Medio Oriente, blocco marittimo degli Huthi all’Arabia Saudita.  Attacchi e diplomazia tra gli Usa e l’Iran
Ansa

È stata una giornata, a suo modo, paradossale, quella di ieri sul fronte mediorientale. Mentre la guerra tra Washington e Teheran proseguiva e la crisi energetica si aggravava, la diplomazia è tornata timidamente a fare capolino.

Ma andiamo con ordine. Ieri, gli Stati Uniti hanno condotto il nono giorno di attacchi consecutivi contro la Repubblica islamica. In particolare, Centcom ha reso noto di aver «colpito centri di comando militare iraniani, postazioni di difesa aerea e di sorveglianza costiera, capacità marittime, siti di lancio di missili e droni, nonché reti di comunicazione, al fine di ridurre ulteriormente le capacità dell’Iran di attaccare navi mercantili in transito nello Stretto di Hormuz». Secondo i media iraniani, le forze di Washington avrebbero anche colpito zone situate nei pressi di alcune città, tra cui Bushehr, che è sede di una centrale nucleare.

Dal canto loro, i pasdaran hanno lanciato missili balistici contro aerei statunitensi stanziati in Giordania, mettendo poi nel mirino obiettivi americani in Kuwait e Bahrain. Non solo. Le Guardie della rivoluzione hanno anche reso noto di aver «fermato» due petroliere a Hormuz. «È chiaro che l’Iran, o almeno una parte della popolazione iraniana, vuole controllare lo Stretto e usarlo come leva contro il resto del mondo», ha dichiarato il segretario di Stato americano Marco Rubio. «Gli Stati Uniti faranno e continueranno a fare tutto il necessario per proteggere il trasporto marittimo globale, ma gli altri Paesi devono iniziare a farsi avanti e a fornire, che si tratti di mezzi o di risorse finanziarie, per contribuire a sostenere questo onere», ha aggiunto.

A complicare ulteriormente la situazione sono poi state le crescenti tensioni tra Riad e gli Huthi. Storicamente spalleggiati da Teheran, questi ultimi hanno annunciato, ieri, un «embargo marittimo» contro l’Arabia Saudita. In particolare, l’organizzazione islamista sciita ha presentato la misura come una ritorsione a quello che ha definito l’«assedio ingiusto e oppressivo» di Riad nei confronti dello Yemen. Erano del resto giorni che l’Iran spingeva gli Huthi a chiudere Bab el-Mandeb: lo Stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden, da cui passa, secondo l’Associated Press, circa il 12% del commercio mondiale. Tra l’altro, stando a Nbc News, la chiusura totale di Bab el-Mandeb, bloccando l’export di greggio saudita, potrebbe ridurre del 7% l’offerta globale di petrolio, aggravando così la crisi energetica innescata dalla battaglia di Hormuz.

Eppure, nonostante la tensione militare resti altissima, la diplomazia sembra si stia rimettendo in moto. Teheran ha infatti rivelato di scambiarsi indirettamente messaggi con Washington. «Siamo stati informati dai mediatori, abbiamo ricevuto messaggi – senza entrare nei dettagli – ma il punto principale è che l’apparato diplomatico è stato attivo negli ultimi giorni e alcune idee ci sono state comunicate da certi mediatori», ha detto ieri il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei. Nel frattempo, un funzionario di Teheran ha riferito a Reuters che i mediatori avrebbero proposto un cessate il fuoco di dieci giorni tra Usa e Iran: in quest’arco temporale, i due belligeranti dovrebbero cercare di rimettere in piedi il memorandum d’intesa firmato a giugno. Infine, fonti di Islamabad hanno rivelato che il ministro degli Interni iraniano, Eskandar Momeni, avrebbe chiesto al governo del Pakistan di riprendere il suo ruolo di mediazione.

Il regime khomeinista stenta a sopportare la pressione economica americana, intensificatasi dopo che la Casa Bianca ha reintrodotto il blocco navale alla Repubblica islamica. Una simile situazione potrebbe indebolire la linea dura promossa dai pasdaran nei confronti di Washington e far riprendere quota a chi, come il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, è favorevole a rilanciare la diplomazia per arrivare alla revoca delle sanzioni e allo scongelamento degli asset bloccati.

Dall’altra parte, secondo il Washington Post, il Pentagono sarebbe in difficoltà a causa delle scorte sempre più scarse di missili a lungo raggio e di sistemi di difesa aerea. Senza contare che, da quando gli scontri con l’Iran sono ripresi, tre soldati statunitensi hanno perso la vita e, stando al New York Times, decine sarebbero rimasti feriti. «Ogni volta che l’Iran uccide un soldato americano, pagherà per quell’uccisione molte volte», ha, non a caso, tuonato ieri Trump su Truth, ben conscio di come questi problemi possano avere un impatto politico sul Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. Ricordiamo del resto che, all’interno dell’amministrazione americana, JD Vance è la figura più propensa alla soluzione diplomatica, laddove scetticismo sul memorandum d’intesa era stato espresso da Rubio, oltreché dal capo del Pentagono, Pete Hegseth, e dal direttore della Cia, John Ratcliffe.

Nel frattempo, l’Idf ha annunciato che oggi dovrebbe avviare il proprio ritiro dalla «zona pilota» nel Libano meridionale, dove, sulla base dell’accordo mediato dagli Usa, entreranno in sostituzione le forze militari di Beirut. Al contempo, ieri Trump ha respinto l’ipotesi, avanzata dal sindaco dem di New York Zohran Mamdani, di un arresto del premier israeliano Benjamin Netanyahu, quando quest’ultimo si troverà, a settembre, sul suolo americano per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

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