Dietro le quinte c’è il regista, qualcuno che non si vede e che invece sta conducendo il gioco. È un motto che si usa tutte le volte che il vero regista di un evento è nascosto. La lobby gay esiste. Nel 1982, a Vico Equense, si tenne un congresso, destinato a cambiare per sempre il volto del dibattito pubblico italiano.
Angelo Pezzana vi fondò quello che sarebbe diventato il movimento Lgbt italiano, gettando le basi dell’ArciGay e chiarendo senza ambiguità alcuna che le persone con comportamento omoerotico sarebbero diventate una lobby politica. Ha usato lui stesso questa parola: lobby. Il termine lobby compare nella sua intervista al giornale La Stampa, intitolata «I gay mettono la cravatta». Il termine «lobby» compare nero su bianco in uno dei testi fondativi di questa strategia politica: After the Ball, scritto da Marshall Kirk, psicologo, e Hunter Madsen, esperto di marketing. Un manuale in cui i due autori spiegavano, con precisione metodica e fredda lucidità, come trasformare la cosiddetta «omosessualità» – termine scientificamente privo di senso – da comportamento semplicemente tollerato a pratica non solo accettata ma addirittura beatificata, con la beatificazione imposta e infine blindata attraverso la punizione spietata dei dissidenti. Il tasso enormemente più alto di Aids nel loro gruppo doveva essere usato per scatenare il vittimismo, invece che essere quello che era: la conseguenza di un comportamento biologicamente disfunzionale per eccesso di promiscuità e uso di un organo improprio.
Il comportamento omoerotico, questo è il termine corretto, moltiplica secondo alcune statistiche fino a 100 volte il rischio di malattie sessualmente trasmissibili (Aids, sifilide ecc...), moltiplica in maniera esponenziale le patologie anorettali, aumenta le patologie infiammatorie intestinali (Gay Bowel Syndrome) con conseguente aumento di rischio di Alzheimer, moltiplica il rischio di malattie a trasmissione orofecale (es. epatite A). Il cristianesimo condanna questa pratica, dichiarata uno dei peccati che grida vendetta a Dio. La lobby gay ha lo scopo di imbavagliare sia il dissenso sia qualsiasi critica a uno stile di vita che è un comportamento senza nulla di genetico – altra informazione sotto censura – e che come è stato appreso può essere disappreso, come testimoniano gli ex gay, anche loro sotto censura.
La lobby, poche centinaia di persone non elette da nessuno, che hanno infiltrato scuola, chiesa, politica e soprattutto università, in particolare le facoltà di psicologia e scienze sociali, quella da cui escono psicologi e assistenti sociali che decidono se i bambini della famiglia del bosco e innumerevoli altre, spesso cattoliche con i figli in educazione parentale, possono esistere o devono essere annientate e smembrate. L’obiettivo dichiarato della lobby gay è diffondere come dogma la menzogna che lo stile di vita omoerotico sia geneticamente determinato e irreversibile (per cui criticarlo è equiparato al razzismo), sia sano (per cui criticarlo è insensato), sia bello e interessante (per cui criticarlo è stupido), e che chiunque lo critichi debba essere azzittito. Non lo dico io: lo hanno scritto loro.
In Italia in questo momento l’omofobia è un «fattore considerato negativo e dannoso per lo sviluppo psicologico del minore». Peccato che considerare il rapporto tra due uomini un peccato sia un obbligo per un cristiano, considerarlo un problema sia un obbligo per un medico onesto e sano di mente. In teoria «la rimozione del figlio non dovrebbe avvenire per la sola espressione di convinzioni omofobe», cinguettano le linee guida dei nostri servizi, ma a Bibbiano abbiamo visto che questa linea è già stata superata. Anche se il Ddl Zan fortunatamente non è passato, la lobby continua a controllare scuola, università, servizi, e codice stradale. Censura dei manifesti che non piacciono alla lobby. Indottrinamento nelle scuole e punizione per chi cerca di sottrarsi, per esempio con la scuola parentale.
Il caso di Bibbiano ha svelato meccanismi agghiaccianti. L’assistente sociale Federica Anghinolfi aveva candidamente comunicato a un padre, e per rispetto alla sua privacy non ne faccio il nome, che gli avrebbero tolto i figli perché lo riteneva «omofobo». Per fortuna quell’uomo aveva l’abitudine di portare sempre con sé un registratore. Registrando tutto, è riuscito a salvare la sua paternità. Ora il dubbio si affaccia sulla famiglia del bosco. Nella relazione depositata agli atti di quel procedimento, due aggettivi ricorrono in modo ossessivo: inadeguato e rigido.
Partiamo da «inadeguato». Inadeguato rispetto a cosa? A quale parametro? Nel Terzo Reich erano considerati «inadeguati» come genitori coloro che si rifiutavano di mandare i figli nelle Hitlerjugend, e per questo perdevano la patria potestà. Sotto Stalin i figli dei dissidenti erano incarcerati in orfanatrofi di Stato. Gli assistenti sociali, i giudici e gli psicologi che scrivono la parola «inadeguato» a quale standard si riferiscono? Poi c’è «rigido». Nessuno toglierebbe i figli a un genitore perché insegna in maniera rigida al proprio bambino che non si mettono le dita nella presa. Le regole morali devono essere altrettanto rigide. «Non rubare» è «non rubare». «Non uccidere» è «non uccidere». «Non commettere atti impuri» anche. Tornando alla famiglia del bosco: la parola «rigido», ripetuta in continuazione nella relazione dei servizi sociali, è frutto del caso? La parola rigido (su cosa?) e la parola inadeguato (a che?) sono talmente assurde per giustificare il rendere brutalmente orfani figli di genitori vivi, che l’unica ipotesi che ci fanno venire in mente è che il tema nascosto, il convitato di pietra, siano le tematiche Lgbt. Bibbiano docet.
Ho ascoltato la disperazione di altri genitori resi orfani dei loro figli: lo schema era molto simile alla famiglia del bosco: famiglie cattoliche, con madre che sta vicino ai figli e scuola parentale. Quest’ultima (come il non vaccinare i figli) è diritto garantito dalla Costituzione. Ma ai nostri servivi sociali non piacciono, e allora si interviene levando i figli. È sempre molto forte il sospetto che chiunque eviti le scuole di Stato stia sottraendo i figli alla propaganda gender. Il Ddl Zan non è passato, ma la lobby gay infiltra la chiesa, i servizi sociali e la scuola, dove gli insegnanti sono costretti ad assurdi corsi di aggiornamento sulle tematiche Lgbt, ovviamente le facoltà di psicologia e quelle di scienze sociali, dove le tematiche Lgbt e i gender studies sono spacciati per roba che abbia un qualche senso. È evidente che la sottrazione dei bambini del bosco non abbia alcuna giustificazione, che era già decisa dal primo istante. Non permettere a una bambina con una crisi di dispnea la presenza della madre è un gesto che come medico e come madre non esito a definire feroce. Una ferocia di questo genere non nasce solo dalla sete di denaro che i bambini deportati forniscono: deve avere alle spalle un’ideologia. È evidente che c’è un convitato di pietra. Questo caso è uno spartiacque, quello che permetterà di sottoporre a interrogatorio le mamme e i papà: «Cosa pensa del movimento Lgbt?», «Se suo figlio si dichiarasse transgender, lo farebbe operare?», «Ha qualcosa in contrario al fatto che un adulto maschio travestito da drag queen tenga in braccio sua figlia in una scuola mentre legge una fiaba?». La risposta a queste domande, se giudicata «rigida», determinerà l’inadeguatezza genitoriale, come già avviene in alcuni Stati esteri. Non approvare chi ruba, uccide, mente e commette atti impuri fa anche parte della Legge, la Legge di Mosè, Legge di cui Cristo non ha cambiato nemmeno uno iota. Cristo si è dichiarato figlio del Padre, il Padre è il Signore degli Eserciti e Colui che ha distrutto Sodoma. L’etica non prevede eccezioni, non ammette gradazioni, non si negozia in base alle circostanze. La morale non è un elastico: o è solida, rigida, o è una burla.
- Sono concreti e si trovano sempre in prima linea in ogni crisi. Le femministe pensino di più alle terribili violenze dei maranza.
- Un sessantunenne ha un malore dopo che alcuni giovani lo chiamano «guerrafondaio». Un altro, alticcio, è caduto da un muretto e, dopo un volo di 2 metri, è in pericolo di vita.
Lo speciale contiene due articoli
Che Dio benedica gli alpini. Mio marito è stato sottotenente di complemento degli alpini, per la precisione artigliere da montagna nella divisione Julia. Ho ancora in casa tre cappelli con la piuma, mio figlio ci giocava felice e fiero da bambino. Anni dopo la fine del servizio militare, eravamo già sposati, alcuni dei suoi soldati continuarono a cercarlo. Lo invitarono come testimone di nozze, come padrino di battesimo dei loro figli. Non erano rapporti formali: erano amicizie costruite nella fatica condivisa, nelle marce tra i monti, nelle sere passate dividendo il rancio, spesso integrato con pane, formaggio o qualche pollo comprati con i soldi del sottotenente nelle baite vicine. Sicuramente anche per questo, anni dopo ancora lo invitavano. Mio marito aveva organizzato per i suoi artiglieri un corso base di educazione civica, perché si vota, quando si vota, come è costituito il parlamento, rudimenti di diritto civile e penale, come si scrive una denuncia. Erano giovani uomini che imparavano a fidarsi l’uno dell’altro e a riconoscere il valore della solidarietà. Nel maggio 1976, già sposata ma non ancora laureata, sono partita con alcuni colleghi per il Friuli sbriciolato da un terribile terremoto. Abbiamo portato attrezzature mediche, da cucina e generi di conforto di prima necessità. Ovunque c’erano alpini che scavavano nel fango, insieme ai civili, piangendo insieme a loro, come quando piangendo nel fango avevano scavato sul Vajont nel 1963, o come avrebbero scavato nell’alluvione in Piemonte del 1994.
Questo mio scritto è per esprimere la mia disistima totale assoluta a tutte le protagoniste di quello che sta succedendo a Genova: volantini e fischietti distribuiti per salvarsi dalle «violenze degli alpini». Ho fatto moltissime conferenze per presentare i miei libri, ho girato per tutta l’Italia. Quando potevo giravo in macchina. Le stazioni italiane, soprattutto quelle piccole, soprattutto se deve arrivarci di sera, sono posti estremamente sgradevoli per le violenze verbali, quando non di peggio, delle persone extra europee soprattutto se di religione musulmana. Se un uomo mostra il suo organo sessuale, invitando la donna cui lo sta mostrando, approcciata come «bianca e put… ehm, diciamo di facili costumi, vieni a s…», questa è una molestia. Questo è un insulto, che può facilmente trasformarsi in violenza, quindi abbassi la testa e schizzi via ringraziando che ti è andata bene. A innumerevoli altre donne è andata meno bene. Non è una forma di razzismo gratuito, ma semplicemente la conseguenza di una prescrizione del Corano, quella di umiliare le donne che non appartengono alla fede musulmana. Uccidete gli infedeli ovunque si trovino è uno dei precetti. Umiliate delle donne degli infedeli è un altro dei precetti. Ma per le fanciullette di «Non una di meno», questo va benissimo.
Adesso a Genova, scopro che il problema sono gli alpini. Alla vigilia dell’adunata qualcuno ha scritto «assassini» sulla porta della loro sede in piazza Siziglia. La città è tappezzata di dementi manifesti, «meno alpini, più gattini». «Alpino molesto stai attento», è stato scritto su un muro. Sono state lanciate bottigliette contro un gruppo di alpini seduti un bar. Tutto questo nasce dalle sigle transfemministe, esperte in femminismo misandrico che odiano gli uomini occidentali, ma anche le donne, convive serenamente con la violenza di maranza e mafia nigeriana e trasforma l’adunata degli alpini in un’emergenza nazionale. È con una pugnalata di nausea che leggo i loro slogan. L’alpino fonde le due figure, del guerriero e del protettore, che sono i due pilastri della virilità occidentale cristiana. Intervenuti dopo la catastrofe del Vajont, dopo il terremoto del Friuli del 1976, gli alpini parteciparono alla ricostruzione di interi paesi, organizzando cantieri, assistenza agli sfollati e strutture temporanee. Quel modello di intervento divenne un punto di riferimento per la moderna Protezione civile italiana. Nel terremoto dell’Aquila del 2009 le penne nere tornarono in prima linea. A Fossa, uno dei comuni più colpiti, realizzarono abitazioni, spazi pubblici, una chiesa, aree verdi e servizi destinati alla popolazione. Non solo assistenza immediata, ma ricostruzione concreta e duratura, pensata per restituire dignità e normalità alle comunità colpite. Anche durante le alluvioni che hanno devastato Genova nel 2014, gli alpini furono tra i primi volontari ad arrivare nelle zone sommerse dal fango. Con motopompe, pale e mezzi di emergenza operarono nei quartieri più colpiti, aiutando famiglie, negozianti e anziani a liberare case e strade dall’acqua e dai detriti. Nel 2018, dopo il crollo del ponte Morandi, che causò 43 vittime, le penne nere si mobilitarono nuovamente per sostenere la città. Fornirono assistenza logistica, supporto ai soccorritori e presenza costante accanto alla popolazione in uno dei momenti più drammatici della storia recente di Genova. L’impegno degli alpini, però, non si limita alle catastrofi. In tutta Italia, le sezioni dell’Associazione nazionale alpini organizzano raccolte fondi, assistenza agli anziani, manutenzione di sentieri e rifugi, sostegno durante le emergenze sanitarie e attività sociali nelle piccole comunità. Per questo motivo gli alpini vengono spesso percepiti come un presidio di solidarietà concreta. Il loro intervento non si basa su slogan o campagne mediatiche, ma sulla presenza fisica nei luoghi del bisogno.
Ora la festa è stata infangata. Gratuitamente. Hanno consigliato fischietti da far risuonare in caso di molestie inesistenti, hanno attivato il solito form anonimo per raccogliere testimonianze spazzatura, come già successo a Rimini e altre città, scrivendo il testo con i ridicoli segni dell’inclusività ortografica. Alle altre adunate, le denunce sono state di scemenze, complimenti, non confondibili con aggressioni verbali. Il form era aperto dal giorno prima dell’adunata, nella certezza assoluta che ci sarebbe stato qualcosa da segnalare: la colpevolezza degli alpini è certa, nasce con il loro esistere, essere maschi ed essere alpini. È una diffamazione preventiva costruita con fiumi di segnalazioni anonime che non possono reggere a nessun vaglio giudiziario. In un’epoca in cui tutti hanno un cellulare, il video di un alpino che compie una violenza non c’è. Quello di maranza che accoltellano, feriscono, massacrano ci sono, ma quelli non valgono. Il femminismo misandrico odia sicuramente gli uomini (occidentali cristiani), ma in realtà odia le donne: il suo cavallo di battaglia è l’aborto, la cosa più squallida una donna possa fare. Soprattutto odia la vita e odia la culla della vita che è l’amore tra un uomo e una donna. L’amore nasce dal desiderio che i maschi hanno del corpo femminile. Il testosterone dà ai maschi una libido ben più alta della nostra. Noi dobbiamo restare lucide davanti a un uomo che ci chiede di accompagnarlo anche nella sessualità, per scegliere tra i maschi che ci offrono quello che più ci dà affidamento del fatto che proteggerà noi e soprattutto la nostra prole. Da sempre gli uomini fanno la corte alle donne e da sempre le donne normali sono gratificate da questa corte. Se un uomo dice una donna che è bella, è un complimento non è un insulto. Se la donna lo percepisce come un insulto, evidentemente lei ha dei grossi problemi. Il fatto che alcune donne, la solita minoranza, percepisco un complimento come un insulto, non deve criminalizzare gli uomini che li fanno. Il fatto che addirittura le istituzioni della città si siano unite a questo razzistico provvedimento contro gli alpini dimostra quanto le istituzioni della città siano problematiche. Quando crollò il ponte Morandi a Genova il sindaco Bucci telefonò all’Ana che rispose immediatamente. Speriamo che a Genova non crolli più niente, che non ci siano più alluvioni, che non ci sia più bisogno di spalare nel fango. Nel caso il sindaco Salis, tra una comparsa e l’altra su Vogue, potrebbe telefonare ai centri sociali e alle femministe di «Non una di meno», ma a spalare nel fango le unghie si rovinano, e le foto del micio da mettere sul social in mezzo a cadaveri e macerie non vengono bene. Che Dio benedica gli alpini.
Alpino insultato finisce in ospedale
Alla fine, l’adunata degli alpini è andata come doveva andare. Molte polemiche e nessun problema. Se non quelli creati da chi le penne nere a Genova proprio non le voleva. Nella notte tra venerdì e sabato, un ragazzo e una ragazza di circa vent’anni si sono avvicinati a due alpini e hanno cominciato ad apostrofarli in malo modo, chiamandoli «guerrafondai». Uno dei due, un sessantunenne cardiopatico, si è sentito male e, dopo l’intervento di un’ambulanza, è stato necessario portarlo in ospedale. In ospedale è finito anche un sessantenne, in stato di alterazione etilica, che è precipitato per oltre due metri mentre si trovava seduto su un muretto.
Nonostante le polemiche, gli alpini hanno cantato le loro canzoni malinconiche su amori passati e hanno ricordato i mesi di naja ritrovandosi ancora una volta insieme. E sì: ci hanno certamente bevuto sopra. Sulle polemiche dei giorni passati, quelle per capirci, innescate da Non una di meno, è intervenuto il ministro della Difesa, Guido Crosetto: «Io non penso che gli alpini molestino. Penso che gli alpini siano qua per festeggiare, per essere quello che sono. Poi, magari c'è qualche stupido, e se c'è qualche stupido è giusto che venga ripreso, ma i primi a riprenderlo sono gli alpini». Per il presidente, Giorgia Meloni, gli alpini sono «un corpo che rappresenta coraggio, sacrificio, spirito di servizio e amore per la Patria. Gli alpini sono un orgoglio italiano». Game over. Perché quest’adunata, come le altre del resto, dimostra proprio questo: gli alpini non molestano. Certo, a volte c’è qualche apprezzamento un po’ esagerato, ma le molestie sono un’altra cosa. Una cosa seria. Non come l’iniziativa del centro sociale Aut Aut 357, che ha pubblicato un post in cui afferma: «Genova trasformata in caserma, scuole chiuse, quartieri blindati: ancora una volta l’adunata degli alpini viene imposta come evento di “tutt3”, quando in realtà rappresenta un modello di città militarizzata, escludente e piegata a logiche che nulla ha a che fare con i bisogni reali di chi la vive ogni giorno». Sarà, ma la presenza degli alpini, accompagnata a maggiori controlli da parte delle forze dell’ordine, ha permesso l’arresto e l’espulsione di tre africani che si trovavano illegalmente nel nostro Paese e che spacciavano per le vie della città. Forse per Aut Aut 357 l’assenza di spacciatori non rientra tra i bisogni reali, ma per i genovesi sì. Almeno per quelli per bene. Nel suo post, il centro sociale annota anche che: «Ci raccontano la favola della tradizione, dell’identità, del folklore. Ma dietro le penne nere e le sfilate si nasconde un’occupazione temporanea dello spazio urbano che produce disagi concreti: servizi sospesi, mobilità stravolta, spazi pubblici sottratti alla cittadinanza. (...) Non è solo una questione logistica. È una scelta politica precisa: normalizzare la presenza militare nelle città, renderla familiare, accettabile, persino festosa. È la stessa logica che giustifica l’aumento delle spese militari mentre si tagliano servizi essenziali, che trasforma le città in scenografie securitarie, che abitua all’idea che il controllo e la disciplina siano valori da celebrare». Ora, basterebbe ascoltare una qualsiasi canzone degli alpini per rendersi conto del fatto che disprezzano la guerra, anche se poi quando c’è da combattere lo fanno, anche a costo di lasciare la loro casa, la donna che amano e le loro terre. Come dice G.K. Chesterton: «Il vero soldato combatte non perché odia ciò che è di fronte a lui, ma perché ama ciò che è dietro di lui». Una cosa che chi frequenta i centri sociali, però, non può capire.
«Parli del diavolo e spuntano le corna» è un modo di dire usato quando una persona di cui si sta parlando arriva inaspettatamente. È un’osservazione sull’imprevedibilità del caso, che crea l’illusione che evocando un nome si favorisca la sua presenza. Se interpretiamo il motto letteralmente, arriviamo a una precisa regola esoterica. Evocare il Diavolo, vuol dire aprirgli una porta. Era un discorso metaforico. Era una burla. Era ironico. Era per ridere. Si chiama umorismo nero. Era un discorso meramente culturale. Il Diavolo non distingue l’ironia. Se è stato evocato, lui arriva.
L’idea di evocare il Diavolo, letteralmente o simbolicamente, non è mai stata, un gesto neutro. Né potrebbe esserlo. Anche quando assume i toni del gioco, della provocazione o della posa estetica, porta con sé un’ambiguità profonda: quella di chi crede di dominare un simbolo mentre ne viene, sempre, almeno in parte, trasformato. È su questo crinale che si muove una parte della riflessione raccolta da Cecilia Gatto Trocchi nel suo studio sul Risorgimento esoterico. Il quadro che emerge è quello di un Ottocento attraversato da correnti sotterranee: società segrete, simbolismi, fascinazioni per l’occulto. Non si tratta di un fenomeno marginale, ma di un intreccio che coinvolge anche ambienti colti, intellettuali convinti di poter esplorare, e controllare, territori simbolici pericolosi. In questo contesto, la figura di Satana diventa soprattutto una costruzione letteraria e filosofica. Non il Diavolo teologico, ma un simbolo di ribellione, di sfida, di rovesciamento dell’ordine. È il Satana di Charles Baudelaire, che nelle Litanie di Satana scrive: «O Satana, abbi pietà della mia lunga miseria!». È interessante notare il nucleo: il vittimismo. L’importante non sono le cose, ma il senso che noi diamo alle cose. Ci sono persone come Carlo Acutis o Massimiliano Kolbe che sono riusciti a trovare la gioia anche in situazioni estreme: la morte per leucemia in età giovanissima, il campo di sterminio. La volontà ferrea di cercare il bene, o di non cercarlo, rendono una vita piena o vuota. Dopo averla svuotata, ci si arrabbia con Dio che non ci ha dato abbastanza e ci si rivolge a Satana Qui il male non è adorato ingenuamente: è evocato come figura tragica, specchio dell’uomo moderno, diviso e inquieto e soprattutto, per propria volontà, vuoto. Anche nella tradizione italiana emergono echi simili. In Giacomo Leopardi abbiamo la disperazione. La speranza è una virtù teologale, la disperazione un’arma del «nemico». La speranza è una virtù, deve essere costruita, con pazienza, forza, con un volontà di acciaio. Abbandonarsi alla disperazione, quindi, è una colpa. In effetti si lavora per il «nemico», si ritiene che tutti i doni di Dio, il sole che sorge ogni mattina, l’aria che respiriamo, siano robetta, comunque insufficiente. Leopardi si lascia travolgere dalla tensione verso il negativo. Compose Ad Arimane (1833), un inno in cui invoca l’entità maligna dello zoroastrismo. Al demone, nell’apice del suo pessimismo, chiede la morte arrivando a scrivere «non posso più della vita». L’Inno a Satana di Carducci è una celebrazione della ragione e del progresso, che Carducci crede in contrasto con i dogmi. Sono testi eleganti, colti, che rivelano un atteggiamento tipico della modernità: la convinzione di poter usare simboli estremi senza pagarne il prezzo, di poter «giocare col fuoco» restando indenni.
Nel Novecento, il rapporto tra simbolismo, potere e ideologia assume forme più oscure. Tutti i movimenti politici rivoluzionari, e quindi anticristiani, hanno attinto a immaginari esoterici o mitologici: le componenti esoteriche del nazismo sono molto note mentre molto meno note, ma non meno micidiali, sono quelle del comunismo sovietico.
Con la seconda metà del secolo, il discorso si sposta nella cultura di massa. Dalla musica rock alla cultura pop, simboli legati all’occulto, al mistero o alla trasgressione diventano strumenti espressivi, non a caso spesso accompagnati dalla simpatia per varie sostanze, dalla vecchia cocaina alla nuova Lsd, passando sempre per l’onnipresente cannabis, che è sicuramente innocua, però danneggia la memoria e crea falsi ricordi. La droga, esattamente come il progetto del controllo mentale, fanno parte integrante del satanismo, perché vanno a colpire il libero arbitrio, il più grande dono di Dio. Gruppi come Beatles o Led Zeppelin hanno utilizzato riferimenti simbolici e suggestioni esoteriche, più come linguaggio artistico che come adesione dottrinale. Nel libro Rivoluzione psichedelica, Mario Arturo Iannaccone sviluppa una lettura critica della cultura musicale degli anni Sessanta e Settanta, inserendola dentro un più ampio processo di trasformazione spirituale e culturale. Il rapporto tra musica e satanismo non è trattato in modo sensazionalistico o complottista, ma come parte di un mutamento simbolico: la musica, secondo l’autore, diventa uno dei veicoli privilegiati di una nuova visione del mondo alternativa al cristianesimo tradizionale. Iannaccone collega la nascita della musica psichedelica e rock alla diffusione delle droghe, in particolare l’Lsd, che avrebbe prodotto uno «slittamento dei paradigmi mentali, religiosi e morali». La musica smette di essere intrattenimento, ma diventa uno strumento capace di modificare l’etica e scatenare l’interesse per l’occultismo, che smettono di essere, come sono sempre stati, fenomeni di nicchia e grazie alla musica, ai cantanti, ai video musicali diventano fenomeni di massa, anzi di masse di giovani e giovanissimi.
Il satanismo moderno nasce in élite che hanno letto Carducci, o almeno lo hanno sentito nominare, e diventa appannaggio di semianalfabeti che si formano sui video musicali. Arriviamo quindi al piccolo satanista della porta accanto, non legato a nessuna setta, che si sveglia al mattino per accoltellare qualcuno, dopo essersi formato su internet. Il caso del cantante Marilyn Manson è ancora più esplicito: qui la provocazione diventa parte integrante dell’estetica, una sfida diretta ai codici morali e religiosi. Come molti terapeuti testimonio che in persone predisposte i suoi video possono scatenare scompensi psicotici, e anche a tutti gli altri non è che facciano molto bene. E poi c’è sempre il buon vecchio «effetto Werther», il potere dell’imitazione soprattutto sulle menti deboli. Imitiamo eventi veri, imitiamo serie tv, film, cantanti, e così arrivano il massacro di Sharon Tate, l’assassinio di John Lennon, e migliaia di altri casi, dalle Bestie di Satana a quelli che sparano nelle scuole. Tre giovanissime ammazzarono una suora, suor Maria Laura Mainetti, con numerose coltellate e durante le indagini emerse che le tre vevano costruito una sorta di fantasia pseudo-satanica, parlando di sacrificio al diavolo, senza nessuna vera organizzazione satanista strutturata alle spalle. Basta la musica e si arriva al satanista fai da te. Il satanismo riempie i piani bassi perché è ai piani alti. Un esempio interessante di uso contemporaneo di simboli satanici, è stata l’inaugurazione del Galleria di base del San Gottardo, avvenuta il 1° giugno 2016. Tutto era accuratamente brutto, le coreografie, i costumi, la musica. Simboli satanici, l’occhio di Horus, la piramide, sono ossessivamente presenti in quasi tutti i video musicali contemporanei. Basterebbe osservare il disastro umano, suicidi, morti di overdose, ricoveri in strutture per malattie mentali, di molti artisti per rendersi conto che non siamo dentro discorsi teorici. E qui non abbiamo più i simboli del male, che come simboli di ribellione e trasgressione attraversano tutta la cultura occidentale. Se è nei video dell’industria musicale, non è trasgressione. È potere. Il satanismo è al potere e ha il potere. L’aborto al nono mese, fiore all’occhiello di tutti gli Stati democratici, cosa altro può essere se non il trionfo del satanismo? Parli del Diavolo e spuntano le corna.





