Il termine «mobbing» viene spesso usato in modo generico, ma in realtà indica un fenomeno preciso e complesso, con rilevanza sia giuridica sia clinica.
In ambito lavorativo, il mobbing consiste in una serie sistematica e prolungata di comportamenti ostili, vessatori o umilianti messi in atto nei confronti di un individuo, con l’effetto di isolarlo, delegittimarlo o spingerlo all’allontanamento.
Dal punto di vista tipologico, il mobbing può assumere forme diverse. Si parla di mobbing verticale «dall’alto» quando le condotte vessatorie provengono da superiori gerarchici; è il caso più noto, spesso legato ad abusi di potere. Esiste però anche il mobbing orizzontale, esercitato tra colleghi di pari livello, e una forma meno intuitiva ma altrettanto rilevante: il mobbing verticale «dal basso», quando sono i sottoposti a mettere in atto comportamenti ostili nei confronti di una figura apicale.
Un esempio emblematico di quest’ultima dinamica può verificarsi in contesti altamente esposti al giudizio pubblico, come quello musicale. Si immagini un direttore d’orchestra apertamente contestato dai propri orchestrali, non attraverso un dissenso professionale fisiologico, ma mediante azioni coordinate di delegittimazione. Se a ciò si aggiunge una manifestazione pubblica - ad esempio un applauso plateale, amplificato dai media, nel momento in cui viene annunciata la cessazione del rapporto professionale - si entra in un terreno particolarmente delicato.
In una situazione del genere, infatti, non si è più di fronte a una semplice divergenza artistica o organizzativa, ma a un possibile caso di mobbing con effetti aggravati dalla dimensione pubblica. La lesione non riguarda solo il rapporto interno di lavoro, ma incide direttamente sulla reputazione e sull’immagine professionale del soggetto, con conseguenze potenzialmente durature.
Dal punto di vista giuridico, perché si possa parlare di mobbing è necessario dimostrare alcuni elementi fondamentali: la sistematicità delle condotte, l’intento persecutorio o comunque discriminatorio, il nesso causale tra le azioni subite e il danno riportato. In presenza di questi requisiti, la persona danneggiata può agire per ottenere un risarcimento, che può includere diverse voci: danno patrimoniale (perdita di opportunità lavorative), danno all’immagine e, soprattutto, danno non patrimoniale.
È qui che entra in gioco il profilo clinico. Le condotte di mobbing, soprattutto se protratte nel tempo e accompagnate da umiliazione pubblica, possono generare un vero e proprio danno neuropsicologico. Ansia cronica, disturbi del sonno, depressione, perdita di autostima, fino a forme di disturbo post traumatico da stress: si tratta di conseguenze documentate, che incidono sulla salute mentale e sulla capacità lavorativa dell’individuo.
Il danno neuropsicologico non è un concetto astratto, ma un elemento sempre più riconosciuto anche in sede giudiziaria, laddove supportato da perizie mediche e psicologiche. La compromissione del benessere psichico, soprattutto quando collegata a dinamiche lavorative tossiche, può tradursi in un risarcimento significativo, talvolta molto elevato, proprio in ragione della difficoltà di recupero e dell’impatto sulla vita complessiva della persona.
Nel caso di una delegittimazione pubblica, come quella descritta, il danno può risultare amplificato: alla sofferenza individuale si aggiunge la perdita di credibilità professionale davanti a una platea più ampia. In ambiti come quello artistico o dirigenziale, dove la reputazione è parte integrante del lavoro, questo tipo di lesione può avere effetti particolarmente gravi.
Per questo motivo è fondamentale distinguere tra legittima critica - anche aspra - e comportamenti che, per modalità, intensità e ripetizione, travalicano nel mobbing. La linea di confine non è sempre immediata, ma diventa evidente quando l’obiettivo non è più il confronto professionale, bensì la demolizione della persona.
In definitiva, il mobbing non è solo una questione di conflitti sul lavoro: è una forma di violenza psicologica strutturata, che può produrre danni concreti e riconoscibili, sia sul piano giuridico sia su quello clinico. Ignorarne la gravità o ridurlo a semplice «tensione lavorativa» significa sottovalutare un fenomeno che, soprattutto nelle sue manifestazioni pubbliche, può avere conseguenze profonde e durature.
Ogni possibile allusione al caso Venezi è puramente intenzionale.
Nella saga di Harry Potter, l’Oscuro Signore riesce a sottrarsi alla morte frammentando la propria anima e nascondendola in oggetti malefici, gli Horcrux. Questa immagine letteraria può essere evocata, in senso metaforico, per riflettere su alcune dinamiche della storia contemporanea.
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
Egregio presidente Sergio Mattarella,
mi permetto di rivolgermi a Lei con rispetto e senso delle istituzioni per esprimerLe una profonda perplessità riguardo ai finanziamenti destinati all’Associazione nazionale partigiani d’Italia.
Per l’ennesima volta, in occasione del 25 aprile, abbiamo assistito a una ricorrenza che, anziché essere dedicata al ricordo della vittoria contro il nazifascismo, sembra trasformarsi in un contenitore ideologico in cui si affrontano temi che spaziano dal Vietnam a Gaza, a seconda dei decenni, lasciando in secondo piano il sentimento di gratitudine verso coloro che contribuirono in modo decisivo alla liberazione dell’Italia. Tra questi, gli angloamericani che sbarcarono in Sicilia, anche grazie alla preziosa collaborazione di Suo padre, Bernardo Mattarella. Che Dio lo abbia in gloria. Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà. Dopo ottant’anni, forse è giunto il tempo che i morti seppelliscano i morti e che si possa finalmente giungere a una stagione di pace e compassione. In questo contesto, l’Anpi appare, sotto il profilo anagrafico, sempre più distante dalla realtà contemporanea, e, sotto quello etico, da sempre oggetto di interrogativi. La sua presenza tende a oscurare una verità storica complessa: in Italia vi furono due resistenze, una che contribuì alla liberazione dal nazifascismo, resa possibile anche dall’intervento determinante degli eserciti alleati, e un’altra che operò con l’obiettivo di instaurare una dittatura stalinista, ancor più oppressiva di quella fascista. Ci si domanda allora: chi rappresenta realmente l’Associazione nazionale partigiani d’Italia? Rappresenta la gloriosa brigata Osoppo o coloro che la massacrarono? Non può rappresentare entrambi.
L’Anpi non è un’associazione di ex combattenti. È un’associazione comunista che ha è sempre ha avuto il compito di combattere le battaglie del comunismo e i criminalizzare i nemici del comunismo sovietico, principalmente gli Stati Uniti d’America, principalmente Israele. L’Italia però è stata liberata dagli angloamericani con l’aiuto della brigata ebraica. Grazie all’Anpi la liberazione diventa la festa dei nazifascisti e antisemiti, con criminalizzazione dei loro nemici, statunitensi e israeliani, e beatificazione dei loro alleati, principalmente palestinesi, nella figura del Gran Mufti di Gerusalemme, alleato d’acciaio di Hitler. La liberazione dell’Italia è avvenuta anche grazie all’eroica partecipazione della Brigata ebraica. Le bandiere palestinesi che sventolano puntualmente il 25 aprile sono anche un insulto a tutte le vittime italiane del terrorismo palestinese. Noi non abbiamo mai torto un capello ai palestinesi. Loro sono venuti sulla nostra terra hanno fatto un totale di 48 morti in due diversi attentati a Fiumicino, hanno sparato sui bambini davanti alla sinagoga di Roma, uccidendo il piccolo Stefano Taché, hanno sequestrato l’Achille Lauro, uccidendo un anziano turista. Ricordo che secondo l’ex presidente della Repubblica Cossiga i palestinesi erano coinvolti nella strage di Bologna e ricordo che secondo il generale Laporta i palestinesi erano coinvolti nella strage di via Fani. È giunto il momento che questa data possa essere restituita a un significato più alto e condiviso. Il fascismo è morto ottant’anni fa con il suo fondatore. Chi finge che sia ancora vivo appare, oggi, come chi necessita di una guerra permanente per colmare una mancanza di idee e, soprattutto, di coraggio.
La prego di usare la Sua influenza perché siano bloccati i finanziamenti a un’associazione che non è un’associazione che rappresenta l’Italia, ma è un’associazione di parte, una parte che non esita mai a manifestare il suo odio per i veri nemici del nazionalsocialismo e del fascismo. E, posso aggiungere, non smettono mai di manifestare il loro appassionato affetto per nemici dell’Italia, invasori che sono venuti sulla nostra terra a spararci addosso, mettere bombe, rapire navi, sparare sui bambini, mentre noi eravamo in pace. La cifra risparmiata potrebbe essere usata per le vittime del terrorismo palestinese in Italia e per le vittime del terrorismo politico di matrice italiana e i loro discendenti. Molti terroristi girano sereni per le strade, tra una conferenza e la presentazione di un libro, essendo diventati ex terroristi. Peccato che le vittime non siano diventate ex vittime. I morti sono rimasti morti, gli orfani sono rimasti orfani, gli amputati sono rimasti amputati e i paralizzati sono rimasti sulla sedia a rotelle. Confidando nella Sua sensibilità istituzionale e nella Sua attenzione verso i temi dell’unità nazionale e della memoria condivisa, Le porgo i miei più deferenti saluti.





