Poche cose sono grandiose come il farsi mantenere e lo spillare quattrini in cambio di niente. Crea nel mantenuto una folle idea di un suo qualche valore: se mi mantengono, dovrò valere qualche cosa! Quindi, visto che valgo, ora racconto anche le mie idee, così contraccambio il favore. In nome del popolo italiano, dichiaro che ne abbiamo abbastanza di sovvenzionare cosiddetti registi e attori incapaci di fare film, con incassi spesso insufficienti a coprire le spese di produzione, e che vorremmo almeno essere esonerati dall’ascoltare i loro penosi sermoni.
Gli attori difficilmente hanno curriculum scolastici che garantiscano una loro competenza e, anche quando di rado sono buoni attori, è sempre una pena ascoltare le loro disquisizioni sociali e geopolitiche. Da Pasolini a Volonté, da Petri a Rosi, il cinema italiano ha vissuto stagioni di feroce «impegno civile». L’impegno civile era una fedeltà totale, oserei dire canina, ai dettami del Partito comunista italiano. D’altra parte lavorava solo chi in tasca aveva la tessera del Pci.
Perlomeno Petri e Rosi erano bravini, non eccelsi, bravini. Ma nessuno potrà mai sapere quanto sarebbero stati più bravi di loro quelli che non hanno potuto lavorare perché non facevano parte del giro. Ora dei film di questi tizi non importa più un fico a nessuno, non sono sopravvissuti alla loro epoca. Continuiamo invece a guardare i film di Don Camillo, che furono girati da un regista francese con un attore francese, perché ai mediocri e asserviti registi italiani faceva orrore girare un film dove si prendesse in giro il loro amato partito, composto da gente tanto intelligente da lavorare per instaurare una dittatura stalinista.
Perlomeno Petri, Rosi e tutti gli altri un qualche valore ce l’avevano. Non eccelso. Diciamo che non ci hanno fatto mai gridare al capolavoro. Ho sempre trovato insopportabile Pasolini: un film come Salò può essere concepito solo da una mente deforme. Pasolini era stato in gioventù un appassionato fascista. Mentre lui scriveva elegie del Duce, suo fratello minore Guido diventava partigiano con la gloriosa divisione Osoppo, poi massacrata dai partigiani comunisti. Le righe di sperticato affetto di PPP per il Partito comunista sono le parole di una persona per chi gli ha massacrato il fratello. Comunque questi un po’ di talento, complessità, e cultura ce l’avevano. Oggi troppo spesso resta soltanto la liturgia dell’indignazione.
La quantità di quattrini che gli esausti contribuenti italiani hanno versato - già ai tempi di Franceschini, ma anche ora con Giuli - a film talmente scadenti che nessuno li va a vedere, è esorbitante. Il concetto che il cinema di qualità vada sovvenzionato perché il popolo bue poi non va a vederlo, prevede due punti deboli: l’idea che il popolo sia idiota e che esista una qualche persona in grado, con il suo giudizio, di stabilire cosa è qualità senza che il tutto finisca nel cosiddetto amichettismo, che è una forma di corruzione gravissima. I soldi sperperati in film inguardabili sono fiumi. C’è da inorridire non tanto per gli sprechi, che in Italia hanno ormai assunto la rassicurante regolarità delle stagioni, ma per il tono morale con cui questo sistema continua a presentarsi al pubblico: come un’élite perseguitata, resistente, quasi clandestina.
Il cinema italiano contemporaneo sembra vivere dentro una curiosa anomalia psicologica: fallisce commercialmente ma si considera culturalmente vittorioso; perde spettatori ma impartisce lezioni e chiede finanziamenti pubblici con la stessa indignazione morale con cui un tempo i coraggiosi finivano in prigione. La 71ª edizione dei David di Donatello è stata la rappresentazione perfetta di questa deriva: quattro ore di autocelebrazione mesta, attraversata da sermoni geopolitici, slogan ideologici e appelli militanti pronunciati con la gravità sacerdotale di chi ritiene il proprio palco non un premio cinematografico ma una tribuna permanente delle proprie convinzioni scambiate per etica. Non era una cerimonia, ma un’assemblea di condominio del progressismo culturale italiano, con tanto di abiti da sera e orchestra.
Ed è qui che emerge il paradosso più interessante: il cinema italiano continua a parlare come se rappresentasse il popolo, mentre il popolo ha già lasciato la sala da tempo. I più grandi film, quelli più trionfalmente pieni di valori etici, sono stati tutti strepitosi successi al botteghino. C’è una differenza enorme tra arte impegnata e catechismo travestito da sceneggiatura. È qui che la questione smette di essere estetica e diventa politica. Perché, se davvero come sostengono diverse ricostruzioni giornalistiche, tra il 2017 e il 2025 il comparto cinematografico ha ricevuto oltre 7 miliardi di euro tra fondi, incentivi e tax credit, allora è inevitabile chiedersi quale sia stato il ritorno culturale, industriale e commerciale di questo investimento colossale. Sette miliardi sono il costo di una politica industriale. E una politica industriale dovrebbe produrre risultati tangibili: pubblico, esportazione culturale, occupazione stabile, competitività internazionale. Invece il cinema italiano contemporaneo sembra spesso produrre soprattutto festival, premi reciproci e dibattiti ideologici interni alla stessa élite culturale che li organizza. Alcuni casi appaiono perfino grotteschi. Film finanziati e mai realmente distribuiti. Produzioni incapaci di recuperare una minima parte dei costi. Opere viste da poche decine di spettatori ma sostenute da centinaia di migliaia di euro di denaro pubblico. Titoli che sembrano esistere più per alimentare il circuito dei finanziamenti che per incontrare un pubblico reale. Forse il vero scandalo non sono nemmeno gli sprechi. In Italia gli sprechi passano quasi inosservati. Il vero scandalo è il tono con cui vengono difesi: come se criticare un sistema inefficiente equivalesse automaticamente ad attaccare l’arte, la libertà o addirittura la democrazia. Come ha detto Javier Milei, pirotecnico presidente dell’Argentina, pro life e fermamente convinto che al mondo ci siano solo maschi o femmine: «Se per vivere dell’arte hai bisogno di sussidi pubblici, non sei un artista, sei un impiegato statale. E se inoltre sei uno strumento di propaganda politica, stai facendo politica. Con l’arte non c’entra niente».
Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri è ritenuto dai migliori un capolavoro. Io faccio parte dei peggiori. Qualcuno forse ha guardato più di una volta Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto? A centinaia di migliaia abbiamo invece guardato decine di volte, se non centinaia, La vita è meravigliosa di Frank Capra, e tutte le volte ci sono colate le lacrime. Guardandolo, abbiamo giurato che avremmo fatto di tutto per essere migliori, coraggiosi, forti e onesti, fino all’ultimo atomo del nostro essere, nella speranza che in caso di guai tutto un paese avrebbe pregato per noi e che San Giuseppe ci avrebbe mandato in soccorso qualcuno, magari un angelo con il cervello di un coniglio e la fede di un bambino, che vuol dire la potenza di un leone. Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto è un film che leva coraggio: tanto fa tutto schifo, perché battersi? Il suo scopo è scoraggiare al punto tale che la gente viene convinta che tanto fa tutto schifo, tutto è senza speranza, e così si lascia irretire dal comunismo che, in mano ai servi dei sovietici, mantenuti con denaro che arrivava dal Paese dei gulag, si presentavano come il partito degli «onesti», parola usata anche da Pasolini per adulare da ossequioso servo gli assassini di suo fratello. La vita è meravigliosa serve a dare coraggio. Tutte le volte che in vita mia ho avuto bisogno di fare scelte difficili e di pagarle, mi sono ricordata anche di George Bailey e dell’angelo Clearance che San Giuseppe manda in suo soccorso, per essere certa che ne valesse la pena.
Siamo una cultura di morte. È cominciata con il femminismo. Semplificando molto, veramente molto, possiamo affermare che il nostro cervello ha due emisferi, destro e sinistro, diversi e complementari, due modi di guardare il mondo, due verità che convivono senza mai fondersi davvero. Il sinistro è un ragioniere inflessibile: pretende che due più due faccia quattro, sempre e soltanto quattro. Non ama le distrazioni, procede in fila indiana.
Il destro non fa addizioni, intuisce. Non dimostra: collega. Dove il sinistro costruisce, il destro indovina. È affollato, simultaneo, quasi chiassoso: tiene insieme immagini, simboli, analogie. È lì che nascono le fiabe, i miti, la letteratura fantastica. Ed è forse lì che si nasconde una forma di conoscenza più inquietante, perché meno dichiarata: quella che non si lascia dire, ma si lascia intravedere. Se si vuole capire davvero un popolo, non bisogna leggere i suoi codici civili, ma la sua letteratura fantastica: la realtà è lì. Lo intuisce Kafka. Franz Kafka muore nel 1924, quando i lager non esistono ancora, quando l’antisemitismo non ha ancora assunto la sua forma industriale, quando il nazismo è soltanto un’ombra lontana.
Eppure qualcosa, nel suo emisfero destro, registra. Non grandi eventi, quelli sono ancora di là da venire, ma minimi scarti: un saluto meno cordiale, uno sguardo appena inclinato verso il disprezzo, certe righe di giornale dove la lingua comincia a farsi torbida. Sono dettagli insignificanti, quasi invisibili, ma è proprio di questi che si nutre la profezia, non la profezia religiosa, che scende dall’alto, bensì emerge dal basso, come una febbre leggera, come fantasticheria cupa e senza senso. Queste due parole sono fondamentali: senza senso. Kafka racconta storie senza senso. Uomini senza colpa condannati a morte senza sapere perché. Racconta di uomini che si svegliano trasformati in insetti. E gli insetti, si sa, si eliminano. Con cura, con metodo, con prodotti dal nome tecnico e rassicurante, il cianuro di idrogeno ribattezzato Zyklon B. La letteratura fantastica, in questo senso, è un deposito: il luogo dove nascondiamo i mostri quando sono troppo orrendi per essere guardati direttamente, così possiamo parlarne senza esserne distrutti.
Il Novecento ha fatto della letteratura fantastica il proprio specchio più tragicamente vero. Le grandi saghe, mondi lontani, guerre cosmiche, battaglie tra bene e male, non erano evasione, ma traduzione. Raccontavano, con altri nomi e altri volti, uno scontro reale: quello tra culture della vita e culture della morte. Oggi, però, lo scenario è cambiato. Il fantastico contemporaneo ha perso la nobiltà tragica di quelle narrazioni epiche. Non ci sono più grandi eroi, dinastie millenarie che collegano il presente al passato, e che continueranno nei secoli a venire dopo che la battaglia è stata vinta.
Non ci sono nemmeno grandi e oscuri signori, orde che non sono però prive di un qualche valore militare e che si potrebbero anche convertire, chissà, prima o poi. Il secolo Ventesimo è il secolo dell’horror, la fantascienza diventa horror. Se è vero che il fantastico rivela ciò che la realtà nasconde, allora questa proliferazione di corpi senza identità, di decomposizioni senza senso, racconta qualcosa di preciso: una familiarità crescente con la morte, una specie di assuefazione, una familiarità con l’orrore, per esempio un corpicino smembrato nell’aborto. Le sedi di Pro vita e famiglia vengono vandalizzate e colpite da bombe incendiarie. L’orrore non è più confinato nelle storie: trabocca. Lo si ritrova nelle decorazioni grottesche di Halloween, nell’estetica deliberatamente sgradevole, nella bruttezza esibita come linguaggio, nei giocattoli ripugnanti. Non è provocazione: è sintomo. Una cultura che smette di cercare la forma, che rifiuta di festeggiare la vita, finisce per celebrare la decomposizione. E quando questo accade, bisogna tornare all’origine.
Perché ogni civiltà si regge su un punto iniziale, semplice e irriducibile: la vita che nasce. E la vita, nella sua forma elementare, è relazione tra uomo e donna. Quando questo nucleo viene deformato, anche tutto il resto si incrina. La grande ideologia criminale del Novecento, il marxismo, non ha prodotto solo errori politici o economici, enormi e tragici, essendo l’ideologia che ha generato i due gemelli eterozigoti, per citare la definizione dello storico francese Alain Besançon (Novecento, il secolo del male. Nazismo, comunismo, Shoah, 2000 Lindau editore): comunismo e nazismo sono rispettivamente internazionalsocialismo e nazionalsocialismo, figli dello stesso odio: l’odio contro l’uomo, contro il cristianesimo, contro la vita, contro le libertà elementari, contro il diritto dei genitori di educare i propri figli. Hanno aggredito, sporcato l’origine della vita: l’amore tra uomo e donna. «Crescete e moltiplicatevi», aveva detto Dio. Odiatevi così da non generare, dice il comunismo.
Comincia Friedrich Engels che in un ridicolo libercolo pubblicato nel 1884, L’origine della famiglia, della proprietà e dello Stato, vede il maschio come proprietario e la donna come proprietà. La famiglia, da cellula della società, diventa il nemico da abbattere. Gli uomini sono considerati proprietari e le donne schiave, ma nessun padrone muore per lo schiavo. È proprio lì che si è aperta una frattura. La nostra natalità è crollata. Abbiamo sostituito i figli con cani e gatti, abortire è un diritto, mangiare una bistecca è un crimine. Noi siamo una cultura di morte perché è stata ferita l’origine della vita, e l’origine della vita è l’unione di un uomo e di una donna.
Il marxismo è stato una tragedia non solo dal punto di vista politico ed economico, la causa diretta in Ucraina, ma anche nel resto dell’unione sovietica, nella Cina di Mao, nella Cambogia di Pol Pot, delle più grandi carestie dell’umanità. Il marxismo non è stato solo criminale imbecillità politica ed economica, la più grande causa di morti ammazzati. È stato anche una tragedia di atroce imbecillità antropologica: ha colpito l’origine della vita. Ha dato della famiglia, l’unica possibile, l’unione di un uomo e una donna e dei bambini che hanno messo al mondo, una visione deformata. La famiglia è vista come la cellula malata di una società malata: da abbattere. I servizi sociali e la scuola, fulgida fucina di indottrinamento, come spiega il filosofo Ellul nel libro Propaganda, altro non sono che il braccio molto armato di questa teoria.
Dietro le quinte c’è il regista, qualcuno che non si vede e che invece sta conducendo il gioco. È un motto che si usa tutte le volte che il vero regista di un evento è nascosto. La lobby gay esiste. Nel 1982, a Vico Equense, si tenne un congresso, destinato a cambiare per sempre il volto del dibattito pubblico italiano.
Angelo Pezzana vi fondò quello che sarebbe diventato il movimento Lgbt italiano, gettando le basi dell’ArciGay e chiarendo senza ambiguità alcuna che le persone con comportamento omoerotico sarebbero diventate una lobby politica. Ha usato lui stesso questa parola: lobby. Il termine lobby compare nella sua intervista al giornale La Stampa, intitolata «I gay mettono la cravatta». Il termine «lobby» compare nero su bianco in uno dei testi fondativi di questa strategia politica: After the Ball, scritto da Marshall Kirk, psicologo, e Hunter Madsen, esperto di marketing. Un manuale in cui i due autori spiegavano, con precisione metodica e fredda lucidità, come trasformare la cosiddetta «omosessualità» – termine scientificamente privo di senso – da comportamento semplicemente tollerato a pratica non solo accettata ma addirittura beatificata, con la beatificazione imposta e infine blindata attraverso la punizione spietata dei dissidenti. Il tasso enormemente più alto di Aids nel loro gruppo doveva essere usato per scatenare il vittimismo, invece che essere quello che era: la conseguenza di un comportamento biologicamente disfunzionale per eccesso di promiscuità e uso di un organo improprio.
Il comportamento omoerotico, questo è il termine corretto, moltiplica secondo alcune statistiche fino a 100 volte il rischio di malattie sessualmente trasmissibili (Aids, sifilide ecc...), moltiplica in maniera esponenziale le patologie anorettali, aumenta le patologie infiammatorie intestinali (Gay Bowel Syndrome) con conseguente aumento di rischio di Alzheimer, moltiplica il rischio di malattie a trasmissione orofecale (es. epatite A). Il cristianesimo condanna questa pratica, dichiarata uno dei peccati che grida vendetta a Dio. La lobby gay ha lo scopo di imbavagliare sia il dissenso sia qualsiasi critica a uno stile di vita che è un comportamento senza nulla di genetico – altra informazione sotto censura – e che come è stato appreso può essere disappreso, come testimoniano gli ex gay, anche loro sotto censura.
La lobby, poche centinaia di persone non elette da nessuno, che hanno infiltrato scuola, chiesa, politica e soprattutto università, in particolare le facoltà di psicologia e scienze sociali, quella da cui escono psicologi e assistenti sociali che decidono se i bambini della famiglia del bosco e innumerevoli altre, spesso cattoliche con i figli in educazione parentale, possono esistere o devono essere annientate e smembrate. L’obiettivo dichiarato della lobby gay è diffondere come dogma la menzogna che lo stile di vita omoerotico sia geneticamente determinato e irreversibile (per cui criticarlo è equiparato al razzismo), sia sano (per cui criticarlo è insensato), sia bello e interessante (per cui criticarlo è stupido), e che chiunque lo critichi debba essere azzittito. Non lo dico io: lo hanno scritto loro.
In Italia in questo momento l’omofobia è un «fattore considerato negativo e dannoso per lo sviluppo psicologico del minore». Peccato che considerare il rapporto tra due uomini un peccato sia un obbligo per un cristiano, considerarlo un problema sia un obbligo per un medico onesto e sano di mente. In teoria «la rimozione del figlio non dovrebbe avvenire per la sola espressione di convinzioni omofobe», cinguettano le linee guida dei nostri servizi, ma a Bibbiano abbiamo visto che questa linea è già stata superata. Anche se il Ddl Zan fortunatamente non è passato, la lobby continua a controllare scuola, università, servizi, e codice stradale. Censura dei manifesti che non piacciono alla lobby. Indottrinamento nelle scuole e punizione per chi cerca di sottrarsi, per esempio con la scuola parentale.
Il caso di Bibbiano ha svelato meccanismi agghiaccianti. L’assistente sociale Federica Anghinolfi aveva candidamente comunicato a un padre, e per rispetto alla sua privacy non ne faccio il nome, che gli avrebbero tolto i figli perché lo riteneva «omofobo». Per fortuna quell’uomo aveva l’abitudine di portare sempre con sé un registratore. Registrando tutto, è riuscito a salvare la sua paternità. Ora il dubbio si affaccia sulla famiglia del bosco. Nella relazione depositata agli atti di quel procedimento, due aggettivi ricorrono in modo ossessivo: inadeguato e rigido.
Partiamo da «inadeguato». Inadeguato rispetto a cosa? A quale parametro? Nel Terzo Reich erano considerati «inadeguati» come genitori coloro che si rifiutavano di mandare i figli nelle Hitlerjugend, e per questo perdevano la patria potestà. Sotto Stalin i figli dei dissidenti erano incarcerati in orfanatrofi di Stato. Gli assistenti sociali, i giudici e gli psicologi che scrivono la parola «inadeguato» a quale standard si riferiscono? Poi c’è «rigido». Nessuno toglierebbe i figli a un genitore perché insegna in maniera rigida al proprio bambino che non si mettono le dita nella presa. Le regole morali devono essere altrettanto rigide. «Non rubare» è «non rubare». «Non uccidere» è «non uccidere». «Non commettere atti impuri» anche. Tornando alla famiglia del bosco: la parola «rigido», ripetuta in continuazione nella relazione dei servizi sociali, è frutto del caso? La parola rigido (su cosa?) e la parola inadeguato (a che?) sono talmente assurde per giustificare il rendere brutalmente orfani figli di genitori vivi, che l’unica ipotesi che ci fanno venire in mente è che il tema nascosto, il convitato di pietra, siano le tematiche Lgbt. Bibbiano docet.
Ho ascoltato la disperazione di altri genitori resi orfani dei loro figli: lo schema era molto simile alla famiglia del bosco: famiglie cattoliche, con madre che sta vicino ai figli e scuola parentale. Quest’ultima (come il non vaccinare i figli) è diritto garantito dalla Costituzione. Ma ai nostri servivi sociali non piacciono, e allora si interviene levando i figli. È sempre molto forte il sospetto che chiunque eviti le scuole di Stato stia sottraendo i figli alla propaganda gender. Il Ddl Zan non è passato, ma la lobby gay infiltra la chiesa, i servizi sociali e la scuola, dove gli insegnanti sono costretti ad assurdi corsi di aggiornamento sulle tematiche Lgbt, ovviamente le facoltà di psicologia e quelle di scienze sociali, dove le tematiche Lgbt e i gender studies sono spacciati per roba che abbia un qualche senso. È evidente che la sottrazione dei bambini del bosco non abbia alcuna giustificazione, che era già decisa dal primo istante. Non permettere a una bambina con una crisi di dispnea la presenza della madre è un gesto che come medico e come madre non esito a definire feroce. Una ferocia di questo genere non nasce solo dalla sete di denaro che i bambini deportati forniscono: deve avere alle spalle un’ideologia. È evidente che c’è un convitato di pietra. Questo caso è uno spartiacque, quello che permetterà di sottoporre a interrogatorio le mamme e i papà: «Cosa pensa del movimento Lgbt?», «Se suo figlio si dichiarasse transgender, lo farebbe operare?», «Ha qualcosa in contrario al fatto che un adulto maschio travestito da drag queen tenga in braccio sua figlia in una scuola mentre legge una fiaba?». La risposta a queste domande, se giudicata «rigida», determinerà l’inadeguatezza genitoriale, come già avviene in alcuni Stati esteri. Non approvare chi ruba, uccide, mente e commette atti impuri fa anche parte della Legge, la Legge di Mosè, Legge di cui Cristo non ha cambiato nemmeno uno iota. Cristo si è dichiarato figlio del Padre, il Padre è il Signore degli Eserciti e Colui che ha distrutto Sodoma. L’etica non prevede eccezioni, non ammette gradazioni, non si negozia in base alle circostanze. La morale non è un elastico: o è solida, rigida, o è una burla.





