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2026-01-22
Non bastano le parole per fermare i killer
In pratica, invece di disarmare maranza e assassini, si invoca il potere taumaturgico della parola. Come con il confetto Falqui, basta la parola. Solo che qui non siamo di fronte a problemi di stitichezza, ma di delinquenza. E la colpa non è dei giornali di destra, come sostiene Concita De Gregorio. La nota editorialista di Repubblica, già direttrice e affondatrice dell’Unità, infatti, si culla nella convinzione che Youssef Abanoub, il ragazzino di La Spezia accoltellato per questioni di gelosia, sia morto perché la mano del suo assassino è stata armata dagli articoli di giornali come La Verità. «Altre lame hanno armato il loro modo di pensare e di agire». «Le parole con cui cresciamo», ha scritto, «costruiscono il nostro mondo, a ogni latitudine diverso». Peccato che Zouhair Atif, il ragazzo che ha sferrato la coltellata mortale, sia marocchino e non risulti essere un assiduo lettore della Verità. Ammesso e non concesso che, come dice De Gregorio, sul nostro quotidiano «ogni parola sia uno sfregio, un’irrisione, una caricatura offensiva, un’accusa arbitraria, un insulto» (ciò che ho appena riportato ovviamente non è un’accusa ma un’opera di bene), Abu non è stato ucciso da chi è cresciuto leggendoci. Le filastrocche, le favole, le parabole, le canzoni sono quelle che gli hanno trasmesso i suoi genitori, di sicuro non quelle che gli abbiamo comunicato noi. Fosse stato lettore del nostro quotidiano e ne avesse assimilato la cultura, avrebbe scoperto che siamo per il rispetto della legge e delle forze dell’ordine e che non risolviamo le controversie con un coltello, al massimo incrociamo le penne stilografiche.
Tuttavia, pur essendo le parole il nostro pane quotidiano, non pensiamo certo che basti una predica per impedire un assassinio. Se anche mobilitassimo tutti gli assistenti sociali d’Italia, distogliendoli da attività preziose come sottrarre i figli alle famiglie che vivono nel bosco per far crescere i bambini in ambienti sani e sterilizzati, ci sarebbe sempre qualcuno che gira con il coltello in tasca, pronto a colpire chiunque consideri un nemico. Altro che parole. Infatti Atif, l’assassino, era seguito dai servizi sociali che, immagino, l’avranno riempito di parole ma alla fine, dopo averlo curato con le loro chiacchiere, lo hanno giudicato «non pericoloso», lasciandolo libero di accoltellare un coetaneo.
Nei Paesi scandinavi, dove peraltro sono molto tolleranti e dove qualcuno si era convinto che bastassero gli assistenti sociali per risolvere i conflitti, ci si ammazza più che da noi. Perché il tema non è costringere i giovani a partecipare a una seduta di psicologia, ma impedire che circolino con una lama nella cintola dei pantaloni. Abbassare la soglia dell’età per punire quindici o sedicenni è una necessità, perché a quell’età si può già essere baby criminali e la coltellata di un minorenne non fa meno male di quella di un maggiorenne.
Altro che potere della parola. Qui l’unica soluzione è il potere della legalità, che non fa distinzione in base al ceto sociale o alla provenienza, ma adotta misure per prevenire il crimine e, quando questo è commesso, non offre alcuna attenuante. È la soluzione a cui sono arrivati Paesi che hanno sbagliato prima di noi, convinti che bastasse parlare per fermare il crimine. Poi si sono resi conto che serviva arrestare.
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Invece di disarmare i baby assassini, la sinistra ci vuole parlare. Ma una predica non ferma un omicidio. Il contrasto al crimine sì.A sinistra sta prendendo piede l’idea che per fermare i maranza, ossia le bande di giovani armati di coltello, bastino gli assistenti sociali. Ne ho avuto prova anche l’altra sera in tv, dove una giuliva Irene Tinagli, ex deputata montiana migrata nelle liste del Pd, spiegava che per evitare gli accoltellamenti nelle aule scolastiche non serve il modello securitario, ma sono necessari professionisti che operino per prevenire i conflitti e i disagi sociali. Il concetto che la mediazione di un terzo, estraneo alla famiglia e alla scuola ma anche alle forze dell’ordine, possa impedire che le bande giovanili si affrontino a colpi di machete è molto di sinistra e trae origine dalla convinzione che un bel dibattito e, magari, una successiva assemblea possano curare ogni cosa, anche i maranza. È il sociologismo applicato alla criminalità dove, alla fine, ogni colpa è riconducibile alla società brutta, sporca e cattiva. Non ci sono delinquenti, ma solo persone che non hanno avuto la possibilità di imboccare la retta via. Tutti nascono buoni, è la società, poi, che li fa diventare criminali. Dunque, per rimetterli in carreggiata servono gli assistenti sociali, ovvero il confronto. Del resto, non è lo stesso concetto per cui si vorrebbe introdurre l’educazione affettiva a scuola, per spiegare quali debbano essere i rapporti che regolano le relazioni uomo-donna e quanto sia sbagliata una società patriarcale, dove le faccende si risolvono a colpi di coltello?In pratica, invece di disarmare maranza e assassini, si invoca il potere taumaturgico della parola. Come con il confetto Falqui, basta la parola. Solo che qui non siamo di fronte a problemi di stitichezza, ma di delinquenza. E la colpa non è dei giornali di destra, come sostiene Concita De Gregorio. La nota editorialista di Repubblica, già direttrice e affondatrice dell’Unità, infatti, si culla nella convinzione che Youssef Abanoub, il ragazzino di La Spezia accoltellato per questioni di gelosia, sia morto perché la mano del suo assassino è stata armata dagli articoli di giornali come La Verità. «Altre lame hanno armato il loro modo di pensare e di agire». «Le parole con cui cresciamo», ha scritto, «costruiscono il nostro mondo, a ogni latitudine diverso». Peccato che Zouhair Atif, il ragazzo che ha sferrato la coltellata mortale, sia marocchino e non risulti essere un assiduo lettore della Verità. Ammesso e non concesso che, come dice De Gregorio, sul nostro quotidiano «ogni parola sia uno sfregio, un’irrisione, una caricatura offensiva, un’accusa arbitraria, un insulto» (ciò che ho appena riportato ovviamente non è un’accusa ma un’opera di bene), Abu non è stato ucciso da chi è cresciuto leggendoci. Le filastrocche, le favole, le parabole, le canzoni sono quelle che gli hanno trasmesso i suoi genitori, di sicuro non quelle che gli abbiamo comunicato noi. Fosse stato lettore del nostro quotidiano e ne avesse assimilato la cultura, avrebbe scoperto che siamo per il rispetto della legge e delle forze dell’ordine e che non risolviamo le controversie con un coltello, al massimo incrociamo le penne stilografiche. Tuttavia, pur essendo le parole il nostro pane quotidiano, non pensiamo certo che basti una predica per impedire un assassinio. Se anche mobilitassimo tutti gli assistenti sociali d’Italia, distogliendoli da attività preziose come sottrarre i figli alle famiglie che vivono nel bosco per far crescere i bambini in ambienti sani e sterilizzati, ci sarebbe sempre qualcuno che gira con il coltello in tasca, pronto a colpire chiunque consideri un nemico. Altro che parole. Infatti Atif, l’assassino, era seguito dai servizi sociali che, immagino, l’avranno riempito di parole ma alla fine, dopo averlo curato con le loro chiacchiere, lo hanno giudicato «non pericoloso», lasciandolo libero di accoltellare un coetaneo.Nei Paesi scandinavi, dove peraltro sono molto tolleranti e dove qualcuno si era convinto che bastassero gli assistenti sociali per risolvere i conflitti, ci si ammazza più che da noi. Perché il tema non è costringere i giovani a partecipare a una seduta di psicologia, ma impedire che circolino con una lama nella cintola dei pantaloni. Abbassare la soglia dell’età per punire quindici o sedicenni è una necessità, perché a quell’età si può già essere baby criminali e la coltellata di un minorenne non fa meno male di quella di un maggiorenne.Altro che potere della parola. Qui l’unica soluzione è il potere della legalità, che non fa distinzione in base al ceto sociale o alla provenienza, ma adotta misure per prevenire il crimine e, quando questo è commesso, non offre alcuna attenuante. È la soluzione a cui sono arrivati Paesi che hanno sbagliato prima di noi, convinti che bastasse parlare per fermare il crimine. Poi si sono resi conto che serviva arrestare.
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Dopo la chiusura con il proscioglimento della vicenda giudiziaria che ha riguardato la nota influencer, di buono resta solo lo storico dolce.
Piercamillo Davigo (Ansa)
La vicenda prende forma nel rapporto tra Paolo Storari, sostituto procuratore a Milano, e Piercamillo Davigo, allora consigliere del Csm. È con Storari che si consuma il primo snodo decisivo. Le motivazioni affermano che Davigo non si limita a ricevere informazioni, ma «rafforza e legittima» la scelta di Storari di consegnargli i verbali dell’avvocato Piero Amara, coperti da segreto investigativo. Lo fa prospettando una tesi giuridica che la Corte definisce esplicitamente «tutt’altro che fondata»: l’idea che il segreto non sia opponibile al Csm e, per estensione, al singolo consigliere. Una prospettazione che, secondo i giudici, ha avuto un ruolo causale diretto nella rivelazione, integrando il concorso «dell’extraneus nel reato proprio».
Qui la sentenza insiste su un punto che rende la condotta di Davigo particolarmente grave: la piena consapevolezza delle regole. I giudici ricordano che anche laddove il Csm abbia poteri di acquisizione, questi sono rigorosamente incanalati in procedure formali: soggetti legittimati, passaggi istituzionali, protocollazione, possibilità per l’autorità giudiziaria di opporre esigenze investigative. Nulla di tutto questo avviene. I verbali passano di mano in modo informale, in un incontro riservato, su una chiavetta Usb. Per la Corte non è un dettaglio, ma la prova che Davigo sceglie consapevolmente di porsi fuori dalle regole. Ottenuti gli atti, il comportamento contestato non si ferma. Le motivazioni ricordano che Davigo, «violando i doveri inerenti alle proprie funzioni ed abusando della sua qualità», riferisce l’esistenza di atti coperti da segreto a più soggetti, tra cui il primo presidente della Corte di Cassazione Pietro Curzio e il consigliere Sebastiano Ardita. La Corte è esplicita: Davigo non aveva alcuna legittimazione a divulgare quelle informazioni «al di fuori di una formale procedura». Ed è proprio questo passaggio che porta i giudici a sottolineare come l’ex magistrato abbia agito «ergendosi a paladino della legalità», ma senza titolo. Un aspetto centrale delle motivazioni riguarda gli effetti istituzionali di questa scelta. I giudici parlano di una diffusione selettiva della conoscenza, che genera tensioni, diffidenze e prese di distanza all’interno del Csm. La procedura, osserva la Corte, serve proprio a evitare che notizie delicate circolino in modo incontrollato. Davigo, scegliendo la via informale, accetta - o sottovaluta - questo rischio, contribuendo a un corto circuito istituzionale che nulla ha a che vedere con la tutela della legalità.
La sentenza respinge anche uno degli argomenti difensivi più ricorrenti nel dibattito pubblico: l’assoluzione di Storari non travolge la responsabilità di Davigo. La condanna a un anno e tre mesi di reclusione segna così una cesura netta nella parabola del dottor Sottile, il cui comportamento è descritto dai giudici come abusivo, consapevole e privo di legittimazione. Ottima pubblicità per il Sì al referendum.
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Donald Trump (Ansa)
È stata una giornata di tensione, quella di ieri, tra le due sponde dell’Atlantico. Mentre l’Europarlamento sospendeva indefinitamente la ratifica dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Ue, Donald Trump è intervenuto al Forum di Davos, tenendo un intervento battagliero in cui ha criticato i Paesi europei su svariati fronti. «Certi luoghi in Europa, francamente, non sono più riconoscibili», ha dichiarato. «Vorrei che l’Europa andasse bene, ma non sta andando nella giusta direzione», ha aggiunto, citando «l’aumento della spesa pubblica, l’immigrazione di massa incontrollata e le importazioni straniere senza fine». «Qui in Europa abbiamo visto il destino che la sinistra radicale ha cercato di imporre all’America», ha anche affermato. Trump ha poi criticato il Vecchio continente sulla questione energetica. «Grazie alla mia vittoria elettorale a valanga, gli Stati Uniti hanno evitato il catastrofico collasso energetico che ha avuto luogo in ogni nazione europea, che ha perseguito il “Green new scam”: forse il più grande imbroglio della Storia», ha dichiarato, storpiando il nome del Green new deal («scam», in inglese, significa infatti «truffa»). Sotto questo aspetto, l’inquilino della Casa Bianca ha messo nel mirino l’energia eolica e ha sottolineato come il ricorso alla tecnologia green aumenti la dipendenza da Pechino. «Più turbine a vento ha un Paese, più ci perde. Gli stupidi le comprano, ma la Cina vince», ha detto. Trump è poi andato all’attacco della Danimarca sulla questione della Groenlandia («un pezzo di ghiaccio in cambio della pace»). «La Danimarca è caduta in mano alla Germania dopo appena sei ore di combattimenti ed è stata totalmente incapace di difendere sia sé stessa sia la Groenlandia. Quindi gli Stati Uniti sono stati costretti a farlo e lo abbiamo fatto», ha tuonato, riferendosi all’invasione della Danimarca da parte del Terzo Reich durante la seconda guerra mondiale. Il presidente americano ha inoltre bollato Copenaghen come «ingrata», ribadendo di aver bisogno della Groenlandia per una necessità di «sicurezza nazionale strategica». Al tempo stesso, Trump ha però escluso l’uso della forza per acquisire l’isola più grande del mondo. «Non devo usare la forza, non voglio usare la forza, non userò la forza. Tutto ciò che gli Stati Uniti chiedono è un posto chiamato Groenlandia», ha dichiarato, senza tuttavia rinunciare a mettere sotto pressione gli europei. «Potete dire di sì e vi saremo molto grati, oppure potete dire di no e ce ne ricorderemo», ha infatti affermato, riferendosi all’acquisizione dell’isola. In questo quadro, il presidente americano ne ha anche approfittato per dare una bacchettata alla Nato. «Gli Stati Uniti sono trattati in modo molto ingiusto dalla Nato. Diamo così tanto e riceviamo così poco in cambio». Insomma, Trump non ha risparmiato dure critiche agli alleati europei. Ma il presidente americano, ieri, si è occupato anche di vari dossier internazionali, a partire della crisi ucraina. «Credo che ora siano arrivati al punto in cui possono unirsi e raggiungere un accordo», ha affermato, parlando di Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky. «Se non ci riescono», ha continuato, «sono stupidi. Questo vale per entrambi. E so che non sono stupidi. Ma se non ci riescono, sono stupidi». Ieri pomeriggio, la Cnn ha, in particolare, riferito che Trump dovrebbe incontrare oggi il presidente ucraino a Davos. Ma non è tutto. Oltre a sottolineare di avere un «ottimo rapporto» con il leader cinese, Xi Jinping, l’inquilino della Casa Bianca si è infatti espresso anche sul Medio Oriente, auspicando che Hamas proceda con il disarmo. «Se non lo faranno, saranno spazzati via. Molto rapidamente», ha affermato, per poi rivendicare gli attacchi statunitensi di giugno ai siti nucleari iraniani. «Erano molto vicini ad avere un’arma nucleare e li abbiamo colpiti duramente, e la distruzione è stata totale», ha detto. Tra l’altro, proprio ieri, il cardinal segretario di Stato, Pietro Parolin, ha reso noto che Trump ha invitato papa Leone XIV a entrare nel Board of peace per Gaza. Inoltre, sempre ieri, l’inquilino della Casa Bianca, a margine del Forum di Davos, ha avuto degli incontri con il presidente polacco, Karol Nawrocki, con quello egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, e con quello elvetico, Guy Parmelin, oltre che con il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte. Con quest’ultimo, Trump ha annunciato di aver raggiunto un accordo sulla Groenlandia che, se dovesse concretizzarsi, offrirebbe un’«ottima soluzione» per i Paesi della Nato e scongiurerebbe i nuovi dazi americani ai Paesi europei.Nel suo intervento in Svizzera, Trump ha parlato anche di questioni interne: ha definito Jerome Powell uno «stupido», rendendo noto che annuncerà presto la scelta del suo successore. La centralità è comunque spettata alla politica internazionale, con speciale riferimento, alle crescenti tensioni con gli alleati europei. In particolare, chi, nel Vecchio continente, sta tornando a premere per la linea dura nei confronti della Casa Bianca è Emmanuel Macron che, proprio ieri, Trump ha deriso per gli occhiali da sole con cui si era presentato martedì. Il presidente francese sta del resto cercando di spingere Bruxelles a ricorrere allo strumento anti coercizione: uno scenario che acuirebbe le fibrillazioni transatlantiche. Non dimentichiamo che il vicepremier cinese, He Lifeng, ha criticato i dazi statunitensi. E che l’inquilino dell’Eliseo ha rafforzato i legami con Pechino. In Svizzera sta, insomma, andando in scena uno scontro geopolitico particolarmente serrato. Tuttavia, spingendo sul pedale della linea dura con Washington - soprattutto su input francese - gli europei rischiano di finire tra le braccia della Cina. Il che non sarebbe uno scenario esattamente allettante.
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