Altro che rivoluzione dei costumi. Se si guarda ai dati, quelli veri, più che alle narrazioni, la fotografia dell’Italia sotto le lenzuola è molto più tradizionale di quanto si racconti. A dirlo è il nuovo rapporto del Censis sulla sessualità degli italiani, che restituisce un’immagine lontana dagli stereotipi più diffusi: oltre l’80% degli intervistati dichiara di avere rapporti esclusivamente con il proprio partner. Un dato che conferma come la monogamia continui a essere la forma relazionale prevalente, nonostante l’evoluzione dei modelli culturali e l’impatto delle nuove tecnologie.
Non solo. A emergere è anche un altro dato che smonta una certa narrazione dominante: le identità non binarie rappresentano una quota minoritaria, intorno al 16%. La grande maggioranza degli italiani si riconosce ancora in un’identità sessuale e di genere tradizionale. Numeri che restituiscono un Paese molto meno «fluido» di quanto spesso venga descritto. I dati che emergono, letti insieme, delineano un quadro più complesso di quanto spesso venga raccontato. La società cambia, ma lo fa con gradualità, mantenendo punti fermi che resistono nel tempo. Il rapporto evidenzia infatti una sessualità più aperta nelle pratiche e nei contesti, ma ancora fortemente legata alla dimensione della coppia. Le relazioni stabili restano centrali e, in molti casi, risultano anche le più soddisfacenti dal punto di vista della vita intima. Non mancano, però, segnali di trasformazione. Cresce il ricorso alle piattaforme digitali per conoscere nuove persone (oltre il 40% degli italiani dichiara di aver utilizzato almeno una volta app o social per finalità relazionali o sessuali), aumenta la diffusione del sesso mediato dalla tecnologia e si registra una maggiore curiosità verso esperienze diverse rispetto a quelle legate al passato. Il porno, ad esempio, entra sempre più spesso nella quotidianità di coppia, mentre i social diventano uno spazio di interazione anche sul piano relazionale. Si tratta di cambiamenti che non sostituiscono, ma affiancano i modelli tradizionali. Una sorta di doppio binario: da un lato la stabilità della coppia, dall’altro nuove forme di esplorazione e di espressione della sessualità. In questo contesto, la monogamia continua a rappresentare una scelta prevalente, non necessariamente per adesione a un modello rigido, ma spesso per una ricerca di equilibrio e continuità. Un dato che riflette anche un’esigenza più ampia di stabilità, in un periodo segnato da incertezze economiche e sociali. Il rapporto Censis suggerisce quindi una lettura meno ideologica e più aderente alla realtà: gli italiani non sono immobili, ma nemmeno così radicalmente trasformati come talvolta si tende a raccontare. Ma resta, nella maggioranza dei casi, ancorata a una dimensione relazionale riconoscibile, fatta di coppia, continuità e identità definite.
«Bisogna fermare questa strage». L'urlo arriva da una sorella che non ha più una famiglia. Elena Tiron ricorda Gabriela Trandafir e la nipote Renata, madre e figlia uccise nel 2022 a Cavazzona, nel Modenese. Undici denunce presentate contro l'uomo che poi le ha assassinate. Undici segnalazioni che non sono bastate a evitare la tragedia. La sua testimonianza è una delle più dure emerse all'incontro Non solo 8 marzo. Storie di donne e giustizia negata, organizzato dall'associazione Giornaliste Italiane al CeoForLife, in piazza Montecitorio, a Roma.
Un appuntamento che ha voluto riportare al centro tre vicende simbolo di quella che i familiari delle vittime definiscono senza mezzi termini «malagiustizia»: Noemi Durini, uccisa nel 2017 nel Leccese dal fidanzato; Marianna Manduca, assassinata nel 2007 in Sicilia dall'ex marito; e Gabriela Trandafir con la figlia Renata, uccise a Castelfranco Emilia dal marito della donna. Storie diverse, con un elemento in comune: le segnalazioni precedenti alla violenza che non sono riuscite a fermare l'escalation. La madre di Noemi Durini ha puntato il dito contro il sistema dei benefici penitenziari. «Basta permessi premio a chi uccide le donne», ha detto, annunciando una proposta di legge popolare per eliminarli nei casi di femminicidio. «Siamo determinate e stiamo già raccogliendo le cinquantamila firme necessarie». Carmelo Calì, cugino di Marianna Manduca, ha insistito sulla prevenzione culturale. «L'importante è entrare nelle scuole e cambiare la cultura dei ragazzi, altrimenti non andiamo da nessuna parte».
All'evento era presente anche il ministro per la Famiglia e le Pari opportunità, Eugenia Roccella. «Ogni femminicidio spacca il cuore. Le leggi ci sono e sono state rafforzate ulteriormente, ma bisogna puntare l'attenzione sulla valutazione del rischio, perché da questo dipende tutto il resto. Abbiamo messo a disposizione gli strumenti legislativi, ora tocca ai magistrati». Il tema dell'applicazione delle norme è stato sollevato anche dalla giornalista Rai Vittoriana Abate, che ha ricordato il caso Durini sottolineando come «intervenire tempestivamente può essere vitale» e come i giudici non sempre valutino correttamente la violenza di genere. Luca Pipitone, dirigente della divisione anticrimine della Questura di Roma, ha ricordato che i casi di violenza sulle donne «sono all'ordine del giorno» e che la formazione degli operatori è centrale nella gestione dei reati legati al codice rosso.
Tra gli strumenti citati, l'ammonimento del questore: nel 2024, secondo i dati della Polizia di Stato, l'ottanta per cento dei soggetti ammoniti non è tornato a commettere reati. Il magistrato Valerio De Gioia ha ricordato come il legislatore abbia potenziato il codice rosso, introducendo strumenti come il reato di femminicidio e il braccialetto elettronico. Eppure, come hanno sottolineato i familiari delle vittime, tra le norme scritte e la loro applicazione resta spesso uno scarto difficile da colmare.
- Nei nuovi file desecretati si colgono i passi con cui i magnati costruirono l’infrastruttura che governò le nostre vite dal 2020 in poi: dal «fare i soldi coi vaccini» (2011) ai fondi per svilupparli, dalla preparazione alla pandemia (2015) fino alle simulazioni (2017 e 2019).
- Il consigliere di Tony Blair è indagato per aver passato informazioni riservate al pedofilo.
Lo speciale contiene due articoli
«Ho pensato molto alla domanda che hai fatto a Bill Gates, “come possiamo liberarci di tutti questi poveri” e avrei una risposta per te», scriveva un mittente non identificato a Jeffrey Epstein esattamente 15 anni fa, a febbraio 2011. Con la pubblicazione dei cosiddetti Epstein files da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DoJ), emerge qualcosa che aggiunge ulteriori elementi inquietanti alla già agghiacciante vicenda giudiziaria legata ai crimini sessuali del faccendiere pedofilo, incarcerato per la prima volta nel 2008. I documenti declassificati la scorsa settimana descrivono infatti nei dettagli una struttura integrata, costruita nel corso di anni, che avrebbe plasmato la preparazione, la gestione e persino il finanziamento delle pandemie come un vero e proprio «modello di business» organizzato, a livello finanziario, intorno a figure come Bill Gates e a istituzioni come l’Oms e la banca d’affari JP Morgan.
È nel 2011 che il predatore sessuale, morto suicida in carcere nel 2019, comincia a concentrarsi su ciò che pare interessargli ancor più del sesso: i soldi. In quel periodo, Epstein fa da intermediario tra la Bill & Melinda Gates Foundation e JP Morgan per creare il Global Health Investment Fund. L’obiettivo è fornire agli investitori l’opportunità di finanziare tecnologie sanitarie globali ma Epstein, che all’epoca era un importante cliente di JP Morgan, non ha un ruolo marginale di consulente; di fatto, è il deus ex machina del progetto finanziato da Gates.
In una mail di luglio 2011 indirizzata a James E. Staley, dirigente esecutivo di JPMorgan, il faccendiere scrive: «Sarà la più grande fondazione del mondo, l’obiettivo è fare soldi attraverso un ente di beneficenza». Negli stessi giorni, Epstein invia un’email confidenziale a Staley e a Boris Nikolic, principale consulente scientifico e tecnologico di Bill Gates: «Devi dire a Dick che gli faremo avere una presentazione completa per un Daf (Donor-Advised Fund, conto filantropico gestito da un’organizzazione no profit, che permette di versare fondi ottenendo una detrazione fiscale immediata, ndr), una proposta basata su un silo che farà guadagnare a Bill (Gates, ndr) più fondi per i vaccini». Nessun accenno alla priorità di salvare vite umane: il tema è come fare soldi con i vaccini. Ad agosto 2011, Epstein commenta lo «stato emotivo» di Gates: «Bill è terribilmente frustrato… bisognerebbe specificare nella presentazione che questo progetto consentirebbe ulteriori soldi per i vaccini». Epstein prevede nella stessa mail una struttura offshore con attenzione particolare alle iniezioni. Nei briefing successivi parla di fondi d’investimento focalizzati su farmaci e vaccini con aspettative di ritorni economici nel range del 5-7%.
Sempre nel 2011, un’email di Mary Erdoes, ad di JP Morgan Asset & Wealth Management, a Epstein - con Jes Staley in copia - include una serie di domande tecniche su come strutturare il fondo, chiedendo informazioni specifiche su come la Bill & Melinda Gates Foundation si collochi nel progetto. Più che farmaci per salvare vite umane, i vaccini per Gates e Epstein sono asset permanenti, concepiti per operare indipendentemente da epidemie o pandemie.
Le connessioni tra la Bill & Melinda Gates Foundation, le istituzioni che si occupano di salute globale ed Epstein proseguono proprio negli anni in cui Gates, a differenza di quanto dichiarato in questi giorni, lo frequenta assiduamente. È l’autorevole New York Times, in un articolo del 2019, a elencare i numerosi incontri tra i due, che ufficialmente hanno come oggetto proprio il fondo pandemico. La salute globale come strumento per mobilitare e moltiplicare denaro è il filo conduttore di quegli anni:
Una lettera datata 9 marzo 2015 - inviata da un funzionario della Gates Foundation al presidente dell’International Peace Institute - presenta una proposta per un incontro di esperti su come affrontare le pandemie. I documenti interni desecretati dal Doj mostrano che i collaboratori di Gates e gli altri esponenti delle istituzioni internazionali considerano la pandemia non come un rischio sanitario da affrontare, ma come una categoria strategica di investimento permanente su cui costruire prodotti finanziari, strutture giuridiche e narrative consolidate.
Uno scambio di email del 24 maggio 2017 tra Epstein, Bill Gates e Boris Nikolic menziona la «pandemia» (quasi tre anni prima che il Covid 19 si diffondesse), insieme con l’energia, come campo d’interesse strategico. Altre mail scambiate lo stesso anno con Gates all’indirizzo di posta elettronica del suo laboratorio (bgc3, ndr) hanno come oggetto la preparazione alla pandemia, mentre in altri iMessage partiti dal telefonino di Epstein si tracciano addirittura le opzioni di carriera in ambito pandemico: l’ufficio privato di Gates, il team vaccinale presso la Merck, la società di assicurazioni Swiss Re, il World Economic Forum (Wef) di Klaus Schwab e altre istituzioni globali. La pandemia, insomma, per Epstein e Bill Gates è uno strumento di finanziamento verticale e una bella mucca da mungere. La pandemia figura persino nella lista delle competenze professionali («Pandemie - Ho appena fatto una simulazione pandemica», scrive un collaboratore ad Epstein nel 2017)».
Se a questi elementi si aggiungono altre coincidenze verificatesi pochi mesi dopo la morte di Epstein, il quadro appare ancora più inquietante. Come l’esercitazione pandemica svoltasi a New York il 18 ottobre 2019, sei settimane prima della diffusione del Covid, che ipotizzava proprio una pandemia da Coronavirus. Nota come Event 201 e organizzata dal Johns Hopkins Center for Health Security insieme al World Economic Forum e alla Bill & Melinda Gates Foundation, includeva non soltanto simulazioni epidemiologiche, ma anche gestione dei media, strategia sulla conformità pubblica e coordinamento multinazionale delle risposte. O ancora, il fatto che nel 2015, proprio mentre la «preparazione» alla pandemia diventava di moda, Moderna avviava lo sviluppo della tecnologia a mRna per i vaccini. Decisione che poi portò, il 12 dicembre del 2019 (praticamente alla vigilia del Covid), a candidarne uno appositamente studiato contro il coronavirus per test sugli animali.
Un ecosistema finanziario e politico predisposto, insomma, per trarre profitto dalla catastrofe del secolo.
Perquisita casa di Mandelson, Starmer in bilico
Ieri Scotland Yard ha perquisito due proprietà collegate a Peter Mandelson, ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti e figura chiave del New Labour di Tony Blair, nell’ambito dell’indagine sui suoi rapporti con Jeffrey Epstein. Le perquisizioni, autorizzate dalla magistratura, hanno interessato un’abitazione nel Wiltshire e una nell’area londinese di Camden.
Secondo quanto comunicato dalla Metropolitan Police, l’operazione rientra in un’inchiesta su presunti illeciti nell’esercizio di pubbliche funzioni. Al centro dell’indagine ci sarebbero documenti e informazioni governative sensibili che Mandelson avrebbe condiviso con Epstein circa 15 anni fa, quando ricopriva incarichi ministeriali. La polizia sta verificando la natura e la portata di quei materiali, dopo che la pubblicazione negli Stati Uniti di milioni di documenti legati al caso Epstein ha riacceso l’attenzione sui rapporti tra i due.
La perquisizione segna un passaggio decisivo: dal piano politico si entra ufficialmente in quello giudiziario. E l’impatto su Downing Street è immediato. Keir Starmer, che aveva nominato Mandelson ambasciatore nel 2024 nonostante le polemiche, si trova ora a gestire una crisi che si allarga giorno dopo giorno. Il premier ha ammesso di essere stato «ingannato», ha chiesto scusa alle vittime di Epstein e ha annunciato una revisione delle procedure di controllo e sicurezza per le nomine di alto livello.
Nel Partito laburista, però, il danno appare ormai irreparabile. Diversi parlamentari parlano apertamente di una premiership indebolita, mentre cresce il malcontento per la gestione complessiva della vicenda e per il ruolo del capo di gabinetto Morgan McSweeney, considerato da molti una figura divisiva.
Il quadro si complica ulteriormente sul fronte delle possibili alternative. Angela Rayner, ex vicepremier e tra i nomi più citati come possibile sfidante alla leadership, è coinvolta in un’indagine dell’agenzia delle entrate britannica (Hmrc) per una presunta irregolarità fiscale legata al mancato pagamento di un’imposta di bollo da 40.000 sterline su un immobile. Una situazione che, secondo fonti interne al Labour, potrebbe impedirle di lanciare la sua candidatura finché l’inchiesta non sarà conclusa.
Intanto Mandelson è formalmente oggetto di un’indagine penale e le perquisizioni potrebbero portare al sequestro di ulteriore materiale rilevante. Nei prossimi giorni è attesa anche la pubblicazione dei documenti relativi al processo di vetting che precedette la sua nomina, passaggio considerato cruciale per valutare le responsabilità politiche della scelta.
Per il governo britannico si apre ora una fase delicata: un’inchiesta giudiziaria in corso, tensioni interne al partito di maggioranza e un calendario politico fitto, con elezioni locali e suppletive alle porte. Starmer per ora resta al suo posto, ma il caso Mandelson ha scosso ulteriormente la sua figura già in piena crisi.





