Se qualcuno si azzarda a parlare del razzismo di Karl Marx, e del suo nauseante antisemitismo, scattano le accuse rituali di «strumentalizzazione» e «decontestualizzazione».
Eppure la domanda è semplice, elementare, quasi banale: quanto Marx, il padre del comunismo, il pensatore più citato del XX secolo, l’uomo le cui idee hanno dominato mezzo mondo e ispirato rivoluzioni, era razzista e antisemita? E quanto tutto questo è scolato nei suoi figli di primo e secondo letto: comunismo sovietico, nazionalsocialismo tedesco, fascismo (che non era certo un movimento conservatore, ma un movimento rivoluzionario fondato da un socialista), femminismo e omosessualismo? Le bandiere israeliane cacciate da pride e cortei di isteriche che invocano l’aborto come vittoria etica, il bestiale disinteresse a burka e lapidazioni, l’immonda indifferenza allo sterminio di gay non bianchi come quelli palestinesi o iraniani, non sono casuali e non sono contraddizioni: nascono dal razzismo e dall’antisemitismo di Marx. E i documenti per dimostrarlo non mancano.
Nel 1843, a soli 25 anni, Marx scrisse Zur Judenfrage (Sulla questione ebraica) - pubblicato a Parigi l’anno successivo sul Deutsch-Französische Jahrbücher, il saggio che nessuno vuole leggere. Il testo è ufficialmente presentato come una risposta al filosofo Bruno Bauer, una riflessione sull’emancipazione politica e sulla modernità, ma chiunque lo legga con occhi non bendati da fede ideologica si trova di fronte a qualcosa di ben più inquietante. Marx, figlio di una famiglia ebraica, il vero cognome era Mordechai, il cognome del padre. La famiglia si è convertita al protestantesimo e ha cambiato non solo religione, ma il cognome dei suoi componenti. Marx perde la sua religione, il suo cognome, la sua identità. Il suo sogno diventa sottrarre a tutte le creature umane religione e identità. In particolare odia gli ebrei. Scrive degli ebrei come fossero l’incarnazione vivente del Male capitalista. Il denaro è il «dio mondano» degli ebrei, scrive. La loro religione è «religione pratica», «egoismo pratico». L’essenza dell’ebraismo? Il traffico, il guadagno. Il Dio degli ebrei? Il denaro. Parole che, pronunciate da chiunque altro in qualunque altro contesto, farebbero alzare immediate denunce per incitamento all’odio. I difensori d’ufficio del profeta di Treviri hanno da sempre una risposta pronta: era una critica filosofica, non un attacco razziale; era una metafora del capitalismo, non un giudizio sugli ebrei reali. Ma questa difesa è un esercizio di acrobazia intellettuale che non regge all’analisi testuale.
Quando Marx scrive che «l’emancipazione degli ebrei è l’emancipazione dell’umanità dall’ebraismo», sta dicendo che la liberazione dell’uomo richiede la sparizione della cultura e dell’identità ebraica. È una sentenza di morte culturale mascherata da filosofia. Nelle lettere private la maschera cade definitivamente. Se nei testi pubblici Marx poteva ancora nascondersi dietro le astrazioni filosofiche, nelle lettere private la maschera cade del tutto. La corrispondenza con Friedrich Engels è uno specchio impietoso dell’anima del filosofo. Ferdinand Lassalle, leader del movimento operaio tedesco, era di origini ebraiche. Marx lo chiamava sistematicamente con soprannomi degradanti, riferendosi alla sua «origine negra» e al suo aspetto fisico con un disprezzo che oggi definiremmo senza esitazione razzismo biologico. Non una volta, non per uno sfogo momentaneo: ripetutamente, ossessivamente, con quella cattiveria sistematica che non è il frutto di una giornata storta ma di un convincimento profondo. Engels non era da meno. La corrispondenza tra i due è costellata di osservazioni sprezzanti su popolazioni slave, su africani, su asiatici. Un etnocentrismo brutale, non il lieve etnocentrismo che può essere perdonato a uomini del loro tempo, ma qualcosa di più duro, di più convinto, di più ideologicamente strutturato.
C’è poi la questione delle «razze senza storia», una delle teorie più perturbanti del pensiero marxiano. Marx ed Engels erano convinti che certi popoli - i cechi, gli slovacchi, i croati, i serbi, le popolazioni slave in generale - fossero «residui di popoli» destinati a scomparire sotto la marcia della storia. Popoli senza futuro, senza missione storica, condannati all’estinzione o all’assorbimento da parte delle «nazioni storiche» come tedeschi e francesi. Questo non è un dettaglio marginale. È una teoria che ha le stesse radici concettuali del pensiero razzista ottocentesco, e che si traduce in conseguenze politiche concrete: alcune popolazioni non meritano di esistere come entità culturali autonome. Il comunismo, nella sua forma originaria, non era l’internazionalismo romantico che i suoi eredi ci hanno venduto. Era una visione gerarchica della storia in cui alcuni popoli contavano e altri no. Quando Iosif Stalin ha sterminato i Tatari della Crimea, nella decisione è sicuramente presente Marx.
C’è qualcosa di tragicamente ironico in tutto questo. Karl Marx era ebreo per origine, figlio e nipote di rabbini, discendente di una lunghissima catena di studiosi della Torah. Suo padre Heinrich si era convertito al protestantesimo per ragioni opportunistiche, per poter esercitare la professione legale in una Prussia che non ammetteva ebrei al foro. Karl era cresciuto in un ambiente in cui l’identità ebraica era qualcosa da nascondere, di cui vergognarsi, da cancellare. Questa vergogna - perché di vergogna si tratta - non è rimasta privata. Si è trasformata in teoria, in filosofia, in ideologia. L’odio di Marx per l’«ebraismo» è, almeno in parte, l’odio di un uomo per la propria origine rinnegata. Gli psicologi la chiamerebbero odio introiettato. Ma, qualunque nome le si dia, le parole restano scritte, le idee restano formulate, e le conseguenze di quelle idee sono state tragicamente concrete nel corso del Novecento.
Perché allora di tutto questo si parla così poco? Perché il razzismo e l’antisemitismo di Marx sono argomenti accuratamente evitati nei corsi universitari, nelle antologie scolastiche, nei dibattiti pubblici? La risposta è semplice quanto imbarazzante: perché il comunismo non è mai morto; è crollato un muro a Berlino, certo, ma il mostro è sempre vivo e vegeto, cambia solo colore, dal rosso al glitterato arcobaleno, ma è sempre lì. E dato che il mostro continua a occupare con il suo enorme deretano il seggio della cultura che scricchiola malamente sotto il suo peso, fanno comodo il silenzio e la rimozione.
Il marxismo ha costruito la propria identità morale sulla lotta contro lo sfruttamento, sul riscatto degli oppressi, sull’internazionalismo. Ammettere che il padre fondatore era un razzista e un antisemita smonta questa identità dalle fondamenta, e obbliga a un esame di coscienza che la sinistra ha sempre preferito evitare, analisi che arriverebbe inevitabilmente anche all’odio per Israele. È molto più comodo accusare di razzismo il proprio avversario politico che guardare nel proprio specchio ideologico. È molto più rassicurante santificare Marx piuttosto che leggerlo davvero, tutto, comprese le parti scomode. E così, generazione dopo generazione di intellettuali, professori, giornalisti e attivisti ha praticato la rimozione sistematica di documenti che sono lì, disponibili, verificabili, incontrovertibili.
«Figli e figliastri». Si usa questa maniera di dire per indicare una disparità di trattamento fra figli da parte di una madre, oppure anche fra cittadini da parte della madrepatria. Ci sono notizie che indignano.
E poi ci sono notizie che non solo indignano, ma cambiano il modo con cui guardi le istituzioni. La vicenda di Henry Nowak appartiene alla seconda categoria. Henry aveva 18 anni. Stava tornando a casa quando fu aggredito e accoltellato più volte da Vickrum Digwa. Fin qui siamo davanti a un tragico fatto di cronaca, uno dei tanti episodi di violenza che purtroppo colpiscono le città europee. Quello che rende il caso sconvolgente è ciò che accadde dopo. Secondo quanto emerso nel processo e dalle immagini diffuse di recente, l’aggressore sostenne di essere stato vittima di insulti razzisti. Gli agenti arrivati sul posto credettero inizialmente alla sua versione. Henry, gravemente ferito da 14 coltellate, e ormai in fin di vita, venne ammanettato mentre cercava di spiegare di essere stato accoltellato e di non riuscire a respirare. Si tratta della stessa frase «non riesco a respirare» detta del pregiudicato George Floyd nel 2020 che ha scatenato il movimento Black Lives Matter, «Le vite dei neri contano». Le vite dei neri contano, mentre quelle dei bianchi non tanto a quanto sembra.
Il fatto che una simile sequenza di eventi sia potuta accadere dovrebbe interrogare chiunque, indipendentemente dalle sue idee politiche. Perché la domanda non è se Henry fosse di destra o di sinistra, e non è nemmeno se siano esistiti o meno insulti precedenti all’aggressione. La domanda è molto più semplice: i bianchi sono esseri inferiori? Solo un essere inferiore può essere ammanettato agonizzante per l’accusa di aver insultato. Poteva succedere ad un nero nella Georgia di Via col vento, poteva succedere ad un ebreo nella Germania hitleriana. Come può una società civile arrivare al punto di considerare sospetto il ragazzo che sta morendo dissanguato? La fiducia nelle istituzioni si fonda su un principio elementare: la legge deve essere uguale per tutti. O per lo meno dovrebbe fare un tentativo di apparire tale. Questo principio è stato abbattuto. Quando i cittadini iniziano a capire che alcune accuse vengono credute automaticamente e altre vengono ignorate; quando vedono che l’identità delle persone conta più dei fatti, quando osservano funzionari pubblici incapaci di distinguere una vittima da un aggressore, allora viene minata la fiducia nelle istituzioni.
Ed è qui che il caso Henry Nowak assume un significato più ampio. Negli ultimi anni il Regno Unito è stato attraversato da un dibattito sempre più acceso sull’immigrazione, sulla sicurezza e sulla libertà di parola. L’attacco di Southport del 2024, nel quale tre bambine bianche furono uccise (e altre bambine tutte bianche furono ferite durante una lezione di danza che includeva allieve di tutte le etnie) da Axel Rudakubana, ha rappresentato uno dei momenti più traumatici di questa fase storica. L’orrore dell’evento scatenò proteste, scontri e un’ondata di sfiducia verso le autorità. Era impossibile non vedere la matrice razzista del gesto. In quella scuola c’erano bimbe di tutte le sfumature, ma solo quelle bianche sono state accoltellate. Chi ha negato la matrice razzista dell’attacco ha mentito. Molti cittadini accusarono istituzioni e media di non essere stati abbastanza trasparenti sulle informazioni disponibili e di affrontare il dibattito pubblico con criteri differenti a seconda dei soggetti coinvolti. Ma la democrazia inglese non sembra preoccuparsi molto anche quando milioni di persone smettono di credere che le regole vengano applicate in modo neutrale. Ha brillantemente risolto il problema paralizzando la libertà di espressione. Nel Regno Unito numerosi cittadini sono stati perseguiti penalmente per contenuti pubblicati online, in particolare quando tutti i contenuti che criticano l’immigrazione, la discriminazione contro gli autoctoni, la perdita di qualsiasi straccio di sicurezza, vengono considerati discorsi di odio idonei a incitare disordini o violenze. Le autorità sostengono che si tratti di misure necessarie per mantenere l’ordine pubblico nell’era dei social network. Buffo che le pagine social islamiche possano serenamente minacciare morte e distruzione a interi Stati e gruppi etnici, gioire felici di ogni atto di terrorismo nel mondo, riportare i video dei massacri del 7 ottobre. Molti cittadini si sono resi platealmente conto che il confine tra repressione dell’incitamento alla violenza e repressione del dissenso politico è stato abbondantemente superato. E da tempo.
Una società decente deve essere in grado di discutere di immigrazione, integrazione, criminalità e identità nazionale senza che ogni critica venga automaticamente equiparata all’odio. Una società indecente ha invece bisogno di questa equiparazione. Ora la perdita di credibilità delle istituzioni diventa grave a tal punto che il rischio di odio e disordini diventa veramente reale. Quando i cittadini smettono di fidarsi della polizia, dei tribunali, dei governi e dei media, il rischio è reale: solo ristabilendo in pieno la libertà di espressione e di critica si può risalire la china. Una società decente si riconosce nelle tragedie e nel modo di affrontarle. Ammanettare un ragazzo che sta morendo dopo essere stato accoltellato è un errore talmente grave da meritare verità, giustizia e assunzione di responsabilità. In questo momento, non sta succedendo.
Particolarmente drammatica in Italia la disparità di trattamento emotivo ma anche penale tra l’attentatore di Modena – che all’inizio la maggioranza dei commentatori e lo stesso vescovo di Modena si sono precipitati a descrivere come una vittima della società che ha avuto un attimo di intemperanza – e la cittadina italiana che a Viareggio dopo aver subito una rapina, mentre era ancora in una fase di paura di tale violenza da escludere il pensiero, ha investito il suo aggressore. Per lei è stato chiesto l’ergastolo, benché si tratti di un omicidio sicuramente non premeditato e commesso in una situazione di terrore, che quindi deve far parte del concetto di legittima difesa. L’aggressore in quel momento aveva in mano la sua borsa, il suo indirizzo, le sue chiavi. L’aggressore era il suo persecutore e c’era il rischio che lo sarebbe stato anche in futuro. A questo punto, dobbiamo tenere conto del dubbio etico che insegna il filosofo Immanuel Kant: cosa succederebbe se tutti facessero la stessa cosa? Cosa succederebbe se tutti uccidessero il proprio aggressore, se ogni donna uccidesse l’uomo che l’ha aggredita? Non ci sarebbero più aggressioni. È ovviamente un pensiero paradossale, ma è comunque un paradosso interessante. Quando in una società i figliastri sono gli appartenenti a una minoranza, abbiamo una discriminazione razziale. Quando i figliastri sono invece la maggioranza, abbiamo un’occupazione militare.
Noi siamo sotto occupazione militare. Gli immigrati sono la nuova razza ariana. Poliziotti e carabinieri sono costretti a eseguire ordini che discriminano pesantemente gli autoctoni, quindi si comportano da esercito occupante. Il fiume di soldi che arriva dai luoghi dei petroldollari, ma anche da filantropi che sprigionano bontà come Soros con la sua Open Society, hanno corrotto le gerarchie politiche, accademiche e purtroppo anche ecclesiastiche. Tutti gli altri si muovono per conformismo. In Gran Bretagna migliaia di ragazzine bianche sono state stuprate da pachistani per anni e i ragazzi bianchi sono normalmente accoltellati per strada. Cominciamo a pretendere una giustizia uguale per tutti e, nel frattempo, impariamo a batterci fisicamente e a girare con un giubbotto anti accoltellamento. Just in case. Non si sa mai.
Ben due persone mi hanno ringraziato per aver fatto loro scoprire Eugenio Corti, grazie a un articolo sulla Verità. A Eugenio Corti risultano intitolate sostanzialmente zero scuole statali di rilievo nazionale; non emergono istituti scolastici ufficiali che portino stabilmente il suo nome.
A Pier Paolo Pasolini risultano invece intitolate, che io sappia, almeno tre scuole, come riportato anche da varie fonti culturali e giornalistiche: una a Milano, una a Potenza e una a Pordenone.
Questo dato, al di là delle simpatie personali, apre una riflessione interessante sul modo in cui l’Italia costruisce il proprio pantheon culturale. È inevitabile che Pasolini venga celebrato: in quanto cantore del comunismo è considerato un autore enorme, uno dei più influenti del Novecento italiano, capace di attraversare poesia, cinema, saggistica e critica sociale. In realtà è uno scrittore mediocre, nulla di quello che ha scritto è neanche lontanamente avvicinabile a Il cavallo rosso di Eugenio Corti. Come regista Pasolini è semplicemente inguardabile, ma non c’è limite a quanto tu possa essere mediocre: se sei iscritto al Partito comunista, tutto ti sarà perdonato.
Il fratello di Pier Paolo Pasolini, Guidalberto, eroico partigiano della divisione Osoppo, fu massacrato a Porzûs dai partigiani comunisti. Quando Pasolini elogia come forma di «onestà» il Partito comunista italiano, sta elogiando gente che con un attacco di una vigliaccheria ripugnante ha massacrato anche suo fratello: un personaggio di straordinaria etica, Pier Paolo Pasolini. I suoi film alternano primi piani dell’organo sessuale maschile (visto uno, visti tutti) alla straziante recitazione di gente che non sa recitare (ancora più inespressiva del succitato organo sessuale maschile), primo tra tutti Ninetto Davoli con eterno sorriso di ordinanza. Un film come Salò può essere concepito solo da una mente strutturalmente deforme. Ci sono forti sospetti su una predizione di Pasolini per persone molto giovani per atti erotici, ottenuti tramite la corruzione del denaro. È il caso di intitolare una scuola a un individuo su cui aleggino questi sospetti? Il problema nasce quando il criterio della memoria pubblica sembra diventare selettivo non sulla qualità dell’opera, ma sulla conformità ideologica al clima culturale dominante.
Eugenio Corti è stato autore di un romanzo monumentale come Il cavallo rosso, tradotto all’estero, ammirato da critici internazionali, considerato da molti uno dei grandi romanzi europei del secondo dopoguerra. Era un intellettuale rigoroso, con una visione storica fortissima, una prosa ampia, una straordinaria capacità narrativa. Ma era anche apertamente antimarxista, cattolico, critico verso il comunismo novecentesco. Il suo dramma Processo e morte di Stalin mette a fuoco un punto fondamentale: il comunismo non è stato solo feroce, è stato ridicolo. Il comunismo internazionale dell’Unione Sovietica e il nazionalsocialismo della Germania nazista, sono entrambi ridicoli. Il film più lucido sul nazismo è La caduta, gli ultimi giorni di Hitler (2004 diretto da Oliver Hirschbiegel). Nelle prime scene del film, vediamo Hitler, nel suo bunker accerchiato dall’Armata rossa, che fantastica sul contrattacco di divisioni inesistenti, mentre un gruppo di generali resta terrorizzato sull’attenti davanti a questo ometto chiaramente squilibrato. La scena è usata in innumerevoli video comici su Youtube. Si tiene l’originale audio in tedesco, e si cambia il testo dei sottotitoli: Hitler è furibondo perché è uscito greco alla maturità; Hitler è arrabbiato perché la Roma ha perso contro la Lazio; eccetera. In questi video si intuisce la spaventosa valenza comica della scena originale, questo ometto che farnetica idiozie senza che nessuno dei generali che lo circonda tiri fuori la pistola e risolva le sorti di Berlino piantandogli due proiettili nel cranio.
Sulla morte di Stalin esiste un unico film, che io sappia, Morto Stalin se ne fa un altro (2017, diretto da Armando Iannucci), ed è un film di umorismo grottesco, dove però tutta l’idiozia e tutta la ferocia di Stalin saltano fuori. L’idiozia e la ferocia di Stalin, come la nauseante vigliaccheria di tutti coloro che lo circondavano, sono magistralmente descritte nel libro di Corti. Quando parlate con un comunista, chiunque abbia avuto la tessera del Pci, chiunque li abbia votati, ricordatevi che è gente il cui giornale, L’Unità, ha titolato alla morte di Stalin : «È morto il più grande benefattore dell’umanità». Veramente abbiamo lasciato in mano a questi tizi, di cotale capacità cognitiva, la gestione della cultura? Un signore di Arcore, brava persona e per molti versi persona notevole, usava dire: «Siete ancora e sempre dei poveri comunisti», vale a dire delle persone convinte che un sanguinario criminale i cui numeri fanno impallidire quelli di Hitler ( ma non quelli di Mao) fosse un benefattore.
Eugenio Corti, come anche Giovannino Guareschi, osa sottolineare l’assoluta imbecillità del comunismo sovietico, e quindi di tutti i suoi figli e figliastri. E questo, nel sistema culturale italiano nato nel dopoguerra, ha pesato enormemente. Per decenni in Italia la legittimazione culturale è passata attraverso ambienti nei quali l’egemonia marxista o postmarxista era fortissima: università, editoria, giornalismo culturale, cinema, scuola. Non serviva necessariamente essere grandi; bastava stare dentro un certo orizzonte. Al contrario, chi ne stava fuori doveva essere eccezionale per ottenere anche solo una minima attenzione. E a volte non basta nemmeno essere eccezionali . Ora tutto questo è peggiorato, e si è aggiunto anche il delirio woke. Pasolini, comunista, sodomita, e con forti sospetti di tendenze pedofile, risulta essere il meglio del meglio. Così accade che figure di area progressista vengano spesso assolte dalle loro contraddizioni private, morali o intellettuali in nome del loro ruolo simbolico, mentre figure conservatrici o antimarxiste debbano continuamente giustificare la propria esistenza culturale. Pasolini stesso, non sarebbe certo stato insofferente verso questa canonizzazione automatica. Era un intellettuale falsamente scomodo, sempre molto poco critico verso la sinistra italiana, con critiche chiaramente di facciata.
Il sistema culturale ha trasformato il «Pasolini eretico» in un’icona rassicurante, mentre autori come Corti restano confinati in nicchie culturali, nonostante la statura letteraria. Il punto è chiedersi perché in Italia il talento venga sempre filtrato attraverso l’appartenenza ideologica. Perché uno scrittore marxista può essere mediocre senza compromettere la propria reputazione, mentre uno scrittore antimarxista deve essere gigantesco per essere appena tollerato? Questa asimmetria dice molto più delle istituzioni culturali che degli autori stessi.
Eugenio Corti è solidamente assente anche dalle antologie. Molti studenti anche di valore non lo hanno mai sentito nominare. Si chiama censura. Se il signora di Arcore avesse usato un po’ dei suoi giornali e delle sue televisioni per levare la Kultura dalle mani di nipotini di Stalin sarebbe stato un grande. Peccato! Non lo è stato. Resta una brava persona, un ottimo uomo politico, ma come dicono le maestre del ragazzino intelligente che non fa i compiti, poteva fare di più, poteva rifondare la cultura italiana o almeno provarci.
E ora il dato delle scuole intitolate è simbolico: non misura il valore letterario, ma il potere di influenza di una cultura dominante sulla memoria collettiva. E forse proprio qui sta la questione centrale: chi decide quali nomi debbano diventare «educativi» per le nuove generazioni? La qualità dell’opera? L’influenza storica? O la compatibilità ideologica con chi controlla i luoghi della formazione culturale? Pasolini ha assolto la criminale strage di Porzûs.
A scanso di ulteriori problemi, vorrei fare una proposta: vietare nella maniera più assoluta che scuole, strade, camere del Senato siano intitolate a individui morti da meno di un secolo. Così che si abbia il tempo di stabilire se è stata vera gloria. Comunque, se dovessi vivere in via Lenin, massacratore della Russia, in via Che Guevara massacratore di gay, o insegnare nella scuola Pasolini avrei i guai miei con il disgusto o con la collera. Il cittadino non deve essere sottoposto né al disgusto né alla collera.





