Secondo Emanuel Pietrobon, analista di Masirax, anche il dossier sul magnate pedofilo potrebbe aver indotto Trump a iniziare una guerra contro gli ayatollah.
Jeffrey Epstein (Ansa)
Per lui l’idea che ogni persona abbia pari valore è «il peggio del Cattolicesimo». Un astio spiegabile col fatto che questa istituzione è l’unico vero argine a quel «pensiero calcolante» che riduce gli esseri umani a mezzo.
Mentre i coniugi Clinton dichiarano di non sapere chi siano gli invitati al matrimonio della figlia, chi siano i principali donatori della loro Fondazione e di essere stati all’oscuro dei comportamenti scorretti di Jeffrey Epstein, possiamo senza dubbio affermare che esistono due piani di lettura degli Epstein files.
Il primo è quello criminale: ciò che emerge deve essere messo sotto processo sebbene a complicare il tutto esista il patteggiamento secretato stipulato da Epstein con il procuratore Alexander Acosta nel 2008 che conferiva sia ad Epstein che a tutti i suoi complici immunità totale - sì esattamente: negli Usa si può - in cambio dell’ammissione di colpevolezza e una pena detentiva di 13 mesi per sfruttamento della prostituzione. Senza considerare questo passaggio fondamentale non si possono capire gli aspetti legali connessi alla sanzione dei crimini e ciò spiega altresì come mai i primi personaggi a cadere non siano americani. Il secondo piano di lettura attiene i significati di quanto viene rivelato in quegli scambi di lettere e in quelli che presumibilmente possono essere i filmati e le immagini a disposizione del ministero della Giustizia americano, ma anche in questo caso occorre specificare che ci si trova davanti ad una mole enorme di scambi, rapporti e riferimenti, spesso codificati e sempre facenti riferimento a situazioni ulteriori e dai contorni che vanno dal misterioso all’agghiacciante.
Esistono però anche i temi politici o «filosofici» che emergono nei lunghi dialoghi scritti che Epstein intratteneva con alcuni dei suoi amici; esattamente come nei romanzi di Sade i personaggi indugiavano spesso in digressioni filosofiche sulla vita e il mondo tra un crimine e l’altro. Il tema senza dubbio centrale degli interessi di Epstein, dopo quelli sessuali ed esoterici, è quello della selezione razziale intesa in senso darwinista, questione che il finanziere affronta spesso con la disinvoltura e la confidenza che si ha con gli amici i quali, pur appartenendo al mondo della Sinistra liberal e woke, non hanno alcuna ritrosia ad affrontare discorsi di «selezione della specie», «eliminazione dell’umanità inutile», «adeguamento forzato del numero della popolazione» e creazione segreta di una stirpe di bambini dotati del corredo genetico dello stesso Epstein. Se da una parte possiamo classificare queste teorie come le farneticazioni di un folle, dall’altra parte non possiamo non considerare il fatto che argomenti che avrebbero trovato interlocutori entusiasti soltanto in figure di teorici dell’eugenetica come Francis Galton, Ernst Haeckel ed Alfred Ploetz, non vengano affatto rigettati o evitati da registi di Hollywood, teste coronate, finanzieri, scienziati, intellettuali e, dulcis in fundo, inventori di sistemi operativi e già principali finanziatori dell’Oms.
E proprio sull’onda delle pianificazioni globali che Epstein affrontava con i suoi interlocutori, non ultima quella di una pandemia basata su di un virus influenzale costruito in laboratorio che potrebbe ricordare vagamente qualcosa, emerge una costante: il disprezzo sistematico di Epstein e del suo circolo verso il Cattolicesimo, in particolare verso la difesa dei poveri e dei deboli come ostacolo alla selezione della specie, una visione sprezzante che considera a tutti gli effetti il Cattolicesimo come qualcosa di «retrogrado» e di «limitante».
In particolare in uno scambio del 2013 con Boris Nikolic (imprenditore biotech, principale consulente scientifico di Bill Gates ed esecutore testamentario indicato dal finanziere), Epstein critica aspramente l’approccio filantropico delle Ong definendo «ridicola» l’affermazione che «ogni vita sia uguale» e concludendo con la definizione «It is Catholicism at its worst»: «Cattolicesimo al suo peggio». Questa forza percepita come «limite» impedisce una logica di selezione e ottimizzazione di valori calcolabili riferiti agli esseri umani se intesi esattamente come quel «magazzino di riserva» di cui parlava Martin Heidegger a proposito della subordinazione dell’uomo al «pensiero calcolante», la vera radice del male che innerva tutta la storia dell’Essere. Sta esattamente qui il punto decisivo per comprendere l’odio di Epstein - forse potremmo dire dell’«Epsteinismo» - nei confronti del Cattolicesimo: il suo schierarsi apertamente dalla parte del pensiero calcolante inteso come la forza che, attraverso la Tecnica, trascende ogni limite e quindi conferisce a una razza di eletti il potere assoluto e le condizioni di vita liberate dai limiti di «questo mondo».
E se anche gli aspetti biologici dell’umanità vengono regrediti a «magazzino» a disposizione della Tecnica, e ciò non come provocazione distopica di qualche romanziere allucinato ma nei prolungati e argomentati discorsi tra i membri dell’élite mondiale, appare ancora più decisivo il ruolo di coloro che, come Elon Musk o Peter Thiel, di tale deriva abbiano compreso i rischi e si pongano in contrapposizione a essa prevedendo sempre la superiorità dell’umano sulla deriva tecnica transumanista e il rifiuto dell’autonomizzazione dei processi di Ia. Ma il nemico da combattere rimane sempre e comunque quel pensiero calcolante al quale Martin Heidegger contrappose «l’Abbandono», cioè il costante confronto con la Tecnica senza pensarla misura dei valori del mondo. E così, «giunti a questo punto», si arriva a comprendere come l’antica forza che si contrappone al Male si sia incarnata, nella storia, proprio in quella Chiesa cattolica così odiata da Jeffrey Epstein.
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Andrea Mountbatten-Windsor (Ansa)
L’ex ministro e ambasciatore negli Usa in manette per i documenti condivisi con il faccendiere pedofilo. Nuove rivelazioni imbarazzanti sul principe Andrea Mountbatten-Windsor: avrebbe fatto pagare i «massaggi» ai contribuenti.
Il caso Epstein continua a produrre nuove scosse. E a finire sotto i riflettori è, ancora una volta, Andrea Mountbatten-Windsor. Le ultime rivelazioni provenienti dal Regno Unito, infatti, aggiungono dettagli sempre più imbarazzanti ai suoi già controversi rapporti con Jeffrey Epstein. Secondo ricostruzioni emerse da fonti britanniche, durante gli anni in cui ricopriva incarichi ufficiali come inviato speciale per il commercio, Andrea avrebbe inserito, tra le note spese rimborsate dallo Stato, anche servizi di «massaggi» non meglio specificati, insieme a spese particolarmente elevate per voli e soggiorni alberghieri.
Il punto, ovviamente, non è soltanto contabile. Ex funzionari citati dalla stampa inglese descrivono un quadro sconcertante: nel corso di missioni istituzionali all’estero, all’ex principe sarebbero state messe a disposizione prostitute in quantità tale da destare preoccupazioni anche sotto il profilo della sicurezza nazionale. Il timore - ventilato in ambienti governativi - è che un simile comportamento abbia potuto produrre materiale compromettente, rendendo l’ex principe una facile preda di servizi segreti stranieri.
I timori, del resto, aumentano proprio perché di mezzo c’è di nuovo il nome di Epstein. Secondo le stesse ricostruzioni, infatti, alcune di queste frequentazioni si sarebbero intrecciate con i viaggi sul jet privato del finanziere pedofilo, il famigerato «Lolita Express». In un filone d’inchiesta ancora oggetto di accertamenti, si ipotizza perfino che giovani donne possano essere state fatte arrivare nel Regno Unito a bordo di quell’aereo, con transiti che avrebbero coinvolto anche basi della Royal air force. Allo stato attuale, non ci sono ancora conferme, ma il solo fatto che l’ipotesi venga presa in considerazione descrive bene la gravità della situazione.
A rendere l’intreccio ancora più ingarbugliato c’è anche un dettaglio operativo: le guardie del corpo di Andrea, pagate dai contribuenti britannici, avrebbero svolto mansioni di sicurezza privata in contesti estranei a impegni ufficiali, fungendo da «buttafuori» in eventi collegati all’entourage di Epstein. Se confermata, una simile circostanza renderebbe la posizione dell’ex principe ancora più indifendibile.
A fare da appendice a questa nuova fase dello scandalo c’è anche la posizione di Sarah Ferguson. Dalle email emerse nei file risulta che l’ex duchessa di York ebbe scambi cordiali con Epstein tra il 2009 e il 2011. Dopo l’arresto dell’ex marito, la Ferguson avrebbe prontamente lasciato il Regno Unito, rendendosi irreperibile. Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, si troverebbe tra l’Europa e gli Emirati Arabi Uniti.
Ma il terremoto non colpisce soltanto il ramo degli York. Ieri è arrivato un altro colpo di scena: l’arresto di Peter Mandelson, storico esponente laburista, già ministro nei governi di Tony Blair e Gordon Brown e fino a poco tempo fa ambasciatore britannico negli Stati Uniti. Mandelson è stato fermato con l’accusa di cattiva condotta nell’esercizio della funzione pubblica nell’ambito delle indagini sui file Epstein. Le email rese pubbliche nelle scorse settimane avevano già documentato rapporti e scambi tra Mandelson ed Epstein, anche successivi alla condanna del finanziere pedofilo nel 2008, tanto che un paio di settimane fa l’ex ministro aveva lasciato sia la Camera dei Lord sia il Partito laburista. Nel mirino i documenti condivisi col faccendiere americano. Secondo il Financial Times, l’inchiesta ha messo sotto forte pressione il primo ministro Keir Starmer, che aveva nominato Mandelson ambasciatore a Washington nonostante i legami noti con Epstein.
Lo scandalo, però, non si limita solo al Regno Unito. Oltre Atlantico, infatti, lo scorso fine settimana un giovane di 21 anni, identificato ieri come Austin Tucker Martin, è stato ucciso dopo aver tentato di introdursi armato a Mar-a-Lago, la residenza di Donald Trump in Florida. Secondo le ricostruzioni delle principali testate americane, il ventunenne era ossessionato dai documenti resi pubblici sul caso Epstein e avrebbe scritto a conoscenti di essere convinto che il governo stesse coprendo le responsabilità di potenti figure dell’establishment statunitense. Armato di fucile, si sarebbe rifiutato di deporre l’arma davanti agli agenti del servizio di sicurezza, che hanno quindi aperto il fuoco. L’Fbi sta ora ricostruendo il profilo del giovane e il ruolo che le teorie del complotto hanno avuto nel suo gesto.
Ma non è finita qui. Un’inchiesta pubblicata ieri dal Guardian racconta anche della rivolta di docenti e studenti di prestigiose università americane - dalla Columbia a Yale, passando per Harvard e l’Ucla - dopo la pubblicazione dei file che documentano legami, donazioni e frequentazioni tra Epstein e gli ambienti accademici. In alcuni casi sono state chieste dimissioni o rimozioni da incarichi di vertice, mentre in altri sono state avviate revisioni interne sui meccanismi di accettazione delle donazioni. Le università dell’Ivy league, accusate per anni di aver chiuso gli occhi di fronte a generose elargizioni di dubbia provenienza, si trovano ora costrette a pagare il fio per il loro comportamento, che mina pesantemente la credibilità dell’intero sistema filantropico degli atenei americani.
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Jeffrey Epstein (Getty Images)
Le tre esse dei grandi casi di cronaca che appassionano l’opinione pubblica ci sono tutte: sesso, sangue e soldi. Ma il caso Epstein è molto di più di un caso di cronaca: è una storia di politica e affari, ovviamente loschi.
Ogni giorno le carte rilasciate dall’amministrazione americana contribuiscono ad alimentare uno scenario inquietante, dove il traffico di minorenni creato dal finanziere suicida e dalla sua complice Ghislaine Maxwell non è il fine, ma il mezzo. Le giovani non sono il centro della storia, ma il contorno. Questo non è il #MeToo della grande finanza, ma il sistema di potere con cui si puntava a controllare il mondo. Le ragazzine portate a Little Saint James, nelle isole Vergini americane, a bordo del Lolita Express, non erano lì solo per contribuire al piacere degli importanti ospiti, ma per essere usate come «merce di scambio» e ancor più, da quello che si capisce, come arma di ricatto, da impiegare verso politici e potenti del globo.
La morte di Virginia Giuffre, la grande accusatrice di Jeffrey Epstein e dell’ormai ex principe Andrea; il libro postumo in cui testimonia ciò che non è riuscita a testimoniare da viva in un’Aula di tribunale e la pressione del mondo Maga vicino a Donald Trump hanno alzato il velo su uno scandalo mondiale. Presidenti, imprenditori, intellettuali e faccendieri, tutti insieme appassionatamente, tutti uniti da lussuria e cupidigia, da interessi e vizi. Non sono un moralista e mi interessa poco in quale letto finiscano la serata gli uomini politici e i grandi imprenditori della rivoluzione digitale. Tuttavia, qui non sono in discussione le vite private delle persone e nemmeno le pratiche sessuali di ciascuno. Nel caso Epstein emerge un sistema fondato sull’abuso, sulla violazione delle regole, sullo sfruttamento delle persone e delle informazioni riservate, sulla capacità di tessere relazioni che andavano oltre gli Stati, gli schieramenti, le aziende.
Dicono che Epstein sia stato un grande manipolatore. Di certo, è stato un uomo che pur non avendo alcun titolo da vantare - non era neppure professore - è riuscito a fingersi prima insegnante, poi banchiere, quindi consigliere speciale di fior di imprenditori e infine intimo amico di magnati e principi. Di lui si può dire che sapeva come sfruttare per il proprio tornaconto l’animo e le debolezze umane. Per anni ha costruito una ragnatela in cui è riuscito a intrappolare aspiranti altezze reali (non c’è solo il figlio prediletto della regina Elisabetta, ma anche qualche altra testa coronata della vecchia Europa), fior di banchieri, capi di Stato, ministri, ambasciatori, artisti. A questi personaggi ricchi e potenti offriva donne, spesso ragazzine minorenni abbacinate dal lusso e dunque facili prede. E negli incontri riservati o nelle feste non mancava neppure la droga, che a quanto pare Epstein faceva coltivare direttamente in una delle sue proprietà, in modo da non rimanere mai senza.
Raccontata così, la storia potrebbe apparire una vicenda assai simile, anche se sviluppata alla grande, a quella di Alberto Genovese, il mago della fintech che a Milano aveva trasformato il suo appartamento in una specie di isola per orge a base di droga. Ma a Terrazza sentimento, dove si impasticcavano e stupravano le ragazze, manca rispetto a Pedophileisland l’elemento del ricatto e del malaffare. Se il fondatore di Facile.it violentava le giovani dopo averle stordite con la droga dello stupro, con Epstein le ragazze erano schiave di una cupola in cui si manipolavano segreti e potere. Le minorenni servivano per ottenere dal principe Andrea le informazioni riservate del governo inglese. I soldi e forse altro erano necessari per avere la compiacenza del primo ministro norvegese Thorbjørn Jagland. E poi c’era Jack Lang, il superministro della cultura di Mitterand e di tanti governi francesi, uno degli uomini più potenti degli Emirati arabi, Bin Sulayem, l’ex funzionaria della Casa Bianca ai tempi di Obama, Kathryn Ruemmler, ora a capo dell’ufficio legale della Goldman Sachs e, sempre vicino a Obama, l’ex segretario al Tesoro Larry Summers, fino a ieri presidente della Harvard University, e poi il genio dell’informatica Bill Gates, con il super genio della cinematografia Woody Allen. L’elenco è lungo, ma l’eterogeneità delle persone coinvolte dimostra che Epstein non si poneva limiti. Da ciascuno, americano o non, ricco o solo potente, poteva riuscire in qualche modo a guadagnare, lavorando sull’eugenetica, la geopolitica o i vaccini. Così ha accumulato un patrimonio enorme, stimato da alcuni come assai vicino al miliardo. Sesso, sangue (a Zorro ranch nel New Mexico sarebbero sepolti i cadaverici di due giovani, strangolate durante un rapporto fetish) e soldi. Un intrigo internazionale al cui confronto ogni altro giallo impallidisce, perché nessun’altra storia ha avvolto nella sua tela così tante vittime e si è diffusa in tutto il mondo, occupandosi di governi, monarchie e persino di pontefici da eliminare. Ma quello che abbiamo finora scoperto forse è solo l’inizio.
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Sergio Berlato, eurodeputato Ecr/FdI
L’eurodeputato di Fratelli d’Italia Sergio Berlato ha presentato un’interrogazione urgente alla Commissione europea sul caso Epstein, chiedendo chiarimenti sui presunti legami tra il finanziere statunitense e l’ambiente istituzionale di Bruxelles.
A sollevare la questione sono le informazioni emerse nelle ultime settimane dagli Stati Uniti. Alla fine di gennaio 2026, il Dipartimento di Giustizia americano ha reso pubbliche circa 3,5 milioni di pagine, per un totale di oltre 6 milioni di documenti, riconducibili a Jeffrey Epstein, imprenditore condannato per abusi sessuali e traffico di minorenni. L’analisi del materiale, ancora in corso, starebbe facendo emergere interessi economici e abusi che coinvolgerebbero una rete internazionale di rappresentanti istituzionali.
Tra i dati contenuti nei file figurano anche dettagli sugli spostamenti del finanziere. Bruxelles, sede delle principali istituzioni dell’Unione europea, risulterebbe essere stata una meta ricorrente tra il 2009 e il 2018, presumibilmente per incontri con intermediari.
È su questo punto che interviene l’europarlamentare di Ecr/FdI. «Epstein è stato più volte a Bruxelles tra il 2009 ed il 2018, presumibilmente, per incontrare suoi intermediari. Se consideriamo però che Bruxelles è la città simbolo delle istituzioni europee, qualche domanda è necessario porla. La gravità di quanto sta emergendo tra Usa ed Europa richiede altrettanta attenzione e certamente un’indagine delle Istituzioni Ue per verificare ed eventualmente sradicare qualsiasi infiltrazione di Epstein o dei suoi accoliti. Ecco perché stamane ho chiesto ufficialmente alla Commissione europea di muoversi in tal senso tenendo ben saldo il principio di trasparenza dell’Ue ed il rispetto verso gli oltre 450 milioni di europei», ha dichiarato Berlato.
Nell’interrogazione, il parlamentare chiede alla Commissione di «avviare verifiche su eventuali incontri diretti o indiretti tra Epstein e membri o funzionari delle istituzioni UE nel periodo 2009–2018». Inoltre sollecita l’esecutivo europeo a «sollecitare la piena pubblicazione della restante documentazione e cooperare con le autorità competenti affinché, siano assicurati alla giustizia i responsabili ed i complici descritte e documentate nei file di Epstein».
L’iniziativa punta dunque a fare luce su eventuali contatti tra il finanziere e l’apparato comunitario, alla luce della documentazione resa pubblica negli Stati Uniti e delle ricostruzioni in corso. Ora la parola passa alla Commissione europea, chiamata a rispondere formalmente all’interrogazione.
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