Il centrodestra isola il generale Roberto Vannacci e snobba i suoi sondaggi in crescita (il partito Futuro nazionale ha raggiunto quota 60.000 iscritti in tre mesi, un numero enorme). Così, però, Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia rischiano di regalargli voti e spianargli la strada per correre da solo. A meno che il loro obiettivo non sia imbarcare il poco affidabile Carlo Calenda.
Roberto Parodi, sarà lei il primo sindaco influencer di Milano?
«Già la parola mi fa girare i maroni».
Influencer?
«Persone in cerca di visibilità che vogliono vendere piastre per capelli e abbonamenti a piattaforme cinesi».
Da querela.
«Mia mamma, la professoressa Laura Parodi, giustamente s’incazza: “Hai studiato, hai fatto il banchiere alla JP Morgan, hai scritto nove libri, hai diretto una rivista. Ora fai l’influencer”».
Aspirante sindaco, però.
«Non che per queste cose ti proponi. Fino a febbraio, certo, se n’è parlato».
E adesso?
«La botta del referendum, i casini creati da Trump, l’aumento della benzina. La destra non vive un buon momento».
Il «Parods», suo nome di battaglia, teme la sconfitta.
«De Coubertin diceva che l’importante è partecipare. Col piffero! L’importante è vincere. Per lo meno, avere buone probabilità».
Non s’immolerà.
«Le probabilità sono basse. Non vorrei finire come quell’eroe di guerra che esce dalla trincea offrendo fieramente il petto ai nemici».
Chi l’ha sondato?
«Due partiti di destra».
Democristiano.
«Più da pentapartito».
Conservatore?
«Moderatamente».
Tendenza Meloni?
«Mi piace molto. La compagine governativa, però, non è sempre al suo livello».
È stato ad Atreju.
«Mi hanno invitato per un bel dibattito su elettrico ed ecologia. La mobilità mi sta a cuore. Sono un ingegnere meccanico».
Qualcuno osa: «È un Vannacci più chic».
«Ho massimo rispetto nei confronti di un ex generale della Folgore, ma sono piuttosto lontano da alcuni suoi eccessi ideologici».
Quali?
«I riferimenti alla Decima Mas, per esempio. Anche se condivido chi fatica a definirsi antifascista, parola ormai ostaggio dei peggiori attivisti: da Askatasuna all’estrema sinistra. Sono quelli che vanno in giro a spaccare Milano sventolando tutte le bandiere, meno che il tricolore».
L’epopea di Beppe Sala volge al tramonto.
«Nel secondo mandato ha svaccato. Ha finto, in malafede, che un certo tipo di immigrazione non fosse un problema».
La città è in mano ai maranza?
«È aumentata la piccola criminalità, quella che continuano a giustificare e blandire. Vadano a farsi un giro a Piazzale Corvetto. Poi provino a ripetere che i migranti sono tutti buoni, belli e bravi».
Le «risorse» evocate a sinistra.
«Portano una nuova cultura: questo è l’approccio ideologico. Si continuano a giustificare politicamente. Vedi quello che è successo a Modena».
Salim El Koudri si è lanciato in auto sulla folla.
«Prendono per il culo la gente. Se fossi al posto loro, farei una riflessione. Quando escono queste notizie, vado a leggere cosa scrivono i lettori di Stampa e Repubblica. Il 90% dei commenti era contro le palle sparate dal sindaco di Modena».
Ha provato a minimizzare.
«Attaccando il governo e chi spaccia cattiverie. Bisognava fare passare l’attentatore da italiano: era solo uno psicolabile, la religione non c’entrava niente. Dopo aver letto i suoi messaggi, abbiamo scoperto che schiumava odio contro i cristiani. È il palese fallimento della decantata accoglienza».
Immigrato di seconda generazione.
«Un’aggravante. Grazie al nostro Paese aveva casa, camicia e laurea. Continuiamo a importare disagio sociale. Anzi, ancora peggio».
Cosa?
«Gente che non abbiamo scelto. Nel 1901 finivi a Ellis Island prima di entrare in America. Se non gli andavi bene, montavi sul piroscafo e tornavi a casa con le pezze sul sedere».
Ora c’è troppo permissivismo?
«Noi abbiamo Open Arms che carica duecento persone. Se l’Italia non li vuole, va a processo il ministro degli Interni. Se fa i centri in Albania, i magistrati decidono che non possono funzionare. Ma questo era un segnale: non solo ai migranti, ma alla cricca che li porta qui».
Comprese le Ong?
«Sanno che comunque c’è la Rackete che li carica al largo di Tripoli. Il messaggio, allora, doveva essere: “Non vi facciamo più sbarcare, andate direttamente in Albania”».
Tantissimi poi arrivano a Milano.
«Tre cose cambierebbero la città senza troppo sforzo. La prima è, appunto, la guerra totale a microcriminalità e degrado».
Non sembra agevole.
«Basterebbe usare la polizia locale: è un piccolo esercito, numeroso come quello della Norvegia».
Poi?
«Un’onesta e pragmatica rivoluzione della mobilità. Basta ideologia. L’applicazione becera del Green deal non ha dato alcun beneficio: né alla viabilità né all’ambiente».
Le ciclabili restano il vanto del sindaco.
«Penalizzano le macchine. E le usano solo i privilegiati: devi vivere vicino all’ufficio, godere di ottima salute, tornare presto la sera. E se piove? E se stai a Truccazzano?».
Vuole incentivare quelle che lei chiama «macchinine a pile».
«Sulle elettriche vale lo stesso discorso: serve la wallbox, un ampio box e più soldi per comprarle. Un’altra élite. Ma basta che non impongano di vendere le Euro 6 che vanno benissimo».
«Inquinano meno della scorreggia di un criceto», assicura.
«Circolavano i dati sulla qualità dell’aria. Hanno smesso di darli».
Perché?
«Era peggiorata, visti i colli di bottiglia e le code».
Lei gira a bordo del «Naftone», una Range Rover azzurra del 1984.
«Palese provocazione: è un’auto d’epoca che gode di qualche deroga».
Terza cosa?
«Ripensare culturalmente la città, diventata cafona e rumorosa. Basta con questa attrattività da influencer, con i cocktail a ventidue euro e il sushino».
Si ostenta?
«Un po’ come a Dubai. Ci sono i super ricchi e quelli che non ce la fanno. La borghesia sta sparendo».
Milano è antipatica?
«Respingente. Non puoi più entrare perché c’è l’area B. La metropolitana chiude a mezzanotte. Uno di Busto Arsizio che fa?».
Torna nel contado.
«Sono orgogliosamente sabaudo. Milano mi ha accolto dandomi tutto: opportunità, soldi, case».
Nato ad Alessandria.
«Ma vivo qui da quando avevo venticinque anni».
Sessantadue anni.
«Io dico sessanta».
A cinquantuno decise di cambiar vita.
«Non sono un sostenitore del vendo tutto e apro un chiringuito in Costa Rica. Avevo tre figli. Non potevo fare stupidaggini, ma arrivò un’offerta».
Come andò?
«Ho sempre avuto un talento: raccontare, coinvolgere, intrattenere. Mentre facevo il banker, di notte scrivevo libri e articoli sulla mia passione».
Le moto.
«Mi chiamò un altro grande esperto: Yves Confalonieri, dirigente di Mediaset».
Il figlio di Fedele.
«Aveva letto due di quei libri. Mi spiegò: “Vorrei farci un format”. Dopo che lo scrissi, domandò: “Ti piacerebbe anche condurlo?”. E lì venne fuori l’allineamento astrale».
Ovvero?
«C’era stata la crisi dei subprime. Il mondo degli investimenti non era più tanto divertente. Io ero un altissimo dirigente, che guadagnava un fracco di soldi».
La sua poltrona scricchiolava?
«Anche quella di tutti i colleghi. La gente pensa che i banker abbiano una gran fortuna».
Non è così?
«Ho sempre tenuto a mente Ungaretti: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. In queste grandi società non arriva mai la Cgil a salvarti il fondoschiena».
Quindi?
«Mi sono preso una liquidazione della madonna e ho cominciato a fare il conduttore. Poi sono diventato direttore di Riders, una rivista per motociclisti».
Fino alla luminosa carriera sui social.
«Un colpo di culo. Quando scoppiò il Covid, tutti stavano attaccati al computer sparando stupidaggini. Così, ho iniziato a parlare dei morti di figa che telefonavano alle fidanzate chiuse in casa. Ma è con un altro sproloquio che ho fatto il botto».
Su cosa?
«I dieci errori di look nelle donne: due milioni di visualizzazioni. Adesso ho un milione e mezzo di follower».
Tanti.
«Tantissimi. Guadagno più di quando ero direttore della Société Générale».
Improvvisa?
«Mai. Ogni parola è soppesata decine di volte. È fondamentale il gancio iniziale: hai otto secondi per evitare che scrollino».
Quanti video a settimana?
«Li faccio quando mi vengono. E mi vengono solo quando sono incazzato».
Lo scorso martedì ha esordito in teatro con il monologo Non trovo parcheggio.
«C’è tutto il repertorio: le auto elettriche, le biciclette, le mamme radical chic alla Jacaranda che fanno togliere le scarpe prima di entrare a casa».
La filosofia del «Parods» in una frase.
«Se ha le tette o le ruote, prima o poi ti darà dei problemi».
Generale Roberto Vannacci, i sondaggi sono incoraggianti.
«I veri sondaggi li faccio in mezzo alla gente».
Cosa dicono?
«Che i dati sono molto sottostimati».
Il partito che ha fondato, Futuro nazionale, è al 4%.
«Questo lo dicono un po’ tutti».
Il vostro apporto sarebbe decisivo.
«Il centrodestra ha perso la trebisonda. Sembra tramortito. Quando si subisce un colpo, bisogna reagire. Il carattere emerge in questi momenti: se uno cade, si rialza più forte di prima. Le avversità non devono scoraggiare».
Polemizza?
«Cerco di riportare ai proponimenti iniziali. Anche se qualcuno, inizialmente, aveva persino insinuato un accordo con la sinistra per far cadere il governo».
Illazioni?
«Falsità».
Entrerete nel centrodestra?
«Solo a condizioni ben precise. Le alleanze si fanno su principi, valori e programmi. Su queste cose non transigeremo. Altrimenti, sarebbe il solito calderone».
Detterete condizioni?
«Preferisco chiamarle linee rosse. Se la coalizione non le supererà, ben venga».
Quali sarebbero?
«La postura internazionale, intanto: portare avanti i nostri interessi, uscire dal Green deal, abbassare il prezzo dell’energia, avviare il nucleare, continuare a usare il carbone. E poi l’immigrazione clandestina: deve essere bloccata».
Non sembrate distanti.
«C’è un centrodestra che qui, a Bruxelles, si muove più in linea con il Pd».
Forza Italia?
«Osservo tante manovre. Pare quasi che si voglia creare un’alternativa, anche se non capisco quale. Il terzo polo è già stato distrutto».
O Tajani o Vannacci?
«Non parlo di incompatibilità. A un certo punto, però, dovremo convergere su azioni concrete. E non mi interessa entrare in un governo che va in una direzione non auspicata».
Futuro nazionale può superare la Lega?
«Perché no?».
Dove spera di arrivare?
«Non metto limiti alla provvidenza».
Chi sono i vostri elettori?
«Disillusi di destra. E poi persone che non votano più: una parte sosteneva pure la sinistra o i5 stelle».
Quelli attratti dalle novità politiche?
«In questo caso, è una nuova politica: nata dal basso, lontana dai palazzi, immune alle congiure».
Lo dicono tutti, prima di conquistare il potere.
«Bisogna essere fedeli alle proprie convinzioni e non cadere in trappola. Io ho un vantaggio rispetto agli altri. Non faccio il politico di professione e ho realizzato il sogno che avevo da bambino».
Qual era?
«Fare l’incursore».
La maggioranza, quindi, non le pare in forma smagliante?
«Se uno sale sul ring titubante, viene messo al tappeto. Anche se non al massimo della forma, si deve sempre combattere con convinzione».
L’opposizione già esulta.
«Non credo che stia sopravanzando. Mi piacerebbe però vedere il centrodestra che riprende fiducia e rilancia con fierezza, senza giustificarsi e chiedere scusa. Bisogna continuare nella giusta direzione».
A Milano i forzisti hanno organizzato una manifestazione alternativa al Remigration summit.
«Non mi sorprende. In Europa respingono le proposte per rinforzare i controlli alle frontiere».
Fratelli d’Italia insiste sui rimpatri.
«Non c’è una grande differenza. La remigrazione serve a difendere la cultura e l’identità di una nazione. I rimpatri sono una delle misure che prevede».
Anche tra voi emergono i primi dissidi.
«Non mi stupirebbe, visto che siamo appena nati. Al massimo, però, c’è qualche divergenza di opinioni. Osservo invece una moltitudine di persone che si mobilitano per questo progetto e portano avanti la campagna di tesseramento».
Quanti sono i militanti?
«Gli iscritti stamattina erano 38.000, con 740 comitati in tutta Italia».
Come vi finanziate?
«Con le tessere e qualche donazione. Anche tanti imprenditori si sono offerti di aiutarci. Al momento, però, non abbiamo grandi spese. Le sedi ci vengono concesse in comodato gratuito dai simpatizzanti».
Chi sono quelli passati con voi?
«Deputati, consiglieri regionali, sindaci».
Li chiama «futuristi» in ricordo di Marinetti?
«Ci ispiriamo a quel movimento per eleganza, velocità e azione».
Ha duellato con Renzi nel podcast di Fedez. L’ex premier assicura: «Se Vannacci molla, perde la faccia. Se tiene duro, perdono le elezioni».
«Renzi ragiona da Renzi: è ossessionato dalla mossa del cavallo. Non rappresenta più nessuno e cerca di tornare sul palco. È intelligente, ma ha perso totalmente credibilità. Allora spera che Vannacci agisca come lui. Diceva a Letta: “Stai sereno”. Il giorno dopo lo ha fatto cadere dalla poltrona».
Anche lei aveva giurato fedeltà alla Lega, tanto da venire nominato vicesegretario.
«È totalmente diverso. Io ero entrato da indipendente. Avevamo fatto un patto di principi: c’era una posizione internazionale chiara, soprattutto sulla guerra in Ucraina. Le cose, però, sono cambiate. Non posso votare in Europa contro le armi e poi accettare l’opposto in Italia. Non posso condividere il sovranismo a giorni alterni. E non posso neanche vedere una rappresentante del mondo Lgbtq a un evento di partito».
Francesca Pascale, l’ex fidanzata di Berlusconi?
«Invitarla dopo aver detto che si deve difendere la famiglia naturale, significa tradire gli ideali».
Qual è stato il motivo scatenante del suo addio?
«Sicuramente, la firma del decreto sugli aiuti militari all’Ucraina. Ma anche l’atteggiamento di vari esponenti della Lega nei miei confronti».
Ostile?
«Non c’era giorno senza polemica: una volta Zaia, un’altra Fontana, poi Romeo, dopo Molinari. E tu, segretario, non sei in grado di riportare tutti sulla stessa strada. Allora, se devo essere un corpo estraneo, mi dispiace: non faccio l’ospite indesiderato».
Erano critiche o gelosie?
«Penso gelosie. Una figura come la mia, entrata in un partito storico con prorompenza e popolarità, sicuramente ha suscitato qualche preoccupazione».
Ora tallonate la Lega nei sondaggi.
«Anche su questo, voglio essere estremamente sincero: dimostra che ho fatto la scelta giusta. Me l’hanno confermato tante persone».
Ha più sentito Salvini?
«Due mesi fa gli ho mandato un messaggio di auguri per il suo compleanno. Non mi ha risposto».
C’è rimasto male?
«Immagino che non abbia trovato il tempo, visto che fa sia ministro che il segretario. Comunque, riformulo gli auguri».
Non l’avrà presa bene.
«Tra adulti si capisce e si va avanti».
Nardella le ha contestato, durante un vivace scambio nel Parlamento di Bruxelles, la vicinanza a Trump.
«Se Trump parte come il sovranista del “Make America Great Again”, va benissimo. Se invece si trasforma nel gendarme del mondo che fa esplodere i conflitti, allora non mi sta più bene».
«È il fallimento dei sovranisti anti europei», ha aggiunto.
«Non sono legato alla persona, ma a quello che fa. Alla sinistra, però, sembra strano. Se dev’essere fedele a tizio, lo resta a dispetto di tutto. Per questo Guareschi li definiva trinariciuti: la terza narice serviva per fare uscire il cervello e lasciare entrare le direttive di partito».
La guerra in Medio Oriente rischia di scatenare una crisi epocale.
«Nell’attesa di soluzioni strutturali, sono pronto a comprare l’energia da chiunque la venda a un prezzo inferiore rispetto a quello di mercato».
Anche dalla Russia.
«La acquistiamo già da paesi ben lungi dal rispettare i diritti umani: Algeria, Azerbaijan, Libia, Emirati Arabi… Ma di cosa stiamo parlando?».
Le danno del putiniano.
«Non sono filo russo. Sono pro italiano».
Meloni ha preso le distanze dal presidente americano?
«Ha fatto benissimo».
Il Corriere scrive: prima di accettare la candidatura con la Lega, Vannacci si sarebbe proposto senza fortuna a Fratelli d’Italia.
«È parzialmente vero. Non mi sono proposto, ma ci sono stati dei contatti. Abbiamo discusso anche di europee. Ho detto che poteva essere una cosa interessante».
Se Meloni chiama, Vannacci risponde?
«Mi confronto con tutti, figuriamoci se non parlo con Meloni. Il dialogo è aperto».
Lei si sente l’ago della bilancia?
«Non sto facendo giochi di strategia alla Renzi. Lui pagherebbe oro per essere al mio posto. Io cerco di fare il bene del movimento che ho fondato».
Vendetta, tremenda vendetta?
«Non ho nessun rancore verso il mio vecchio partito. Non cerco rivincite. Anzi, ho mantenuto un rapporto di estrema cordialità quasi con tutti».
Quasi.
«Diciamo il 90%».
E gli altri?
«Se è passata a Napoleone, passerà anche a loro».





