- Periodi limitati di astinenza dal cibo possono attivare meccanismi cellulari benefici per l’organismo. È il caso, ad esempio, del digiuno cristiano che anticipa il Natale o la Pasqua. Ma nel mondo musulmano non è così: si è obbligati alla disidratazione.
- Iniziano le pulizie del sito, ma dalla Lega Cisint alza il muro: «Pronti a bloccare i lavori».
Lo speciale contiene due articoli.
L’episodio evangelico in cui Gesù afferma che «questa specie di demòni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno» (cfr. Vangelo secondo Marco 9,29) è stato tradizionalmente interpretato in chiave spirituale. Nella storia del cristianesimo, il digiuno e la preghiera sono stati considerati strumenti di disciplina interiore, di rafforzamento della volontà e di purificazione. Oggi, tuttavia, è possibile analizzare queste pratiche anche dal punto di vista scientifico, distinguendo con chiarezza i dati comprovati dalle interpretazioni simboliche o teologiche, ma il digiuno determina importanti processi biologici, autofagia e apoptosi, fondamentali per la nostra salute.
Negli ultimi decenni la ricerca biomedica ha studiato con crescente interesse gli effetti del digiuno controllato e della restrizione calorica sull’organismo. È noto che periodi limitati di digiuno possono attivare meccanismi cellulari come l’autofagia, un processo di «riciclaggio» intracellulare descritto in modo approfondito dal biologo Yoshinori Ohsumi, premio Nobel per la medicina nel 2016. L’autofagia consente alla cellula di eliminare componenti danneggiati e di ottimizzare le risorse energetiche. L’apoptosi, invece, è un meccanismo di morte cellulare programmata già intrinseco all’organismo, fondamentale per lo sviluppo e per la prevenzione di proliferazioni anomale.
Alcuni studi suggeriscono che specifici regimi di restrizione calorica possano influenzare vie metaboliche coinvolte nella regolazione della crescita cellulare. Il cancro è una patologia complessa, con basi genetiche e molecolari articolate, e richiede trattamenti oncologici validati, per i quali il digiuno può essere un coadiuvante metabolico. La preghiera diminuisce lo stress e potenzia il sistema immunitario. La preghiera è stata oggetto di studi nell’ambito della psiconeuroimmunologia. Stati mentali caratterizzati da raccoglimento, riduzione dello stress e percezione di senso possono modulare parametri fisiologici, inclusi i livelli di cortisolo, e alcune risposte immunitarie. Le endorfine, oppioidi endogeni prodotti dal sistema nervoso centrale, sono associate alla fede profonda e contribuiscono alla regolazione dello stress. Il digiuno nella tradizione cristiana è per l’uomo non contro l’uomo.
Nel Chiesa cattolica e nelle Chiese ortodosse il digiuno ha una lunga storia. Prima del Concilio Vaticano II, l’astinenza dalle carni il venerdì rappresentava una pratica regolare, cui si aggiungevano periodi penitenziali come l’Avvento e soprattutto la Quaresima. Dal punto di vista nutrizionale, una moderata restrizione periodica può avere effetti metabolici benefici. Nel digiuno cristiano tradizionale sono sempre consentiti l’acqua e i liquidi. Storicamente, alcune bevande come la birra monastica avevano funzione calorica di sostegno durante periodi di alimentazione ridotta. La quaresima è quindi un dono.
Il rapporto tra Ramadan e salute vale la pena di essere esplorato. Il Ramadan prevede l’astensione da cibo e bevande dall’alba al tramonto. Il Ramadan, quindi obbliga alla disidratazione. Le conseguenze dipendono dalle condizioni individuali e ambientali. Se il Ramadan capita durante il periodo di inverno/primavera come quest’anno, le ore di disidratazione sono poche: le giornate sono corte e la disidratazione non è peggiorata dall’afa.
Quando il Ramadan cade d’estate con giornate lunghe e sole cocente le conseguenze per rene e cervello possono essere devastanti. La capacità di concentrazione crolla, il dato è talmente ovvio, talmente ufficiale, che presidi e autorità scolastiche, spesso fisicamente le stesse persone che hanno vietato presepi e crocefissi, raccomandano di evitare verifiche e interrogazioni agli studenti. C’è un innegabile aumento di incidenti stradali e incidenti sul lavoro. Fareste operare vostro figlio da un cardiochirurgo che non mangia e soprattutto non beve da dieci ore? Quello che cambia è la dimensione pubblica e culturale.
La Quaresima, nel cristianesimo, è tradizionalmente un tempo di raccoglimento personale; il Ramadan, non solo nelle società a maggioranza musulmana, è sempre un carattere comunitario che esula dalla sola dimensione religiosa. Tradotto in parole povere: chi viola il Ramadan, anche se non islamico, e si fa pescare a mangiare o bere un sorso d’acqua da una fontanella, viene bastonato in Iran, Arabia Saudita, Afganistan eccetera, ma anche nelle strade di Parigi, Bruxelles o semplicemente sui nostri bus scolastici. In Francia e Gran Bretagna è raccomandato ai poliziotti di non osare bere e mangiare in pubblico durante il Ramadan. È raccomandato anche a quelli non islamici ed è raccomandato ovunque, non solo nei quartieri islamici.
Quest’anno Quaresima e Ramadan cominciano lo stesso giorno. Innumerevoli personaggi, sindaci, presidi, assessori si sono precipitati nel loro delizioso spirito di inclusione ad augurare buon Ramadan ma hanno evitato nel loro delizioso senso di laicità di augurare buona Quaresima. Sembra ogni anno più vera l’ipotesi sostenuta da Bat Ye’or nel libro Eurabia e Oriana Fallaci in La forza della ragione, e cioè che a partire dagli anni Settanta l’Europa avrebbe stretto un’alleanza politico-culturale con i Paesi arabi (nell’ambito del dialogo euro-arabo successivo alla crisi petrolifera del 1973), che avrebbe progressivamente favorito l’immigrazione dai Paesi musulmani, concessioni politiche e culturali al mondo arabo, un indebolimento dell’identità europea. Secondo l’autrice, il momento chiave sarebbe stato un incontro del 1974 a Bruxelles nell’ambito del Dialogo Euro-Arabo promosso dalla Comunità economica europea.
Ma il vento sta cambiando. E la stessa Europa che ha vinto a Lepanto e a Vienna sta scoprendo di non avere molta voglia di permettere chi i propri figli siano presi a pugni sui bus scolastici se non rispettano le norme contro l’uomo di una religione estranea.
I bengalesi vogliono la loro moschea. Presentato il progetto nel Veneziano
I lavori di sgombero dell’area dell’ex segheria Rosso di via Giustizia, a Mestre, da anni ritrovo di tossicodipendenti e senzatetto, sono iniziati alla grande. Operazione pulizia di circa 8.000 metri quadrati, dove al posto di edifici fatiscenti dovrebbe sorgere una grande moschea. È il sogno della comunità islamica bengalese, che messo mano al portafoglio sta finanziando i lavori in attesa che possa esserci una variante di destinazione d’uso della zona, da commerciale a luogo di culto, e che ci sia il parere favorevole delle Fs per la vicinanza alla linea ferroviaria. «Faremo tutti i passi con calma, rispettando tutte le normative. Ora ci sono le elezioni e non ha senso presentare nulla, ma con la prossima amministrazione andremo avanti», ha dichiarato al Gazzettino Prince Howlader, presidente dell’associazione Giovani per l’umanità e promotore del progetto che vuole dare una moschea ai connazionali di Mestre e Marghera. L’ennesima invasione islamica? Di certo, Howlader è una figura a sé stante. Nato in Bangladesh nel 1993, a Mestre dall’età di sette anni, di professione informatico e proprietario col fratello di una società che fornisce servizi ai connazionali, è tra i candidati di Fratelli d’Italia alle elezioni comunali del prossimo maggio. Quella bengalese è la comunità straniera più numerosa a Venezia, sono circa 20.000 e Howlader potrebbe contare sui 3.500 voti di coloro che hanno accesso alle urne. Tutti, scalpitano per avere una moschea. «Tanti nostri imprenditori sono di destra e finalmente ora abbiamo un confronto con la destra. Ci troviamo sui valori: rispettare le regole, essere cittadini perbene, non commettere reati, tenere alla famiglia», affermò un anno fa in un’intervista sul Corriere del Veneto. Lo scorso maggio, la fondazione che fa capo alla comunità bengalese firmò il preliminare d’acquisto con i proprietari dell’ex segheria, versando un anticipo di 150.000 euro su 1,5 milioni di euro. Con le elezioni alle porte, l’imprenditore fa sapere: «Presenteremo successivamente il progetto aspettando la futura amministrazione», confermando che la moschea «dovrà essere abbastanza grande per accogliere almeno 2.000 persone, e ci saranno servizi e parcheggi».Subito si è fatta sentire la Lega, per voce dell’europarlamentare Anna Maria Cisint. «In via Giustizia non potrà sorgere nessuna moschea, perché non esiste alcuna variante né autorizzazione per la destinazione a luogo di culto. E finché la Lega governerà questa città e ne avrà la forza, questo non accadrà», ha dichiarato ieri. Ha poi ribadito che «senza la sottoscrizione di un accordo con lo Stato italiano, nel quale si ribadisca in modo chiaro e inequivocabile che l’islam deve rispettare la Costituzione, le nostre leggi e i nostri valori, nessuno spazio può essere concesso all’islam. Stiamo predisponendo un pacchetto normativo che preveda l’istituzione di un registro dei luoghi di culto, definendone il perimetro della legalità attraverso regole chiare e la sottoscrizione di una “Carta dei valori”, che imponga il rispetto incondizionato della legge italiana e il ripudio esplicito di tutte le norme del Corano incompatibili con la nostra Costituzione». Intanto, al Comune di Venezia dicono di non aver ancora visto l’ombra di un progetto di moschea, nessuna richiesta è stata protocollata. I tempi per una variante sono lunghi e con l’attuale legge regionale del Veneto occorre pure una delibera per la trasformazione in luogo di culto. Sempre che l’operazione non venga bocciata.
Nella specie umana, la menopausa rappresenta un fenomeno biologico peculiare, caratterizzato dalla cessazione della fertilità femminile in età relativamente precoce rispetto alla durata complessiva della vita. Questo evento, unico tra i primati, suggerisce un vantaggio legato alla cosiddetta «ipotesi della nonna» (grandmother hypothesis). Secondo tale teoria, la perdita della capacità riproduttiva consentirebbe alle donne anziane di investire risorse, tempo ed energie nella sopravvivenza e nel benessere della prole e dei nipoti, incrementando così il benessere complessivo del gruppo familiare. I nonni, liberati dagli oneri della genitorialità diretta, svolgono un ruolo essenziale nel lungo periodo di dipendenza tipico dell’essere umano, contribuendo alla cura, alla trasmissione culturale e alla coesione sociale. In situazioni di difficoltà, possono sostituire i genitori, garantendo continuità affettiva e supporto educativo, elementi cruciali per la sopravvivenza e lo sviluppo equilibrato della specie.
I nonni sono meglio di un orfanatrofio di Stato, e i nonni sono gratis, non costano un centesimo all’esausto contribuente italiano. C’è un paradosso italiano di quelli che fanno sorridere solo chi non ne è coinvolto: per «salvare» i bambini dal disagio, li si toglie alla famiglia causando un trauma atroce e irreversibile, un’attivazione cronica degli ormoni da stress che sulle lunghe distanze causeranno problematiche fisiche. Per inciso, l’assistenza ai bambini che li assiste mediante deportazione (unico termine corretto che indicare un bambino prelevato da un istante all’altro, spaccando i suoi legami con la mamma, il papà, i nonni, i fratellini se ne ha, gli amichetti che sicuramente aveva) è un affare che sottrae fiumi di denaro agli esausti contribuenti italiani per investirli in dolore, traumi non superabili e bambini chiusi di notte a chiave in una stanza dove la mamma non può raggiungerli anche se li sente piangere disperati, come la mamma dei bimbi della casa del bosco.
L’assistente sociale deve saper riconoscere i segnali di disagio, individuare le cause reali dei problemi e proporre soluzioni concrete, non limitandosi a gestire l’emergenza. Togliere un bambino alla propria famiglia non può e non deve essere lo strumento privilegiato d’intervento. La sottrazione deve rappresentare l’ultima ratio, dopo aver esaurito ogni tentativo di recupero del contesto familiare originario. Gli assistenti sociali, sulla carta, dovrebbero essere il perno di un sistema di sostegno, non di sottrazione. Dovrebbero entrare in punta di piedi nelle vite ferite, e provare, nei limiti del possibile, a guarirle. Invece, troppo spesso, il «progetto» che viene attuato è la rimozione del piccolo paziente, non la cura della malattia. Parliamo delle famiglie oggettivamente fragili, non quindi la famiglia del bosco che era solidissima e non aveva bisogno di niente. Molte famiglie fragili non sono irrecuperabili. Hanno solo bisogno di qualcuno che le aiuti a respirare, a capire, a ripartire. Una madre spaesata, un padre in difficoltà non si risanano con una sottrazione. Si accompagnano, si sorreggono, si educano. Ed è qui che il sistema mostra il suo essere patogeno: si distrugge la famiglia sprofondando sia i genitori che il bambino in un’angoscia senza possibilità di risoluzione. Il bambino è spostato altrove. «Altrove», molto spesso, significa una casa famiglia, un orfanatrofio statale, con cibo statale, una qualche cooperativa che fornisce cosiddetti educatori che si alternano nei turni e per i quali i bambini sono lavoro. I bambini vi trascorrono mesi, talvolta anni, con lo sguardo perso dietro finestre protette da sbarre, in nome della sicurezza, naturalmente. Ma chi li protegge dal senso di abbandono? Chi restituisce loro la voce, l’odore, la lingua dei propri cari? Una creatura umana stabilisce il senso del proprio valore attraverso le attenzioni che padre e soprattutto madre elargiscono. Ove queste attenzioni non ci siano perché le assistenti sociali impediscono visite, telefonate, consegna di regali anche per Natale, la fede in sé stesso del bambino si spegne per sempre, spesso diventa docile e malleabile, in caso contrario ci sono sempre gli psicofarmaci.
Molte volte i disagi genitoriali non derivano da cattiva volontà, ma da difficoltà economiche, sociali, relazionali o psicologiche che possono essere affrontate con un sostegno mirato. Quando una madre o un padre non riescono temporaneamente a garantire tutto ciò che serve al figlio, la prima strada da percorrere dovrebbe essere quella della famiglia allargata: nonni, zii, parenti disponibili e idonei. È meglio un bambino accolto da una nonna affettuosa, dinamica e collaborativa, anche sotto monitoraggio, che uno sradicato dal proprio ambiente e affidato a estranei, spesso costretto a un percorso psichiatrico o educativo forzato. Le reti familiari sono, o dovrebbero essere, una risorsa preziosa e, in molti casi, possono offrire al minore continuità affettiva, identitaria e culturale. O, meglio, potrebbero offrire continuità se fossero prese in considerazione.
I regolamenti regionali sul tema degli affidi e della tutela dei minori parlano di «progetti personalizzati di intervento». Un progetto, tuttavia, non può consistere nella mera sottrazione del minore. Salvare un bambino da una situazione di disagio non significa isolarlo, ma rimuovere le cause del disagio stesso. Gli assistenti sociali, in base alle norme vigenti, possono disporre l’affido ai nonni senza dover ricorrere automaticamente a un iter giudiziario complesso, quando questo risponde all’interesse superiore del minore. È fondamentale, inoltre, non estendere le carenze genitoriali dei genitori ai nonni, colpevolizzandoli per eventuali conflitti familiari. Le tensioni, inevitabili in ogni nucleo, vanno gestite con equilibrio, distinguendo le responsabilità e cercando di ricomporre il dialogo. Un litigio tra madre e nonna, per quanto spiacevole, non può essere considerato motivo sufficiente per allontanare un bambino dal suo mondo. Meglio un dissidio temporaneo tra familiari che il vuoto che spesso accompagna la vita in una casa famiglia.
Il problema degli affidi e delle adozioni in Italia non è nuovo. I casi sono circa 25.000 ogni anno. Le origini di questa situazione risalgono al 1993, quando fu istituita la figura professionale dell’assistente sociale con il compito di sostenere le famiglie in difficoltà. Tuttavia, quella riforma nacque in un periodo politicamente instabile e con tempi troppo brevi per una reale costruzione di un sistema solido. In Italia, ogni governo dispone di pochi anni di mandato e troppo spesso le riforme vengono avviate, modificate o abbandonate senza una visione di lungo periodo. Creare una legge «per il bene dei bambini» non basta: bisogna prevedere come le norme verranno applicate nella realtà quotidiana, anticipare gli effetti e garantire continuità formativa agli operatori. Gli assistenti sociali devono ricevere preparazione, aggiornamento e supervisione costanti, come avviene nei Paesi scandinavi, da sempre modelli d’eccellenza nel campo del welfare. Solo così potranno diventare veri mediatori del benessere familiare, non semplici esecutori di provvedimenti. Rifondare l’assistenza sociale significa quindi rimettere al centro la persona, la famiglia e la comunità, adottando un approccio umano, competente e proattivo. Perché ogni bambino ha il diritto di crescere circondato dall’affetto dei suoi cari, non dietro le sbarre di una finestra di casa famiglia. Imperdibile su questo argomento è il libro di Cinzia Battistini Diritto alla verità, un caso di affido a Fandogna. Un libro che racconta una storia dolente con una documentazione formidabile e che interessa tutti, non solo addetti ai lavori, non solo genitori, ma ogni singolo cittadino.
«La natura aborre il vuoto» (dal latino: natura abhorret a vacuo) è un principio aristotelico che afferma che la natura tende a colmare ogni spazio vuoto, negando l’esistenza del vuoto assoluto. In realtà gli esperimenti di Torricelli e Pascal dimostrarono l’esistenza del vuoto (e del suo opposto, la pressione atmosferica). Il principio non è valido in fisica, ma in antropologia: è un principio filosofico che si applica alla civiltà dell’uomo. «Il solo principio che abbia fatto l’Europa, che le abbia conferito l’unità o almeno un ideale di unità, è il principio cristiano.
L’Europa si divide, si spezzetta si dissolve tutte le volte in cui tende a staccarsi da questo principio. E non soltanto si divide, si spezzetta e si dissolve, ma perde la propria civiltà, ritorna alla barbarie. Infatti, la civiltà europea è spirituale, cristiana, nella sua origine, nel suo sviluppo, nel suo genio. Anche di più, grazie al cristianesimo e attraverso il cristianesimo, è universale: è la sola civiltà universale» (Gonzague de Reynold). Riassunto in parole povere, l’Europa o è cristiana o non è. In realtà questa affermazione si estende a tutte le nazioni cristiane, dalle Americhe all’Australia, quindi il riassunto è: tutto l’Occidente cristiano o è cristiano o si dissolve come civiltà. L’unica via di uscita al nostro suicidio è ricristianizzare l’Occidente.
Il suicidio dell’Occidente è cominciato con l’illuminismo, il primo atto della scristianizzazione. Una volta creato un vuoto, una volta cacciato Cristo dalla storia, la storia si riempie di altro, per esempio il comunismo sovietico e il nazismo tedesco. Nel saggio Novecento. Il secolo del male (Lindau), Alain Besançon li definisce «gemelli eterozigoti». Il ’68 nasce dalla scristianizzazione e scristianizza ulteriormente, riempiendo il vuoto con la promiscuità sessuale, le aggressioni alla famiglia, il diritto all’assassinio del bimbo in stadio prenatale, la rivolta permanente. L’esoterismo riempie il vuoto, insieme alla psicologia, spesso associati. L’esoterismo è la versione colta della superstizione, la riedizione dell’eresia gnostica, a cominciare dal New Age. A sostituire il cristianesimo sia culturalmente che demograficamente ora abbiamo l’islam. I file Epstein stanno sconvolgendo il mondo, anzi, peggio, non lo stanno sconvolgendo, non sta succedendo nemmeno l’1% di quello che dovrebbe succedere, tanto più che sono stati desecretati solo i file meno sconvolgenti. Il mondo scopre che i signori del mondo sono criminali della peggior specie e anche troppo idioti da capire che se sei uno dei signori del mondo non devi metterti in condizione di essere ricattabile. Possiamo parlare serenamente di Satana? Satana ha preso il posto lasciato vuoto dalla scristianizzazione. Cosa sono i file Epstein se non qualcosa di satanico, quell’ufficiale darsi a Satana cominciato dall’illuminista Marchese di Sade, che aveva affermato che, una volta tolto Dio, l’etica non ha più senso. Quindi dobbiamo cristianizzare, unica strada per la salvezza del mondo, per la salvezza di un possibile futuro e soprattutto per la salvezza delle nostre anime, che esisteranno ancora anche quando l’universo sarà finito.
Per questo è così importante il film Sacro Cuore ed è così importante che venga anche in Italia. Sacro Cuore è un documentario che non si guarda soltanto: si attraversa, come si attraversa una terra ignota e amichevole. Guardare il film è un viaggio potente, poetico e coraggioso nel mistero più profondo della fede cristiana, capace di scuotere anche i cuori più distanti e di riaccendere la fiamma sopita di chi aveva smesso di credere. Firmato da un gruppo di cineasti giovani ma ispirati, Sacro Cuore esplora il simbolismo millenario del Cuore di Gesù come sorgente d’amore, di riparazione e di misericordia. Il film getta uno sguardo profondo sulla nostra sete di senso, di perdono, di appartenenza. Ogni testimonianza è un frammento di luce che ferisce la superficie dell’indifferenza contemporanea. Il cammino di Sacro Cuore non è stato facile. In Francia, Paese di straordinaria tradizione cattolica ma anche di un cosiddetto laicismo rigidissimo con il cristianesimo e acquiescente con l’islam, il documentario ha incontrato un muro di silenzio e un vero e proprio boicottaggio. Diverse sale hanno ritirato la programmazione a pochi giorni dall’uscita, alcuni media si sono rifiutati di parlarne, e i canali televisivi pubblici hanno chiuso le porte a qualsiasi forma di promozione. Il film evidentemente fa paura: troppo esplicito nel suo messaggio spirituale, troppo lontano da un certo conformismo culturale. Ma il pubblico, ancora una volta, ha smentito i pregiudizi.
La storia comincia nel XVII secolo. Fu una donna, umile e nascosta, a ricevere la chiamata a rivelare questo abisso d’amore: Santa Margherita Maria Alacoque, suora visitandina di Paray-le-Monial. Nelle sue visioni, essa vide il Cuore di Gesù, fiammeggiante e coronato di spine, che le parlò con voce ardente di misericordia e dolore. Le chiese di diffondere la devozione al suo Cuore, sorgente di grazia e rifugio per i peccatori, ferito dall’indifferenza dei cuori umani. Da allora, ogni primo venerdì del mese divenne un’offerta di riparazione, ogni giovedì sera un’ora santa di adorazione e consolazione. I gesuiti raccolsero il suo messaggio e lo portarono nel mondo, e San Giovanni Bosco lo trasformò in fiamma viva tra i giovani. Il Sacro Cuore è simbolo dell’amore di Dio per l’umanità, un amore che non castiga ma chiama.
Il passaparola è esploso, le proiezioni indipendenti si sono moltiplicate, e quello che doveva essere un piccolo film «di nicchia» è diventato un caso nazionale. Secondo i produttori, Sacro Cuore avrebbe già raggiunto un pubblico di centinaia di migliaia di spettatori, numeri sorprendenti per un documentario a tema religioso. Il dato più straordinario, e forse il più difficile da raccontare con fredde statistiche, è l’impatto trasformativo del film. Non pochi sacerdoti, religiosi e laici testimoniano di conversioni reali, di vite cambiate. Si parla di oltre 1.500 persone che si sono riavvicinate alla fede solo nelle prime settimane d’uscita, e secondo alcune fonti interne alla distribuzione oltre 3.000 spettatori hanno intrapreso un cammino concreto di riscoperta del cristianesimo dopo aver visto il documentario. La forza di Sacro Cuore sta proprio qui: nell’incontro tra arte e grazia. La regia utilizza immagini di un’estetica quasi mistica, giochi di luce, paesaggi naturali, volti che si aprono alla preghiera, accompagnate da una colonna sonora che accarezza e innalza. È un film che non impone, ma invita; non predica, ma testimonia. Un cinema che pretende di essere esperienza e non propaganda. In un tempo in cui l’industria tenta di seppellire ogni traccia di trascendenza, Sacro Cuore osa pronunciare l’inaudito: che l’uomo non può vivere senza amore, e che l’Amore, quello vero, totale, redentore, ha un volto, un cuore pulsante che batte ancora per noi. Boicottato, sì, ma anche benedetto da un fervore popolare che nessuno aveva previsto. Sacro Cuore resta una prova vivente che la bellezza, quando è sincera e piena di verità, non si può silenziare: trova sempre la strada per farsi ascoltare. E il cuore, quando è toccato, sa riconoscere la verità anche in mezzo al rumore del mondo.
Un film, dunque, non solo bello, ma necessario. Per non perderlo occorre chiedere che sia trasmesso anche nella propria città. Occorre compilare il forum su www.sacrocuorefilm.it, oppure scrivere a info@dominusproduction.com, perché il produttore italiano, Dominus Production, sappia dove organizzare le proiezioni. Per cominciare a riempire il vuoto. E, ancora più importante, poi finiamo di riempire il vuoto: adorazione tutti i giovedì, Messa, confessione e comunione tutti i primi venerdì del mese e lasciamo che la grazia entri i nostri cuori, cacciando le angosce, riempiendo i vuoti.





