Claudio Borghi, senatore della Lega: perché si ostina a chiedere di riaprire i rubinetti del gas russo?
«Perché la bussola che dovrebbe ispirare le nostre scelte dovrebbe essere, semplicemente, l’interesse nazionale. In questo momento siamo in una posizione svantaggiata rispetto agli altri Paesi: alcuni hanno puntato sull’energia atomica, altri su diverse fonti di approvvigionamento, noi italiani abbiamo puntato sul gas. A suo tempo, il premier Mario Draghi diceva che interrompere le forniture russe era un sacrificio necessario per mettere in ginocchio Mosca: ecco, quella strategia è fallita. Oggi l’alternativa al gas russo è girare con le candele».
Peccato che comprare oggi il gas della Russia significa finanziare l’esercito di Vladimir Putin in Ucraina, non crede?
«No, bisogna uscire dalla forma mentale di “fare un favore a qualcuno”. Non sarebbe un regalo alla Russia, ma uno scambio commerciale: soldi in cambio di gas, che forse in questo momento è più prezioso delle banconote. Sarà per via della mia formazione economica, ma sono convinto che non abbia senso ammantare questi discorsi di connotazioni morali».
Questa riapertura dei gasdotti dovrebbe avvenire soltanto a conflitto finito?
«Bisogna essere realisti. Il gasdotto che porta il gas dalla Russia in Italia, transita in territorio ucraino. Se Kiev facesse con noi ciò che fa con l’Ungheria, - cioè ci ricattasse tenendo chiusi i tubi - a quel punto non meriterebbe più il nostro aiuto».
Insomma, sta dicendo che gli interessi nazionali non coincidono con gli interessi ucraini, e i primi prevalgono sui secondi?
«Non mi pare che finora abbiamo granché tutelato gli interessi ucraini. Sono discorsi che facciamo da anni, e credo sia giusto, dopo tutto questo tempo, tracciare un primo bilancio. Le condizioni che poteva accettare l’Ucraina ieri – e che si giudicavano inaccettabili – erano migliori di quelle di oggi. E le condizioni di oggi sono migliori di quelle di domani».
Dunque la guerra in Iran mette in una luce diversa il conflitto ucraino?
«È vero, la Russia ha invaso un Paese sovrano: ma perché questo dovrebbe comportare una ritorsione pluriennale ai nostri danni? Quando Trump attaccò il Venezuela, ho scritto per gioco al ministro della Difesa Guido Crosetto che, teoricamente, avremmo dovuto spedire armamenti a Maduro. La mia era solo una battuta, ma il senso è questo: attenti a porre condizioni morali, quando il mondo si regola sulla legge del più forte fin dai tempi dei sumeri».
Durante l’informativa del premier Giorgia Meloni in Parlamento, il capogruppo leghista Romeo ha detto che occorre «ripartire dalle tre regioni che hanno votato sì al referendum» e «sarebbe bene ascoltare un po’ di più il Nord». In che senso?
«Se oggi si facesse un referendum sulla riapertura del gas russo, il sì vincerebbe a mani basse. Nel nord est tutti gli imprenditori sono favorevoli, e chi ti vota merita attenzione. La crisi energetica morde dove c’è un tessuto industriale più fitto, e bisogna aiutare quelle imprese che creano ricchezza. Perché se non produci ricchezza, non puoi neanche distribuirla».
Gli alleati di coalizione, Forza Italia in primis, non sembrano affatto convinti sull’apertura a Mosca.
« Spero che alcuni dei nostri alleati comprendano che non ci si può permettere il lusso di governare contro l’opinione del Paese. Quello energetico è sentito come il primo problema: sia dalle imprese che rischiano di bruciare competitività, sia dalle famiglie che lasciano mezzo stipendio alla pompa di benzina».
Anche per questo scenderete in piazza Duomo, a Milano, il 18 aprile, per il cosiddetto «Remigration Summit» organizzato dalle destre europee?
«Saremo in piazza con entusiasmo. È il momento giusto per far capire a tutti che le assurde regole europee, dall’immigrazione, all’energia, devono essere riformate. Sarà un evento dei Patrioti per l’Europa, e tutti sono invitati».
Il commissario europeo per l’Economia, Valdis Dombrovskis, ha blindato il Patto di stabilità: «Per sospenderlo», ha detto, «occorre che ci sia una grave crisi economica, e al momento non ci troviamo in questa situazione». Che effetto le fa?
«Allucinante. Dombrovskis per me è come il demonio in Chiesa, è un fantoccino della Germania, è come il corvo Rockefeller che parla a comando: è per questo che è diventato vicepresidente della Commissione, ma per il resto è politicamente irrilevante. Berlino chiede austerità per gli altri mentre a casa sua fa ciò che vuole, e manda avanti il commissario a portare avanti la linea tedesca».
Giorgia Meloni ha parlato una deroga «generalizzata» al Patto di stabilità. Ma esiste lo spazio per un accordo?
«Questo è un punto fondamentale. Per Meloni lo scenario migliore è quello in cui l’Unione europea finalmente capisca. Quello che a volte rimprovero anche ai miei alleati di governo è non avere il coraggio di comprendere che, quando occorre, noi abbiamo la possibilità di fare ciò che vogliamo».
Scartare di lato? Fare da soli? Come pensa che sia fattibile?
«Al contrario dell’Ungheria, l’Italia è un Paese “pagatore” nei confronti dell’Ue. Paghiamo per far parte del club, e quindi non dobbiamo avere paura di dire: facciamo il nostro interesse. Esattamente come la Francia, che quest’anno è al 5,1% di deficit. È ora di smetterla di avere un atteggiamento sottomesso».
Nel concreto?
«Il Patto di stabilità è una questione strettamente europea. Una volta ottenuto il sì, con le buone o le meno buone, occorre per forza votare lo scostamento di bilancio per mettere a disposizione le nuove cifre da allocare».
Anche senza il permesso europeo?
«Se ce lo danno bene, altrimenti pazienza. Per noi va fatto lo stesso».
Davide Tabarelli (Nomisma) dice che il momento di puntare sull’energia italiana a «chilometro zero». Occorre riattivare le trivelle nell’Adriatico, per riconquistare un minimo di autonomia energetica?
«Qualcosa in più si potrebbe fare, ma ricordiamoci anche che dobbiamo preservare il territorio più bello del mondo. Sicuramente bisogna puntare al massimo sul nucleare: non è una soluzione che si raggiunge in pochi giorni, ma è giusto guardare al futuro. Confido che prima della fine della legislatura sia pronto il quadro legislativo per iniziare con il nucleare».
Nonostante la tregua, difficilmente la situazione sullo stretto di Hormuz tornerà in fretta alla normalità. Si fa strada l’idea del pagamento di un pedaggio, anche se Unione europea e Regno Unito lo escludono.
«Attaccare l’Iran non è stata una buona idea, anche guardando la geopolitica con sguardo cinico. Ma quello che sta facendo Trump - e quello che ha fatto Netanyahu - risponde a logiche tutto sommato coerenti».
Coerenti?
«Netanyahu pensa da tempo che l’Iran sia una minaccia esistenziale per il proprio Paese, sia per via diretta - costruzione della bomba atomica - sia per via indiretta, attraverso i suoi proxy regionali: Hezbollah, gli Huthi e così via».
Dunque?
«Dunque Israele è convinto che, se non attaccano prima loro, attaccheranno gli altri. Giusto o sbagliato, questo è ciò che pensano. E non c’è nemmeno una grande opposizione interna, specialmente dopo il 7 ottobre».
E Donald Trump?
«Troppo facile farlo passare per pazzo. Utilizza metodi da prestigiatore, provoca, e nel frattempo porta avanti la sua linea. Quella contenuta nel documento di sicurezza nazionale, dove ti racconta chiaramente che l’avversario vero è la Cina. Dal suo punto di vista, attaccare i fornitori della Cina, cioè Venezuela e Iran, è perfettamente logico. Allo stesso modo, Trump preferisce che la Russia con il suo gas si riavvicini all’Europa, invece che a Pechino».
Lei ha davvero detto che «la Groenlandia va lasciata a Donald Trump perché serve soltanto alla pesca del merluzzo»?
«Era uno scherzo, però riflettiamoci. Quando Trump ci ha messo gli occhi sopra, sembrava fosse il tesoro più prezioso del mondo. Ma la verità è che se la Groenlandia fosse così piena di ricchezze, i primi a chiedere l’indipendenza sarebbero stati i groenlandesi. Che invece restano fortemente sussidiati dalla Danimarca, perché al momento l’unica vera ricchezza sfruttabile è, per l’appunto, il merluzzo».
Ma lei è ancora trumpiano, dopo l’Iran?
«L’errore che fanno in tanti è quello di dipingersi un Trump personale: qualcuno lo vuole con il loden, qualcuno più serio, qualcun altro meno. Io ritengo semplicemente che sia il leader democraticamente eletto della maggiore potenza mondiale, e quindi pensare di non doverci avere a che fare è pura utopia. Trump me lo faccio piacere. E con tutti i suoi difetti e le sue bombe, sarà sempre meglio di Ursula Von der Leyen».
«Siamo in trattativa per aprire un nuovo importante canale di approvvigionamento per il gas, nel nome della sicurezza energetica italiana». Edmondo Cirielli, viceministro agli Esteri in quota Fratelli d’Italia, affronta tutti i temi sul tavolo, dalla crisi internazionale ai dolori post referendum. «Era una buona riforma, ma andava spiegata meglio. L’idea di andare a votare non ha fondamento». E sulla polemica riguardante l’incontro con l’ambasciatore russo: «Qualcuno si comporta in modo codardo parlando alle spalle, ma tutti riconoscono che ho agito bene».
La crisi in Iran sembra inasprirsi, l’inflazione rialza la testa guidata dai rincari energetici. Si va verso il caos?
«Tutti stiamo sperando in una de-escalation. Ma è difficile capire quanto la componente fanatica si stia indebolendo rispetto a quella pragmatica. L’obiettivo è una chiusura e un superamento rapido del conflitto».
Nel frattempo, in Italia la maggioranza fa i conti con la sconfitta referendaria, e si parla di una «fase due» dell’esecutivo. Quale sarà il vessillo politico di questo nuovo corso?
«Io, più di che di fase due, parlerei di continuazione della fase uno. Ora più che mai c’è bisogno di stabilità, per continuare a portare avanti la nostra azione di governo, sia in Italia che all’estero. Giorgia Meloni e Antonio Tajani hanno svolto una grandissima azione diplomatica, tesa a sostenere le nostre esportazioni. E sicuramente bisognerà ripartire dall’economia».
Romperete le regole europee per affrontare il caro bollette? Discuterete della riapertura delle forniture di gas russo?
«Quella russa è una partita molto delicata. L’Italia deve muoversi con intelligenza e intraprendenza, ma all’interno dell’Unione europea. La Meloni è stata in visita in Algeria con successo: adesso non è strettamente necessario ricorrere al petrolio o al gas russo».
L’Italia sta cercando nuovi flussi di gas, dovesse Hormuz restare chiuso a lungo?
«Le alternative le abbiamo già messe in piedi. C’è anche una trattativa importante in corso, riguardante un Paese che per ora non posso nominare, nell’interesse dell’Italia e della sicurezza energetica. Abbiamo lavorato benissimo con l’Algeria e con l’Azerbaigian. Quando altri Paesi avevano rapporti pessimi con Baku per via della questione armena, abbiamo lavorato per la pace, conquistando un ruolo importante nel raggiungimento di quell’accordo».
Il suo incontro con l’ambasciatore russo Paramonov ha destato molto scalpore. L’opposizione ha chiesto le sue dimissioni.
«L’incontro con l’ambasciatore russo non è mai stato un caso reale all’interno del partito. Nessuno mi ha detto che ho sbagliato; anzi, tutti hanno riconosciuto che ho agito bene».
Qualcuno dice che, per via di quell’incontro, nelle ultime ore anche lei ha rischiato la poltrona. È vero, o è «fuoco amico» contro di lei?
«Se qualcuno parla alle spalle con i giornalisti è un problema suo, non del partito. Certamente non sarò simpatico a tutti, anche perché sono uno con consenso, lunga esperienza politica, e con un certo percorso di studi, cosa che in politica non è normalissima».
E quindi?
«Che ci possa essere qualche invidioso è possibile: ma li perdono, li capisco. Resta il fatto che parlare di nascosto con i giornalisti è un comportamento un po’ codardo».
Tajani ha precisato che il suo incontro con l’ambasciatore russo è avvenuto alla luce del sole, e che questa polemica non ha senso. Ma cosa vi siete detti con Paramonov?
«Sono i russi ad averci chiesto un incontro. Io ho ribadito tutte le nostre critiche sull’intervento in Ucraina e su come hanno gestito la vicenda. Loro tiravano fuori il passato, hanno parlato del fallimento degli accordi di Minsk. Io gli ho risposto: non buttatela sul giuridico, avete fatto una guerra, e chi fa la guerra rinuncia al diritto. La conversazione è stata registrata, e tutto si è svolto in maniera trasparente».
Tra Italia e Russia c’è un canale di dialogo aperto?
«Sì, ed è importante. Se vuoi fare la pace, qualcuno deve pur parlare con le persone. È del tutto normale avere rapporti con gli ambasciatori accreditati. Ho incontrato uomini di governo dell’Iran, ho telefonato a personalità importanti del Venezuela».
Tornando in Italia, ha sentito Daniela Santanchè? Perché questo «repulisti» nella maggioranza?
«È stata una mossa basata su valutazioni che il premier aveva già espresso in precedenza, prima del voto. E l’idea era abbastanza condivisa. Mi sembra che Santanchè, Delmastro e Bartolozzi abbiano capito».
Perché non si è intervenuti prima del referendum?
«Forse si è valutato di non procedere prima per non influenzare il voto. Io stimo tutte e tre le persone in questione, ma mi sembra che abbiano concordato con il premier questo percorso: dunque lo considero un incidente chiuso».
Qual è stato l’errore più grande commesso in questa campagna referendaria?
«La sinistra ha diffuso falsità, che a lungo andare sono diventate mezze verità. Forse abbiamo sottovalutato la situazione, anche se fin da gennaio, nella direzione nazionale, avevo paventato questo rischio: pensavamo che certe bugie non avrebbero condizionato l’elettorato. Così non è stato».
Eccessiva politicizzazione?
«Non dovevamo cadere nella provocazione: la sinistra avrebbe cercato di buttarla in caciara proprio perché non aveva argomenti di merito, e puntava allo scontro contro il governo. Giorgia Meloni inizialmente non è scesa subito in campo, però poi lo ha fatto, con i toni giusti. Probabilmente, se tutti avessero condotto la campagna come lei sin dall’inizio, sarebbe andata diversamente».
Cause esterne?
«Probabilmente anche la tensione legata al conflitto in Medio Oriente ha creato qualche preoccupazione nell’elettorato. Una cosa è certa, guardando ai flussi elettorali: non è una sconfitta del governo. È una sconfitta ristretta al tema della giustizia, perché i nostri elettori non hanno capito la riforma. E non l’hanno capita perché l’abbiamo spiegata male».
Un’Italia spaccata?
«Sì, il dato vero che emerge è che esiste una spaccatura nella società. Tendenzialmente metà della popolazione era determinata a cambiare le cose, e ha votato Sì. Anche le opposizioni non dovrebbero ignorare questa metà del Paese, tanto più che molta gente di sinistra ha votato a favore».
I magistrati a Napoli intonano «Bella Ciao».
«Sentire i cori contro il premier e contro il sostituto procuratore Imparato, è stata una grande delusione. Sono un ufficiale dei Carabinieri, mio fratello indossa la toga, e ho una considerazione straordinaria nei confronti della magistratura. Ma quelle immagini fanno malissimo».
Teme vendette della magistratura nei confronti della classe di governo?
«Non più di tanto. Come è accaduto in passato, c’è qualche magistrato ideologizzato e politicizzato; quelli che lo erano prima, lo sono anche adesso. Chi abusa del proprio potere continuerà a farlo. Credo però che la stragrande maggioranza dei magistrati continuerà a fare il proprio lavoro con serietà e onestà».
Qualcuno nella maggioranza preferirebbe andare a votare.
«Sono voci che non ho sentito. E non mi sembrano fondate. Io credo che il governo stia facendo bene, soprattutto in materia di economia, lavoro, fisco e stabilità finanziaria, e ci stiamo muovendo bene all’estero, nonostante una situazione davvero complicata».
Dunque?
«Non dobbiamo piangerci addosso: abbiamo governato bene e non abbiamo niente di cui vergognarci. I governi di sinistra che ci hanno preceduto hanno accumulato 1.500 miliardi di nuovi debiti, da Monti fino all’arrivo di Giorgia Meloni. Noi invece stiamo risanando, abbiamo migliorato lo spread, abbiamo fatto cose straordinarie. Non riconoscerlo solo perché c’è stata una battuta d’arresto, sarebbe sbagliato. La riforma era giusta: io la rivendico».
Le riforme finiranno nel cassetto, per evitare altre delusioni?
«Al contrario, le riforme importanti vanno portate avanti. La giustizia riguarda tutti. E occorre cambiare la legge elettorale, anche ascoltando l’opposizione, con chiarezza».
Francamente, è difficile riesumare il premierato, vista la situazione.
«Sapevamo già che il premierato non sarebbe stato varato in questa legislatura. Adesso abbiamo davanti solo un anno e mezzo: mi sembra veramente improbabile».
È rimasto deluso dal voto in Campania?
«A parte Napoli e provincia, dove c’è stato un voto molto netto, nel resto della Campania il risultato è finito più o meno uno o due punti sotto la media nazionale. Nelle grandi aree metropolitane qualcosa non ha funzionato e bisognerà valutarlo attentamente dal punto di vista politico».
«Il conflitto in Iran durerà. E noi europei non siamo pronti alla guerra. Occorre rafforzare gli sforzi diplomatici». Secondo l’ambasciatore Giampiero Massolo, già segretario generale della Farnesina, non ci sono segnali di un rasserenamento sul fronte iraniano. Anzi. «Sembra che la leva dell’escalation adesso sia più in mano iraniana che americana. E anche Usa e Israele non sembrano perseguire gli stessi obiettivi». E se Trump dovesse perdere le elezioni? «Reagirà con il suo temperamento: alzando la posta».
Dalla Casa Bianca arrivano dichiarazioni ora bellicose ora distensive. Nel frattempo i marines si mobilitano in vista di una possibile operazione di terra.
«La crisi si protrarrà, nonostante le ultime dichiarazioni del presidente americano sul possibile ridimensionamento delle attività militari. Mi pare che Trump abbia in qualche modo perso il controllo dell’escalation, che è passata nelle mani iraniane: attraverso l’uso dei loro strumenti asimmetrici - barchini, mine, colpi mirati - gli iraniani generano un’insicurezza sistemica nello Stretto di Hormuz, facendo salire a livelli altissimi i costi dei noli e delle assicurazioni, e rendendo di fatto impraticabile quella via di mare. Questo provoca uno shock energetico e geopolitico a cascata».
Quando lei dice che Trump ha «perso il controllo» dell’escalation, si riferisce anche al versante comunicativo?
«Sì, è saltato anche il controllo della narrativa. All’inizio si parlava di disarmare l’Iran sul piano nucleare, adesso sembra che l’obiettivo sia impossessarsi di Hormuz - che è una cosa ancora più complicata. Da un lato si afferma di essere vicini al raggiungimento degli obiettivi della missione - senza precisare quali - e si dice di aver cancellato la capacità militare iraniana. Ma se l’Iran è stato debellato, perché resiste ancora agli attacchi?».
Il regime ha cambiato volto, con l’uccisione della Guida suprema Khamenei? Scorge delle fragilità nel sistema di potere iraniano?
«Siamo passati da un regime a prevalenza clericale a uno a prevalenza laica, con i pasdaran al comando, ma non sembra alle viste né un crollo né un’implosione».
Israele e Stati Uniti puntano allo stesso obiettivo?
«C’è una discrepanza di fondo sulle finalità. Israele vuole che la guerra duri e si estenda il più a lungo possibile, contando sul fatto che prima o poi il Paese collassi. L’obiettivo di fondo è la pax militare israeliana nella regione».
E questo scenario è accettato dalla Casa Bianca?
«Solo fino a un certo punto, perché contrasta con le ambizioni degli Emirati del Golfo e dell’Arabia Saudita, i quali vedono male una prevalenza regionale troppo rilevante di Israele: colpire l’Iran va bene, ma non rendere Israele la potenza dominante della regione».
Quindi qual è il sentiero stretto di Trump?
«Come dicevo, questa guerra si gioca sul destino di Hormuz. Finché resta chiuso lo stretto, Trump non può permettersi di chiudere l’operazione senza subire un danno rilevante alla propria immagine e a quella degli Stati Uniti».
Dunque la partita si decide sullo stretto?
«Serve un accomodamento sul passaggio delle navi, perché per il resto gli obiettivi più ambiziosi - il crollo del regime - sono fuori portata. E questa soluzione può assumere diverse forme, ma deve riprendere visibilmente la navigazione, attraverso una forzatura, oppure con una sorta di condominio. Cioè riconoscendo all’Iran una quota di controllo sullo stretto in cambio del libero transito».
E sul piano interno, quanto gli Usa possono permettersi un coinvolgimento che si protrae nel tempo?
«Trump comincia ad avvertire scricchiolii nella sua base Maga, che mal digerisce questo attivismo militare, specialmente l’eventualità di truppe a terra, sia a Kharg che sulle coste meridionali iraniane per forzare il blocco».
L’incertezza nuoce anche all’economia americana, e già si palesa lo spettro della recessione.
«Trump dice che Hormuz non è un problema americano, che gli Stati Uniti non dipendono da quelle risorse energetiche. Ma ignora un piccolo particolare: gli shock energetici provenienti da Hormuz, in un mondo globalizzato in cui i mercati energetici e alimentari - inclusi i fertilizzanti - sono interconnessi, avranno inevitabilmente ripercussioni anche sull’America».
Ci sarà un contraccolpo politico-elettorale a Washington? Alcuni sondaggi dicono che soltanto un americano su quattro approva l’intervento in Iran.
«È tradizione che i presidenti in carica perdano le elezioni di midterm. Ma Trump è un presidente diverso dagli altri, e ha fatto di questo voto intermedio un banco di prova».
Dunque?
«Se, come è prevedibile, dovesse perdere la Camera dei rappresentanti - e anche il Senato potrebbe essere in bilico - si ingenererebbe un’impressione di debolezza intollerabile per una personalità come quella di Trump».
Questo tuttavia non frenerebbe la verve presidenziale?
«No, all’opposto, il presidente rilancerebbe con una reazione uguale e contraria. In caso di sconfitta elettorale, Trump si impegnerebbe ancora di più per espandere ulteriormente i poteri dell’esecutivo. E negli Stati Uniti, ricordiamocelo, si possono prendere moltissime decisioni per decreto».
«Alleati codardi, mi ricorderò di voi». Quando Trump utilizza il suo linguaggio colorito nei confronti dei partner europei, sta sancendo la fine dei rapporti Usa-Europa? O anche questa è campagna elettorale, e prima o poi le relazioni si ricomporranno?
«Perdere l’Europa sarebbe un danno di immagine anche per Trump. Le basi militari in Europa, che gli Stati Uniti ora ci chiedono di finanziare, rappresentano anche la proiezione americana verso l’Indopacifico, che altrimenti sarebbe geograficamente troppo distante. Gli americani hanno interesse a restare in Europa, e noi abbiamo interesse a tenerli qui».
Perché?
«Nel futuro non saremo indipendenti, e sviluppare un’autonomia adeguata in tempi rapidi sarà difficile».
La Nato si ritira dall’Iraq e in Europa non si fa che ripetere: non è la nostra guerra.
«Ma la guerra ci tocca da vicino, perché fa salire i costi energetici e alimentari, e provoca pressioni inflazionistiche. Fino a quando possiamo permetterci di dire che non ci riguarda?».
Il piano per la riapertura dello stretto di Hormuz firmato da sei Paesi, Italia compresa, è un primo passo verso una soluzione?
«È importante, ma deve essere seguito da azioni concrete. L’Europa e il Giappone non sono pronti per un’operazione militare in acque ostili. Ma si potrebbe agire diplomaticamente, favorendo una risoluzione Onu sulla libertà di navigazione, che copra eventuali azioni di fiancheggiamento o di sminamento. E parallelamente si potrebbe incoraggiare un’azione comune con la Cina per una partecipazione più ampia».
Chi comanda oggi in Europa?
«Ci sono due Paesi che per consistenza militare hanno la gravitas internazionale per assumere un ruolo rilevante: Francia e Regno Unito, al di là delle loro debolezze interne. Noto poi con soddisfazione che anche il governo italiano si sta collocando in una dimensione che privilegia il collegamento con i partner europei come interesse primario. È la scelta giusta».
Nel frattempo la Russia brinda agli introiti petroliferi?
«L’innalzamento dei proventi petroliferi ha ridato alla Russia un cuscinetto finanziario. La Russia non ha, in questo momento, nessun incentivo concreto a negoziare seriamente sull’Ucraina. E Trump non torcerà il braccio a Putin, così come probabilmente non infierirà su Zelensky».
Non converrebbe intavolare un dialogo con la Russia per avere sollievo sul piano energetico?
«Non credo che sarà politicamente possibile, né economicamente necessario, tornare a riaprire le forniture energetiche russe come se si girasse un interruttore. In Ucraina non ci sarà vera pace, ma al più un assetto provvisorio e precario».
Il diritto internazionale è sepolto? Rischiamo la legge della giungla in altri teatri del mondo?
«Se il messaggio è “might is right”, che poi è la legge del più forte, allora il rischio esiste. Va detto però che la legge della giungla sta trovando i suoi limiti nella realtà: l’Ucraina non si sistema, l’Iran non si arrende, in Medio Oriente il piano Trump è al palo. I fatti hanno questa maligna abitudine: contraddicono le intenzioni».





