- Nei nuovi file desecretati si colgono i passi con cui i magnati costruirono l’infrastruttura che governò le nostre vite dal 2020 in poi: dal «fare i soldi coi vaccini» (2011) ai fondi per svilupparli, dalla preparazione alla pandemia (2015) fino alle simulazioni (2017 e 2019).
- Il consigliere di Tony Blair è indagato per aver passato informazioni riservate al pedofilo.
Lo speciale contiene due articoli
«Ho pensato molto alla domanda che hai fatto a Bill Gates, “come possiamo liberarci di tutti questi poveri” e avrei una risposta per te», scriveva un mittente non identificato a Jeffrey Epstein esattamente 15 anni fa, a febbraio 2011. Con la pubblicazione dei cosiddetti Epstein files da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DoJ), emerge qualcosa che aggiunge ulteriori elementi inquietanti alla già agghiacciante vicenda giudiziaria legata ai crimini sessuali del faccendiere pedofilo, incarcerato per la prima volta nel 2008. I documenti declassificati la scorsa settimana descrivono infatti nei dettagli una struttura integrata, costruita nel corso di anni, che avrebbe plasmato la preparazione, la gestione e persino il finanziamento delle pandemie come un vero e proprio «modello di business» organizzato, a livello finanziario, intorno a figure come Bill Gates e a istituzioni come l’Oms e la banca d’affari JP Morgan.
È nel 2011 che il predatore sessuale, morto suicida in carcere nel 2019, comincia a concentrarsi su ciò che pare interessargli ancor più del sesso: i soldi. In quel periodo, Epstein fa da intermediario tra la Bill & Melinda Gates Foundation e JP Morgan per creare il Global Health Investment Fund. L’obiettivo è fornire agli investitori l’opportunità di finanziare tecnologie sanitarie globali ma Epstein, che all’epoca era un importante cliente di JP Morgan, non ha un ruolo marginale di consulente; di fatto, è il deus ex machina del progetto finanziato da Gates.
In una mail di luglio 2011 indirizzata a James E. Staley, dirigente esecutivo di JPMorgan, il faccendiere scrive: «Sarà la più grande fondazione del mondo, l’obiettivo è fare soldi attraverso un ente di beneficenza». Negli stessi giorni, Epstein invia un’email confidenziale a Staley e a Boris Nikolic, principale consulente scientifico e tecnologico di Bill Gates: «Devi dire a Dick che gli faremo avere una presentazione completa per un Daf (Donor-Advised Fund, conto filantropico gestito da un’organizzazione no profit, che permette di versare fondi ottenendo una detrazione fiscale immediata, ndr), una proposta basata su un silo che farà guadagnare a Bill (Gates, ndr) più fondi per i vaccini». Nessun accenno alla priorità di salvare vite umane: il tema è come fare soldi con i vaccini. Ad agosto 2011, Epstein commenta lo «stato emotivo» di Gates: «Bill è terribilmente frustrato… bisognerebbe specificare nella presentazione che questo progetto consentirebbe ulteriori soldi per i vaccini». Epstein prevede nella stessa mail una struttura offshore con attenzione particolare alle iniezioni. Nei briefing successivi parla di fondi d’investimento focalizzati su farmaci e vaccini con aspettative di ritorni economici nel range del 5-7%.
Sempre nel 2011, un’email di Mary Erdoes, ad di JP Morgan Asset & Wealth Management, a Epstein - con Jes Staley in copia - include una serie di domande tecniche su come strutturare il fondo, chiedendo informazioni specifiche su come la Bill & Melinda Gates Foundation si collochi nel progetto. Più che farmaci per salvare vite umane, i vaccini per Gates e Epstein sono asset permanenti, concepiti per operare indipendentemente da epidemie o pandemie.
Le connessioni tra la Bill & Melinda Gates Foundation, le istituzioni che si occupano di salute globale ed Epstein proseguono proprio negli anni in cui Gates, a differenza di quanto dichiarato in questi giorni, lo frequenta assiduamente. È l’autorevole New York Times, in un articolo del 2019, a elencare i numerosi incontri tra i due, che ufficialmente hanno come oggetto proprio il fondo pandemico. La salute globale come strumento per mobilitare e moltiplicare denaro è il filo conduttore di quegli anni:
Una lettera datata 9 marzo 2015 - inviata da un funzionario della Gates Foundation al presidente dell’International Peace Institute - presenta una proposta per un incontro di esperti su come affrontare le pandemie. I documenti interni desecretati dal Doj mostrano che i collaboratori di Gates e gli altri esponenti delle istituzioni internazionali considerano la pandemia non come un rischio sanitario da affrontare, ma come una categoria strategica di investimento permanente su cui costruire prodotti finanziari, strutture giuridiche e narrative consolidate.
Uno scambio di email del 24 maggio 2017 tra Epstein, Bill Gates e Boris Nikolic menziona la «pandemia» (quasi tre anni prima che il Covid 19 si diffondesse), insieme con l’energia, come campo d’interesse strategico. Altre mail scambiate lo stesso anno con Gates all’indirizzo di posta elettronica del suo laboratorio (bgc3, ndr) hanno come oggetto la preparazione alla pandemia, mentre in altri iMessage partiti dal telefonino di Epstein si tracciano addirittura le opzioni di carriera in ambito pandemico: l’ufficio privato di Gates, il team vaccinale presso la Merck, la società di assicurazioni Swiss Re, il World Economic Forum (Wef) di Klaus Schwab e altre istituzioni globali. La pandemia, insomma, per Epstein e Bill Gates è uno strumento di finanziamento verticale e una bella mucca da mungere. La pandemia figura persino nella lista delle competenze professionali («Pandemie - Ho appena fatto una simulazione pandemica», scrive un collaboratore ad Epstein nel 2017)».
Se a questi elementi si aggiungono altre coincidenze verificatesi pochi mesi dopo la morte di Epstein, il quadro appare ancora più inquietante. Come l’esercitazione pandemica svoltasi a New York il 18 ottobre 2019, sei settimane prima della diffusione del Covid, che ipotizzava proprio una pandemia da Coronavirus. Nota come Event 201 e organizzata dal Johns Hopkins Center for Health Security insieme al World Economic Forum e alla Bill & Melinda Gates Foundation, includeva non soltanto simulazioni epidemiologiche, ma anche gestione dei media, strategia sulla conformità pubblica e coordinamento multinazionale delle risposte. O ancora, il fatto che nel 2015, proprio mentre la «preparazione» alla pandemia diventava di moda, Moderna avviava lo sviluppo della tecnologia a mRna per i vaccini. Decisione che poi portò, il 12 dicembre del 2019 (praticamente alla vigilia del Covid), a candidarne uno appositamente studiato contro il coronavirus per test sugli animali.
Un ecosistema finanziario e politico predisposto, insomma, per trarre profitto dalla catastrofe del secolo.
Perquisita casa di Mandelson, Starmer in bilico
Ieri Scotland Yard ha perquisito due proprietà collegate a Peter Mandelson, ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti e figura chiave del New Labour di Tony Blair, nell’ambito dell’indagine sui suoi rapporti con Jeffrey Epstein. Le perquisizioni, autorizzate dalla magistratura, hanno interessato un’abitazione nel Wiltshire e una nell’area londinese di Camden.
Secondo quanto comunicato dalla Metropolitan Police, l’operazione rientra in un’inchiesta su presunti illeciti nell’esercizio di pubbliche funzioni. Al centro dell’indagine ci sarebbero documenti e informazioni governative sensibili che Mandelson avrebbe condiviso con Epstein circa 15 anni fa, quando ricopriva incarichi ministeriali. La polizia sta verificando la natura e la portata di quei materiali, dopo che la pubblicazione negli Stati Uniti di milioni di documenti legati al caso Epstein ha riacceso l’attenzione sui rapporti tra i due.
La perquisizione segna un passaggio decisivo: dal piano politico si entra ufficialmente in quello giudiziario. E l’impatto su Downing Street è immediato. Keir Starmer, che aveva nominato Mandelson ambasciatore nel 2024 nonostante le polemiche, si trova ora a gestire una crisi che si allarga giorno dopo giorno. Il premier ha ammesso di essere stato «ingannato», ha chiesto scusa alle vittime di Epstein e ha annunciato una revisione delle procedure di controllo e sicurezza per le nomine di alto livello.
Nel Partito laburista, però, il danno appare ormai irreparabile. Diversi parlamentari parlano apertamente di una premiership indebolita, mentre cresce il malcontento per la gestione complessiva della vicenda e per il ruolo del capo di gabinetto Morgan McSweeney, considerato da molti una figura divisiva.
Il quadro si complica ulteriormente sul fronte delle possibili alternative. Angela Rayner, ex vicepremier e tra i nomi più citati come possibile sfidante alla leadership, è coinvolta in un’indagine dell’agenzia delle entrate britannica (Hmrc) per una presunta irregolarità fiscale legata al mancato pagamento di un’imposta di bollo da 40.000 sterline su un immobile. Una situazione che, secondo fonti interne al Labour, potrebbe impedirle di lanciare la sua candidatura finché l’inchiesta non sarà conclusa.
Intanto Mandelson è formalmente oggetto di un’indagine penale e le perquisizioni potrebbero portare al sequestro di ulteriore materiale rilevante. Nei prossimi giorni è attesa anche la pubblicazione dei documenti relativi al processo di vetting che precedette la sua nomina, passaggio considerato cruciale per valutare le responsabilità politiche della scelta.
Per il governo britannico si apre ora una fase delicata: un’inchiesta giudiziaria in corso, tensioni interne al partito di maggioranza e un calendario politico fitto, con elezioni locali e suppletive alle porte. Starmer per ora resta al suo posto, ma il caso Mandelson ha scosso ulteriormente la sua figura già in piena crisi.
- La Angelini, produttrice del farmaco, conferma alla commissione d’inchiesta che nessun esame fu svolto per verificare l’efficacia del paracetamolo sui contagiati. Eppure il medicinale era il pilastro del protocollo di Speranza, insieme alla «vigile attesa».
- Due mesi all’infermiera per «lesioni gravissime». Medico assolto, nessun risarcimento.
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Il colpo di grazia al protocollo «Tachipirina e vigile attesa» è arrivato direttamente dai produttori della Tachipirina stessa.
Martedì è infatti stato audito dalla commissione d’inchiesta sul Covid Sergio Marullo di Condojanni, amministratore delegato di Angelini Holding e di Angelini Pharma, ovvero la casa farmaceutica produttrice del medicinale protagonista della circolare sulla «Gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-CoV-2» del 30 novembre 2020. Il ministero della Salute, allora guidato da Roberto Speranza, indicava per i «soggetti a domicilio asintomatici o paucisintomatici (cioè con sintomi lievi, ndr)», misure come la «vigile attesa», la «misurazione periodica della saturazione dell’ossigeno tramite pulsossimetria» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)».
Un protocollo dimostratosi inefficace, ma che l’ex titolare della Salute ha strenuamente difeso, anche davanti al Consiglio di Stato. Ma sul quale non erano mai stai condotti studi, né era stato chiesto un parere alla casa farmaceutica. Come confermato in audizione dal manager dell’azienda. Alla domanda «Il gruppo Angelini ha mai preso posizione pubblica con riferimento alla raccomandazione “tachipirina e vigile attesa?”», Marullo di Condojanni ha infatti risposto negativamente: «No, mai, e diciamo che ne siamo stati anche un po’ vittime, è una cosa che abbiamo “subito”, perché c’è stato quello che io giudico un errore di comunicazione, poiché la raccomandazione era sul paracetamolo, che in Italia è identificato con la Tachipirina, ma in realtà noi siamo stati “spettatori” di quello che è successo. Non ne sapevamo nulla, il brand è nostro e c’è stata pubblicità del brand, e noi abbiamo osservato quello che accadeva».
Sul punto è tornata Alice Buonguerrieri: «Il gruppo Angelini ha mai commissionato o sovvenzionato studi sull’efficacia del paracetamolo sui malati di Covid?», ha chiesto la deputata durante l’audizione. E anche qui, la risposta è stata negativa. Inoltre, ha fatto notare la Buonguerrieri, una dichiarazione presente sul sito di Angelini Pharma datata 31 gennaio 2022 chiariva che «il paracetamolo, commercializzato dall’azienda con il nome di Tachipirina, è un trattamento sintomatico del dolore della febbre associata all’infezione, non un trattamento curativo del Covid».
Il protocollo era già stato fatto a pezzi da diversi medici, anche davanti alla stessa commissione d’inchiesta. Lo scorso ottobre, per esempio, di fronte alla bicamerale, Nicola Petrosillo, ex direttore del Dipartimento clinico e di ricerca in malattie infettive dello Spallanzani, aveva dichiarato che «il protocollo non cura il Covid e il Cts l’ha sempre saputo».
«La circolare del 30 novembre 2020 del ministero della Salute guidato da Speranza, che nel dibattito è sempre stata ribattezzata “tachipirina e vigile attesa” seppur impropriamente in quanto era più corretto il termine “paracetamolo”, è attualmente oggetto di approfondimento da parte della commissione d’inchiesta proprio perché da molte parti è stata criticata», ha commentato ieri il presidente della commissione, il senatore di Fdi, Marco Lisei. «Certo, mi ha sorpreso che non sia stato fatto nessuno studio sull’efficacia del paracetamolo nella cura del Covid dal Gruppo Angelini. Non che fosse di loro responsabilità essendo un soggetto privato, ma viste le indicazioni ministeriali e, immagino, il picco di vendite che hanno avuto, sarebbe stato normale». Sulla stessa scia la deputata Bonguerrieri: «Fanno sorridere le parole dell’ex ministro Speranza che poco tempo fa ha avuto il coraggio di negare la circolare sul paracetamolo e la vigile attesa, quella circolare fu uno dei tenti errori commessi dall’allora governo Conte. Di tutti gli scienziati che abbiamo sentito non uno ci ha detto che il paracetamolo fosse una terapia utile alla cura del Covid o che venisse somministrata. Con l’audizione di Angelini abbiamo certificato che non lo era, per loro stesse parole e tanto è vero che neppure si son presi la briga di fare studi, un altro contributo alla verità che abbiamo raggiunto con il lavoro della commissione Covid».
Iniettò 6 dosi alla volta: condannata. Ma la vittima non ha visto un euro
Cinque anni dopo quella mattina di primavera del 2021, la vicenda che aveva fatto il giro dei telegiornali come un incidente incredibile, quasi surreale, torna nelle aule di giustizia con una condanna che chiude solo una delle tante pieghe di un caso di cronaca di un periodo ancora considerato buio. Ieri il Tribunale di Massa ha emesso la sentenza di primo grado nei confronti dell’infermiera che, il 9 maggio di cinque anni fa, somministrò per errore sei dosi di vaccino Pfizer a una giovane di 23 anni nell’ospedale Noa di Massa Carrara. Per la giudice Antonella Baldasseroni si tratta di lesioni gravissime: la professionista è stata condannata a due mesi di reclusione, mentre il medico e gli altri sanitari coinvolti sono stati assolti con formula dubitativa.
L’episodio era nato come un errore tecnico, uno di quei casi che, in piena campagna vaccinale, sembravano difficili da immaginare: anziché una singola dose, alla giovane venne iniettata l’intera fiala del vaccino Pfizer-BioNTech, corrispondente a sei somministrazioni distinte. Il personale si accorse dell’errore solo dopo che il liquido era già entrato nel braccio, privo della diluizione fisiologica richiesta dal protocollo. All’epoca, gli allarmi iniziali su allergie o effetti collaterali gravi furono rapidamente smentiti dai medici che la monitorarono: la ragazza non sviluppò febbre né crisi immunitarie acute e rimase sotto osservazione per 24 ore prima di essere dimessa.
Ma quello che poteva apparire come un aneddoto si trasformò presto in un’odissea giudiziaria e umana. La giovane e la sua famiglia scelsero di denunciare l’accaduto, dando il via a un iter processuale costoso e prolungato. Ancora oggi, a distanza di anni, la madre esprime un rammarico profondo: nessuno ha risarcito un euro per le lesioni gravissime subite dalla figlia, nonostante le richieste avanzate nel corso del dibattimento.
La sentenza di primo grado ha stabilito una responsabilità penale per l’infermiera, ma ha rimandato a un giudizio civile la valutazione dell’eventuale risarcimento danni. La legale della giovane ha dichiarato di attendere il deposito delle motivazioni della sentenza prima di decidere se presentare ricorso in appello. Sul piano sanitario, la ragazza continua a sottoporsi a controlli medici periodici, mentre restano al centro dell’attenzione pubblica le preoccupazioni e le incertezze legate all’impatto psicologico e personale vissuto dopo l’episodio.
La vicenda solleva interrogativi più profondi sulla gestione della sanità pubblica in momenti di emergenza, sull’affaticamento delle strutture e sulle responsabilità individuali in ambienti di lavoro sotto pressione. L’errore, ormai, non può essere derubricato a semplice disattenzione: sei dosi in un’unica iniezione non sono un fenomeno che rientra nei margini della normalità, né possono essere liquidate come circostanze eccezionali dovute al caos vaccinale.
In Italia, casi di sovradosaggio accidentale di vaccini anti-Covid non sono stati isolati. Gli interrogativi restano sospesi: quali sono gli effetti a lungo termine di un’esposizione così atipica? La giovane di Massa Carrara, allora ventitreenne, non ha mai smesso di sottoporsi a controlli e i timori sul suo sistema immunitario e neurologico restano parte della narrazione pubblica della vicenda.
Qualcuno ricorderà quel giorno di maggio 2021 come la storia di una paziente «troppo vaccinata». Per lei, però, è diventato un lungo tunnel di accertamenti medici, ansie e iter legali. Per il sistema sanitario è un monito sulla necessità di procedure rigorose e controlli senza cedimenti. Per la giustizia italiana è la dimostrazione che anche un errore può tradursi in una responsabilità penale con conseguenze personali dure per chi lo commette.
E mentre la comunità scientifica continua a spiegare come la giovane non abbia riportato danni immediati, resta aperta la discussione su come il sistema debba rispondere non solo in termini di responsabilità individuali, ma anche di prevenzione e tutele future.
Capodanno: razzi ad altezza uomo, scippi e risse. I maranza fanno la festa agli italiani
- A Roma le baby gang conquistano il Colosseo tra pestaggi e fuochi d’artificio sparati contro la folla. Prova di forza di Askatasuna, che crea il panico a Torino. Mentre i milanesi disertano la piazza per evitare guai.
- In leggero calo i contusi (309 l’ultima volta), ma 68 sono minori. Ricoverate 54 persone, molte le amputazioni. A Napoli uomo perde tre dita, continua e si rovina pure l’occhio.
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L’Italia ha festeggiato l’arrivo del nuovo anno dovendo fare i conti con la violenza e l’arroganza dei maranza, ovvero le baby gang di seconda generazione, prevalentemente formate da nordafricani e mediorientali, che da tempo seminano il terrore, in particolare nelle grandi città. Chi ha trascorso il Capodanno a Roma, vicino al Colosseo, ha vissuto attimi di paura. Stesso film all’ombra della Madonnina e disordini anche a Torino.
A Roma, migliaia di persone si erano radunate ai Fori imperiali con l’intenzione di brindare al 2026 in uno dei luoghi più suggestivi della Capitale. Ma così non è stato perché, come documentano alcuni dei presenti sui social, gruppi di stranieri hanno interrotto il clima di festa creando tensione. La situazione è diventata sempre più incandescente nella zona del ponte degli Annibaldi, da tempo preso di mira da bande di nordafricani spesso al centro di risse e aggressioni. A un certo punto hanno iniziato a lanciare petardi e bottiglie contro i passanti. La situazione è diventata caotica e pericolosa, tanto da costringere il personale medico e paramedico di un’ambulanza a scendere dal mezzo per paura che qualcuno si potesse fare male perché, come mostrano molti video, le bande di stranieri hanno lanciato petardi persino sul mezzo di soccorso. I sanitari hanno dovuto raggiungere a piedi il luogo in cui era stato richiesto l’intervento. Nella giornata di ieri, sui social hanno iniziato a girare diversi filmati che riprendono i momenti di panico vissuti a Roma a Capodanno e, in particolare, l’ambulanza bloccata dai maranza.
Ma non è stato quello l’unico episodio di violenza causato dalle gang dei nordafricani, come si evince pure dal materiale pubblicato da Welcome to favelas. Diversi nordafricani, sempre in zona Colosseo, hanno iniziato a far esplodere fuochi d’artificio ad altezza d’uomo. L’intento, secondo quanto è emerso, era proprio quello di creare disordini e provocare risse, come in realtà è avvenuto. Le forze dell’ordine sono state costrette a intervenire in più zone più volte per evitare che la situazione potesse degenerare. Infatti, alcune persone hanno reagito all’arroganza dei maranza per difendersi.
Nei pressi della nuova fermata della metropolitana, la situazione è degenerata in poco tempo fino ad arrivare a un pestaggio che ha coinvolto decine di persone che si sarebbero opposte a un tentativo di borseggio.
Non è stato un bel Capodanno nemmeno a Torino. Qui, le tensioni sono esplose nel corso di una manifestazione. Erano in 2.000, per lo più antagonisti del centro sociale Askatasuna, sgomberato il 18 dicembre scorso, a dar vita alla Street Parade. Il clima era molto caldo. La musica era a tutto volume, sparata dalle casse di un furgone, che ha aperto il corteo. La manifestazione è stata organizzata anche per chiedere di «liberare il quartiere Vanchiglia». E poi canti e balli fino all’alba davanti al campus Einaudi. Ma la situazione è degenerata tanto che quattro carabinieri sono rimasti leggermente feriti. I momenti di tensione sono stati diversi e, per fortuna, si è evitato che i disordini degenerassero così come, invece, era già accaduto in passato. Quanto accaduto a Torino ha preoccupato i cittadini e una parte della politica che ha evidenziato la gravità di tali vicende. «Mai come oggi», ha ribadito la deputata di Fdi, Augusta Montaruli, «la città di Torino deve ringraziare governo e forze dell’ordine. Da un lato si impedisce a frange violente di continuare a beneficiare di uno spazio usato negli anni per preparare le peggiori violenze, dall’altro si garantisce la sicurezza dei torinesi da manifestazioni il cui unico intento è destabilizzare, provando a continuare a tenere sotto ricatto una città facendo leva sul suo sindaco e su quelle forze politiche che lo sostengono ancora. C’è chi vorrebbe cedere, perseverando in accordi improbabili che hanno già dimostrato il totale fallimento della strategia delle concessioni a chi alza costantemente la posta con aggressioni ignobili: noi no».
Quello che è accaduto nella notte di Capodanno, ha aggiunto Montarulo, «ha solo dimostrato ancora una volta il volto violento di Askatasuna e la sua prepotenza. Solidarietà agli agenti feriti, a chi ha dovuto subire danni, a una Torino che ha dovuto subire la paura verso questi personaggi, ma che ha scelto di non chinare il capo davanti a loro e di non continuare a dargli la corsia preferenziale».
I maranza hanno fatto sentire la loro voce pure a Milano, dove non sono mancati disordini e tensioni. C’è da notare, guardando i video e le immagini diffuse sui social, che all’ombra della Madonnina il Capodanno 2026 è stato un po’ sottotono, come dimostrano le foto e i reel di una piazza Duomo, sicuramente non affollata e stracolma come in passato. Da quanto è emerso, i milanesi avrebbero preferito allontanarsi dalla città e festeggiare altrove, molto probabilmente per mettersi al sicuro da risse, aggressioni e quindi dalla violenza dei maranza.
Nella notte di Capodanno anche in piazza Duomo a Milano si è registrato qualche momento di tensione, in alcuni casi causato forse dalle misure di sicurezza che hanno limitato il numero degli ingressi e tenuto alta l’allerta sulle baby gang.
Botti, ci scappa il morto (e 283 feriti)
Il bilancio dei festeggiamenti per il Capodanno 2026 racconta una storia che si ripete, con variazioni minime, ogni volta. Nella notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio, l’uso di botti e fuochi d’artificio ha provocato un morto e 283 feriti in tutta Italia, 54 dei quali ricoverati. I dati arrivano dal dipartimento della Pubblica sicurezza del Viminale. I numeri risultano in lieve calo rispetto al Capodanno precedente, quando i feriti erano stati 309.
La vittima è un uomo di 63 anni, di nazionalità moldava, deceduto ad Acilia (Roma), nei pressi di un parco pubblico. Il corpo è stato trovato dai carabinieri: l’uomo è morto per una grave emorragia provocata dall’esplosione di un petardo che stava maneggiando. Durante la stessa notte, si sono registrati anche 12 ferimenti da colpi d’arma da fuoco, un dato che contribuisce a rendere più pesante il bilancio complessivo.
Tra i 283 feriti, 245 hanno riportato prognosi pari o inferiori a 40 giorni, mentre 50 sono i feriti gravi, con prognosi superiori ai 40 giorni. Si contano inoltre 68 minori feriti, contro i 90 dell’anno scorso. In molti casi si tratta di lesioni devastanti: amputazioni di dita o mani, ustioni profonde, danni permanenti agli arti superiori. Ferite che i medici dei pronto soccorso definiscono ormai tipiche della notte di Capodanno.
Tra gli episodi più gravi figura quanto avvenuto a Milano, dove due ragazzi di 12 anni sono rimasti gravemente feriti nella tarda mattinata del primo gennaio, in via Alfonso Gatto. Uno dei due ha perso una mano dopo l’esplosione di un botto ed è stato ricoverato in codice rosso all’ospedale Niguarda. L’altro, con ferite al torace e alle gambe, è stato trasferito in codice giallo al San Raffaele. Nessuno dei due è in pericolo di vita, ma l’episodio riporta al centro il tema dell’accesso dei minori al materiale pirotecnico proibito.
A Roma, oltre al decesso del cittadino moldavo, un trentatreenne italiano è ricoverato in prognosi riservata al policlinico Umberto I dopo aver riportato l’amputazione dell’orecchio destro e gravi lesioni al volto e all’occhio. Un bambino di 11 anni è stato invece trasportato all’ospedale Grassi di Ostia per una lesione all’orecchio, giudicata guaribile in 20 giorni.
Numerosi i casi gravi anche nel resto d’Italia. A Vercelli un uomo di 43 anni è in pericolo di vita dopo l’amputazione di una mano e gravi traumi al torace e all’addome. A Foggia è ricoverato in prognosi riservata un diciassettenne romeno, trasportato in elisoccorso dopo aver perso una mano. A Brescia un quattordicenne egiziano ha subito l’amputazione di due dita ed è in prognosi riservata, mentre a Taranto un tredicenne è rimasto gravemente ferito dopo aver raccolto un petardo inesploso.
A Napoli, dove si contano 57 feriti tra città e provincia, si è verificato anche un episodio emblematico. Un ventiquattrenne romano, come riportato da Adnkronos, ha perso tre dita per l’esplosione di un petardo. Dopo essere stato medicato all’ospedale Pellegrini ed essere stato dimesso, è tornato in strada e, nel corso della stessa notte, ha acceso un altro fuoco pirotecnico, rimanendo nuovamente ferito al volto e a un occhio. I sanitari hanno dovuto soccorrerlo una seconda volta a poche ore di distanza.
In tutta Italia le chiamate ai numeri di emergenza sono state oltre 770, molte concentrate proprio nel capoluogo campano, per incendi, esplosioni, soccorsi a persone ferite e danni a edifici, con un impegno straordinario di vigili del fuoco, sanitari e forze dell’ordine.
Secondo le autorità sanitarie, la maggior parte delle lesioni è riconducibile all’uso improprio di fuochi acquistati illegalmente o alla manipolazione di ordigni artigianali. Nonostante le campagne di prevenzione e i divieti comunali, il fenomeno continua a riproporsi con dinamiche pressoché identiche. Dal Viminale si sottolinea che il calo rispetto al 2025 non è sufficiente a ridimensionare un problema che resta strutturale.





