo del lavoro, non rincorrerlo. Abbiamo anche previsto un programma di investimento a favore di startup e pmi da 1 miliardo, per far nascere lavoro nuovo dove l’innovazione produce valore».
Nasceranno anche nuove professioni per gestire l’Ia?
«Certo. Saranno fondamentali le professioni legate al controllo dell’Ia, alla sua governance, gestione dei rischi, qualità dei dati e compliance. Il timbro umano resta la nostra garanzia per il futuro».
Rischiamo un circolo vizioso che comprime i consumi e distrugge la classe media? Rischiamo l’autodistruzione del sistema?
«Il rischio esiste, ma non condivido la visione catastrofista. Lo evitiamo se continuiamo a gestire e governare questa tecnologia come stiamo facendo e ci impegniamo nella formazione dei lavoratori. Rimanere indietro non è più un’opzione. Chi non investe in competenze, formazione e innovazione rischia di vedere intere categorie professionali sostituite o marginalizzate, con un aumento drammatico della disoccupazione tecnologica. Non adottare l’Ia oggi significa subire l’Ia domani».
Continua a leggereRiduci
Il direttore Maurizio Belpietro commenta il decreto sicurezza smontando il mito dello «scudo penale» e rilanciando il tema della tutela legale per le forze dell’ordine. Al centro anche il nodo della giustizia: errori giudiziari, responsabilità dei magistrati e un sistema che, secondo il direttore, applica pesi e misure diversi.
Il presidente di Confapi Cristian Camisa (Imagoeconomica)
Il presidente di Confapi Cristian Camisa: «Le pmi italiane sono nelle sabbie mobili, con tale incertezza nessuno fa investimenti. L’Ue deve sospendere il Green deal e la tassa sulle emissioni».
«Una prima stima dell’impatto dei dazi sulle pmi indica che ci sarà un calo dell’export del 4,5-5%. Lo scenario però è in evoluzione e molto dipenderà se il presidente americano Donald Trump confermerà l’aumento delle tariffe al 15% come è sua intenzione. Inoltre bisognerà vedere se ci saranno i rimborsi sulle imposte doganali precedentemente pagate ma contestate dalla Corte Suprema.
Insomma un grande caos e le aziende nelle sabbie mobili». Cristian Camisa, presidente di Confapi, l’associazione che riunisce le piccole e medie imprese fa da megafono alle difficoltà degli associati. «Con questo clima nessuno si azzarda a fare investimenti e progetti a medio e tantomeno a lungo termine».
Circa il 70% delle pmi ha come mercato di sbocco l’Europa, in che modo vi preoccupano i dazi americani?
«Tutte le pmi risentono, in un modo o nell’altro, della situazione di incertezza internazionale. I dazi del 10% dovrebbero rimanere per 150 giorni ma quello che succede dopo è un grande punto interrogativo e nel frattempo c’è anche la problematica del cambio sfavorevole con il dollaro che in un anno si è deprezzato del 13% e raddoppia il costo delle tariffe. In un sistema globalizzato e di mercati interconnessi, nessuno è al riparo dalla politica di Washington. Questa situazione finisce per privilegiare e rendere più agguerrita la concorrenza delle aziende di Cina, India e Paesi del Sud America. Il paradosso dei dazi flat, uguali per tutti, favorisce coloro che erano soggetti a tariffe superiori come il Brasile che avrà variazione -13,6%, la Cina con -7,1% e l’India con -5,6% mentre per l’Italia la variazione sarà di +1,7-2%. I prodotti provenienti da questi Paesi rischiano di rubare ulteriori quote di mercato alle imprese italiane».
Quali settori merceologici sono più esposti?
«Il farmaceutico, l’alimentare, la meccanica e i macchinari. Gli aumenti dei prezzi al dettaglio rischia di portare a una riduzione dei volumi delle vendite. Fino a ora l’affidabilità del Made in Italy ha consentito di trattare con i buyer americani e assorbire i maggiori costi senza riversarli sul consumatore, ma questa situazione non può durare a lungo soprattutto nella prospettiva che si passi dal 10 al 15% come vuole Trump. C’è una situazione di attesa, nessuno firma commesse per il medio termine. Un’azienda di grandi dimensioni, ha le spalle forti per reggere ma il piccolo imprenditore è in difficoltà. Il nostro Rapporto congiunturale dice che solo il 20% delle imprese prevede di assumere nei prossimi mesi. L’Europa deve agire su almeno due fronti: il cambio e la sospensione di quelli che sono a tutti gli effetti dei dazi auto imposti, ovvero i costi del Green deal e del Cbam».
Le svalutazioni competitive non sono più possibili.
«Noi non possiamo agire sulla politica monetaria ma l’Europa sì. E poi c’è la questione della transizione energetica. Sarebbe necessaria una sospensione delle politiche di sostenibilità ambientale imposte alle aziende e del Cbam che fissa un prezzo sulle emissioni di Co2 incorporate nelle merci importate. Le aziende avrebbero maggiore liquidità per far fronte a questo momento di incertezza. Al tempo stesso bisognerebbe concedere un credito d’imposta pari al 20% per compensare l’incidenza dei dazi. Queste richieste fanno parte di un pacchetto che abbiamo presentato al tavolo con il ministro degli Esteri, Antonio Tajani».
Quali sono le altre richieste inoltrate al ministro Tajani?
«Abbiamo chiesto un supporto legale per il recupero dei dazi applicati precedentemente e bocciati dalla Corte suprema. Le aziende dovrebbero chiedere indietro le somme. Sono circa 1-2 miliardi di euro di dazi riscossi in modo non dovuto. Infine, sarebbe necessario un pacchetto assicurativo per proteggere le imprese dalla cancellazione degli ordini da parte dei buyer americani».
Continua a leggereRiduci
Matteo Zoppas (Imagoeconomica)
Il presidente Ice Matteo Zoppas: «Il tira e molla sulle percentuali non aiuta e in queste condizioni è bene allargare lo sguardo agli altri mercati. Ma più che le tariffe è il cambio sfavorevole con il dollaro che sta penalizzando le imprese».
«Sui dazi c’è ancora molta incertezza anche se speriamo che la situazione si chiarisca subito. Ma questo non deve indurre a mollare un partner strategico come gli Stati Uniti anche se è bene allargare lo sguardo ad altri mercati. Gli accordi col Mercosur e con l’India offrono una opportunità importante per compensare quello che sta accadendo negli Usa. E comunque più che i dazi, che confidiamo presto tornino ad una condizione di stabilità, è il cambio sfavorevole con il dollaro a penalizzare le imprese». Matteo Zoppas, presidente dell’Ice, l’istituto per il Commercio con l’estero, è un fiume in piena. «Seguiamo le notizie che vengono dagli Stati Uniti, momento per momento. Il lavoro di coordinamento e di diplomazia che sta facendo il governo italiano con il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, è ammirevole e ci dà fiducia».
Facciamo il punto. Sono entrati in vigore i nuovi dazi globali del 10% annunciati dal Customs and border protection, l’Agenzia delle dogane. Ma questo è solo un primo passo perché Trump punta comunque al 15% annunciato dopo la sentenza della Corte Suprema della scorsa settimana ed è quindi presumibile che stia lavorando per trovare il supporto giuridico per arrivare a questo obiettivo. Nel frattempo il presidente americano avverte che chi «volesse giocare» con la decisione della Corte Suprema, rischia tariffe molto più alte.
Per le esportazioni italiane questo cosa vuol dire?
«È un momento in cui bisogna essere cauti e prudenti. La situazione che si è venuta a creare tra il presidente Donald Trump e la Corte suprema, è una questione interna americana che è da osservare e capire. Dal canto nostro non bisogna abbassare la guardia e fare il massimo dello sforzo per continuare a promuovere gli Usa. Bisogna capire se i dazi passati saranno sostituiti o sommato ad altre aliquote. Il ministro Tajani ha fatto bene a convocare tutte le categorie del sistema Paese e le imprese per dare un aggiornamento sulla situazione. Il messaggio è di non perdere l’impegno a lavorare con gli Usa che comunque sono una destinazione strategica. Un’impresa che ha una consolidata penetrazione negli Stati Uniti usa questo come biglietto di presentazione per accreditarsi su altri mercati. Essere negli States significa essere in una vetrina importante».
Quali sono le informazioni che vi arrivano?
«A quanto pare per l’Europa si torna a un’imposta doganale del 15% per tutti i prodotti, ad eccezione di quelli, come acciaio e alluminio, per i quali i dazi nascono da un’altra normativa. L’aliquota varrà per 150 giorni. Stanno cercando una formula giuridica per arrivare quanto prima a sbloccare l’impasse creato dalla sentenza della Corte suprema e arrivare ad un 15% anche oltre ai 150 giorni. Nel frattempo si raccomanda di non fare dell’allarmismo. Vale l’invito della Farnesina ad evitare una guerra commerciale. Gli imprenditori ci diranno cosa accade alle merci alla dogana. Ora tutta l’attenzione è giustamente e comprensibilmente focalizzata sulle tariffe doganali e la disputa tra la Casa Bianca e la Corte suprema ma c’è un altro nemico, ben più pericoloso per le imprese, ed è il cambio sfavorevole con il dollaro. Questo raddoppia l’onere dei dazi. Auspichiamo che l’Europa si muova con misure che possono aiutare a far fronte a questa situazione penalizzante. Resta la raccomandazione di non abbassare la guardia sugli Usa che, ripeto, sono destinazione strategica».
Temete ritorsioni da parte del presidente Trump qualora qualcosa dovesse andare storto?
«Certo che le temiamo ed è per questo che mai come adesso è necessario muoversi con estrema prudenza. La diplomazia europea e con essa quella italiana, stanno lavorando per tornare ad una situazione di stabilità».
Avete notizie se le esportazioni, alla luce di questa incertezza, si sono bloccate o hanno rallentato?
«È presto per arrivare a valutazioni di questo tipo. Credo che tutti siano in attesa di una schiarita sulle norme attuative. Questa altalena di notizie, prima il 10% poi il 15 non aiutano ma bisogna tenere i nervi saldi».
C’è la tentazione di smarcarsi dagli Usa e cercare nuovi mercati di sbocco?
«Ogni categoria merceologica si comporta in modo diverso ma tutte rispondono alla strategia che, dove c’è un varco con prospettive di mercato interessante, vale la pena inserirsi e andare a vedere. Gli accordi con il Mercosur e con l’India aprono scenari interessanti. Non dimentichiamo che dal 2014 al 2023 siamo passati da 450 a circa 2400 barriere tariffarie a livello globale. Il che vuol dire che la globalizzazione è ancora lontana e c’è molto da fare. Questo non vuol dire smettere di marcare stretto gli Stati Uniti, che restano uno sbocco importante. Per quanto riguarda l’India, il passaggio per il vino da dazi del 150% al 20% è un’apertura incredibile».
Continua a leggereRiduci







