«Introdurremo nel pacchetto sicurezza il rimpatrio assistito per i minori stranieri che delinquono. È una novità che servirà anche ad arginare il fenomeno delle baby gang. E se nei campi rom i bambini vengono mandati a rubare, invece di essere mandati a scuola, va applicato il protocollo che abbiamo adottato come governo contro le mafie: quei figli devono essere tolti ai genitori e messi sotto tutela».
Andrea Ostellari, sottosegretario leghista alla Giustizia, elenca le proposte della Lega, studiate con Nicola Molteni e Matteo Salvini per affrontare il tema sicurezza, che si sta ripresentando con prepotenza dopo gli ultimi fatti di cronaca. «Sulla legittima difesa, bisogna ampliare le tutele per chi si difende in casa propria in continuità con quanto già fatto nella riforma voluta dalla Lega nel 2019: i procedimenti giudiziari non devono nemmeno partire. Non ci deve essere l’iscrizione automatica nel registro degli indagati per chi si difende o per le forze dell’ordine che ci proteggono». Critiche dall’opposizione «È incredibile come a sinistra, storicamente, faticano a digerire un principio elementare: la sicurezza è alla base del vivere civile. Difendere i cittadini significa tutelare le periferie e le fasce più deboli. Le nuove regole sulla sicurezza, volute dalla Lega, unite alla riforma della giustizia, miglioreranno la vita di tutti».
A La Spezia un diciannovenne egiziano è stato accoltellato a morte, al torace, da un compagno di scuola di origine marocchina. I docenti difendono la scuola: «Non è il Bronx», ma le statistiche dicono che c’è stato un aumento significativo dei reati commessi con armi da taglio. Come pensa di correre ai ripari? Ci saranno regole più severe sulle armi da taglio? Un decreto «anti lame»?
«Sì, a scuola si portano libri e non coltelli. Quella di avere lame in tasca è una moda preoccupante, che va stroncata. Ci saranno inasprimenti delle pene sia per il porto d’armi che per la vendita ai minori. Per questo stiamo spingendo affinché sia approvata quanto prima. Magari con un decreto urgente».
Bisogna intervenire sulle famiglie e sui genitori? Intravede un problema «educativo» dietro questi episodi? Matteo Salvini ha dichiarato che «oltre alla legge servono prevenzione ed educazione».
«La nuova norma sull’ammonimento fin dai 12 anni, introdotta dalla Lega, è un primo passo. Il questore, con la nuova nostra proposta, potrà convocare i ragazzi accompagnati dai genitori, che potranno essere puniti economicamente, fino alla perdita dei benefici genitoriali, anche per reati meno gravi ma che costituiscono una spia da non sottovalutare per evitare così che si sfoci in condotte ancora più violente».
Dalle baby gang all’«allarme maranza», c’è un problema sulle nuove generazioni non perfettamente integrate?
«Uno dei temi che va affrontato subito è quello dei minori non accompagnati che delinquono. Oggi per loro esiste un’ampia tutela addirittura fino ai 21 anni. Allo stato attuale questi giovani criminali non possono nemmeno essere collocati nei Cpr. Insomma, vengono protetti anche quando non lo meritano».
Quindi?
«Introdurremo, nel decreto sicurezza oggi in discussione, il rimpatrio assistito per i minori non accompagnati che commettono reati, e dunque non dimostrano volontà di integrarsi».
Cosa intende?
«Se si verifica un crimine, procederemo con il ricollocamento assistito nel loro Paese di origine, soprattutto quando si scopre che in quel Paese una famiglia ce l’hanno eccome. È una novità voluta dalla Lega che tutelerà in primis gli stranieri che in Italia arrivano per bisogno e necessità. Come è giusto che sia».
Da sinistra vi accusano di agire solo sul penale, quando la sicurezza è un problema più complesso. «La repressione non garantisce sicurezza, servono anche politiche sociali», dice Filiberto Zaratti, capogruppo di Allenza Verdi e Sinistra in Commissione affari costituzionali alla Camera.
«Di sicuro l’integrazione non si può raggiungere solo con le parole lanciate dai salotti chic. La sicurezza è un diritto civile, come la salute e l’istruzione. Garantire la sicurezza significa aiutare le periferie e tutelare le fasce più deboli. Ed è anche una battaglia culturale, quella di educare i giovani a rispettare le regole. Bisogna educare ai valori dei nostri padri e dei nostri nonni».
A Lonate Pozzolo, vicino Varese, un uomo sorprende due rapinatori in casa e ferisce un nomade di 37 anni, che morirà in ospedale. Più di cento rom forzano la porta del pronto soccorso. E adesso si temono ritorsioni nei confronti del padrone di casa, che rischia anche l’apertura di un fascicolo per omicidio. Che idea si è fatto della storia di Jonathan Rivolta?
«La difesa in casa propria, per quanto ci riguarda, è sempre legittima. La riforma della legge fatta da noi della Lega nel 2019 ha definito in maniera chiara la cornice della legittima difesa domiciliare. E la situazione è già cambiata rispetto a qualche anno fa».
Cambiata?
«Ad esempio, abbiamo eliminato il risarcimento del danno nei confronti del delinquente. E abbiamo fatto in modo che lo Stato paghi le spese processuali al cittadino che si è difeso legittimamente».
Basta questo?
«No, e infatti vogliamo proseguire sulla stessa linea tracciata dal ministro Salvini quando era all’Interno. Nel pacchetto sicurezza introdurremo lo stop alle iscrizioni automatiche nel registro degli indagati. Un principio che deve valere non solo per le forze dell’ordine in servizio, ma anche per i comuni cittadini che si difendono in casa».
In pratica, come pensa di applicare una simile novità?
«Prima di indagare chi si difende, il pm dovrà verificare la sussistenza di cause di giustificazione. E se queste cause esistono, il procedimento non deve nemmeno partire con l’iscrizione nel registro degli indagati».
I parenti del nomade ucciso a Lonate hanno dichiarato: «Rubare era il suo lavoro, aveva due figli piccoli da crescere. Ce l’hanno ammazzato».
«Chi ruba non sta lavorando. Il lavoro è un’altra cosa. I campi rom sono spazi che vanno riportati alla legalità. Non possiamo far finta che in quei territori certe cose non succedano».
A cosa si riferisce?
«Nei campi, i bambini vengono addestrati al crimine. Il governo con istituzioni e associazioni ha dato il via al “protocollo Liberi di scegliere”, per tutelare i figli di famiglie mafiose, consentendo anche l’allontanamento dei ragazzi dai contesti in cui regna la criminalità organizzata. Una scelta che funziona, e che va estesa anche con una legge ad hoc».
Qual è la sua idea?
«Applicare le regole di questo protocollo a tutti i contesti in cui i bambini vengono sfruttati come ad esempio nei campi nomadi. Se un genitore non manda i bambini a scuola, ma li spedisce a rubare, quei figli vanno messi sotto tutela».
Pensa che la magistratura lo permetterà?
«Credo molto nella stragrande maggioranza di magistrati che lavorano in silenzio. Ciò che è mancato a questi magistrati non è l’indipendenza dal potere politico, ma l’autonomia dallo strapotere delle correnti delle toghe».
Sta dicendo che i magistrati sono le prime vittime delle correnti?
«Sì, le hanno sempre subite. È un sistema che danneggia non solo i cittadini ma la magistratura stessa. La riforma sottoposta a referendum, da questo punto di vista, può essere una vittoria per tutti».
In realtà vi accusano semplicemente di volere un pm sottomesso al governo. «Non si vuole separare la magistratura», dice Nicola Gratteri, «ma solo controllarla».
«Per capire che non è vero, basterebbe leggere il testo della riforma. È scritto chiaro che i magistrati rimarranno indipendenti e autonomi da ogni potere, pm e giudici saranno tutelati. Una libertà che oggi non hanno, essendo succubi delle logiche correntizie».
Perché sostiene che la riforma della giustizia servirà anche all’economia e agli investimenti? Non è solo una questione di diritti, ma di crescita del Pil?
«Perché una giustizia davvero libera e indipendente da ogni condizionamento è alla base di tutto. Chi crede nel nostro Paese e sta investendo non è incentivato da un sistema giudiziario farraginoso e complicato».
Quindi?
«Quindi procediamo su due binari: da un lato la riforma costituzionale, dall’altro la sburocratizzazione: velocizzare i processi, digitalizzarli, dotare i tribunali del personale necessario. Entro il 2026 prevediamo la copertura della pianta organica dei magistrati, con nuove assunzioni di personale, e questo è un risultato straordinario».
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dichiarato che sulla responsabilità dei magistrati bisogna intervenire con caparbietà. Cito: «Il magistrato inetto e impreparato non va colpito nel portafoglio ma nella carriera, e semmai deve essere destituito». È d’accordo?
«Credo che l’inserimento nella riforma dell’Alta corte disciplinare proceda in questo senso. Stiamo ponendo le basi affinché il magistrato possa essere sanzionato o valorizzato quando è giusto farlo. È corretto prevedere sanzioni concrete, valorizzando, così, davvero il merito dei magistrati».
«Mai avrei creduto che esistesse un universo così straziante, vile, ingiusto, sotto la crosta di un’Italietta che non sa, che non ci pensa, non vuol sapere. Ma ora, frustato a sangue da questa realtà, il mio compito è uno: far sapere. E non gridare solo la mia innocenza, ma battermi perché queste inciviltà vengano a cessare». Così scriveva Enzo Tortora dal carcere, nelle Lettere a Francesca, mentre attraversava l’ora più buia del tritacarne mediatico e giudiziario.
Francesca Scopelliti, compagna del celebre giornalista ed ex senatrice, oggi presiede il comitato «Cittadini per il sì» al referendum sulla riforma della giustizia. E portando avanti la memoria del conduttore, non nasconde lo stupore: «Non immaginavo che questa campagna referendaria sarebbe stata segnata da un tale livello di volgarità. E invece mi trovo costretta a ribadire, ancora una volta, “giù le mani da Tortora”».
La campagna per il referendum si è incattivita. Sul Fatto Quotidiano, Marco Travaglio ha scritto: «Il mantra è che separando le carriere non avremo più un caso Tortora. E il guaio è che lo raccontano anche i congiunti del presentatore».
«Mi infastidisce molto che Travaglio si permetta di mettere il naso nella vicenda di Tortora. Non è degno neanche di nominarlo. I sostenitori del no al referendum hanno impostato la loro campagna sul capovolgimento della realtà e su interpretazioni strumentali dei fatti».
Si pensava che almeno sul caso Tortora vi fosse uniformità di vedute. Invece?
«La storia di Enzo, che è ancora molto amato dalla gente, attraverso i racconti dei padri e dei nonni, non si presta alle interpretazioni. È il paradigma della malagiustizia, e per questo disturba profondamente gli oppositori della riforma. Riflettere ancora oggi sul caso Tortora induce naturalmente a desiderare un vero cambiamento, attraverso la separazione delle carriere dei magistrati».
Un tema, quello della separazione delle carriere, che si pose con forza anche ai tempi del processo Tortora?
«Certo, Tortora fu condannato in primo grado perché un giudice era in combutta con i procuratori. Fu condannato sulla base delle dichiarazioni “concordanti” di 18 pentiti, e poi assolto perché quelle dichiarazioni erano semmai “concordate”. Venne dichiarato innocente perché un giudice veramente imparziale si prese la briga di verificare. Solo per fare un esempio: un pentito raccontò di aver consegnato a Tortora chili di droga. Ma si scoprì che nel periodo contestato era rinchiuso in un carcere di massima sicurezza. Non era vero nulla».
Sembra che anche Giovanni Falcone sia stato arruolato, suo malgrado, dai sostenitori del No alla separazione delle carriere.
«In questo crescendo di volgarità, ho sentito il procuratore Gratteri, che in quanto a presenzialismo televisivo mi ricorda Wanda Osiris, attribuire a Falcone frasi non vere. Nei giorni successivi ha ammesso l’errore, ammettendo di essere stato mal consigliato. Spero che Gratteri non applichi gli stessi metodi alle sue indagini. Altrimenti poveri cittadini».
È sorpresa dalla potenza di fuoco dell’Anm e del comitato del No?
«Hanno affisso dei manifesti propagandistici 3 per 6, che costano 1.000 euro l’uno. Immagino che per la campagna referendaria valgano le stesse regole della campagna elettorale, ci saranno dei tetti di spesa, e questa spesa dovrebbero giustificarla. Chi finanzia il comitato per il No? Forse l’Anm, che è un’associazione privata?».
Immagina dei finanziatori?
«Se hanno trovato i soldi sono stati bravissimi, ma dovrebbero dichiararlo. Temo invece che il comitato del No faccia un po’ quello che vuole: d’altro canto, se dovessi denunciarli, dovrei fare un esposto presso i loro colleghi, il che sarebbe paradossale. Insomma, sono intoccabili».
In occasione del referendum, il «partito delle toghe» è uscito allo scoperto?
«Mi occupo di giustizia in prima persona da 37 anni. E oggi hanno svelato la loro vera anima. Si vestono da partito politico, e questo non credo sia consentito dalla Costituzione. All’inizio hanno persino adoperato siti istituzionali e palazzi di giustizia per le loro manifestazioni. C’è un abuso di potere senza limiti. E mi spavento ancora di più, se mi fermo a pensare che potrebbe vincere il No, il che per me equivarrebbe a un golpe».
Anche lei è convinta che ci sia un’avanguardia politicizzata della magistratura che tiene in scacco l’intera categoria?
«Questa distinzione la faceva anche Tortora. Scelse di dimettersi dal Parlamento europeo, rinunciando all’immunità, e finì poi agli arresti domiciliari, per rispetto “ai magistrati di giustizia che onorano la toga che indossano”. Molto diversi dall’altra categoria, quelli che lui definiva “magistrati di potere”, contro i quali diresse l’impegno politico».
Chi sono i magistrati di potere?
«Si identificano soprattutto con i procuratori, i più famosi, i più visibili. I due procuratori che arrestarono Enzo furono definiti “i Maradona del diritto”. Finirono sulle copertine dei settimanali mentre giocavano a pallone. Ecco, questa minoranza di magistrati ha in mano il potere istituzionale e mediatico: gli altri preferiscono lavorare nel silenzio, subendo la situazione».
Il sistema fondato sulle correnti si sente minacciato da questa riforma?
«Non vogliono che qualcuno interferisca nel loro sistema di potere, che poi è quello raccontato da Luca Palamara. Le correnti fanno il loro gioco, difendono i loro interessi«.
L’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga fu uno dei primi a denunciare lo strapotere delle correnti, e lei lo conosceva bene.
«Cossiga diceva che il ruolo delle correnti era di tipo mafioso, e aveva ragione. Decidono tutto, promozioni, punizioni e trasferimenti. Cossiga mi raccontò che, nella prima seduta del Csm, gli si parò davanti Francesco Di Persia, uno dei procuratori che condussero l’inchiesta contro Tortora. Cossiga gli disse: “La mano non gliela stringo, perché lei ha fatto morire un uomo perbene”».
Il sorteggio per il nuovo Csm è stato bersagliato da critiche. Dicono che non è un metodo in grado di garantire rappresentatività.
«Cosa significa: ci sono magistrati bravi e meno bravi? Quelli meno rappresentativi non possono arrivare al Csm, ma li lasciamo nelle aule dei tribunali, magari a condannare e comminare ergastoli?».
Il giustizialismo è un virus ancora presente nella società italiana?
«Il comitato che presiedo ha organizzato una bellissima manifestazione a Napoli. C’erano tanti ragazzi che indossavano magliette con stampati i nomi, più o meno illustri, delle vittime della giustizia. Ecco, in Italia c’è ancora qualcuno che considera queste vittime non innocenti, ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca».
Lei ha avuto anche una breve esperienza politica, prima con Pannella e poi con Forza Italia. Si stupisce del fatto che quasi tutti, a sinistra, sono contrari a questa riforma?
«La sinistra ormai ha perso la sua capacità riformista. E di questo mi dispiaccio molto. Anche volersi allargare a tutti i costi nel campo dei 5 stelle, che restano il partito del vaffa, legato a doppio filo alla magistratura, lo considero un suicidio politico. Hanno perduto la loro identità. Per un periodo sono stata contattata dal partito di Renzi, ma alla fine sono rimasta delusa. La politica non ha ancora capito che la battaglia sulla giustizia non è una crociata di parte. Non riguarda “io”, ma tutti noi».
Enzo Tortora scriveva: «Solo i pazzi, i bambini e i magistrati non pagano mai per i loro crimini». Frasi ancora attuali?
«Il processo Tortora non è mai finito, perché non abbiamo ancora avuto una classe politica che sia riuscita a far tesoro dell’esperienza di Enzo, con il coraggio e la cultura giusta, accompagnando le riforme necessarie per cambiare davvero le cose. È incredibile pensare che abbiamo dovuto attendere fino al 2026 per promuovere la riforma della svolta. Voglio sperare che, nel segreto dell’urna, i cittadini e anche i magistrati votino sì. Perché il “sì” protegge le persone e non il potere, e ci consentirà di liberarci della cupola mafiosa delle correnti della magistratura. Rendendo onore alla memoria di Enzo Tortora».
Aldo Giannuli, politologo ed esperto di servizi segreti, è rimasto sorpreso dal blitz degli Stati Uniti che ha portato alla cattura di Maduro?
«Rapire un presidente nel giro di pochi minuti nel cuore di una capitale? Certe cose non succedono neanche nei film. Faccio due ipotesi: Maduro sapeva del blitz, e ha trattato la resa con i servizi americani in cambio di garanzie, oppure un pezzo dell’esercito lo ha tradito consegnandolo a Trump».
L’attacco è giustificato dalla lotta al narcotraffico?
«No, Trump ha ordinato l’attacco per una serie di ragioni più profonde: il controllo del petrolio, la preoccupazione per il radicamento cinese nel suo cortile di casa, e infine per rinforzare il suo consenso interno, che si sta flettendo sull’onda del caso Epstein».
Nel suo ultimo libro I servizi segreti e la guerra lei parla di «fallimento dell’intelligence».
«Ci hanno raccontato, dalla caduta del Muro in poi, dall’Iraq all’Afghanistan, che la guerra si combatte con l’intelligence. In realtà i servizi, la guerra dovrebbero anzitutto prevenirla. E questo non sta più accadendo. I servizi segreti, nel mondo, sono diventati lo specchio di una classe politica inaffidabile. E hanno totalmente fallito. Tutti. Chi più, chi meno».
A cosa si riferisce?
«In Ucraina è scoppiata la più grande guerra europea dal ’45. A Gaza c’è il più lungo conflitto della storia, con il rischio di un secondo conflitto, tra Israele e Turchia. E nel novero delle débâcle aggiungo anche la pandemia del Covid, che è stata una “guerra” in qualche modo prevedibile, a cui nessuno era preparato. Tre eventi senza precedenti, per disinnescare i quali nulla è stato approntato, nulla è stato predisposto».
Nemmeno in Ucraina?
«I servizi hanno fallito nel loro compito principale, si sono concentrati tutti nelle proprie specialità. I russi hanno martellato sulla guerra psicologica contro l’Europa, gli americani si sono concentrati sulla logistica, versando a Kiev un fiume di armamenti, ma senza alcuna prospettiva politica. Di fatto, gli americani considerano la guerra in Ucraina come un fastidioso grattacapo che li distrae dallo scontro vero: quello con la Cina».
Intanto proseguono le trattative a tre, Trump-Putin-Zelensky. L’accordo sembra a un passo. Quale sarà il punto d’arrivo?
«La Russia sta vincendo la “piccola guerra” con l’Ucraina, e otterrà probabilmente delle concessioni territoriali, a partire dal Donbass. Ma sta perdendo la “grande guerra”, quella che riguarda la sua posizione nell’ordine mondiale».
Quale sarebbe questa grande guerra?
«Ottenere un riconoscimento mondiale come potenza globale, in un nuovo equilibrio tripolare: Russia, Cina e Usa, tutte e tre sullo stesso piano. L’Ucraina doveva essere un mezzo per arrivare a questo fine, con un’annessione, o con l’installazione di un uomo di fiducia di Putin a Kiev. Una squillante vittoria in Ucraina avrebbe reso chiaro a tutti che la Russia è nel club delle superpotenze. E anche lo “Stato profondo” russo condivide questo sentimento sciovinista».
Sta andando diversamente?
«Questa operazione, al momento, sembra fallita. E al momento la Russia, lungi dall’essere la terza potenza alla guida del mondo, sembra più l’assistente in seconda della Cina».
Putin avanzerà pretese in futuro su altre latitudini, come paventa qualcuno?
«Pensare che il progetto di Putin sia quello di estendersi fino a Lisbona o Londra è una sciocchezza. Se anche volessero, non potrebbero: gli manca il fiato per farlo. Gli arsenali sono scarichi, e le condizioni economiche del Paese non sono buone».
Un crac russo alle porte?
«Non dico questo, perché sono processi lunghi, e Mosca dispone di riserve finanziarie occulte molto cospicue, che le hanno permesso di resistere finora».
E allora?
«Per Mosca il concetto di “sicurezza” coincide con la riunificazione del Russkij mir, cioè il grande spazio imperiale in cui nessuno deve mettere becco, una zona di influenza a cui i russi non rinunceranno mai. È questo il progetto strategico di Mosca in vista di un riconoscimento globale, anche se tutto ciò non significa necessariamente imbarcarsi in una nuova campagna militare».
Le prossime insidie, dunque?
«Più che una guerra convenzionale, temo una grande campagna di destabilizzazione, che può assumere le forme della guerra cyber. Mi preoccupa molto la presenza della Wagner in Africa, un continente che può scoppiare da un momento all’altro, con tutte le catastrofi migratorie che possiamo immaginare».
La leadership ucraina ha commesso errori?
«Sono riusciti a intuire le mosse dei russi, ma i loro servizi non dispongono di grandi mezzi materiali, e scontano il vizio, diciamo così, di spendere male i soldi. In aggiunta, i loro vertici politici hanno commesso l’errore di privilegiare fin dall’inizio il rapporto con gli Usa, impostando il problema solo sul piano militare, senza muoversi diplomaticamente né con l’Europa, né con la Cina».
Con quali risultati?
«Quando Biden ha lasciato lo scettro a Trump, si sono ritrovati spiazzati. Continuo ad essere dichiaratamente filo-ucraino, e considero Zelensky un uomo coraggioso. Ma sul piano politico, è un disastro. Non ha la formazione giusta né l’intuito necessario. In Ucraina non c’è una guerra dei buoni contro i cattivi. Semmai, la guerra è tra i cattivi e i pessimi».
La strada per la ricostruzione ucraina sarà complicata?
«Sarà difficile rimettere in piedi uno Stato con una superficie grande una volta e mezzo la Francia, ma con popolazione dimezzata, ridotta a 20 milioni di persone. Molti ucraini sono scappati, un po’ per paura, un po’ perché non vogliono arruolarsi».
I leader europei non fanno che lanciare appelli per prepararsi a un conflitto duraturo con la Russia. Una nuova cortina di ferro sembra calare sul vecchio continente. Almeno a parole.
«Il linguaggio militaresco di certi leader europei, obiettivamente, fa ridere. Le minacce psicologiche su Mosca non attecchiscono. In particolare, non funzionano le minacce che arrivano da un continente anagraficamente anziano, che certo non accetterà l’arruolamento dei pochi giovani rimasti».
Una difesa comune europea è pensabile?
«Difficile immaginare un’Europa che scende in guerra. Non siamo capaci nemmeno di allestire uno stato maggiore comune, figuriamoci stabilire una strategia condivisa».
E un servizio di informazioni coordinato?
«Meno che mai. Nessun servizio segreto nazionale sarebbe disposto a cedere informazioni a un Paese alleato. E il coordinamento delle informazioni, in teoria, è un passo indispensabile, nella difesa comune».
Quindi, è contrario al riarmo?
«Un riarmo è necessario, ma non così. Non disordinatamente, ognuno per conto proprio. Non comprando armi dagli Stati Uniti, ma semmai tentando di ricostruire quell’industria militare che abbiamo dissennatamente distrutto 30 anni fa. Le armi, ancor prima che a combattere, dovrebbero essere un mezzo per acquisire autonomia politica».
E la Nato?
«Di fatto, non esiste più da decenni, per mancanza di nemici. Ben prima di Trump, i presidenti democratici ritennero che il fronte atlantico non fosse più così decisivo. È l’Indopacifico la priorità: da tempo la posizione di India, Giappone e Nuova Zelanda, agli occhi degli americani, è più importante di quella europea nel suo complesso».
Qualcuno considera l’allargamento della Nato avvenuto in passato come una mossa ostile nei confronti di Mosca.
«Se “provocazione” c’è stata, fu del tutto involontaria, frutto di inconsapevolezza politica imperdonabile. Gli Stati Uniti hanno promosso un allargamento della Nato fondamentalmente per questioni commerciali, trascurando i contraccolpi politici che si sarebbero generati a Mosca. Nel contempo hanno commesso una serie di errori. Primo tra tutti, lasciare l’arsenale atomico a una Russia in ginocchio dopo la dissoluzione dell’Urss, e poi convincere l’Ucraina a cedere un pezzo di quell’arsenale a Mosca».
Uno sguardo a Washington?
«L’intelligence americana è confusa, perché confuso è il quadro politico negli Usa. Prima c’erano due tribù: quelli delle coste, e quelli degli Stati interni. Adesso le tribù sono almeno cinque: est, ovest, Stati centrali, il sud latino e cattolico, e il nord che vorrebbe annettersi al Canada. E nessuno riconosce l’altro come “americano”. La guerra civile non è più così improbabile. E il ritorno al potere di uno come Trump, non aiuta».
E l’Italia?
«Se avesse una classe politica presentabile, sia a destra che a sinistra, l’Italia potrebbe avere un ruolo cruciale come potenza culturale. Non è un aspetto da trascurare. Non esiste solo il potere militare ed economico, ma ad alcuni Paesi è riconosciuto un ruolo di agente di influenza, fondato su una storia di mediazione e autorevolezza. Se l’Italia raggiungesse questo traguardo, otterrebbe vantaggi straordinari».





