Vape, l’allarme di Anafe: «Le strette Ue rischiano di distruggere un settore da 1 miliardo»
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
Lettera del premier alla Von der Leyen: «La clausola non valga solo per la Difesa». Niet di Bruxelles.
Giorgia Meloni chiede formalmente alla Commissione Ue di estendere anche alle spese per fronteggiare la crisi energetica la possibilità di derogare ai vincoli del Patto di stabilità. Altrimenti, argomenta il presidente del Consiglio, «sarebbe molto difficile per il governo spiegare all’opinione pubblica» la scelta di destinare soldi all’acquisto di armi, mentre mancano risorse per alleviare il peso delle bollette o abbassare il prezzo della benzina.
La posizione del governo italiano era nota da tempo, ma ieri la Meloni ha compiuto un passo ufficiale inviando una lettera al presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. «L’Italia ritiene necessario estendere temporaneamente il campo di applicazione della National escape clause già prevista per le spese di difesa anche agli investimenti e alle misure straordinarie necessarie per fronteggiare la crisi energetica, senza modificarne i limiti massimi di scostamento già previsti», si legge nella missiva. «In assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile per il governo spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe alle condizioni attualmente previste». Il riferimento è al piano di prestiti Ue per gli investimenti nella Difesa.
Una prima risposta è arrivata in serata da un portavoce della Commissione, Olof Gill: «La posizione della Commissione non è cambiata. Abbiamo presentato agli Stati membri una gamma di opzioni a loro disposizione per affrontare l’attuale crisi energetica» e tra queste non c’è la clausola di salvaguardia. Ma la chiusura non è netta: «Osserviamo l’evoluzione della situazione».
India, dall’euforia alla disciplina: l’economia di Nuova Delhi entra in una nuova fase
L’India non è mai stata un mercato semplice. È troppo grande, troppo federale, troppo stratificata politicamente e troppo diseguale nel suo sviluppo per essere letta con categorie sbrigative. Chi ha immaginato di trovarvi la scala della Cina, la rapidità esecutiva del Golfo e le uscite finanziarie della Silicon Valley ha finito per scontrarsi con una realtà diversa. L’India non premia il capitale impaziente. Premia chi sa distinguere tra potenziale demografico e costruzione reale di valore.
La fase attuale va letta in questa chiave. Il rallentamento di alcuni flussi di investimento, la maggiore prudenza dei fondi, la volatilità dei mercati e le pressioni sulla rupia non indicano necessariamente un indebolimento strutturale del Paese. Segnalano piuttosto il passaggio da una stagione di entusiasmo a una stagione di selezione. Dopo anni in cui l’India ha beneficiato della liquidità globale, del riposizionamento delle catene produttive, della ricerca di alternative alla Cina e dell’attrazione politica di una grande democrazia asiatica, era inevitabile che alcuni prezzi venissero messi alla prova.
Questo non è un fallimento della storia indiana. È una sua maturazione.
Per diversi anni, una parte degli investimenti è stata sostenuta non solo dai fondamentali, ma anche dal racconto. Il mercato indiano è stato presentato come l’alternativa naturale alla Cina, il grande spazio del consumo futuro, il laboratorio digitale del Sud globale, il ponte tra demografia e tecnologia. Molto di questo è vero. Ma nessuna economia, per quanto promettente, può vivere a lungo di aspettative senza essere richiamata alla disciplina degli utili, della produttività e dell’esecuzione.
Una maggiore cautela degli investitori può persino essere salutare. L’India non ha bisogno di capitali che arrivano solo per inseguire il momentum e si ritirano al primo segnale di volatilità. Ha bisogno di capitali capaci di accompagnare cicli lunghi: infrastrutture, manifattura, transizione energetica, logistica, sanità, agricoltura, inclusione finanziaria, digitalizzazione dei consumi. Sono settori che non offrono sempre ritorni immediati, ma costruiscono capacità nazionale.
La critica sulle valutazioni merita attenzione. Molti asset indiani sono costosi. Molti imprenditori valutano le proprie società come se la crescita futura fosse già acquisita. I mercati pubblici hanno talvolta alimentato questa fiducia. È comprensibile, dunque, che gli investitori chiedano maggiore disciplina. Ma anche questa non è una cattiva notizia. Può obbligare imprese familiari, fondatori e fondi a un confronto più serio sul valore reale, sulla governance, sui margini e sulla qualità della crescita.
L’India sta pagando, come molte economie emergenti, un contesto internazionale meno favorevole. Le tensioni in Medio Oriente pesano sul prezzo dell’energia. La vulnerabilità delle rotte marittime incide sulle catene di approvvigionamento. L’incertezza monetaria globale rende più selettivo il capitale. Per un Paese che importa gran parte del proprio fabbisogno energetico, ogni scossa nel Golfo o nello Stretto di Hormuz può tradursi rapidamente in pressione su inflazione, conti esterni e bilanci familiari.
Ma vulnerabilità non significa fragilità.
Negli ultimi anni l’India ha costruito riserve, rafforzato il sistema bancario, contenuto il deficit delle partite correnti, ampliato la base fiscale e investito in infrastrutture con una continuità rara nella sua storia recente. Il sistema dei pagamenti digitali, la formalizzazione di parti dell’economia, l’espansione delle reti logistiche e la maggiore solidità del credito hanno modificato la capacità dello Stato e delle imprese di assorbire shock esterni. I rischi restano, ma non colpiscono più la stessa economia di dieci anni fa.
Il punto centrale è che l’India non può più essere giudicata solo come un mercato emergente promettente. Viene giudicata rispetto alle proprie ambizioni. Ed è un test più severo.
Per attrarre la prossima fase di capitale, non basteranno la demografia, la dimensione del mercato interno o la posizione geopolitica. Serviranno uscite più chiare per gli investitori, mercati obbligazionari più profondi, tempi giudiziari più rapidi, regole fiscali più prevedibili, migliore governance urbana, contratti più facilmente esigibili e costi logistici più bassi. Queste non sono richieste ostili all’India. Sono le condizioni perché l’ambizione indiana diventi pienamente credibile.
La trasformazione di fondo, tuttavia, resta intatta. Il mercato interno è ancora ampio e sotto-penetrato. Il ciclo infrastrutturale non è esaurito. Il sistema bancario è più sano. La spinta manifatturiera è imperfetta, ma reale. L’infrastruttura pubblica digitale ha creato una piattaforma che pochi Paesi emergenti possono eguagliare. La rilevanza geopolitica dell’India è aumentata, non diminuita, mentre governi e aziende cercano alternative a una dipendenza eccessiva dalla Cina.
Qui sta la differenza tra una correzione e un’inversione di rotta. Una correzione impone disciplina. Un’inversione segnala perdita di direzione. L’India oggi affronta la prima, non la seconda.
Esiste anche un equivoco frequente. L’India non sta cercando di crescere seguendo un modello puramente export-led. La sua strategia combina domanda interna, investimenti pubblici, politica industriale selettiva, welfare, digitalizzazione e posizionamento geopolitico. Questo rende il percorso più complesso, ma anche meno dipendente da una sola fonte di crescita. I capitali esteri sono importanti, portano disciplina e reti globali. Ma non definiscono da soli la traiettoria del Paese.
La vera questione non è se alcuni investitori stiano diventando più prudenti. La vera questione è se l’India saprà usare questa prudenza per migliorare la qualità della propria crescita. Un momento di maggiore selettività può diventare utile se accelera le riforme necessarie: energia più sicura, infrastrutture più efficienti, giustizia commerciale più rapida, mercati del lavoro e della terra più prevedibili, maggiore trasparenza regolatoria.
L’India non deve rispondere allo scetticismo con la retorica. Deve rispondere con l’esecuzione. Le grandi formule sul 2047 e sullo status di economia sviluppata hanno senso solo se accompagnate da risultati visibili nei porti, nella logistica, nella formazione, nell’industria, nella fiscalità, nelle città e nella fiducia istituzionale.
Un’India più matura sarà inevitabilmente meno spettacolare dell’India dei roadshow finanziari. Avrà correzioni, delusioni, valutazioni riviste, cicli meno euforici. Ma avrà anche scala, resilienza, risparmio interno, capacità tecnologica e una posizione strategica che pochi altri Paesi possono rivendicare.
La domanda, dunque, non è se la storia economica indiana si stia esaurendo. È se il mondo è pronto a guardarla con meno superficialità. L’India non è un miracolo da celebrare né una bolla da liquidare. È una grande economia in costruzione, con tutte le frizioni che questo comporta.
E proprio per questo, forse, la fase attuale non indebolisce il caso indiano. Lo rende più serio.





