La capitale ucraina, Kiev, è stata ieri un crocevia. Vi sono giunti in visita la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, il presidente serbo Aleksandar Vučić, e il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan. La von der Leyen ha firmato col presidente ucraino Volodymir Zelensky il nuovo «partenariato per la Difesa» fra Ucraina e Ue, incentrato sulla collaborazione nel settore dei droni e finanziato dal fondo europeo da 6 miliardi di euro, allo scopo di aumentare la produzione di velivoli senza pilota delle industrie di Kiev e condividerne le tecnologie con gli alleati.
Ha preannunciato un nuovo prestito da 10 miliardi «per l’acquisto di altri droni, missili e aerei da combattimento». Come ha dichiarato il leader Ue: «Collaboriamo per proteggere i vostri cieli, abbiamo appena lanciato la nostra partnership industriale per la difesa e il nuovo accordo sui droni. L’Unione europea ha la forza industriale di produrre su vasta scala. Svilupperemo insieme i sistemi di combattimento e li produrremo più velocemente». Una grandissima parte della produzione non solo ucraina, ma mondiale, di droni, dipende tuttavia da componentistica, in termini di chip, sensori, batterie al litio, antenne, magneti per i motori, fibre ottiche, di origine cinese.
Non a caso, il Financial Times ha rivelato che il governo di Kiev ha ottenuto da Bruxelles il permesso di usare gran parte del fondo da 6 miliardi per comprare i pezzi di produzione cinese, che poi nelle fabbriche ucraine, come già accade da tempo, verranno assemblati a formare gli impianti di bordo dei droni. Il quotidiano britannico, basandosi su indiscrezioni «da due persone informate sui fatti», ha scritto: «Kiev ha ottenuto una deroga per utilizzare parte di una tranche da 6 miliardi di euro per l’acquisto di componenti per droni dalla Cina». E rincara: «La decisione evidenzia le lacune ancora presenti nella produzione europea di armamenti, nonostante gli sforzi per rafforzare la base industriale del continente vincolando gli aiuti all’Ucraina ad acquisti effettuati in Europa. La deroga mette in luce il ruolo della Cina nel rifornire entrambe le parti coinvolte nel conflitto. Sebbene l’Ue abbia accusato Pechino di essere il principale sostenitore della guerra della Russia contro l’Ucraina, in quanto fornitore chiave del complesso militare-industriale di Mosca, riconosce che anche l’industria bellica di Kiev dipende da componenti cinesi».
Dal 2022 si addita la Cina perché assicura ai russi i componenti base per i droni dell’arsenale di Mosca, come i Geran e i Gerbera. Ma la stessa Cina è anche fonte delle fabbriche ucraine di droni, da Fire point a Skyfall, da Ukrjet ad Antonov. Un portavoce della Commissione Ue citato dal Financial Times ha ammesso: «Per rispondere il più rapidamente possibile ai bisogni urgenti dell’Ucraina, le deroghe sono possibili, sono garantite in rari casi eccezionali. Comunque l’Ue sta lavorando per espandere l’industria della Difesa allo scopo di arrivare al più presto al punto in cui potremo produrre queste componenti nel nostro mercato, senza cercare deroghe». L’accordo stabilisce che gli acquisti di prodotti per la difesa finanziati dal prestito debbano avvenire all’interno dei paesi Ue, dell’Ucraina o di altri Paesi riconosciuti come Gran Bretagna e Canada. È previsto un limite del 35% per ogni contratto di acquisizione di sistemi militari relativo a componenti da Paesi terzi, come la Cina.
Sono però previste deroghe, come quelle che, appunto, l’Ucraina ha chiesto e ottenuto per le parti made in China. La questione non è nuova. I fabbricanti ucraini stanno cercando di ridurre la dipendenza dalla Cina, ma ancora nel 2025 il 38-40% dei componenti arrivava dal Dragone. Nel gennaio 2026 Euromaidan press citava un’inchiesta dell’istituto Snake Island: «I fabbricanti ucraini producono appena il 25% dei controlli di volo per droni Fpv domestici e solo il 14% delle telecamere termiche e dei motori elettrici. La Cina è ancora un fornitore critico».
Durante la visita della von der Leyen è scattato a Kiev l’ennesimo allarme missilistico e le delegazioni hanno dovuto recarsi in un rifugio. Zelensky ha detto che «presto produrremo missili Patriot in Ucraina», mentre «la nostra produzione di droni, da 10 milioni l’anno, arriverà a 20 milioni», sebbene per il 2026 sia stata stimata su 7 milioni di pezzi. E mentre il ministro turco Fidan ribadiva agli ucraini l’appoggio di Ankara all’integrità territoriale dell’Ucraina, sebbene i turchi tendano a privilegiare la mediazione con la Russia, il serbo Vučić è sospettato di essere latore di un messaggio segreto da parte della Russia. Lo ha negato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov: «Non abbiamo trasmesso alcun messaggio. Finora, la Serbia non è stata coinvolta in sforzi di mediazione». Frattanto, droni ucraini hanno colpito 20 navi russe nel Mar Nero, oltre a infrastrutture elettriche in Crimea. I russi, a loro volta, hanno bombardato ancora la zona portuale di Odessa, colpendo almeno quattro navi e altre zone del paese, causando la morte di 12 persone.
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