L’Occidente rischia di pagare con la propria morte l’innamoramento per il ribelle. L’atroce bagno di sangue della Rivoluzione francese, l’orrendo bagno di sangue della Rivoluzione d’ottobre sono ribellioni approvate e amate.
Persino l’uccisione per stenti del figlio del re e di Maria Antonietta, gli stermini in Vandea, lo sterminio della famiglia dello zar sono presentati sui nostri libri come una cosa carina. Il nazismo si presenta come movimento rivoluzionario, non è di destra e non è conservatore: ribellione del Volk contro Versailles, contro Weimar, contro la finanza apolide. Il fascismo è rivoluzione fascista, marcia su Roma, «me ne frego» contro il vecchio mondo liberale. Le Brigate Rosse colpiscono il cuore dello Stato, e una parte non piccola dell’intellighenzia italiana, per anni, ne sussurra l’eroismo. Il terrorista islamico diventa un combattente per la libertà, il kamikaze un resistente. Il 7 ottobre 2023 miliziani di Hamas bruciano vivi neonati, stuprano ragazze, decapitano vecchi nei kibbutz: e l’8 ottobre nelle capitali d’Europa esplodono i cortei. Le vendite di kefiah su Amazon balzano del 75% in 56 giorni, gli ordini alla fabbrica Hirbawi di Hebron toccano le 150.000 richieste come scrive Lorenza Formicola sulla Nuova Bussola Quotidiana, in Italia le bandiere palestinesi registrano un più mille per cento. L’Occidente non piange le vittime: compra la divisa dei carnefici. Perché il carnefice, in quanto ribelle, è bello.
Possiamo scrivere una vera e propria, e sicuramente incompleta, bibliografia del crepuscolo, l’elenco dei libri sul declino, la morte e il suicidio dell’Occidente, dai precursori filosofici al filone contemporaneo. Tra i precursori filosofici e classici novecenteschi abbiamo: Friedrich Nietzsche, La volontà di potenza. Frammenti sul nichilismo europeo (1883-88); Paul Valéry, La crisi dello spirito (1919, «noi civiltà sappiamo ora di essere mortali»); Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente (1918-22); Edmund Husserl, La crisi delle scienze europee (1936); René Guénon, La crisi del mondo moderno (1927); Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno (1934); Arnold Toynbee, A Study of History (1934-61 , «le civiltà muoiono per suicidio, non per omicidio»); Christopher Dawson, La crisi dell’istruzione occidentale (1961); Augusto Del Noce, Il suicidio della rivoluzione (1978). A queste campane di morte si aggiunge il filone contemporaneo: James Burnham, Il suicidio dell’Occidente (1964); Samuel Huntington, Lo scontro delle civiltà (1996); Pat Buchanan, The Death of the West (2002); Roger Scruton, Il suicidio dell'Occidente (2010); Éric Zemmour, Il suicidio francese (2014); Douglas Murray, La strana morte dell’Europa (2017); Jonah Goldberg, Miracolo e suicidio dell’Occidente (2018); Patrick Deneen, Why Liberalism Failed (2018); Giulio Meotti, La fine dell’Europa (2020); Federico Rampini, Suicidio occidentale (2022); Emmanuel Todd, La sconfitta dell’Occidente (2024); Eugenio Capozzi, L’autodistruzione dell’Occidente; Paul Craig Roberts, Il capolinea dell’Occidente.
Nessuno però è riuscito a mettere a fuoco la prima causa: perché la civiltà più ricca di scienza, arte, filosofia, letteratura, bellezza e potenza, ha cominciato ad accartocciarsi su sé stessa? Paolo Gambi ha messo a fuoco l’eziologia della malattia. Paolo Gambi ha milioni di follower. Parla di cristianesimo e amore per la vita. I suoi video sono straordinari, spesso commoventi. Il suo Il Morbo. Perché l’Occidente odia se stesso non è l’ennesimo giustissimo pamphlet sulla crisi della civiltà europea, è il testo che dà la risposta. Un libro coraggioso, lucidissimo, scritto con la temperatura emotiva di chi non vuole vincere un dibattito ma salvare un paziente, e quel paziente siamo noi. La tesi di Gambi è di una semplicità folgorante: l’Occidente non è aggredito da fuori, è infettato da dentro, e il nome di questa infezione è l’amore per il ribelle, che nasce con Lutero, l’unico ribelle veramente di successo nella storia europea. Non si parla della ribellione in sé contro l’ingiustizia, contro il male, ma dell’innamoramento culturale e sentimentale per la figura del ribelle, l’idolatria del trasgressore, la convinzione segreta che chi sfida il Padre sia sempre, e per ciò stesso, più bello, più libero, più vero di chi al Padre resta fedele. Si parte dall’archetipo assoluto: Lucifero, il portatore di luce che preferisce regnare nel proprio inferno piuttosto che servire nel cielo del Padre. La straordinaria, e terribile, riabilitazione poetica che ne fa Milton nel Paradiso perduto costituisce il momento esatto in cui la cultura occidentale comincia ad ammalarsi: quel Satana miltoniano, eloquente, fiero, malinconico, eroico nella sua sconfitta, è il primo grande ribelle di cui l’Europa moderna si innamora. Da quel momento il diavolo smette di fare paura e comincia a sedurre. A monte di quella seduzione c’è la grande crepa storica, che è Lutero, il figlio che si erge contro il Padre-Chiesa con una dichiarazione di indipendenza da ogni autorità che non sia la propria coscienza.
Sono molti anni che mi interrogo su Lutero. Quanti morti ammazzati ha causato? Quante guerre atroci? Del suo violentissimo antisemitismo, del suo disprezzo per i disabili considerati figli del diavolo e quindi degni di morte, quanto è colato nel nazismo? Mi era chiara la presenza luterana nella genesi del nazismo, ma non ero mai riuscita a mettere a fuoco la sua potenza distruttiva della civiltà europea per la creazione del mito del ribelle. Gambi dimostra come dal gesto luterano si srotoli, attraverso secoli di rifrazioni sempre più radicali, la trama dell’autodissoluzione moderna: liberi dal Papa, dalla tradizione, dai sacramenti, dai padri, dai confini, dalla lingua, la promiscuità sessuale spacciata per libertà, la libertà di uccidere il proprio bimbo nel proprio ventre spacciata per diritto, liberi di scegliere i propri organi sessuali, il pronome con cui vuoi essere chiamato che leva all’altro la libertà di chiamarti come vuole, liberi di scegliere il momento della propria morte, liberi dalla fisiologia, da noi stessi, e soprattutto da Dio. Ogni ribellione partorisce la successiva: la modernità come parricidio in serie. Gambi identifica la struttura affettiva del morbo: non odiamo l’Occidente per ragioni argomentate, lo odiamo perché abbiamo imparato ad amare chi lo odia. Il ribelle è bello, il custode è goffo. Il dissacratore è coraggioso, il credente bigotto. L’iconoclasta è artista, il tradizionalista reazionario. Cinque secoli di letteratura, pittura, cinema, musica ci hanno educati a parteggiare visceralmente per Satana contro Michele, per Lutero contro Leone, per Prometeo contro Zeus, per il blasfemo contro il santo. E quando un’intera civiltà ha imparato a innamorarsi del proprio Caino, un qualche bel ragazzo armato di coltello arrivato col barcone, è soltanto questione di tempo prima che cominci ad assomigliargli, a demolire le proprie statue, a vergognarsi della propria lingua, a chiedere scusa per essere esistita. La scrittura di Gambi, limpida, scolpita, non cede mai al gergo accademico né alla semplificazione. Il fine del libro, avverte l’autore, è cercare guarigione, che è possibile, anzi certa. Il morbo non è l’Occidente, è l’idea che l’Occidente ha imparato ad avere di sé innamorandosi dei propri ribelli. Significa che la cura esiste, e ha la forma del gesto inverso: tornare ad amare il Padre. Non per restaurare nulla, non per regredire a un’età dell’oro mai esistita, ma per ritrovare quel principio elementare di filialità senza il quale nessuna civiltà sopravvive a sé stessa. Paolo Gambi firma qui il suo libro più necessario: un atto d’amore verso una civiltà che, da troppo tempo, aveva smesso di amarsi perché aveva imparato ad amare chi la voleva morta. L’Occidente rischia di pagare con la propria morte l’innamoramento per il ribelle. Appunto. È un rischio, non un destino. Non succederà. Stiamo già invertendo la rotta.
L’espressione «convitato di pietra» designa, nel linguaggio comune e nel discorso pubblico, una presenza ingombrante e determinante che, pur essendo percepita da tutti, rimane inespressa o deliberatamente taciuta.
Nella festa del 2 giugno c’è stato un ciclopico convitato di pietra. Il 2 giugno è una di quelle rare occasioni nelle quali l’Italia, per qualche ora, sospende il proprio esercizio preferito - la divisione - e si concede il lusso dell’unità. Le bandiere sventolano senza polemica. Persino i partiti, almeno in apparenza, accettano una tregua. Così è stato anche nell’ottantesimo anniversario: una celebrazione accurata, solenne, ovviamente retorica, inevitabilmente pedagogica nel suo richiamo ai fondamenti della comunità nazionale. Sul Colle, sembrava prevalere quel sentimento raro che gli italiani provano soltanto in certe occasioni: il desiderio di riconoscersi in qualcosa di comune. Purtroppo tale anelito non può appartenere ai moralmente superiori, che per nessun motivo possono avere qualcosa in comune con i «moralmente inferiori». Fino a un certo punto siamo andati benino, per mezza giornata abbiamo dato l’impressione di un Paese normale. E invece no, i moralmente superiori non potevano permetterlo.
Nessuna polemica chiara, ma un qualcosa di più sottile e, per questo, più rivelatore: un’omissione nel discorso della signora Paola Cortellesi. In ottant’anni di storia repubblicana, abbiamo prodotto così poca cultura e così poche idee, che il massimo che siamo riusciti a mettere insieme è Paola Cortellesi, che ha raccontato questi otto decenni come una battaglia delle donne. In otto decenni non abbiamo avuto altro? In effetti, di omissioni nel discorso della Cortellesi ce ne sono state moltissime. Ha ricordato un Paese nato dopo guerra, dittatura, fame e resistenza: come dimenticarselo. Ha ricordato le donne seviziate e trucidate dai nazifascisti, ma ha elegantemente dimenticato quelle seviziate e uccise dai partigiani rossi in quanto si trattava di donne che avevano avuto solo la sventura di essere mogli o figlie o madri di persone coinvolte in un regime che, essendo durato venti anni, aveva coinvolto molte persone. A volte erano anche personalità del mondo antifascista e anticomunista, che i partigiani comunisti eliminavano perché, come avevano combattuto il fascismo, avrebbero combattuto anche il comunismo. I partigiani comunisti sono stati massacratori della divisione Osoppo e gli artefici del cosiddetto «triangolo della morte», un luogo tra Modena e Reggio Emilia in cui la gente è stata uccisa e data in pasto ai maiali e tra loro le donne non sono state poche.
Non ricordando quelle donne da loro seviziate e uccise, a volte ragazzine quattordicenni, la signora Cortellesi ha compiuto il gesto ignobile di calpestare la loro morte e il loro dolore. Non ha ricordato le cosiddette «marocchinate». Non ha nominato il fatto che l’antifascismo nasce con il cadavere impiccato per i piedi di Claretta Petacci, il cui assassinio non è mai stato perseguito penalmente, come prova tangibile dello sfregio per le donne e per il loro corpo. I gerarchi nazisti sono stati ben più colpevoli di Mussolini, ma hanno avuto diritto a un processo, perché la Storia ha diritto a un processo, e le loro donne sono state lasciate in pace. La signora Cortellesi, non ricordandola, ha calpestato le sevizie e la morte di una giovane donna uccisa barbaramente senza processo. Il cadavere di Claretta Petacci, impiccata per i piedi, ci ricorda che il fascismo, che ha ucciso, stuprato e storpiato mentre era al potere, ha fatto schifo e che altrettanto ha fatto l’antifascismo nella sua parte stalinista, che ha ucciso, stuprato e storpiato quando non era neanche al potere. Il fascismo è morto da 80 anni, ma l’antifascismo stalinista è purtroppo vivo e continua a bearsi del linciaggio di Mussolini, che ha privato la storia del suo processo, e del linciaggio di una giovane donna che non aveva commesso crimini.
Quando è che i morti seppelliranno i morti e potremo cominciare a non essere sempre impaludati in una storia sporca di ottant’anni fa? La signora Cortellesi parla di voto alle donne, ma sarebbe forse stato carino ricordare che, negli anni Venti, la proposta di voto alle donne fu bocciata da socialisti e liberali nel timore che avrebbe avvantaggiato i partiti cattolici. Poi la signora Cortellesi fa un rapido ripasso di come il fascismo considerasse la donna: moglie, madre e arredamento del focolare mentre i maschi potevano divertirsi tanto, scaraventati in una guerra assurda, mentre si trascinavano sulle piste del deserto o le nevi sovietiche con armi obsolete. Il fascismo non fu un movimento conservatore, certamente non un movimento di destra (Winston Churchill e Charles De Gaulle erano conservatori e di destra, e lasciavano le donne in pace a casa loro, ai loro focolari), ma un movimento rivoluzionario di derivazione marxista, cioè iperstatalista, e con il fanatismo dello sport e delle armi: le ragazze erano costrette a fare le Giovani italiane, dai 14 ai 17 anni, con una preparazione sportiva e paramilitare.
Comunque nelle Università dell’Italietta fascista si è laureata Rita Levi Montalicini . La signora Cortellesi non ha parlato della più immonda e atroce delle violenze contro le donne: i figli strappati a madri incolpevoli. La Repubblica ha equiparato marito e moglie: detto così suona benissimo, ma in realtà è stata una trappola mortale. Il potere tolto al pater familias è stato dato allo Stato: un potere enorme e spietato. Lo Stato decide le vaccinazioni e, soprattutto, manda le assistenti sociali, le psicologhe e i giudici a distruggere senza motivo il legame più ancestrale e sacro, avendo come risultato madri incolpevoli che per anni non sanno dove siano finiti i propri figli. Sanno solo che sono stati deportati in case famiglia, ossia orfanatrofi di Stato.
Ma il convitato di pietra più grosso, più indecentemente imperdonabile è stato non aver nominato Giorgia Meloni, primo presidente donna del nostro Paese. Non si tratta qui di discutere la figura politica di Meloni, né di condividerne o respingerne le scelte. Che piaccia o no, che susciti consenso o opposizione, il fatto rimane. La prima presidente del Consiglio donna rappresenta una novità destinata a entrare nei manuali e nelle cronologie istituzionali. È una circostanza che appartiene alla storia della Repubblica molto più che alla cronaca del governo. Una ricorrenza come il 2 giugno vive di simboli condivisi e di riconoscimenti che trascendono le appartenenze. È qui che la questione smette di riguardare la protagonista dell’omissione e comincia a riguardare il clima culturale del Paese. Le democrazie vivono di conflitto regolato. Ma esistono momenti nei quali il conflitto dovrebbe riconoscere un limite. Il 2 giugno è uno di questi. Quando ciò non accade, si produce una frattura visibile e abbastanza grossa. Quindi vorrei prendere io la parola e dire quello che la signora Cortellesi avrebbe dovuto dire, e cioè che io sono profondamente fiera del presidente del Consiglio del mio Paese, Giorgia Meloni, che è arrivata a essere presidente del Consiglio partendo dalle borgate, cosa che gli imbecilli le rimproverano senza capire che invece è un merito enorme. Come un merito enorme è l’essere diventata presidente del Consiglio senza essere la «figlia di» o «la moglie di». Quindi faccio volentieri io i complimenti e gli auguri alla signora Meloni: sono molto fiera di lei, del suo non essersi mai inginocchiata davanti a nessuno e sono contenta che in questo momento a capo del mio Paese ci sia lei.
Agli organizzatori della manifestazione, una sola domanda: ma veramente in rappresentanza delle donne e degli uomini dell’Italia, della loro cultura, della loro storia non avevamo niente di meglio da offrire di Paola Cortellesi?
Generalizzare è sbagliato. Avere pregiudizi è sbagliato. Confondere il comportamento di alcuni individui con l’identità di un intero gruppo è un errore sia morale sia logico.
Allo stesso tempo, la statistica è una scienza e serve proprio a osservare fenomeni collettivi, individuare tendenze e comprendere problemi reali. Se alcuni dati mostrano che determinati fenomeni criminali, sociali o di radicalizzazione sono più frequenti in specifici gruppi religiosi rispetto ad altri, discuterne non significa essere razzisti o prevenuti: significa confrontarsi con la realtà.
Il punto cruciale è distinguere tra l’analisi di un fenomeno e il giudizio indiscriminato sulle persone che appartengono a una determinata comunità. Le regole ideologiche e spirituali di questa comunità devono essere conosciute ed esaminate, nell’ipotesi che siano la causa della maggiore problematicità. La problematicità, l’aggressività, l’odio non nascono dalla miseria e dall’emarginazione, queste semplificazioni sono insegnate come vere nelle facoltà di psicologia e sociologia e imposte come il verbo dalle élite politiche, culturali e purtroppo anche ecclesiastiche. Si tratta di un falso.
Le minoranze cristiane nei Paesi islamici non sono solo «discriminate ed emarginate», sono perseguitate col ferro e col fuoco, col ventre delle madri sventrati, le bambine stuprate a morte, i bambini uccisi o venduti. Queste minoranze hanno tassi di criminalità bassissimi. Poche minoranze sono state discriminate come gli armeni in Turchia durante la prima guerra mondiale e gli ebrei nel Terzo Reich, la discriminazione consisteva nell’ammazzarli in maniera atroce, eppure nessuno dei pochi sopravvissuti di queste comunità ha sviluppato comportamenti criminali, ma la sentenza del comportamento criminale come reazione a una qualche torto subito continua a tenere banco indisturbata. È un’assoluta bestialità: i veri perseguitati hanno un profilo basso. La protervia è propria dei padroni, e degli aspiranti tali. Dal punto di vista sociologico è evidente che l’assioma «i violenti sono violenti in quanto emarginati», è falso, mentre è vero il contrario. «I violenti sono emarginati in quanto violenti». E soprattutto, persone che rifiutano deridendo ogni ordine sociale, per quale incredibile magia dovrebbero non restare emarginati? È indispensabile che tutti conoscano le parti più violente del Corano, così da rendersi conto che la violenza islamica non è reattiva, ma costituzionale. Per quanto riguarda il terrorismo, sta aumentando: è emblematico il caso della Francia. Il 7 gennaio 2015, alle 11:30 del mattino, due uomini armati fanno irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. In pochi minuti aprono il fuoco contro giornalisti, vignettisti e agenti di polizia. Dodici persone vengono uccise. I responsabili, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, non erano sconosciuti alle autorità francesi: erano già stati arrestati, processati e condannati per attività legate all’estremismo islamista. Eppure erano tornati in libertà e avevano potuto preparare uno degli attentati più scioccanti della storia recente della Francia. Dieci mesi dopo, il 13 novembre 2015, il Paese viene nuovamente colpito. Tre gruppi di terroristi si dirigono verso il cuore della capitale e attaccano quasi simultaneamente sei obiettivi diversi. Le esplosioni e le sparatorie trasformano una normale serata parigina in un incubo. Il bilancio finale è devastante: 130 morti e centinaia di feriti. Gli attacchi colpiscono il teatro Bataclan, diversi café e ristoranti tra il decimo e l’undicesimo arrondissement e l’area esterna dello Stade de France, dove si stava disputando una partita internazionale. Ancora una volta emerge un elemento inquietante: molti degli attentatori erano già noti ai servizi di sicurezza e avevano alle spalle precedenti legati alla radicalizzazione.
Il 2015 rappresenta per la Francia un anno spartiacque. È il momento in cui il Paese prende definitivamente coscienza che la minaccia jihadista non arriva soltanto dall’esterno, ma può nascere e svilupparsi all’interno delle stesse società europee. I fratelli Kouachi erano francesi, cresciuti a Parigi. Abdelhamid Abaaoud, considerato il coordinatore operativo degli attentati del 13 novembre, era nato e cresciuto in Belgio. Samy Amimour, uno degli uomini che parteciparono alla strage del Bataclan, aveva lavorato per oltre un anno come conducente della metropolitana parigina. Bilal Hadfi, appena ventenne, conduceva apparentemente una vita simile a quella di tanti suoi coetanei europei e pubblicava fotografie in costume da bagno vicino a una piscina pochi mesi prima di farsi esplodere nei pressi dello Stade de France.
Questa è la storia dell’anno più sanguinoso vissuto dalla Francia dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due attentati separati da dieci mesi, centinaia di vittime e una ferita che ancora oggi non si è completamente rimarginata. Ma è anche la storia di una domanda che continua a dividere il dibattito pubblico francese ed europeo: come è possibile che giovani cresciuti nelle nostre città, educati nelle nostre scuole e inseriti nelle nostre società abbiano deciso di rivolgere le armi contro i propri concittadini?
Se non si conosce il Corano, questa domanda resta senza risposta. Il problema è che non si tratta solo di terrorismo, il terrorismo è la punta di enorme iceberg, e l’iceberg è la violenza spicciola quotidiana. Si tratta della violenza esistenziale dello studente che accoltella il docente dopo aver posizionato il cellulare per riprenderlo e bearsene con i compagni, delle aggressioni continue, gli stupri, l’immenso piacere del vandalismo.
A questo quadro si aggiungono i recenti e violenti disordini che hanno interessato Parigi e altre città francesi, dove episodi di guerriglia urbana, incendi, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’integrazione, della sicurezza e delle tensioni sociali presenti in alcune aree urbane. Qualsiasi scusa, una partita, vinta, una partita persa, è una scusa sufficiente a scatenare un inferno di cui nessuno chiederà conto, se non con la solita lagna: occorre più integrazione, dobbiamo amarli di più, essere più servili. Gli eventi sportivi e calcistici, che dovrebbero rappresentare momenti di aggregazione e appartenenza comune, sono diventati puntualmente il pretesto per esplosioni di violenza collettiva. Fenomeni teoricamente diversi tra loro, in realtà sempre uguali, alimentano una riflessione più ampia sulla capacità delle società europee di affrontare un odio culturale e identitario di tipo religioso, che si cerca di negare camuffandolo da problema sociologico.
Qualcuno può pensare che i protagonisti appartengano a una minoranza discriminata? I protagonisti sono islamici e disprezzano profondamente i non islamici. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori, e che non trovi ripugnante ogni ordinamento giuridico dove essi abbiano gli stessi diritti di un musulmano. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un fenomeno paradigmatico sono le violenze sui treni, capotreni aggrediti perché, benché kafir, esseri inferiori, si sono permessi di chiedere il biglietto, bande di nordafricani che assaltano un viaggiatore, depredandolo, picchiandolo e soprattutto umiliandolo, come un kafir essere inferiore merita, e bande di nordafricani che tengono in pugno un intero vagone. Questi episodi non vengono sanzionati, come se nessun reato fosse stato commesso. L’analisi dei dati mostra che noi siamo una maggioranza discriminata. E una maggioranza può essere discriminata solo se, magari senza saperlo, è sotto occupazione militare. La disparità di trattamento riservata da magistrati e giornalisti ai reati compiuti dagli italiani rispetto a quelli compiuti dagli islamici è plateale. Per questo è così fondamentale svegliare l’Europa e l’Italia dall’anestesia, perché a ogni funzionario, ogni insegnante, ogni uomo politico siano note le parti del Corano che rendono gli islamici degni solo di essere i nostri padroni e noi degni solo di essere loro servi. Tra gli islamici ci sono innumerevoli persone che vorrebbero convertirsi, che vorrebbero essere liberi. Abbiamo già gli esempi straordinari di Hirsi Alì e Magdi Cristiano Allam. La nostra vigliaccheria li rende tragicamente soggetti alla violenza contro gli apostati anche qui.





