«Divide et impera». L’antica massima romana indicava una strategia di conquista, ma a Bruxelles, ironia della sorte, sembra essersi trasformata in un metodo di governo: quando esiste già un organismo internazionale chiamato ad affrontare una sfida geopolitica complessa, la soluzione europea raramente sembra essere quella di rafforzarlo; più spesso è quella di affiancargli una nuova struttura-fotocopia, con nuove sigle, nuove promesse, ma stessi problemi.
È quanto sta accadendo per Gaza: la Commissione Ue di Ursula von der Leyen ha ospitato ieri a Bruxelles la seconda riunione del Palestine donor group (Pdg) e all’incontro hanno preso parte 65 delegazioni riunite per lanciare un nuovo progetto a sostegno della ricostruzione, la Team Gaza initiative, una piattaforma per coordinare gli interventi a sostegno della ricostruzione della Striscia.
Già la scelta del nome meriterebbe una riflessione: «team» significa squadra, per definizione sovrapposta (se non contrapposta) a un’altra. L’iniziativa arriva, in effetti, in un contesto nel quale da mesi è già formalmente operativo il Board of peace, promosso dall’amministrazione Trump, con Tony Blair tra i membri fondatori dell’organo esecutivo, nato con una missione analoga. Una scelta curiosa, insomma, quella europea, che fa sì che oggi esistano due strutture chiamate a occuparsi della stessa materia.
L’iniziativa Team Gaza, si legge, contribuirà al coordinamento e all’allineamento degli sforzi tra i donatori internazionali e i loro partner attuatori. Vi partecipano 13 Stati (Italia, Francia, Germania, Spagna, Belgio, Paesi Bassi, Danimarca, Finlandia, Svezia, Regno Unito, Giappone, Norvegia e Svizzera) insieme con la Commissione Ue, la Banca europea per gli investimenti e la Banca mondiale, con un sostegno finanziario di 883,6 milioni di euro per le prime azioni previste. Altri Paesi, tra cui Australia e Canada, hanno espresso interesse ad aderire.
Vale a questo punto la pena ricordare quale sorte sia toccata al Board of peace. I numeri, innanzitutto: i Paesi arabi del Golfo e altri attori internazionali hanno promesso complessivamente oltre 16 miliardi di dollari, gli Stati Uniti si sono impegnati per 10 miliardi, un impegno decisamente più importante di quello europeo. Secondo Reuters, al momento è stato già versato quasi un miliardo di dollari (da Emirati Arabi Uniti, Marocco e Stati Uniti).
Le due iniziative, però, pur perseguendo obiettivi molto simili, hanno ricevuto trattamenti diametralmente opposti: il Team Gaza è stato accolto con un favore quasi unanime che il Board of peace, passato al setaccio con un rigore quasi notarile, non ha conosciuto neppure per un giorno.
Le obiezioni hanno riguardato tutto: la composizione dell’organismo, il peso degli Stati Uniti, il ruolo dell’Onu, la tutela della sovranità palestinese, la compatibilità con il diritto internazionale, il futuro della soluzione dei due Stati e persino l’impostazione delle cosiddette zone umanitarie. Naturalmente c’è anche il nodo politico più delicato: chi avrebbe governato Gaza una volta cessati i combattimenti. Nelle intenzioni dei promotori, secondo la nota dottrina Trump «decapitate and delegate», il Board punta a una gestione internazionale temporanea, accompagnando la ricostruzione e il progressivo trasferimento delle competenze a un’amministrazione palestinese. Blair aveva lanciato una formula efficace: ricostruire Gaza non «com’era», ma «come potrebbe essere», garantendo al tempo stesso la sicurezza di Israele. Ma è proprio sul capitolo sicurezza che si è concentrato il principale punto di frizione: Israele, infatti, ha subordinato qualsiasi progetto al completo disarmo di Hamas, mentre il movimento islamista si è detto disposto ad abbandonare la gestione amministrativa della Striscia, ma non il proprio apparato militare. Ora, se il nodo del disarmo rimane identico, che cosa dovrebbe rendere il Team Gaza più promettente del Board of peace? Se le domande sembrano essersi improvvisamente dissolte, le questioni sul tavolo restano esattamente le stesse.
C’è da dire che il Board of peace ha inevitabilmente pagato il marchio politico dell’amministrazione Trump, aggravato – probabilmente – da una comunicazione infelice, culminata nel celebre video realizzato con l’IA che immaginava una futuristica «Riviera di Gaza», che ha fornito ai detrattori un bersaglio fin troppo facile, facendo discutere più del progetto stesso. Ma se il problema era la ricostruzione, perché la prima vera iniziativa europea finanziaria arriva ora? E se il problema era invece la governance, perché la nuova iniziativa dovrebbe aggirare proprio i nodi politici che avevano bloccato la precedente? La nascita di Team Gaza, insomma, non rappresenta, di per sé, una garanzia di successo. Anzi: se c’è una lezione che Bruxelles ha impartito con una certa costanza negli ultimi anni, è che creare nuove strutture è infinitamente più semplice che farle funzionare. Ed è forse proprio qui che torna d’attualità il vecchio motto romano.
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