Il dottor Nicola Gratteri ha fatto una terrificante lista dei votanti Sì al prossimo referendum sulla riforma Nordio: inquisiti, rei mafiosi, massoni, Willy il coyote, lo sceriffo di Nottingham. La signora Elena Schlein in arte Elly ha sottolineato che Casapound vota Sì, quindi alla lista dei reprobi che votano Sì si è aggiunto il fascismo.
In Italia il fascismo è morto da ottant’anni. Lo sappiamo perché lo ripetiamo con regolarità liturgica, insieme al meteo e alle previsioni sul Pil. E tuttavia, come certi parenti imbarazzanti di cui si evita di parlare ma che continuano a occupare la poltrona buona in salotto, alcune sue strutture sono rimaste. Non per nostalgia, guai, ma per una sorta di affetto istituzionale che nessuno osa confessare. Perché in fondo c’è qualcosa della struttura fascista che piace: questo qualcosa è una statalismo che schiaccia il cittadino, che lo riduce a una foglia sbattuta dal vento. Il fascismo fu alleato del nazismo e poté esserlo perché anche il nazismo aveva la stessa struttura, e il nazismo fu alleato del comunismo e poté esserlo perché anche il comunismo aveva la stessa struttura. Il patto Ribbentrop-Molotov fu un ovvio patto tra sue gemelli eterozigoti per usare la definizione che dà il filosofo Alain Besançon nel saggio Novecento, il secolo del male. La mia teoria è, invece, che si sia trattato di padre e figlio, un padre degenere e un figlio ancora più degenere. Nazismo vuol dire nazional socialismo, mentre il socialismo di Lenin era internazionale e sempre socialismo era, e il socialismo è lo Stato che schiaccia il cittadino perché lo Stato socialista è buono per antonomasia.
Come tutti sanno, il mondo si divide in buoni e cattivi e i buoni decidono chi sono i cattivi. Il patto non spartì solamente la Polonia e già questo sarebbe abbastanza ripugnante da generare nelle persone per bene un rifiuto totale per la falce e martello. La spartizione della Polonia significò milioni di ebrei consegnati ai campi di sterminio, significò la distruzione degli intellettuali polacchi e delle strutture gerarchiche polacche, significò lo sterminio di un milione di cattolici polacchi. Il patto includeva anche la fornitura di materie prima che l’Unione Sovietica vendeva alla Germania nazista a prezzi concorrenziali, materie prime grazie alle quali la Germania hitleriana poteva invadere e massacrare. Vorrei ricordare agli sprovveduti che il patto fu rotto da Adolf Hitler in un sussulto di follia: non furono certo i sovietici a tirarsi indietro.
Il riassunto di tutto questo è che sia i fascisti sia i comunisti amano lo statalismo che schiaccia il cittadino. Per questo ci sono strutture fasciste che sopravvivono. La più elegante di queste sopravvivenze è la non separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Un’invenzione del 1941, concepita in pieno regime e oggi difesa con zelo da chi ama presentarsi come custode esclusivo dell’antifascismo. Ricordo che in Europa solo Italia e Grecia non hanno la separazione delle carriere. Anche francesi, belgi tedeschi norvegesi, inglesi eccetera sono rei, inquisiti, mafiosi, massoni, fascisti, sporchi brutti e cattivi? Torniamo alla storia. Nel 1941 il Guardasigilli Dino Grandi mise ordine nella materia con una chiarezza che oggi definiremmo disarmante: la magistratura è un ordine unico, al servizio dello Stato; il pubblico ministero non è antagonista del giudice. Non antagonista. Non controparte. In un sistema che proclamava «Tutto nello Stato, nulla al di fuori dello Stato», l’idea che accusa e giudizio potessero porsi su piani distinti sarebbe parsa un vezzo anglosassone o peggio americano, una debolezza da società litigiosa.
Lo Stato non si contraddice. Lo Stato converge. Accusa e giudice cooperano. L’ordine si afferma. La frattura è sospetta. Fin qui tutto lineare. Il problema nasce quando il regime scompare ma l’architettura resta. La Repubblica eredita quella struttura unitaria e la colloca dentro un sistema costituzionale che rende la magistratura indipendente dal potere politico. Un’operazione ardita: conservare il telaio pensato per uno Stato totalizzante e privarlo del centro che lo guidava. Il risultato è una creatura giuridica che non trova molti equivalenti comparabili: un pubblico ministero che appartiene allo stesso ordine del giudice, ne condivide carriera e cultura, partecipa allo stesso autogoverno, esercita un potere incisivo sulla vita dei cittadini - intercettazioni, misure cautelari, iniziativa penale obbligatoria - ma non risponde politicamente a nessuno. Il governo risponde agli elettori. Il Parlamento risponde agli elettori. I sindaci rispondono agli elettori. I dirigenti pubblici rispondono disciplinarmente. I cittadini rispondono penalmente. Il pubblico ministero, quando sbaglia gravemente, fa rispondere lo Stato. Il danno viene risarcito con denaro pubblico, cioè sono gli esausti contribuenti che saranno massacrati, mentre la carriera del magistrato non subirà nessun intoppo.
C’è una buffa regola, che recita che chi sbaglia, paga e chi non paga, sbaglia molto perché tanto non ci rimette niente. È un congegno perfetto: massimo potere, responsabilità pochissima. Una macchina istituzionale che combina autonomia elevatissima e conseguenze personali attenuate. Quando qualcuno propone di separare le carriere, cioè di distinguere negli ordinamenti, chi accusa da chi giudica come avviene nei sistemi liberali classici, si grida al pericolo autoritario. Alla deriva illiberale. Al ritorno delle ombre.
Ed ecco la scena più italiana di tutte: si difende come baluardo democratico un impianto concepito per ridurre la dialettica liberale nel processo. Si brandisce l’antifascismo per proteggere una soluzione nata nel 1941. Nei sistemi liberali decenti, l’accusa o è separata dal giudice, oppure è collocata sotto un indirizzo politico che risponde agli elettori. Nei sistemi autoritari novecenteschi, al contrario, la magistratura era concepita come organo unitario dello Stato: accusa e giudizio come funzioni convergenti di un medesimo potere. L’Italia ha scelto una via tutta sua: ha mantenuto l’unità delle carriere, ma senza subordinazione gerarchica all’esecutivo e senza una netta separazione ordinamentale. Ha conservato la struttura dell’unità eliminando il centro politico che la teneva insieme.
Il problema non è l’indipendenza della magistratura, principio sacrosanto. Il problema è l’asimmetria tra forza e responsabilità. Ogni potere democratico vive di equilibrio: autorità e conseguenza, decisione e controllo. Quando la prima cresce e la seconda si assottiglia, l’architettura non crolla, si inclina. E un’inclinazione istituzionale non fa rumore: si percepisce col tempo, come un pavimento leggermente storto che costringe i mobili a scivolare sempre nella stessa direzione. Non serve evocare fantasmi. Basta leggere il 1941 e guardare il 2026. Il fascismo non ritorna. Il fascismo, in certe sue soluzioni tecniche, non se n’è mai andato. È evidente che i nipoti, bisnipoti e cugini di primo e secondo grado del mai veramente defunto compagno Stalin aborrano la separazione delle carriere. La vera abilità retorica sta nel chiamare questa permanenza in una struttura squisitamente fascista «progresso». E nel convincersi che ogni richiesta di equilibrio sia un attentato alla democrazia.
È una specialità nazionale: trasformare un’anomalia in un totem e poi difenderlo con fervore morale. Con aria severa. Con tono pedagogico dei buoni che spiegano ai cattivi perché sono cattivi, in nome della libertà e dell’antifascismo. I cattivi ne hanno abbastanza. E ora il momento è venuto di occuparsi dell’ultima roccaforte di uno statalismo assoluto fasciocomunista, di poteri enormi associati al totale azzeramento delle responsabilità: sto parlano dei servizi sociali.
Il termine autogol nasce dal calcio, quando un calciatore manda il pallone nella propria porta. Fa punto lo stesso, ma per gli avversari. Il termine è stato portato in tutti i campi, soprattutto in politica. L’autogol è quella piccola tragedia comica in cui, tentando di salvarsi, si finisce per affondare da soli. È l’errore di calcolo che smaschera fretta, nervi scoperti e presunzione.
Il 22 e 23 marzo noi elettori saremo chiamati a confermare o a respingere «il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025». Le ragioni del Sì sono granitiche, come quelle verità che in Italia tutti sanno ma fingono di ignorare finché qualcuno non le scrive nero su bianco. Dopo le rivelazioni del dottor Palamara, sappiamo che il sistema delle correnti, da decenni, funziona come una macchina ben oliata che toglie al popolo italiano la fede nella giustizia; e allora il sorteggio, per quanto poco elegante, appare come una finestra spalancata in una stanza dove nessuno arieggiava più. Ancora più solida è l’idea di riequilibrare il potere dei pm, che negli anni si è dilatato fino a diventare una sorta di nube giudiziaria capace di oscurare carriere e reputazioni: riportare tutto a misura d’uomo non è rivoluzionario, è semplice buon senso. Quanto alla responsabilità dei magistrati, il Sì poggia su una constatazione incontestabile: un sistema che non prevede reali conseguenze per gli errori finisce col produrne in quantità industriale. Un organismo esterno, meno corporativo e meno sensibile alle correnti d’aria interne, offrirebbe finalmente quella neutralità che tutti invocano. E il principio garantista resta lì, intatto, protetto dall’articolo 358: come a dire che riformare non significa demolire, ma raddrizzare ciò che da troppo tempo pende. In sintesi, il Sì non è un salto nel buio. È accendere la luce.
Ci stanno garantendo che nel referendum il Sì e il No sono testa a testa, anzi forse i No sono avanti. Quelli che ce lo dicono sono gli stessi che hanno predetto la stratosferica vittoria di Kamala Harris, paragonabile solo a quella altrettanto straordinaria di Hilary Clinton. La battaglia per salvare lo status quo è diventata affannata, con una serie di azioni che in effetti possono essere considerate autogol. Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Napoli, al Corriere della Calabria ha serenamente dichiarato che «per il No voteranno le persone perbene, quelle che credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente». L’affermazione ha scatenato una serie di meme sui social che garantiscono che voteranno Sì Lord Voldemort, l’imperatore cattivo di Guerre Stellari, Luciano Liggio, Jack lo squartatore, Vito Corleone, Don Rodrigo, Sauron dal reame di Mordor, Saruman dal reame suo che avrà anche un nome ma non ce lo ricordiamo, Gargamella, Hannibal Lecter, il capitalismo, il patriarcato, quelli che mettono la panna nella carbonara. Nell’oceano prevedibile delle opinioni pubbliche, le dichiarazioni del magistrato meriterebbero una piccola nota a piè di pagina, o almeno un trafiletto nel registro dell’ironia civile. Non amo i magistrati che esternano, per la stessa ragione per cui non amo gli esorcisti che si fanno riprendere dalle telecamere di Rai 2. Il buon esorcista è quello che non conosciamo, così il buon magistrato: opera nel silenzio, magari un po’ polveroso, senza conferenze stampa, senza sentire il bisogno di chiarirci come il mondo dovrebbe essere secondo lui. I magistrati che parlano, invece, finiscono spesso con il credere alle proprie parole. È un pericoloso effetto collaterale: la vanità giudiziaria. Si comincia con un convegno, si prosegue con un editoriale, e si finisce in prima serata da Fazio. I grandi casi dei grandi errori giudiziari italiani, primo quello di Tortora, avevano avuto un enorme chiasso mediatico. Chiasso mediatico hanno avuto i casi di Garlasco, Avetrana, Olindo e Rosa, e la morte di Yara Gambirasio: esistono addirittura libri che dimostrano come in tutti questi casi siano stati condannati imputati la cui colpevolezza era ben lontana dall’essere dimostrata al di là di ogni ragionevole dubbio.
Riconosco però che il dottor Gratteri ha avuto l’ardire di dire qualcosa di sensato. All’interno di affermazioni sul referendum che qualcuno potrebbe ritenere offensive e gratuite fino all’indecenza, c’è un’affermazione assolutamente veritiera. Non tutta veritiera, ma in parte sì: quella che riguarda il piccolo esercito dei condannati, imputati, redenti e irredimibili che hanno visto la giustizia italiana da dentro. Per esempio tutte le vittime di errori giudiziari, tutto l’esercito di gente normale che si è trovata nell’incubo di essere imputata, per poi essere prosciolta. Qualcuno ha fatto il conto di quanti milioni è costata agli esausti contribuenti italiani questa giustizia, e sono cifre da capogiro, ma ancora più da capogiro sono il dolore, le vite distrutte, l’orrore di mesi passati nelle galere italiane, e l’aggettivo kafkiano, con evidente riferimento al romanzo distopico Il Processo di Kafka, che compare in ogni racconto. Parlare da fuori del sistema giudiziario è un esercizio teorico: si può essere severi, indulgenti, o semplicemente distratti. Ma da dentro, da quel tribunale senza più Crocifisso, si scopre che la giustizia italiana non è un’istituzione: è un sentimento, personale, mutevole e, come tutti i sentimenti, incline alla confusione. Ne so qualcosa. Faccio parte dei condannati che hanno la certezza di aver subito una condanna ingiusta, convinti che, al contrario, la propria condanna sia una medaglia al valore dell’etica.
Altro autogol è stato usare immagini del curling nella campagna per il No al referendum. L’uso non autorizzato di immagini di atleti che non ne sapevano niente ha fatto intuire un’assoluta mancanza di rispetto sia per lo sport che per gli atleti inquadrati.
Io voterò Sì. Capisco che il dottor Gratteri avrà ben altro da fare che leggere queste righe, ma nel caso sono certa che apprezzerà lo sforzo: le ho scritte senza conferenze, senza telecamere, senza applausi e rischiando qualcosa: nel nostro Paese criticare un magistrato vuol dire esporsi a un rischio, come un esorcista vero o come un cavaliere medioevale. Altro storico autogol, storico nel senso letterale, è la tragica vicenda della famiglia nel bosco, distrutta dagli assistenti sociali. Ancora più kafkiano, ancora più atroce: ben più terribile dell’essere incarcerati da innocenti è la sottrazione dei propri figli perché siano rinchiusi in orfanotrofi di Stato di sconvolgente squallore chiamati case famiglia, a mangiare cibo statale, senza rapporti con i genitori: un arbitrio che grida vendetta a Dio. Uno dei quattro peccati che gridano vendetta a Dio è l’oppressione dei senza potere. Mentre fior di intellettuali scrivono tomi su tomi contro la violenza e l’immoralità della società dei consumi, mentre ottimi medici scrivono articoli su articoli sulla pericolosità per la salute dell’esposizione alla maggior parte delle sostanze nuove presenti nel mondo attuale, dalle plastiche ai detersivi industriali, mentre ogni pedagogista degno di questo nome segnala il pericolo, anzi il danno, dell’allontanare il bambino piccolo dalla madre, gli assistenti sociali hanno massacrato la famiglia che stava facendo lo sforzo di offrire ai propri figli quella che secondo la loro scienza e coscienza era la situazione migliore. La famiglia nel bosco è il punto di non ritorno, quello che non sarà tollerato. Leggi arriveranno a tutela dei bambini e delle famiglie. Il popolo non ne può più. Il momento è venuto di cambiare le leggi. Dopo la riforma Nordio, arriverà quella dei servizi sociali.
- Periodi limitati di astinenza dal cibo possono attivare meccanismi cellulari benefici per l’organismo. È il caso, ad esempio, del digiuno cristiano che anticipa il Natale o la Pasqua. Ma nel mondo musulmano non è così: si è obbligati alla disidratazione.
- Iniziano le pulizie del sito, ma dalla Lega Cisint alza il muro: «Pronti a bloccare i lavori».
Lo speciale contiene due articoli.
L’episodio evangelico in cui Gesù afferma che «questa specie di demòni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno» (cfr. Vangelo secondo Marco 9,29) è stato tradizionalmente interpretato in chiave spirituale. Nella storia del cristianesimo, il digiuno e la preghiera sono stati considerati strumenti di disciplina interiore, di rafforzamento della volontà e di purificazione. Oggi, tuttavia, è possibile analizzare queste pratiche anche dal punto di vista scientifico, distinguendo con chiarezza i dati comprovati dalle interpretazioni simboliche o teologiche, ma il digiuno determina importanti processi biologici, autofagia e apoptosi, fondamentali per la nostra salute.
Negli ultimi decenni la ricerca biomedica ha studiato con crescente interesse gli effetti del digiuno controllato e della restrizione calorica sull’organismo. È noto che periodi limitati di digiuno possono attivare meccanismi cellulari come l’autofagia, un processo di «riciclaggio» intracellulare descritto in modo approfondito dal biologo Yoshinori Ohsumi, premio Nobel per la medicina nel 2016. L’autofagia consente alla cellula di eliminare componenti danneggiati e di ottimizzare le risorse energetiche. L’apoptosi, invece, è un meccanismo di morte cellulare programmata già intrinseco all’organismo, fondamentale per lo sviluppo e per la prevenzione di proliferazioni anomale.
Alcuni studi suggeriscono che specifici regimi di restrizione calorica possano influenzare vie metaboliche coinvolte nella regolazione della crescita cellulare. Il cancro è una patologia complessa, con basi genetiche e molecolari articolate, e richiede trattamenti oncologici validati, per i quali il digiuno può essere un coadiuvante metabolico. La preghiera diminuisce lo stress e potenzia il sistema immunitario. La preghiera è stata oggetto di studi nell’ambito della psiconeuroimmunologia. Stati mentali caratterizzati da raccoglimento, riduzione dello stress e percezione di senso possono modulare parametri fisiologici, inclusi i livelli di cortisolo, e alcune risposte immunitarie. Le endorfine, oppioidi endogeni prodotti dal sistema nervoso centrale, sono associate alla fede profonda e contribuiscono alla regolazione dello stress. Il digiuno nella tradizione cristiana è per l’uomo non contro l’uomo.
Nel Chiesa cattolica e nelle Chiese ortodosse il digiuno ha una lunga storia. Prima del Concilio Vaticano II, l’astinenza dalle carni il venerdì rappresentava una pratica regolare, cui si aggiungevano periodi penitenziali come l’Avvento e soprattutto la Quaresima. Dal punto di vista nutrizionale, una moderata restrizione periodica può avere effetti metabolici benefici. Nel digiuno cristiano tradizionale sono sempre consentiti l’acqua e i liquidi. Storicamente, alcune bevande come la birra monastica avevano funzione calorica di sostegno durante periodi di alimentazione ridotta. La quaresima è quindi un dono.
Il rapporto tra Ramadan e salute vale la pena di essere esplorato. Il Ramadan prevede l’astensione da cibo e bevande dall’alba al tramonto. Il Ramadan, quindi obbliga alla disidratazione. Le conseguenze dipendono dalle condizioni individuali e ambientali. Se il Ramadan capita durante il periodo di inverno/primavera come quest’anno, le ore di disidratazione sono poche: le giornate sono corte e la disidratazione non è peggiorata dall’afa.
Quando il Ramadan cade d’estate con giornate lunghe e sole cocente le conseguenze per rene e cervello possono essere devastanti. La capacità di concentrazione crolla, il dato è talmente ovvio, talmente ufficiale, che presidi e autorità scolastiche, spesso fisicamente le stesse persone che hanno vietato presepi e crocefissi, raccomandano di evitare verifiche e interrogazioni agli studenti. C’è un innegabile aumento di incidenti stradali e incidenti sul lavoro. Fareste operare vostro figlio da un cardiochirurgo che non mangia e soprattutto non beve da dieci ore? Quello che cambia è la dimensione pubblica e culturale.
La Quaresima, nel cristianesimo, è tradizionalmente un tempo di raccoglimento personale; il Ramadan, non solo nelle società a maggioranza musulmana, è sempre un carattere comunitario che esula dalla sola dimensione religiosa. Tradotto in parole povere: chi viola il Ramadan, anche se non islamico, e si fa pescare a mangiare o bere un sorso d’acqua da una fontanella, viene bastonato in Iran, Arabia Saudita, Afganistan eccetera, ma anche nelle strade di Parigi, Bruxelles o semplicemente sui nostri bus scolastici. In Francia e Gran Bretagna è raccomandato ai poliziotti di non osare bere e mangiare in pubblico durante il Ramadan. È raccomandato anche a quelli non islamici ed è raccomandato ovunque, non solo nei quartieri islamici.
Quest’anno Quaresima e Ramadan cominciano lo stesso giorno. Innumerevoli personaggi, sindaci, presidi, assessori si sono precipitati nel loro delizioso spirito di inclusione ad augurare buon Ramadan ma hanno evitato nel loro delizioso senso di laicità di augurare buona Quaresima. Sembra ogni anno più vera l’ipotesi sostenuta da Bat Ye’or nel libro Eurabia e Oriana Fallaci in La forza della ragione, e cioè che a partire dagli anni Settanta l’Europa avrebbe stretto un’alleanza politico-culturale con i Paesi arabi (nell’ambito del dialogo euro-arabo successivo alla crisi petrolifera del 1973), che avrebbe progressivamente favorito l’immigrazione dai Paesi musulmani, concessioni politiche e culturali al mondo arabo, un indebolimento dell’identità europea. Secondo l’autrice, il momento chiave sarebbe stato un incontro del 1974 a Bruxelles nell’ambito del Dialogo Euro-Arabo promosso dalla Comunità economica europea.
Ma il vento sta cambiando. E la stessa Europa che ha vinto a Lepanto e a Vienna sta scoprendo di non avere molta voglia di permettere chi i propri figli siano presi a pugni sui bus scolastici se non rispettano le norme contro l’uomo di una religione estranea.
I bengalesi vogliono la loro moschea. Presentato il progetto nel Veneziano
I lavori di sgombero dell’area dell’ex segheria Rosso di via Giustizia, a Mestre, da anni ritrovo di tossicodipendenti e senzatetto, sono iniziati alla grande. Operazione pulizia di circa 8.000 metri quadrati, dove al posto di edifici fatiscenti dovrebbe sorgere una grande moschea. È il sogno della comunità islamica bengalese, che messo mano al portafoglio sta finanziando i lavori in attesa che possa esserci una variante di destinazione d’uso della zona, da commerciale a luogo di culto, e che ci sia il parere favorevole delle Fs per la vicinanza alla linea ferroviaria. «Faremo tutti i passi con calma, rispettando tutte le normative. Ora ci sono le elezioni e non ha senso presentare nulla, ma con la prossima amministrazione andremo avanti», ha dichiarato al Gazzettino Prince Howlader, presidente dell’associazione Giovani per l’umanità e promotore del progetto che vuole dare una moschea ai connazionali di Mestre e Marghera. L’ennesima invasione islamica? Di certo, Howlader è una figura a sé stante. Nato in Bangladesh nel 1993, a Mestre dall’età di sette anni, di professione informatico e proprietario col fratello di una società che fornisce servizi ai connazionali, è tra i candidati di Fratelli d’Italia alle elezioni comunali del prossimo maggio. Quella bengalese è la comunità straniera più numerosa a Venezia, sono circa 20.000 e Howlader potrebbe contare sui 3.500 voti di coloro che hanno accesso alle urne. Tutti, scalpitano per avere una moschea. «Tanti nostri imprenditori sono di destra e finalmente ora abbiamo un confronto con la destra. Ci troviamo sui valori: rispettare le regole, essere cittadini perbene, non commettere reati, tenere alla famiglia», affermò un anno fa in un’intervista sul Corriere del Veneto. Lo scorso maggio, la fondazione che fa capo alla comunità bengalese firmò il preliminare d’acquisto con i proprietari dell’ex segheria, versando un anticipo di 150.000 euro su 1,5 milioni di euro. Con le elezioni alle porte, l’imprenditore fa sapere: «Presenteremo successivamente il progetto aspettando la futura amministrazione», confermando che la moschea «dovrà essere abbastanza grande per accogliere almeno 2.000 persone, e ci saranno servizi e parcheggi».Subito si è fatta sentire la Lega, per voce dell’europarlamentare Anna Maria Cisint. «In via Giustizia non potrà sorgere nessuna moschea, perché non esiste alcuna variante né autorizzazione per la destinazione a luogo di culto. E finché la Lega governerà questa città e ne avrà la forza, questo non accadrà», ha dichiarato ieri. Ha poi ribadito che «senza la sottoscrizione di un accordo con lo Stato italiano, nel quale si ribadisca in modo chiaro e inequivocabile che l’islam deve rispettare la Costituzione, le nostre leggi e i nostri valori, nessuno spazio può essere concesso all’islam. Stiamo predisponendo un pacchetto normativo che preveda l’istituzione di un registro dei luoghi di culto, definendone il perimetro della legalità attraverso regole chiare e la sottoscrizione di una “Carta dei valori”, che imponga il rispetto incondizionato della legge italiana e il ripudio esplicito di tutte le norme del Corano incompatibili con la nostra Costituzione». Intanto, al Comune di Venezia dicono di non aver ancora visto l’ombra di un progetto di moschea, nessuna richiesta è stata protocollata. I tempi per una variante sono lunghi e con l’attuale legge regionale del Veneto occorre pure una delibera per la trasformazione in luogo di culto. Sempre che l’operazione non venga bocciata.





