
«Figli e figliastri». Si usa questa maniera di dire per indicare una disparità di trattamento fra figli da parte di una madre, oppure anche fra cittadini da parte della madrepatria. Ci sono notizie che indignano.
E poi ci sono notizie che non solo indignano, ma cambiano il modo con cui guardi le istituzioni. La vicenda di Henry Nowak appartiene alla seconda categoria. Henry aveva 18 anni. Stava tornando a casa quando fu aggredito e accoltellato più volte da Vickrum Digwa. Fin qui siamo davanti a un tragico fatto di cronaca, uno dei tanti episodi di violenza che purtroppo colpiscono le città europee. Quello che rende il caso sconvolgente è ciò che accadde dopo. Secondo quanto emerso nel processo e dalle immagini diffuse di recente, l’aggressore sostenne di essere stato vittima di insulti razzisti. Gli agenti arrivati sul posto credettero inizialmente alla sua versione. Henry, gravemente ferito da 14 coltellate, e ormai in fin di vita, venne ammanettato mentre cercava di spiegare di essere stato accoltellato e di non riuscire a respirare. Si tratta della stessa frase «non riesco a respirare» detta del pregiudicato George Floyd nel 2020 che ha scatenato il movimento Black Lives Matter, «Le vite dei neri contano». Le vite dei neri contano, mentre quelle dei bianchi non tanto a quanto sembra.
Il fatto che una simile sequenza di eventi sia potuta accadere dovrebbe interrogare chiunque, indipendentemente dalle sue idee politiche. Perché la domanda non è se Henry fosse di destra o di sinistra, e non è nemmeno se siano esistiti o meno insulti precedenti all’aggressione. La domanda è molto più semplice: i bianchi sono esseri inferiori? Solo un essere inferiore può essere ammanettato agonizzante per l’accusa di aver insultato. Poteva succedere ad un nero nella Georgia di Via col vento, poteva succedere ad un ebreo nella Germania hitleriana. Come può una società civile arrivare al punto di considerare sospetto il ragazzo che sta morendo dissanguato? La fiducia nelle istituzioni si fonda su un principio elementare: la legge deve essere uguale per tutti. O per lo meno dovrebbe fare un tentativo di apparire tale. Questo principio è stato abbattuto. Quando i cittadini iniziano a capire che alcune accuse vengono credute automaticamente e altre vengono ignorate; quando vedono che l’identità delle persone conta più dei fatti, quando osservano funzionari pubblici incapaci di distinguere una vittima da un aggressore, allora viene minata la fiducia nelle istituzioni.
Ed è qui che il caso Henry Nowak assume un significato più ampio. Negli ultimi anni il Regno Unito è stato attraversato da un dibattito sempre più acceso sull’immigrazione, sulla sicurezza e sulla libertà di parola. L’attacco di Southport del 2024, nel quale tre bambine bianche furono uccise (e altre bambine tutte bianche furono ferite durante una lezione di danza che includeva allieve di tutte le etnie) da Axel Rudakubana, ha rappresentato uno dei momenti più traumatici di questa fase storica. L’orrore dell’evento scatenò proteste, scontri e un’ondata di sfiducia verso le autorità. Era impossibile non vedere la matrice razzista del gesto. In quella scuola c’erano bimbe di tutte le sfumature, ma solo quelle bianche sono state accoltellate. Chi ha negato la matrice razzista dell’attacco ha mentito. Molti cittadini accusarono istituzioni e media di non essere stati abbastanza trasparenti sulle informazioni disponibili e di affrontare il dibattito pubblico con criteri differenti a seconda dei soggetti coinvolti. Ma la democrazia inglese non sembra preoccuparsi molto anche quando milioni di persone smettono di credere che le regole vengano applicate in modo neutrale. Ha brillantemente risolto il problema paralizzando la libertà di espressione. Nel Regno Unito numerosi cittadini sono stati perseguiti penalmente per contenuti pubblicati online, in particolare quando tutti i contenuti che criticano l’immigrazione, la discriminazione contro gli autoctoni, la perdita di qualsiasi straccio di sicurezza, vengono considerati discorsi di odio idonei a incitare disordini o violenze. Le autorità sostengono che si tratti di misure necessarie per mantenere l’ordine pubblico nell’era dei social network. Buffo che le pagine social islamiche possano serenamente minacciare morte e distruzione a interi Stati e gruppi etnici, gioire felici di ogni atto di terrorismo nel mondo, riportare i video dei massacri del 7 ottobre. Molti cittadini si sono resi platealmente conto che il confine tra repressione dell’incitamento alla violenza e repressione del dissenso politico è stato abbondantemente superato. E da tempo.
Una società decente deve essere in grado di discutere di immigrazione, integrazione, criminalità e identità nazionale senza che ogni critica venga automaticamente equiparata all’odio. Una società indecente ha invece bisogno di questa equiparazione. Ora la perdita di credibilità delle istituzioni diventa grave a tal punto che il rischio di odio e disordini diventa veramente reale. Quando i cittadini smettono di fidarsi della polizia, dei tribunali, dei governi e dei media, il rischio è reale: solo ristabilendo in pieno la libertà di espressione e di critica si può risalire la china. Una società decente si riconosce nelle tragedie e nel modo di affrontarle. Ammanettare un ragazzo che sta morendo dopo essere stato accoltellato è un errore talmente grave da meritare verità, giustizia e assunzione di responsabilità. In questo momento, non sta succedendo.
Particolarmente drammatica in Italia la disparità di trattamento emotivo ma anche penale tra l’attentatore di Modena – che all’inizio la maggioranza dei commentatori e lo stesso vescovo di Modena si sono precipitati a descrivere come una vittima della società che ha avuto un attimo di intemperanza – e la cittadina italiana che a Viareggio dopo aver subito una rapina, mentre era ancora in una fase di paura di tale violenza da escludere il pensiero, ha investito il suo aggressore. Per lei è stato chiesto l’ergastolo, benché si tratti di un omicidio sicuramente non premeditato e commesso in una situazione di terrore, che quindi deve far parte del concetto di legittima difesa. L’aggressore in quel momento aveva in mano la sua borsa, il suo indirizzo, le sue chiavi. L’aggressore era il suo persecutore e c’era il rischio che lo sarebbe stato anche in futuro. A questo punto, dobbiamo tenere conto del dubbio etico che insegna il filosofo Immanuel Kant: cosa succederebbe se tutti facessero la stessa cosa? Cosa succederebbe se tutti uccidessero il proprio aggressore, se ogni donna uccidesse l’uomo che l’ha aggredita? Non ci sarebbero più aggressioni. È ovviamente un pensiero paradossale, ma è comunque un paradosso interessante. Quando in una società i figliastri sono gli appartenenti a una minoranza, abbiamo una discriminazione razziale. Quando i figliastri sono invece la maggioranza, abbiamo un’occupazione militare.
Noi siamo sotto occupazione militare. Gli immigrati sono la nuova razza ariana. Poliziotti e carabinieri sono costretti a eseguire ordini che discriminano pesantemente gli autoctoni, quindi si comportano da esercito occupante. Il fiume di soldi che arriva dai luoghi dei petroldollari, ma anche da filantropi che sprigionano bontà come Soros con la sua Open Society, hanno corrotto le gerarchie politiche, accademiche e purtroppo anche ecclesiastiche. Tutti gli altri si muovono per conformismo. In Gran Bretagna migliaia di ragazzine bianche sono state stuprate da pachistani per anni e i ragazzi bianchi sono normalmente accoltellati per strada. Cominciamo a pretendere una giustizia uguale per tutti e, nel frattempo, impariamo a batterci fisicamente e a girare con un giubbotto anti accoltellamento. Just in case. Non si sa mai.






