Aldo Giannuli, politologo ed esperto di servizi segreti, è rimasto sorpreso dal blitz degli Stati Uniti che ha portato alla cattura di Maduro?
«Rapire un presidente nel giro di pochi minuti nel cuore di una capitale? Certe cose non succedono neanche nei film. Faccio due ipotesi: Maduro sapeva del blitz, e ha trattato la resa con i servizi americani in cambio di garanzie, oppure un pezzo dell’esercito lo ha tradito consegnandolo a Trump».
L’attacco è giustificato dalla lotta al narcotraffico?
«No, Trump ha ordinato l’attacco per una serie di ragioni più profonde: il controllo del petrolio, la preoccupazione per il radicamento cinese nel suo cortile di casa, e infine per rinforzare il suo consenso interno, che si sta flettendo sull’onda del caso Epstein».
Nel suo ultimo libro I servizi segreti e la guerra lei parla di «fallimento dell’intelligence».
«Ci hanno raccontato, dalla caduta del Muro in poi, dall’Iraq all’Afghanistan, che la guerra si combatte con l’intelligence. In realtà i servizi, la guerra dovrebbero anzitutto prevenirla. E questo non sta più accadendo. I servizi segreti, nel mondo, sono diventati lo specchio di una classe politica inaffidabile. E hanno totalmente fallito. Tutti. Chi più, chi meno».
A cosa si riferisce?
«In Ucraina è scoppiata la più grande guerra europea dal ’45. A Gaza c’è il più lungo conflitto della storia, con il rischio di un secondo conflitto, tra Israele e Turchia. E nel novero delle débâcle aggiungo anche la pandemia del Covid, che è stata una “guerra” in qualche modo prevedibile, a cui nessuno era preparato. Tre eventi senza precedenti, per disinnescare i quali nulla è stato approntato, nulla è stato predisposto».
Nemmeno in Ucraina?
«I servizi hanno fallito nel loro compito principale, si sono concentrati tutti nelle proprie specialità. I russi hanno martellato sulla guerra psicologica contro l’Europa, gli americani si sono concentrati sulla logistica, versando a Kiev un fiume di armamenti, ma senza alcuna prospettiva politica. Di fatto, gli americani considerano la guerra in Ucraina come un fastidioso grattacapo che li distrae dallo scontro vero: quello con la Cina».
Intanto proseguono le trattative a tre, Trump-Putin-Zelensky. L’accordo sembra a un passo. Quale sarà il punto d’arrivo?
«La Russia sta vincendo la “piccola guerra” con l’Ucraina, e otterrà probabilmente delle concessioni territoriali, a partire dal Donbass. Ma sta perdendo la “grande guerra”, quella che riguarda la sua posizione nell’ordine mondiale».
Quale sarebbe questa grande guerra?
«Ottenere un riconoscimento mondiale come potenza globale, in un nuovo equilibrio tripolare: Russia, Cina e Usa, tutte e tre sullo stesso piano. L’Ucraina doveva essere un mezzo per arrivare a questo fine, con un’annessione, o con l’installazione di un uomo di fiducia di Putin a Kiev. Una squillante vittoria in Ucraina avrebbe reso chiaro a tutti che la Russia è nel club delle superpotenze. E anche lo “Stato profondo” russo condivide questo sentimento sciovinista».
Sta andando diversamente?
«Questa operazione, al momento, sembra fallita. E al momento la Russia, lungi dall’essere la terza potenza alla guida del mondo, sembra più l’assistente in seconda della Cina».
Putin avanzerà pretese in futuro su altre latitudini, come paventa qualcuno?
«Pensare che il progetto di Putin sia quello di estendersi fino a Lisbona o Londra è una sciocchezza. Se anche volessero, non potrebbero: gli manca il fiato per farlo. Gli arsenali sono scarichi, e le condizioni economiche del Paese non sono buone».
Un crac russo alle porte?
«Non dico questo, perché sono processi lunghi, e Mosca dispone di riserve finanziarie occulte molto cospicue, che le hanno permesso di resistere finora».
E allora?
«Per Mosca il concetto di “sicurezza” coincide con la riunificazione del Russkij mir, cioè il grande spazio imperiale in cui nessuno deve mettere becco, una zona di influenza a cui i russi non rinunceranno mai. È questo il progetto strategico di Mosca in vista di un riconoscimento globale, anche se tutto ciò non significa necessariamente imbarcarsi in una nuova campagna militare».
Le prossime insidie, dunque?
«Più che una guerra convenzionale, temo una grande campagna di destabilizzazione, che può assumere le forme della guerra cyber. Mi preoccupa molto la presenza della Wagner in Africa, un continente che può scoppiare da un momento all’altro, con tutte le catastrofi migratorie che possiamo immaginare».
La leadership ucraina ha commesso errori?
«Sono riusciti a intuire le mosse dei russi, ma i loro servizi non dispongono di grandi mezzi materiali, e scontano il vizio, diciamo così, di spendere male i soldi. In aggiunta, i loro vertici politici hanno commesso l’errore di privilegiare fin dall’inizio il rapporto con gli Usa, impostando il problema solo sul piano militare, senza muoversi diplomaticamente né con l’Europa, né con la Cina».
Con quali risultati?
«Quando Biden ha lasciato lo scettro a Trump, si sono ritrovati spiazzati. Continuo ad essere dichiaratamente filo-ucraino, e considero Zelensky un uomo coraggioso. Ma sul piano politico, è un disastro. Non ha la formazione giusta né l’intuito necessario. In Ucraina non c’è una guerra dei buoni contro i cattivi. Semmai, la guerra è tra i cattivi e i pessimi».
La strada per la ricostruzione ucraina sarà complicata?
«Sarà difficile rimettere in piedi uno Stato con una superficie grande una volta e mezzo la Francia, ma con popolazione dimezzata, ridotta a 20 milioni di persone. Molti ucraini sono scappati, un po’ per paura, un po’ perché non vogliono arruolarsi».
I leader europei non fanno che lanciare appelli per prepararsi a un conflitto duraturo con la Russia. Una nuova cortina di ferro sembra calare sul vecchio continente. Almeno a parole.
«Il linguaggio militaresco di certi leader europei, obiettivamente, fa ridere. Le minacce psicologiche su Mosca non attecchiscono. In particolare, non funzionano le minacce che arrivano da un continente anagraficamente anziano, che certo non accetterà l’arruolamento dei pochi giovani rimasti».
Una difesa comune europea è pensabile?
«Difficile immaginare un’Europa che scende in guerra. Non siamo capaci nemmeno di allestire uno stato maggiore comune, figuriamoci stabilire una strategia condivisa».
E un servizio di informazioni coordinato?
«Meno che mai. Nessun servizio segreto nazionale sarebbe disposto a cedere informazioni a un Paese alleato. E il coordinamento delle informazioni, in teoria, è un passo indispensabile, nella difesa comune».
Quindi, è contrario al riarmo?
«Un riarmo è necessario, ma non così. Non disordinatamente, ognuno per conto proprio. Non comprando armi dagli Stati Uniti, ma semmai tentando di ricostruire quell’industria militare che abbiamo dissennatamente distrutto 30 anni fa. Le armi, ancor prima che a combattere, dovrebbero essere un mezzo per acquisire autonomia politica».
E la Nato?
«Di fatto, non esiste più da decenni, per mancanza di nemici. Ben prima di Trump, i presidenti democratici ritennero che il fronte atlantico non fosse più così decisivo. È l’Indopacifico la priorità: da tempo la posizione di India, Giappone e Nuova Zelanda, agli occhi degli americani, è più importante di quella europea nel suo complesso».
Qualcuno considera l’allargamento della Nato avvenuto in passato come una mossa ostile nei confronti di Mosca.
«Se “provocazione” c’è stata, fu del tutto involontaria, frutto di inconsapevolezza politica imperdonabile. Gli Stati Uniti hanno promosso un allargamento della Nato fondamentalmente per questioni commerciali, trascurando i contraccolpi politici che si sarebbero generati a Mosca. Nel contempo hanno commesso una serie di errori. Primo tra tutti, lasciare l’arsenale atomico a una Russia in ginocchio dopo la dissoluzione dell’Urss, e poi convincere l’Ucraina a cedere un pezzo di quell’arsenale a Mosca».
Uno sguardo a Washington?
«L’intelligence americana è confusa, perché confuso è il quadro politico negli Usa. Prima c’erano due tribù: quelli delle coste, e quelli degli Stati interni. Adesso le tribù sono almeno cinque: est, ovest, Stati centrali, il sud latino e cattolico, e il nord che vorrebbe annettersi al Canada. E nessuno riconosce l’altro come “americano”. La guerra civile non è più così improbabile. E il ritorno al potere di uno come Trump, non aiuta».
E l’Italia?
«Se avesse una classe politica presentabile, sia a destra che a sinistra, l’Italia potrebbe avere un ruolo cruciale come potenza culturale. Non è un aspetto da trascurare. Non esiste solo il potere militare ed economico, ma ad alcuni Paesi è riconosciuto un ruolo di agente di influenza, fondato su una storia di mediazione e autorevolezza. Se l’Italia raggiungesse questo traguardo, otterrebbe vantaggi straordinari».
«È ora di fare luce sul sistema delle case famiglia e sui meccanismi dietro gli affidi. Se ne occupi il Parlamento». Rossano Sasso, capogruppo della Lega in commissione cultura alla Camera, tuona contro lo Stato «sfascia famiglia», in relazione alla vicenda di Palmoli. E propone aiuti economici per chi sceglie la «scuola domestica». «Qualcuno vuole sostituirsi ai genitori per fare propaganda ideologica: vale per la “casa nel bosco” come per l’educazione sessuale nelle scuole. Giù le mani dai bambini».
È stato un Natale a metà, per la «famiglia del bosco». Ai Trevallion è stato consentito di vedere i figli a Natale, per due ore e mezza, ma senza pranzare con loro. La struttura di Vasto che ospita i bambini vuole «evitare che si creino precedenti» con altri ospiti.
«Sarebbe stato un precedente di “umanità”. Nelle stesse ore in cui il presidente Mattarella concede la grazia a uno scafista condannato a 30 anni di carcere, nella cui stiva sono stati trovati i corpi di 49 persone, mi aspettavo per l’appunto un gesto di umanità “natalizio” nei confronti di una famiglia che non ha torto un capello a nessuno».
Lei è in prima linea, per difendere la famiglia di Palmoli. A volte distinguendosi anche nella sua coalizione.
«Non ne faccio una questione di diritto, ma di libertà. Sono molto distante dalla famiglia Trevallion: in casa mi piacciono le comodità, adoro la scuola pubblica, ho fatto l’insegnante, che è il lavoro più bello del mondo. Però non mi permetto giudicare modelli educativi diversi dal mio».
Perché questa vicenda non riesce a sciogliersi positivamente?
«Perché assistiamo a uno scontro ideologico tra due concezioni educative. Da una parte chi vuole imporre l’invasione dello Stato nell’educazione dei figli, dall’altra chi sceglie la libertà educativa».
Ma nella relazione degli assistenti sociali della casa famiglia di Vasto si parla di «scarsa alfabetizzazione» e bambini che «hanno paura della doccia».
«Se un bambino viene messo sotto la doccia alla presenza di altri operatori, dopo averlo strappato al suo ambiente famigliare, credo sia normale vedere in lui un certo nervosismo. Semmai, non è normale disporre perizie psichiatriche e trattare i genitori come se fossero “orchi”. E non è normale far finta di nulla di fronte al trauma che stanno vivendo questi bambini».
Trauma?
«Fare il bagno in una tinozza potrà non essere il massimo, ma la ferita creata dalla separazione tra genitori e figli è molto più grave. Ho paura che questi bambini si portino dentro questo trauma per tutta la vita. Non capisco l’accanimento, e francamente neanche il doppiopesismo».
Quale doppiopesismo?
«Questa famiglia è sicuramente particolare, ma al fine di riabbracciare i suoi figli sta accettando dei compromessi, si mostra disponibile a un cambiamento. A quanto pare non basta. Nello stesso tempo, accettiamo bellamente che nei campi nomadi i bambini vengano quotidianamente “allenati” a rubare, o inseriti nel racket dell’elemosina. In questo caso, gli intellettuali si voltano dall’altra parte, e così gli psicologi dell’età evolutiva e gli assistenti sociali. Forse serve più coerenza?».
Ce l’ha anche con i sostenitori del «ritorno alla natura»?
«In un certo senso, i Trevallion hanno fatto una scelta “green”. Mi aspetterei di vedere Greta Thunberg in pellegrinaggio in Abruzzo. Mi chiedo dove siano finiti i Verdi, gli ecologisti, gli ecoimbecilli che bloccano le autostrade. Non si è visto nessuno. Al dunque, quella famiglia è stata scaricata proprio da chi dovrebbe condividere il suo stile di vita».
Sta di fatto che i tre fratelli restano nella struttura di Vasto, in attesa che i reclami vengano accolti.
«Prima o poi dovremo comprendere meglio i meccanismi delle case famiglia. Ho parlato con genitori normalissimi, che si sono visti sottrarre i figli con troppa leggerezza. Per ogni figlio accudito c’è un costo sostenuto dallo Stato, che alimenta un guadagno per queste strutture».
Un business sui bambini?
«Non criminalizzo nessuno: queste strutture nella maggior parte dei casi funzionano egregiamente. Ma serve un approfondimento parlamentare, e conto nella massima convergenza delle forze politiche. Bisogna far luce sul mondo degli affidi. Conosco molti assistenti sociali bravissimi, ma spesso certe interpretazioni sono inaccettabili».
Sull’onda delle polemiche per la famiglia del bosco, lei ha firmato una proposta di legge per incentivare la scuola tra le mura domestiche.
«L’obiettivo è difendere la libertà di scelta educativa, come sancito dalla Costituzione Italiana. L’istruzione parentale nel nostro Paese, a determinate condizioni, è una possibilità già prevista. Ci sono 18 mila famiglie che utilizzano questo strumento, e non sono tutti “figli dei fiori”».
Per questo ha previsto un aiuto economico per l’home schooling, in base al reddito?
«E lo Stato alla fine risparmierebbe, considerato che ogni alunno nella scuola pubblica comporta migliaia di euro di spesa».
Non crede che incentivare l’istruzione a casa possa indebolire la scuola?
«No, parliamo comunque di una piccola minoranza, che non fa male a nessuno e che va tutelata».
Aveva proposto una legge per vietare l’educazione sessuale nelle scuole: poi c’è stata una mezza retromarcia.
«La legge è stata approvata alla Camera: avrei voluto qualcosa in più, ma è un primo passo importante. Introduciamo il consenso informato dei genitori per trattare certi temi in classe».
E perché?
«Va benissimo l’educazione sessuale, se finalizzata a prevenire discriminazioni, malattie sessualmente trasmissibili o gravidanze indesiderate. Il problema è che oggi l’educazione sessuale, quando travalica certi confini, diventa il cavallo di Troia per indottrinare gli studenti».
Addirittura?
«È tutto documentato. Ci sono scuole che prevedono i laboratori con i trans per i bambini di 5 anni. Ci sono i bagni “gender free”. Ci sono fumetti in classe dove si sdoganano i due papà che vanno all’estero a farsi regalare un figlio. La propaganda è ammessa: ma nelle sezioni di partito, non nelle scuole».
Ha dichiarato pubblicamente che l’educazione sessuale è «una porcheria e una nefandezza». Non le pare di avere esagerato?
«Come definirebbe quanto previsto dalle linee guida sull’educazione sessuale dell’Oms? Nella fascia 0-4 anni prevedono la scoperta dei genitali e il piacere della masturbazione. Come reagirebbe dinanzi alla pubblicazione di fumetti ai limiti della pornografia distribuiti in una prima elementare? Onestamente di fronte a certi eccessi, mi considero fin troppo morbido. Per la prima volta abbiamo posto in Parlamento la questione della propaganda gender nelle scuole. E mi rincuora che esista una comunità Lgbt, di cui non si parla mai, che appoggia le mie battaglie».
Sul serio?
«Sì, sono quelli che non confondono i capricci con i diritti, che non ne vogliono sapere dell’utero in affitto, che rifiutano l’ipersessualizzazione dei bambini fin dalla scuola dell’infanzia, come intende fare Silvia Salis a Genova. Per non parlare della cosiddetta “carriera alias”».
Cioè il protocollo inclusivo che permette agli studenti di utilizzare un nome corrispondente alla propria identità di genere, diverso da quello anagrafico.
«Vorrei introdurre il divieto per i minorenni. Se, per la legge, a 13 anni non si ha la capacità di intendere e di volere, allora non si dovrebbe nemmeno avere la capacità di cambiare nome per questioni di genere».
Non crede che un certo tipo di educazione potrebbe scongiurare l’ascesa dei femminicidi?
«No. Nei Paesi nordici, nonostante l'educazione sessuale sia una materia obbligatoria, i femminicidi sono addirittura aumentati».
Nel 2026 lancerà un’altra crociata?
«Firmerò una risoluzione in commissione cultura contro l’islamizzazione scolastica. Non sono più disposto a tollerare maestre di terza elementare che portano i bambini in piazza con la kefiah. Gli insegnanti fanno il loro dovere, tranne un’ esigua minoranza che tradisce la sua missione educativa».
In concreto, come pensa di intervenire?
«Introdurremo anche in questo caso un automatismo nell’informare i genitori di ciò che accade in classe. Va bene studiare le altre religioni, ma non voglio più vedere imam nelle scuole italiane. Non voglio più vedere bambini in gita in moschea, o scuole chiuse per il Ramadan. In Italia succede anche questo. La famiglia è la colonna portante dei valori occidentali. E spero che non vi sia una saldatura tra certi docenti e certi magistrati per attaccarla su più fronti».
«Fondare una corrente politica? Per carità, non diciamo parolacce. Ma una cosa è certa: Forza Italia deve camminare su gambe nuove, altrimenti sarà solo la cheerleader degli altri».
Anche quando si affronta la pesantezza della politica, le conversazioni con Andrea Ruggieri scivolano piane e leggere come certi vini bianchi in orario aperitivo. Forse anche per via di questa capacità di smussare gli angoli e sintonizzarsi con l’interlocutore, il giornalista ed ex parlamentare oggi viene inquadrato come uno dei tessitori del nuovo corso del partito. Tutto questo in vista di un congresso decisivo, che potrebbe contrapporre Antonio Tajani a Roberto Occhiuto. Ma Ruggieri frena, sollevando ombre sulla regolarità: «Non parlatemi di congresso. Sono liturgie ridicole. Per giunta si fonderebbe su tessere di dubbia provenienza».
Eppure la sfida alla dirigenza storica sembra essere ormai nei fatti. Il convegno intitolato «In libertà» organizzato da Ruggieri, alla presenza di un battaglione di parlamentari di Forza Italia, ha destato un certo clamore. La scelta scenografica di celebrare l’evento in via del Plebiscito, nella storica residenza romana di Silvio Berlusconi, è carica di simbologia. «Forza Italia non mi invita più ai convegni, e allora il convegno me lo sono fatto da solo, a Palazzo Grazioli, che per me è la capitale romana della cultura liberale. È stato un successo». Obiettivo: «Tornare allo spirito del ’94, come voleva il fondatore».
Diamo prima un’occhiata al curriculum. Avvocato penalista. Giornalista televisivo in Rai. Nipote di Bruno Vespa.
«Quattordici anni in Rai, senza mai arrivare alla conduzione proprio per via della parentela. È quella che io chiamo simpaticamente “la tassa Vespa”, che ho sempre dovuto sostenere. Ovviamente non per colpa sua».
Ma le avrà insegnato il mestiere.
«Assolutamente sì, zio Bruno è il numero uno, grande fonte di ispirazione e apprendimento. Mi dà suggerimenti e consigli insuperabili. Ma nessun dirigente tv può dire di aver mai ricevuto una sua telefonata in mio favore».
Primo incontro con Silvio Berlusconi?
«Nel 2015. Aveva adocchiato una puntata di un mio programma tv dedicato agli errori giudiziari, si chiamava Presunto colpevole. Mi telefonò sul cellulare: “Venga a Palazzo Grazioli”».
Faccia a faccia.
«L’incontro doveva durare 15 minuti: parlammo per un’ora e mezza. Poi ci siamo rivisti più volte, sempre in via del Plebiscito. Finché non mi disse: “Perché non lasci il lavoro e vieni a darmi una mano?”. Già all’epoca ero convinto che il partito andasse profondamente riformato».
Diventa collaboratore del leader, e poi parlamentare nelle file di Forza Italia. Ma poi non viene ricandidato.
«Lo sapevano tutti che i colonnelli del partito volevano farmi fuori. Ma avrei potuto continuare. Ho rifiutato tante offerte di rielezione provenienti da altri partiti: volevo mantenere intatta la stima degli elettori e la lealtà verso Berlusconi».
Una parentesi con Matteo Renzi, da direttore de Il Riformista.
«Gli voglio bene, è un politico di talento che però gioca nella squadra sbagliata. Sta personalizzando un po’ troppo gli attacchi contro Giorgia Meloni: purtroppo con lui la tattica prevale sulla strategia».
E arriviamo all’oggi. Da dove è partita l’idea di organizzare quel convegno proprio a Palazzo Grazioli?
«È stata un’idea mia, concretizzata con la mia società di comunicazione. Ufficialmente non ho invitato nessuno, a parte i 12 relatori di assoluto livello. Ma tutti erano benvenuti, e per tutti sarebbe stata un’opportunità».
Non è una corrente, si ripete, ma piuttosto una «scossa»?
«Questa in realtà è la prima di una lunga serie di scosse. Dopodiché, chi scambia un convegno per una corrente non capisce nulla di politica. Per fare una corrente bisogna stare in Parlamento, e io sono fuori».
La vecchia guardia del partito come l’ha presa?
«Qualcuno maligna e sparge veleno, ma non è una novità. A febbraio sicuramente replicheremo con un altro convegno a Milano».
Obiettivo finale?
«Condivido in pieno le parole di Pier Silvio Berlusconi: Forza Italia per vincere deve ritrovare freschezza, con idee e programmi rinnovati».
Cioè?
«Il partito va pesantemente aggiornato, perché continuando così si rischia di finire fuori mercato».
Fuori mercato?
«Oggi il mondo è cambiato, e non puoi continuare a vendere il Nokia prima generazione. Devi costruire l’ultimo modello e farlo bene».
Che significa?
«Bisogna importare personalità brillanti, dalla società civile e dalla tv. Tornare a puntare sulla capacità comunicativa, che è fondamentale. Chi parla di legame col territorio mi fa ridere. Tutto questo, ovviamente, rispettando il portato culturale del partito. E riscoprendo lo spirito liberale degli albori».
Antonio Tajani deve lasciare?
«Guardi, non avrei problemi a criticare il partito, anzi, avrei tutto il diritto di farlo, senza chiedere il permesso a nessuno».
Però?
«Però Tajani l’ho sempre rispettato, vanta rapporti internazionali fortissimi, sarebbe un perfetto presidente della Repubblica».
Lo sta candidando?
«Tuttavia, la storia italiana ci insegna che è quasi impossibile per un segretario di partito in carica salire al Quirinale. E io auguro a Tajani di avere davvero una chance per la presidenza».
Abbandonando la leadership, dunque?
«È proprio perché voglio bene a Forza Italia che immagino per questo partito un futuro diverso. Ci sono praterie di voti a disposizione, se solo riuscissimo a metterci al passo coi tempi».
Con il governatore calabrese Roberto Occhiuto?
«Ha fatto alcune mosse sacrosante. Si è scontrato con un governo amico, pur di liberalizzare il trasporto privato. Introduce l’intelligenza artificiale come elemento di meritocrazia nei bandi pubblici. Accetta e alimenta la concorrenza. Fatti alla mano, Occhiuto rappresenta bene, e meglio di altri, lo spirito di cui c’è bisogno».
Il congresso sarà una resa dei conti?
«I congressi sono una liturgia ridicola, non è questa la strada. E questo congresso in particolare si fonderebbe su tessere di dubbia provenienza».
Teme un congresso falsato?
«Fratelli d’Italia ha il 30% dei voti e 254.000 iscritti. Forza Italia con il 7% avrebbe 200.000 iscritti? Mi sembra un po’ anomalo».
Quindi si aspetta un cambio al vertice consensuale, senza spargimenti di sangue?
«Sì, nell’interesse di Forza Italia e della nazione. La dirigenza del partito dovrebbe prendere esempio dalla famiglia Berlusconi, che ha sempre mantenuto armonia ed unità, e che sta raggiungendo traguardi industriali giganteschi. Sono il simbolo di un’Italia che accetta le sfide del presente, e che non fa mai catenaccio».
Giorgia Meloni?
«Meno male che c’è lei a Palazzo Chigi, perché l’alternativa è il caos di una sinistra impresentabile».
Tuttavia?
«Tuttavia, una colonna liberale nella coalizione farebbe bene a tutti, anche in termini elettorali. Se liberali come Pera e Nordio sono finiti a orbitare intorno a Fratelli d’Italia, forse in Forza Italia c’è qualcosa di sbagliato nei meccanismi di selezione. Una Forza Italia più forte potrebbe favorire un cambiamento nel Ppe, aiutando Meloni a rivincere».
Quale è il rischio? Morire elettoralmente?
«Il rischio è che il partito si riduca a fare la “cheerleader” di chi vince. Come ha detto Nicola Porro, sulle battaglie di libertà non dobbiamo essere moderati, ma “estremisti liberali”».
Da dove dovrebbe partire la rivoluzione liberale?
«Dal riconoscimento di un principio: è solo l’iniziativa privata che crea ricchezza, non lo Stato. E quindi occorre invertire l’onere della prova nel processo tributario, esaltare il venture capitalism privato, dare in concessione ai privati i beni culturali, liberalizzare il settore taxi, togliere un anno di liceo e università abolendo la riforma Berlinguer. Meno tasse e burocrazia, più garantismo nei tribunali e più diritti civili».
Diritti civili?
«Il mondo cambia. È ora di riconoscere la cittadinanza automatica a chi la matura da straniero, e poi si discuta liberamente di eutanasia e delle adozioni dei single».
Con buona pace di Salvini?
«Competition is competition. Adesso sto andando negli Stati Uniti, dove affitterò l’auto di un privato cittadino che fa profitto, guidata da un immigrato che lavora e non delinque, visiterò località della Florida che richiamano turisti e producono posti di lavoro. Se ci riescono gli americani, perché in Italia, con la storia che abbiamo, non si può fare?».
Si immagina un partito alleato con Renzi e Calenda?
«Non finché continuano a frequentare personaggi come Bonelli e Silvia Salis».
Nel pantheon di Forza Italia, nelle ultime ore, ci è finito persino il sindaco di New York Mamdani, icona della sinistra.
«Io francamente preferisco Ronald Reagan e Tony Blair. Sono i punti di riferimento perfetti, con Silvio Berlusconi, per un partito che riscopre la sua natura originaria, riformista e liberale».





