Nicolò Zanon, costituzionalista, ex vicepresidente della Consulta e presidente del Comitato per il Sì al referendum sulla giustizia: il capo dello Stato invita ad abbassare i toni, a un mese dal voto. Qualcuno ha esagerato?
«Il richiamo del presidente Mattarella va condiviso, perché se ne sono sentite di tutti i colori. I sostenitori del No hanno messo in campo, fin da subito, argomentazioni paradossali pesantissime. Ho letto addirittura che esisterebbe un “filo nero” che collega la strage di Bologna, la loggia P2 e la separazione delle carriere. Incredibile».
Sono le parole di Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione delle vittime del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, nonché responsabile del comitato locale per il No.
«Nel frattempo, il vicesegretario dell’Anm Rocco Maruotti dice che con la vittoria del sì la polizia potrà uccidere innocenti, come a Minneapolis. Un’affermazione ancora più sconcertante, visto che arriva da un magistrato. Riconosco con amarezza che i nostri avversari fuggono dal “testo” della riforma e si rifugiano nel “contesto”. Un escamotage che permette loro di fare leva sulla paura. E quando ti basi sulla paura, puoi dire qualsiasi cosa e tirare in ballo chiunque, persino Trump, Putin e Orbán. Sarebbe più corretto e maturo restare concentrati sui contenuti della riforma, che andrebbe spiegata ai cittadini con raziocinio e lucidità. E poi ognuno, in cuor suo, deciderà liberamente».
Il giurista ed ex parlamentare riformista Augusto Barbera ha parlato di «post verità» applicata al referendum. In pratica, far leva sulle emozioni anziché sulla ragione.
«Chi sostiene il No, non trovando validi argomenti nel merito, sta utilizzando a piene mani il linguaggio del populismo, che ha sempre rimproverato a certi ambienti della destra. Effettivamente, è uno strano paradosso».
Non ha l’impressione che ad urlare più forte contro questa riforma non sia tanto l’opposizione politica, quanto la magistratura?
«Sì, e questo mi mette a disagio. Questi magistrati dicono di voler difendere la Costituzione, ma in realtà stanno difendendo il potere dell’Anm. Il fatto che l’Associazione nazionale magistrati si sia costituita come soggetto politico, attraverso la formazione di un comitato, spalanca un tema molto serio, perché questa campagna lascerà delle macerie».
Quali macerie?
«Il giorno dopo il referendum tutti continueremo ad essere cittadini della stessa Repubblica, chiunque vinca. Ma con quali occhi guarderemo alla magistratura dopo una campagna feroce come questa?».
Intende dire che l’immagine della magistratura è stata compromessa dai toni utilizzati in questi giorni?
«L’Anm sta utilizzando “armi nucleari” in questa campagna referendaria, ma così facendo rende la magistratura radioattiva agli occhi degli italiani. Di questo non si preoccupano, non considerano gli effetti che questa sovraesposizione di tipo politico avrà sulla fiducia dei cittadini e sull’immagine dei magistrati. Purtroppo gli eccessi di questi giorni nuoceranno all’ordine giudiziario, a prescindere l’esito del voto».
Diverse personalità della sinistra voteranno Sì. Ma tra i magistrati non si registrano molti scavallamenti di campo. Come se lo spiega?
«In realtà nel nostro comitato ci sono molti magistrati, sia in servizio che a riposo, che hanno deciso di non nascondersi. Credo che molte toghe, in silenzio, voteranno Sì, e saranno più di quante immaginiamo, per mettere fine al potere delle correnti sulla vita professionale dei magistrati».
Da ex membro del Csm, ha toccato con mano questo potere correntizio?
«Ricordo alcune prassi divertenti: c’era una buvette all’ultimo piano del Palazzo dei Marescialli, sede del Consiglio superiore. In pausa pranzo i togati ci andavano per consumare il pranzo, su tre tavoli diversi. Il tavolo più grande e più bello, con vista sulla piazza, era “riservato” ai membri di Magistratura democratica e di Area. Il tavolo un po’ più centrale era per la corrente centrista di Unicost. Il tavolo un po’ più piccolo e appartato era per la corrente conservatrice. Insomma, anche la buvette era lottizzata».
E a parte la pausa pranzo?
«Persino i magistrati segretari, cioè quelli che assistevano il lavoro dei consiglieri nelle commissioni, erano a loro volta lottizzati, scelti dalle correnti attraverso un metodo di spartizione. Controllavano il lavoro di tutti, e addirittura partecipavano alle riunioni di corrente. Dovevano essere funzionari istituzionali, e invece erano uomini di parte. Per fare un paragone: è come se i funzionari della Camera dei deputati, assunti per concorso, fossero scelti dai partiti».
Oggi il Csm funziona ancora così?
«Un po’ meno, ma il potere delle correnti resta fortissimo. Senza contare la contiguità tra giudici e pm. Una contiguità che non si esaurisce nel Csm, ma inizia nei consigli giudiziari locali, una sorta di “piccoli Csm” sul territorio. Spesso il giudice che ha bisogno di un provvedimento si confronta con il pm presente nel consiglio giudiziario, che poi è la stessa persona che incontrerà nell’aula di tribunale. Sono proprio queste “connessioni” che tolgono indipendenza a tutti gli attori del processo».
È vero che, con il sorteggio, i nuovi Csm non saranno più rappresentativi?
«Un magistrato indipendente, nel Csm, deve dare a ciascuno ciò che merita. Un magistrato “rappresentativo”, invece, sarà naturalmente portato a favorire i colleghi che lo hanno votato. Con il risultato che per i nemici le regole si applicano, e per gli amici si interpretano».
Resta il fatto che il sorteggio sembra uno strumento grossolano per risolvere il problema.
«Il sorteggio è un antibiotico, una medicina eccezionale che deve rimediare a una situazione eccezionale. I Costituenti non immaginavano che l’elezione dei membri del Csm avrebbe favorito la nascita di un meccanismo correntizio che avrebbe esacerbato le ideologie e trasformato ogni questione in una battaglia campale».
Il sorteggio per i membri togati è «puro», quello per i membri scelti dal Parlamento si basa su una lista di partenza. Non c’è il rischio che i membri scelti dalla politica si muovano più compatti rispetto agli altri?
«Anche questa argomentazione non regge. Il Parlamento deve formare una lista nella quale i membri laici vengono sorteggiati. L’imprevedibilità del sorteggio indurrà tutti i partiti a scegliere candidati autorevoli e indipendenti, per ridurre il rischio di ritrovarsi nel Csm personalità dichiaratamente ostili. Dunque, con questa riforma, il controllo della politica sul Csm diminuisce anziché aumentare».
Il pubblico ministero non finirà sotto il controllo del governo?
«Al contrario: questa riforma mette nero su bianco, a chiare lettere, che il pm è indipendente e possiede un suo organo di autogoverno. Una protezione vistosa che oggi nella Costituzione non c’è, e che viene introdotta dal nuovo testo costituzionale».
È una riforma di sinistra, nata con il codice del partigiano Giuseppe Vassalli?
«È singolare che molta parte della sinistra abbia dimenticato le origini culturali della separazione delle carriere. Alcune personalità riformiste, schierandosi con il Sì, stanno dando una lezione di cultura politica al Pd. Non dimentichiamo che fu Giacomo Matteotti il primo a scrivere che il pubblico ministero è solo una parte del processo».
Una riforma «antifascista», che ci allinea ad altri Paesi democratici: possiamo definirla così?
«Sì, perché fu il fascismo, con la proposta sull’ordinamento giudiziario del ministro Dino Grandi, a teorizzare l’unità delle carriere tra giudici e pm come suggello dell’unità totale del potere statale, in disprezzo a qualsiasi forma di separazione dei poteri».
Molti, nell’opposizione, voteranno No per lanciare un siluro politico contro l’attuale governo.
«Questo atteggiamento tradisce la Costituzione, perché trasforma il voto referendario in un’elezione politica, a prescindere dalla scadenza naturale del Parlamento che è fissata al 2027. L’istituto referendario è previsto dalla Carta per consentire ai cittadini di pronunciarsi sul merito specifico di una proposta: snaturare questo strumento significa voltare le spalle a quella Costituzione che si afferma di voler difendere».
Se passa il Sì, i magistrati saranno più responsabili per gli errori giudiziari?
«Attualmente nella sezione disciplinare del Csm ci sono magistrati eletti da altri magistrati. In pratica, gli elettori scelgono i loro giudici. Pensiamoci un attimo: quale comune cittadino, in Italia, ha il privilegio di scegliersi i propri giudici? E viceversa, quanto può essere corretto e imparziale il giudizio nei confronti di un collega magistrato che ti ha accordato il proprio voto? L’Alta Corte introdotta dalla riforma, è basata su altre logiche, e potrebbe dare un aspetto più serio alla giustizia disciplinare. Facendo in modo che chi sbaglia paghi davvero».
Professor Stefano Ceccanti, costituzionalista ed ex parlamentare Pd, lei è a favore della riforma della giustizia. Il dibattito è ridotto allo scontro tra due tifoserie?
«L’errore è stato fatto in Parlamento, perché il clima sbagliato è nato lì, da parte di tutti. Tanto più che, essendo questa riforma la conseguenza logica di quella dell’articolo 111 della Costituzione fatta insieme nel 1999, si sarebbe potuti arrivare tranquillamente a un voto di due terzi, senza referendum».
I giudici in Italia sono neutrali, come impone la Costituzione?
«Il cambiamento col nuovo processo accusatorio e poi col nuovo articolo 111 è radicale, di modello. Non si cambia un modello radicato solo con un nuovo codice perché le persone possono continuare inerzialmente come prima. Per questo i parlamentari, rispetto a tante resistenze, vollero il giusto processo anche in norma costituzionale. Riprendiamo il nuovo 111: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale.” La Costituzione, e non più solo il codice, lo impone dal 1999: purtroppo allora, a causa delle polemiche tra i pm di Milano e Berlusconi, non si fece subito il passaggio ulteriore sul Csm».
Il punto principale è il doppio Csm. Ma in tanti sostengono che le carriere dei magistrati siano già «separate».
«Certo che il punto centrale è lo sdoppiamento del Csm, perché separare le carriere non vuol dire tanto impedire i salti dall’una all’altra, ma non avere più un organo di governo del sistema dove siede una sola delle due parti e il giudice terzo. Quest’ultimo deve essere equidistante, e quindi non può stare in un organo con una sola delle due parti».
Tra giudici e pm esiste «contiguità»?
«Sì: nelle fasi preliminari i giudici che intervengono (i gip e i gup) sentono la pressione dei media giustizialisti, dall’altro lato ancora temono i possibili riflessi negativi sulle proprie carriere da parte del Csm unico, dove siedono anche i pm. Così, nel 95-100% dei casi, finiscono col dare lassenso alle richieste dei pm, con grave danno per i cittadini. Molti rinvii a giudizio di cause che dovrebbero fermarsi subito, sono il frutto di questa commistione. È vero che alla fine le assoluzioni superano il 40%, ma intanto il processo lo subisci».
L’altro tema è quello delle sanzioni per gli errori giudiziari. L’Alta Corte sarà la soluzione?
«È dal 1991 che la Commissione Paladin propose di superare il doppio ruolo del Csm, per un verso di alta amministrazione e per un altro di giurisdizione, creando un organo ad hoc. È una riforma che da allora è stata largamente condivisa. Stava nel programma Pd delle politiche 2022. La cosa importante, per non essere un organo punitivo, è che i magistrati abbiamo una maggioranza, che qui è di tre quinti».
Lo strumento del sorteggio non minerà la credibilità dei due Csm?
«Credo che sarebbero stati preferibili i collegi uninominali (rifiutati dall’Anm quando furono proposti), ma che il sorteggio, rendendo più liberi i singoli dalle appartenenze, sia comunque un miglioramento. Non spariranno le correnti, utili come luoghi di elaborazione, ma sparirà la loro attuale tendenza a comportarsi come partititi che ne ha fatto il centro decisionale nel Csm a danno dell’autonomia dei singoli magistrati. Accanto all’indipendenza esterna, c’è il problema di tutelare quella interna».
Gli avversari della riforma dicono: la magistratura, se passa il Sì, non sarà più indipendente.
«La riforma rende più liberi i giudici rispetto ai pm, non cambia i rapporti tra giustizia e politica».
Cosa pensa dell’Anm, che si è schierato in blocco per il No?
« Mi preoccupano gli effetti per il dopo referendum. I cittadini si saranno abituati a vedere i magistrati come una parte».
Il procuratore Gratteri sostiene che la riforma sia una «vendetta della politica per Tangentopoli» e che a votare Sì «saranno gli imputati e la massoneria deviata».
«Penso che il vostro quotidiano, che è sempre stato critico nei confronti del presidente Napolitano, dovrebbe fare autocritica almeno su un punto, e cioè sul suo rifiuto di nominare il procuratore Gratteri ministro della Giustizia, quando glielo propose Renzi».
Pensa che il centrosinistra dovrebbe ripensare la sua filosofia sui temi inerenti alla giustizia?
«Penso che dovrebbe cambiare linea sulle questioni istituzionali, esattamente come dovrebbe cambiarla la maggioranza di governo. Nessuno dei due schieramenti sembra capace in questa legislatura di accogliere l’invito del presidente Mattarella: distinguere le materie ordinarie su cui essere alternativi da quelle che toccano le regole del gioco in cui è conveniente per tutti, specie per il Paese, cercare convergenze».
Ci saranno defezioni nel Pd?
«Molte defezioni pubbliche si vedono, da parte di persone che privilegiano il merito della riforma; se ce ne saranno altre nel segreto del voto non sono sicuro, ma penso di sì».
«Lo sport è una difesa immunitaria contro i violenti, gli sbandati fuori controllo che vogliono trasformare il Paese in una giungla, e contro gli sbandamenti del disagio, delle dipendenze e delle devianze. Gli atleti sono esempi positivi, come gli uomini in divisa, che vanno rispettati, sostenuti, apprezzati e valorizzati quotidianamente, non solo quando accadono fatti inquietanti e criminali come quelli di Torino».
Andrea Abodi, ministro per lo Sport e i Giovani, racconta i primi giorni dei Giochi olimpici invernali Milano-Cortina, segnati dall’allarme sicurezza: «Serve più fermezza. Certi personaggi pericolosi non vanno accolti nei cortei. E quando un violento viene arrestato l’importante è che non venga subito rilasciato dalla magistratura. Altrimenti stiamo giocando partite differenti. Lo Stato dev’essere un’unica squadra, ma spesso al suo interno ci sono più squadre non sempre in sintonia tra loro».
Una cerimonia d’apertura nel nome dello spirito italiano?
«Sì, è stato uno spettacolo che resterà nella memoria di tutti, e che ha rappresentato al meglio la storia, il talento, la creatività e l’ingegno italiano. L’armonia come filo conduttore, come auspicio futuro».
Cosa si aspetta dalla squadra azzurra?
«La certezza di comportamenti esemplari, di saper competere con onore, e tanta fiducia in chiave medaglie che ha già trovato conferma nelle prime giornate di gara. Dico soltanto che in questi quattro anni atleti e federazioni hanno seminato molto bene, noi abbiamo dato ogni supporto e siamo competitivi in tutte le discipline».
Non si sbilancia sul numero di medaglie?
«Se vogliamo parlare di medaglie, ci sono due novità. La prima è la detassazione dei premi per atlete e atleti azzurri che saliranno sul podio olimpico e paralimpico, perché siamo convinti che il merito sportivo non vada tassato».
E poi?
«E poi ci saranno molte più medaglie, perché premieremo anche quelli che ho definito i volti della medaglia, grazie all’iniziativa “backstage heroes”. Nessuno vince da solo».
Cioè?
«Ogni nostro medagliato di Milano-Cortina 2026 potrà indicare quattro persone grazie alle quali è stato raggiunto il traguardo olimpico. Saranno tecnici, fisioterapisti, ma anche familiari e amici. Chi è stato vicino ai nostri atleti, con la sua professionalità o semplicemente con il cuore, riceverà un riconoscimento, una medaglia. È un’iniziativa dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, al quale ho dato e darò ogni supporto, insieme al collega Giorgetti, che sarà d’esempio anche per altre nazioni».
È stato inflessibile quando ha impedito al cantante Ghali di lanciare messaggi politici sul palco. E l’interessato, alla vigilia della cerimonia, ha pubblicato un messaggio polemico: «So quando una voce viene accettata. So quando viene corretta. So quando diventa di troppo… Un mio pensiero non può essere espresso».
«Chiariamo, io non ho impedito proprio nulla. È una polemica che non ho aperto e che considero comunque chiusa. Gli artisti sono saliti sul palco della cerimonia di apertura delle Olimpiadi, non di un loro concerto. La Fondazione Milano-Cortina ha applicato le regole del Comitato Olimpico Internazionale, che non ammette messaggi politici. E questa regola vale per tutti e per tutta la durata dei Giochi».
Giochi blindati dalla paura di attentati. Controlli anti terrorismo ad ogni angolo, zone rosse ovunque, ispezioni. Il ministro Tajani ha parlato di attacchi hacker, di matrice russa, contro il ministero degli Esteri e contro alcuni siti di Milano-Cortina.
«Più che blindati, Giochi con un grande sistema di sicurezza. Siamo dotati anche di efficaci strumenti contro la guerra ibrida che hanno già dimostrato la loro efficacia. Mi auguro che il richiamo alla tregua olimpica sottoscritto da 165 Paesi su 193 delle Nazioni unite riesca a far riflettere tutti e a responsabilizzare i pochi che decidono».
E la politica?
«Mi aspetto che parli con una voce sola contro i violenti. Quello che è accaduto a Torino è inquietante e drammatico, ma non è accaduto per caso».
Lei crede?
«È la conseguenza anche del modo di fare politica di tutti i giorni, del linguaggio che si usa, che va al di là del necessario e indispensabile confronto. Ricordo quando nella stagione drammatica del terrorismo rosso, a sinistra si parlava dei “compagni che sbagliano”».
Cosa si aspetta?
«Più fermezza e meno tolleranza. Perché la fermezza toglie ossigeno agli odiatori e va esercitata anche prima che gli eventi accadano. Non si possono accogliere nei cortei gruppi dai quali sono noti i comportamenti violenti e criminali. E non basta lo sdegno a posteriori. Con il servizio d’ordine del Partito comunista dell’altro secolo non sarebbero stati accolti».
Si aspetta più fermezza anche dalla magistratura?
«Quando certi soggetti vengono arrestati, l’importante è che non vengano rilasciati il giorno dopo dalla magistratura. Altrimenti giochiamo partite differenti. È paradossale ritrovarsi i violenti in piazza a commettere gli stessi crimini dopo pochi giorni».
Insomma, si aspetta che tutto lo Stato remi nella stessa direzione?
«La sicurezza è una responsabilità di un’unica squadra, che è quella dello Stato. A volte sembra invece che lo Stato abbia più squadre, non sempre in sintonia tra di loro».
L’opposizione chiede al governo di intervenire contro gli agenti americani dell’Ice di stanza ai Giochi. Che idea si è fatto di questa polemica?
«La collaborazione internazionale in questi casi c’è sempre stata ed è indispensabile. Peraltro, la gestione della sicurezza e dell’ordine pubblico è saldamente nelle mani del ministero dell’Interno e di quello della Difesa. Il resto è solo speculazione politica che non porta da nessuna parte».
I fatti di violenza che hanno come protagonisti minorenni, anche nelle scuole, fanno riflettere politici e psicoterapeuti. Lo sport è un antidoto?
«Finalmente sta crescendo la consapevolezza che lo sport svolga un servizio sociale e rappresenti una difesa immunitaria contro degrado e violenza. Più si diffonde lo spirito sportivo, l’educazione ai valori dello sport e la pratica delle varie discipline, meno spazio c’è per il peggio che la società purtroppo esprime».
La violenza giovanile si manifesta dove lo sport è assente?
«Direi di sì, ma è anche il frutto di modelli sbagliati. Penso agli esempi negativi che arrivano da certe serie televisive dove lo Stato non esiste e non c’è rispetto della sacralità della vita. E dove i conti certi personaggi-criminali se li regolano da soli, in una guerra per bande».
Risultato?
«Gli effetti li riscontriamo non solo nello stile di vita dei ragazzi, ma nelle scelte. Basta uno sguardo sbagliato per far partire una rissa, una coltellata o un colpo di pistola. Abbiamo bisogno di alleanze tra famiglia, scuola, cultura e sport. È necessario moltiplicare i progetti come Caivano, orientati all’offerta di incontro, ascolto e opportunità. Dobbiamo anche valorizzare la stragrande maggioranza dei giovani che ha voglia di fare, crescere e migliorare».
Dunque, punta il dito contro i «cattivi maestri»?
«Sì, contrapposti agli eroi positivi dello sport, che bisogna saper valorizzare perché abbiamo tutti bisogno di buoni esempi, dei quali siamo ricchi e che sono fonte di positiva ispirazione».
I costi di queste Olimpiadi si aggirano intorno ai 6 miliardi. Molti temono che non rientrerete dalle spese.
«Puntualizziamo. Due miliardi di euro per l’organizzazione e 3,5 miliardi per le infrastrutture, in grandissima parte destinati al miglioramento della viabilità su gomma e su ferro. Per le infrastrutture sportive posso assicurare che dopo le Olimpiadi non ci saranno cattedrali nel deserto. Abbiamo previsto strumenti per monitorare l’eredità dei Giochi, perché non ripeteremo gli errori commessi in passato. L’impatto di Milano-Cortina sarà di 5,3 miliardi di euro, secondo le Università Bocconi e Ca’ Foscari, diciamo fonti più che autorevoli e affidabili».
E sui conti?
«Più che i costi, a me interessa la partita doppia, cioè che siano Giochi a saldo positivo, che sia un evento a valore aggiunto. Pensare solo alla spesa, non comprendere il ritorno degli investimenti e degli impatti diretti, indiretti e indotti, significa fare ragionamenti superficiali e fuorvianti».
I Giochi saranno un volano economico, possiamo certificarlo?
«Il lavoro della Simico, Società Infrastrutture Milano-Cortina, sotto il coordinamento del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, produrrà un lascito tangibile dei Giochi che migliorerà la qualità della vita delle persone che vivono nei 22.000 chilometri quadrati interessati dalle Olimpiadi. Quindi non vincerà solo lo sport, ma anche il lavoro, la cultura e il turismo italiano».
Intanto continua la corsa per arrivare pronti agli europei del 2032. Anche se questo non è oggi il suo primo pensiero.
«Ho tanti primi pensieri e tra questi ci sono gli stadi. Non c’è molto tempo e abbiamo un piano di lavoro di concerto con Uefa e Federcalcio per rispettare le tappe che prevedono una scadenza fondamentale a settembre di quest’anno».
Quale?
«L’indicazione da parte della Federcalcio all’Uefa dei cinque stadi che dovranno ospitare le partite in Italia, con i progetti definitivi e i piani economico-finanziari approvati. C’è una competizione in atto tra vari progetti e sono certo che faremo bene anche in questa occasione. Peraltro, vogliamo andare ben oltre perché pensiamo, più ambiziosamente, di contribuire all’ammodernamento generale degli stadi delle tre leghe professionistiche, collaborando con i comuni e i club».
Il generale Vannacci, dopo aver lasciato la Lega, giocherà nella serie B della politica?
«Ognuno è artefice del suo destino. Non mi permetto di esprimere giudizi, ma enuncio un principio cardine: chi ha responsabilità pubblica deve sempre farsi guidare dal senso dell’onore. Non solo a parole ma nei comportamenti concreti».
Lo sa che, oltre a Calenda, si fa il suo nome come sindaco di Roma?
«Grazie, ma non è un tema sul tavolo. Mi auguro solo che il nuovo sindaco abbia visione, contenuti, sentimenti e forza d’animo».





