Professor Marco Tarchi, politologo e docente alla scuola di scienze politiche dell’università di Firenze: la Biennale di Venezia non è mai stata così al centro del dibattito. Da una parte il presidente Buttafuoco, che rivendica la sua scelta di aver consentito l’apertura del padiglione russo, dall’altra una parte del governo, a cominciare dal ministro Giuli, che dichiara: «La Russia putinista è presente a Venezia grazie ad un accordo fatto alle spalle del governo aggirando le sanzioni». Rispetto a questa polemica, lei come si posiziona?
«In completo accordo con Buttafuoco. Fin dai primi giorni dell’attacco all’Ucraina ho espresso la mia contrarietà rispetto alla posizione assunta dal governo italiano, che avrebbe dovuto adoperarsi affinché l’Unione europea evitasse di adeguarsi supinamente agli interessi statunitensi e di quello che almeno sino ad allora era il loro braccio armato e assumesse invece un’iniziativa diplomatica per arrestare il conflitto nel più breve tempo possibile. E soprattutto ho deplorato l’esplosione di una vera e propria isteria antirussa mediatica e politica, spalleggiata da buona parte degli ambienti intellettuali progressisti. Dopo più di quattro anni, sarebbe l’ora di ragionare con il buonsenso e non con l’ideologia, rendendosi conto che fare della Russia il proprio nemico è una follia. Il ritiro delle sanzioni sarebbe lo strumento di trattativa più efficace per giungere alla fine delle ostilità. E la riapertura di un dialogo culturale – che la decisione del presidente della Biennale facilita – agirebbe nello stesso senso».
Ha fatto bene Buttafuoco a citare le parole del presidente Mattarella ai David di Donatello, riferendosi a «libertà e audacia» come mandato del lavoro artistico?
«Citare Mattarella, che è uno dei più tenaci assertori della linea atlantista di incondizionato sostegno a Kiev, per sostenere una decisione a lui certamente sgradita, è un capolavoro di sagacia retorica, una materia in cui Pietrangelo Buttafuoco si è da sempre dimostrato un maestro. Anche quando – mi è capitato poche volte, ma è accaduto – non mi sono trovato d’accordo con lui su qualche giudizio. E comunque sì, libertà e audacia sono ingredienti indispensabili dell’attività artistica».
Non crede che aprire il padiglione alla Russia possa compromettere l’immagine internazionale dell’Italia? Questa polemica rispecchia anche le divisioni in seno al governo sull’atteggiamento da tenere con Mosca?
«Penso l’esatto contrario. L’Italia avrebbe tutto da guadagnare se assumesse, in materia di politica internazionale, una capacità d’iniziativa almeno in parte autonoma dai diktat d’oltreoceano o da quelli della Commissione di Bruxelles. Significherebbe rispettare concretamente le promesse di difesa degli interessi nazionali tante volte sbandierate da Giorgia Meloni prima e dopo l’approdo a Palazzo Chigi. È evidente che in questo campo la compagine di governo è condizionata dai veti di Forza Italia, ma se chi la guida non è in grado di superarli, finirà con pagarne il conto al momento delle elezioni. E magari si ritroverà disarcionata dall’ennesimo compromesso centrista per uno di quei governi delle larghe intese contro cui ha tuonato per un decennio».
Cosa pensa dell’intervento della Commissione europea, che minaccia di ritirare i finanziamenti alla Biennale? Scorge un’ipocrisia nella diversità di trattamento riservato ad Israele?
«Certamente sì. È l’ennesima prova della cecità geopolitica degli attuali dirigenti dell’Unione europea e della loro sudditanza – prima di tutto psicologica – ai voleri di un “alleato” che in realtà li ha sempre considerati poco più che dei servi e che adesso non si trattiene neanche più dal dirlo a chiare lettere. L’inazione dell’Ue nei confronti dei massacri e delle distruzioni perpetrati a Gaza, e oggi anche in Libano, è vergognosa».
Sempre a proposito del ministro Giuli, si è parlato di finanziamenti pubblici a film «immeritevoli». Ritiene giusto che lo Stato sovvenzioni il cinema nazionale, e come giudica certi criteri di assegnazione?
«Da bulimico appassionato di cinema, che utilizza gran parte del proprio tempo libero per vedere film in sala (astenendosi da qualunque serie o piattaforma), posso dire che l’orientamento ideologico della produzione cinematografica italiana è davvero sconcertante. Chi ha dubbi sul fatto che l’egemonia culturale progressista sia tuttora vigente non ha che da verificare di persona. Il che spiega perché il ministro di un governo di centrodestra possa essere imbarazzato nel foraggiare a spese dello Stato una produzione di questo tipo. Anche in questo settore, però, deve vigere la regola della libertà artistica e quindi l’unico criterio per l’assegnazione dei fondi deve essere la qualità dei lavori presentati. Che, rispetto alla produzione a cui accennavo, è molto ineguale. Ma immagino che per la parte politica che egemonizza questo campo ogni pellicola che veicola i suoi messaggi sia, di per sé, un capolavoro…».
Nel suo libro Le tre età della fiamma, lei indaga sull’identità del popolo di destra. Ritiene che sul piano culturale la destra italiana sia ancora succube dei progressisti?
«Più che succube, mi pare tuttora incapace di produrre alternative valide. Attaccare le cittadelle stabilmente presidiate dai custodi di un’egemonia più che cinquantennale è certamente un compito arduo, ma se si manca di strategia e ci si limita a proclami e iniziative sporadiche diventa impossibile. Gli ambienti neofascisti, spinti dal desiderio di uscire dal clima asfissiante del ghetto nostalgico, avevano prodotto un progetto metapolitico di lungo periodo, impropriamente definito “gramscismo di destra”, che i partiti postfascisti hanno ignorato o frainteso. Il risultato è uno stallo, determinato anche dall’incapacità – per gelosie, sensi di inferiorità o timori di concorrenza – di avvalersi delle energie intellettuali disponibili».
I reiterati attacchi di Trump nei confronti del Papa sono frutto – si è scritto – di due cristianesimi contrapposti: quello «radicale» di Trump e quello «universale» di Prevost. Come spiega il comportamento di Trump contro il Vaticano?
«Il cristianesimo che pervade certi ambienti conservatori statunitensi, e in particolare l’elettorato trumpiano, ha tratti di fanatismo millenaristico prossimo alla superstizione (si pensi al sionismo cristiano delle sette evangeliche), di complottismo, di sciovinismo che difficilmente si possono conciliare con il messaggio cattolico. E Trump si ritiene investito di un potere immune da qualsiasi limite imposto dall’esterno; vuole farsi passare, come dimostrano alcune sconcertanti immagini prodotte con l’intelligenza artificiale, per un inviato da Dio incaricato di interpretarne le volontà. Non stupisce che finisca per essere tentato dal giocare all’antipapa».
Pensa che sull’onda di Trump, che probabilmente verrà punito alle prossime elezioni di MidTerm, anche i partiti conservatori e populisti europei subiranno una débâcle?
«Dipende dal loro grado di appiattimento sul modello trumpiano, oggi sempre più impopolare. Marine Le Pen, ad esempio, ha sempre saputo tenersi lontana dagli esercizi di ammirazione verso l’instabile inquilino della Casa Bianca. Altri non l’hanno fatto e potrebbero risentirne».
L’attacco all’Iran testimonia la fine di un ordine mondiale dominato dagli americani? Dove dovrebbe schierarsi l’Italia nel nuovo mondo multipolare?
«Per la verità, l’attacco all’Iran è stato motivato dalla volontà di ribadire il dominio statunitense a livello planetario, spingendosi ben al di là dei confini della dottrina Monroe. E le minacce a Cuba dimostrano che le velleità di Trump sono tutt’altro che esaurite. L’Italia, e soprattutto l’Europa, dovrebbero prendere sempre più le distanze da questo progetto e capire quali sono i loro veri nemici. Mentre mi pare che stiano facendo il contrario».
La Nato pensa sia giunta al capolinea, e forse Trump ne sarà il becchino, oppure ne uscirà semplicemente riformata?
«Checché oggi ne vada dicendo Trump, la Nato è uno strumento essenziale agli Stati Uniti per tenere sotto controllo i Paesi europei ed impedire ad essi di varare una politica di progressiva autonomia strategica politico-militare (di cui peraltro, nell’odierno governo dell’Ue, non si vede la benché minima traccia). Dubito quindi molto che esista una volontà dell’amministrazione di Washington di svuotarla progressivamente. Minacciare di dislocare altrove una parte dei propri effettivi militari non significa affatto rinunciare alle basi esistenti e agli armamenti (nucleari) di cui dispongono. E quanto alle riforme, gli Usa nei fatti bloccherebbero tutte quelle che portassero davvero ad una parità di ruoli fra le due sponde del campo atlantico. Che comunque un governo “sovranista” si rammarichi dell’ipotesi di perdere 5.000 soldati Usa accampati sul suo territorio è un paradosso emblematico».
La Francia intende estendere il suo ombrello nucleare ad altri Paesi europei. Quanto la preoccupa tutto questo?
«Non poco, anche se fra le parole e i fatti, come sempre, rischia di esserci una distanza significativa. Questo rigurgito di pseudo-bellicismo rivolto contro una potenza che avremmo tutto l’interesse a farci amica – e che, a sua volta, avrebbe tutto l’interesse ad accettare questa amicizia – potrebbe sfuggire di mano e creare disastri spaventosi. È meglio non ballare sull’orlo di un baratro».
«La leadership europea deve comprendere una cosa: tutto quello che sta avvenendo - dall’Ucraina all’Iran - è la fine di un vecchio ordine mondiale. E quel vecchio ordine non tornerà. Non è una parentesi. Non va vissuta come “mettiamo a punto qualcosa, poi torna tutto come prima”. Non tornerà più. E quindi non è più il tempo degli zerovirgola di bilancio».
Marco Minniti, ex ministro dell’Interno e presidente della Fondazione Med-Or: l’Italia chiede maggiore flessibilità all’Europa, per poter affrontare la doppia sfida, militare ed energetica. Alcune componenti della maggioranza di governo spingono per lo scostamento di bilancio. Ma Bruxelles per ora non vuole saperne.
«Abbiamo sempre pensato che l’elemento di forza di un Paese fossero i fondamentali dell’economia. Poi abbiamo imparato, in questi mesi, un’altra cosa: che al pari dell’economia conta la collocazione geostrategica. Prendiamo la Turchia: fino a due anni fa aveva il 90% di inflazione, e abbassava il tasso di sconto invece di alzarlo, infischiandosene delle raccomandazioni del Fondo monetario internazionale. Ciò nonostante, nessuno ha fatto fallire la Turchia, perché nessuno poteva permetterselo, dal momento che controlla lo stretto dei Dardanelli, ha fatto da intermediario per i corridoi del grano con i russi, e in definitiva svolge un ruolo di mediazione in tutte le partite più delicate aperte nel mondo».
Dunque è tempo di pensare ai rapporti di forza, e non solo ai bilanci, come continua a fare una parte della dirigenza europea?
«Sì, per questo guardo con interesse al ruolo geostrategico dell’Europa: il fatto di esprimersi come una potenza di soft power, in un momento in cui sembra prevalere l’hard power, può consentire la costruzione di opportunità economiche che rendono meno schematico l’approccio ai conti pubblici».
Un esempio concreto?
«Di fronte alla politica dei dazi di Trump, l’Europa ha risposto trattando come un’entità unica, e poi ha allargato il mercato. Da qui gli accordi con il Mercosur, con l’Indonesia, con l’Australia, con l’India. Nel momento in cui l’Europa, invece di ripiegarsi su sé stessa, pensa al suo ruolo geostrategico come interlocutore positivo del Sud del mondo, può trovare chance economiche senza precedenti.
Anche in Africa?
«Sì, un continente cruciale per materie prime, agricoltura, e quelle terre rare decisive per l’intelligenza artificiale, di cui al momento la Cina detiene il monopolio mondiale. E non dimentichiamo che il Sahel, a pochi chilometri da noi, è il principale incubatore del terrorismo internazionale. Il Piano Mattei, giusta intuizione dell’Italia, deve diventare europeo, per avere un’Africa stabilizzata e prospera».
Tornando alle regole europee: si possono sostenere gli aumenti di spesa per la difesa senza rompere i vincoli di bilancio comunitari?
«C’è una contraddizione che vale la pena nominare: giustamente Italia ed Europa hanno sbloccato 90 miliardi di euro per l’Ucraina. Ma questa è già una scelta di autonomia strategica, perché se facessimo un calcolo puramente economico, dovremmo invece riprendere le importazioni di gas russo. Dunque, ci deve essere in Europa un sistema di mutuo riconoscimento: io posso chiedere a un Paese di assumersi responsabilità su un terreno, sapendo che gli altri si assumeranno responsabilità su altri terreni»,
Ma perché è scoppiata questa guerra?
«L’idea dell’amministrazione Trump era di replicare l’intervento in Venezuela: un passaggio rapido e indolore, magari approfittandone per fare gli interessi americani nel settore petrolifero. Si immaginava una rivolta popolare in Iran, che avrebbe consentito a Trump di presentarsi come liberatore. Ma la storia, a cominciare dall’Iraq, insegna che non si può costruire una democrazia soltanto con gli interventi militari. Serve un’idea di futuro».
Gli Usa sono rimasti spiazzati dalla chiusura di Hormuz?
«C’è stata una clamorosa sottovalutazione. Gli iraniani avevano sempre minacciato di chiudere lo stretto, e stavolta l’hanno fatto davvero. Eppure, l’umanità conosce da sempre quanto cruciali siano certi punti strategici. Per concludere le lunghe guerre del Peloponneso, Sparta paralizzò lo stretto dei Dardanelli con un blocco navale, sconfiggendo Atene».
Oggi quanto è pesante lo shock energetico?
«Se il blocco di Hormuz si prolunga ancora di un mese, si schiuderanno scenari imprevedibili. E se nel frattempo gli Huthi chiudessero lo stretto di Bab el Mandeeb - in italiano “porta delle lacrime” - la situazione finirebbe fuori controllo. Non parlo solo dell’energia, ma anche di risorse alimentari e fertilizzanti. Pensiamo all’elio, derivante dalla lavorazione del gas: con l’attacco ai giacimenti in Qatar è in pericolo un elemento fondamentale per la lavorazione dei microchip».
Qual è la strategia iraniana?
«Possiamo sintetizzarla in due parole: “caos” e “attrito”. Il caos è stato raggiunto colpendo i Paesi del Golfo, che erano impegnati in una mediazione, per dimostrare che toccare l’Iran avrebbe implicato conseguenze internazionali immediate. L’attrito significa prepararsi a una guerra di lungo periodo, dove ogni reparto delle milizie è in grado di reagire “a mosaico”, definendo da solo i propri obiettivi. Questo consente alle forze iraniane, pur con grandi perdite, di reggere nel tempo».
Il 1° maggio è scaduto il termine di 60 giorni previsto dalla legge americana entro cui il presidente deve notificare al Congresso l’operazione militare e ottenere la sua approvazione. Subito dopo, Trump ha dichiarato che il conflitto è concluso.
«Probabilmente è un escamotage tecnico per aggirare i controlli del Congresso, anche perché, se la guerra fosse davvero finita, Trump lo avrebbe annunciato con ben altra enfasi. In ogni caso, alcuni repubblicani hanno già fatto sapere che non daranno ancora carta bianca a Trump. L’opinione pubblica non comprende le vere ragioni dell’attacco. Intanto l’indice di approvazione dei cittadini americani è ancora in discesa. Sullo sfondo, inflazione e caro benzina».
E l’amministrazione Trump continua a perdere pezzi, mentre la base Maga rumoreggia.
«Ricordiamoci le elezioni di mid-term all’orizzonte, mentre è pendente una richiesta di impeachment da parte dei democratici nei confronti del segretario alla Guerra, per abuso di potere e crimini di guerra. Tucker Carlson, uno degli storici sostenitori di Trump, si è dichiarato pentito di averlo appoggiato. Tutto ciò preoccupa il presidente».
Come reagirà Trump a una sconfitta elettorale, e a un successivo, eventuale, assedio?
«Questo è il grande punto interrogativo. Uno come Trump potrà davvero fare la parte dell’“anatra zoppa”, mentre la sua base si sta rompendo? Intanto il fattore tempo gioca tutto a favore dell’Iran, che è una teocrazia in lotta per la sopravvivenza, e deve semplicemente resistere. Trump invece deve fare i conti con l’opinione pubblica, con il conto alla rovescia elettorale che avanza inesorabile».
È difficile essere ottimisti sulle trattative con Teheran. A che punto siamo?
«Siamo in una fase di “stallo minaccioso”: tutte e due le parti adottano un linguaggio radicale. Si è consumato il rapporto di fiducia tra i negoziatori, ed è inevitabile. Si dovrebbe procedere step by step, tenendo insieme i due obiettivi strategici: primo, garantire libera navigazione attraverso lo stretto di Hormuz, senza vincoli né pedaggi. Secondo, pieno controllo internazionale del programma nucleare iraniano, con un ruolo cruciale per l’Aiea. Non può essere concesso all’Iran di avere un’arma nucleare».
Intanto in Libano proseguono i raid israeliani.
«È un altro pezzo del mosaico. Va sostenuto il dialogo tra la presidenza libanese e Israele. La tregua è fragile, e Hezbollah sta facendo di tutto per far saltare i colloqui, perché consapevole che rappresentano la via maestra per disarmare i loro guerriglieri».
I Paesi del Golfo si sono divisi?
«L’uscita degli Emirati arabi dall’Opec rappresenta una “separazione” strategica tra due grandi Paesi sunniti. Si cominciano a intravedere due schieramenti: da un lato l’asse Arabia Saudita-Turchia-Pakistan, dall’altro Emirati-Israele-Stati Uniti».
Quale dovrebbe essere il ruolo europeo, se davvero si avviasse un percorso di pace?
«Il progetto dei “Volenterosi per Hormuz” è molto importante, e ritengo fondamentale che l’Italia ne faccia parte. Di fronte alla scelta degli Usa per l’unilateralismo radicale in politica estera, l’Europa non deve rompere il rapporto con Washington, ma in questa era dell’incertezza occorre un’autonomia strategica europea che consenta di avere un rapporto con gli Usa tra pari».
Una nuova visione del mondo?
«L’Ue può diventare il punto di riferimento di quella parte del mondo - Paesi del Golfo, Turchia, India - che ha buoni rapporti con gli Stati Uniti, ma è preoccupata delle loro oscillazioni, e non vuole finire all’ombra della Cina. In questo contesto, mentre Trump invita la Russia al G20, l’Europa – come dicevo all’inizio – non può continuare ad arrovellarsi sullo zerovirgola».
E l’Italia?
«Deve avere piena consapevolezza del proprio ruolo ineludibile. Non quello di mediare tra Stati Uniti ed Europa, ma fare da congiunzione tra l’Occidente e il Sud del mondo. Questa è la nostra collocazione geostrategica da sempre. I recenti attacchi di Trump nei confronti dell’Italia non mortificano il nostro ruolo internazionale: al contrario, ci liberano».
Da cosa?
«Ci consentono di essere fino in fondo protagonisti, a 360 gradi. Con tre pilastri: alleanza transatlantica, Europa, Mediterraneo e Africa. E tutto questo, avendo le mani libere».
La burocrazia schiaccia ogni senso di umanità, nella tragedia di Crans-Montana ridotta oggi a triste vicenda contabile. La Svizzera continua a sbatterci in faccia le fatture da pagare per le cure mediche prestate a quattro italiani rimasti ustionati nel rogo del Constellation: 108.000 euro, per qualche ora di ricovero.
Una cifra destinata a salire vertiginosamente, quando arriverà il grosso delle fatture svizzere riguardanti gli altri ricoveri, fatture delle quali nessuno conosce l’importo. Ma si parla già di cifre monstre, su cui gli elvetici batteranno cassa, senza sconti. Una pretesa giudicata «ignobile» dal premier Giorgia Meloni, e «abominevole» dal presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana.
L’Italia non sgancerà un euro alla Svizzera, dice in sostanza l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado. Che respinge al mittente anche le frasi pronunciate sulla tv elvetica dal direttore dell’Ufficio federale assicurazioni sociali, Doris Bianchi. La quale, con la freddezza di un ragioniere, ha invitato l’Italia a presentare l’estratto conto dei pazienti svizzeri curati sul nostro territorio, come hanno fatto loro con noi. Per capire le grandezze, ci siamo fatti aiutare dal professor Baruffaldi Preis, direttore di quella perla d’eccellenza che è il centro ustioni del Niguarda: «Credo che quei soldi si possano dare alla Svizzera», ci dice, «solo dopo che la Svizzera ci avrà rimborsato 1 milione e 800.000 euro per le spese relative ai due pazienti elvetici curati in Italia».
In attesa di uscire dal pantano diplomatico, le famiglie colpite dal dramma di Crans devono superare un altro scoglio, stavolta tutto italiano. Superata la fase acuta del ricovero, infatti, c’è il problema delle cure post-degenza, che non sono coperte dal Servizio sanitario nazionale. Parliamo di cure complesse e prolungate: presidi per il controllo delle cicatrici, dispositivi, guaine compressive, tutori articolari, e poi la riabilitazione e il sostegno psicologico. Problemi che nei casi più gravi devono essere gestiti per tutta la vita. E il rischio, stavolta, è che siano le stesse famiglie dei ragazzi ustionati a dover metter mano al portafoglio per potersi curare.
La lacuna normativa non è nuova, ne ha lungamente parlato l’onorevole Lucia Annibali, e lo choc di Crans-Montana riporta la questione in primo piano. La malattia da ustione, infatti, non rientra nell’elenco dei livelli essenziali di assistenza, e dunque non sono previste esenzioni uniformi a livello nazionale per il trattamento post-ospedaliero. Secondo Maria Tridico, in prima linea nell’Associazione bambini ustionati, «le creme che usiamo sono considerate “estetiche”, e quindi a totale carico del cittadino. E le terapie sono considerate alla stregua di una smagliatura da eliminare o una ruga da appianare».
Il tema è stato sollevato qualche giorno fa anche da Eleonora Palmieri, la veterinaria di 23 anni riminese sopravvissuta al rogo: «Devo stare attenta a non prendere il sole sulla guancia, perché le ustioni non sono riconosciute come malattia grave. Le creme in particolare sono a carico nostro e la fisioterapia non basta mai. Tutto ciò grava sulle spalle di chi è stato ferito».
Per correre ai ripari ed evitare che si perpetui l’assurdo, il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, insieme al presidente della commissione Affari sociali Ugo Cappellacci, ha depositato una risoluzione che impegna il governo a garantire la «gratuità totale» delle spese connesse alle ustioni per i sopravvissuti di Crans-Montana. «Sono cifre importanti per le famiglie colpite, che possono arrivare a 2.000 euro al mese», dice Mulè alla Verità, «vogliamo assicurare uno “status eccezionale” alle vittime, che comporti una tutela piena e immediata, in considerazione dell’eccezionalità dell’evento. Inoltre, occorre riconoscere la malattia da ustione come patologia cronica e rara, per ottenere l’esenzione dalle spese in tutta Italia. Entro un mese si può concludere l’approvazione». «Servono regole uniformi su tutto il territorio», aggiunge Cappellacci, «le cure di questo tipo non possono dipendere dal codice di avviamento postale».





