L’arte è qualsiasi manufatto umano che contagi un’emozione. Non che non mi piaccia l’arte moderna: la trovo spesso deliziosamente decorativa, un sistema grafico di comunicazione e, costasse 200 euro, un Fontana in casa me lo potrei anche mettere.
L’arte postmoderna mi provoca un’emozione forte e precisa: il desiderio di essere altrove. Sì, lo so, adesso il mio amico Sergio Mandelli mi scriverà che io non capisco niente e mi offrirà le sue pillole di arte moderna da studiare. E so che ha ragione, tuttavia io sono come un semianalfabeta e un barbaro. Caravaggio e Giotto li capisco anche da semianalfabeta e barbaro, perché restano Caravaggio e Giotto anche in una cantina; mentre, se collocate fuori da gallerie e musei, le installazioni postmoderne tendono a confondersi con magazzini discount o, a volte… discariche.
Guardate il quadro del Narciso attribuito a Caravaggio: ovviamente, rappresenta Narciso; è stato prodotto mediante una tecnica, è stato pagato in maniera umana. Traduco in parole povere: le opere di Caravaggio erano più care di quelle di pittori meno apprezzati, ma venivano comunque pagate secondo un senso logico. Un’opera realizzata in 100 ore veniva pagata il doppio di una realizzata in 50. Il pittore veniva pagato in maniera umana perché era considerato un essere umano e, come ogni essere umano, doveva conoscere una tecnica grazie alla quale produceva un’immagine, contemporaneamente comprensibile ed emozionante.
Se trovassimo una tela di Caravaggio, priva di titolo e di cornice, in una soffitta o in uno scantinato, capiremmo comunque cosa rappresenta. Un analfabeta delle zone rurali dell’India o del Pakistan che non sappia nulla della nostra civiltà non riuscirà certamente a identificare il personaggio di Narciso (che non conosce), ma riuscirà comunque a vedere un ragazzo che, specchiandosi nell’acqua, forma come un cerchio con il suo riflesso, dando l’impressione di qualcuno rinchiuso all’interno di un qualcosa, qualcuno che ha rinunciato guardare all’esterno così che il suo riflesso diventa quasi una gabbia.
Qui di seguito troverete la discrezione di due opere contemporanee, considerate opere d’arte e pagate come tali, di cui mi rifiuto di fornire un’immagine. Nel momento in cui vengano collocate fuori contesto - senza titolo e fuori da un museo, in uno scantinato o in una soffitta -, ecco che non sono più identificabili come «opere d’arte». Non hanno tecnica.
Sono state giudicate opere d’arte da grandissimi critici, e chiunque affermi il contrario verrà trattato con commiserazione in quanto «piccolo borghese che non comprende la trasgressione».
Quale trasgressione? La trasgressione, per essere seria, deve comportare un rischio. Le vignette su Maometto sono una trasgressione. In ogni caso chiarisco che, al di là di ogni ragionevole dubbio, io sono in tutto per tutto una piccola borghese, fiera di esserlo e, se mi avete scambiato per qualcun altro, giuro, non è stata colpa mia. Appartengo alla civiltà cui appartengo, e ne sono orgogliosa. Sono fiera di appartenere a una civiltà che ha scritto la Divina Commedia ed eretto la cattedrale di Chartres, e comincio a non tollerare più tutti i mediocri e i falliti che, su questa civiltà, vomitano solo per sentirsi «qualcuno» - i Pietro Manzoni, i Paul McCarthy, gli Andres Serrano, le ridicole impacchettature dei ridicoli coniugi Christo… mentre i quadri di Goya mi sconvolgono e quelli di Egon Schiele mi spezzano il cuore. Schiele è trasgressione, e i suoi dipinti sono atroci, meravigliosamente atroci.
Passiamo ora al tempo: il tempo che l’artista ha impiegato per creare queste opere è di pochi minuti. E questo fa dell’artista una specie di semidio che ci vende il suo tempo in cambio di cifre astronomiche. Non è nemmeno più un essere umano come invece lo erano Leonardo e Raffaello, pagati secondo standard umani. La mancata correlazione fra il tempo necessario e il pagamento è un segno gravissimo di dissociazione psicotica della società.
Le psicosi possono essere fenomeni di massa. Questo tipo di arte è una dissociazione psicotica.
Le due summenzionate «opere» che riporto sono entrambe… escrementi: la prima è fatta di escrementi veri, la seconda di deiezioni di travertino, e sono state pagate coi soldi dei contribuenti italiani - inclusi quelli dei piccoli borghesi (io in primis), che questa arte non la capiscono. L’arte non si impone al popolo.
È un’idea paternalistica e dittatoriale.
Nel 61 la biennale di Venezia espose dopo averli pagati con i soldi dei contribuenti gli escrementi in barattolo dell’artista Pietro Manzoni. Merda d’artista è il titolo di un’opera dell’artista italiano Piero Manzoni. Il 21 maggio 1961 l’autore sigillò le proprie feci in 90 barattoli di latta, identici a quelli per la carne in scatola, ai quali applicò un’etichetta, tradotta in varie lingue, con la scritta Merda d’artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta ed inscatolata nel maggio 1961. Sulla parte superiore del barattolo è apposto un numero progressivo da 1 a 90 insieme alla firma dell’artista. L’artista mise a questi barattoli il prezzo corrispondente per 30 grammi di oro, alludendo al valore dell’artista che grazie ai meccanismi commerciali della società dei consumi poteva vendere al valore dell’oro una parte di sé stesso.
Con questa opera così provocatoria Piero Manzoni afferma di voler svelare i meccanismi e le contraddizioni del sistema dell’arte contemporanea, che devo dire mi sono rimasti oscuri. Questa «protesta» continuò tramite le sue azioni, ad esempio quella di firmare modelle vive e nude o quella di dare uova sode con sopra le proprie impronte digitali, che continua a sembrarmi una boiata, un sistema grafico di comunicazione spacciato per (molto modesta) trasgressione.
La scatoletta è diventata un vero e proprio manifesto di un’epoca demente, contrastando le assurdità artistiche in quanto qualsiasi prodotto veniva premiato e considerato arte non per il valore intrinseco, la capacità dell’artista o ciò che suscitava, ma solo dalla notorietà dell’artista. La critica ha visto la scelta di confezionare le feci come una protesta verso gli artisti che vedevano nell’arte un mezzo di eternarsi. Con quest’ottica l’opera diventa un reliquiario che contiene un ricordo «prezioso» del maestro da venerare come sacro.
Ma veramente riuscite a leggere queste righe senza sentirne il ridicolo? Ci riuscite? Non vi fate illusioni: credete di essere colti e trasgressivi. Rileggetevi I vestiti nuovi dell’imperatore di Andersen, e anche 1984 di Orwell: non è trasgressione, solo bispensiero.
E poi c’è la maxi-cacca di Paul McCarthy, una delle «opere più discusse della Biennale internazionale di scultura che è stata inaugurata […] a Carrara. Il maxi-escremento, realizzato in travertino di Rapolano (Siena), è stato piazzato in corso Roma davanti alla sede centrale della Cassa di Risparmio di Carrara. L’artista statunitense l’ha voluto collocare davanti ad una banca per “combattere il capitalismo”, come ha detto lui stesso […]».
L’artista doveva combattere il capitalismo, peccato che non sia stato pagato con noccioline, ma con vero denaro (e tanto) dei contribuenti italiani, che lui avrà messo in banca. Perché, signori, le trasgressioni dei cosiddetti artisti, le loro provocazioni sono puro distillato di immondi nanetti, di piccoli narcisi che ci fanno i dispetti defecando e urinando sul salotto buono, potendo così dimostrare che «il denaro è sterco del diavolo»… facendosi poi pagare migliaia di dollari o euro. E anche dove non ci fossero escrementi, dove l’opera d’arte sia la bandiera americana con teschi al posto delle stelline, l’arte non c’è. C’è solo un tizio che sta esprimendo le sue idee politiche usando un codice.
Se volete avere un’idea di un’«arte» ancora più problematica di quella di Paul McCarthy, andate su Google Images e digitate il nome dell’autore perché, come ho già detto, io mi rifiuto di riportarne le foto, come mi rifiuto di descrivere opere d’arte fatte con corpi umani scuoiati e mummificati (Gunther Von Hagens). Il rispetto del corpo nella morte è una caratteristica umana, rileggiamoci I Sepolcri. La mancanza di questo rispetto è il segno di un’umanità perduta. Non c’è limite: qualsiasi cosa venga fatta, purché antiumana - e, se possibile, anticristiana -, si trova sempre un critico che affermi che quella roba lì è arte, parlando come una parodia di Woody Allen… che, a sua volta, è una parodia.
E ora è il momento della terza e più immonda opera:
«Piss Christ (in italiano «Cristo di piscio») è una fotografia realizzata nel 1987 dal fotografo statunitense Andres Serrano.
La foto raffigura un piccolo crocefisso di plastica immerso in un bicchiere di vetro contenente l’urina (volgarmente nota come piscio) dell’autore. […] L’opera ha vinto, nel 1989, il premio Awards in the Visual Arts messo in palio dal Southeastern Center for Contemporary Art e sponsorizzato dal National Endowment for the Arts, un ente governativo statunitense che tutela e finanzia progetti cui è riconosciuta un’eccellenza artistica»
Mi sono limitata a riportare il testo da Wikipedia.
Notate la trasgressione. Quale trasgressione? Se non siete credenti, il crocefisso è il simbolo di un uomo torturato a morte per le sue idee, un supplizio atroce usato di nuovo a Dachau e ora in Iraq a Mosul. Negli ultimi sessant’anni i cristiani sono stati massacrati a milioni nei lager e nei laogai, sono braccati come cani in Nigeria.
Dov’è la trasgressione, a ingiuriare dei perseguitati? Il sangue dei cristiani scorre come liquido senza valore, in Nigeria, in Pakistan, in Burkina. E in Europa, dove in terrorismo islamico ci abbatte come cani. L’arte postmoderna è semplicemente sottocultura woke, violentemente anticristiana, e si salda serenamente con l’islamismo, suo normale alleato. Mettere falsi sassi grossi come l’imbecillità umana a nascondere la magnifica facciata della Cattedrale di Bologna, in cosa ha arricchito l’umanità?
Ma in un mondo dove la parola «cristiano» è una condanna a morte, opere come questa sono le farneticazioni dei cialtroni e dei vili, e chiunque le abbia approvate fa parte della categoria.
Prima o poi riusciremo a fare la indispensabile riforma della giustizia, per ripulirla dagli arcaismi che risalgono al periodo fascista, e che permettono drammatiche disfunzionalità. La sconfitta al voto referendario potrebbe essere il primo passo di una vittoria epocale, nel senso letterale del termine, cambiare un’epoca, una vittoria che cambierà non solo la giustizia, ma tutto l’impianto culturale della nostra società.
La riforma della giustizia in Italia è da tempo un tema ricorrente nel dibattito pubblico, evocato come una necessità urgente da entrambi gli schieramenti, questa è la parte più interessante, ma osteggiata dalla magistratura, e quindi costantemente rimandata. Eppure, prima o poi, questo passaggio dovrà compiersi davvero, e deve essere una trasformazione profonda che intervenga sul dramma degli errori giudiziari.
Ogni giorno, in Italia, tre persone innocenti finiscono in carcere. Non si tratta di casi isolati o eccezionali, ma di una realtà che si ripete con inquietante regolarità, tre casi al giorno, 30.000 negli ultimi 30 anni. Parliamo di individui che vedono la propria vita spezzata: mesi, talvolta anni, prima che la loro innocenza venga riconosciuta, quando ormai il danno è irreparabile. Relazioni compromesse, carriere distrutte, reputazioni cancellate. E, aspetto forse ancora più sconcertante, senza che quasi mai qualcuno sia chiamato a rispondere per questi errori. Il nostro Paese ha già conosciuto tragedie giudiziarie emblematiche. Il caso Tortora resta impresso nella memoria collettiva come uno dei simboli più evidenti delle distorsioni del sistema. Un processo in cui l’innocenza dell’imputato e l’inconsistenza dell’impianto accusatorio emersero con chiarezza assoluta, ma solo dopo che la macchina giudiziaria aveva già prodotto i suoi effetti devastanti. Tuttavia, ciò che rende questo episodio ancora più inquietante è la consapevolezza che non si tratta di un’eccezione. Innumerevoli «Tortora» meno noti non hanno avuto la stessa visibilità, né la stessa possibilità di riscatto. Nel tribunale dove si svolse la tragedia dei suoi processi, magistrati hanno saltellato cantando «Bella ciao», canzone che nessun vero partigiano ha mai cantato, simbolo eterno di un antifascismo senza rischi a fascismo defunto, e hanno stappato bottiglie perché di nuovo il caso Tortora può restare impunito.
Di fronte a questo scenario, appare evidente che una riforma non sia più rinviabile. È plausibile immaginare che essa possa arrivare nell’arco di cinque o dieci anni, ma solo a una condizione: che il processo di cambiamento inizi subito. Non basta affidarsi a discussioni tecniche o a dibattiti tra specialisti. È necessario modificare il modo stesso in cui il tema viene comunicato e percepito dall’opinione pubblica. Durante la campagna referendaria per il Sì, il confronto sulla giustizia è rimasto intrappolato in un linguaggio complesso, fatto di tecnicismi e formule giuridiche difficilmente accessibili ai più. Questo approccio, pur necessario in ambito specialistico, si rivela inefficace quando si tratta di costruire consenso. La politica, infatti, non si muove solo sulla base della razionalità, ma anche, e spesso soprattutto, sull’onda delle emozioni. Parlare «alla pancia» delle persone è spesso considerato un metodo superficiale o addirittura scorretto. In realtà, è una componente inevitabile della comunicazione politica. Le decisioni collettive non sono mai esclusivamente razionali: entrano in gioco paure, empatia, indignazione, senso di giustizia. Ignorare questa dimensione significa rinunciare in partenza a coinvolgere davvero i cittadini.
Il fronte del No ha usato slogan che non riportavano fatti concreti: salvare la Costituzione (che non era in pericolo), salvare l’indipendenza dei giudici (che non era in pericolo), combattere il fascismo, che è defunto 80 anni fa. Irragionevoli, ma efficaci, questi slogan hanno funzionato. A questo si aggiunge il voto compatto di collettività come la comunità islamica, gli anarchici insurrezionalisti e gli attivisti dei centri sociali, che hanno votato No al 100%. Commovente l’entusiasmo per il No di città come Napoli, nel quartiere di Scampia 83% di No, e di regioni come la Sicilia, il che dimostra quanto la campagna sia stata efficace, perché sicuramente tutti questi hanno votato No per puro amore della Costituzione.
Per chi vuole promuovere un cambiamento reale, è indispensabile adottare un approccio altrettanto incisivo sul piano comunicativo, così da rendere comprensibile e tangibile il problema, trasformando dati e statistiche in storie, volti, esperienze concrete. Occorre far percepire che l’ingiustizia non è un concetto astratto, ma qualcosa che può colpire chiunque. Fondamentale è la costruzione di un messaggio chiaro, diretto e facilmente riconoscibile. Uno slogan, semplice ma potente, capace di condensare il cuore della questione e di essere ripetuto con coerenza, richiamando costantemente l’attenzione sull’aspetto più drammatico del problema: il fatto che persone innocenti continuino a pagare un prezzo altissimo per errori del sistema. Dobbiamo ricordare, ogni giorno, di qualsiasi cosa si stia parlando, che degli innocenti, in media tre al giorno, finiscono in carcere e vedono la propria vita distrutta senza che nessuno ne risponda. Significa mantenere viva l’attenzione su una ferita aperta. Significa impedire che il tema scivoli ai margini del dibattito pubblico. La riforma della giustizia non è solo una questione tecnica o giuridica, ma la suprema questione di civiltà. E, come tutte le grandi trasformazioni, richiede tempo, determinazione e una strategia capace di unire ragione ed emozione. Solo così sarà possibile arrivare preparati al momento decisivo: quello in cui il consenso costruito nel tempo si tradurrà in una maggioranza politica. Vincere le elezioni, anzi stravincerle, perché ci sia una maggioranza compatta e potente, in questo caso, non sarà un punto di arrivo, ma l’inizio di un percorso finalmente orientato a rendere la giustizia più equa, efficiente e umana.
Per arrivarci occorre immediatamente fare due cose, impedire che la scuola e l’università siano politicizzate e impedire le menzogne, combattendole una per una. La Costituzione garantisce e ordina che la scuola sia apartitica, luogo di formazione libera da condizionamenti ideologici e da pressioni politiche. L’istruzione deve promuovere spirito critico, autonomia di giudizio e rispetto delle diverse opinioni, senza trasformarsi in strumento di propaganda. Per questo motivo, quando un insegnante utilizza il proprio ruolo per fare politica, indirizzando gli studenti o proponendo attività a sostegno di una parte, come la realizzazione di disegni che esaltano la cosiddetta flottiglia e la bandiera di coloro che ridendo hanno bruciato vive le gemelline Shahar e Arbel e il loro fratellino, che hanno strangolato i bimbi Bibas, i due bimbi dai capelli rossi, insieme alla loro mamma, nel buio di un sotterraneo, oppure con la distribuzione di volantini per il No, si verifica una violazione grave dei principi di imparzialità e neutralità. In tali circostanze, un ispettore del ministero dell’Istruzione ha il dovere di intervenire con fermezza, verificando i fatti e adottando i provvedimenti necessari. La scuola deve restare uno spazio di confronto aperto, non di indottrinamento. Solo così si tutela il diritto degli studenti a un’educazione libera, pluralista e rispettosa della Costituzione. Anche la verità è fondamentale per rispettare la Costituzione. Quando qualcuno affermava che la riforma avrebbe assoggettato i pm al potere politico, il che è falso, si sarebbe dovuto chiedere l’intervento del presidente della Repubblica e chiedere un giurì d’onore. Onore al governo Meloni che ha fatto il primo tentativo serio ed è quasi riuscito. La prossima volta riusciremo. E finalmente il Tribunale di Napoli sarà intitolato a Enzo Tortora.
La battaglia comincia ora.
Il popolo italiano non è composto da stupidi, né da masochisti, né tantomeno da aspiranti suicidi collettivi. È un popolo che, nella sua maggioranza, decide sulla base delle informazioni che riceve, inevitabilmente su base emotiva. Quando queste informazioni sono distorte, parziali o sistematicamente orientate, il risultato non è una scelta consapevole, ma l’effetto di un processo più ampio: quello che, senza giri di parole, si chiama propaganda. La recente sconfitta referendaria ne è un esempio evidente.
Questa dinamica non nasce all’improvviso. Affonda le radici in un sistema culturale e informativo che comincia dalla scuola. Oggi gli studenti trascorrono gran parte della loro giornata tra i banchi: otto ore o più, spesso. In questo contesto, è inevitabile che la scuola diventi uno dei principali riferimenti etici e culturali, molto più della famiglia. Il risultato è un ecosistema in cui l’informazione non è neutrale. Il governo guidato da Giorgia Meloni si trova in una posizione gravemente minoritaria rispetto a gran parte del sistema mediatico e culturale. In questo scenario, alcune voci mediatiche vengono considerate controcorrente. La Verità e poche altre testate, i programmi condotti da Mario Giordano e Nicola Porro sono i pochi spazi in cui si esprimono posizioni alternative rispetto al mainstream. Il nodo centrale resta però la scuola. In teoria, la Costituzione italiana garantisce sia il diritto all’istruzione pubblica sia quello all’educazione privata o parentale. Nella pratica, però, molte famiglie denunciano ostacoli e difficoltà nel vedere riconosciuta questa libertà. Come ha ripetutamente sostenuto e dimostrato il filosofo Jacques Ellul, la scuola è la più micidiale forma di indottrinamento, la scuola diventa immediatamente dittatura del pensiero dove non ci siano controlli granitici perché sia apolitica. È inevitabile la critica di carattere ideologico: l’idea che il sistema educativo e culturale italiano sia ancora fortemente influenzato da una tradizione politica di sinistra, mai modificata o trasformata nel tempo. Non si tratta più di simboli espliciti, ma di un’impostazione culturale che permea programmi, linguaggi e priorità. Tutto è messo in discussione, ma non la nostra Costituzione, che è piuttosto bruttina. Si dichiara la Repubblica italiana fondata sul lavoro, frase semplicemente senza senso. Una Costituzione degna dovrebbe essere fondata sui diritti inalienabili dell’individuo, il diritto a vivere come vuole, ad allevare i suoi figli secondo la sua etica, a professare la sua religione, per esempio il cattolicesimo, e quindi a non essere costretto a finanziare con le proprie tasse manifestazioni violentemente anticristiane come i cosiddetti Pride, ad avere un processo giusto e nel caso il processo sia stato iniquo a veder perseguita la colpa dell’ingiustizia.
La gestione della pandemia da Covid-19 ha ulteriormente evidenziato come la nostra Costituzione sia assolutamente insufficiente a difendere i diritti più elementari dell’individuo, uscire di casa, lavorare senza cedere a ricatti assurdi che violano anche la sacralità del corpo. La sconfitta referendaria, dunque, è una battuta d’arresto. Vinceremo domani, ma nel frattempo, per poter vincere domani, dobbiamo cominciare a batterci subito, e soprattutto riconquistare la scuola, che sia un luogo di apprendimento, non di propaganda sempre più martellante e becera. Abbiamo bisogno di libri di storia che spieghino che il fascismo è finito 80 anni fa sconfitto dagli angloamericani, che nessun partigiano ha mai cantato Bella ciao, che molti partigiani sono stati uccisi da altri partigiani, per non parlare dei civili anche a guerra finita, e che quindi cantare a squarciagola Bella ciao saltellando giulivi non vuol dire essere gli eroici combattenti contro una dittatura. Per il futuro, la strategia appare chiara: rafforzare la presenza nei media, ampliare il pluralismo dell’informazione e, soprattutto, intervenire sul terreno educativo. Perché è lì, più che altrove, che si formano le coscienze e si costruisce la capacità critica dei cittadini di domani.





