«Mai avrei creduto che esistesse un universo così straziante, vile, ingiusto, sotto la crosta di un’Italietta che non sa, che non ci pensa, non vuol sapere. Ma ora, frustato a sangue da questa realtà, il mio compito è uno: far sapere. E non gridare solo la mia innocenza, ma battermi perché queste inciviltà vengano a cessare». Così scriveva Enzo Tortora dal carcere, nelle Lettere a Francesca, mentre attraversava l’ora più buia del tritacarne mediatico e giudiziario.
Francesca Scopelliti, compagna del celebre giornalista ed ex senatrice, oggi presiede il comitato «Cittadini per il sì» al referendum sulla riforma della giustizia. E portando avanti la memoria del conduttore, non nasconde lo stupore: «Non immaginavo che questa campagna referendaria sarebbe stata segnata da un tale livello di volgarità. E invece mi trovo costretta a ribadire, ancora una volta, “giù le mani da Tortora”».
La campagna per il referendum si è incattivita. Sul Fatto Quotidiano, Marco Travaglio ha scritto: «Il mantra è che separando le carriere non avremo più un caso Tortora. E il guaio è che lo raccontano anche i congiunti del presentatore».
«Mi infastidisce molto che Travaglio si permetta di mettere il naso nella vicenda di Tortora. Non è degno neanche di nominarlo. I sostenitori del no al referendum hanno impostato la loro campagna sul capovolgimento della realtà e su interpretazioni strumentali dei fatti».
Si pensava che almeno sul caso Tortora vi fosse uniformità di vedute. Invece?
«La storia di Enzo, che è ancora molto amato dalla gente, attraverso i racconti dei padri e dei nonni, non si presta alle interpretazioni. È il paradigma della malagiustizia, e per questo disturba profondamente gli oppositori della riforma. Riflettere ancora oggi sul caso Tortora induce naturalmente a desiderare un vero cambiamento, attraverso la separazione delle carriere dei magistrati».
Un tema, quello della separazione delle carriere, che si pose con forza anche ai tempi del processo Tortora?
«Certo, Tortora fu condannato in primo grado perché un giudice era in combutta con i procuratori. Fu condannato sulla base delle dichiarazioni “concordanti” di 18 pentiti, e poi assolto perché quelle dichiarazioni erano semmai “concordate”. Venne dichiarato innocente perché un giudice veramente imparziale si prese la briga di verificare. Solo per fare un esempio: un pentito raccontò di aver consegnato a Tortora chili di droga. Ma si scoprì che nel periodo contestato era rinchiuso in un carcere di massima sicurezza. Non era vero nulla».
Sembra che anche Giovanni Falcone sia stato arruolato, suo malgrado, dai sostenitori del No alla separazione delle carriere.
«In questo crescendo di volgarità, ho sentito il procuratore Gratteri, che in quanto a presenzialismo televisivo mi ricorda Wanda Osiris, attribuire a Falcone frasi non vere. Nei giorni successivi ha ammesso l’errore, ammettendo di essere stato mal consigliato. Spero che Gratteri non applichi gli stessi metodi alle sue indagini. Altrimenti poveri cittadini».
È sorpresa dalla potenza di fuoco dell’Anm e del comitato del No?
«Hanno affisso dei manifesti propagandistici 3 per 6, che costano 1.000 euro l’uno. Immagino che per la campagna referendaria valgano le stesse regole della campagna elettorale, ci saranno dei tetti di spesa, e questa spesa dovrebbero giustificarla. Chi finanzia il comitato per il No? Forse l’Anm, che è un’associazione privata?».
Immagina dei finanziatori?
«Se hanno trovato i soldi sono stati bravissimi, ma dovrebbero dichiararlo. Temo invece che il comitato del No faccia un po’ quello che vuole: d’altro canto, se dovessi denunciarli, dovrei fare un esposto presso i loro colleghi, il che sarebbe paradossale. Insomma, sono intoccabili».
In occasione del referendum, il «partito delle toghe» è uscito allo scoperto?
«Mi occupo di giustizia in prima persona da 37 anni. E oggi hanno svelato la loro vera anima. Si vestono da partito politico, e questo non credo sia consentito dalla Costituzione. All’inizio hanno persino adoperato siti istituzionali e palazzi di giustizia per le loro manifestazioni. C’è un abuso di potere senza limiti. E mi spavento ancora di più, se mi fermo a pensare che potrebbe vincere il No, il che per me equivarrebbe a un golpe».
Anche lei è convinta che ci sia un’avanguardia politicizzata della magistratura che tiene in scacco l’intera categoria?
«Questa distinzione la faceva anche Tortora. Scelse di dimettersi dal Parlamento europeo, rinunciando all’immunità, e finì poi agli arresti domiciliari, per rispetto “ai magistrati di giustizia che onorano la toga che indossano”. Molto diversi dall’altra categoria, quelli che lui definiva “magistrati di potere”, contro i quali diresse l’impegno politico».
Chi sono i magistrati di potere?
«Si identificano soprattutto con i procuratori, i più famosi, i più visibili. I due procuratori che arrestarono Enzo furono definiti “i Maradona del diritto”. Finirono sulle copertine dei settimanali mentre giocavano a pallone. Ecco, questa minoranza di magistrati ha in mano il potere istituzionale e mediatico: gli altri preferiscono lavorare nel silenzio, subendo la situazione».
Il sistema fondato sulle correnti si sente minacciato da questa riforma?
«Non vogliono che qualcuno interferisca nel loro sistema di potere, che poi è quello raccontato da Luca Palamara. Le correnti fanno il loro gioco, difendono i loro interessi«.
L’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga fu uno dei primi a denunciare lo strapotere delle correnti, e lei lo conosceva bene.
«Cossiga diceva che il ruolo delle correnti era di tipo mafioso, e aveva ragione. Decidono tutto, promozioni, punizioni e trasferimenti. Cossiga mi raccontò che, nella prima seduta del Csm, gli si parò davanti Francesco Di Persia, uno dei procuratori che condussero l’inchiesta contro Tortora. Cossiga gli disse: “La mano non gliela stringo, perché lei ha fatto morire un uomo perbene”».
Il sorteggio per il nuovo Csm è stato bersagliato da critiche. Dicono che non è un metodo in grado di garantire rappresentatività.
«Cosa significa: ci sono magistrati bravi e meno bravi? Quelli meno rappresentativi non possono arrivare al Csm, ma li lasciamo nelle aule dei tribunali, magari a condannare e comminare ergastoli?».
Il giustizialismo è un virus ancora presente nella società italiana?
«Il comitato che presiedo ha organizzato una bellissima manifestazione a Napoli. C’erano tanti ragazzi che indossavano magliette con stampati i nomi, più o meno illustri, delle vittime della giustizia. Ecco, in Italia c’è ancora qualcuno che considera queste vittime non innocenti, ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca».
Lei ha avuto anche una breve esperienza politica, prima con Pannella e poi con Forza Italia. Si stupisce del fatto che quasi tutti, a sinistra, sono contrari a questa riforma?
«La sinistra ormai ha perso la sua capacità riformista. E di questo mi dispiaccio molto. Anche volersi allargare a tutti i costi nel campo dei 5 stelle, che restano il partito del vaffa, legato a doppio filo alla magistratura, lo considero un suicidio politico. Hanno perduto la loro identità. Per un periodo sono stata contattata dal partito di Renzi, ma alla fine sono rimasta delusa. La politica non ha ancora capito che la battaglia sulla giustizia non è una crociata di parte. Non riguarda “io”, ma tutti noi».
Enzo Tortora scriveva: «Solo i pazzi, i bambini e i magistrati non pagano mai per i loro crimini». Frasi ancora attuali?
«Il processo Tortora non è mai finito, perché non abbiamo ancora avuto una classe politica che sia riuscita a far tesoro dell’esperienza di Enzo, con il coraggio e la cultura giusta, accompagnando le riforme necessarie per cambiare davvero le cose. È incredibile pensare che abbiamo dovuto attendere fino al 2026 per promuovere la riforma della svolta. Voglio sperare che, nel segreto dell’urna, i cittadini e anche i magistrati votino sì. Perché il “sì” protegge le persone e non il potere, e ci consentirà di liberarci della cupola mafiosa delle correnti della magistratura. Rendendo onore alla memoria di Enzo Tortora».
Aldo Giannuli, politologo ed esperto di servizi segreti, è rimasto sorpreso dal blitz degli Stati Uniti che ha portato alla cattura di Maduro?
«Rapire un presidente nel giro di pochi minuti nel cuore di una capitale? Certe cose non succedono neanche nei film. Faccio due ipotesi: Maduro sapeva del blitz, e ha trattato la resa con i servizi americani in cambio di garanzie, oppure un pezzo dell’esercito lo ha tradito consegnandolo a Trump».
L’attacco è giustificato dalla lotta al narcotraffico?
«No, Trump ha ordinato l’attacco per una serie di ragioni più profonde: il controllo del petrolio, la preoccupazione per il radicamento cinese nel suo cortile di casa, e infine per rinforzare il suo consenso interno, che si sta flettendo sull’onda del caso Epstein».
Nel suo ultimo libro I servizi segreti e la guerra lei parla di «fallimento dell’intelligence».
«Ci hanno raccontato, dalla caduta del Muro in poi, dall’Iraq all’Afghanistan, che la guerra si combatte con l’intelligence. In realtà i servizi, la guerra dovrebbero anzitutto prevenirla. E questo non sta più accadendo. I servizi segreti, nel mondo, sono diventati lo specchio di una classe politica inaffidabile. E hanno totalmente fallito. Tutti. Chi più, chi meno».
A cosa si riferisce?
«In Ucraina è scoppiata la più grande guerra europea dal ’45. A Gaza c’è il più lungo conflitto della storia, con il rischio di un secondo conflitto, tra Israele e Turchia. E nel novero delle débâcle aggiungo anche la pandemia del Covid, che è stata una “guerra” in qualche modo prevedibile, a cui nessuno era preparato. Tre eventi senza precedenti, per disinnescare i quali nulla è stato approntato, nulla è stato predisposto».
Nemmeno in Ucraina?
«I servizi hanno fallito nel loro compito principale, si sono concentrati tutti nelle proprie specialità. I russi hanno martellato sulla guerra psicologica contro l’Europa, gli americani si sono concentrati sulla logistica, versando a Kiev un fiume di armamenti, ma senza alcuna prospettiva politica. Di fatto, gli americani considerano la guerra in Ucraina come un fastidioso grattacapo che li distrae dallo scontro vero: quello con la Cina».
Intanto proseguono le trattative a tre, Trump-Putin-Zelensky. L’accordo sembra a un passo. Quale sarà il punto d’arrivo?
«La Russia sta vincendo la “piccola guerra” con l’Ucraina, e otterrà probabilmente delle concessioni territoriali, a partire dal Donbass. Ma sta perdendo la “grande guerra”, quella che riguarda la sua posizione nell’ordine mondiale».
Quale sarebbe questa grande guerra?
«Ottenere un riconoscimento mondiale come potenza globale, in un nuovo equilibrio tripolare: Russia, Cina e Usa, tutte e tre sullo stesso piano. L’Ucraina doveva essere un mezzo per arrivare a questo fine, con un’annessione, o con l’installazione di un uomo di fiducia di Putin a Kiev. Una squillante vittoria in Ucraina avrebbe reso chiaro a tutti che la Russia è nel club delle superpotenze. E anche lo “Stato profondo” russo condivide questo sentimento sciovinista».
Sta andando diversamente?
«Questa operazione, al momento, sembra fallita. E al momento la Russia, lungi dall’essere la terza potenza alla guida del mondo, sembra più l’assistente in seconda della Cina».
Putin avanzerà pretese in futuro su altre latitudini, come paventa qualcuno?
«Pensare che il progetto di Putin sia quello di estendersi fino a Lisbona o Londra è una sciocchezza. Se anche volessero, non potrebbero: gli manca il fiato per farlo. Gli arsenali sono scarichi, e le condizioni economiche del Paese non sono buone».
Un crac russo alle porte?
«Non dico questo, perché sono processi lunghi, e Mosca dispone di riserve finanziarie occulte molto cospicue, che le hanno permesso di resistere finora».
E allora?
«Per Mosca il concetto di “sicurezza” coincide con la riunificazione del Russkij mir, cioè il grande spazio imperiale in cui nessuno deve mettere becco, una zona di influenza a cui i russi non rinunceranno mai. È questo il progetto strategico di Mosca in vista di un riconoscimento globale, anche se tutto ciò non significa necessariamente imbarcarsi in una nuova campagna militare».
Le prossime insidie, dunque?
«Più che una guerra convenzionale, temo una grande campagna di destabilizzazione, che può assumere le forme della guerra cyber. Mi preoccupa molto la presenza della Wagner in Africa, un continente che può scoppiare da un momento all’altro, con tutte le catastrofi migratorie che possiamo immaginare».
La leadership ucraina ha commesso errori?
«Sono riusciti a intuire le mosse dei russi, ma i loro servizi non dispongono di grandi mezzi materiali, e scontano il vizio, diciamo così, di spendere male i soldi. In aggiunta, i loro vertici politici hanno commesso l’errore di privilegiare fin dall’inizio il rapporto con gli Usa, impostando il problema solo sul piano militare, senza muoversi diplomaticamente né con l’Europa, né con la Cina».
Con quali risultati?
«Quando Biden ha lasciato lo scettro a Trump, si sono ritrovati spiazzati. Continuo ad essere dichiaratamente filo-ucraino, e considero Zelensky un uomo coraggioso. Ma sul piano politico, è un disastro. Non ha la formazione giusta né l’intuito necessario. In Ucraina non c’è una guerra dei buoni contro i cattivi. Semmai, la guerra è tra i cattivi e i pessimi».
La strada per la ricostruzione ucraina sarà complicata?
«Sarà difficile rimettere in piedi uno Stato con una superficie grande una volta e mezzo la Francia, ma con popolazione dimezzata, ridotta a 20 milioni di persone. Molti ucraini sono scappati, un po’ per paura, un po’ perché non vogliono arruolarsi».
I leader europei non fanno che lanciare appelli per prepararsi a un conflitto duraturo con la Russia. Una nuova cortina di ferro sembra calare sul vecchio continente. Almeno a parole.
«Il linguaggio militaresco di certi leader europei, obiettivamente, fa ridere. Le minacce psicologiche su Mosca non attecchiscono. In particolare, non funzionano le minacce che arrivano da un continente anagraficamente anziano, che certo non accetterà l’arruolamento dei pochi giovani rimasti».
Una difesa comune europea è pensabile?
«Difficile immaginare un’Europa che scende in guerra. Non siamo capaci nemmeno di allestire uno stato maggiore comune, figuriamoci stabilire una strategia condivisa».
E un servizio di informazioni coordinato?
«Meno che mai. Nessun servizio segreto nazionale sarebbe disposto a cedere informazioni a un Paese alleato. E il coordinamento delle informazioni, in teoria, è un passo indispensabile, nella difesa comune».
Quindi, è contrario al riarmo?
«Un riarmo è necessario, ma non così. Non disordinatamente, ognuno per conto proprio. Non comprando armi dagli Stati Uniti, ma semmai tentando di ricostruire quell’industria militare che abbiamo dissennatamente distrutto 30 anni fa. Le armi, ancor prima che a combattere, dovrebbero essere un mezzo per acquisire autonomia politica».
E la Nato?
«Di fatto, non esiste più da decenni, per mancanza di nemici. Ben prima di Trump, i presidenti democratici ritennero che il fronte atlantico non fosse più così decisivo. È l’Indopacifico la priorità: da tempo la posizione di India, Giappone e Nuova Zelanda, agli occhi degli americani, è più importante di quella europea nel suo complesso».
Qualcuno considera l’allargamento della Nato avvenuto in passato come una mossa ostile nei confronti di Mosca.
«Se “provocazione” c’è stata, fu del tutto involontaria, frutto di inconsapevolezza politica imperdonabile. Gli Stati Uniti hanno promosso un allargamento della Nato fondamentalmente per questioni commerciali, trascurando i contraccolpi politici che si sarebbero generati a Mosca. Nel contempo hanno commesso una serie di errori. Primo tra tutti, lasciare l’arsenale atomico a una Russia in ginocchio dopo la dissoluzione dell’Urss, e poi convincere l’Ucraina a cedere un pezzo di quell’arsenale a Mosca».
Uno sguardo a Washington?
«L’intelligence americana è confusa, perché confuso è il quadro politico negli Usa. Prima c’erano due tribù: quelli delle coste, e quelli degli Stati interni. Adesso le tribù sono almeno cinque: est, ovest, Stati centrali, il sud latino e cattolico, e il nord che vorrebbe annettersi al Canada. E nessuno riconosce l’altro come “americano”. La guerra civile non è più così improbabile. E il ritorno al potere di uno come Trump, non aiuta».
E l’Italia?
«Se avesse una classe politica presentabile, sia a destra che a sinistra, l’Italia potrebbe avere un ruolo cruciale come potenza culturale. Non è un aspetto da trascurare. Non esiste solo il potere militare ed economico, ma ad alcuni Paesi è riconosciuto un ruolo di agente di influenza, fondato su una storia di mediazione e autorevolezza. Se l’Italia raggiungesse questo traguardo, otterrebbe vantaggi straordinari».
«È ora di fare luce sul sistema delle case famiglia e sui meccanismi dietro gli affidi. Se ne occupi il Parlamento». Rossano Sasso, capogruppo della Lega in commissione cultura alla Camera, tuona contro lo Stato «sfascia famiglia», in relazione alla vicenda di Palmoli. E propone aiuti economici per chi sceglie la «scuola domestica». «Qualcuno vuole sostituirsi ai genitori per fare propaganda ideologica: vale per la “casa nel bosco” come per l’educazione sessuale nelle scuole. Giù le mani dai bambini».
È stato un Natale a metà, per la «famiglia del bosco». Ai Trevallion è stato consentito di vedere i figli a Natale, per due ore e mezza, ma senza pranzare con loro. La struttura di Vasto che ospita i bambini vuole «evitare che si creino precedenti» con altri ospiti.
«Sarebbe stato un precedente di “umanità”. Nelle stesse ore in cui il presidente Mattarella concede la grazia a uno scafista condannato a 30 anni di carcere, nella cui stiva sono stati trovati i corpi di 49 persone, mi aspettavo per l’appunto un gesto di umanità “natalizio” nei confronti di una famiglia che non ha torto un capello a nessuno».
Lei è in prima linea, per difendere la famiglia di Palmoli. A volte distinguendosi anche nella sua coalizione.
«Non ne faccio una questione di diritto, ma di libertà. Sono molto distante dalla famiglia Trevallion: in casa mi piacciono le comodità, adoro la scuola pubblica, ho fatto l’insegnante, che è il lavoro più bello del mondo. Però non mi permetto giudicare modelli educativi diversi dal mio».
Perché questa vicenda non riesce a sciogliersi positivamente?
«Perché assistiamo a uno scontro ideologico tra due concezioni educative. Da una parte chi vuole imporre l’invasione dello Stato nell’educazione dei figli, dall’altra chi sceglie la libertà educativa».
Ma nella relazione degli assistenti sociali della casa famiglia di Vasto si parla di «scarsa alfabetizzazione» e bambini che «hanno paura della doccia».
«Se un bambino viene messo sotto la doccia alla presenza di altri operatori, dopo averlo strappato al suo ambiente famigliare, credo sia normale vedere in lui un certo nervosismo. Semmai, non è normale disporre perizie psichiatriche e trattare i genitori come se fossero “orchi”. E non è normale far finta di nulla di fronte al trauma che stanno vivendo questi bambini».
Trauma?
«Fare il bagno in una tinozza potrà non essere il massimo, ma la ferita creata dalla separazione tra genitori e figli è molto più grave. Ho paura che questi bambini si portino dentro questo trauma per tutta la vita. Non capisco l’accanimento, e francamente neanche il doppiopesismo».
Quale doppiopesismo?
«Questa famiglia è sicuramente particolare, ma al fine di riabbracciare i suoi figli sta accettando dei compromessi, si mostra disponibile a un cambiamento. A quanto pare non basta. Nello stesso tempo, accettiamo bellamente che nei campi nomadi i bambini vengano quotidianamente “allenati” a rubare, o inseriti nel racket dell’elemosina. In questo caso, gli intellettuali si voltano dall’altra parte, e così gli psicologi dell’età evolutiva e gli assistenti sociali. Forse serve più coerenza?».
Ce l’ha anche con i sostenitori del «ritorno alla natura»?
«In un certo senso, i Trevallion hanno fatto una scelta “green”. Mi aspetterei di vedere Greta Thunberg in pellegrinaggio in Abruzzo. Mi chiedo dove siano finiti i Verdi, gli ecologisti, gli ecoimbecilli che bloccano le autostrade. Non si è visto nessuno. Al dunque, quella famiglia è stata scaricata proprio da chi dovrebbe condividere il suo stile di vita».
Sta di fatto che i tre fratelli restano nella struttura di Vasto, in attesa che i reclami vengano accolti.
«Prima o poi dovremo comprendere meglio i meccanismi delle case famiglia. Ho parlato con genitori normalissimi, che si sono visti sottrarre i figli con troppa leggerezza. Per ogni figlio accudito c’è un costo sostenuto dallo Stato, che alimenta un guadagno per queste strutture».
Un business sui bambini?
«Non criminalizzo nessuno: queste strutture nella maggior parte dei casi funzionano egregiamente. Ma serve un approfondimento parlamentare, e conto nella massima convergenza delle forze politiche. Bisogna far luce sul mondo degli affidi. Conosco molti assistenti sociali bravissimi, ma spesso certe interpretazioni sono inaccettabili».
Sull’onda delle polemiche per la famiglia del bosco, lei ha firmato una proposta di legge per incentivare la scuola tra le mura domestiche.
«L’obiettivo è difendere la libertà di scelta educativa, come sancito dalla Costituzione Italiana. L’istruzione parentale nel nostro Paese, a determinate condizioni, è una possibilità già prevista. Ci sono 18 mila famiglie che utilizzano questo strumento, e non sono tutti “figli dei fiori”».
Per questo ha previsto un aiuto economico per l’home schooling, in base al reddito?
«E lo Stato alla fine risparmierebbe, considerato che ogni alunno nella scuola pubblica comporta migliaia di euro di spesa».
Non crede che incentivare l’istruzione a casa possa indebolire la scuola?
«No, parliamo comunque di una piccola minoranza, che non fa male a nessuno e che va tutelata».
Aveva proposto una legge per vietare l’educazione sessuale nelle scuole: poi c’è stata una mezza retromarcia.
«La legge è stata approvata alla Camera: avrei voluto qualcosa in più, ma è un primo passo importante. Introduciamo il consenso informato dei genitori per trattare certi temi in classe».
E perché?
«Va benissimo l’educazione sessuale, se finalizzata a prevenire discriminazioni, malattie sessualmente trasmissibili o gravidanze indesiderate. Il problema è che oggi l’educazione sessuale, quando travalica certi confini, diventa il cavallo di Troia per indottrinare gli studenti».
Addirittura?
«È tutto documentato. Ci sono scuole che prevedono i laboratori con i trans per i bambini di 5 anni. Ci sono i bagni “gender free”. Ci sono fumetti in classe dove si sdoganano i due papà che vanno all’estero a farsi regalare un figlio. La propaganda è ammessa: ma nelle sezioni di partito, non nelle scuole».
Ha dichiarato pubblicamente che l’educazione sessuale è «una porcheria e una nefandezza». Non le pare di avere esagerato?
«Come definirebbe quanto previsto dalle linee guida sull’educazione sessuale dell’Oms? Nella fascia 0-4 anni prevedono la scoperta dei genitali e il piacere della masturbazione. Come reagirebbe dinanzi alla pubblicazione di fumetti ai limiti della pornografia distribuiti in una prima elementare? Onestamente di fronte a certi eccessi, mi considero fin troppo morbido. Per la prima volta abbiamo posto in Parlamento la questione della propaganda gender nelle scuole. E mi rincuora che esista una comunità Lgbt, di cui non si parla mai, che appoggia le mie battaglie».
Sul serio?
«Sì, sono quelli che non confondono i capricci con i diritti, che non ne vogliono sapere dell’utero in affitto, che rifiutano l’ipersessualizzazione dei bambini fin dalla scuola dell’infanzia, come intende fare Silvia Salis a Genova. Per non parlare della cosiddetta “carriera alias”».
Cioè il protocollo inclusivo che permette agli studenti di utilizzare un nome corrispondente alla propria identità di genere, diverso da quello anagrafico.
«Vorrei introdurre il divieto per i minorenni. Se, per la legge, a 13 anni non si ha la capacità di intendere e di volere, allora non si dovrebbe nemmeno avere la capacità di cambiare nome per questioni di genere».
Non crede che un certo tipo di educazione potrebbe scongiurare l’ascesa dei femminicidi?
«No. Nei Paesi nordici, nonostante l'educazione sessuale sia una materia obbligatoria, i femminicidi sono addirittura aumentati».
Nel 2026 lancerà un’altra crociata?
«Firmerò una risoluzione in commissione cultura contro l’islamizzazione scolastica. Non sono più disposto a tollerare maestre di terza elementare che portano i bambini in piazza con la kefiah. Gli insegnanti fanno il loro dovere, tranne un’ esigua minoranza che tradisce la sua missione educativa».
In concreto, come pensa di intervenire?
«Introdurremo anche in questo caso un automatismo nell’informare i genitori di ciò che accade in classe. Va bene studiare le altre religioni, ma non voglio più vedere imam nelle scuole italiane. Non voglio più vedere bambini in gita in moschea, o scuole chiuse per il Ramadan. In Italia succede anche questo. La famiglia è la colonna portante dei valori occidentali. E spero che non vi sia una saldatura tra certi docenti e certi magistrati per attaccarla su più fronti».





