
«Cocco di mamma» ha due significati: uno letterale di «cocco di mamma sua», per indicare i malcresciuti, ma anche quello di «beniamino del potere». Il 9 agosto 2021 a Bergamo c’è stata una manifestazione di piazza contro il Green pass, per protestare contro la follia antidemocratica, antiscientifica e platealmente priva di senso logico se non la persecuzione del dissidente mediante sottrazione dei diritti più elementari, lavorare, entrare in un bar, salire su un treno. Il dissidente non «dissideva» da idee politiche (Lenin in realtà è un sorcio) o di tecnodittatura (l’auto elettrica è una boiata), non irrideva i padri della patria, per esempio asserendo che Draghi in realtà è un mediocre e Christine Madeleine Odette Lallouette, coniugata Lagarde, è ancora più mediocre di lui. Il dissidente non voleva che nel suo corpo fosse iniettato un farmaco sperimentale, con oscuri effetti collaterali e, come dichiarato nelle schede tecniche, nessuna efficacia nel bloccare la trasmissione della malattia. Non c’è stata nessuna violenza, eppure innumerevoli persone sono state fermate e identificate per «radunata sediziosa». Qualche mese dopo, il 4 ottobre 2021, sono stati usati idranti e lacrimogeni contro i portuali a Trieste che protestavano contro l’obbligo di Green pass stando seduti a terra con il rosario in mano.
Cosa deduciamo? Questi non erano cocchi di mamma, loro sì erano contro il potere. Cocchi di mamma sono stati i brigatisti rossi. Il loro incredibile successo, le pene ridicole cui sono stati condannati dopo delitti di una ferocia inaudita, l’essere stati poi accolti a parlare nelle università, dimostrano che i brigatisti rossi sono sempre stati pedine del potere, non il potere ufficiale, quello occulto, quello che comanda sul serio. Le Brigate Rosse non possono essere comprese pienamente senza considerare la trama di relazioni e appoggi esterni che, direttamente o indirettamente, ne favorirono la sopravvivenza e l’efficacia. Dietro l’immagine di un movimento rivoluzionario «autonomo», dedito alla lotta contro il «cuore dello Stato borghese», si nascondeva una realtà più fatta di legami ambigui, sostegni ideologici e, talvolta, veri e propri aiuti logistici provenienti da Paesi dell’Est e da organizzazioni mediorientali. Nonostante la loro retorica di «avanguardia proletaria», molti dei fondatori e dirigenti del gruppo provenivano da famiglie borghesi, con un solido background culturale: studenti universitari, figli di professionisti e piccoli imprenditori, spesso allevati in contesti benestanti. Molti brigatisti avevano come massima prova d’autonomia personale la capacità di soffiarsi il naso da soli, senza l’aiuto della tata, prima di impugnare una pistola in nome della rivoluzione, pistola che hanno impugnato con incapacità tecnica e infinita vigliaccheria, sparando in tre contro persone disarmate. Eppure la magistratura ha concluso che questi mocciosi da soli hanno architettato e portato a termine il rapimento Moro. Diverse inchieste hanno suggerito canali di collegamento con apparati del blocco sovietico, in particolare con il Kgb e la Stasi, soprattutto tramite movimenti terzisti o palestinesi usati come intermediari. Probabilmente ci fu anche un rapporto diretto e organico, sicuramente ci fu un flusso di «aiuti indiretti»: rifugi sicuri, documenti falsi, armi che transitavano in circuiti clandestini comuni a diversi gruppi rivoluzionari europei. Il Medio Oriente rappresentò poi un crocevia fondamentale: i campi di addestramento dell’Olp e di altre sigle palestinesi accolsero militanti delle Br e di altre organizzazioni armate europee. Quei legami, nati all’insegna della solidarietà antimperialista, fornirono esperienze militari, contatti internazionali e reti di fuga.
Il caso Moro si inserisce in questo contesto. Il sequestro e l’assassinio dello statista democristiano nel 1978 mostrarono un livello tecnico e logistico che andava oltre le sole forze interne, ma mostrò anche complicità micidiali a livello istituzionale. Moro non fu rapito in via Fani, non è pensabile che siano stati sparati decine di proiettili su un auto da cui l’ostaggio esce illeso e con gli abiti non sporchi per il sangue della sua scorta massacrata, ma la narrazione ufficiale ha accettato questa tesi. Nessun magistrato durante i processi ha chiesto conto delle quattro costole rotte di Moro, e incredibilmente i medici che hanno eseguito l’autopsia non hanno fatto i prelievi bioptici sulle linee si frattura per stabilirne l’esatta datazione.
Il rapimento e la morte di Aldo Moro con il massacro della sua scorta sono una ferita ancora aperta nella memoria nazionale, resa ancora più bruciante dalla mitezza delle pene scontate e dal sospetto tragico che una raffica di menzogne abbia coperto la vera narrazione, spezzando la fiducia del popolo nelle istituzioni. I brigatisti erano cocchi del potere. Tra i loro pochissimi meriti, in effetti l’unico, i brigatisti non c’avevano la mamma, nel senso che qualcuno li avrà pur messi al mondo, ma non ci siamo mai trovati le loro mamme tra i piedi a cinguettarci quanto carucci sono o erano i bimbi loro.
Quelli dei centri sociali sono in tutto e per tutto cocchi di mamma, sono pedine del potere di Davos e di Soros, e soprattutto sono pedine dell’islamizzazione dell’Europa, attraverso la beatificazione del vittimismo palestinese e di quello dell’immigrato, chiavi di volta dell’islamizzazione. Sono gli alfieri del potere che più odia il popolo, sono parassiti che ingrassano la loro filiforme ideologia con denaro pubblico: mentre le famiglie dei bambini disabili devono arrangiarsi da sole, loro sperperano fiumi di denaro dei contribuenti, non solo occupando e rubando elettricità e acqua, ma con i fiumi di denaro che ci costano le loro distruzioni o i loro disastrosi successi. Grazie a loro i lavori della Tav sono in ritardo di 10 anni e costeranno il 20% di più, ma tanto nessuno dei cocchi di mamma è un contribuente. Il poliziotto e il carabiniere, che sono difensori dell’ordine pubblico, cioè di un ordine all’interno del quale noi, il popolo, possiamo vivere decentemente, diventano il «nemico». Un esempio lo abbiamo già avuto con la beatificazione istituzionale di Carlo Giuliani ucciso per legittima difesa nei disordini di Genova durante il G8 del 2001, mentre tentava di colpire un carabiniere ferito con un estintore: il potere ha premiato il suo sacrificio intitolandogli uno spazio in Senato nel 2007. Durante tutta la folle gestione pandemica, italiani rinchiusi agli arresti domiciliari, persone lasciate senza stipendio per aver rifiutato pericolosi farmaci sperimentali, i bravi e giudiziosi cocchi di mamma dei centri sociali se ne sono rimasti zitti e buoni. Nessuno di loro è andato a sedersi di fianco ai portuali sui moli di Trieste. Quello che rende questi mocciosi col cappuccetto non meno pericolosi delle Br è il patto con la Jihad islamica: insieme a immigrati e maranza spaccano stazioni, auto e vetrine del popolo italiano, in una assoluta impunità, l’impunità appunto dei cocchi del potere.
Oltretutto, questi c’hanno la mamma. Come se già non fossero abbastanza ridicoli così come sono, mentre tutti in gruppo aggrediscono poliziotti che hanno l’ordine di non reagire, esibiscono pure la cara mammina, che ci informa che il suo è un bravo ragazzo. Già il termine ragazzo è ridicolo. Io a 22 anni ero sposata, a 23 ero medico. Il ragazzo dovrebbe finire a 16 anni, non andare mai oltre i 18. Gli uomini e le donne si assumono responsabilità, i ragazzi sono cocchi di mamma, e una mamma ci informa che il suo bimbetto ventiduenne con le guanciotte rosa è tanto un bravo ragazzo. Gentile signora, posso avere l’indirizzo di casa sua? Vorrei venire a trovarla, sfasciare la sua, di auto, a picconate, spaccare i vetri di casa sua e poi prendere a calci lei, solo perché lei sappia cosa si prova, senza nessuna acrimonia e in pieno senso dell’umorismo. Sa, sono una brava ragazza.






