Generalizzare è sbagliato. Avere pregiudizi è sbagliato. Confondere il comportamento di alcuni individui con l’identità di un intero gruppo è un errore sia morale sia logico.
Allo stesso tempo, la statistica è una scienza e serve proprio a osservare fenomeni collettivi, individuare tendenze e comprendere problemi reali. Se alcuni dati mostrano che determinati fenomeni criminali, sociali o di radicalizzazione sono più frequenti in specifici gruppi religiosi rispetto ad altri, discuterne non significa essere razzisti o prevenuti: significa confrontarsi con la realtà.
Il punto cruciale è distinguere tra l’analisi di un fenomeno e il giudizio indiscriminato sulle persone che appartengono a una determinata comunità. Le regole ideologiche e spirituali di questa comunità devono essere conosciute ed esaminate, nell’ipotesi che siano la causa della maggiore problematicità. La problematicità, l’aggressività, l’odio non nascono dalla miseria e dall’emarginazione, queste semplificazioni sono insegnate come vere nelle facoltà di psicologia e sociologia e imposte come il verbo dalle élite politiche, culturali e purtroppo anche ecclesiastiche. Si tratta di un falso.
Le minoranze cristiane nei Paesi islamici non sono solo «discriminate ed emarginate», sono perseguitate col ferro e col fuoco, col ventre delle madri sventrati, le bambine stuprate a morte, i bambini uccisi o venduti. Queste minoranze hanno tassi di criminalità bassissimi. Poche minoranze sono state discriminate come gli armeni in Turchia durante la prima guerra mondiale e gli ebrei nel Terzo Reich, la discriminazione consisteva nell’ammazzarli in maniera atroce, eppure nessuno dei pochi sopravvissuti di queste comunità ha sviluppato comportamenti criminali, ma la sentenza del comportamento criminale come reazione a una qualche torto subito continua a tenere banco indisturbata. È un’assoluta bestialità: i veri perseguitati hanno un profilo basso. La protervia è propria dei padroni, e degli aspiranti tali. Dal punto di vista sociologico è evidente che l’assioma «i violenti sono violenti in quanto emarginati», è falso, mentre è vero il contrario. «I violenti sono emarginati in quanto violenti». E soprattutto, persone che rifiutano deridendo ogni ordine sociale, per quale incredibile magia dovrebbero non restare emarginati? È indispensabile che tutti conoscano le parti più violente del Corano, così da rendersi conto che la violenza islamica non è reattiva, ma costituzionale. Per quanto riguarda il terrorismo, sta aumentando: è emblematico il caso della Francia. Il 7 gennaio 2015, alle 11:30 del mattino, due uomini armati fanno irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. In pochi minuti aprono il fuoco contro giornalisti, vignettisti e agenti di polizia. Dodici persone vengono uccise. I responsabili, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, non erano sconosciuti alle autorità francesi: erano già stati arrestati, processati e condannati per attività legate all’estremismo islamista. Eppure erano tornati in libertà e avevano potuto preparare uno degli attentati più scioccanti della storia recente della Francia. Dieci mesi dopo, il 13 novembre 2015, il Paese viene nuovamente colpito. Tre gruppi di terroristi si dirigono verso il cuore della capitale e attaccano quasi simultaneamente sei obiettivi diversi. Le esplosioni e le sparatorie trasformano una normale serata parigina in un incubo. Il bilancio finale è devastante: 130 morti e centinaia di feriti. Gli attacchi colpiscono il teatro Bataclan, diversi café e ristoranti tra il decimo e l’undicesimo arrondissement e l’area esterna dello Stade de France, dove si stava disputando una partita internazionale. Ancora una volta emerge un elemento inquietante: molti degli attentatori erano già noti ai servizi di sicurezza e avevano alle spalle precedenti legati alla radicalizzazione.
Il 2015 rappresenta per la Francia un anno spartiacque. È il momento in cui il Paese prende definitivamente coscienza che la minaccia jihadista non arriva soltanto dall’esterno, ma può nascere e svilupparsi all’interno delle stesse società europee. I fratelli Kouachi erano francesi, cresciuti a Parigi. Abdelhamid Abaaoud, considerato il coordinatore operativo degli attentati del 13 novembre, era nato e cresciuto in Belgio. Samy Amimour, uno degli uomini che parteciparono alla strage del Bataclan, aveva lavorato per oltre un anno come conducente della metropolitana parigina. Bilal Hadfi, appena ventenne, conduceva apparentemente una vita simile a quella di tanti suoi coetanei europei e pubblicava fotografie in costume da bagno vicino a una piscina pochi mesi prima di farsi esplodere nei pressi dello Stade de France.
Questa è la storia dell’anno più sanguinoso vissuto dalla Francia dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due attentati separati da dieci mesi, centinaia di vittime e una ferita che ancora oggi non si è completamente rimarginata. Ma è anche la storia di una domanda che continua a dividere il dibattito pubblico francese ed europeo: come è possibile che giovani cresciuti nelle nostre città, educati nelle nostre scuole e inseriti nelle nostre società abbiano deciso di rivolgere le armi contro i propri concittadini?
Se non si conosce il Corano, questa domanda resta senza risposta. Il problema è che non si tratta solo di terrorismo, il terrorismo è la punta di enorme iceberg, e l’iceberg è la violenza spicciola quotidiana. Si tratta della violenza esistenziale dello studente che accoltella il docente dopo aver posizionato il cellulare per riprenderlo e bearsene con i compagni, delle aggressioni continue, gli stupri, l’immenso piacere del vandalismo.
A questo quadro si aggiungono i recenti e violenti disordini che hanno interessato Parigi e altre città francesi, dove episodi di guerriglia urbana, incendi, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’integrazione, della sicurezza e delle tensioni sociali presenti in alcune aree urbane. Qualsiasi scusa, una partita, vinta, una partita persa, è una scusa sufficiente a scatenare un inferno di cui nessuno chiederà conto, se non con la solita lagna: occorre più integrazione, dobbiamo amarli di più, essere più servili. Gli eventi sportivi e calcistici, che dovrebbero rappresentare momenti di aggregazione e appartenenza comune, sono diventati puntualmente il pretesto per esplosioni di violenza collettiva. Fenomeni teoricamente diversi tra loro, in realtà sempre uguali, alimentano una riflessione più ampia sulla capacità delle società europee di affrontare un odio culturale e identitario di tipo religioso, che si cerca di negare camuffandolo da problema sociologico.
Qualcuno può pensare che i protagonisti appartengano a una minoranza discriminata? I protagonisti sono islamici e disprezzano profondamente i non islamici. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori, e che non trovi ripugnante ogni ordinamento giuridico dove essi abbiano gli stessi diritti di un musulmano. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un fenomeno paradigmatico sono le violenze sui treni, capotreni aggrediti perché, benché kafir, esseri inferiori, si sono permessi di chiedere il biglietto, bande di nordafricani che assaltano un viaggiatore, depredandolo, picchiandolo e soprattutto umiliandolo, come un kafir essere inferiore merita, e bande di nordafricani che tengono in pugno un intero vagone. Questi episodi non vengono sanzionati, come se nessun reato fosse stato commesso. L’analisi dei dati mostra che noi siamo una maggioranza discriminata. E una maggioranza può essere discriminata solo se, magari senza saperlo, è sotto occupazione militare. La disparità di trattamento riservata da magistrati e giornalisti ai reati compiuti dagli italiani rispetto a quelli compiuti dagli islamici è plateale. Per questo è così fondamentale svegliare l’Europa e l’Italia dall’anestesia, perché a ogni funzionario, ogni insegnante, ogni uomo politico siano note le parti del Corano che rendono gli islamici degni solo di essere i nostri padroni e noi degni solo di essere loro servi. Tra gli islamici ci sono innumerevoli persone che vorrebbero convertirsi, che vorrebbero essere liberi. Abbiamo già gli esempi straordinari di Hirsi Alì e Magdi Cristiano Allam. La nostra vigliaccheria li rende tragicamente soggetti alla violenza contro gli apostati anche qui.
Se qualcuno si azzarda a parlare del razzismo di Karl Marx, e del suo nauseante antisemitismo, scattano le accuse rituali di «strumentalizzazione» e «decontestualizzazione».
Eppure la domanda è semplice, elementare, quasi banale: quanto Marx, il padre del comunismo, il pensatore più citato del XX secolo, l’uomo le cui idee hanno dominato mezzo mondo e ispirato rivoluzioni, era razzista e antisemita? E quanto tutto questo è scolato nei suoi figli di primo e secondo letto: comunismo sovietico, nazionalsocialismo tedesco, fascismo (che non era certo un movimento conservatore, ma un movimento rivoluzionario fondato da un socialista), femminismo e omosessualismo? Le bandiere israeliane cacciate da pride e cortei di isteriche che invocano l’aborto come vittoria etica, il bestiale disinteresse a burka e lapidazioni, l’immonda indifferenza allo sterminio di gay non bianchi come quelli palestinesi o iraniani, non sono casuali e non sono contraddizioni: nascono dal razzismo e dall’antisemitismo di Marx. E i documenti per dimostrarlo non mancano.
Nel 1843, a soli 25 anni, Marx scrisse Zur Judenfrage (Sulla questione ebraica) - pubblicato a Parigi l’anno successivo sul Deutsch-Französische Jahrbücher, il saggio che nessuno vuole leggere. Il testo è ufficialmente presentato come una risposta al filosofo Bruno Bauer, una riflessione sull’emancipazione politica e sulla modernità, ma chiunque lo legga con occhi non bendati da fede ideologica si trova di fronte a qualcosa di ben più inquietante. Marx, figlio di una famiglia ebraica, il vero cognome era Mordechai, il cognome del padre. La famiglia si è convertita al protestantesimo e ha cambiato non solo religione, ma il cognome dei suoi componenti. Marx perde la sua religione, il suo cognome, la sua identità. Il suo sogno diventa sottrarre a tutte le creature umane religione e identità. In particolare odia gli ebrei. Scrive degli ebrei come fossero l’incarnazione vivente del Male capitalista. Il denaro è il «dio mondano» degli ebrei, scrive. La loro religione è «religione pratica», «egoismo pratico». L’essenza dell’ebraismo? Il traffico, il guadagno. Il Dio degli ebrei? Il denaro. Parole che, pronunciate da chiunque altro in qualunque altro contesto, farebbero alzare immediate denunce per incitamento all’odio. I difensori d’ufficio del profeta di Treviri hanno da sempre una risposta pronta: era una critica filosofica, non un attacco razziale; era una metafora del capitalismo, non un giudizio sugli ebrei reali. Ma questa difesa è un esercizio di acrobazia intellettuale che non regge all’analisi testuale.
Quando Marx scrive che «l’emancipazione degli ebrei è l’emancipazione dell’umanità dall’ebraismo», sta dicendo che la liberazione dell’uomo richiede la sparizione della cultura e dell’identità ebraica. È una sentenza di morte culturale mascherata da filosofia. Nelle lettere private la maschera cade definitivamente. Se nei testi pubblici Marx poteva ancora nascondersi dietro le astrazioni filosofiche, nelle lettere private la maschera cade del tutto. La corrispondenza con Friedrich Engels è uno specchio impietoso dell’anima del filosofo. Ferdinand Lassalle, leader del movimento operaio tedesco, era di origini ebraiche. Marx lo chiamava sistematicamente con soprannomi degradanti, riferendosi alla sua «origine negra» e al suo aspetto fisico con un disprezzo che oggi definiremmo senza esitazione razzismo biologico. Non una volta, non per uno sfogo momentaneo: ripetutamente, ossessivamente, con quella cattiveria sistematica che non è il frutto di una giornata storta ma di un convincimento profondo. Engels non era da meno. La corrispondenza tra i due è costellata di osservazioni sprezzanti su popolazioni slave, su africani, su asiatici. Un etnocentrismo brutale, non il lieve etnocentrismo che può essere perdonato a uomini del loro tempo, ma qualcosa di più duro, di più convinto, di più ideologicamente strutturato.
C’è poi la questione delle «razze senza storia», una delle teorie più perturbanti del pensiero marxiano. Marx ed Engels erano convinti che certi popoli - i cechi, gli slovacchi, i croati, i serbi, le popolazioni slave in generale - fossero «residui di popoli» destinati a scomparire sotto la marcia della storia. Popoli senza futuro, senza missione storica, condannati all’estinzione o all’assorbimento da parte delle «nazioni storiche» come tedeschi e francesi. Questo non è un dettaglio marginale. È una teoria che ha le stesse radici concettuali del pensiero razzista ottocentesco, e che si traduce in conseguenze politiche concrete: alcune popolazioni non meritano di esistere come entità culturali autonome. Il comunismo, nella sua forma originaria, non era l’internazionalismo romantico che i suoi eredi ci hanno venduto. Era una visione gerarchica della storia in cui alcuni popoli contavano e altri no. Quando Iosif Stalin ha sterminato i Tatari della Crimea, nella decisione è sicuramente presente Marx.
C’è qualcosa di tragicamente ironico in tutto questo. Karl Marx era ebreo per origine, figlio e nipote di rabbini, discendente di una lunghissima catena di studiosi della Torah. Suo padre Heinrich si era convertito al protestantesimo per ragioni opportunistiche, per poter esercitare la professione legale in una Prussia che non ammetteva ebrei al foro. Karl era cresciuto in un ambiente in cui l’identità ebraica era qualcosa da nascondere, di cui vergognarsi, da cancellare. Questa vergogna - perché di vergogna si tratta - non è rimasta privata. Si è trasformata in teoria, in filosofia, in ideologia. L’odio di Marx per l’«ebraismo» è, almeno in parte, l’odio di un uomo per la propria origine rinnegata. Gli psicologi la chiamerebbero odio introiettato. Ma, qualunque nome le si dia, le parole restano scritte, le idee restano formulate, e le conseguenze di quelle idee sono state tragicamente concrete nel corso del Novecento.
Perché allora di tutto questo si parla così poco? Perché il razzismo e l’antisemitismo di Marx sono argomenti accuratamente evitati nei corsi universitari, nelle antologie scolastiche, nei dibattiti pubblici? La risposta è semplice quanto imbarazzante: perché il comunismo non è mai morto; è crollato un muro a Berlino, certo, ma il mostro è sempre vivo e vegeto, cambia solo colore, dal rosso al glitterato arcobaleno, ma è sempre lì. E dato che il mostro continua a occupare con il suo enorme deretano il seggio della cultura che scricchiola malamente sotto il suo peso, fanno comodo il silenzio e la rimozione.
Il marxismo ha costruito la propria identità morale sulla lotta contro lo sfruttamento, sul riscatto degli oppressi, sull’internazionalismo. Ammettere che il padre fondatore era un razzista e un antisemita smonta questa identità dalle fondamenta, e obbliga a un esame di coscienza che la sinistra ha sempre preferito evitare, analisi che arriverebbe inevitabilmente anche all’odio per Israele. È molto più comodo accusare di razzismo il proprio avversario politico che guardare nel proprio specchio ideologico. È molto più rassicurante santificare Marx piuttosto che leggerlo davvero, tutto, comprese le parti scomode. E così, generazione dopo generazione di intellettuali, professori, giornalisti e attivisti ha praticato la rimozione sistematica di documenti che sono lì, disponibili, verificabili, incontrovertibili.
«Figli e figliastri». Si usa questa maniera di dire per indicare una disparità di trattamento fra figli da parte di una madre, oppure anche fra cittadini da parte della madrepatria. Ci sono notizie che indignano.
E poi ci sono notizie che non solo indignano, ma cambiano il modo con cui guardi le istituzioni. La vicenda di Henry Nowak appartiene alla seconda categoria. Henry aveva 18 anni. Stava tornando a casa quando fu aggredito e accoltellato più volte da Vickrum Digwa. Fin qui siamo davanti a un tragico fatto di cronaca, uno dei tanti episodi di violenza che purtroppo colpiscono le città europee. Quello che rende il caso sconvolgente è ciò che accadde dopo. Secondo quanto emerso nel processo e dalle immagini diffuse di recente, l’aggressore sostenne di essere stato vittima di insulti razzisti. Gli agenti arrivati sul posto credettero inizialmente alla sua versione. Henry, gravemente ferito da 14 coltellate, e ormai in fin di vita, venne ammanettato mentre cercava di spiegare di essere stato accoltellato e di non riuscire a respirare. Si tratta della stessa frase «non riesco a respirare» detta del pregiudicato George Floyd nel 2020 che ha scatenato il movimento Black Lives Matter, «Le vite dei neri contano». Le vite dei neri contano, mentre quelle dei bianchi non tanto a quanto sembra.
Il fatto che una simile sequenza di eventi sia potuta accadere dovrebbe interrogare chiunque, indipendentemente dalle sue idee politiche. Perché la domanda non è se Henry fosse di destra o di sinistra, e non è nemmeno se siano esistiti o meno insulti precedenti all’aggressione. La domanda è molto più semplice: i bianchi sono esseri inferiori? Solo un essere inferiore può essere ammanettato agonizzante per l’accusa di aver insultato. Poteva succedere ad un nero nella Georgia di Via col vento, poteva succedere ad un ebreo nella Germania hitleriana. Come può una società civile arrivare al punto di considerare sospetto il ragazzo che sta morendo dissanguato? La fiducia nelle istituzioni si fonda su un principio elementare: la legge deve essere uguale per tutti. O per lo meno dovrebbe fare un tentativo di apparire tale. Questo principio è stato abbattuto. Quando i cittadini iniziano a capire che alcune accuse vengono credute automaticamente e altre vengono ignorate; quando vedono che l’identità delle persone conta più dei fatti, quando osservano funzionari pubblici incapaci di distinguere una vittima da un aggressore, allora viene minata la fiducia nelle istituzioni.
Ed è qui che il caso Henry Nowak assume un significato più ampio. Negli ultimi anni il Regno Unito è stato attraversato da un dibattito sempre più acceso sull’immigrazione, sulla sicurezza e sulla libertà di parola. L’attacco di Southport del 2024, nel quale tre bambine bianche furono uccise (e altre bambine tutte bianche furono ferite durante una lezione di danza che includeva allieve di tutte le etnie) da Axel Rudakubana, ha rappresentato uno dei momenti più traumatici di questa fase storica. L’orrore dell’evento scatenò proteste, scontri e un’ondata di sfiducia verso le autorità. Era impossibile non vedere la matrice razzista del gesto. In quella scuola c’erano bimbe di tutte le sfumature, ma solo quelle bianche sono state accoltellate. Chi ha negato la matrice razzista dell’attacco ha mentito. Molti cittadini accusarono istituzioni e media di non essere stati abbastanza trasparenti sulle informazioni disponibili e di affrontare il dibattito pubblico con criteri differenti a seconda dei soggetti coinvolti. Ma la democrazia inglese non sembra preoccuparsi molto anche quando milioni di persone smettono di credere che le regole vengano applicate in modo neutrale. Ha brillantemente risolto il problema paralizzando la libertà di espressione. Nel Regno Unito numerosi cittadini sono stati perseguiti penalmente per contenuti pubblicati online, in particolare quando tutti i contenuti che criticano l’immigrazione, la discriminazione contro gli autoctoni, la perdita di qualsiasi straccio di sicurezza, vengono considerati discorsi di odio idonei a incitare disordini o violenze. Le autorità sostengono che si tratti di misure necessarie per mantenere l’ordine pubblico nell’era dei social network. Buffo che le pagine social islamiche possano serenamente minacciare morte e distruzione a interi Stati e gruppi etnici, gioire felici di ogni atto di terrorismo nel mondo, riportare i video dei massacri del 7 ottobre. Molti cittadini si sono resi platealmente conto che il confine tra repressione dell’incitamento alla violenza e repressione del dissenso politico è stato abbondantemente superato. E da tempo.
Una società decente deve essere in grado di discutere di immigrazione, integrazione, criminalità e identità nazionale senza che ogni critica venga automaticamente equiparata all’odio. Una società indecente ha invece bisogno di questa equiparazione. Ora la perdita di credibilità delle istituzioni diventa grave a tal punto che il rischio di odio e disordini diventa veramente reale. Quando i cittadini smettono di fidarsi della polizia, dei tribunali, dei governi e dei media, il rischio è reale: solo ristabilendo in pieno la libertà di espressione e di critica si può risalire la china. Una società decente si riconosce nelle tragedie e nel modo di affrontarle. Ammanettare un ragazzo che sta morendo dopo essere stato accoltellato è un errore talmente grave da meritare verità, giustizia e assunzione di responsabilità. In questo momento, non sta succedendo.
Particolarmente drammatica in Italia la disparità di trattamento emotivo ma anche penale tra l’attentatore di Modena – che all’inizio la maggioranza dei commentatori e lo stesso vescovo di Modena si sono precipitati a descrivere come una vittima della società che ha avuto un attimo di intemperanza – e la cittadina italiana che a Viareggio dopo aver subito una rapina, mentre era ancora in una fase di paura di tale violenza da escludere il pensiero, ha investito il suo aggressore. Per lei è stato chiesto l’ergastolo, benché si tratti di un omicidio sicuramente non premeditato e commesso in una situazione di terrore, che quindi deve far parte del concetto di legittima difesa. L’aggressore in quel momento aveva in mano la sua borsa, il suo indirizzo, le sue chiavi. L’aggressore era il suo persecutore e c’era il rischio che lo sarebbe stato anche in futuro. A questo punto, dobbiamo tenere conto del dubbio etico che insegna il filosofo Immanuel Kant: cosa succederebbe se tutti facessero la stessa cosa? Cosa succederebbe se tutti uccidessero il proprio aggressore, se ogni donna uccidesse l’uomo che l’ha aggredita? Non ci sarebbero più aggressioni. È ovviamente un pensiero paradossale, ma è comunque un paradosso interessante. Quando in una società i figliastri sono gli appartenenti a una minoranza, abbiamo una discriminazione razziale. Quando i figliastri sono invece la maggioranza, abbiamo un’occupazione militare.
Noi siamo sotto occupazione militare. Gli immigrati sono la nuova razza ariana. Poliziotti e carabinieri sono costretti a eseguire ordini che discriminano pesantemente gli autoctoni, quindi si comportano da esercito occupante. Il fiume di soldi che arriva dai luoghi dei petroldollari, ma anche da filantropi che sprigionano bontà come Soros con la sua Open Society, hanno corrotto le gerarchie politiche, accademiche e purtroppo anche ecclesiastiche. Tutti gli altri si muovono per conformismo. In Gran Bretagna migliaia di ragazzine bianche sono state stuprate da pachistani per anni e i ragazzi bianchi sono normalmente accoltellati per strada. Cominciamo a pretendere una giustizia uguale per tutti e, nel frattempo, impariamo a batterci fisicamente e a girare con un giubbotto anti accoltellamento. Just in case. Non si sa mai.





