Intellò, radical chic e progressisti si ribellano contro il termine «maranza» ed esortano a usare «immigrati di seconda generazione» o «risorse».
Nel riquadro Angelo Simionato, arrestato e poi messo ai domiciliari per l’aggressione di Torino (Ansa)
Come le Br, i centri sociali si spacciano per rivoluzionari ma in realtà sono al servizio di un disegno più grande di loro. La saldatura con i maranza mostra che il vero fine è l’islamizzazione. E se uno di questi teppisti viene arrestato, spunta la mammina a difenderlo.
«Cocco di mamma» ha due significati: uno letterale di «cocco di mamma sua», per indicare i malcresciuti, ma anche quello di «beniamino del potere». Il 9 agosto 2021 a Bergamo c’è stata una manifestazione di piazza contro il Green pass, per protestare contro la follia antidemocratica, antiscientifica e platealmente priva di senso logico se non la persecuzione del dissidente mediante sottrazione dei diritti più elementari, lavorare, entrare in un bar, salire su un treno. Il dissidente non «dissideva» da idee politiche (Lenin in realtà è un sorcio) o di tecnodittatura (l’auto elettrica è una boiata), non irrideva i padri della patria, per esempio asserendo che Draghi in realtà è un mediocre e Christine Madeleine Odette Lallouette, coniugata Lagarde, è ancora più mediocre di lui. Il dissidente non voleva che nel suo corpo fosse iniettato un farmaco sperimentale, con oscuri effetti collaterali e, come dichiarato nelle schede tecniche, nessuna efficacia nel bloccare la trasmissione della malattia. Non c’è stata nessuna violenza, eppure innumerevoli persone sono state fermate e identificate per «radunata sediziosa». Qualche mese dopo, il 4 ottobre 2021, sono stati usati idranti e lacrimogeni contro i portuali a Trieste che protestavano contro l’obbligo di Green pass stando seduti a terra con il rosario in mano.
Cosa deduciamo? Questi non erano cocchi di mamma, loro sì erano contro il potere. Cocchi di mamma sono stati i brigatisti rossi. Il loro incredibile successo, le pene ridicole cui sono stati condannati dopo delitti di una ferocia inaudita, l’essere stati poi accolti a parlare nelle università, dimostrano che i brigatisti rossi sono sempre stati pedine del potere, non il potere ufficiale, quello occulto, quello che comanda sul serio. Le Brigate Rosse non possono essere comprese pienamente senza considerare la trama di relazioni e appoggi esterni che, direttamente o indirettamente, ne favorirono la sopravvivenza e l’efficacia. Dietro l’immagine di un movimento rivoluzionario «autonomo», dedito alla lotta contro il «cuore dello Stato borghese», si nascondeva una realtà più fatta di legami ambigui, sostegni ideologici e, talvolta, veri e propri aiuti logistici provenienti da Paesi dell’Est e da organizzazioni mediorientali. Nonostante la loro retorica di «avanguardia proletaria», molti dei fondatori e dirigenti del gruppo provenivano da famiglie borghesi, con un solido background culturale: studenti universitari, figli di professionisti e piccoli imprenditori, spesso allevati in contesti benestanti. Molti brigatisti avevano come massima prova d’autonomia personale la capacità di soffiarsi il naso da soli, senza l’aiuto della tata, prima di impugnare una pistola in nome della rivoluzione, pistola che hanno impugnato con incapacità tecnica e infinita vigliaccheria, sparando in tre contro persone disarmate. Eppure la magistratura ha concluso che questi mocciosi da soli hanno architettato e portato a termine il rapimento Moro. Diverse inchieste hanno suggerito canali di collegamento con apparati del blocco sovietico, in particolare con il Kgb e la Stasi, soprattutto tramite movimenti terzisti o palestinesi usati come intermediari. Probabilmente ci fu anche un rapporto diretto e organico, sicuramente ci fu un flusso di «aiuti indiretti»: rifugi sicuri, documenti falsi, armi che transitavano in circuiti clandestini comuni a diversi gruppi rivoluzionari europei. Il Medio Oriente rappresentò poi un crocevia fondamentale: i campi di addestramento dell’Olp e di altre sigle palestinesi accolsero militanti delle Br e di altre organizzazioni armate europee. Quei legami, nati all’insegna della solidarietà antimperialista, fornirono esperienze militari, contatti internazionali e reti di fuga.
Il caso Moro si inserisce in questo contesto. Il sequestro e l’assassinio dello statista democristiano nel 1978 mostrarono un livello tecnico e logistico che andava oltre le sole forze interne, ma mostrò anche complicità micidiali a livello istituzionale. Moro non fu rapito in via Fani, non è pensabile che siano stati sparati decine di proiettili su un auto da cui l’ostaggio esce illeso e con gli abiti non sporchi per il sangue della sua scorta massacrata, ma la narrazione ufficiale ha accettato questa tesi. Nessun magistrato durante i processi ha chiesto conto delle quattro costole rotte di Moro, e incredibilmente i medici che hanno eseguito l’autopsia non hanno fatto i prelievi bioptici sulle linee si frattura per stabilirne l’esatta datazione.
Il rapimento e la morte di Aldo Moro con il massacro della sua scorta sono una ferita ancora aperta nella memoria nazionale, resa ancora più bruciante dalla mitezza delle pene scontate e dal sospetto tragico che una raffica di menzogne abbia coperto la vera narrazione, spezzando la fiducia del popolo nelle istituzioni. I brigatisti erano cocchi del potere. Tra i loro pochissimi meriti, in effetti l’unico, i brigatisti non c’avevano la mamma, nel senso che qualcuno li avrà pur messi al mondo, ma non ci siamo mai trovati le loro mamme tra i piedi a cinguettarci quanto carucci sono o erano i bimbi loro.
Quelli dei centri sociali sono in tutto e per tutto cocchi di mamma, sono pedine del potere di Davos e di Soros, e soprattutto sono pedine dell’islamizzazione dell’Europa, attraverso la beatificazione del vittimismo palestinese e di quello dell’immigrato, chiavi di volta dell’islamizzazione. Sono gli alfieri del potere che più odia il popolo, sono parassiti che ingrassano la loro filiforme ideologia con denaro pubblico: mentre le famiglie dei bambini disabili devono arrangiarsi da sole, loro sperperano fiumi di denaro dei contribuenti, non solo occupando e rubando elettricità e acqua, ma con i fiumi di denaro che ci costano le loro distruzioni o i loro disastrosi successi. Grazie a loro i lavori della Tav sono in ritardo di 10 anni e costeranno il 20% di più, ma tanto nessuno dei cocchi di mamma è un contribuente. Il poliziotto e il carabiniere, che sono difensori dell’ordine pubblico, cioè di un ordine all’interno del quale noi, il popolo, possiamo vivere decentemente, diventano il «nemico». Un esempio lo abbiamo già avuto con la beatificazione istituzionale di Carlo Giuliani ucciso per legittima difesa nei disordini di Genova durante il G8 del 2001, mentre tentava di colpire un carabiniere ferito con un estintore: il potere ha premiato il suo sacrificio intitolandogli uno spazio in Senato nel 2007. Durante tutta la folle gestione pandemica, italiani rinchiusi agli arresti domiciliari, persone lasciate senza stipendio per aver rifiutato pericolosi farmaci sperimentali, i bravi e giudiziosi cocchi di mamma dei centri sociali se ne sono rimasti zitti e buoni. Nessuno di loro è andato a sedersi di fianco ai portuali sui moli di Trieste. Quello che rende questi mocciosi col cappuccetto non meno pericolosi delle Br è il patto con la Jihad islamica: insieme a immigrati e maranza spaccano stazioni, auto e vetrine del popolo italiano, in una assoluta impunità, l’impunità appunto dei cocchi del potere.
Oltretutto, questi c’hanno la mamma. Come se già non fossero abbastanza ridicoli così come sono, mentre tutti in gruppo aggrediscono poliziotti che hanno l’ordine di non reagire, esibiscono pure la cara mammina, che ci informa che il suo è un bravo ragazzo. Già il termine ragazzo è ridicolo. Io a 22 anni ero sposata, a 23 ero medico. Il ragazzo dovrebbe finire a 16 anni, non andare mai oltre i 18. Gli uomini e le donne si assumono responsabilità, i ragazzi sono cocchi di mamma, e una mamma ci informa che il suo bimbetto ventiduenne con le guanciotte rosa è tanto un bravo ragazzo. Gentile signora, posso avere l’indirizzo di casa sua? Vorrei venire a trovarla, sfasciare la sua, di auto, a picconate, spaccare i vetri di casa sua e poi prendere a calci lei, solo perché lei sappia cosa si prova, senza nessuna acrimonia e in pieno senso dell’umorismo. Sa, sono una brava ragazza.
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Agli adolescenti che delinquono per un borsello non importa della loro onorabilità, conta solo la riconoscibilità nel gruppo. Che si cementa con le piattaforme Web che bannano solo quanti sono contro la cultura dominante.
Ma qual è la fonte dove trovano alimento, dove trovano ispirazione tutti quei soggetti che appartengono alla galassia delle baby gang, dei maranza, degli adolescenti e dei pre adolescenti che vanno in giro col coltello, insomma di quei gruppi di giovani dei quali ci troviamo, e mi trovo personalmente, a parlarne durante le trasmissioni televisive e in particolare a Dritto e rovescio?
Talvolta mi trovo di fronte a gruppi organizzati, talvolta a gruppi appartenenti a città diverse ma che tra di loro instaurano delle relazioni non tali da formare un vero e proprio movimento, ma certamente tali da rafforzare la loro appartenenza a un non ben definito «gruppo sociale» in modo che si rafforza in loro l’idea di non essere soli, ma di appartenere a una sorta di «comunità», pur non conoscendosi personalmente, pur non frequentandosi se non attraverso i social.
Se uno si mette a parlare con loro, cercando di capire qual è, e se c’è, una visione, un’idea della loro vita e del significato delle cose che fanno, tornerà a casa con un pugno di mosche in mano. La prima impressione, infatti, che si ricava dal parlare con loro è che tutto ruota intorno a qualche comportamento che consiste nel portare il coltello in tasca come arma di difesa da persone che sono sostanzialmente uguali a loro, di uso delle stesse armi da taglio, se non da sparo, per ottenere un paio di scarpe griffate o qualcosa del genere (più raramente soldi) che rappresenta il simbolo di ciò che, nella loro mente, è per loro un diritto avere e, quindi, devono procurarselo al di là di ogni norma, di ogni legge, di ogni comportamento benevolo nei confronti degli altri che possono permetterselo.
Accade spesso che alcune aggressioni verso persone che non appartengono a questi gruppi avvengano anche senza una motivazione che possa essere ricondotta alla all’appropriarsi indebitamente di beni altrui: soldi, meno spesso, capi di abbigliamento trendy (secondo loro), cappellini, giubbotti, scarpe, jeans, cinture, borselli e zainetti. Molte volte certe aggressioni, veri e propri pestaggi, accoltellamenti qualche volta letali (comunque praticamente sempre necessitanti di cure mediche, se non interventi chirurgici), ebbene tutto questo avviene senza un motivo che non sia quello di compiere la violenza per il gusto della violenza e per il fatto che, compiendo questi atti, si è qualcuno, si è una personalità, si tratteggia la propria soggettività in modo che sia riconoscibile agli altri, positiva per gli aderenti al gruppo o a altri gruppi che compiono gli stessi gesti, negativa per chi subisce questi gesti e per chi ritiene questi comportamenti immorali e illegali. Questo secondo gruppo di persone che contestano le azioni dei teppisti (raramente, se non mai, si tratta di azioni individuali) rafforzano l’identità e l’idea di questi delinquenti di essere nel giusto.
Uno potrebbe legittimamente chiedersi: «Ma qualcuno che compie un’azione senza motivazione, come questi gruppuscoli compiono le loro azioni violente senza un’apparente causa, come fanno a sentirsi rafforzati compiendo qualcosa senza alcun significato? Questa domanda ci porta fuoristrada perché, per gli appartenenti a questi gruppi, questo non costituisce un problema. Quando uno compie la violenza per la violenza è perché sente che quella violenza è la migliore espressione di sé, da una parte, e dall’altra lo rende soggetto riconoscibile all’interno della società che pure li disprezza, ma per loro questo è un segno che stanno agendo «bene»: agiscono, cioè, per un fine che è quello di esprimere sé stessi nella violenza e di assumere così un ruolo riconosciuto, sia pure negativamente, dalla società che secondo loro non ha fatto quello che avrebbe dovuto fare e, quindi, sono legittimati a compiere queste azioni come dimostrative di uno stato di disagio contro quello che, alla fine, chiamano Stato.
Rientra in questa logica anche l’attacco alle forze di polizia, in quanto rappresentanti dello Stato e perché si comporterebbero in modo discriminatorio nei loro confronti, soprattutto quando questi soggetti sono immigrati, con la pelle nera e magari con situazioni irregolari sia familiari sia che riguardano loro direttamente, magari perché hanno precedenti in giovane età. Perché attaccano la polizia? Perché ritengono di essere discriminati dalla polizia? Certo, non escludiamo a priori che qualche rappresentante delle forze dell’ordine possa avere avuto nei loro confronti comportamenti censurabili. Ma trattasi di eccezioni.
Nella norma, le forze dell’ordine non fanno che accertamenti su soggetti o conosciuti o che frequentano ambienti che possono far pensare che non tutto sia regolare per quanto li riguarda. Ma anche qui non c’è da cercare un’idea, un ideale, una qualche forma anche pur primitiva di ideologia, si tratta di una legge del branco e anche in questo caso di un branco che vive compiendo questi atti e trovando la loro identità nel fatto stesso che li compiono.
Insomma, purtroppo dietro c’è il nulla, almeno da un punto di vista ideologico, a meno che non si voglia elevare al rango di ideologia quello che abbiamo descritto.
Tornando alla domanda iniziale, dov’è che possiamo trovare un’idea che fa da propulsore a questo tipo di comportamenti? La risposta è, in un certo senso, devastante: da nessuna parte. Non è un’idea quella da cercare per spiegare questi fenomeni ma è la vita di queste persone che si svolge, che si sviluppa, che si alimenta, che degenera nella frequentazione dei social. Quello è il mondo, per loro. Quello reale è il mondo degli altri, dei loro nemici, di chi ha più di loro, di chi è diverso da loro, della polizia, dello Stato che, genericamente, non ha dato loro quello che loro era dovuto ivi compresi i cappellini, i giubbotti, le scarpe, i borselli e gli zainetti, tutti i griffati. La griffe, il marchio, l’etichetta diventano parte della loro identità, parte della loro riconoscibilità sociale, parte della loro esistenza violenta, più profondamente, della loro esistenza e del senso della loro vita. Non importa il consenso sociale, importa il consenso sui social. Non importa quella che, con termine antico, si definisce l’onorabilità, importa la riconoscibilità. Non importa il giudizio sulle loro azioni, importa la ridondanza delle loro azioni che rende le loro vite diverse dalle altre e, pur prive di contenuto, distinte da un punto di vista identitario. Di un’identità basata sul nulla, ma questo nulla, per loro, è tutto.
Allora c’è da chiedersi se non sia proprio nei confronti dei social e nei confronti di coloro che hanno macinato miliardi costruendoli, rendendoli così potenti, accessibili a chiunque, fruibili da chi non ha ancora gli strumenti e un livello di personalità tali da poter vagliare criticamente i contenuti proposti, e proprio a questi signori che dobbiamo attribuire gran parte di questa responsabilità, senza infingimenti, senza paure di essere trattati da censori morali senza averne l’autorità. Questi signori che cancellano (che bannano) contenuti leciti ma non coincidenti con le cosiddette culture dominanti (ad esempio quella definita woke), perché non cominciano a bannare i contenuti di istigazione alla violenza che sono presenti nei post di questi gruppi, di questi singoli, di alcune associazioni, nei testi dei rapper? Perché non compiono un gesto di responsabilità civile autoregolamentandosi e cominciando a occuparsi di tutta quella violenza, quel disprezzo per la figura femminile, l’incitamento all’odio sociale, dell’incitamento esplicito, ripetuto, invadente e pervadente alla violenza, all’uso delle armi da taglio, all’uso delle armi nonché l’istigazione al pestaggio di persone innocenti che non hanno fatto nulla a nessuno?
È inutile che questi personaggi proprietari e responsabili di queste piattaforme si vantino di aver dato vita a fondazioni benefiche, di aver fatto opere di mecenatismo e, nel contempo, lasciare che i giovani, gli adolescenti e i preadolescenti rischino di perdere la loro vita perché immersi in questo nulla profittevole per pochi al mondo e che danneggia vite di chi frequenta e di coloro che subiscono le violenze dei frequentatori.
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(IStock)
Il saggio di Roberto Arditti e Alessio Gallicola fa il ritratto di una generazione persa.
«Maranza»: una parola che abbiamo imparato a conoscere e che, negli ultimi anni, ha subito un cambiamento semantico. Non indica più i tamarri, ma i ragazzi di seconda generazione: i marocchini zanza. Più genericamente, tutti coloro che provengono dal Maghreb e che hanno fatto della criminalità, in particolare furto e rapina, una «professione». Da anni circolavano sui social le immagini di don Alì, l’auto proclamato re dei maranza che è stato arrestato il 22 novembre scorso. Don Alì, il cui vero nome è Said Alì, ha contribuito a creare l’immaginario di questo gruppo. Piumini e catene, come titolano il loro saggio, pubblicato per i tipi di Amando Curcio editore, Roberto Arditti e Alessio Gallicola.
Una carrellata di fatti di cronaca spesso messi da parte ma che, se uniti, descrivono un problema che tocca tutto il Paese, da Torino a Napoli passando ovviamente per Milano.
Il 22 febbraio del 2025 tre studenti spagnoli, impegnati in Erasmus con la Bocconi, stanno tornando a casa. È notte fonda e i locali hanno già chiuso. I tre decidono di prendere prima un taxi e a seguire il filobus 90. Poi, come si legge in Piumini e catene, «salgono quattro ragazzi con i cappucci tirati su. Nessuno dice una parola. Il più alto si sistema il giubbotto, si avvicina agli spagnoli, uno scambio di sguardi, poi un urto. La collanina si spezza, parte una spinta, il coltello lampeggia. Uno dei tre studenti cade, colpito al fianco. Il pavimento si macchia di sangue».
I quattro, maranza appunto, scappano. È a questo punto, sottolineano Arditti e Gallicola, che le forze dell’ordine cominciano a parlare di «“bande fluide”, gruppi che nascono e si sciolgono in poche settimane, collegati fra loro dai social». Branchi che si riuniscono per colpire e poi si lasciano. Non hanno legami. Non hanno rapporti. Hanno solo un obiettivo: rubare e ferire. Non era, questo, l’ultimo caso. E non sarà nemmeno l’ultimo. Sui mezzi pubblici di Milano rapine e attacchi con l’arma bianca sono in netto aumento.
Questi gruppi di déraciné, di senza radici, sono tenuti insieme da poco o nulla. Quel poco, oltre alla violenza, è la musica rap. Baby Gang, il cui vero nome è Zaccaria Mouhib, su tutti. È il «prototipo» del maranza. Infanzia difficile, poi il carcere minorile. «Non ho paura di morire, ho paura di non vivere», canta in Cella 101. Diventa famoso sfruttando Youtube e l’hype che le sue canzoni generano. Ma non è il solo, come notano Arditti e Gallicola. Ci sono anche Rondo Da Sosa, Simba la Rue, Neima Ezza, Vale Pain, Sacky, Touché. «Giovani, figli di migranti o di famiglie modeste, cresciuti nelle stesse piazze e negli stessi cortili. Tutti raccontano la stessa città: Milano come campo di battaglia, come sogno e condanna insieme».
Sono i volti e i canti di una generazione che non si è integrata perché non ha voluto farlo. Che urla un disagio che ha cercato da sé o quantomeno che non ha mai provato a combattere. E che cerca lo scontro, non solo verbale ma soprattutto fisico. Sono i giovani del Maghreb che indossano i piumini e le catene. E che tengono nascosto il coltello. Ma, soprattutto, è la generazione che tinge di sangue le nostre vie. Al ritmo del rap.
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Denunciati due extracomunitari responsabili di un raid punitivo contro il titolare di un locale nel Bresciano. Ad Ancona aggressioni a ripetizione. A Rovigo proprietario quasi ucciso da un albanese. Ma gli allarmi si rincorrono in tutte le regioni.
Sono stati individuati e denunciati dai carabinieri due extracomunitari di 30 e 34 anni, con precedenti penali, che assieme a una terza persona avevano aggredito a calci e pugni il barista di un locale di Bienno, nel Bresciano, provocandogli lesioni al volto e alla testa.
L’episodio era accaduto la sera del 2 gennaio. Il titolare, un cinquantatreenne del paese, aveva rimproverato un ragazzo di 14 anni che si stava comportando male. Poche ore dopo si era presentata la spedizione punitiva, composta da tre adulti extracomunitari parenti del ragazzino, che avevano picchiato selvaggiamente il barista, per poi dileguarsi prima dell’arrivo dei militari. L’uomo era finito in ospedale con prognosi di 30 giorni per le lesioni riportate ed è ancora sofferente. Decisive per le indagini sono state le immagini delle telecamere di sorveglianza.
Il mese che sta per chiudersi è stato segnato da numerose aggressioni a titolari o dipendenti di bar, riportate da una cronaca che non può lasciare indifferenti. Il primo giorno dell’anno, poco dopo le 10.30 del mattino, ad Ancona un giovane di 28 anni aggredisce e manda all’ospedale un barista, i due titolari e anche i quattro agenti di polizia che erano intervenuti per fermarlo.
«Non aveva il denaro sufficiente per un caffè e noi ci siamo rifiutati di farglielo» spiegava al Corriere Adriatico Flavio Zoppi, proprietario insieme al fratello Stefano dello storico locale del centro città. Come reazione, l’uomo si è scagliato prima contro gli espositori di dolci e cioccolata sul banco e poi contro i fratelli Zoppi e il barista che cercavano inutilmente di fermarlo. Anche quattro agenti di polizia intervenuti erano rimasti lievemente feriti.
Il 2 gennaio c’era stato il raid punitivo contro il barista di Bienno. Il 3 gennaio altri momenti di paura ad Ancona, quando un trentenne di origini ucraine aggredisce verbalmente la barista di un locale che gli aveva negato un’ulteriore birra a causa dell’evidente stato di alterazione. Agli agenti che gli chiedono i documenti risponde con insulti e tenta anche di schiaffeggiare un poliziotto.
Nella serata del 4 gennaio, un trentenne di nazionalità albanese aveva accoltellato il padre del gestore di un bar a Occhiobello (Rovigo). Ubriaco, stava disturbando i clienti chiedendo insistentemente da bere e il gestore del locale l’aveva invitato ad allontanarsi, ma l’uomo non voleva saperne. Era intervenuto il padre del gestore, 55 anni, che l’aveva accompagnato fuori impedendogli di rientrare.
A quel punto l’albanese aveva estratto un coltello colpendolo con un solo fendente sotto un polmone e si era dato alla fuga. La furia era stata tale che la lama si era spezzata, rimanendo incastrata nella ferita. L’uomo, in pericolo di vita, venne operato, l’albanese arrestato con l’accusa di tentato omicidio.
Il 5 gennaio a Levanto (La Spezia) un anziano di 85 anni a metà pomeriggio era entrato in un bar del centro e poco dopo, impugnando un grosso coltello da cucina, sferrava una coltellata a un ottantenne seduto a uno dei tavoli. Il titolare era subito accorso ma prima di riuscire a prendergli il coltello era stato ferito al collo. «Non sono riuscito a togliermi la vita, voglio ammazzare qualcuno qui dentro», aveva detto l’anziano prima di colpire un suo coetaneo, per fortuna protetto dal giubbotto che indossava.
Sempre il 5 gennaio, un trentaquattrenne di Paliano (provincia di Frosinone), nel tardo pomeriggio prende di mira la barista e il gestore di un locale, rovescia tavoli e sedie, danneggia gli arredi e quando arrivano i carabinieri si scaglia pure contro di loro.
L’8 gennaio nel centro di Cagliari, un venticinquenne disoccupato e già noto alle forze dell’ordine aggrediva un dipendente di 16 anni di un bar che era intervenuto per allontanarlo. Stesso copione, l’uomo molestava i clienti ma quando gli è stato detto di andarsene ha reagito sferrando un pugno in faccia al ragazzo, ferendolo all’occhio. Sui social si leggono commenti indignati di cittadini che protestano perché l’aggressore sarebbe sempre in circolazione.
Nella notte del 14 gennaio, la barista di un locale lungo la provinciale 58 che collega Rosà a Cartigliano, nel Vicentino, è stata vittima di una violenta aggressione mentre stava chiudendo il locale. Minacciata con un martello mentre stava chiudendo, si è vista sottrarre l’incasso della serata però per fortuna, a parte l’enorme spavento, è rimasta incolume.
Alle 7 di mattina del 22 gennaio, a Modena un trentunenne di origine tunisina entra in bar con un machete di 40 centimetri tra le mani. È in stato confusionale, dice cose incomprensibili e minaccia la barista che mantiene i nervi saldi, prende in mano il cellulare e compone alla svelta il 112. Il 24 gennaio, il giovane titolare di un bar di Schiavonea, località balneare in provincia di Cosenza, viene inseguito e aggredito.
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