L’Iran non sta perdendo la guerra. Non ci sono i segnali di crollo che si erano verificati in Libia e in Iraq dopo i primi giorni. L’Iran si è preparato per decenni alla guerra ed è in grado di resistere. Se una parte della sua popolazione vuole la libertà dallo Stato islamico anche a costo della morte, è indubbio che un’altra parte sia disposta a combattere per lo Stato islamico fino alla morte. D’altronde, quattro decenni di indottrinamento non possono essere passati invano. La domanda è: «Perché attaccare l’Iran?» Chi ce lo fa fare di far morire un po’ di gente, aumentare le distruzioni, prendere a calci le nostra già scalcinate economie? L’Iran è un Paese atroce e ingiusto. Innegabile. Lo è anche la Corea del Nord, se per questo. Non è la stessa cosa. La risposta a queste domande esiste. Vale la pena di fare la guerra all’Iran anche a costo di morti e distruzioni, anche a costo di povertà, esattamente come valeva la pena di combattere Hitler. Lo spiega un iraniano.
La risposta si può trovare in un vecchio libro, purtroppo non tradotto in italiano: Islamic Fundamentalism: The New Global Threat (Fondamentalismo islamico: la nuova minaccia globale) di Mohammad Mohaddessin. Esso spiega come l’Iran sia il cuore del male e come solo il crollo della Repubblica islamica iraniana possa permettere la pacificazione del mondo, mentre la sua esistenza garantisce un rigagnolo continuo di terrorismo, destabilizzazione, morte, distruzione, un fiumiciattolo immondo che non si arresta mai, e che alla fine facendo le somme ha un bilancio ben più tragico di una definitiva guerra. Mohammad Mohaddessin (nato nel 1955 a Qom, Iran) è un politico e scrittore iraniano, noto per la sua opposizione al regime teocratico instaurato dopo la rivoluzione del 1979. Figlio di un Grande Ayatollah, è cresciuto in un ambiente religioso tradizionale, ma si è presto avvicinato a movimenti politici contrari al sistema clericale dominante. Durante gli anni della rivoluzione iraniana, Mohaddessin aderì all’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo iraniano (Pmoi/Mek), gruppo di ispirazione islamico-progressista e nazionalista che si opponeva sia allo Scià sia al futuro governo di Khomeini. Dopo la presa del potere da parte dei religiosi, Mohaddessin fu costretto all’esilio e divenne membro del Consiglio nazionale della resistenza iraniana (Ncri), l’organo politico del movimento in esilio. Attualmente è il presidente della Commissione degli Affari esteri del Ncri e una delle voci più note della resistenza iraniana in ambito internazionale. È autore di diversi saggi sul fondamentalismo religioso e sulla politica iraniana, tra cui Islamic Fundamentalism: The New Global Threat, in cui analizza e critica l’espansione del fondamentalismo ispirato al regime di Teheran.
Islamic Fundamentalism: The New Global Threat, pubblicato nel 1993 (con successive ristampe fino al 2001), denuncia il regime instaurato dopo la rivoluzione iraniana del 1979 e illustra i danni e i rischi che ne derivano per la regione e il mondo intero. Il cuore del libro è un ritratto approfondito del regime teocratico iraniano, fondato dall’Ayatollah Khomeini e proseguito sotto Rafsanjani. Mohaddessin descrive l’applicazione della dottrina del Vali-e-Faqih, la guida suprema religiosa-politica, e l’erosione delle strutture economiche e civili iraniane a causa della gestione autoritaria. Vengono inoltre documentate azioni esterne attribuite al regime iraniano, come l’esportazione della rivoluzione, il coinvolgimento in un enorme numero di atti terroristici e il finanziamento clandestino di armamenti e programmi nucleari. Mohaddessin traccia anche una mappa geografica dell’influenza ideologica di Teheran: dal Medio Oriente all’Asia Centrale, dall’Africa occidentale fino a certe aree dell’Occidente. L’autore dimostra che i petrodollari e il fascino dell’ideologia rivoluzionaria iraniana alimentano la penetrazione del «Khomeinismo» in vari contesti vulnerabili. In contrapposizione al regime, Mohaddessin propone la sua organizzazione, i People's Mojahedin, come forza politica democratica, nazionalista e antifondamentalista. Loro aspirano a sovvertire l’attuale governo iraniano per instaurare un sistema plurale, pluralista e laico. Nell’intervista del 1995, Mohaddessin esplicita il suo rifiuto totale del «fondamentalismo moderato», paragonato a una contraddizione in termini, e conferma la volontà di cooperare con l’Occidente per promuovere la democrazia in Iran.
Il sottotitolo del libro, The New Global Threat, rappresenta un allarme che non è certo esagerato. Il fondamentalismo è una minaccia ben più grave di altre minacce storiche come la guerra fredda e la proliferazione nucleare. Nel caso del fondamentalismo islamico, c’è anche la religione. Il comunista doc potrebbe non aver troppa voglia di morire, l’islamista doc, soprattutto se è un fallito da un punto di vista relazionale e lavorativo, può desiderare la morte santa con tutto il cuore. Altrettanto forte del desiderio del paradiso è la paura dell’inferno, cui sono condannati collaborazionisti dell’Occidente, Dio non voglia del grande e piccolo satana (Usa e Israele), ma anche tutto l’esercito di gente che cerca di farsi gli affari suoi. Il comunista doc non aveva alle spalle una tradizione plurimillenaria, non aveva un’arma potente come la sete imposta nel ramadan per distinguere eroi, traditori, tiepidi e collaborazionisti. Il comunista doc non era uno che sfigurava con l’acido il volto delle ragazze che portano male il velo. Il comunista doc non proveniva da un sistema che ha condannato a morte per lapidazione una dodicenne che aveva subito uno stupro. Mohaddessin sostiene l’ovvio: e cioè che l’ideologia iraniana, autoritaria, religiosa, assassina ed espansiva, costituisce un pericolo reale, specie ora che la fine della Guerra fredda ha lasciato un vuoto di influenza nelle aree musulmane ex-sovietiche e africane.
Il libro di Mohaddessin fornisce un resoconto diretto e documentato della natura repressiva e radicale del regime iraniano post 1979, con la sua espansione ideologica e militare. Offre inoltre un’alternativa politica tramite i People's Mojahedin, proponendosi come contrappeso democratico alla teocrazia iraniana. Il taglio è fortemente normativo: l’autore non si limita a descrivere, ma promuove attivamente un modello politico alternativo, come ovvio che sia. Il libro è scritto da un iraniano. Nessuno può accusarlo di colonialismo bianco e altre idiozie del genere. È la voce di un uomo che vuol salvare il suo Paese perché lo ama profondamente, perché il suo cuore sanguina a ogni ragazza sfregiata per non aver portato il velo, a ogni ragazzo impiccato a una gru. Oltre che essere iraniano, prima che essere iraniano Mohaddessin è una creatura umana. Il suo popolo è l’umanità. Ed è anche per l’umanità che deve essere salvata dall’orrore del fondamentalismo che fa sentire la sua voce. Il coraggio è contagioso. La forza di una catena è quella del suo anello più debole. La forza di un popolo è quella del suo anello più forte, fino a che qualcuno si batte, quel popolo non è domato e non è vinto. Il popolo iraniano non è mai stato domato, non è mai stato vinto. È un popolo per cui vale la pena di combattere.
In occasione dell’8 marzo Non una di meno intona cori da anni Settanta, precisando che le sedi dei pro life vanno incendiate «con loro dentro, sennò è troppo poco». Sono innumerevoli gli articoli su PubMed che testimoniano i danni, anche se in effetti basterebbero un buon libro di fisiologia e di patologia medica per chiarire il problema. La disidratazione rappresenta una condizione clinica determinata da un bilancio idrico negativo in cui la perdita di acqua supera l’introito. La letteratura scientifica sottolinea come anche modeste riduzioni dell’acqua corporea, pari all’1-2% del peso totale, siano sufficienti per alterare parametri fisiologici e cognitivi. La popolazione anziana, pediatrica, gli adolescenti, i lavoratori di lavori pesanti fatti all’aperto nei mesi estivi, gli atleti e i soggetti con patologie croniche costituiscono i gruppi maggiormente vulnerabili, ma ogni creatura umana sottoposta al danno della disidratazione, alla sofferenza della sete, subisce un danno. Le evidenze raccolte mostrano che la disidratazione non è un evento isolato ma un fattore di rischio trasversale in grado di incidere su performance, capacità decisionali, omeostasi cardiovascolare e funzione renale.
La funzione cerebrale è altamente dipendente dall’equilibrio idroelettrolitico. Studi clinici e sperimentali mostrano che la disidratazione anche lieve compromette processi cognitivi superiori quali attenzione sostenuta, velocità di elaborazione, memoria di lavoro e capacità decisionale. Sono state osservate alterazioni neurocomportamentali come irritabilità, calo della vigilanza e peggioramento dell’umore, attribuibili alla ridotta perfusione cerebrale e alle variazioni di osmolarità plasmatica. Chi rispetta il Ramadan aumenta il suo rischio di errore, per esempio causando l’incidente stradale che ti ammazzerà. La disidratazione aumenta l’aggressività e diminuisce l’autocontrollo. I violenti gesti di aggressione agli infedeli che osano mangiare e bere durante il Ramadan non sono solo dovuti all’intolleranza islamica. Sono anche l’espressione del banale odio che il sofferente prova per chi si è rifiutato di soffrire. La disidratazione media e grave può anche danneggiare neuroni portandoli a morte. I bambini, per via della maggiore superficie corporea e dell’immaturità dei sistemi di termoregolazione, presentano peggioramenti nelle prestazioni scolastiche e nelle attività complesse. Il tollerante di turno vi spiegherà che i bambini sono esentati dal Ramadan, e qui si arriva all’annoso problema: definisci bambino. Sono esentati dal Ramadan i bambini prepuberi, quindi una bambina di 10 anni che abbia già avuto le mestruazioni ha l’obbligo, e soprattutto hanno l’obbligo i postpuberi, cioè gli adolescenti, che vivono il periodo in cui si formano maggiormente sinapsi nel cervello, sinapsi che serviranno per tutta la vita. Un cervello disidratato forma meno sinapsi. Gli anziani manifestano rapidamente confusione mentale, riduzione dell’attenzione e destabilizzazione dell’equilibrio, con conseguenze potenzialmente severe come cadute e riduzione dell’autonomia funzionale, nella fiduciosa speranza che non stiano guidando. L’aumento dell’aggressività rende il periodo del Ramadan un periodo di violenza moltiplicata, qualsiasi tipo di violenza: da quella domestica alla rissa, dalla violenza politica al pestaggio anche mortale di animali domestici. La diminuzione dell’attenzione moltiplica incidenti stradali e incidenti sul lavoro. La disidratazione agisce direttamente sul volume plasmatico e sulla viscosità ematica. La diminuzione del ritorno venoso comporta una riduzione della gittata cardiaca, determinando un aumento compensatorio della frequenza cardiaca. Sotto condizioni di stress termico o di attività fisica intensa, la capacità dell’organismo di dissipare calore tramite sudorazione e vasodilatazione cutanea risulta compromessa. Questo porta a un incremento della temperatura corporea centrale e a un maggior rischio di sviluppare ipertermia e colpo di calore. La disidratazione influisce negativamente sulla performance fisica sia aerobica che anaerobica.
Deficit idrici pari al 2-3% determinano una riduzione significativa della resistenza, un aumento della percezione dello sforzo e un deterioramento della forza muscolare. Se uno fa il muratore e si trova su una scala, questo può diventare causa di incidente. La compromissione della termoregolazione contribuisce ulteriormente alla diminuzione della capacità di sostenere attività prolungate, con decrementi prestazionali documentati fino al 20-30%. Se uno è operaio alla catena di montaggio questo è un problema. Le attività che richiedono rapidità di esecuzione, potenza esplosiva o coordinazione fine, per esempio l’orefice o il chirurgo, risultano particolarmente sensibili alla perdita di liquidi a causa dell’aumento dello stress cardiocircolatorio e della riduzione della funzionalità neuromuscolare. Il rene è l’organo simbolo della vulnerabilità alla disidratazione. La riduzione della perfusione renale causa un calo della filtrazione glomerulare e un aumento del riassorbimento tubulare di acqua, con conseguente incremento dell’osmolarità urinaria. Questa condizione favorisce la formazione di calcoli renali per cristallizzazione dei sali e incrementa il rischio di danno renale acuto, soprattutto nei soggetti con comorbilità cardiovascolari.
La disidratazione cronica è stata inoltre associata a un potenziale peggioramento della progressione della malattia renale cronica, sebbene siano necessari ulteriori studi per chiarire i meccanismi patogenetici coinvolti. Il rischio aumenta sensibilmente negli anziani, che spesso presentano polifarmacoterapia (diuretici, Ace inibitori, Fans) e alterazioni dell’assetto ormonale responsabile dell’omeostasi idrica.
Gli anziani sono predisposti alla disidratazione per molteplici ragioni: ridotta percezione della sete, deficit cognitivi, mobilità limitata, assunzione di farmaci che alterano l’equilibrio idrico e patologie croniche. La disidratazione in questa fascia di popolazione può manifestarsi con ipotensione, confusione e aumentato rischio di ospedalizzazione. I bambini, invece, per la loro fisiologia, sviluppano più rapidamente alterazioni idriche significative e presentano un rischio maggiore di complicanze gravi in presenza di febbre, diarrea, vomito o attività fisica intensa. L’analisi integrata degli studi evidenzia come la disidratazione, anche lieve, sia associata a un insieme complesso di effetti sistemici in grado di compromettere funzioni cognitive, capacità fisiche, stabilità cardiovascolare e salute renale. La prevenzione della disidratazione attraverso un adeguato apporto idrico rappresenta un intervento semplice ma estremamente efficace nella riduzione della morbilità, soprattutto nelle popolazioni vulnerabili, a meno che non sia vietato per motivi religiosi. I bambini sotto la pubertà in teoria non dovrebbero partecipare al Ramadan; in realtà sempre più spesso il divieto viene esteso anche a quelli dai sette anni in su. Il Ramadan è obbligatorio per gli adolescenti, cioè dopo la pubertà, cioè in organismi in fase di accrescimento veloce, quando la disidratazione è particolarmente dannosa. L’adolescenza è, il periodo di massima esplosione di sinapsi, è una fase in cui le carenze hanno effetti gravi e non sempre reversibili.
Dato quanto sopra si pongono tre domande, che non sono un espediente retorico, ma vere domande che pretendono una risposta. Perché il Ramadan non è vietato? Un’attenzione alla salute pubblica talmente invasiva che obbliga ai vaccini, farmaci su cui ci sono molti dubbi, non vieta la disidratazione, situazione drammaticamente pericolosa e dannosa al di là di ogni ragionevole dubbio. Come è possibile che personaggi politici, religiosi, presidi, insegnanti, giornalisti e cosiddetti intellettuali, parola dall’etimologia sempre più impenetrabile, si congratulino con una pratica che frigge il cervello, prende a calci il cuore e fotte il rene, facciano raccomandazioni per non stressare i cervelli disidratati con interrogazioni e pretese di intelligenza che non può esserci in un cervello disidratato, salutino con tenerezza spesso dentro alle moschee una pratica disumana e pericolosa? Terza domanda: come è possibile che qualcuno creda che regole dannose per la salute, regole che sono sofferenza, danno, follia, incidenti, morte, infarto, ictus e insufficienza renale possano venire da Dio?
La frase «si sta rivoltando nella tomba» è una frase forte. Nella frase c’è il senso di un’indignazione profonda, della disperata coscienza di aver speso la propria vita a inseguire qualcosa che è stato non solo tradito, ma infangato.
Il concetto di diritto internazionale nacque un po’ alla volta. È un’architettura complessa. Prima che Ugo Grozio lo trasformasse in un sistema ordinato, il mondo somigliava a una enorme piazza di un mercato caotico: popoli che si sfioravano, si scambiavano cortesie o colpi di spada, senza un vero manuale d’uso. E tuttavia, sotto quella confusione apparente, alcuni spiriti inquieti già cercavano un filo logico. Alberico Gentili, per esempio, italiano di lingua tagliente e mente geometrica, osservò che la guerra non poteva essere trattata come una rissa di vicinato. Bisognava separarla dal diritto civile, darle una sua grammatica, magari severa, ma pur sempre una grammatica. Francisco de Vitoria, nella quiete vigile di Salamanca, guardava invece agli incontri con i popoli lontani e pensava che per regolare i rapporti tra genti diverse servisse un ius gentium che avesse la stessa aria necessaria e semplice delle leggi naturali. Poi arrivò Grozio. Olandese, protestante, pragmatico come una nave mercantile e insieme visionario come un esploratore. Mettendo ordine tra ragione, storia e consuetudini, compose De iure belli ac pacis e disse, con la tranquillità dei rivoluzionari veri, che gli Stati potevano convivere secondo regole fondate non solo su Dio, ma su un qualche consenso reciproco.
Credo che i tre autori si stiano rivoltando nella tomba all’idea che l’ideale da loro creato è ora invocato per protestare a favore di Maduro e Khamenei, due dei più tragici criminali che mai abbiano insanguinato i popoli. In Iran la Repubblica Islamica ha introdotto la lapidazione, il matrimonio delle bambine, il matrimonio a tempo, il «sigheh», forma di unione temporanea: un uomo «sposa» una donna, spesso una ragazzina, la usa per qualche giorno o qualche ora, poi la ripudia. I gay impiccati alle gru, i ragazzi ammazzati a migliaia non sono stati sufficienti perché le vedove di un dittatore atroce non si riversassero nelle strade a piangerlo, mentre i fuoriusciti iraniani in quelle stesse strade ballano felici. La Repubblica Islamica ha sempre dichiarato che lo scopo supremo della sua esistenza è la distruzione dello Stato di Israele e lo sterminio del suo popolo. Qualcuno spieghi alle dolenti prefiche di Khamenei che nessun diritto internazionale ha mai protetto uno Stato che dichiara tra i suoi fini la distruzione di un altro Stato e di un popolo.
E poi a rigirarsi nella tomba, nel vedere lo scempio della parola antifascista, ci sono gli antifascisti, sicuramente zio Tonino (avvocato Antonio Indaco, il fratello di mia nonna), i partigiani della divisione Osoppo, quelli di Giustizia e Libertà e gli innumerevoli altri che hanno combattuto sul serio. A rivoltarsi nella tomba nel vedere giovinastri di ottima famiglia con mamma che li dichiara bravi ragazzi e invasori islamici distruggere le nostre stazioni mentre la polizia immobilizzata dalla magistratura sta a guardare, c’è sicuramente la staffetta partigiana Oriana Fallaci. A rivoltarsi nella tomba c’è Primo Levi, partigiano di Giustizia e Libertà, a vedere la Brigata Ebraica presa a insulti il 25 aprile dall’Anpi.
Col termine fascismo si intendono due cose: il movimento creato da Benito Mussolini, durato un ventennio e sconfitto dagli angloamericani, oppure un qualsiasi movimento che ritenga lecito l’uso della violenza contro gli oppositori. Nulla è più fascista del comunismo, non a caso le due ideologie sono state alleate. Il fascismo, quello vero, quello di Benito Mussolini, è morto con lui, non risorge se qualcuno canta Faccetta nera e saluta col braccio teso, gesti che in una democrazia decente, che non ha paura della sua ombra e nemmeno di quella del Duce, dovrebbero far parte della banale libertà di pensiero e opinione. Se invece prendiamo come definizione di fascismo l’uso sistematico della brutalità a sostegno delle proprie idee, riconosciamo che il fascismo imperversa. Il fascismo è tornato, ma ha pensato bene di presentarsi con un nome nuovo: antifascismo. Così la violenza diventa pedagogica, l’insulto salvifico, il vandalismo un atto di «giustizia poetica». Il muro imbrattato non è più un reato di vandalismo, come la stazione distrutta, ma un momento di sacrosanta indignazione. Come Primo Levi trovo una violenza di tipo fascista, gratuita e impunita, lo scrivere sui muri: ma questi perché non scrivono sui muri delle camere da letto delle loro mamme? E come Primo Levi sono estremamente lieta di non aver mai trovato una scritta su un muro con cui fossi d’accordo. Le piazze si sono trasformate in palcoscenici di una nuova liturgia civica. I cortei armati sono sorretti dai cosiddetti maranza, cioè dall’alleato islamico esattamente come l’islam fu alleato del nazifascismo. E quando scappa la mano, perché la mano scappa sempre, basta insegnarle il tragitto, e si passa dal vetro rotto al cranio fracassato, il nuovo antifascismo scrolla le spalle con un fatalismo sorprendente: la violenza? Come si fa a non capirla? Così, nel gran mercato delle opinioni, anche l’omicidio ha trovato i suoi commercialisti morali. Che si tratti di un attivista americano o di un ragazzo francese, ecco apparire giustificazioni che neppure il vecchio, defunto esecrato regime sarebbe riuscito a produrre con tanta creatività. «Non era proprio un santo», «se l’è cercata», «bisogna contestualizzare»: un rosario di attenuanti recitato con la stessa compostezza con cui un tempo si giustificavano le bastonate. E poi c’è la demonizzazione dell’avversario, raffinata arte che il fascismo aveva portato ai suoi splendori più discutibili. Non si discute più con chi pensa diverso, lo si classifica. Fascista, omofobo, sionista o nella migliore delle ipotesi folle. Lo si isola. Io non posso partecipare a fiere del libro, entrare nelle scuole, come Pucci è fuori dal festival di San Remo. I buoni non ci vogliono. L’avversario non sbaglia, è sbagliato, anche malato. Patologia grave, contagiosa, da isolare a colpi di slogan e moralismi urlati. Il risultato è che, fingendo di combattere i fantasmi del passato, si può impunemente copiarne le ombre. Una caricatura di antifascismo che non difende la libertà, ma la odia.
Ma c’è un altro punto dove si rigira nella tomba ogni combattente che ha contribuito a creare il nuovo Stato italiano, dai partigiani della divisione Osoppo, ai padri costituenti, a ogni uomo e donna che con la caduta del fascismo ha osato sperare che un mondo di giustizia potesse nascere. Ancora più grave di tutti gli innocenti che stazionano nelle carceri italiane, è la deportazione dei bambini. La famiglia del bosco è solo la punta di un iceberg enorme e mostruoso. Siamo una nazione che permette a un pugno di impiegate statali, classificate da studi mediocri e da una mostruosa uniformità politico-ideologica, con poteri infiniti e infinita immunità, insieme ai magistrati che hanno alle spalle, di distruggere famiglie e deportare bambini, uccidendo per sempre ogni possibilità di felicità, facendo danni atroci e irreversibili al loro corpo e alla loro psiche, a volte consegnandoli anche a pedofili già riconosciuti come tali come al Forteto. Gente innocente è costretta all’incubo peggiore: la deportazione dei figli inghiottiti da un sistema che vuole la morte delle loro anime, ampollosamente chiamata emotional freezing: la psiche dei bambini annientata nel dolore. In nome del popolo italiano, in nome di libertà e decenza conquistate con lacrime e sangue, tutto questo deve finire. Subito. Che il Parlamento eletto dal popolo italiano metta a punto leggi che salvino di bambini dalla deportazione e dall’emotional freezing. Che ogni bambino possa restarsene al sicuro nella sua casa.





