È un Donald Trump particolarmente irritato con gli alleati europei, quello che ha partecipato ieri al summit Nato di Ankara. Non solo non ha escluso di ritirare altri soldati statunitensi dal Vecchio Continente, ma ne ha anche duramente criticato i governi.
«Non avevamo bisogno di alcun aiuto. E in un certo senso, stavo mettendo alla prova le persone, stavo verificando se sarebbero state lì per noi o meno, perché ho sempre detto che li abbiamo aiutati, ma non ero sicuro che loro sarebbero stati lì per noi. E l’Italia ci ha voltato le spalle, la Germania ci ha voltato le spalle, la Francia e Regno Unito ci hanno voltato le spalle, e va bene, ma sapete, perché spendiamo centinaia di miliardi di dollari e loro non ci sostengono, quando noi ci siamo sempre stati per loro?», ha dichiarato il presidente americano, parlando anche di Giorgia Meloni. «Penso che sia una brava persona, in realtà. Ma credo che abbia commesso un errore», ha detto, riferendosi alle tensioni tra Washington e Roma sulla crisi iraniana. Trump non ha neanche rinunciato a una stoccata nei confronti del premier britannico dimissionario, Keir Starmer. «Starmer probabilmente non è più primo ministro proprio per come ci ha trattati».
Tensioni con gli europei sono tornate a registrarsi anche sulla Groenlandia. Trump, irritando la premier danese Mette Frederiksen, ha infatti affermato che l’isola «dovrebbe essere controllata dagli Stati Uniti, non dalla Danimarca». Dall’altra parte, sono parole di zucchero quelle che il presidente americano ha pronunciato nei confronti di Recep Tayyip Erdogan. «Voglio ringraziarti moltissimo. Come tutti sanno, è stato ampiamente riportato, siamo grandi amici», ha detto al sultano, definendolo un «grande leader». Non solo. Trump ha anche aperto concretamente alla possibilità che Washington approvi la vendita di caccia F-35 al governo di Ankara. L’inquilino della Casa Bianca ha poi annunciato che saranno revocate le sanzioni imposte, nel 2020, dagli Usa alla Turchia, dopo che quest’ultima aveva acquistato i sistemi di difesa aerea russi S-400.
Sempre ieri, il presidente americano è intervenuto anche sulla crisi ucraina. «Sia Putin che Zelensky vogliono risolvere la questione ora. Penso che ci riusciremo. Spero presto», ha detto. Erdogan, dal canto suo, ha reso noto di voler affrontare con Trump, nel corso del vertice, gli sviluppi del conflitto russo-ucraino. Poco prima, Volodymyr Zelensky, anche lui ad Ankara, aveva auspicato che Kiev potesse entrare nella Nato, rendendo inoltre noto di voler chiedere a Trump una fornitura di missili Patriot. Insomma, è abbastanza chiaro come l’inquilino della Casa Bianca punti a rafforzare la sponda con Ankara e, al contempo, a continuare a mettere sotto pressione gli alleati europei. In questo quadro teso, Mark Rutte ha provato ad addolcire Trump, nel tentativo di rendere più distesi i rapporti tra Washington e il Vecchio Continente. «Mi piace molto quest’uomo. Penso che quello che sta facendo per la Nato sia un’ottima notizia», ha affermato il segretario generale dell’Alleanza atlantica. «Il presidente Trump sta sostanzialmente realizzando ciò che, sin da Eisenhower, i presidenti americani hanno cercato di ottenere, ovvero pareggiare la spesa per la difesa tra Usa ed Europa», ha aggiunto. Al contempo, sempre ieri, si è tenuto un incontro tra Antonio Tajani e Marco Rubio, mentre Francia e Regno Unito hanno presentato i loro piani per una missione internazionale nello Stretto di Hormuz. Tuttavia, alcuni funzionari diplomatici ascoltati da Reuters hanno dichiarato che, a causa dell’opposizione dell’Iran, difficilmente si registreranno passi avanti sulla questione. Il che renderà probabilmente ancor più difficile una ricucitura tra gli europei e Trump.
Insomma, Erdogan emerge rafforzato dal vertice di Ankara. Ha consolidato la sponda con Washington e punterà probabilmente a ritagliarsi un ruolo di mediazione tra Kiev e Mosca. Il che è ancora più significativo alla luce del fatto che il sultano sta lavorando per diventare il punto di riferimento di un blocco sunnita che va dal Qatar alla Siria, passando per l’Arabia Saudita e l’Egitto. Senza poi trascurare i suoi buoni rapporti con Teheran e, al contempo, le relazioni glaciali con Israele. Il cui presidente, Benjamin Netanyahu, ieri ha criticato la possibile vendita ad Ankara dei caccia Usa: «Distruggerebbe l’equilibrio di potere in Medio Oriente e non trasformerebbe la Turchia in uno Stato amico degli Stati Uniti».
A tutto questo si aggiunga l’influenza turca sui Balcani, sul Corno d’Africa e sulla parte occidentale della Libia. Del resto, anche l’Ue ha ultimamente mostrato un ammorbidimento nei confronti di Ankara. Segno, questo, del fatto che il sultano sia abilmente riuscito ad approfittare della rottura tra Washington e il Vecchio Continente con l’obiettivo di rendersi indispensabile per entrambi. Da quanto emerso dalla prima giornata del vertice di Ankara, sembra proprio che gli equilibri all’interno della Nato si siano rimescolati. Mentre si rafforza la convergenza tra Stati Uniti e Turchia, gli europei paiono aver perso peso politico. Si tratta di una situazione che ben difficilmente potrà essere ribaltata dagli sforzi di Rutte. È quindi sempre più probabile che Trump, considerando gli alleati del Vecchio Continente come irresoluti e troppo deboli, possa decidere di «delegare» a Erdogan i dossier internazionali più scottanti, nonché la gestione del fianco meridionale della Nato. Il che, se dovesse accadere, potrebbe rappresentare un problema per gli europei (e soprattutto per l’Italia).
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