La frase «si sta rivoltando nella tomba» è una frase forte. Nella frase c’è il senso di un’indignazione profonda, della disperata coscienza di aver speso la propria vita a inseguire qualcosa che è stato non solo tradito, ma infangato.
Il concetto di diritto internazionale nacque un po’ alla volta. È un’architettura complessa. Prima che Ugo Grozio lo trasformasse in un sistema ordinato, il mondo somigliava a una enorme piazza di un mercato caotico: popoli che si sfioravano, si scambiavano cortesie o colpi di spada, senza un vero manuale d’uso. E tuttavia, sotto quella confusione apparente, alcuni spiriti inquieti già cercavano un filo logico. Alberico Gentili, per esempio, italiano di lingua tagliente e mente geometrica, osservò che la guerra non poteva essere trattata come una rissa di vicinato. Bisognava separarla dal diritto civile, darle una sua grammatica, magari severa, ma pur sempre una grammatica. Francisco de Vitoria, nella quiete vigile di Salamanca, guardava invece agli incontri con i popoli lontani e pensava che per regolare i rapporti tra genti diverse servisse un ius gentium che avesse la stessa aria necessaria e semplice delle leggi naturali. Poi arrivò Grozio. Olandese, protestante, pragmatico come una nave mercantile e insieme visionario come un esploratore. Mettendo ordine tra ragione, storia e consuetudini, compose De iure belli ac pacis e disse, con la tranquillità dei rivoluzionari veri, che gli Stati potevano convivere secondo regole fondate non solo su Dio, ma su un qualche consenso reciproco.
Credo che i tre autori si stiano rivoltando nella tomba all’idea che l’ideale da loro creato è ora invocato per protestare a favore di Maduro e Khamenei, due dei più tragici criminali che mai abbiano insanguinato i popoli. In Iran la Repubblica Islamica ha introdotto la lapidazione, il matrimonio delle bambine, il matrimonio a tempo, il «sigheh», forma di unione temporanea: un uomo «sposa» una donna, spesso una ragazzina, la usa per qualche giorno o qualche ora, poi la ripudia. I gay impiccati alle gru, i ragazzi ammazzati a migliaia non sono stati sufficienti perché le vedove di un dittatore atroce non si riversassero nelle strade a piangerlo, mentre i fuoriusciti iraniani in quelle stesse strade ballano felici. La Repubblica Islamica ha sempre dichiarato che lo scopo supremo della sua esistenza è la distruzione dello Stato di Israele e lo sterminio del suo popolo. Qualcuno spieghi alle dolenti prefiche di Khamenei che nessun diritto internazionale ha mai protetto uno Stato che dichiara tra i suoi fini la distruzione di un altro Stato e di un popolo.
E poi a rigirarsi nella tomba, nel vedere lo scempio della parola antifascista, ci sono gli antifascisti, sicuramente zio Tonino (avvocato Antonio Indaco, il fratello di mia nonna), i partigiani della divisione Osoppo, quelli di Giustizia e Libertà e gli innumerevoli altri che hanno combattuto sul serio. A rivoltarsi nella tomba nel vedere giovinastri di ottima famiglia con mamma che li dichiara bravi ragazzi e invasori islamici distruggere le nostre stazioni mentre la polizia immobilizzata dalla magistratura sta a guardare, c’è sicuramente la staffetta partigiana Oriana Fallaci. A rivoltarsi nella tomba c’è Primo Levi, partigiano di Giustizia e Libertà, a vedere la Brigata Ebraica presa a insulti il 25 aprile dall’Anpi.
Col termine fascismo si intendono due cose: il movimento creato da Benito Mussolini, durato un ventennio e sconfitto dagli angloamericani, oppure un qualsiasi movimento che ritenga lecito l’uso della violenza contro gli oppositori. Nulla è più fascista del comunismo, non a caso le due ideologie sono state alleate. Il fascismo, quello vero, quello di Benito Mussolini, è morto con lui, non risorge se qualcuno canta Faccetta nera e saluta col braccio teso, gesti che in una democrazia decente, che non ha paura della sua ombra e nemmeno di quella del Duce, dovrebbero far parte della banale libertà di pensiero e opinione. Se invece prendiamo come definizione di fascismo l’uso sistematico della brutalità a sostegno delle proprie idee, riconosciamo che il fascismo imperversa. Il fascismo è tornato, ma ha pensato bene di presentarsi con un nome nuovo: antifascismo. Così la violenza diventa pedagogica, l’insulto salvifico, il vandalismo un atto di «giustizia poetica». Il muro imbrattato non è più un reato di vandalismo, come la stazione distrutta, ma un momento di sacrosanta indignazione. Come Primo Levi trovo una violenza di tipo fascista, gratuita e impunita, lo scrivere sui muri: ma questi perché non scrivono sui muri delle camere da letto delle loro mamme? E come Primo Levi sono estremamente lieta di non aver mai trovato una scritta su un muro con cui fossi d’accordo. Le piazze si sono trasformate in palcoscenici di una nuova liturgia civica. I cortei armati sono sorretti dai cosiddetti maranza, cioè dall’alleato islamico esattamente come l’islam fu alleato del nazifascismo. E quando scappa la mano, perché la mano scappa sempre, basta insegnarle il tragitto, e si passa dal vetro rotto al cranio fracassato, il nuovo antifascismo scrolla le spalle con un fatalismo sorprendente: la violenza? Come si fa a non capirla? Così, nel gran mercato delle opinioni, anche l’omicidio ha trovato i suoi commercialisti morali. Che si tratti di un attivista americano o di un ragazzo francese, ecco apparire giustificazioni che neppure il vecchio, defunto esecrato regime sarebbe riuscito a produrre con tanta creatività. «Non era proprio un santo», «se l’è cercata», «bisogna contestualizzare»: un rosario di attenuanti recitato con la stessa compostezza con cui un tempo si giustificavano le bastonate. E poi c’è la demonizzazione dell’avversario, raffinata arte che il fascismo aveva portato ai suoi splendori più discutibili. Non si discute più con chi pensa diverso, lo si classifica. Fascista, omofobo, sionista o nella migliore delle ipotesi folle. Lo si isola. Io non posso partecipare a fiere del libro, entrare nelle scuole, come Pucci è fuori dal festival di San Remo. I buoni non ci vogliono. L’avversario non sbaglia, è sbagliato, anche malato. Patologia grave, contagiosa, da isolare a colpi di slogan e moralismi urlati. Il risultato è che, fingendo di combattere i fantasmi del passato, si può impunemente copiarne le ombre. Una caricatura di antifascismo che non difende la libertà, ma la odia.
Ma c’è un altro punto dove si rigira nella tomba ogni combattente che ha contribuito a creare il nuovo Stato italiano, dai partigiani della divisione Osoppo, ai padri costituenti, a ogni uomo e donna che con la caduta del fascismo ha osato sperare che un mondo di giustizia potesse nascere. Ancora più grave di tutti gli innocenti che stazionano nelle carceri italiane, è la deportazione dei bambini. La famiglia del bosco è solo la punta di un iceberg enorme e mostruoso. Siamo una nazione che permette a un pugno di impiegate statali, classificate da studi mediocri e da una mostruosa uniformità politico-ideologica, con poteri infiniti e infinita immunità, insieme ai magistrati che hanno alle spalle, di distruggere famiglie e deportare bambini, uccidendo per sempre ogni possibilità di felicità, facendo danni atroci e irreversibili al loro corpo e alla loro psiche, a volte consegnandoli anche a pedofili già riconosciuti come tali come al Forteto. Gente innocente è costretta all’incubo peggiore: la deportazione dei figli inghiottiti da un sistema che vuole la morte delle loro anime, ampollosamente chiamata emotional freezing: la psiche dei bambini annientata nel dolore. In nome del popolo italiano, in nome di libertà e decenza conquistate con lacrime e sangue, tutto questo deve finire. Subito. Che il Parlamento eletto dal popolo italiano metta a punto leggi che salvino di bambini dalla deportazione e dall’emotional freezing. Che ogni bambino possa restarsene al sicuro nella sua casa.
Il dottor Nicola Gratteri ha fatto una terrificante lista dei votanti Sì al prossimo referendum sulla riforma Nordio: inquisiti, rei mafiosi, massoni, Willy il coyote, lo sceriffo di Nottingham. La signora Elena Schlein in arte Elly ha sottolineato che Casapound vota Sì, quindi alla lista dei reprobi che votano Sì si è aggiunto il fascismo.
In Italia il fascismo è morto da ottant’anni. Lo sappiamo perché lo ripetiamo con regolarità liturgica, insieme al meteo e alle previsioni sul Pil. E tuttavia, come certi parenti imbarazzanti di cui si evita di parlare ma che continuano a occupare la poltrona buona in salotto, alcune sue strutture sono rimaste. Non per nostalgia, guai, ma per una sorta di affetto istituzionale che nessuno osa confessare. Perché in fondo c’è qualcosa della struttura fascista che piace: questo qualcosa è una statalismo che schiaccia il cittadino, che lo riduce a una foglia sbattuta dal vento. Il fascismo fu alleato del nazismo e poté esserlo perché anche il nazismo aveva la stessa struttura, e il nazismo fu alleato del comunismo e poté esserlo perché anche il comunismo aveva la stessa struttura. Il patto Ribbentrop-Molotov fu un ovvio patto tra sue gemelli eterozigoti per usare la definizione che dà il filosofo Alain Besançon nel saggio Novecento, il secolo del male. La mia teoria è, invece, che si sia trattato di padre e figlio, un padre degenere e un figlio ancora più degenere. Nazismo vuol dire nazional socialismo, mentre il socialismo di Lenin era internazionale e sempre socialismo era, e il socialismo è lo Stato che schiaccia il cittadino perché lo Stato socialista è buono per antonomasia.
Come tutti sanno, il mondo si divide in buoni e cattivi e i buoni decidono chi sono i cattivi. Il patto non spartì solamente la Polonia e già questo sarebbe abbastanza ripugnante da generare nelle persone per bene un rifiuto totale per la falce e martello. La spartizione della Polonia significò milioni di ebrei consegnati ai campi di sterminio, significò la distruzione degli intellettuali polacchi e delle strutture gerarchiche polacche, significò lo sterminio di un milione di cattolici polacchi. Il patto includeva anche la fornitura di materie prima che l’Unione Sovietica vendeva alla Germania nazista a prezzi concorrenziali, materie prime grazie alle quali la Germania hitleriana poteva invadere e massacrare. Vorrei ricordare agli sprovveduti che il patto fu rotto da Adolf Hitler in un sussulto di follia: non furono certo i sovietici a tirarsi indietro.
Il riassunto di tutto questo è che sia i fascisti sia i comunisti amano lo statalismo che schiaccia il cittadino. Per questo ci sono strutture fasciste che sopravvivono. La più elegante di queste sopravvivenze è la non separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Un’invenzione del 1941, concepita in pieno regime e oggi difesa con zelo da chi ama presentarsi come custode esclusivo dell’antifascismo. Ricordo che in Europa solo Italia e Grecia non hanno la separazione delle carriere. Anche francesi, belgi tedeschi norvegesi, inglesi eccetera sono rei, inquisiti, mafiosi, massoni, fascisti, sporchi brutti e cattivi? Torniamo alla storia. Nel 1941 il Guardasigilli Dino Grandi mise ordine nella materia con una chiarezza che oggi definiremmo disarmante: la magistratura è un ordine unico, al servizio dello Stato; il pubblico ministero non è antagonista del giudice. Non antagonista. Non controparte. In un sistema che proclamava «Tutto nello Stato, nulla al di fuori dello Stato», l’idea che accusa e giudizio potessero porsi su piani distinti sarebbe parsa un vezzo anglosassone o peggio americano, una debolezza da società litigiosa.
Lo Stato non si contraddice. Lo Stato converge. Accusa e giudice cooperano. L’ordine si afferma. La frattura è sospetta. Fin qui tutto lineare. Il problema nasce quando il regime scompare ma l’architettura resta. La Repubblica eredita quella struttura unitaria e la colloca dentro un sistema costituzionale che rende la magistratura indipendente dal potere politico. Un’operazione ardita: conservare il telaio pensato per uno Stato totalizzante e privarlo del centro che lo guidava. Il risultato è una creatura giuridica che non trova molti equivalenti comparabili: un pubblico ministero che appartiene allo stesso ordine del giudice, ne condivide carriera e cultura, partecipa allo stesso autogoverno, esercita un potere incisivo sulla vita dei cittadini - intercettazioni, misure cautelari, iniziativa penale obbligatoria - ma non risponde politicamente a nessuno. Il governo risponde agli elettori. Il Parlamento risponde agli elettori. I sindaci rispondono agli elettori. I dirigenti pubblici rispondono disciplinarmente. I cittadini rispondono penalmente. Il pubblico ministero, quando sbaglia gravemente, fa rispondere lo Stato. Il danno viene risarcito con denaro pubblico, cioè sono gli esausti contribuenti che saranno massacrati, mentre la carriera del magistrato non subirà nessun intoppo.
C’è una buffa regola, che recita che chi sbaglia, paga e chi non paga, sbaglia molto perché tanto non ci rimette niente. È un congegno perfetto: massimo potere, responsabilità pochissima. Una macchina istituzionale che combina autonomia elevatissima e conseguenze personali attenuate. Quando qualcuno propone di separare le carriere, cioè di distinguere negli ordinamenti, chi accusa da chi giudica come avviene nei sistemi liberali classici, si grida al pericolo autoritario. Alla deriva illiberale. Al ritorno delle ombre.
Ed ecco la scena più italiana di tutte: si difende come baluardo democratico un impianto concepito per ridurre la dialettica liberale nel processo. Si brandisce l’antifascismo per proteggere una soluzione nata nel 1941. Nei sistemi liberali decenti, l’accusa o è separata dal giudice, oppure è collocata sotto un indirizzo politico che risponde agli elettori. Nei sistemi autoritari novecenteschi, al contrario, la magistratura era concepita come organo unitario dello Stato: accusa e giudizio come funzioni convergenti di un medesimo potere. L’Italia ha scelto una via tutta sua: ha mantenuto l’unità delle carriere, ma senza subordinazione gerarchica all’esecutivo e senza una netta separazione ordinamentale. Ha conservato la struttura dell’unità eliminando il centro politico che la teneva insieme.
Il problema non è l’indipendenza della magistratura, principio sacrosanto. Il problema è l’asimmetria tra forza e responsabilità. Ogni potere democratico vive di equilibrio: autorità e conseguenza, decisione e controllo. Quando la prima cresce e la seconda si assottiglia, l’architettura non crolla, si inclina. E un’inclinazione istituzionale non fa rumore: si percepisce col tempo, come un pavimento leggermente storto che costringe i mobili a scivolare sempre nella stessa direzione. Non serve evocare fantasmi. Basta leggere il 1941 e guardare il 2026. Il fascismo non ritorna. Il fascismo, in certe sue soluzioni tecniche, non se n’è mai andato. È evidente che i nipoti, bisnipoti e cugini di primo e secondo grado del mai veramente defunto compagno Stalin aborrano la separazione delle carriere. La vera abilità retorica sta nel chiamare questa permanenza in una struttura squisitamente fascista «progresso». E nel convincersi che ogni richiesta di equilibrio sia un attentato alla democrazia.
È una specialità nazionale: trasformare un’anomalia in un totem e poi difenderlo con fervore morale. Con aria severa. Con tono pedagogico dei buoni che spiegano ai cattivi perché sono cattivi, in nome della libertà e dell’antifascismo. I cattivi ne hanno abbastanza. E ora il momento è venuto di occuparsi dell’ultima roccaforte di uno statalismo assoluto fasciocomunista, di poteri enormi associati al totale azzeramento delle responsabilità: sto parlano dei servizi sociali.
Il termine autogol nasce dal calcio, quando un calciatore manda il pallone nella propria porta. Fa punto lo stesso, ma per gli avversari. Il termine è stato portato in tutti i campi, soprattutto in politica. L’autogol è quella piccola tragedia comica in cui, tentando di salvarsi, si finisce per affondare da soli. È l’errore di calcolo che smaschera fretta, nervi scoperti e presunzione.
Il 22 e 23 marzo noi elettori saremo chiamati a confermare o a respingere «il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025». Le ragioni del Sì sono granitiche, come quelle verità che in Italia tutti sanno ma fingono di ignorare finché qualcuno non le scrive nero su bianco. Dopo le rivelazioni del dottor Palamara, sappiamo che il sistema delle correnti, da decenni, funziona come una macchina ben oliata che toglie al popolo italiano la fede nella giustizia; e allora il sorteggio, per quanto poco elegante, appare come una finestra spalancata in una stanza dove nessuno arieggiava più. Ancora più solida è l’idea di riequilibrare il potere dei pm, che negli anni si è dilatato fino a diventare una sorta di nube giudiziaria capace di oscurare carriere e reputazioni: riportare tutto a misura d’uomo non è rivoluzionario, è semplice buon senso. Quanto alla responsabilità dei magistrati, il Sì poggia su una constatazione incontestabile: un sistema che non prevede reali conseguenze per gli errori finisce col produrne in quantità industriale. Un organismo esterno, meno corporativo e meno sensibile alle correnti d’aria interne, offrirebbe finalmente quella neutralità che tutti invocano. E il principio garantista resta lì, intatto, protetto dall’articolo 358: come a dire che riformare non significa demolire, ma raddrizzare ciò che da troppo tempo pende. In sintesi, il Sì non è un salto nel buio. È accendere la luce.
Ci stanno garantendo che nel referendum il Sì e il No sono testa a testa, anzi forse i No sono avanti. Quelli che ce lo dicono sono gli stessi che hanno predetto la stratosferica vittoria di Kamala Harris, paragonabile solo a quella altrettanto straordinaria di Hilary Clinton. La battaglia per salvare lo status quo è diventata affannata, con una serie di azioni che in effetti possono essere considerate autogol. Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Napoli, al Corriere della Calabria ha serenamente dichiarato che «per il No voteranno le persone perbene, quelle che credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente». L’affermazione ha scatenato una serie di meme sui social che garantiscono che voteranno Sì Lord Voldemort, l’imperatore cattivo di Guerre Stellari, Luciano Liggio, Jack lo squartatore, Vito Corleone, Don Rodrigo, Sauron dal reame di Mordor, Saruman dal reame suo che avrà anche un nome ma non ce lo ricordiamo, Gargamella, Hannibal Lecter, il capitalismo, il patriarcato, quelli che mettono la panna nella carbonara. Nell’oceano prevedibile delle opinioni pubbliche, le dichiarazioni del magistrato meriterebbero una piccola nota a piè di pagina, o almeno un trafiletto nel registro dell’ironia civile. Non amo i magistrati che esternano, per la stessa ragione per cui non amo gli esorcisti che si fanno riprendere dalle telecamere di Rai 2. Il buon esorcista è quello che non conosciamo, così il buon magistrato: opera nel silenzio, magari un po’ polveroso, senza conferenze stampa, senza sentire il bisogno di chiarirci come il mondo dovrebbe essere secondo lui. I magistrati che parlano, invece, finiscono spesso con il credere alle proprie parole. È un pericoloso effetto collaterale: la vanità giudiziaria. Si comincia con un convegno, si prosegue con un editoriale, e si finisce in prima serata da Fazio. I grandi casi dei grandi errori giudiziari italiani, primo quello di Tortora, avevano avuto un enorme chiasso mediatico. Chiasso mediatico hanno avuto i casi di Garlasco, Avetrana, Olindo e Rosa, e la morte di Yara Gambirasio: esistono addirittura libri che dimostrano come in tutti questi casi siano stati condannati imputati la cui colpevolezza era ben lontana dall’essere dimostrata al di là di ogni ragionevole dubbio.
Riconosco però che il dottor Gratteri ha avuto l’ardire di dire qualcosa di sensato. All’interno di affermazioni sul referendum che qualcuno potrebbe ritenere offensive e gratuite fino all’indecenza, c’è un’affermazione assolutamente veritiera. Non tutta veritiera, ma in parte sì: quella che riguarda il piccolo esercito dei condannati, imputati, redenti e irredimibili che hanno visto la giustizia italiana da dentro. Per esempio tutte le vittime di errori giudiziari, tutto l’esercito di gente normale che si è trovata nell’incubo di essere imputata, per poi essere prosciolta. Qualcuno ha fatto il conto di quanti milioni è costata agli esausti contribuenti italiani questa giustizia, e sono cifre da capogiro, ma ancora più da capogiro sono il dolore, le vite distrutte, l’orrore di mesi passati nelle galere italiane, e l’aggettivo kafkiano, con evidente riferimento al romanzo distopico Il Processo di Kafka, che compare in ogni racconto. Parlare da fuori del sistema giudiziario è un esercizio teorico: si può essere severi, indulgenti, o semplicemente distratti. Ma da dentro, da quel tribunale senza più Crocifisso, si scopre che la giustizia italiana non è un’istituzione: è un sentimento, personale, mutevole e, come tutti i sentimenti, incline alla confusione. Ne so qualcosa. Faccio parte dei condannati che hanno la certezza di aver subito una condanna ingiusta, convinti che, al contrario, la propria condanna sia una medaglia al valore dell’etica.
Altro autogol è stato usare immagini del curling nella campagna per il No al referendum. L’uso non autorizzato di immagini di atleti che non ne sapevano niente ha fatto intuire un’assoluta mancanza di rispetto sia per lo sport che per gli atleti inquadrati.
Io voterò Sì. Capisco che il dottor Gratteri avrà ben altro da fare che leggere queste righe, ma nel caso sono certa che apprezzerà lo sforzo: le ho scritte senza conferenze, senza telecamere, senza applausi e rischiando qualcosa: nel nostro Paese criticare un magistrato vuol dire esporsi a un rischio, come un esorcista vero o come un cavaliere medioevale. Altro storico autogol, storico nel senso letterale, è la tragica vicenda della famiglia nel bosco, distrutta dagli assistenti sociali. Ancora più kafkiano, ancora più atroce: ben più terribile dell’essere incarcerati da innocenti è la sottrazione dei propri figli perché siano rinchiusi in orfanotrofi di Stato di sconvolgente squallore chiamati case famiglia, a mangiare cibo statale, senza rapporti con i genitori: un arbitrio che grida vendetta a Dio. Uno dei quattro peccati che gridano vendetta a Dio è l’oppressione dei senza potere. Mentre fior di intellettuali scrivono tomi su tomi contro la violenza e l’immoralità della società dei consumi, mentre ottimi medici scrivono articoli su articoli sulla pericolosità per la salute dell’esposizione alla maggior parte delle sostanze nuove presenti nel mondo attuale, dalle plastiche ai detersivi industriali, mentre ogni pedagogista degno di questo nome segnala il pericolo, anzi il danno, dell’allontanare il bambino piccolo dalla madre, gli assistenti sociali hanno massacrato la famiglia che stava facendo lo sforzo di offrire ai propri figli quella che secondo la loro scienza e coscienza era la situazione migliore. La famiglia nel bosco è il punto di non ritorno, quello che non sarà tollerato. Leggi arriveranno a tutela dei bambini e delle famiglie. Il popolo non ne può più. Il momento è venuto di cambiare le leggi. Dopo la riforma Nordio, arriverà quella dei servizi sociali.





