«Il conflitto in Iran durerà. E noi europei non siamo pronti alla guerra. Occorre rafforzare gli sforzi diplomatici». Secondo l’ambasciatore Giampiero Massolo, già segretario generale della Farnesina, non ci sono segnali di un rasserenamento sul fronte iraniano. Anzi. «Sembra che la leva dell’escalation adesso sia più in mano iraniana che americana. E anche Usa e Israele non sembrano perseguire gli stessi obiettivi». E se Trump dovesse perdere le elezioni? «Reagirà con il suo temperamento: alzando la posta».
Dalla Casa Bianca arrivano dichiarazioni ora bellicose ora distensive. Nel frattempo i marines si mobilitano in vista di una possibile operazione di terra.
«La crisi si protrarrà, nonostante le ultime dichiarazioni del presidente americano sul possibile ridimensionamento delle attività militari. Mi pare che Trump abbia in qualche modo perso il controllo dell’escalation, che è passata nelle mani iraniane: attraverso l’uso dei loro strumenti asimmetrici - barchini, mine, colpi mirati - gli iraniani generano un’insicurezza sistemica nello Stretto di Hormuz, facendo salire a livelli altissimi i costi dei noli e delle assicurazioni, e rendendo di fatto impraticabile quella via di mare. Questo provoca uno shock energetico e geopolitico a cascata».
Quando lei dice che Trump ha «perso il controllo» dell’escalation, si riferisce anche al versante comunicativo?
«Sì, è saltato anche il controllo della narrativa. All’inizio si parlava di disarmare l’Iran sul piano nucleare, adesso sembra che l’obiettivo sia impossessarsi di Hormuz - che è una cosa ancora più complicata. Da un lato si afferma di essere vicini al raggiungimento degli obiettivi della missione - senza precisare quali - e si dice di aver cancellato la capacità militare iraniana. Ma se l’Iran è stato debellato, perché resiste ancora agli attacchi?».
Il regime ha cambiato volto, con l’uccisione della Guida suprema Khamenei? Scorge delle fragilità nel sistema di potere iraniano?
«Siamo passati da un regime a prevalenza clericale a uno a prevalenza laica, con i pasdaran al comando, ma non sembra alle viste né un crollo né un’implosione».
Israele e Stati Uniti puntano allo stesso obiettivo?
«C’è una discrepanza di fondo sulle finalità. Israele vuole che la guerra duri e si estenda il più a lungo possibile, contando sul fatto che prima o poi il Paese collassi. L’obiettivo di fondo è la pax militare israeliana nella regione».
E questo scenario è accettato dalla Casa Bianca?
«Solo fino a un certo punto, perché contrasta con le ambizioni degli Emirati del Golfo e dell’Arabia Saudita, i quali vedono male una prevalenza regionale troppo rilevante di Israele: colpire l’Iran va bene, ma non rendere Israele la potenza dominante della regione».
Quindi qual è il sentiero stretto di Trump?
«Come dicevo, questa guerra si gioca sul destino di Hormuz. Finché resta chiuso lo stretto, Trump non può permettersi di chiudere l’operazione senza subire un danno rilevante alla propria immagine e a quella degli Stati Uniti».
Dunque la partita si decide sullo stretto?
«Serve un accomodamento sul passaggio delle navi, perché per il resto gli obiettivi più ambiziosi - il crollo del regime - sono fuori portata. E questa soluzione può assumere diverse forme, ma deve riprendere visibilmente la navigazione, attraverso una forzatura, oppure con una sorta di condominio. Cioè riconoscendo all’Iran una quota di controllo sullo stretto in cambio del libero transito».
E sul piano interno, quanto gli Usa possono permettersi un coinvolgimento che si protrae nel tempo?
«Trump comincia ad avvertire scricchiolii nella sua base Maga, che mal digerisce questo attivismo militare, specialmente l’eventualità di truppe a terra, sia a Kharg che sulle coste meridionali iraniane per forzare il blocco».
L’incertezza nuoce anche all’economia americana, e già si palesa lo spettro della recessione.
«Trump dice che Hormuz non è un problema americano, che gli Stati Uniti non dipendono da quelle risorse energetiche. Ma ignora un piccolo particolare: gli shock energetici provenienti da Hormuz, in un mondo globalizzato in cui i mercati energetici e alimentari - inclusi i fertilizzanti - sono interconnessi, avranno inevitabilmente ripercussioni anche sull’America».
Ci sarà un contraccolpo politico-elettorale a Washington? Alcuni sondaggi dicono che soltanto un americano su quattro approva l’intervento in Iran.
«È tradizione che i presidenti in carica perdano le elezioni di midterm. Ma Trump è un presidente diverso dagli altri, e ha fatto di questo voto intermedio un banco di prova».
Dunque?
«Se, come è prevedibile, dovesse perdere la Camera dei rappresentanti - e anche il Senato potrebbe essere in bilico - si ingenererebbe un’impressione di debolezza intollerabile per una personalità come quella di Trump».
Questo tuttavia non frenerebbe la verve presidenziale?
«No, all’opposto, il presidente rilancerebbe con una reazione uguale e contraria. In caso di sconfitta elettorale, Trump si impegnerebbe ancora di più per espandere ulteriormente i poteri dell’esecutivo. E negli Stati Uniti, ricordiamocelo, si possono prendere moltissime decisioni per decreto».
«Alleati codardi, mi ricorderò di voi». Quando Trump utilizza il suo linguaggio colorito nei confronti dei partner europei, sta sancendo la fine dei rapporti Usa-Europa? O anche questa è campagna elettorale, e prima o poi le relazioni si ricomporranno?
«Perdere l’Europa sarebbe un danno di immagine anche per Trump. Le basi militari in Europa, che gli Stati Uniti ora ci chiedono di finanziare, rappresentano anche la proiezione americana verso l’Indopacifico, che altrimenti sarebbe geograficamente troppo distante. Gli americani hanno interesse a restare in Europa, e noi abbiamo interesse a tenerli qui».
Perché?
«Nel futuro non saremo indipendenti, e sviluppare un’autonomia adeguata in tempi rapidi sarà difficile».
La Nato si ritira dall’Iraq e in Europa non si fa che ripetere: non è la nostra guerra.
«Ma la guerra ci tocca da vicino, perché fa salire i costi energetici e alimentari, e provoca pressioni inflazionistiche. Fino a quando possiamo permetterci di dire che non ci riguarda?».
Il piano per la riapertura dello stretto di Hormuz firmato da sei Paesi, Italia compresa, è un primo passo verso una soluzione?
«È importante, ma deve essere seguito da azioni concrete. L’Europa e il Giappone non sono pronti per un’operazione militare in acque ostili. Ma si potrebbe agire diplomaticamente, favorendo una risoluzione Onu sulla libertà di navigazione, che copra eventuali azioni di fiancheggiamento o di sminamento. E parallelamente si potrebbe incoraggiare un’azione comune con la Cina per una partecipazione più ampia».
Chi comanda oggi in Europa?
«Ci sono due Paesi che per consistenza militare hanno la gravitas internazionale per assumere un ruolo rilevante: Francia e Regno Unito, al di là delle loro debolezze interne. Noto poi con soddisfazione che anche il governo italiano si sta collocando in una dimensione che privilegia il collegamento con i partner europei come interesse primario. È la scelta giusta».
Nel frattempo la Russia brinda agli introiti petroliferi?
«L’innalzamento dei proventi petroliferi ha ridato alla Russia un cuscinetto finanziario. La Russia non ha, in questo momento, nessun incentivo concreto a negoziare seriamente sull’Ucraina. E Trump non torcerà il braccio a Putin, così come probabilmente non infierirà su Zelensky».
Non converrebbe intavolare un dialogo con la Russia per avere sollievo sul piano energetico?
«Non credo che sarà politicamente possibile, né economicamente necessario, tornare a riaprire le forniture energetiche russe come se si girasse un interruttore. In Ucraina non ci sarà vera pace, ma al più un assetto provvisorio e precario».
Il diritto internazionale è sepolto? Rischiamo la legge della giungla in altri teatri del mondo?
«Se il messaggio è “might is right”, che poi è la legge del più forte, allora il rischio esiste. Va detto però che la legge della giungla sta trovando i suoi limiti nella realtà: l’Ucraina non si sistema, l’Iran non si arrende, in Medio Oriente il piano Trump è al palo. I fatti hanno questa maligna abitudine: contraddicono le intenzioni».
«Mai come oggi i leader mondiali dovrebbero ricordarsi della lezione di Silvio Berlusconi in politica estera. E rintracciare ciò che è ancora attuale dello spirito di Pratica di Mare: sapersi mettere nei panni dell’interlocutore, coltivare il dialogo senza pregiudizi è un prerequisito per il successo della diplomazia». Marco Carnelos è stato ambasciatore italiano in Iraq e inviato speciale in Siria. Ha scritto con Giovanni Castellaneta il libro Berlusconi, il mondo secondo lui. Una lezione di politica estera nell’attuale disordine globale (Guerini Associati).
A che punto è la notte in Iran?
«Domina l’incertezza e la volatilità economica e sociale. Le democrazie occidentali, con le loro fragilità nelle catene di approvvigionamento, nei sistemi economici e nella capacità delle opinioni pubbliche di sopportare privazioni prolungate, hanno una soglia di resistenza molto più bassa di quella della popolazione iraniana».
Un po’ come accadde nei primi giorni del conflitto in Ucraina, anche stavolta abbiamo il sospetto che il nemico sia più resistente alla sofferenza?
«L’Iran è sotto sanzioni da 47 anni e si è adattato a convivere con la privazione come condizione strutturale. Se misuriamo la capacità di resistenza a livello di opinioni pubbliche, quella iraniana è superiore. Detto questo, ci sono aspetti militari che non vanno sottovalutati».
L’uccisione di Khamenei non facilita le cose?
«Eliminare il leader supremo è stato un atto percepito come un affronto quasi religioso: e quando entra in gioco la dimensione religiosa, i compromessi diventano molto più difficili. Non c’è una strategia chiara da parte americana, e la capacità di risposta iraniana è stata sottovalutata».
Anche nel caso di Hezbollah?
«Sì, ce lo avevano descritto come degradato e decapitato, e invece sta dimostrando di avere ancora la capacità di attaccare efficacemente Israele e in modo addirittura sincronizzato con i lanci provenienti dall’Iran».
Ha parlato di «sottovalutazione» della risposta iraniana. Non è un’accusa da poco.
«La sottovalutazione sta diventando quasi un fardello cronico delle nostre capacità di intelligence. Pur disponendo di asset straordinari per la raccolta dati, molto spesso da questi strumenti vengono tratte conclusioni che non aderiscono alla realtà. Le spiegazioni sono due: o il metodo di analisi è sbagliato, oppure i Paesi avversari mettono in pratica azioni di dissimulazione che vanno a bersaglio».
Il rischio atomico esiste?
«Nel giugno scorso il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato di aver cancellato completamente il programma nucleare iraniano, e appena otto mesi dopo i suoi negoziatori si recavano a Ginevra per negoziarne lo smantellamento. La contraddizione stride, e incrementa l’incertezza. Siamo in presenza di situazioni senza precedenti, e non mi sentirei più di escludere nulla».
È possibile che vi sia una strategia più profonda, volta a complicare la vita alla Cina sui rifornimenti energetici?
«La Cina aveva già parzialmente ridotto la propria esposizione ai rifornimenti dal Golfo. Alcuni Paesi stanno chiedendo all’Iran l’autorizzazione al passaggio nelle acque dello Stretto, e l’Iran la sta concedendo. La Cina, ad esempio, ha ottenuto il permesso di far transitare le proprie petroliere, non è ancora chiaro se la stessa concessione l’abbia ottenuta anche l’India».
Dunque?
«Dunque, l’impatto maggiore della scarsità di petrolio non lo sta registrando la Cina, bensì le economie europee: stiamo assistendo a un immenso innalzamento dei noli marittimi, soprattutto quelli garantiti dalle grandi compagnie assicurative occidentali. Una delle maggiori compagnie petrolifere europee ha già invocato la clausola di forza maggiore. Il temporaneo raffreddamento del prezzo del petrolio, legato alle dichiarazioni di Trump sulla fine imminente della guerra, è una cosa che può durare qualche giorno; ma se il conflitto continua, come sembra, il sistema non reggerà, e infatti negli ultimi giorni abbiamo registrato un nuovo rialzo».
Quindi la strategia iraniana è lasciar passare il tempo, strangolandoci con il caro-energia?
«L’Iran ha costruito una strategia secondo cui il colpo economico imporrà ai belligeranti di fermarsi. Il sistema economico internazionale è già stato messo a durissima prova da due fenomeni imprevisti - il Covid e la guerra in Ucraina - con i loro impatti sulle catene di approvvigionamento. Il conflitto in Iran rappresenta il terzo elemento destabilizzante. Se a questo, si aggiungesse un intervento attivo di russi e cinesi in tale schema di logoramento, le conseguenze potrebbero essere ancora più devastanti. Io la chiamo la strategia della “morte inflitta attraverso mille tagli”».
Ad oggi un regime change non sembra all’orizzonte.
«L’Iran è un Paese con ampie minoranze: azeri nel Nord, curdi nel Nord Ovest, arabi nel Sud Ovest, beluci nel Sud Est, tutti caratterizzati da movimenti più o meno irredentisti. Sembrerebbe ci siano tentativi di sobillare in particolare i curdi per creare instabilità interna. Ma vedo molta improvvisazione. Anche chi dispone delle migliori informazioni sul terreno - come gli israeliani - ha dimostrato di poter prendere cantonate colossali. Capita anche ai migliori».
Come sta rispondendo l’Europa di fronte alla più grande minaccia economica degli ultimi decenni?
«I leader europei sembrano in larga parte inadeguati, pallide ombre di quelli di un tempo. Basta leggere i loro comunicati sperduti, senza una direzione, e senza nemmeno un’apparente consapevolezza della gravità della situazione».
L’Unione europea, i cui vertici sono rimasti in ombra in questi giorni cruciali, dovrà necessariamente cambiare volto per non sparire?
«L’Unione europea ha un suo potere deterrente forte, che non è militare (e temo sia un miraggio inseguirlo oggi, sembra tardi) ma un soft power economico. Dispone di due strumenti di enorme influenza globale: primo, la forza del suo mercato - 500 milioni di consumatori - che teoricamente le permetterebbe di avere voce in capitolo su tutto. Secondo, il potere regolamentare, spesso usato in modo controproducente. Penso alle alte tecnologie e all’intelligenza artificiale: noi europei non abbiamo alcuna autonomia, e dipendiamo interamente da piattaforme americane o presto cinesi. Ci siamo consegnati allo straniero. Ne avremmo anche un terzo, dirompente, l’euro come valuta di riserva per gli scambi, ma non lo abbiamo voluto usare».
Occorre una riforma urgente?
«Per sopravvivere con dignità e una capacità d’azione incisiva nel contesto internazionale, la regola dell’unanimità deve essere abolita. E forse bisogna selezionare meglio la propria classe dirigente: abbiamo a che fare con figure imbarazzanti, da Merz che rilascia dichiarazioni a dir poco imbarazzanti, a Macron in preda a una bulimia di iniziative improduttive, per finire con Starmer in caduta libera. Sánchez sembra l’unico in grado di opporsi a certe prepotenze americane, mentre il nostro premier ha mantenuto finora un prudente silenzio strategico. In alcuni casi, non tutti, il silenzio è la migliore strategia».
Qual è l’insegnamento berlusconiano che conviene ricordare in questi tempi?
«Berlusconi aveva una caratteristica che manca agli attuali leader: l’empatia cognitiva. Significa avvicinarsi a un negoziato portando avanti i propri interessi, ma sforzandosi di capire le esigenze dell’altro. Se non si capisce cosa muove l’interlocutore, si finisce in un vicolo cieco e il negoziato non produce risultati».
Il principale successo della gestione berlusconiana fu il summit Bush-Putin a Pratica di Mare.
«Berlusconi riuscì nell’impresa. Eppure, appena sei mesi dopo la firma, la Nato annunciò il suo terzo allargamento a sette nuovi Paesi dell’Europa orientale. Berlusconi si chiese quale messaggio si stesse mandando a Putin, sottolineando l’incongruenza: da un lato si creava il Consiglio Nato-Russia, dall’altro si avanzava verso i confini dell’ex impero sovietico».
È possibile recuperare lo spirito di Pratica di Mare in un mondo completamente diverso?
«Riscoprire lo spirito di Pratica di Mare significa tenere aperti i canali di dialogo con tutti. Respingere le pregiudiziali e la deleteria logica del gioco a somma zero. Oggi Berlusconi avrebbe fatto questo sforzo sia verso la Russia che per le crisi in Medio Oriente. Avrebbe inoltre provato a moderare con gli Stati Uniti, anche se riconosco che interagire con un personaggio narcisistico, imprevedibile e volitivo come Trump sarebbe stato un compito arduo anche per lui».
Il premier Meloni ha sottolineato che l’Italia non vuole entrare in guerra. Come si sta muovendo il governo?
«L’Italia dovrebbe essere un ponte tra mondi diversi, e svolgere un ruolo di mediatore, possiede le migliori credenziali politico-culturali: per fare questo, però, occorre avere il coraggio di dire certe cose, interrompendo il silenzio strategico. Questo coraggio Meloni l’ha trovato in Parlamento, sebbene forse con qualche giorno di ritardo. Per me il minimo sindacale è la coerenza: se si condanna la Russia come aggressore in Ucraina, lo stesso metro di giudizio andrebbe applicato nei confronti di Usa e Israele in Iran. Senza questa coerenza, la credibilità come mediatori crolla».
Gianandrea Gaiani, direttore della rivista Analisi Difesa ed esperto militare: molti particolari di questo conflitto sfuggono all’opinione pubblica occidentale. Lei condivide la preoccupazione per la minaccia nucleare che arriva da Teheran?
«Non sono un ammiratore degli ayatollah, ma la storia della minaccia atomica non mi convince. Nei rapporti dell’Onu non si trova traccia di un pericolo imminente. Nel giugno scorso Trump dichiarava di aver azzerato il programma nucleare iraniano: com’è possibile che oggi Teheran sia quasi in possesso della bomba?».
Se non il rischio atomico, qual è la motivazione dietro l’attacco?
«È una guerra per l’energia. Da quando gli Usa sono diventati energeticamente autosufficienti, i loro interessi divergono dai nostri. Hanno il problema dei costi dell’export via nave, che rendono la loro energia sul mercato più costosa di quella mediorientale o nordafricana. Da qui la necessità di destabilizzare le aree chiave. Non è un’idea di Trump, lo facevano anche Biden e Obama, anche se con uno stile meno arrogante».
Come può dirlo?
«Mettiamo insieme i pezzi. Nel 2011 Obama sostiene e alimenta le primavere arabe, per destabilizzare un’area energetica che alimenta Europa, Cina e Corea. Nel 2014 il cambio di regime a Kiev – su cui gli Usa hanno investito 5 miliardi di dollari – colpisce il territorio dove passano i gasdotti verso l’Europa. E oggi la guerra si abbatte sul petrolio che esce da Hormuz. La Cina ha sei mesi di autonomia senza il petrolio iraniano: l’obiettivo numero uno è tagliare le gambe a Pechino».
Una guerra che pagherà anche l’Europa?
«La stiamo già pagando. Dopo aver rinunciato al gas russo, dovremo rinunciare anche all’energia mediorientale, per acquistare solo dagli Usa. E poi si riaccederanno gli Huthi nel Mar Rosso, che colpiranno le rotte commerciali con l’Italia. Nulla di ciò che sta accadendo risponde ai nostri interessi».
E militarmente?
«I droni e i missili che arrivano a Cipro colpiscono le basi inglesi, cioè territorio britannico, e scaraventano la Ue in prima linea. Ad Akrotiri c’è anche un grosso centro di ascolto d’intelligence che copre tutto il Medio Oriente».
Il coordinamento europeo in difesa di Cipro è un embrione di difesa europea?
«Sono Paesi con interessi diversi. La Grecia ne approfitta per risaldare la presenza dell’etnia greca sull’isola. La Francia vuole ritagliarsi una leadership militare. Ma nessuno in Europa ha il coraggio di dire agli americani: fermatevi, perché questa iniziativa mette a repentaglio la nostra stabilità».
Ma tra il terrore degli ayatollah che annega nel sangue i dissidenti, e gli Stati Uniti, dovremmo sapere da che parte stare.
«Ci andrei piano con le questioni morali. Il regime degli ayatollah è certamente odioso e antidemocratico. Ma lo è anche quello del presidente dell’Azerbaijan da cui compriamo il gas. Chiamiamo “terroristi” i pasdaran, quando hanno ripulito l’Iraq dall’Isis. Nel frattempo riconosciamo come leader della Siria Al-Jolani, che faceva parte di al-Qaeda, dell’Isis, fondatore di Al-Nusra, con 10 milioni di dollari di taglia americana sulla testa. C’è un cortocircuito assoluto».
Sta dicendo che dovremmo scaricare l’alleato americano?
«Dagli alleati ti aspetti condivisione e rispetto. O perlomeno un avviso, prima di scatenare l’apocalisse nel nostro cortile di casa. Un alleato rispettoso, per esempio, non fa esplodere il gasdotto Nord Stream, per poi dare la colpa a quattro palombari ucraini. Noi europei non siamo alleati, ma vassalli. E forse è giunto il momento di “liberarci dei liberatori”».
Addirittura?
«Non parlo di ostilità. Sto dicendo che dobbiamo costruire un nuovo rapporto, non di sudditanza. In un anno Trump ci ha imposto 750 miliardi di dollari di acquisti di energia americana, 600 miliardi di dollari di investimenti nella loro industria, il 5% del Pil della difesa nell’acquisto di armi americane. A tutti questi diktat gli europei hanno risposto “yes daddy”, per dirla con le parole del segretario Nato Rutte. Gli americani, a prescindere da chi governa, perseguono i loro interessi. Ma noi europei siamo disposti a difendere i nostri?».
Ce l’ha con Bruxelles?
«La Ue non è la soluzione ai problemi, ma una delle fonti. È una nomenclatura che risponde agli interessi di alcune lobby, finanziate dai fondi di investimento americani o cinesi, a seconda delle circostanze».
E allora? Dovremmo forse metterci sotto l’ombrello di altre potenze imperiali?
«I pezzi d’Europa economicamente più avanzati, Francia, Germania e Italia, hanno spazi di manovra per muoversi insieme. Hanno la capacità culturale e spero anche politica per non inchinarsi a nessuno. E possono adoperarsi per chiudere le guerre, non per alimentarle».
E l’Italia, come ne sta uscendo?
«Noi italiani consideriamo area strategica prioritaria il Mediterraneo allargato, oggi compromesso. Siamo il ponte tra Occidente, Russia e mondo arabo, pur restando amici di Israele. Ma in questo momento non vedo più un ruolo propositivo dell’Italia, né dei Paesi europei. Qualcuno si è mosso per avviare un’iniziativa diplomatica che faccia fermare questi conflitti? Mi pare di no, né per l’Ucraina né per il Medio Oriente».
Concederemo le basi agli Stati Uniti, ma solo per i rifornimenti.
«Sul piano militare gli americani non hanno bisogno delle nostre basi in questo momento, perché sono troppo lontane. Sigonella, ad esempio, ospita i droni strategici americani Global Hawk, che volano sul Mar Nero per fare disturbo elettronico e ricognizione contro i russi, ed è molto lontana dal teatro operativo iraniano. Fra il Golfo Persico e Israele gli americani hanno una marea di basi: non hanno bisogno di altro».
Dunque non ci verrà richiesto di scendere in campo?
«Potrebbero chiedercelo in futuro per mettere alla prova la nostra fedeltà o per testare il governo, però non ne hanno militarmente bisogno in questo momento».
Quindi «non siamo in guerra», come dice il governo?
«Non siamo in guerra, a parte il sostegno logistico. E a dir la verità non siamo in guerra neanche con la Russia, pur avendo sostenuto Kiev con uno sforzo non risolutivo, perché l’Ucraina la guerra la sta perdendo. In questa fase così delicata, sarebbe opportuno riprendere i rapporti con la Russia, per motivi strettamente pragmatici, sennò andiamo a fondo. Dove prendiamo l’energia, con il Golfo in fiamme, e un muro tra noi e Mosca?».
Chiudiamo con qualche considerazione militare. Quanti missili rimangono all'Iran?
«Non lo so. L’Iran sta combattendo per la sua sopravvivenza, e credo abbia depositi di missili balistici molto in profondità sottoterra. Molti esponenti del Pentagono avevano avvisato Trump che iniziare una guerra con l’Iran era rischioso, avendo i magazzini mezzi vuoti dopo i rifornimenti verso l’Ucraina e Israele».
Rischiamo una cronicizzazione del conflitto in stile Afghanistan?
«Se l’Iran si sfalda e scoppia la guerra civile, finiamo nel caos, anche se in questo momento il regime sembra saldo. Il punto è che all’Iran è sufficiente resistere, e sopravvivere. Come ha fatto Hamas, che è ancora al suo posto. Il tempo gioca a favore di Teheran, che nel frattempo riceve grande aiuto da Cina e Russia».
Cina e Russia fanno parte del risiko?
«Da settimane si registra un forte traffico di aerei da trasporto russi e cinesi, che hanno scaricato materiale militare in Iran: qualcuno dice radar, forse anche batterie di missili per la difesa aerea, probabilmente anche qualcosa di offensivo, armi ipersoniche che possono essere usate per colpire le navi americane nel Golfo».
E lo scambio di informazioni?
«Pechino fa circolare da tempo le immagini nitidissime delle basi americane, scattate dai loro satelliti, e le gira agli iraniani che così possono prendere meglio la mira. È un messaggio di deterrenza agli Usa: evitate di attaccare, perché l’Iran non è solo».
Ipotesi escalation?
«Scenario possibile: se ci fosse una prolungata chiusura di Hormuz, la Cina potrebbe mandare a scopo deterrente la sua flotta all’imboccatura dello stretto, rivendicando la libertà di navigazione».
E i Paesi arabi?
«Se tra qualche settimana chiederanno missili da difesa, e gli americani risponderanno di non averne neanche per sé stessi, potrebbe cambiare la percezione dalla guerra. L’opinione pubblica del Golfo non è così filo-americana da sopportare a lungo questa situazione. Insomma, in questa fase Stati Uniti ed Israele si giocano buona parte della loro reputazione nel mondo, e del loro status di potenza militare. L’Europa invece, la reputazione se l’è giocata da tempo».





