«La leadership europea deve comprendere una cosa: tutto quello che sta avvenendo - dall’Ucraina all’Iran - è la fine di un vecchio ordine mondiale. E quel vecchio ordine non tornerà. Non è una parentesi. Non va vissuta come “mettiamo a punto qualcosa, poi torna tutto come prima”. Non tornerà più. E quindi non è più il tempo degli zerovirgola di bilancio».
Marco Minniti, ex ministro dell’Interno e presidente della Fondazione Med-Or: l’Italia chiede maggiore flessibilità all’Europa, per poter affrontare la doppia sfida, militare ed energetica. Alcune componenti della maggioranza di governo spingono per lo scostamento di bilancio. Ma Bruxelles per ora non vuole saperne.
«Abbiamo sempre pensato che l’elemento di forza di un Paese fossero i fondamentali dell’economia. Poi abbiamo imparato, in questi mesi, un’altra cosa: che al pari dell’economia conta la collocazione geostrategica. Prendiamo la Turchia: fino a due anni fa aveva il 90% di inflazione, e abbassava il tasso di sconto invece di alzarlo, infischiandosene delle raccomandazioni del Fondo monetario internazionale. Ciò nonostante, nessuno ha fatto fallire la Turchia, perché nessuno poteva permetterselo, dal momento che controlla lo stretto dei Dardanelli, ha fatto da intermediario per i corridoi del grano con i russi, e in definitiva svolge un ruolo di mediazione in tutte le partite più delicate aperte nel mondo».
Dunque è tempo di pensare ai rapporti di forza, e non solo ai bilanci, come continua a fare una parte della dirigenza europea?
«Sì, per questo guardo con interesse al ruolo geostrategico dell’Europa: il fatto di esprimersi come una potenza di soft power, in un momento in cui sembra prevalere l’hard power, può consentire la costruzione di opportunità economiche che rendono meno schematico l’approccio ai conti pubblici».
Un esempio concreto?
«Di fronte alla politica dei dazi di Trump, l’Europa ha risposto trattando come un’entità unica, e poi ha allargato il mercato. Da qui gli accordi con il Mercosur, con l’Indonesia, con l’Australia, con l’India. Nel momento in cui l’Europa, invece di ripiegarsi su sé stessa, pensa al suo ruolo geostrategico come interlocutore positivo del Sud del mondo, può trovare chance economiche senza precedenti.
Anche in Africa?
«Sì, un continente cruciale per materie prime, agricoltura, e quelle terre rare decisive per l’intelligenza artificiale, di cui al momento la Cina detiene il monopolio mondiale. E non dimentichiamo che il Sahel, a pochi chilometri da noi, è il principale incubatore del terrorismo internazionale. Il Piano Mattei, giusta intuizione dell’Italia, deve diventare europeo, per avere un’Africa stabilizzata e prospera».
Tornando alle regole europee: si possono sostenere gli aumenti di spesa per la difesa senza rompere i vincoli di bilancio comunitari?
«C’è una contraddizione che vale la pena nominare: giustamente Italia ed Europa hanno sbloccato 90 miliardi di euro per l’Ucraina. Ma questa è già una scelta di autonomia strategica, perché se facessimo un calcolo puramente economico, dovremmo invece riprendere le importazioni di gas russo. Dunque, ci deve essere in Europa un sistema di mutuo riconoscimento: io posso chiedere a un Paese di assumersi responsabilità su un terreno, sapendo che gli altri si assumeranno responsabilità su altri terreni»,
Ma perché è scoppiata questa guerra?
«L’idea dell’amministrazione Trump era di replicare l’intervento in Venezuela: un passaggio rapido e indolore, magari approfittandone per fare gli interessi americani nel settore petrolifero. Si immaginava una rivolta popolare in Iran, che avrebbe consentito a Trump di presentarsi come liberatore. Ma la storia, a cominciare dall’Iraq, insegna che non si può costruire una democrazia soltanto con gli interventi militari. Serve un’idea di futuro».
Gli Usa sono rimasti spiazzati dalla chiusura di Hormuz?
«C’è stata una clamorosa sottovalutazione. Gli iraniani avevano sempre minacciato di chiudere lo stretto, e stavolta l’hanno fatto davvero. Eppure, l’umanità conosce da sempre quanto cruciali siano certi punti strategici. Per concludere le lunghe guerre del Peloponneso, Sparta paralizzò lo stretto dei Dardanelli con un blocco navale, sconfiggendo Atene».
Oggi quanto è pesante lo shock energetico?
«Se il blocco di Hormuz si prolunga ancora di un mese, si schiuderanno scenari imprevedibili. E se nel frattempo gli Huthi chiudessero lo stretto di Bab el Mandeeb - in italiano “porta delle lacrime” - la situazione finirebbe fuori controllo. Non parlo solo dell’energia, ma anche di risorse alimentari e fertilizzanti. Pensiamo all’elio, derivante dalla lavorazione del gas: con l’attacco ai giacimenti in Qatar è in pericolo un elemento fondamentale per la lavorazione dei microchip».
Qual è la strategia iraniana?
«Possiamo sintetizzarla in due parole: “caos” e “attrito”. Il caos è stato raggiunto colpendo i Paesi del Golfo, che erano impegnati in una mediazione, per dimostrare che toccare l’Iran avrebbe implicato conseguenze internazionali immediate. L’attrito significa prepararsi a una guerra di lungo periodo, dove ogni reparto delle milizie è in grado di reagire “a mosaico”, definendo da solo i propri obiettivi. Questo consente alle forze iraniane, pur con grandi perdite, di reggere nel tempo».
Il 1° maggio è scaduto il termine di 60 giorni previsto dalla legge americana entro cui il presidente deve notificare al Congresso l’operazione militare e ottenere la sua approvazione. Subito dopo, Trump ha dichiarato che il conflitto è concluso.
«Probabilmente è un escamotage tecnico per aggirare i controlli del Congresso, anche perché, se la guerra fosse davvero finita, Trump lo avrebbe annunciato con ben altra enfasi. In ogni caso, alcuni repubblicani hanno già fatto sapere che non daranno ancora carta bianca a Trump. L’opinione pubblica non comprende le vere ragioni dell’attacco. Intanto l’indice di approvazione dei cittadini americani è ancora in discesa. Sullo sfondo, inflazione e caro benzina».
E l’amministrazione Trump continua a perdere pezzi, mentre la base Maga rumoreggia.
«Ricordiamoci le elezioni di mid-term all’orizzonte, mentre è pendente una richiesta di impeachment da parte dei democratici nei confronti del segretario alla Guerra, per abuso di potere e crimini di guerra. Tucker Carlson, uno degli storici sostenitori di Trump, si è dichiarato pentito di averlo appoggiato. Tutto ciò preoccupa il presidente».
Come reagirà Trump a una sconfitta elettorale, e a un successivo, eventuale, assedio?
«Questo è il grande punto interrogativo. Uno come Trump potrà davvero fare la parte dell’“anatra zoppa”, mentre la sua base si sta rompendo? Intanto il fattore tempo gioca tutto a favore dell’Iran, che è una teocrazia in lotta per la sopravvivenza, e deve semplicemente resistere. Trump invece deve fare i conti con l’opinione pubblica, con il conto alla rovescia elettorale che avanza inesorabile».
È difficile essere ottimisti sulle trattative con Teheran. A che punto siamo?
«Siamo in una fase di “stallo minaccioso”: tutte e due le parti adottano un linguaggio radicale. Si è consumato il rapporto di fiducia tra i negoziatori, ed è inevitabile. Si dovrebbe procedere step by step, tenendo insieme i due obiettivi strategici: primo, garantire libera navigazione attraverso lo stretto di Hormuz, senza vincoli né pedaggi. Secondo, pieno controllo internazionale del programma nucleare iraniano, con un ruolo cruciale per l’Aiea. Non può essere concesso all’Iran di avere un’arma nucleare».
Intanto in Libano proseguono i raid israeliani.
«È un altro pezzo del mosaico. Va sostenuto il dialogo tra la presidenza libanese e Israele. La tregua è fragile, e Hezbollah sta facendo di tutto per far saltare i colloqui, perché consapevole che rappresentano la via maestra per disarmare i loro guerriglieri».
I Paesi del Golfo si sono divisi?
«L’uscita degli Emirati arabi dall’Opec rappresenta una “separazione” strategica tra due grandi Paesi sunniti. Si cominciano a intravedere due schieramenti: da un lato l’asse Arabia Saudita-Turchia-Pakistan, dall’altro Emirati-Israele-Stati Uniti».
Quale dovrebbe essere il ruolo europeo, se davvero si avviasse un percorso di pace?
«Il progetto dei “Volenterosi per Hormuz” è molto importante, e ritengo fondamentale che l’Italia ne faccia parte. Di fronte alla scelta degli Usa per l’unilateralismo radicale in politica estera, l’Europa non deve rompere il rapporto con Washington, ma in questa era dell’incertezza occorre un’autonomia strategica europea che consenta di avere un rapporto con gli Usa tra pari».
Una nuova visione del mondo?
«L’Ue può diventare il punto di riferimento di quella parte del mondo - Paesi del Golfo, Turchia, India - che ha buoni rapporti con gli Stati Uniti, ma è preoccupata delle loro oscillazioni, e non vuole finire all’ombra della Cina. In questo contesto, mentre Trump invita la Russia al G20, l’Europa – come dicevo all’inizio – non può continuare ad arrovellarsi sullo zerovirgola».
E l’Italia?
«Deve avere piena consapevolezza del proprio ruolo ineludibile. Non quello di mediare tra Stati Uniti ed Europa, ma fare da congiunzione tra l’Occidente e il Sud del mondo. Questa è la nostra collocazione geostrategica da sempre. I recenti attacchi di Trump nei confronti dell’Italia non mortificano il nostro ruolo internazionale: al contrario, ci liberano».
Da cosa?
«Ci consentono di essere fino in fondo protagonisti, a 360 gradi. Con tre pilastri: alleanza transatlantica, Europa, Mediterraneo e Africa. E tutto questo, avendo le mani libere».
La burocrazia schiaccia ogni senso di umanità, nella tragedia di Crans-Montana ridotta oggi a triste vicenda contabile. La Svizzera continua a sbatterci in faccia le fatture da pagare per le cure mediche prestate a quattro italiani rimasti ustionati nel rogo del Constellation: 108.000 euro, per qualche ora di ricovero.
Una cifra destinata a salire vertiginosamente, quando arriverà il grosso delle fatture svizzere riguardanti gli altri ricoveri, fatture delle quali nessuno conosce l’importo. Ma si parla già di cifre monstre, su cui gli elvetici batteranno cassa, senza sconti. Una pretesa giudicata «ignobile» dal premier Giorgia Meloni, e «abominevole» dal presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana.
L’Italia non sgancerà un euro alla Svizzera, dice in sostanza l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado. Che respinge al mittente anche le frasi pronunciate sulla tv elvetica dal direttore dell’Ufficio federale assicurazioni sociali, Doris Bianchi. La quale, con la freddezza di un ragioniere, ha invitato l’Italia a presentare l’estratto conto dei pazienti svizzeri curati sul nostro territorio, come hanno fatto loro con noi. Per capire le grandezze, ci siamo fatti aiutare dal professor Baruffaldi Preis, direttore di quella perla d’eccellenza che è il centro ustioni del Niguarda: «Credo che quei soldi si possano dare alla Svizzera», ci dice, «solo dopo che la Svizzera ci avrà rimborsato 1 milione e 800.000 euro per le spese relative ai due pazienti elvetici curati in Italia».
In attesa di uscire dal pantano diplomatico, le famiglie colpite dal dramma di Crans devono superare un altro scoglio, stavolta tutto italiano. Superata la fase acuta del ricovero, infatti, c’è il problema delle cure post-degenza, che non sono coperte dal Servizio sanitario nazionale. Parliamo di cure complesse e prolungate: presidi per il controllo delle cicatrici, dispositivi, guaine compressive, tutori articolari, e poi la riabilitazione e il sostegno psicologico. Problemi che nei casi più gravi devono essere gestiti per tutta la vita. E il rischio, stavolta, è che siano le stesse famiglie dei ragazzi ustionati a dover metter mano al portafoglio per potersi curare.
La lacuna normativa non è nuova, ne ha lungamente parlato l’onorevole Lucia Annibali, e lo choc di Crans-Montana riporta la questione in primo piano. La malattia da ustione, infatti, non rientra nell’elenco dei livelli essenziali di assistenza, e dunque non sono previste esenzioni uniformi a livello nazionale per il trattamento post-ospedaliero. Secondo Maria Tridico, in prima linea nell’Associazione bambini ustionati, «le creme che usiamo sono considerate “estetiche”, e quindi a totale carico del cittadino. E le terapie sono considerate alla stregua di una smagliatura da eliminare o una ruga da appianare».
Il tema è stato sollevato qualche giorno fa anche da Eleonora Palmieri, la veterinaria di 23 anni riminese sopravvissuta al rogo: «Devo stare attenta a non prendere il sole sulla guancia, perché le ustioni non sono riconosciute come malattia grave. Le creme in particolare sono a carico nostro e la fisioterapia non basta mai. Tutto ciò grava sulle spalle di chi è stato ferito».
Per correre ai ripari ed evitare che si perpetui l’assurdo, il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, insieme al presidente della commissione Affari sociali Ugo Cappellacci, ha depositato una risoluzione che impegna il governo a garantire la «gratuità totale» delle spese connesse alle ustioni per i sopravvissuti di Crans-Montana. «Sono cifre importanti per le famiglie colpite, che possono arrivare a 2.000 euro al mese», dice Mulè alla Verità, «vogliamo assicurare uno “status eccezionale” alle vittime, che comporti una tutela piena e immediata, in considerazione dell’eccezionalità dell’evento. Inoltre, occorre riconoscere la malattia da ustione come patologia cronica e rara, per ottenere l’esenzione dalle spese in tutta Italia. Entro un mese si può concludere l’approvazione». «Servono regole uniformi su tutto il territorio», aggiunge Cappellacci, «le cure di questo tipo non possono dipendere dal codice di avviamento postale».
«Non ho difficoltà a dire che Trump si sta comportando come un criminale».
Professor Franco Cardini, suppongo che la sua sia un’iperbole?
«Ma quale iperbole. Per decenni abbiamo dato del criminale a persone che spesso se lo meritavano, ma qualche volta no. E certamente la parola va usata con prudenza».
E stavolta, dopo gli attacchi inediti al Papa e al governo italiano?
«Trump è, almeno formalmente, l’uomo più potente del mondo, il capo di un impero che dai tempi della guerra di Corea perde tutte le guerre, ma che resta pur sempre un impero. E per come si sta muovendo, i casi sono due: o ha bisogno della visita di un medico - ma di uno bravo - oppure è un perfetto criminale, perché fa e dice cose che sono obiettivamente criminose».
A cosa si sta riferendo?
«Non si può accettare, con tutto il beneficio dell’ignoranza che si può accordare a chiunque, che lui dica di essere capace di spazzare via l’intera civiltà persiana. Lui non sa quello che dice: la civiltà persiana è una delle più grandi del mondo. Parla di mettere a ferro e fuoco quasi tutta la Mesoamerica e tutti i Caraibi, e nello stesso tempo continua a far circolare quelle grottesche immagini di lui che pianta la bandiera stellata sul territorio groenlandese».
«Il Papa è un debole». «Il Papa deve capire». «È stato eletto grazie a me». Da storico e intellettuale attento al presente, mi dica se le frasi del presidente Trump contro il Papa hanno mai avuto un precedente, anche andando indietro nei secoli?
«Un potere secolare che abbia parlato del Papa in quei termini? Mai successo nella storia. Mettersi contro il pontefice in un momento come questo non è un gesto paragonabile a quello che può aver fatto Enrico IV nell’undicesimo secolo, o Federico II, e nemmeno Napoleone nel Settecento. Quando c’era la lotta per le investiture gli imperatori parlavano del Papa, e qualche volta dicevano che era un eretico degno delle fiamme dell’inferno, ma non accompagnavano mai queste qualifiche con osservazioni del tipo: “Il Papa dovrebbe occuparsi soltanto di morale”».
In effetti è ciò che ha detto il vicepresidente Vance.
«Ma lui si rende conto di quello che dice? Sa cosa vuol dire “la morale”? La morale è qualcosa che nella vita politica moderna investe qualunque cosa: fare o non fare una guerra è fondamentalmente un fatto morale. Forse alla Casa Bianca pensano che la morale riguardi solo le pratiche sessuali? Trump crede che il Papa dovrebbe amministrare le mutande di ciascuno di noi, e limitarsi a quello».
Sia Meloni che Schlein hanno condannato l’attacco di Trump, in difesa di papa Leone XIV, e anche del governo italiano. È stata una reazione doverosa?
«Un sussulto di amore per la patria che non si vedeva da tempo. Mi sono piaciute entrambe, perché una volta tanto si sono ricordate dell’Abc della vita politica e, diciamolo pure anche se è un termine inflazionato, della democrazia. Un leader politico non è al servizio del suo partito, e tantomeno della sua rete di amici e sostenitori, bensì al servizio della nazione».
Auspica per l’Italia una linea diversa sul piano internazionale, mentre l’incontro a tre Meloni-Macron-Starmer sancisce una possibile «missione pacifica» in Iran?
«Bisogna che si metta da parte l’inveterato occidentalismo - letto da destra e da sinistra - e si colga il momento per ristabilire un minimo di dignità nei rapporti con la superpotenza americana. In questo momento, dopo averci raccontato tante balle sulla società iraniana - retta da un sistema problematico, ma coesa e vitale - sarebbe politicamente opportuno chiedere agli Usa un po’ di rispetto in più. La politica è anche questa».
Che fine farà la Nato?
«È una delle tante domande sul tavolo. La Nato ci ha difeso dai comunisti ieri, ma oggi da che cosa dovrebbe difenderci? E già che ci siamo, parliamo del vero verme nella mela: le Nazioni Unite, oggi assolutamente inutili perché paralizzate da veti incrociati, assolutamente antigiuridici. L’Onu va rifondata».
Come ha reagito il mondo cristiano statunitense di fronte agli attacchi di Trump al Papa?
«Trump si sta alienando le simpatie dei cattolici, ma cerchiamo di andare a vedere cos’è davvero il cristianesimo americano. Ci sono i tradizionalisti, che odiavano Francesco e non amavano Benedetto. Ma ci sono anche gli estremisti, e mi riferisco a quelle scene grottesche che abbiamo visto in televisione: la benedizione a Trump impartita da certi strani figuri. È strano che questi signori non vadano in giro vestiti come il Ku Klux Klan: sarebbe stata una sfilata interessante».
Era la preghiera collettiva dei pastori evangelici nello studio ovale. Nel frattempo, la consigliera spirituale del presidente, aderente al cosiddetto «Prosperity Gospel», dice che «Trump è stato tradito come Gesù».
«È una delle tante piccole chiese, chiesuole, le sette più strampalate, i cascami del cristianesimo americano - che però sono cascami di lusso, perché rappresentano ambienti ricchissimi e influentissimi. Questi gruppi incitano Trump ad andare avanti, e lo finanziano. Anche se forse Trump di finanziamenti non avrebbe bisogno, perché quando un bancarottiero diventa anche capo di Stato fa sì che le casse si riempiano d’oro».
Però possiamo dire che i credenti americani non seguono Trump nella sue dichiarazioni oltranziste degli ultimi giorni?
«Il grosso dei cristiani americani, davanti a questo cumulo di menzogne e di follie, sta reagendo. Ma ribadisco che non bisogna sottovalutare la mina vagante del cristianesimo fondamentalista perché, ripeto, non è fatta solo di sottoproletari che si rotolano per terra quando cantano i predicatori: ci sono anche fior di finanzieri e tecnocrati a guidarli».
Che giudizio dà delle prime file trumpiane, Rubio e Vance?
«Per il momento Rubio sembra ben intenzionato a fare sì che i suoi parenti, amici e collaterali si reimpossessino di Cuba, e forse si accontenteranno di quella. Poi c’è Vance, che potrebbe riservarci un cattolicesimo americanista e bellicista. Non mi sembra un personaggio rassicurante».
Guardando le immagini «provvidenziali» postate recentemente da Trump, in cui si vede il presidente in veste di guaritore miracoloso, che cosa profetizza?
«Quando la politica assume certi aspetti - che noi chiamiamo estremistici - finisce per forza di cose con il tracimare nel fanatismo apocalittico. È una vecchia storia che ci portiamo dietro da duemila anni».
Quale storia?
«Ogni cinque minuti ci diciamo che arriva l’Apocalisse, che poi però non arriva mai. Arriva la peste nera, arrivano i mongoli, ogni volta supponiamo di essere giunti alla fine dei tempi. E invece i tempi proseguono».
E oggi?
«Oggi effettivamente la corsa vorticosa della tecnologia in questi ultimi anni può far pensare di essere prossimi alla fine. A pensarci bene, è più ragionevole pensarlo adesso che non nel Cinquecento, quando c’era qualcuno che identificava l’Anticristo con l’imperatore Federico II».
E Trump si inserisce in questo filone?
«La storia insegna almeno questo: che le potenzialità distruttive dell’essere umano tecnologicamente attrezzato ed economicamente avido come l’homo occidentalis sono davvero impressionanti. E quindi in questo senso Donald Trump - dopo aver rovinato le sue élite, dopo aver rovinato il suo Paese, che ha bisogno di essere aiutato perché si stava già rovinando da solo - potrebbe anche rovinare l’intero genere umano. In questo senso, fa bene a comportarsi da apocalittico».
Il capo della resistenza anti Trump è diventato papa Prevost?
«Dopo gli scossoni del pontificato di Francesco, era sorta l’esigenza di un mite equilibratore. Per questo in principio avevo soprannominato papa Leone “sua mediocrità”, perché ha dovuto a lungo tacere, o parlare in sordina, e intavolare discorsi che sembravano un po’ la scoperta dell’acqua calda. Ma nel momento in cui Trump si è scollegato dalla realtà, Leone XIV ha agito da vero agostiniano: si è ricordato dell’attivismo politico, che consiste nella soggezione dei laici al potere ecclesiastico, quando ci sono momenti particolari in cui l’autorità spirituale deve far sentire la sua presenza. Stavolta il Papa ha parlato forte e chiaro: è stato diretto e ragionevole nello stesso tempo».





