«Basta cacicchi», aveva promesso Elly Schlein.
«I cacicchi erano capi tribù del Sudamerica, gente riconosciuta dal popolo».
Vladimiro Crisafulli, detto Mirello, è considerato il più illustre esponente della vituperata categoria.
«Non mi sembra offensivo essere riconosciuti, ma loro sono abituati a dirigenti anonimi».
Già potentissimo senatore del Pd, si gode la vendetta sul cucuzzolo della Sicilia.
«Mi godo il risultato».
Eletto sindaco di Enna con un plebiscito.
«Praticamente».
Senza il simbolo del partito.
«Questo ha contribuito al mio straordinario successo».
Nientemeno.
«Quando prendi più del 64%, vuol dire che non ti ha votato uno schieramento ma una città che sceglie a prescindere dall’appartenenza».
Speravano di fregare l’intramontabile Mirello, ma gli hanno fatto un favore.
«Non c’è dubbio».
Nessun patimento?
«Io ho sofferto solo per il doloroso e traumatico addio al Pci. Il resto cosa vuole che sia?».
Perché le hanno negato il simbolo?
«Mi hanno detto che sono anziano».
Ha 75 anni.
«È una spiegazione totalmente priva di logica e argomenti. Gli ho chiesto allora di specificarlo nello statuto: si può candidare nel Pd soltanto chi ha un’età compresa tra i 20 e i 50 anni».
Chi ha eccepito?
«Il segretario regionale, Barbagallo, e tale Taruffi».
Responsabile organizzazione del Pd.
«Pare di sì».
Schleineiano ortodosso.
«A me sembra solo senz’osso».
Non proprio un acchiappa voti.
«Nemmeno un acchiappa simpatia».
E Barbagallo?
«Quando Togliatti venne a Messina ci spiegò che prima di tutto dovevamo essere comunisti siciliani».
Invece?
«Vedo soltanto appiattimento e incapacità. Ma noi abbiamo trovato un’alternativa molto originale».
Il campo largo si è fermato a Pergusa.
«Pd, 5 stelle, Avs e Casa riformista qui non si sono nemmeno presentati».
Bastava Mirello.
«Ho preso i voti anche per loro. Eventualmente, posso sempre distribuire qualcosa».
Modello Enna.
«Abbiamo creato un campo alternativo. Con noi c’erano pure pezzi del centrodestra moderato».
Anche l’altro cacicco per eccellenza, Vincenzo De Luca, ha vinto a Salerno senza simbolo.
«Un interrogativo se lo dovrebbero porre: come mai vinciamo dove non c’è il simbolo e spesso non vinciamo dove c’è?».
Volevano far fuori Crisafulli perché anzianotto.
«Dicono così. Io però non gli credo: il problema nasce dalla mia guerra all’attuale segretario in Sicilia e a chi lo sosteneva».
Alla fine ha deciso Schlein di non appoggiarla?
«Che si sia accodata o abbia dato il via, poco importa. In ogni caso, non ha avuto un ruolo diverso da quello di Taruffi».
L’ha incontrato?
«Durante un’assemblea regionale mi ha detto orgogliosamente che il suo nome, Igor, è un omaggio all’Unione sovietica. Gli ho riposto: “Figuriamoci io, che mi chiamo Vladimiro”».
Nel 2013 lei era finito tra gli impresentabili del Pd.
«Accuse ridicole. Ma Bersani decise comunque di non ricandidarmi».
Accettò di buon grado?
«Di buon grado, sicuramente no. Ne presi atto e basta».
Ha mai riparlato con Bersani?
«Evito di discutere con chi non è in grado di guidare un partito senza farsi condizionare».
Mirello è tornato.
«Romperò i coglioni a Barbagallo e Taruffi finché campo».
E a Schlein?
«Pure a lei, se continuerà a coprire l’attuale segretario regionale. È stato eletto, tra l’altro, con evidenti irregolarità».
Chi l’ha chiamata per congratularsi?
«Anna Finocchiaro, Luigi Zanda, Enzo Bianco, tanti dalemiani...».
Mezzo partito?
«Diciamo di sì».
Il «Barone rosso» continua a sorvolare sul capoluogo più alto d’Italia.
«D’Europa, per la verità».
Scruta l’orizzonte.
«Più in alto si va, più si allarga la visuale».
E cosa vede?
«Se non si mette mano al Pd, l’anno prossimo perderemo le elezioni: prima quelle regionali e poi quelle politiche».
A Roma l’alleanza con i 5 stelle arranca?
«Va fatta, ma non è sufficiente. Bisogna aggregare tutte le forze che vogliono costruire un’alternativa all’attuale governo: associazioni, mondo del lavoro, partiti».
Quali partiti?
«Forza Italia, per esempio. Come abbiamo fatto a Enna».
Il campo largo s’è impantanato?
«Basta con ‘sta manfrina delle primarie. Chiunque vinca, comunque perderà le elezioni. I 5 stelle a Schlein non la votano. Com’è successo a Messina: al primo turno hanno appoggiato il candidato del Pd, al secondo quello di Cateno De Luca».
A Venezia hanno sostenuto Simone Venturini, civico di centrodestra.
«Esattamente».
E chi sceglierebbe Crisafulli alle primarie?
«Schlein».
L’ha già votata nel 2023.
«E non me ne pento. Ha fatto un grandissimo sforzo per mettere insieme una coalizione».
Si continua a definire «testardamente unitaria».
«Deve capire però che questa coalizione non è sufficiente».
Vincerà lei?
«Forse sì, ma tanto non servirà a niente. Alle politiche il risultato non sarà la somma dei due partiti».
Quindi?
«Bisogna convincerla a non candidarsi, anche per non farle correre il rischio di venire sconfitta da Conte».
Allora?
«Ci vuole una soluzione alternativa alle primarie».
Il metodo della maggioranza?
«Dove il leader del partito che prende più voti diventa presidente del Consiglio».
Oppure?
«Un’intesa, come ai tempi dell’Ulivo: concordammo insieme chi era il più forte. Quel punto di equilibrio soddisfò tutti e ci trascinò alla vittoria, sia la prima che la seconda volta».
Anche Prodi fece le primarie nel 2005.
«Ma non furono davvero aperte: gli sfidanti erano Bertinotti o Mastella. Servirono però a coinvolgere oltre quattro milioni di persone».
Il campo largo sembra rissoso come il vecchio Ulivo.
«Molto di più. Allora i gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita, le due forze prevalenti, erano solidi. Questi sono acqua fresca. Non sanno cosa succede oggi e neppure domani».
Schlein si circonda di anonimi fedelissimi?
«Chi sceglie solo fedelissimi non fa il segretario. Fa il capocordata».
E se la nuova legge elettorale dovesse reintrodurre le preferenze?
«Io potrei candidarmi nel collegio di Taruffi».
Prenderebbe più voti?
«Di meno, certamente no».
«A Enna vinco con il maggioritario, con il proporzionale e pure con il sorteggio» disse una volta.
«Stavolta è andata così».
Grazie ai suoi buoni uffici, vent’anni fa nacque l’università Kore.
«Se non ci inventavamo qualcosa di nuovo, il destino di questa città era segnato. Dopodiché, siamo arrivati al dunque. Era necessario ottenere il decreto per riconoscere la quarta università dell’isola. Avevamo provato più volte, ma c’era totale chiusura. Gli altri rettori temevano la concorrenza».
A quel punto si mise a capo della rivolta.
«Occupammo l’autostrada Palermo-Catania. C’erano pure politici, studenti, cittadini. Alla fine il ministro firmò il decreto».
Lo scorso gennaio Massimo D’Alema è stato ospite dell’ateneo per un convegno sul futuro di Italia ed Europa. Ha parlato anche del campo largo.
«Sostenendo che vanno superati gli schemi rigidi».
Siete ancora in splendidi rapporti?
«È l’unico grande leader rimasto».
Ingeneroso.
«Brave persone, bravi compagni, bravi amici. Ma di teste veramente pensanti, sia sul piano della politica nazionale che di quella internazionale, non ce ne sono altre».
Mirello, che si definisce «il più democratico tra i comunisti», ha in serbo grandi cose.
«Dobbiamo rivoluzionare la città. È diventata sbiadita, senza prospettive. Allo stesso tempo, voglio contribuire a cambiare il partito e la politica siciliana. Saremo fastidiosi per tutti».
La rivincita dei cacicchi.
«Gli dimostreremo che siamo bravi, al di là dei loro starnuti. Hanno deciso di non fare politica, ma semplicemente di intonare ritornelli. In Sicilia nemmeno quelli: si accontentano del contro canto».
Li aveva avvertiti: «A Enna il Pd sono io».
«E così è finita».
Il centrodestra isola il generale Roberto Vannacci e snobba i suoi sondaggi in crescita (il partito Futuro nazionale ha raggiunto quota 60.000 iscritti in tre mesi, un numero enorme). Così, però, Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia rischiano di regalargli voti e spianargli la strada per correre da solo. A meno che il loro obiettivo non sia imbarcare il poco affidabile Carlo Calenda.
Roberto Parodi, sarà lei il primo sindaco influencer di Milano?
«Già la parola mi fa girare i maroni».
Influencer?
«Persone in cerca di visibilità che vogliono vendere piastre per capelli e abbonamenti a piattaforme cinesi».
Da querela.
«Mia mamma, la professoressa Laura Parodi, giustamente s’incazza: “Hai studiato, hai fatto il banchiere alla JP Morgan, hai scritto nove libri, hai diretto una rivista. Ora fai l’influencer”».
Aspirante sindaco, però.
«Non che per queste cose ti proponi. Fino a febbraio, certo, se n’è parlato».
E adesso?
«La botta del referendum, i casini creati da Trump, l’aumento della benzina. La destra non vive un buon momento».
Il «Parods», suo nome di battaglia, teme la sconfitta.
«De Coubertin diceva che l’importante è partecipare. Col piffero! L’importante è vincere. Per lo meno, avere buone probabilità».
Non s’immolerà.
«Le probabilità sono basse. Non vorrei finire come quell’eroe di guerra che esce dalla trincea offrendo fieramente il petto ai nemici».
Chi l’ha sondato?
«Due partiti di destra».
Democristiano.
«Più da pentapartito».
Conservatore?
«Moderatamente».
Tendenza Meloni?
«Mi piace molto. La compagine governativa, però, non è sempre al suo livello».
È stato ad Atreju.
«Mi hanno invitato per un bel dibattito su elettrico ed ecologia. La mobilità mi sta a cuore. Sono un ingegnere meccanico».
Qualcuno osa: «È un Vannacci più chic».
«Ho massimo rispetto nei confronti di un ex generale della Folgore, ma sono piuttosto lontano da alcuni suoi eccessi ideologici».
Quali?
«I riferimenti alla Decima Mas, per esempio. Anche se condivido chi fatica a definirsi antifascista, parola ormai ostaggio dei peggiori attivisti: da Askatasuna all’estrema sinistra. Sono quelli che vanno in giro a spaccare Milano sventolando tutte le bandiere, meno che il tricolore».
L’epopea di Beppe Sala volge al tramonto.
«Nel secondo mandato ha svaccato. Ha finto, in malafede, che un certo tipo di immigrazione non fosse un problema».
La città è in mano ai maranza?
«È aumentata la piccola criminalità, quella che continuano a giustificare e blandire. Vadano a farsi un giro a Piazzale Corvetto. Poi provino a ripetere che i migranti sono tutti buoni, belli e bravi».
Le «risorse» evocate a sinistra.
«Portano una nuova cultura: questo è l’approccio ideologico. Si continuano a giustificare politicamente. Vedi quello che è successo a Modena».
Salim El Koudri si è lanciato in auto sulla folla.
«Prendono per il culo la gente. Se fossi al posto loro, farei una riflessione. Quando escono queste notizie, vado a leggere cosa scrivono i lettori di Stampa e Repubblica. Il 90% dei commenti era contro le palle sparate dal sindaco di Modena».
Ha provato a minimizzare.
«Attaccando il governo e chi spaccia cattiverie. Bisognava fare passare l’attentatore da italiano: era solo uno psicolabile, la religione non c’entrava niente. Dopo aver letto i suoi messaggi, abbiamo scoperto che schiumava odio contro i cristiani. È il palese fallimento della decantata accoglienza».
Immigrato di seconda generazione.
«Un’aggravante. Grazie al nostro Paese aveva casa, camicia e laurea. Continuiamo a importare disagio sociale. Anzi, ancora peggio».
Cosa?
«Gente che non abbiamo scelto. Nel 1901 finivi a Ellis Island prima di entrare in America. Se non gli andavi bene, montavi sul piroscafo e tornavi a casa con le pezze sul sedere».
Ora c’è troppo permissivismo?
«Noi abbiamo Open Arms che carica duecento persone. Se l’Italia non li vuole, va a processo il ministro degli Interni. Se fa i centri in Albania, i magistrati decidono che non possono funzionare. Ma questo era un segnale: non solo ai migranti, ma alla cricca che li porta qui».
Comprese le Ong?
«Sanno che comunque c’è la Rackete che li carica al largo di Tripoli. Il messaggio, allora, doveva essere: “Non vi facciamo più sbarcare, andate direttamente in Albania”».
Tantissimi poi arrivano a Milano.
«Tre cose cambierebbero la città senza troppo sforzo. La prima è, appunto, la guerra totale a microcriminalità e degrado».
Non sembra agevole.
«Basterebbe usare la polizia locale: è un piccolo esercito, numeroso come quello della Norvegia».
Poi?
«Un’onesta e pragmatica rivoluzione della mobilità. Basta ideologia. L’applicazione becera del Green deal non ha dato alcun beneficio: né alla viabilità né all’ambiente».
Le ciclabili restano il vanto del sindaco.
«Penalizzano le macchine. E le usano solo i privilegiati: devi vivere vicino all’ufficio, godere di ottima salute, tornare presto la sera. E se piove? E se stai a Truccazzano?».
Vuole incentivare quelle che lei chiama «macchinine a pile».
«Sulle elettriche vale lo stesso discorso: serve la wallbox, un ampio box e più soldi per comprarle. Un’altra élite. Ma basta che non impongano di vendere le Euro 6 che vanno benissimo».
«Inquinano meno della scorreggia di un criceto», assicura.
«Circolavano i dati sulla qualità dell’aria. Hanno smesso di darli».
Perché?
«Era peggiorata, visti i colli di bottiglia e le code».
Lei gira a bordo del «Naftone», una Range Rover azzurra del 1984.
«Palese provocazione: è un’auto d’epoca che gode di qualche deroga».
Terza cosa?
«Ripensare culturalmente la città, diventata cafona e rumorosa. Basta con questa attrattività da influencer, con i cocktail a ventidue euro e il sushino».
Si ostenta?
«Un po’ come a Dubai. Ci sono i super ricchi e quelli che non ce la fanno. La borghesia sta sparendo».
Milano è antipatica?
«Respingente. Non puoi più entrare perché c’è l’area B. La metropolitana chiude a mezzanotte. Uno di Busto Arsizio che fa?».
Torna nel contado.
«Sono orgogliosamente sabaudo. Milano mi ha accolto dandomi tutto: opportunità, soldi, case».
Nato ad Alessandria.
«Ma vivo qui da quando avevo venticinque anni».
Sessantadue anni.
«Io dico sessanta».
A cinquantuno decise di cambiar vita.
«Non sono un sostenitore del vendo tutto e apro un chiringuito in Costa Rica. Avevo tre figli. Non potevo fare stupidaggini, ma arrivò un’offerta».
Come andò?
«Ho sempre avuto un talento: raccontare, coinvolgere, intrattenere. Mentre facevo il banker, di notte scrivevo libri e articoli sulla mia passione».
Le moto.
«Mi chiamò un altro grande esperto: Yves Confalonieri, dirigente di Mediaset».
Il figlio di Fedele.
«Aveva letto due di quei libri. Mi spiegò: “Vorrei farci un format”. Dopo che lo scrissi, domandò: “Ti piacerebbe anche condurlo?”. E lì venne fuori l’allineamento astrale».
Ovvero?
«C’era stata la crisi dei subprime. Il mondo degli investimenti non era più tanto divertente. Io ero un altissimo dirigente, che guadagnava un fracco di soldi».
La sua poltrona scricchiolava?
«Anche quella di tutti i colleghi. La gente pensa che i banker abbiano una gran fortuna».
Non è così?
«Ho sempre tenuto a mente Ungaretti: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. In queste grandi società non arriva mai la Cgil a salvarti il fondoschiena».
Quindi?
«Mi sono preso una liquidazione della madonna e ho cominciato a fare il conduttore. Poi sono diventato direttore di Riders, una rivista per motociclisti».
Fino alla luminosa carriera sui social.
«Un colpo di culo. Quando scoppiò il Covid, tutti stavano attaccati al computer sparando stupidaggini. Così, ho iniziato a parlare dei morti di figa che telefonavano alle fidanzate chiuse in casa. Ma è con un altro sproloquio che ho fatto il botto».
Su cosa?
«I dieci errori di look nelle donne: due milioni di visualizzazioni. Adesso ho un milione e mezzo di follower».
Tanti.
«Tantissimi. Guadagno più di quando ero direttore della Société Générale».
Improvvisa?
«Mai. Ogni parola è soppesata decine di volte. È fondamentale il gancio iniziale: hai otto secondi per evitare che scrollino».
Quanti video a settimana?
«Li faccio quando mi vengono. E mi vengono solo quando sono incazzato».
Lo scorso martedì ha esordito in teatro con il monologo Non trovo parcheggio.
«C’è tutto il repertorio: le auto elettriche, le biciclette, le mamme radical chic alla Jacaranda che fanno togliere le scarpe prima di entrare a casa».
La filosofia del «Parods» in una frase.
«Se ha le tette o le ruote, prima o poi ti darà dei problemi».





