A Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, tocca il compito più arduo del momento: la trattativa sulla legge elettorale.
«Con il centrodestra abbiamo trovato sintesi immediata. Con le opposizioni proviamo a discutere da una vita».
Non cedono.
«Sono dilaniati da due tentazioni: fingere di criticarla sperando di vincere oppure affossarla sognando governi tecnici».
Vi favorisce, assicurano.
«Così ammettono che non prenderanno mai un voto in più di Giorgia Meloni e preferiscono il pantano».
Temete di perdere le elezioni, aggiungono.
«È l’esatto opposto. Con le regole attuali saremmo il partito di maggioranza relativa. Si potrebbero dare le carte e cambiare gli alleati di volta in volta. Ma non siamo come la sinistra, che per le poltrone è disposta a cambiare idea».
Sovvengono i governi Conte.
«Appunto. Non vogliamo ripetere quello che hanno fatto 5 stelle e Pd nella scorsa legislatura».
Chi tifa governissimo?
«Non tutti. C’è anche chi vuole andare alle elezioni con la nuova legge, ma finge di essere contrario».
Chi?
«Se fossi Elly Schlein farei una riflessione: meglio augurarsi di prendere più voti per guidare l’Italia o ambire a un pareggio per venire rottamata un minuto dopo?».
Le commissioni si susseguono.
«L’impianto, però, non cambia: governa la coalizione che prende un voto in più».
Grazie a un generoso premio di maggioranza.
«Quello previsto alla Corte costituzionale: massimo il 55%».
Donzelli resta un inguaribile ottimista.
«Questa riforma serve all’Italia. Se ci ritrovassimo nuovamente ad aver bisogno di novanta giorni per formare un governo, bruceremmo miliardi di investimenti».
Sarà approvata entro l’estate?
«Alla Camera mi auguro proprio di sì».
Melonellum o Stabilicum?
«Stabilicum».
Scadenza naturale o elezioni anticipate?
«Si voterà nel 2027».
Quando?
«La nuova legge elettorale permetterebbe una maggioranza solida, quindi anche in autunno. L’attuale costringerebbe ad anticipare in primavera, per evitare di finire a ridosso della finanziaria».
Comunque vada, batterete ogni record.
«Il 4 settembre questo governo diventerà il più lungo della storia. Ci ha preceduto però Silvio Berlusconi. Il primato resterà al centrodestra».
La stabilità è il dogma.
«Porta credibilità, investimenti e occupazione. E consente scelte di lungo respiro. Meloni è riuscita a far approvare in Europa le norme per frenare l’immigrazione selvaggia mettendo insieme liberali, conservatori e popolari».
L’avversato «modello Albania».
«Giorgia ha avuto tre anni di tempo per spiegare e trattare».
Trump, invece, continua ad attaccarla: avrebbe implorato il suo perdono.
«Per il bene dell’Italia, cerchiamo di tenere buoni rapporti con tutti senza farci mettere i piedi in testa da nessuno. Questo può aver dato fastidio».
Una scomposta reazione a un presunto sgarbo?
«Ha confuso l’amicizia storica tra due popoli con una sudditanza personale che non avremo mai. Non abbiamo concesso agli Stati Uniti la base di Sigonella per bombardare l’Iran. Ma non si può considerare uno sgarbo la difesa dell’interesse nazionale e dei trattati».
«Vuole tornare mia amica perché è in calo di popolarità», dice il presidente americano.
«Non sono certo che essere amici di Trump sia fonte di popolarità. Andiamo avanti considerando un valore l’unità dell’Occidente e proseguiamo con il nostro lavoro».
Gli alleati, nella nuova legge elettorale, non vogliono le preferenze.
«Fratelli d’Italia ha già annunciato che presenterà un emendamento. È giusto che, su un tema simile, si esprima tutta l’aula».
Cercando una maggioranza diversa?
«Ciascun parlamentare valuterà cosa reputa più opportuno».
Nei sondaggi i due partiti calano.
«Forza Italia e la Lega restano molto più stabili di quanto raccontino in giro. Li hanno dati anche in passato per spacciati molte volte e invece sono in ottima forma».
Intanto, Vannacci incombe.
«Fin dall’inizio c’è stato chi ha voluto remare contro: dai commentatori di La7 a certa magistratura politicizzata. Ora s’è aggiunto qualcun altro che si definisce di destra».
La sporca dozzina.
«Per sei volte hanno votato con la sinistra. Quando siamo in aula a difendere il governo di destra, tra Boldrini e Soumahoro interviene Pozzolo».
Già espulso dal vostro gruppo, ora è deputato di Futuro nazionale.
«Sono stati eletti per sostenere il centrodestra, ma in questo momento ci stanno palesemente ostacolando insieme al cosiddetto campo largo».
L’eterno trasformismo?
«Mi sembra fattuale».
Meloni dice che aiutano la sinistra.
«Quando i 5 stelle hanno attaccato vergognosamente Giorgia sulle famose ginocchiere, lei ha risposto per le rime. Nella maggioranza c’è stata una standing ovation. Quei parlamentari sono rimasti al loro posto, glaciali».
Il generale non è un alleato.
«In questo momento è un alleato delle opposizioni».
Vannacci o Calenda?
«Calenda fa un’opposizione netta al governo, ma non all’Italia. Porta avanti provvedimenti senza pregiudizi ideologici. Su certi temi, come il nucleare, abbiamo trovato una sintesi. Mi sembra un comportamento molto serio».
Bisognerà recuperare al centro i voti che si perdono a destra?
«Gli elettori di destra faranno di tutto per non lasciare l’Italia in mano a Schlein e Conte».
Il centrosinistra dibatte sulle primarie.
«Non ci interessa».
Renzi incorona Silvia Salis.
«La mia solidarietà a Matteo. È diventato il parente di cui ci si vergogna, da nascondere nelle foto di famiglia».
Il giovane Donzelli è stato uno strillone per la società del padre Tiziano, che distribuiva quotidiani a Firenze.
«Avevo vent’anni e studiavo all’università. Mio padre era morto da poco e non volevo pesare economicamente. Ho fatto mille lavori: ripetizioni, pianoforte, baby sitter, animatore. E anche lo strillone per i Renzi».
Racconti.
«Facevo spesso sia il turno delle sei di mattina che quello di mezzanotte, per guadagnare di più. Distribuivamo La Nazione».
C’era pure Matteo?
«Ogni tanto passava».
Lo chiamavano «il bomba».
«Lo conoscevo bene. Ci incontravamo agli scout: lui era nel gruppo di Rignano sull’Arno, io in quello di Firenze. Sua madre qualche volta mi ha fatto persino da capo».
Quasi amici.
«Qualcuno racconta che alle elezioni universitarie mi abbia pure votato, ma io non ci credo».
Ha iniziato a fare politica nel 1993?
«Ai tempi delle stragi di mafia e Mani pulite. La prima Repubblica era agli sgoccioli. Mi innamorai di Fini: lo ascoltavo, riconoscevo le sue parole».
Una folgorazione.
«Borsellino aveva fatto il rappresentante del Fuan. L’Msi era stato l’unico partito non coinvolto in Tangentopoli. I ragazzi del Fronte della gioventù organizzavano i girotondi fuori da Montecitorio. E io all’università diventai per tutti “il fascista”».
Cosa successe?
«Il 25 novembre 1994 ci fu un convegno sulla par condicio con Storace, che sedeva nella Commissione di Vigilanza Rai. Ingenuamente, chiesi indicazioni ai ragazzi di un collettivo. Partirono calci e cazzotti. Mi salvarono quelli del Fuan. Tre giorni dopo, entrai nella loro sede. Era il mio compleanno».
In famiglia come la presero?
«Gli dissi: “Mi sono fatto un regalo: sono entrato nel Fuan”. La mamma, povera donna, si mise a piangere. Il nonno, fervente socialista, diventò rosso. Non sapevano più cosa dire».
Furono anni di grandi contestazioni.
«Una volta mi presero per i piedi, lasciandomi penzolare dal terzo piano nella tromba delle scale».
Perché?
«Stavamo distribuendo volantini a Scienze politiche».
Quando ha incontrato Meloni per la prima volta?
«Proprio in quel periodo. C’era una campagna nazionale sulla politicizzazione dei libri di testo. Da Roma vennero due dirigenti di Azione studentesca: Giorgia e Francesco Lollobrigida».
Entrò in consiglio comunale nel 2004.
«Misi il mio numero di telefono sui manifesti a lettere cubitali. Chiamavano a tutte le ore. Capii allora cos’è la politica. Tanti pensano sia ancora a Palazzo Vecchio. L’anno scorso chiamò una signora molto anziana. “Ho lo sciacquone rotto” disse. “Mi può dare una mano?”».
Da An passò al Pdl, infine nacque Fratelli d’Italia.
«Fu una liberazione. Il Pdl era un progetto in cui avevamo creduto, ma non si realizzò mai. Restavano mondi diversi: gli ex aennini e gli ex forzisti. Fratelli d’Italia, invece, diventò subito la nostra casa».
Gli inizi non furono esaltanti.
«Alle politiche nel 2013 i sondaggi ci davano al 6% e prendemmo l’1,97. Due anni dopo mi ritrovai in regione come unico consigliere del gruppo. Quando i sondaggi ci davano al 2,8, cercavo di fare il simpatico con i miscredenti: “L’obiettivo è togliere la virgola”».
Per arrivare al 28?
«A dire il vero, non ci credevo nemmeno io».
Fiere del libro e festival letterari vogliono imporre il pensiero unico: dal patentino antifascista al tentativo di zittire scrittori come Erri De Luca ed Eshkol Nevo, attaccati perché non parlano di «genocidio» a Gaza.
«Basta cacicchi», aveva promesso Elly Schlein.
«I cacicchi erano capi tribù del Sudamerica, gente riconosciuta dal popolo».
Vladimiro Crisafulli, detto Mirello, è considerato il più illustre esponente della vituperata categoria.
«Non mi sembra offensivo essere riconosciuti, ma loro sono abituati a dirigenti anonimi».
Già potentissimo senatore del Pd, si gode la vendetta sul cucuzzolo della Sicilia.
«Mi godo il risultato».
Eletto sindaco di Enna con un plebiscito.
«Praticamente».
Senza il simbolo del partito.
«Questo ha contribuito al mio straordinario successo».
Nientemeno.
«Quando prendi più del 64%, vuol dire che non ti ha votato uno schieramento ma una città che sceglie a prescindere dall’appartenenza».
Speravano di fregare l’intramontabile Mirello, ma gli hanno fatto un favore.
«Non c’è dubbio».
Nessun patimento?
«Io ho sofferto solo per il doloroso e traumatico addio al Pci. Il resto cosa vuole che sia?».
Perché le hanno negato il simbolo?
«Mi hanno detto che sono anziano».
Ha 75 anni.
«È una spiegazione totalmente priva di logica e argomenti. Gli ho chiesto allora di specificarlo nello statuto: si può candidare nel Pd soltanto chi ha un’età compresa tra i 20 e i 50 anni».
Chi ha eccepito?
«Il segretario regionale, Barbagallo, e tale Taruffi».
Responsabile organizzazione del Pd.
«Pare di sì».
Schleineiano ortodosso.
«A me sembra solo senz’osso».
Non proprio un acchiappa voti.
«Nemmeno un acchiappa simpatia».
E Barbagallo?
«Quando Togliatti venne a Messina ci spiegò che prima di tutto dovevamo essere comunisti siciliani».
Invece?
«Vedo soltanto appiattimento e incapacità. Ma noi abbiamo trovato un’alternativa molto originale».
Il campo largo si è fermato a Pergusa.
«Pd, 5 stelle, Avs e Casa riformista qui non si sono nemmeno presentati».
Bastava Mirello.
«Ho preso i voti anche per loro. Eventualmente, posso sempre distribuire qualcosa».
Modello Enna.
«Abbiamo creato un campo alternativo. Con noi c’erano pure pezzi del centrodestra moderato».
Anche l’altro cacicco per eccellenza, Vincenzo De Luca, ha vinto a Salerno senza simbolo.
«Un interrogativo se lo dovrebbero porre: come mai vinciamo dove non c’è il simbolo e spesso non vinciamo dove c’è?».
Volevano far fuori Crisafulli perché anzianotto.
«Dicono così. Io però non gli credo: il problema nasce dalla mia guerra all’attuale segretario in Sicilia e a chi lo sosteneva».
Alla fine ha deciso Schlein di non appoggiarla?
«Che si sia accodata o abbia dato il via, poco importa. In ogni caso, non ha avuto un ruolo diverso da quello di Taruffi».
L’ha incontrato?
«Durante un’assemblea regionale mi ha detto orgogliosamente che il suo nome, Igor, è un omaggio all’Unione sovietica. Gli ho riposto: “Figuriamoci io, che mi chiamo Vladimiro”».
Nel 2013 lei era finito tra gli impresentabili del Pd.
«Accuse ridicole. Ma Bersani decise comunque di non ricandidarmi».
Accettò di buon grado?
«Di buon grado, sicuramente no. Ne presi atto e basta».
Ha mai riparlato con Bersani?
«Evito di discutere con chi non è in grado di guidare un partito senza farsi condizionare».
Mirello è tornato.
«Romperò i coglioni a Barbagallo e Taruffi finché campo».
E a Schlein?
«Pure a lei, se continuerà a coprire l’attuale segretario regionale. È stato eletto, tra l’altro, con evidenti irregolarità».
Chi l’ha chiamata per congratularsi?
«Anna Finocchiaro, Luigi Zanda, Enzo Bianco, tanti dalemiani...».
Mezzo partito?
«Diciamo di sì».
Il «Barone rosso» continua a sorvolare sul capoluogo più alto d’Italia.
«D’Europa, per la verità».
Scruta l’orizzonte.
«Più in alto si va, più si allarga la visuale».
E cosa vede?
«Se non si mette mano al Pd, l’anno prossimo perderemo le elezioni: prima quelle regionali e poi quelle politiche».
A Roma l’alleanza con i 5 stelle arranca?
«Va fatta, ma non è sufficiente. Bisogna aggregare tutte le forze che vogliono costruire un’alternativa all’attuale governo: associazioni, mondo del lavoro, partiti».
Quali partiti?
«Forza Italia, per esempio. Come abbiamo fatto a Enna».
Il campo largo s’è impantanato?
«Basta con ‘sta manfrina delle primarie. Chiunque vinca, comunque perderà le elezioni. I 5 stelle a Schlein non la votano. Com’è successo a Messina: al primo turno hanno appoggiato il candidato del Pd, al secondo quello di Cateno De Luca».
A Venezia hanno sostenuto Simone Venturini, civico di centrodestra.
«Esattamente».
E chi sceglierebbe Crisafulli alle primarie?
«Schlein».
L’ha già votata nel 2023.
«E non me ne pento. Ha fatto un grandissimo sforzo per mettere insieme una coalizione».
Si continua a definire «testardamente unitaria».
«Deve capire però che questa coalizione non è sufficiente».
Vincerà lei?
«Forse sì, ma tanto non servirà a niente. Alle politiche il risultato non sarà la somma dei due partiti».
Quindi?
«Bisogna convincerla a non candidarsi, anche per non farle correre il rischio di venire sconfitta da Conte».
Allora?
«Ci vuole una soluzione alternativa alle primarie».
Il metodo della maggioranza?
«Dove il leader del partito che prende più voti diventa presidente del Consiglio».
Oppure?
«Un’intesa, come ai tempi dell’Ulivo: concordammo insieme chi era il più forte. Quel punto di equilibrio soddisfò tutti e ci trascinò alla vittoria, sia la prima che la seconda volta».
Anche Prodi fece le primarie nel 2005.
«Ma non furono davvero aperte: gli sfidanti erano Bertinotti o Mastella. Servirono però a coinvolgere oltre quattro milioni di persone».
Il campo largo sembra rissoso come il vecchio Ulivo.
«Molto di più. Allora i gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita, le due forze prevalenti, erano solidi. Questi sono acqua fresca. Non sanno cosa succede oggi e neppure domani».
Schlein si circonda di anonimi fedelissimi?
«Chi sceglie solo fedelissimi non fa il segretario. Fa il capocordata».
E se la nuova legge elettorale dovesse reintrodurre le preferenze?
«Io potrei candidarmi nel collegio di Taruffi».
Prenderebbe più voti?
«Di meno, certamente no».
«A Enna vinco con il maggioritario, con il proporzionale e pure con il sorteggio» disse una volta.
«Stavolta è andata così».
Grazie ai suoi buoni uffici, vent’anni fa nacque l’università Kore.
«Se non ci inventavamo qualcosa di nuovo, il destino di questa città era segnato. Dopodiché, siamo arrivati al dunque. Era necessario ottenere il decreto per riconoscere la quarta università dell’isola. Avevamo provato più volte, ma c’era totale chiusura. Gli altri rettori temevano la concorrenza».
A quel punto si mise a capo della rivolta.
«Occupammo l’autostrada Palermo-Catania. C’erano pure politici, studenti, cittadini. Alla fine il ministro firmò il decreto».
Lo scorso gennaio Massimo D’Alema è stato ospite dell’ateneo per un convegno sul futuro di Italia ed Europa. Ha parlato anche del campo largo.
«Sostenendo che vanno superati gli schemi rigidi».
Siete ancora in splendidi rapporti?
«È l’unico grande leader rimasto».
Ingeneroso.
«Brave persone, bravi compagni, bravi amici. Ma di teste veramente pensanti, sia sul piano della politica nazionale che di quella internazionale, non ce ne sono altre».
Mirello, che si definisce «il più democratico tra i comunisti», ha in serbo grandi cose.
«Dobbiamo rivoluzionare la città. È diventata sbiadita, senza prospettive. Allo stesso tempo, voglio contribuire a cambiare il partito e la politica siciliana. Saremo fastidiosi per tutti».
La rivincita dei cacicchi.
«Gli dimostreremo che siamo bravi, al di là dei loro starnuti. Hanno deciso di non fare politica, ma semplicemente di intonare ritornelli. In Sicilia nemmeno quelli: si accontentano del contro canto».
Li aveva avvertiti: «A Enna il Pd sono io».
«E così è finita».





