Che le truppe occidentali in Ucraina fossero aria fritta, lo si era intuito. La novità è che, a trarre vantaggio dalla messinscena dei volenterosi - con Emmanuel Macron che pontifica di autonomia strategica europea, mentre Keir Starmer, previo consenso del Parlamento, non ci metterebbe più di 7.500 soldati britannici per 60.000 chilometri quadrati di territorio da sorvegliare - potrebbe essere una potenza in tutti i sensi levantina, abituata a tenere i piedi in due scarpe e a condurre la sua partita con disinvolto cinismo: la Turchia di Recep Tayyip Erdogan.
Ieri, un comunicato del ministero della Difesa di Ankara informava che il Paese è pronto «all’invio di una forza militare in Ucraina, una volta che sarà definita un’intesa per un cessate il fuoco». Si tratta sempre di aspettare una tregua che, al momento, non sembra tanto vicina, benché Steve Witkoff e Jared Kushner, a Parigi, abbiano visto anche il negoziatore russo, Kirill Dmitriev. I turchi, comunque, si sono detti «disponibili ad assumere la leadership nella stabilizzazione e pacificazione del Mar Nero. Obiettivi per i quali rimane centrale il trattato di Montreux, che regola il passaggio delle navi dagli stretti del Bosforo e dei Dardanelli». La convenzione, risalente al 1936, attribuiva all’ex impero ottomano prerogative speciali: la facoltà di limitare il transito delle imbarcazioni commerciali in caso di pericolo per la nazione, oltre al diritto di essere informato in anticipo del movimento di unità belliche. All’epoca, l’accordo venne sottoscritto dall’Unione sovietica - e la Russia lo ha ereditato. Ma se uno degli scopi della guerra nel Donbass, della presa di Mariupol sul Mar d’Azov, dell’occupazione della penisola di Crimea e del tentativo di annettere Odessa, è assicurare a Mosca un presidio sul Mar Nero e, quindi, uno sbocco sul Mediterraneo, dal canto suo Ankara, da sempre in rapporti ambivalenti con il vicino, intende ribadire il proprio primato su quei corridoi strategici. La mente corre alla guerra di Crimea del 1853-1856, quando Francia, Gran Bretagna, Regno di Sardegna e gli stessi ottomani arrestarono l’espansione dello zar verso il Mare Nostrum. Trascorrono i secoli, cambiano i leader e i sistemi politici, eppure il risiko internazionale si gioca attorno alle solite poste. Ed è proprio nel Mar Nero che, ieri, una petroliera, battente bandiera di Palau e diretta in Russia, ha subito l’attacco di un drone, rendendo necessario il soccorso della guardia costiera turca.
Per un Sultano che scende in campo, c’è un cancelliere che se ne tira fuori. Friedrich Merz, già subito dopo il vertice del 6 gennaio, aveva frenato sull’ipotesi di una partecipazione tedesca alla missione anglofrancese. Ieri, visti i paletti della sua Cdu e le titubanze degli alleati di governo della Spd, secondo cui è «prematuro» discutere di contingenti al fronte, ha messo la pietra tombale sull’iniziativa. «L’ordine delle azioni» per il dispiegamento della forza nazionale, ha spiegato Merz, «dev’essere il seguente: prima un cessate il fuoco, poi garanzie di sicurezza per l’Ucraina, poi un accordo di pace a lungo termine con la Russia. E tutto questo è impossibile senza il consenso della Russia, dal quale, a quanto pare, siamo ancora piuttosto lontani». Il numero uno della Germania ci ha anche tenuto a ridimensionare la grandeur transalpina: «Stiamo parlando di garanzie di sicurezza che arriveranno solo dopo la tregua», ha appunto precisato. E pure quando si smetterà di sparare, ha aggiunto Merz, non potrà agire da solo: «Servirà una decisione del governo e poi un’approvazione del Parlamento». La democrazia funziona così. Anche in Spagna, dove Pedro Sánchez, ieri, ha comunicato di essere favorevole all’invio di uomini sia in Ucraina sia in Medio Oriente. Il giorno prima, però, Madrid aveva richiesto un coinvolgimento dell’Onu, che sarebbe improbabile: nel Consiglio di Sicurezza siede, con potere di veto, la Russia stessa. Sarebbe per lo più simbolico il contributo della Lituania: si vocifera di alcune centinaia di soldati e niente più.
Mosca non condivide affatto l’idea di ritrovarsi gli occidentali a un passo dalla linea di contatto con gli ucraini. La creazione di basi militari in Ucraina, ha specificato ieri la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, sarà considerata alla stregua di un «intervento straniero» e di una «minaccia diretta». Di conseguenza, gli uomini eventualmente inviati nell’area diventeranno «obiettivi legittimi». La Zakharova ha accusato Kiev e l’Europa di aver dato vita a un «vero asse della guerra».
Volodymyr Zelensky, preoccupato per un possibile massiccio attacco nemico in nottata, ha assicurato che il testo con le garanzie di sicurezza degli Stati Uniti sta per essere consegnato a Donald Trump. L’Ue ha aggiunto che «l’impegno degli Usa», finora restii a firmare alcunché, «c’è e si tratta di un cambiamento davvero significativo rispetto al passato». Non si sa se davvero gli americani fornirebbero assistenza logistica e di intelligence al contingente in Ucraina, né quanto a lungo offrirebbero assistenza in caso di nuovo attacco, in virtù della clausola stile articolo 5 Nato, suggerita dall’Italia: Trump aveva proposto 15 anni, Zelensky sperava di strapparne 50. Alla fiera dell’Est.







