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Lo ha dichiarato l'europarlamentare della Lega durante un'intervista a margine della sessione Plenaria di Strasburgo.
Lo ha dichiarato l'europarlamentare della Lega durante un'intervista a margine della sessione Plenaria di Strasburgo.
La vera e concreta azione per la soluzione del conflitto nel Medio Oriente con sollievo sia per i palestinesi sia per Israele è l’ingaggio diretto degli Stati Uniti con un ruolo di potenza dirimente che indichi un compromesso accettabile e utile da tutte le parti. La differenza con altri tentativi di pacificazione nella storia recente è che questa volta sia il consenso delle nazioni arabe e islamiche sunnite per il piano di pace americano è ampio sia Israele lo accetta: la resa e smilitarizzazione di Gaza via espulsione di Hamas (ed eliminazione di un proxy dell’Iran) è il punto principale del progetto che è voluto da tutti, in particolare dall’Autorità palestinese. Pur con mal di pancia vi ha aderito anche la Turchia. Pertanto questa volta la probabilità della pacificazione con raggio regionale è più elevata di quella contraria anche se il processo potrà essere denso di problemi e turbolenze. Ma per aumentare questa probabilità positiva sarebbe utile individuare un obiettivo sistemico che sia di interesse concreto e netto per tutte le nazioni coinvolte e anche oltre. Ritengo che tale obiettivo sia la creazione graduale di un mercato integrato del Mediterraneo che nel gergo del mio gruppo di ricerca ha il nome di Progetto Ekumene.
Le simulazioni di geopolitica economica e dei flussi commerciali condotte per l’addestramento dei dottorandi di ricerca hanno però individuato nella creazione di Ekumene un potenziale concreto di sviluppo superiore a quanto pensato in ipotesi iniziale per tutti i partecipanti diretti e indiretti, in particolare per l’economia italiana. Il geomodello di massimo beneficio vede: a) un mercato mediterraneo con istituzioni autonome, ma molto integrato con quello europeo e quindi un trattato futuro di libero scambio tra Ue ed Ekumene; b) uno stimolo alle tre aree di libero scambio ora esistenti in Africa (che mostra uno sviluppo esplosivo pur disordinato) per consolidarsi in un unico accordo coinvolgendo l’area costiera e sahariana con quella subsahariana; c) la connessione via penisola arabica (ferrovia) tra Indo/Pacifico, Mediterraneo e Atlantico settentrionale: tale connettività esterna del Mediterraneo ha il potenziale di essere un moltiplicatore per il mercato mediterraneo stesso, se organizzato; d) l’estensione di Ekumene verso l’Asia centrale favorita dal fatto che le nazioni di questa area esposte all’influenza russa e cinese cercano di mantenere l’autonomia dalle due potenze e quindi vedrebbero con spirito salvifico la connessione forte con Ekumene. Mar Nero? Pur scenario più remoto ci sarebbero certamente conseguenze positive dopo il congelamento del conflitto in Ucraina, anche ipotesi di un vantaggio per la Russia nel dopo Putin che sarebbe un incentivo per recuperare autonomia dalla Cina che la sta satellizzando. Progetto troppo ampio e quindi difficile da realizzare? In realtà nell’interlocuzione con altri think tank cugini (euroamericani e uno australiano) ho notato che anche questi hanno messo allo studio tale ipotesi di nuova regione economica nel mondo ipotizzandone la centralità geoeconomica nel pianeta. E proprio tali colleghi hanno annotato che la politica del governo a conduzione Giorgia Meloni ha un vettore di partenariati bilaterali strategici nell’area complessiva indicata sopra, oltre che verso il Sudamerica e il Pacifico. E mi hanno chiesto che spinta potrà dare l’Italia allo scenario appena detto. Trasferisco la domanda a Palazzo Chigi.
Ma qui posso anticipare alcuni vantaggi molto probabili. L’area indicata ha molte nazioni in via di sviluppo con capacità di export minerale: quindi appare quasi ovvio intravedere uno scambio reciprocamente utile tra beni industriali italiani (la cui varietà è prima al mondo) e importazioni di risorse basiche. L’approccio del Piano Mattei basato sull’equità e reciproco rispetto e vantaggio sta ricevendo un consenso crescente. Lo si potrebbe aumentare generando in Italia programmi di formazione industriale avanzata per le nazioni emergenti, regolati da accordi governativi. Ma la concorrenza di altri europei all’Italia per prendere spazio commerciale nell’eventuale strutturazione di Ekumene? Quella della Francia è già evidente e antipatica. La Germania certamente farebbe una proiezione forte, meno antipatica, ma più concorrenziale. Ma il problema può essere mitigato da accordi tra aziende private e un protocollo di concorrenza onesta tra Stati. Comunque, ci sarebbe spazio per tutti, anche per imprese statunitensi e britanniche, nonché per le democrazie del Pacifico. Si potrebbe anche valutare una relazione tra Ekumene, euromercato e Commonwealth? Certamente, ma fermiamoci qui perché manca ancora un acceleratore politico-culturale importante per la spinta verso lo scenario detto: l’abbattimento del più che millenario Muro del Mediterraneo tra islamici e cristiani più la sua propaggine storicamente più recente tra ebrei e islamici stessi. Come? Washington, intesa come seconda Gerusalemme e vera terza Roma erede della prima (al posto di Mosca), si è mossa in tale direzione stimolando gli Accordi di Abramo. Ma manca il pezzo più importante per la connessione e convergenza fra i tre monoteismi: la prima Roma cattolica. Massimo rispetto verso il Papa, ma il Vaticano mi permetta di sollecitare un’attenzione sull’importanza di ingaggiare la Croce negli Accordi di Abramo con islamici ed ebrei. Lo fa già da tempo? Certo, ma una strutturazione più forte come linguaggio di pace condiviso pur nella diversità ancora manca: ricordo che in un convegno panarabo a cui partecipai come relatore negli Emirati, nel 2019, si parlò con ottimismo di costruire in un unico spazio una chiesa cristiana, una sinagoga e una moschea. Facciamolo, aggiungendo al progetto Ekumene uno Crux et Lux.
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Il premier al Forum della Guardia Costiera: «Il Calo degli sbarchi è incoraggiante. Il nostro approccio va oltre le inutili ideologie».
«Il lavoro della Guardia Costiera consiste anche nel combattere le molteplici forme di illegalità in campo marittimo, a partire da quelle che si ramificano su base internazionale e si stanno caratterizzando come fenomeni globali. Uno di questi è il traffico di migranti, attività criminale tra le più redditizie al mondo che rapporti Onu certificano aver eguagliato per volume di affari il traffico di droga dopo aver superato il traffico di armi. Una intollerabile forma moderna di schiavitù che nel 2024 ha condotto alla morte oltre 9000 persone sulle rotte migratorie e il governo intende combattere. Di fronte a questo fenomeno possiamo rassegnarci o agire, e noi abbiamo scelto di agire e serve il coraggio di trovare insieme soluzioni innovative». Ha dichiarato la Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni durante l'intervento al Forum della Guardia Costiera 2025 al centro congresso la Nuvola a Roma.
Una recente raccolta di testi, anche inediti, ripropone uno dei temi ricorrenti nella produzione del pensatore tradizionalista: il rapporto tra Nord e Sud.
Il rapporto di Julius Evola con il mondo tedesco è da sempre uno dei nodi teorici e biografici su cui più si sono soffermati gli interpreti, anche coevi all'autore tradizionalista. Da un lato c'è chi, già in epoca fascista, ha visto in Evola quasi una quinta colonna del Terzo Reich, alleato, sì, ma pur sempre Paese straniero e con obbiettivi non sempre convergenti con quelli del Regime mussoliniano. Dall’altro ci sono stati ambienti evoliani particolarmente affezionati alla prima fase della produzione dell’autore romano, quella «romano-italica», che hanno visto come un tradimento il suo rivolgersi, a partire dagli anni Trenta, al mondo nordico-germanico. Ovviamente queste e altre obiezioni cambiano radicalmente di segno a seconda che vengano o meno formulate da interpreti che invece abbiano una sensibilità più mitteleuropea che mediterranea. Come che sia, il rapporto tra Roma e Germania, tra Sud e Nord, rappresenta un tornante cruciale nella parabola intellettuale evoliana.
A portare ulteriori elementi ai ricercatori ci pensa ora un importante raccolta appena uscita per i tipi di Mediterranee, intitolata Dal Mediterraneo al Nord olimpico. Articoli e conferenze nella Mitteleuropa (1920-1945), a cura e con traduzioni di Emanuele la Rosa. Il volume presenta materiale raro o inedito relativo ai rapporti tra Evola e il mondo tedesco. Mondo che, precisiamolo, aveva molto spesso più a che fare con i circoli neoconservatori che con le gerarchie nazionalsocialiste, con cui pure Evola ebbe qualche contatto. Il curatore ha rintracciato quindici conferenze tenute da Julius Evola in Germania, Austria e Ungheria nel periodo che va dal 1934 al 1942, di cui almeno due fino a ora sconosciute. Per quanto riguarda gli articoli, tra il 1928 e il 1944 Evola ha pubblicato circa una sessantina di articoli in lingua tedesca. Nella metà dei casi si tratta di traduzioni di interventi apparsi precedentemente in italiano, altri erano scritti ex novo o profondamente rielaborati.
Molti dei testi e delle conferenze qui raccolte, così come gli altri materiali sull’argomento che erano già noti, vertono attorno al tema del rapporto tra civiltà italico-romana e civiltà nordico-germanica. Un rapporto complesso, storicamente spesso conflittuale, e che le forze identitarie moderne dei due Paesi hanno spesso declinato in senso fortemente oppositivo. Evola, facendo perno sulla contingenza politica (l’Asse Roma-Berlino), ma andando ben al di là di essa, invitava invece a pensare le due civiltà come due momenti di una stessa tradizione, che dovevano rincontrarsi per dar vita a una «rivolta contro il mondo moderno».
Tipica, in questo senso, la conferenza «La tradizione “nordica” nel mondo mediterraneo», tenuta a Brema il 18 maggio 1934 e nel libro riprodotta per la prima volta. Evola specifica di riferirsi al «Nord metafisico», il quale tuttavia non è un principio disincarnato ma si è espresso storicamente attraverso alcune civiltà e alcuni popoli. Il pensatore si sofferma sul «carattere solare della tradizione nordica», chiarendo tuttavia che il sole in questione non è l’astro fisico e nemmeno la sua versione meramente allegorica: «Egli non è, al pari di Elio, il sole che obbedisce alla ferrea legge delle albe e dei tramonti, bensì il sole per eccellenza, inteso alla stregua della natura dominante e immutabile di pura luce. È ciò che chiamiamo momento olimpico della solarità: una sorta di naturale supernaturalità, una spiritualità calma e dominatrice la cui forza agisce, per così dire, pel tramite della sua semplice presenza e si impone irresistibilmente, senza aver bisogno di lottare».
Questo principio solare, eroico, olimpico, si è manifestato, secondo Evola, al massimo grado nella civiltà romana, che andrebbe quindi svincolata dal contesto mediterraneo: «Di là dalla penombra della preistoria mediterranea, nella prospettiva dei secoli, Roma ci si presenta simultaneamente come realtà e simbolo. Una torcia segreta e solare si era accesa in essa – in attesa di audaci in grado di raccoglierla e farne un’altissima fiamma». Al pubblico di intellettuali neoconservatori, cultori delle gesta di Arminio contro i colonizzatori venuti in Germania al seguito di Giulio Cesare, Evola rivolgeva quindi questo saluto: «Possa la vostra eroica fedeltà di uomini del Nord ritrovarsi con quella di un romano, nella speranza che la profonda sostanza di questi miti non rimanga la favola di un passato sepolto, ma possa divenire viva parola per una nuova generazione di liberatori e dominatori».
Da tempo lo chiamo progetto Ekumene, cioè mercato mediterraneo costiero e profondo integrato, studiandone con il nucleo italiano del mio gruppo di ricerca euroamericano (Stratematica) le possibilità e probabilità. Il recente incontro tra Giorgia Meloni, il presidente turco ed il primo ministro della Libia ha portato a un incremento della probabilità di realizzazione di tale scenario grazie a una postura di «Active Honest Broker» (mediatore credibile per tutte le parti, ma attivo e non passivo).
Negli ultimi mesi la relazione bilaterale tra Italia e Turchia è migliorata. Roma ha capito che una Turchia ostile non era utile, non solo per il caso libico e per limitare l’emigrazione clandestina, ma per il teatro mediterraneo più vasto. Così come Recep Tayyip Erdogan ha capito che l’Italia (con questo governo) è un partner europeo più affidabile percependo l’ostilità geostrategica della Francia e annotando quella storica della Grecia nonché la non priorità della Germania verso l’area mediterranea pur presente un legame generato in quella nazione da più di 3 milioni di originari della Turchia. Tale convergenza tra Italia e Turchia, annotando l’alto volume storico di relazioni commerciali, ha avuto un forte segnale di consolidamento quando Roma ha dato il via libera, all’azienda turca Baykar, specializzata in droni militari a lungo raggio, per l’acquisizione dell’italiana Piaggio aerospace. Da un lato, l’azienda italiana era in amministrazione controllata e senza compratori e quindi Roma (il Mimit) ha risolto un caso tecnicamente difficile. Dall’altro erano possibili soluzioni diverse, considerando che la Grecia segnalò all’Italia opposizione, ma Roma aprì la porta all’azienda turca. Pertanto valuto questa azione come un netto segnale (geo)politico di convergenza italo-turca.
Va annotato in materia, per inciso, che Ankara e Londra hanno siglato un accordo di libero scambio. Quindi una Turchia più convergente permette all’Italia di gestire meglio il delicato caso libico, delicatissimo per la pressione russa di sostituire la sua base militare a Latakia in Siria, ora con regime cambiato, con una in Libia e forse un’altra in Sudan, ma anche le permette una non ostilità per una posizione centrale dell’Italia nel proporre un mercato mediterraneo a integrazione crescente: Ekumene, appunto. Per ottenere di più dalla Turchia segnalo la priorità di Ankara di non essere esclusa o secondarizzata dalla futura Via del cotone (accordo Imec) che dovrebbe unire l’India via mare con la penisola arabica via ferrovia con sbocco sul Mediterraneo - al momento è previsto il porto di Haifa in Israele - per poi collegare via mare i porti europei, Trieste in particolare grazie al suo efficientissimo retroporto ferroviario, e quelli della costa occidentale statunitense. Dai colleghi di un think tank degli Emirati ho ricevuto informazioni sulla pressione di Ankara per includere la Turchia nel circuito o via diramazione ferroviaria dalla Giordania oppure dal Kuwait via Iraq e Siria. Poi ci sono pressioni francesi per dare a Marsiglia il ruolo di porto «hub» per l’Europa in concorrenza con Trieste e Genova. E va annotata la posizione greca di rendere centrale Il Pireo. Inoltre il traffico del canale di Suez va armonizzato con quello futuribile della nuova infrastruttura, senza dimenticare che il mantenimento di Haifa come terminal sarebbe un atto geopolitico stabilizzante per tutta l’area.
Secondo me Roma ha il potenziale per integrare esigenze diverse e armonizzarle entro un accordo integrato. E tale ruolo sarebbe potenziato da un sostegno da parte degli Stati Uniti che hanno firmato l’accordo Imec con alcuni europei, tra cui l’Italia, arabi e India. Per Roma rendere il Mediterraneo transito voluminoso del traffico tra Indo-Pacifico e Atlantico è una priorità utilitaristica così come lo è per tutte le nazioni coinvolte, ovviamente non per Cina, Russia e Iran (forse motivo dell’attacco di Hamas ad Israele per indurre una sua controreazione che interrompesse sia l’Imec sia gli Accordi di Abramo) sia per loro esclusione sia per inevitabile perdita di posizioni in Africa. E secondo me Roma ha preso una postura collaborativa e di leadership attiva, anche via partenariati bilaterali nel Mediterraneo costiero e profondo, per pacificare il Mediterraneo in modo che possa diventare luogo di transito sicuro e conseguentemente un mercato sempre più integrato.
Ho chiesto a colleghi giapponesi e australiani di esplorare il rispettivo interesse nazionale per l’eventuale partecipazione alla Via del cotone, registrandone l’interesse a farlo e riportarlo, eventualmente, ai rispettivi governi. Mi sono permesso di suggerire loro di valutare il cambio di mondo: da un accesso senza costi o quasi al mercato statunitense ora l’export di tutti verso l’America subirà un calo, più o meno pesante, ma che suggerisce di trovare compensazione creando nuovi mercati senza per altro rinunciare a mantenere buone relazioni con gli Stati Uniti. Ekumene, nel formato costiero ed esteso, sarebbe un nuovo mercato con un impatto di crescita globale per tutti. Non solo, ma stimolerebbe anche una nuova architettura finanziaria indo-africana-islamica-europea e delle nazioni compatibili del Pacifico capace di generare un ciclo di capitale espansivo per una crescita economica forte, per tutti. Infatti ho notato una crescente curiosità di attori finanziari statunitensi nel corso di conversazioni su questa ipotesi. E devo segnalare un interesse di questi attori per investimenti in Italia se il progetto che qui chiamo Ekumene (ma tiene conto del progetto Mattei, Imec, eccetera in atto) continuasse e prendesse più visibilità concreta. Un come evolutivo? Il Vaticano potrebbe invitare gli islamici sunniti e Israele a consolidare gli Accordi di Abramo per abbattere finalmente il Muro del Mediterraneo, con ospiti testimoni l’India e l’America. A Roma.
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