Antonio Di Pietro, già eroe di Mani Pulite, l’hanno strappata alla quieta esistenza da Cincinnato nella sua Montenero di Bisaccia.
«Dal 2016 ho deciso di ritornare semplice cittadino. Si discute però di una riforma costituzionale. Non è di questo governo e nemmeno dei prossimi. Ho sentito il dovere di impegnarmi».
Perché?
«Perché io c’ero. Sono stato poliziotto, commissario, magistrato, indagato, parte civile, testimone, avvocato. Ho indossato ogni abito processuale. E a seconda della giacchetta che porti, cambia tutto. Non c’è niente da fare: quando diventi imputato, si innesta un timore difficile da comprendere».
La paura della legge?
«È il connubio tra accusa e giudice che intimorisce. Quando uno dei giocatori fa anche l’arbitro, non ci si sente sereni».
Nemmeno lei lo era?
«Dopo aver lasciato la toga, ho subito richieste di rinvio giudizio incredibili. Sono riuscito a difendermi, ci mancherebbe altro. “Vabbè, ha vinto tutte le cause” dicono adesso. Sì, certo. Ma intanto la mia carriera, prima da magistrato e poi da politico, è stata distrutta».
Smessa la toga, è entrato in politica.
«Dopo aver fatto per due anni l’imputato a Brescia, sono stato nominato ministro nel governo Prodi. Mi sono dovuto dimettere sei mesi più tardi: avevano pubblicato la notizia di un altro avviso di garanzia. Alla fine, sono stati condannati i miei accusatori».
Tra gli ex colleghi, chi l’ha difesa?
«Nessuno. Io ero un battitore libero. Questo ha dato grande forza a Mani Pulite, però mi sono ritrovato nudo quanto ho dovuto affrontare quelle inchieste».
Adesso è stato arruolato della Fondazione Einaudi.
«Non mi sarei mai schierato con un partito. Questa riforma serve ai cittadini. E sarà un referendum tre per uno: separazione delle carriere, sorteggio e Alta corte disciplinare. Bisogna votare sì, per non continuare a mischiare cavoli e fagioli».
Tradotto dal dipietrese: pm e giudici.
«Siamo fratelli di sangue. Abbiamo superato un concorso identico, progrediamo insieme nella carriera, commettiamo gli stessi errori».
Lei è il vessillifero della controparte governativa.
«Io porto il vessillo di una riforma che si discute da trent’anni, fin da quando la voleva il centrosinistra».
A quei tempi, aveva fondato l’Italia dei Valori.
«Il Pd scriveva che la separazione delle carriere era “inevitabile”. Tanto è vero che ora molti esponenti dell’opposizione, alcuni apertamente e altri sommessamente, sanno che è nell’ordine naturale delle cose».
Lei non si sottrae.
«Perché ho due preoccupazioni».
Ovvero?
«Intanto, il rischio di politicizzazione. La riforma è difficile da spiegare. E io temo che tutto si risolva in un voto a favore o contro il governo. L’altro giorno l’ho spiegata a un gruppo di amici in paese. Alla fine, uno m’ha detto: “Sci sci, va buòne… ma io a quella nun la voto”».
E il secondo?
«La differenza tra sì e no potrebbe non superare i due milioni di voti: più o meno, il numero degli italiani all’estero che partecipano alle elezioni. Diverse inchieste hanno già dimostrato che quei pacchetti di preferenze, arrivati ancora per busta, sono spesso controllati. Dentro ci sono pure le schede di morti e ignari. Eppure, per evitare brogli, basterebbe fare votare tutti nelle ambasciate o nei consolati. Come si fa alle europee».
Il fiuto resta.
«Mi domando come non abbiano fatto a pensarci prima. Visto che ci siamo, avanzerei anche un altro dubbio».
Quale?
«Se passa la riforma, bisognerà fare le leggi attuative».
Ci pensano i burocrati.
«Che sono quasi sempre magistrati. La politica parla di massimi principi. Poi, però, gli aspetti tecnici li segue la stessa gente da quarant’anni: dirigenti, funzionari, capi di gabinetto».
Rischiano di annacquare?
«Tu hai scritto bianco, ma i tecnici-magistrati lo riscrivono in modo che diventi grigio».
Gli ex colleghi l’accusano di alto tradimento.
«La vita si sale a scalini. Guardarsi indietro è un gesto di maturità. Detto questo, io non ho mai cambiato idea».
Tanti, nelle segrete stanze, sono favorevoli?
«Anche stamattina mi ha telefonato un ex collega della Cassazione, annunciandomi il suo sostegno».
Cosa spaventa i ferocemente contrari?
«Non risponderanno più alla propria corrente, ma alla propria coscienza. Abbiamo scoperto il caso Palamara perché l’abbiamo intercettato. Ma quanti altri Palamara c’erano nel Csm?».
È stato il colpo definitivo per la credibilità della categoria?
«Ai tempi di Mani pulite il consenso era del 97%. Oggi non arriva al 50».
Perché?
«Inutile nascondersi dietro a un dito. Una grossa fetta di responsabilità ce l’hanno pure i magistrati, che non hanno mai fatto autocritica. A cominciare dall’Anm. Se cerchi chi ha commesso il reato, fai il tuo dovere. Se fai indagini esplorative, nella rete finiscono tanti innocenti. Su cento persone, ne vengono condannate una ventina in primo grado, poi ancora meno».
L’hanno fatto tanti suoi emuli.
«I dipietrini non sono più partiti dal fatto, per individuare il colpevole, ma dalla persona, per capire se aveva commesso qualcosa. Quindi ci siamo ritrovati casi come quello del sottoscritto, che ha avuto 37 avvisi di garanzia».
Le risponderebbero: c’è l'obbligo dell’azione penale.
«Ma dev’essere sempre rapportata a un reato credibile. O davvero vogliamo credere che il procuratore di Pavia sia stato corrotto dalla famiglia Sempio? Alla fine, bene che vada, la montagna avrà partorito il topolino».
Si dibatte anche della famiglia del bosco.
«Avrebbero sbagliato perfino a far svegliare i figli all’alba. Non capisco. Mi dovrei sentire in colpa pure io, che mi alzo prestissimo?».
Perché, da Garlasco a Palmoli, si persevera?
«Per eccesso di zelo. Hanno cominciato un’inchiesta e devono dimostrare quel che pensano. Su ognuno di noi si trova sempre qualcosa, quando ti rigirano come un calzino».
Pure Mani pulite non viene spesso considerata un modello di garantismo.
«Ancora adesso ci sono molte persone che criticano quell’inchiesta per l’eccessiva violenza. Sono accuse che rigetto totalmente. Le esigenze cautelari c’erano. Alla luce di quello che poi è successo, dicono che abbiamo avuto la mano pesante. Bisogna però tenere conto della realtà di allora».
Si pente di qualcosa?
«Mi guardo allo specchio e rivendico tutto ciò che ho fatto. Ma ci sono stati i suicidi: essere orgoglioso non è sufficiente. Porto quei pesi sulla coscienza».
A partire dalla morte di Raul Gardini?
«Dal punto di vista giuridico, so benissimo di non avere colpe. Però si è suicidato perché doveva venire da me, un quarto d’ora prima dell’interrogatorio. Dopodiché, cosa avrei dovuto fare? Con il senno del poi, sono tutti bravi. Se sai che uno si butterà dalla finestra, la vai a chiudere prima. Che ragionamenti sono?».
I magistrati hanno troppo potere?
«Cento volte più dei politici. Per questo è quantomai balzana l’idea della loro sottomissione al governo, che vogliono fare passare i contrari. Abbiate pazienza: un pubblico ministero non è subordinato a nessuno. Può essere fermato solo da un altro pm o da un quintale di tritolo».
La riforma potrebbe arginare lo strapotere delle correnti?
«Sono loro che hanno il pallino in mano. Controllano nomine, promozioni, sanzioni. Decidono chi può andare al bagno in quel momento e chi deve rimanere seduto».
I favorevoli vinceranno il referendum?
«La maggior parte dei cittadini andrà a votare senza precise conoscenze. Si rimetterà ai cosiddetti maestri, buoni o cattivi che siano».
Chi sono i cattivi maestri?
«Chi non racconta oggettivamente i fatti, come fa l’Anm. Dice che questa riforma finirà per mettere il pubblico ministero agli ordini dell’esecutivo. Benedetto Iddio: puoi votare sì o no, ma il presupposto dev’essere vero. Al contrario, si continua a sostenere il falso».
Il sindacato delle toghe non partecipa ai dibattiti.
«Sembra come quel film di Moretti: “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”».
Lei battaglia, invece.
«Non porto la bandiera di nessuno. Solo quella della Costituzione».
Ha abbandonato la vita da Cincinnato.
«La campagna, per qualche mese, può aspettare. Lo diceva pure mio padre: con le nuvole o con il sereno, la terra sempre là resta».
Luca Zaia, ex governatore del Veneto, lo scorso giovedì ha aperto la prima seduta del Consiglio regionale.
«Alle 9.30 spaccate».
Ha sfoderato piglio asburgico.
«Il popolo guarda e giudica. Abbiamo grandi aspettative. In aula si sono sentiti interventi alti e nessuna tromboneria».
È stato inflessibile con i colleghi.
«Il mio compito è dirigere in modo super partes, senza sforare».
Ha imposto il voto per alzata di mano.
«Sono un uomo del digitale. Amo le nuove tecnologie. Devono funzionare, però. Allora, ho detto: “Spegniamo i computer. Non perdiamo altro tempo”».
Urge velocizzare.
«Su quattro ore, alla fine abbiamo splafonato di qualche minuto. Sono un manager e ottimizzo il processo. Cerco di far bene il nuovo mestiere».
Dopo tre legislature da presidente.
«Ci siamo impegnati con un bel programma, in continuità con i miei quindici anni e mezzo. Bisogna fare le leggi, per dar modo alla giunta di essere operativa».
Pochi credono che un fuoriclasse come Zaia rimarrà a lungo a Palazzo Ferro Fini.
«Cerco di prendermi poco sul serio. Occorre relativizzare quello che succede. Dopo la pioggia, arriva sempre il sereno».
Fuor di metafora?
«Ogni nuovo percorso può diventare un’opportunità. Ce l’ho nel sangue: qualsiasi roba, anche la più piccola, devo farla al meglio. Non sono uno di quelli che sta lì, a sbattere la testa contro il muro. Citando il titolo di un mio libro: I pessimisti non fanno fortuna. Dopodiché, ovviamente mi guardo intorno».
L’odierno ruolo potrebbe essere un buon allenamento per diventare presidente della Camera o del Senato?
«A ‘sto punto, fatto trenta facciamo trentuno: aggiungiamoli a sindaco di Venezia, presidente dell’Eni, parlamentare e futuro ministro. Ho sei possibilità, allora. Grasso che cola, eh».
Snoccioliamo le singole ipotesi.
«Ma no, lasciatemi prendere fiato. Sono stati anni impegnativi. L’acqua alta a Venezia, la grande alluvione, un terremoto nel Polesine, il Covid».
E dopo aver rifiatato?
«Restano tutte possibilità di cui si comincerà a discutere tra marzo e maggio».
Nell’attesa, avrà tempo da dedicare alla Lega.
«Sono un militante storico, nel partito più vecchio del Parlamento. Le nostre battaglie rimangono epocali. Come quella di Salvini con Open Arms».
È stato appena assolto dall’accusa di aver impedito lo sbarco della Ong spagnola.
«Matteo ha dato voce a tutti quei cittadini che si ritrovano assediati nelle loro città, per colpa dell’accoglienza senza se e senza ma. Non significa mancanza di compassione o solidarietà. Ma quello è un modello sbagliatissimo, che è stato portato avanti per anni».
Si continua a parlare di un nuovo Carroccio ispirato al modello tedesco, dove l’identitaria Csu bavarese è federata con i conservatori della Cdu.
«Non è certo una novità. Ne avevo già parlato anni fa con Salvini. E l’ho rifatto, recentemente, a Pontida. A ragion venuta: l’autonomia nasce con me, in Veneto».
Quindi?
«Dico semplicemente questo: ci sono due Italie. Il fallimento del modello centralista, nato il primo gennaio del 1948, è evidente. Trovo immorale che un bambino abbia un futuro diverso, se nasce a Milano piuttosto che a Crotone. O che ci siano ancora cittadini costretti a far le valigie per andare negli ospedali del Nord».
La Lega dovrebbe adeguarsi?
«Questo Paese, volente o nolente, cambierà. Così come i partiti: le istanze del militante del Pd di Campione d’Italia sono diverse da quelle del militante di Canicattì. Tutti indosseranno una veste più federale. Sarà inevitabile. Non possiamo riempirci la bocca di nazione e Costituzione, senza prima riconoscere l’ovvio: c’è una questione meridionale che non si può risolvere con l’assistenzialismo».
I governatori del Carroccio sollevano pure la «questione settentrionale».
«Dobbiamo smettere di pensare che sia da egoisti parlarne. Le quattro regioni del Nord guidate dalla Lega hanno un residuo fiscale attivo. Bisogna ascoltarle».
Tanti nel partito la vorrebbero referente per il Nord.
«Sono temi da affrontare, eventualmente, in un congresso. E comunque, non mettono in discussione la figura del segretario».
Gli ex colleghi sono venuti a omaggiarla dopo il trionfo. Tifano per «il Doge».
«Con loro, conservo un rapporto straordinario. Come Salvini sa benissimo, la Lega ha la fortuna di avere una squadra di governatori eccezionali, amati dal popolo. I nostri amministratori sono il vero patrimonio del partito. Lo spartiacque tra movimento di protesta e proposta furono proprio i nostri sindaci. Ci hanno permesso di crescere e prendere un sacco di consensi. Penso innanzitutto a Gentilini».
Lo «sceriffo» di Treviso.
«C’è una Lega prima Gentilini e una Lega dopo Gentilini. Quelli come lui ci hanno sdoganato come forza di governo. Anche i grillini riempivano le piazze, dicendo che avrebbero fatto sfracelli. Una volta messi alla prova, li hanno cacciati. Noi, invece, siamo qui da trent’anni».
Dopo il veto sulla sua lista civica, a metà ottobre, lei è sbottato: «Se sono un problema, vedrò di diventarlo davvero».
«Poi mi sono candidato e abbiamo preso il 36%, stravolgendo ogni sondaggio che ci dava punto a punto con Fratelli d’Italia».
Era un messaggio all’alleato?
«La campagna elettorale è finita. Ognuno ha fatto la sua corsa. Loro, in consiglio regionale, dimostrano grande lealtà. E considero Giorgia Meloni il migliore presidente del Consiglio possibile. Sta dando al Paese un prestigio internazionale che non si vedeva dai tempi di Berlusconi. Ha investito nella politica estera, in un mondo sempre più piccolo. Una scelta intelligente».
L’opposizione eccepisce.
«Se avessimo lo spread a 200 punti, sarebbero scesi in piazza con i cartelli. Invece, il differenziale è ai minimi storici. Non si tratta di un primato teorico. Vuol dire pagare meno il debito pubblico e avere risorse da investire per gli italiani, a cominciare dalla sanità».
Alle ultime regionali ha preso oltre 200.000 voti. Un record assoluto. Le piacerebbe cimentarsi in un’elezione nazionale?
«Non anticipo nulla, per ora sono concentrato sul mio nuovo incarico. Questo non è un parcheggio. Ho ancora un elenco interminabile di cittadini che vogliono incontrarmi».
Cosa le chiedono?
«Mi raccontano pure della lite con il vicino. Come dico a tutti: non ho la sfera di cristallo, ma ascolto e cerco di consigliare».
Il suo vittorioso slogan è stato: «Dopo Zaia, scrivi Zaia».
«Ho vissuto in mezzo al popolo per oltre quindici anni, prendendo decisioni non sempre facili: pandemie, catastrofi, alluvioni... Ma io sono un uomo da pantano. È il terreno in cui mi muovo meglio».
Il ricordo più lieto, invece?
«Aver portato le Olimpiadi invernali in Veneto. La candidatura di Cortina l’ho inventata io».
Presenzierà o guarderà da lontano?
«Qualche ora fa mi hanno invitato alla cerimonia d’apertura a Milano, il 6 febbraio».
Ora anche le sue strade potrebbero portare a Roma. Proprio mentre Attilio Fontana avverte sul rischio della politica «all’amatriciana».
«Quella politica l’ho già conosciuta da giovane, quando fui chiamato all’Agricoltura. Il presidente Napolitano mi chiese: “Che ministro sarà?”. Io risposi: “Con le scarpe sporche di terra”. In quegli anni non partecipai mai a un convegno, giravo le aziende e incontravo i contadini. Alla fine, tutto si riduce a un problema di interpretazione».
Tranquillizziamo il governatore lombardo.
«A Roma l’autoreferenzialità diventa un pericolo reale, ma non c’è politica senza rapporto con il popolo».
Non si strugge per il potere?
«Ho sempre vissuto con spirito di servizio. Anche la parola ministro vuol dire servitore. Ripartiamo dall’etimologia».
Intanto, presiede il consiglio veneto.
«Mai si dovrà dire che l’ho gestito male».
Nel frattempo?
«Riordino le idee».
In che modo?
«Cammino. Faccio sette chilometri al giorno».
Medita sul suo luminoso domani?
«Seneca scrive che non è la vita a essere breve. È l'uomo che l’accorcia, sperando nel futuro senza vivere il presente».
A cosa pensa, allora?
«Sono figlio di un meccanico e una casalinga. Penso a quelli che non arrivano a fine mese».
La risposta alla scoppiettante Atreju è stata una grigia assemblea piddina





