«Non ho difficoltà a dire che Trump si sta comportando come un criminale».
Professor Franco Cardini, suppongo che la sua sia un’iperbole?
«Ma quale iperbole. Per decenni abbiamo dato del criminale a persone che spesso se lo meritavano, ma qualche volta no. E certamente la parola va usata con prudenza».
E stavolta, dopo gli attacchi inediti al Papa e al governo italiano?
«Trump è, almeno formalmente, l’uomo più potente del mondo, il capo di un impero che dai tempi della guerra di Corea perde tutte le guerre, ma che resta pur sempre un impero. E per come si sta muovendo, i casi sono due: o ha bisogno della visita di un medico - ma di uno bravo - oppure è un perfetto criminale, perché fa e dice cose che sono obiettivamente criminose».
A cosa si sta riferendo?
«Non si può accettare, con tutto il beneficio dell’ignoranza che si può accordare a chiunque, che lui dica di essere capace di spazzare via l’intera civiltà persiana. Lui non sa quello che dice: la civiltà persiana è una delle più grandi del mondo. Parla di mettere a ferro e fuoco quasi tutta la Mesoamerica e tutti i Caraibi, e nello stesso tempo continua a far circolare quelle grottesche immagini di lui che pianta la bandiera stellata sul territorio groenlandese».
«Il Papa è un debole». «Il Papa deve capire». «È stato eletto grazie a me». Da storico e intellettuale attento al presente, mi dica se le frasi del presidente Trump contro il Papa hanno mai avuto un precedente, anche andando indietro nei secoli?
«Un potere secolare che abbia parlato del Papa in quei termini? Mai successo nella storia. Mettersi contro il pontefice in un momento come questo non è un gesto paragonabile a quello che può aver fatto Enrico IV nell’undicesimo secolo, o Federico II, e nemmeno Napoleone nel Settecento. Quando c’era la lotta per le investiture gli imperatori parlavano del Papa, e qualche volta dicevano che era un eretico degno delle fiamme dell’inferno, ma non accompagnavano mai queste qualifiche con osservazioni del tipo: “Il Papa dovrebbe occuparsi soltanto di morale”».
In effetti è ciò che ha detto il vicepresidente Vance.
«Ma lui si rende conto di quello che dice? Sa cosa vuol dire “la morale”? La morale è qualcosa che nella vita politica moderna investe qualunque cosa: fare o non fare una guerra è fondamentalmente un fatto morale. Forse alla Casa Bianca pensano che la morale riguardi solo le pratiche sessuali? Trump crede che il Papa dovrebbe amministrare le mutande di ciascuno di noi, e limitarsi a quello».
Sia Meloni che Schlein hanno condannato l’attacco di Trump, in difesa di papa Leone XIV, e anche del governo italiano. È stata una reazione doverosa?
«Un sussulto di amore per la patria che non si vedeva da tempo. Mi sono piaciute entrambe, perché una volta tanto si sono ricordate dell’Abc della vita politica e, diciamolo pure anche se è un termine inflazionato, della democrazia. Un leader politico non è al servizio del suo partito, e tantomeno della sua rete di amici e sostenitori, bensì al servizio della nazione».
Auspica per l’Italia una linea diversa sul piano internazionale, mentre l’incontro a tre Meloni-Macron-Starmer sancisce una possibile «missione pacifica» in Iran?
«Bisogna che si metta da parte l’inveterato occidentalismo - letto da destra e da sinistra - e si colga il momento per ristabilire un minimo di dignità nei rapporti con la superpotenza americana. In questo momento, dopo averci raccontato tante balle sulla società iraniana - retta da un sistema problematico, ma coesa e vitale - sarebbe politicamente opportuno chiedere agli Usa un po’ di rispetto in più. La politica è anche questa».
Che fine farà la Nato?
«È una delle tante domande sul tavolo. La Nato ci ha difeso dai comunisti ieri, ma oggi da che cosa dovrebbe difenderci? E già che ci siamo, parliamo del vero verme nella mela: le Nazioni Unite, oggi assolutamente inutili perché paralizzate da veti incrociati, assolutamente antigiuridici. L’Onu va rifondata».
Come ha reagito il mondo cristiano statunitense di fronte agli attacchi di Trump al Papa?
«Trump si sta alienando le simpatie dei cattolici, ma cerchiamo di andare a vedere cos’è davvero il cristianesimo americano. Ci sono i tradizionalisti, che odiavano Francesco e non amavano Benedetto. Ma ci sono anche gli estremisti, e mi riferisco a quelle scene grottesche che abbiamo visto in televisione: la benedizione a Trump impartita da certi strani figuri. È strano che questi signori non vadano in giro vestiti come il Ku Klux Klan: sarebbe stata una sfilata interessante».
Era la preghiera collettiva dei pastori evangelici nello studio ovale. Nel frattempo, la consigliera spirituale del presidente, aderente al cosiddetto «Prosperity Gospel», dice che «Trump è stato tradito come Gesù».
«È una delle tante piccole chiese, chiesuole, le sette più strampalate, i cascami del cristianesimo americano - che però sono cascami di lusso, perché rappresentano ambienti ricchissimi e influentissimi. Questi gruppi incitano Trump ad andare avanti, e lo finanziano. Anche se forse Trump di finanziamenti non avrebbe bisogno, perché quando un bancarottiero diventa anche capo di Stato fa sì che le casse si riempiano d’oro».
Però possiamo dire che i credenti americani non seguono Trump nella sue dichiarazioni oltranziste degli ultimi giorni?
«Il grosso dei cristiani americani, davanti a questo cumulo di menzogne e di follie, sta reagendo. Ma ribadisco che non bisogna sottovalutare la mina vagante del cristianesimo fondamentalista perché, ripeto, non è fatta solo di sottoproletari che si rotolano per terra quando cantano i predicatori: ci sono anche fior di finanzieri e tecnocrati a guidarli».
Che giudizio dà delle prime file trumpiane, Rubio e Vance?
«Per il momento Rubio sembra ben intenzionato a fare sì che i suoi parenti, amici e collaterali si reimpossessino di Cuba, e forse si accontenteranno di quella. Poi c’è Vance, che potrebbe riservarci un cattolicesimo americanista e bellicista. Non mi sembra un personaggio rassicurante».
Guardando le immagini «provvidenziali» postate recentemente da Trump, in cui si vede il presidente in veste di guaritore miracoloso, che cosa profetizza?
«Quando la politica assume certi aspetti - che noi chiamiamo estremistici - finisce per forza di cose con il tracimare nel fanatismo apocalittico. È una vecchia storia che ci portiamo dietro da duemila anni».
Quale storia?
«Ogni cinque minuti ci diciamo che arriva l’Apocalisse, che poi però non arriva mai. Arriva la peste nera, arrivano i mongoli, ogni volta supponiamo di essere giunti alla fine dei tempi. E invece i tempi proseguono».
E oggi?
«Oggi effettivamente la corsa vorticosa della tecnologia in questi ultimi anni può far pensare di essere prossimi alla fine. A pensarci bene, è più ragionevole pensarlo adesso che non nel Cinquecento, quando c’era qualcuno che identificava l’Anticristo con l’imperatore Federico II».
E Trump si inserisce in questo filone?
«La storia insegna almeno questo: che le potenzialità distruttive dell’essere umano tecnologicamente attrezzato ed economicamente avido come l’homo occidentalis sono davvero impressionanti. E quindi in questo senso Donald Trump - dopo aver rovinato le sue élite, dopo aver rovinato il suo Paese, che ha bisogno di essere aiutato perché si stava già rovinando da solo - potrebbe anche rovinare l’intero genere umano. In questo senso, fa bene a comportarsi da apocalittico».
Il capo della resistenza anti Trump è diventato papa Prevost?
«Dopo gli scossoni del pontificato di Francesco, era sorta l’esigenza di un mite equilibratore. Per questo in principio avevo soprannominato papa Leone “sua mediocrità”, perché ha dovuto a lungo tacere, o parlare in sordina, e intavolare discorsi che sembravano un po’ la scoperta dell’acqua calda. Ma nel momento in cui Trump si è scollegato dalla realtà, Leone XIV ha agito da vero agostiniano: si è ricordato dell’attivismo politico, che consiste nella soggezione dei laici al potere ecclesiastico, quando ci sono momenti particolari in cui l’autorità spirituale deve far sentire la sua presenza. Stavolta il Papa ha parlato forte e chiaro: è stato diretto e ragionevole nello stesso tempo».
Claudio Borghi, senatore della Lega: perché si ostina a chiedere di riaprire i rubinetti del gas russo?
«Perché la bussola che dovrebbe ispirare le nostre scelte dovrebbe essere, semplicemente, l’interesse nazionale. In questo momento siamo in una posizione svantaggiata rispetto agli altri Paesi: alcuni hanno puntato sull’energia atomica, altri su diverse fonti di approvvigionamento, noi italiani abbiamo puntato sul gas. A suo tempo, il premier Mario Draghi diceva che interrompere le forniture russe era un sacrificio necessario per mettere in ginocchio Mosca: ecco, quella strategia è fallita. Oggi l’alternativa al gas russo è girare con le candele».
Peccato che comprare oggi il gas della Russia significa finanziare l’esercito di Vladimir Putin in Ucraina, non crede?
«No, bisogna uscire dalla forma mentale di “fare un favore a qualcuno”. Non sarebbe un regalo alla Russia, ma uno scambio commerciale: soldi in cambio di gas, che forse in questo momento è più prezioso delle banconote. Sarà per via della mia formazione economica, ma sono convinto che non abbia senso ammantare questi discorsi di connotazioni morali».
Questa riapertura dei gasdotti dovrebbe avvenire soltanto a conflitto finito?
«Bisogna essere realisti. Il gasdotto che porta il gas dalla Russia in Italia, transita in territorio ucraino. Se Kiev facesse con noi ciò che fa con l’Ungheria, - cioè ci ricattasse tenendo chiusi i tubi - a quel punto non meriterebbe più il nostro aiuto».
Insomma, sta dicendo che gli interessi nazionali non coincidono con gli interessi ucraini, e i primi prevalgono sui secondi?
«Non mi pare che finora abbiamo granché tutelato gli interessi ucraini. Sono discorsi che facciamo da anni, e credo sia giusto, dopo tutto questo tempo, tracciare un primo bilancio. Le condizioni che poteva accettare l’Ucraina ieri – e che si giudicavano inaccettabili – erano migliori di quelle di oggi. E le condizioni di oggi sono migliori di quelle di domani».
Dunque la guerra in Iran mette in una luce diversa il conflitto ucraino?
«È vero, la Russia ha invaso un Paese sovrano: ma perché questo dovrebbe comportare una ritorsione pluriennale ai nostri danni? Quando Trump attaccò il Venezuela, ho scritto per gioco al ministro della Difesa Guido Crosetto che, teoricamente, avremmo dovuto spedire armamenti a Maduro. La mia era solo una battuta, ma il senso è questo: attenti a porre condizioni morali, quando il mondo si regola sulla legge del più forte fin dai tempi dei sumeri».
Durante l’informativa del premier Giorgia Meloni in Parlamento, il capogruppo leghista Romeo ha detto che occorre «ripartire dalle tre regioni che hanno votato sì al referendum» e «sarebbe bene ascoltare un po’ di più il Nord». In che senso?
«Se oggi si facesse un referendum sulla riapertura del gas russo, il sì vincerebbe a mani basse. Nel nord est tutti gli imprenditori sono favorevoli, e chi ti vota merita attenzione. La crisi energetica morde dove c’è un tessuto industriale più fitto, e bisogna aiutare quelle imprese che creano ricchezza. Perché se non produci ricchezza, non puoi neanche distribuirla».
Gli alleati di coalizione, Forza Italia in primis, non sembrano affatto convinti sull’apertura a Mosca.
« Spero che alcuni dei nostri alleati comprendano che non ci si può permettere il lusso di governare contro l’opinione del Paese. Quello energetico è sentito come il primo problema: sia dalle imprese che rischiano di bruciare competitività, sia dalle famiglie che lasciano mezzo stipendio alla pompa di benzina».
Anche per questo scenderete in piazza Duomo, a Milano, il 18 aprile, per il cosiddetto «Remigration Summit» organizzato dalle destre europee?
«Saremo in piazza con entusiasmo. È il momento giusto per far capire a tutti che le assurde regole europee, dall’immigrazione, all’energia, devono essere riformate. Sarà un evento dei Patrioti per l’Europa, e tutti sono invitati».
Il commissario europeo per l’Economia, Valdis Dombrovskis, ha blindato il Patto di stabilità: «Per sospenderlo», ha detto, «occorre che ci sia una grave crisi economica, e al momento non ci troviamo in questa situazione». Che effetto le fa?
«Allucinante. Dombrovskis per me è come il demonio in Chiesa, è un fantoccino della Germania, è come il corvo Rockefeller che parla a comando: è per questo che è diventato vicepresidente della Commissione, ma per il resto è politicamente irrilevante. Berlino chiede austerità per gli altri mentre a casa sua fa ciò che vuole, e manda avanti il commissario a portare avanti la linea tedesca».
Giorgia Meloni ha parlato una deroga «generalizzata» al Patto di stabilità. Ma esiste lo spazio per un accordo?
«Questo è un punto fondamentale. Per Meloni lo scenario migliore è quello in cui l’Unione europea finalmente capisca. Quello che a volte rimprovero anche ai miei alleati di governo è non avere il coraggio di comprendere che, quando occorre, noi abbiamo la possibilità di fare ciò che vogliamo».
Scartare di lato? Fare da soli? Come pensa che sia fattibile?
«Al contrario dell’Ungheria, l’Italia è un Paese “pagatore” nei confronti dell’Ue. Paghiamo per far parte del club, e quindi non dobbiamo avere paura di dire: facciamo il nostro interesse. Esattamente come la Francia, che quest’anno è al 5,1% di deficit. È ora di smetterla di avere un atteggiamento sottomesso».
Nel concreto?
«Il Patto di stabilità è una questione strettamente europea. Una volta ottenuto il sì, con le buone o le meno buone, occorre per forza votare lo scostamento di bilancio per mettere a disposizione le nuove cifre da allocare».
Anche senza il permesso europeo?
«Se ce lo danno bene, altrimenti pazienza. Per noi va fatto lo stesso».
Davide Tabarelli (Nomisma) dice che il momento di puntare sull’energia italiana a «chilometro zero». Occorre riattivare le trivelle nell’Adriatico, per riconquistare un minimo di autonomia energetica?
«Qualcosa in più si potrebbe fare, ma ricordiamoci anche che dobbiamo preservare il territorio più bello del mondo. Sicuramente bisogna puntare al massimo sul nucleare: non è una soluzione che si raggiunge in pochi giorni, ma è giusto guardare al futuro. Confido che prima della fine della legislatura sia pronto il quadro legislativo per iniziare con il nucleare».
Nonostante la tregua, difficilmente la situazione sullo stretto di Hormuz tornerà in fretta alla normalità. Si fa strada l’idea del pagamento di un pedaggio, anche se Unione europea e Regno Unito lo escludono.
«Attaccare l’Iran non è stata una buona idea, anche guardando la geopolitica con sguardo cinico. Ma quello che sta facendo Trump - e quello che ha fatto Netanyahu - risponde a logiche tutto sommato coerenti».
Coerenti?
«Netanyahu pensa da tempo che l’Iran sia una minaccia esistenziale per il proprio Paese, sia per via diretta - costruzione della bomba atomica - sia per via indiretta, attraverso i suoi proxy regionali: Hezbollah, gli Huthi e così via».
Dunque?
«Dunque Israele è convinto che, se non attaccano prima loro, attaccheranno gli altri. Giusto o sbagliato, questo è ciò che pensano. E non c’è nemmeno una grande opposizione interna, specialmente dopo il 7 ottobre».
E Donald Trump?
«Troppo facile farlo passare per pazzo. Utilizza metodi da prestigiatore, provoca, e nel frattempo porta avanti la sua linea. Quella contenuta nel documento di sicurezza nazionale, dove ti racconta chiaramente che l’avversario vero è la Cina. Dal suo punto di vista, attaccare i fornitori della Cina, cioè Venezuela e Iran, è perfettamente logico. Allo stesso modo, Trump preferisce che la Russia con il suo gas si riavvicini all’Europa, invece che a Pechino».
Lei ha davvero detto che «la Groenlandia va lasciata a Donald Trump perché serve soltanto alla pesca del merluzzo»?
«Era uno scherzo, però riflettiamoci. Quando Trump ci ha messo gli occhi sopra, sembrava fosse il tesoro più prezioso del mondo. Ma la verità è che se la Groenlandia fosse così piena di ricchezze, i primi a chiedere l’indipendenza sarebbero stati i groenlandesi. Che invece restano fortemente sussidiati dalla Danimarca, perché al momento l’unica vera ricchezza sfruttabile è, per l’appunto, il merluzzo».
Ma lei è ancora trumpiano, dopo l’Iran?
«L’errore che fanno in tanti è quello di dipingersi un Trump personale: qualcuno lo vuole con il loden, qualcuno più serio, qualcun altro meno. Io ritengo semplicemente che sia il leader democraticamente eletto della maggiore potenza mondiale, e quindi pensare di non doverci avere a che fare è pura utopia. Trump me lo faccio piacere. E con tutti i suoi difetti e le sue bombe, sarà sempre meglio di Ursula Von der Leyen».
«Siamo in trattativa per aprire un nuovo importante canale di approvvigionamento per il gas, nel nome della sicurezza energetica italiana». Edmondo Cirielli, viceministro agli Esteri in quota Fratelli d’Italia, affronta tutti i temi sul tavolo, dalla crisi internazionale ai dolori post referendum. «Era una buona riforma, ma andava spiegata meglio. L’idea di andare a votare non ha fondamento». E sulla polemica riguardante l’incontro con l’ambasciatore russo: «Qualcuno si comporta in modo codardo parlando alle spalle, ma tutti riconoscono che ho agito bene».
La crisi in Iran sembra inasprirsi, l’inflazione rialza la testa guidata dai rincari energetici. Si va verso il caos?
«Tutti stiamo sperando in una de-escalation. Ma è difficile capire quanto la componente fanatica si stia indebolendo rispetto a quella pragmatica. L’obiettivo è una chiusura e un superamento rapido del conflitto».
Nel frattempo, in Italia la maggioranza fa i conti con la sconfitta referendaria, e si parla di una «fase due» dell’esecutivo. Quale sarà il vessillo politico di questo nuovo corso?
«Io, più di che di fase due, parlerei di continuazione della fase uno. Ora più che mai c’è bisogno di stabilità, per continuare a portare avanti la nostra azione di governo, sia in Italia che all’estero. Giorgia Meloni e Antonio Tajani hanno svolto una grandissima azione diplomatica, tesa a sostenere le nostre esportazioni. E sicuramente bisognerà ripartire dall’economia».
Romperete le regole europee per affrontare il caro bollette? Discuterete della riapertura delle forniture di gas russo?
«Quella russa è una partita molto delicata. L’Italia deve muoversi con intelligenza e intraprendenza, ma all’interno dell’Unione europea. La Meloni è stata in visita in Algeria con successo: adesso non è strettamente necessario ricorrere al petrolio o al gas russo».
L’Italia sta cercando nuovi flussi di gas, dovesse Hormuz restare chiuso a lungo?
«Le alternative le abbiamo già messe in piedi. C’è anche una trattativa importante in corso, riguardante un Paese che per ora non posso nominare, nell’interesse dell’Italia e della sicurezza energetica. Abbiamo lavorato benissimo con l’Algeria e con l’Azerbaigian. Quando altri Paesi avevano rapporti pessimi con Baku per via della questione armena, abbiamo lavorato per la pace, conquistando un ruolo importante nel raggiungimento di quell’accordo».
Il suo incontro con l’ambasciatore russo Paramonov ha destato molto scalpore. L’opposizione ha chiesto le sue dimissioni.
«L’incontro con l’ambasciatore russo non è mai stato un caso reale all’interno del partito. Nessuno mi ha detto che ho sbagliato; anzi, tutti hanno riconosciuto che ho agito bene».
Qualcuno dice che, per via di quell’incontro, nelle ultime ore anche lei ha rischiato la poltrona. È vero, o è «fuoco amico» contro di lei?
«Se qualcuno parla alle spalle con i giornalisti è un problema suo, non del partito. Certamente non sarò simpatico a tutti, anche perché sono uno con consenso, lunga esperienza politica, e con un certo percorso di studi, cosa che in politica non è normalissima».
E quindi?
«Che ci possa essere qualche invidioso è possibile: ma li perdono, li capisco. Resta il fatto che parlare di nascosto con i giornalisti è un comportamento un po’ codardo».
Tajani ha precisato che il suo incontro con l’ambasciatore russo è avvenuto alla luce del sole, e che questa polemica non ha senso. Ma cosa vi siete detti con Paramonov?
«Sono i russi ad averci chiesto un incontro. Io ho ribadito tutte le nostre critiche sull’intervento in Ucraina e su come hanno gestito la vicenda. Loro tiravano fuori il passato, hanno parlato del fallimento degli accordi di Minsk. Io gli ho risposto: non buttatela sul giuridico, avete fatto una guerra, e chi fa la guerra rinuncia al diritto. La conversazione è stata registrata, e tutto si è svolto in maniera trasparente».
Tra Italia e Russia c’è un canale di dialogo aperto?
«Sì, ed è importante. Se vuoi fare la pace, qualcuno deve pur parlare con le persone. È del tutto normale avere rapporti con gli ambasciatori accreditati. Ho incontrato uomini di governo dell’Iran, ho telefonato a personalità importanti del Venezuela».
Tornando in Italia, ha sentito Daniela Santanchè? Perché questo «repulisti» nella maggioranza?
«È stata una mossa basata su valutazioni che il premier aveva già espresso in precedenza, prima del voto. E l’idea era abbastanza condivisa. Mi sembra che Santanchè, Delmastro e Bartolozzi abbiano capito».
Perché non si è intervenuti prima del referendum?
«Forse si è valutato di non procedere prima per non influenzare il voto. Io stimo tutte e tre le persone in questione, ma mi sembra che abbiano concordato con il premier questo percorso: dunque lo considero un incidente chiuso».
Qual è stato l’errore più grande commesso in questa campagna referendaria?
«La sinistra ha diffuso falsità, che a lungo andare sono diventate mezze verità. Forse abbiamo sottovalutato la situazione, anche se fin da gennaio, nella direzione nazionale, avevo paventato questo rischio: pensavamo che certe bugie non avrebbero condizionato l’elettorato. Così non è stato».
Eccessiva politicizzazione?
«Non dovevamo cadere nella provocazione: la sinistra avrebbe cercato di buttarla in caciara proprio perché non aveva argomenti di merito, e puntava allo scontro contro il governo. Giorgia Meloni inizialmente non è scesa subito in campo, però poi lo ha fatto, con i toni giusti. Probabilmente, se tutti avessero condotto la campagna come lei sin dall’inizio, sarebbe andata diversamente».
Cause esterne?
«Probabilmente anche la tensione legata al conflitto in Medio Oriente ha creato qualche preoccupazione nell’elettorato. Una cosa è certa, guardando ai flussi elettorali: non è una sconfitta del governo. È una sconfitta ristretta al tema della giustizia, perché i nostri elettori non hanno capito la riforma. E non l’hanno capita perché l’abbiamo spiegata male».
Un’Italia spaccata?
«Sì, il dato vero che emerge è che esiste una spaccatura nella società. Tendenzialmente metà della popolazione era determinata a cambiare le cose, e ha votato Sì. Anche le opposizioni non dovrebbero ignorare questa metà del Paese, tanto più che molta gente di sinistra ha votato a favore».
I magistrati a Napoli intonano «Bella Ciao».
«Sentire i cori contro il premier e contro il sostituto procuratore Imparato, è stata una grande delusione. Sono un ufficiale dei Carabinieri, mio fratello indossa la toga, e ho una considerazione straordinaria nei confronti della magistratura. Ma quelle immagini fanno malissimo».
Teme vendette della magistratura nei confronti della classe di governo?
«Non più di tanto. Come è accaduto in passato, c’è qualche magistrato ideologizzato e politicizzato; quelli che lo erano prima, lo sono anche adesso. Chi abusa del proprio potere continuerà a farlo. Credo però che la stragrande maggioranza dei magistrati continuerà a fare il proprio lavoro con serietà e onestà».
Qualcuno nella maggioranza preferirebbe andare a votare.
«Sono voci che non ho sentito. E non mi sembrano fondate. Io credo che il governo stia facendo bene, soprattutto in materia di economia, lavoro, fisco e stabilità finanziaria, e ci stiamo muovendo bene all’estero, nonostante una situazione davvero complicata».
Dunque?
«Non dobbiamo piangerci addosso: abbiamo governato bene e non abbiamo niente di cui vergognarci. I governi di sinistra che ci hanno preceduto hanno accumulato 1.500 miliardi di nuovi debiti, da Monti fino all’arrivo di Giorgia Meloni. Noi invece stiamo risanando, abbiamo migliorato lo spread, abbiamo fatto cose straordinarie. Non riconoscerlo solo perché c’è stata una battuta d’arresto, sarebbe sbagliato. La riforma era giusta: io la rivendico».
Le riforme finiranno nel cassetto, per evitare altre delusioni?
«Al contrario, le riforme importanti vanno portate avanti. La giustizia riguarda tutti. E occorre cambiare la legge elettorale, anche ascoltando l’opposizione, con chiarezza».
Francamente, è difficile riesumare il premierato, vista la situazione.
«Sapevamo già che il premierato non sarebbe stato varato in questa legislatura. Adesso abbiamo davanti solo un anno e mezzo: mi sembra veramente improbabile».
È rimasto deluso dal voto in Campania?
«A parte Napoli e provincia, dove c’è stato un voto molto netto, nel resto della Campania il risultato è finito più o meno uno o due punti sotto la media nazionale. Nelle grandi aree metropolitane qualcosa non ha funzionato e bisognerà valutarlo attentamente dal punto di vista politico».





