Parma, Italia. Non un sobborgo dimenticato del mondo. Non una favela latinoamericana. Parma. Due professori richiamano un ragazzo, che prendendo a calci una lattina sta danneggiando la carrozzeria di un’auto. Una scena che apparteneva, un tempo, alla normalità educativa di qualsiasi Paese civile.
E invece no. Il ragazzo è islamico, di origine nordafricana. I due professori sono kafir, ossia infedeli, esseri inferiori. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori. I nordafricani considerano doppiamente gli europei esseri inferiori, non solo in quanto infedeli, ma in quanto schiavi. Lo studioso Davis ha quantificato in circa un milione di europei per secolo il totale degli schiavi cristiani rapiti dai saraceni e portati a morire. La vita media di uno schiavo era 7 anni. I palazzi del Marocco sono tutti stati costruiti da schiavi cristiani.
Ad aprile a Massa Giacomo Bongiorni si è permesso di riprendere un gruppo di «giovani» non meglio identificati, cioè di origine nordafricana, che si stavano divertendo a danneggiare una saracinesca, ed è stato picchiato a morte davanti al figlio undicenne. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un kafir che si sia permesso di non essere dhimmi osando addirittura redarguire due padroni, deve essere rimesso in riga. Minacce. Violenza. Aggressione. Un professore colpito con una cintura sulla schiena davanti a decine di persone che filmano, ridono, osservano come si guarda una pubblica giusta punizione di uno sprovveduto. Questo è l’onore nell’islam, che i kafir irrispettosi vengano puniti. Nessuno interviene, nessuno sente il bisogno di difendere l’insegnante, nemmeno qualcuno degli altri kafir, perché paralizzati dal terrore di essere giudicati razzisti o, peggio, poco inclusivi. Una società corrotta dai fiumi di denaro in arrivo dai Paesi del petrolio ha creato questa stolida anestesia. Le punizioni che colpiscono chi tenta di reagire, disapprovazione, grane giudiziarie, vendette di altri maranza, hanno paralizzato tutti.
Il punto più squisitamente dhimmi della vicenda arriva dopo. La scuola decide di non denunciare. E la motivazione meriterebbe di essere incorniciata nei manuali di psicopatologia collettiva: «Seguire una logica educativa e non sanzionatoria». L’educazione è altresì senso dell’onore: mai due contro uno, si può colpire solo per difendersi. L’onore è che chi ha commesso un crimine sia sanzionato. La mancanza di sanzione è disonore e dhimmitudine. Non esiste alcuna possibilità educativa senza sanzione perché, non sanzionando, si sono tutti inchinati all’islam riconoscendone la superiorità e il diritto di punizione degli irrispettosi, loro. Veramente noi paghiamo uno stipendio a professori che scrivono boiate di questo calibro? Non esistono più aggressori: esistono «fragilità». Non esistono più violenze: esistono «percorsi problematici». Non esistono più responsabilità individuali: esistono «contesti». La motivazione i è quella che meriterebbe di essere incorniciata nei manuali: «Come essere un bravo kafir (infedele) e soprattutto un bravo dhimmi (kafir sottomesso)». I due professori non solo hanno giudiziosamente appreso la lezione, siamo certi, ma in questo modo l’hanno impartita anche al resto dell’Italia.
Anche in Francia «seguire una logica educativa e non sanzionatoria» ha fatto scuola: gli insegnanti francesi sono campioni di «dhimmitudine». È all’ordine del giorno subire aggressioni, sputi, insulti, derisione quando loro, kafir, osano dare un ordine a un islamico. Quando l’insegnante Samuel Paty è stato decapitato da uno studente rattristato da una sua lezione su Maometto, i suoi colleghi si sono precipitati a spiegare che, be’, certo, la decapitazione è un po’ forte, ma non bisogna provocare… «Seguire una logica educativa e non sanzionatoria» è una frase che racconta il crollo morale di un’intera classe dirigente meglio di qualsiasi trattato sociologico. Qui si parla di un’istituzione che, dopo essere stata aggredita, rinuncia perfino ad affermare il principio basilare secondo cui chi usa violenza deve risponderne. In fondo i nordafricani di prima generazione, e successive, vengono considerati individui non in grado di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Inoltre fanno parte di un gruppo etnico che salda i conti in maniera atroce. Questo impasto di disprezzo e paura genera un comportamento ignobile, letteralmente ignobile, che manca di ogni nobiltà. Il professore che oserà, una volta aggredito, denunciare, grazie all’episodio di Parma potrà essere accusato di cattiveria, razzismo e poca inclusione. Dopo Parma l’impunità è d’obbligo. Il messaggio che arriva ai nuovi italiani è: nessun limite. nessuna conseguenza reale. I dhimmi hanno capito. Abbiamo costruito una società in cui l’adulto ha paura del minore, soprattutto se di italianità recente, il professore ha paura dello studente, soprattutto se islamico, il dirigente scolastico ha paura delle famiglie, sempre, persino di quelle realmente italiane, e lo Stato ha paura di chiamare le cose con il loro nome. È paralisi morale.
Lo scrittore francese Laurent Obertone, nel saggio purtroppo non tradotto in italiano La France Orange mécanique, descrive una Francia in cui la violenza quotidiana viene progressivamente normalizzata da media, politica e istituzioni. Le violenze aumentano di anno in anno. Sono a carico di immigrati di prima, seconda, terza, quarta e quinta generazione: un islamico nato in Francia da genitori, nonni e perché no, anche bisnonni nati in Francia resta un islamico, una persona che per volontà divina deve prevalere sui kafir e sottometterli alla «dhimmitudine». Per questo suona sorprendente leggere che «gli inquirenti sono a caccia dei responsabili della morte del 22enne a Milano», l’ultimo cristiano accoltellato da maranza cioè da islamici. I responsabili materiali saranno individuati, ma esistono anche responsabilità morali, culturali e politiche che da anni vengono negate. Sono responsabili coloro che trasformano ogni violenza in un alibi sociologico; chi giustifica aggressioni e degrado sostenendo che il criminale sia sempre «vittima del sistema»; chi preferisce accusare un presunto clima d’odio invece di riconoscere il fallimento di un modello che ha reso interi quartieri insicuri per i cittadini onesti. Sono responsabili quei professori che tacciono dopo essere stati aggrediti dai maranza per paura di apparire intolleranti; quei commentatori che invitano a «non strumentalizzare» anche davanti all’ennesima donna colpita in strada; quei sindaci che amministrano città sempre più violente mentre dedicano più energie alla retorica ideologica che alla sicurezza reale. Ma qui torna la lezione di San Tommaso: una comunità che rinuncia alla giustizia in nome dell’ideologia prepara il proprio disfacimento. Il comportamento dei professori di Parma è anticristiano.
E quindi? Impariamo a combattere, a combattere fisicamente. Alla modica somma di 80 euro su internet si compra un giubbotto anti accoltellamento. Portarlo sempre rinforza la muscolatura, come portare la corazza dei cavalieri di Malta o degli Ussari alati di Polonia. E soprattutto come i guerrieri di Poitiers, di Lepanto, di Vienna, impariamo a portare su di noi una croce e impariamo a pregare. Il cristianesimo ordina di evangelizzare i maranza, e nessun cristianesimo ordina di subirne le violenze. Meglio morire combattendo che vivere da dhimmi. Meglio essere Samuel Paty che scrivere boiate come «seguire una logica educativa e non sanzionatoria». Non abbiamo vinto a Poitiers, Lepanto e Vienna per diventare un Paese di kafir e dhimmi.
Sarebbe il caso di abolire il ministero della Cultura. Potremmo liberarci di una serie di ministri che alternano mediocrità sempre presente a saltuarie storie pruriginose. Potremmo risparmiare i soldi spesi a sovvenzionare film inguardabili e difatti non guardati. Potremmo evitare di profanare Venezia e la sua irraggiungibile bellezza con quella infame boiata che è la Biennale, dove lo zuzzurellone di turno - questa volta è una tizia finlandese - viene a esporre degli escrementi. Potremmo finalmente abolire Festival della letteratura di Mantova e Salone del libro di Torino, oramai capisaldi della sottocultura di sinistra, parco giochi di chi crede che ascoltare Saviano o vedere la Littizzetto in persona sia cultura.
Secondo la lista pubblicata il 9 agosto 2024, in occasione del Book Lovers Day, la percentuale di lettori in Italia è risultata la terzultima in Europa: solo Romania e Cipro hanno fatto peggio di noi. Quindi, per avere pessimi risultati come questi, possiamo risparmiare i soldi di vari festival e fiere, inutili carrozzoni della sottocultura degli amichetti. E che siano inutili carrozzoni è dimostrato anche dal fatto che, in una nazione che spende (sperpera) fiumi di soldi in festival e saloni, una enorme percentuale di italiani, anche colti, non conosce Eugenio Corti, un gigante della letteratura.
Eugenio Corti è stato uno dei grandi rimossi della letteratura del Novecento: troppo cattolico per i salotti culturali, troppo antimarxista per le antologie scolastiche, troppo libero per le liturgie editoriali dei festival e delle fiere del libro. Eppure il suo Il cavallo rosso resta uno dei romanzi più potenti del secolo scorso: il racconto epico e tragico della guerra, della ritirata di Russia che lui stesso visse da soldato, della fede e della distruzione dell’Europa. Corti fu anche partigiano, ma non piegò mai la sua memoria alla propaganda. Per questo è stato ignorato. E proprio per questo resta necessario ricordarlo. Non solo per Il cavallo rosso, ma per tutti gli altri suoi preziosissimi libri.
In Il Medioevo e altri racconti ritorna l’idea di una civiltà cristiana come culmine storico e morale dell’Europa. Il Medioevo viene presentato come «paradigma realizzato della civiltà cristiana», fondato sulla sintesi tra fede, cultura e ordine sociale. In questo libro, Eugenio Corti riassume la sua idea di sionismo, parola che ora è diventata il più sanguinoso degli insulti, sanguinoso in senso stretto. La parola «sionista», applicata alla vittima, permette di annullare la compassione per bambini bruciati vivi davanti agli occhi dei genitori, strangolati a mani nude, tolti ancora vivi dal ventre delle madri sventrate, come il premio Nobel per la Pace Yasser Arafat aveva promesso: «Noi li sgozzeremo tutti, sgozzeremo i feti nelle madri». Scrive Eugenio Corti che il più straordinario intervento della trascendenza nella storia nel secolo scorso è stato il ritorno del popolo di Israele in Palestina dopo 2.000 anni di esilio. Evidenzia l’enorme componente soprannaturale che si è mescolata all’intreccio degli accadimenti naturali. «Promotore però di questa seconda grandiosa vicenda storica fu ed è Dio in persona che ha fatto e sta facendo tornare quel popolo nella terra da lui data con patto solenne ai suoi antichi patriarchi. Gli impegni di Dio sono, come sappiamo - e avverte San Paolo in Romani 11:29 - irrevocabili: si tratta in realtà di un’impresa così difficile con 1.300.000.000 islamici che vi si oppongono e che solo Dio la potrà completare». Se Israele esiste e continua a esistere non può che essere per volontà di Dio. Il concetto è ulteriormente ampliato nel libro Il fumo nel tempio.
Ora l’antisemitismo è riesploso con tutta la sua ferocia, grazie al popolo palestinese che da decenni sacrifica ogni possibilità di pace e ricchezza per diventare il grimaldello dell’antisemitismo mondiale. I viaggi delle cosiddette flottiglie servono a rilanciare l’odio quando, come ora, grazie alla tregua ottenuta da Trump, rischia di spegnersi. Barchette piene di preservativi e caramelle sono incredibilmente chiamate «missione umanitaria». Gli israeliani hanno preso a ceffoni i flottiglianti, e questo sta diventando un caso. Esiste una categoria umana che confonde il coraggio con la provocazione, la libertà con l’arroganza, il diritto con il caos. Gente che sale su una nave diretta verso un blocco militare, in un Paese divorato dalla guerra, e pretende poi di essere trattata come una comitiva di turisti in gita scolastica. Si sbagliano di grosso. Perché quando ti avvicini al volto di un uomo scortato urlando slogan nemici, non stai esercitando un’opinione: stai sfidando l’apparato di sicurezza di uno Stato che vive sul filo della sopravvivenza. E chi protegge uno Stato assediato non ha il lusso della poesia né quello delle interpretazioni sociologiche. Reagisce. Punto.
L’Occidente imbottito di sensi di colpa continua a credere che Israele debba chiedere il permesso persino per respirare. Ma Gerusalemme ha smesso da tempo di inginocchiarsi davanti ai tribunali morali dei salotti televisivi. Ha capito che non esiste gesto capace di convincere chi ha già scelto il pregiudizio come fede politica. Chi odia Israele continuerà a odiarlo, anche davanti all’evidenza. Trasformerà ogni video, ogni fermo, ogni spinta in una reliquia ideologica buona per i social e le piazze. E intanto questi rivoluzionari da weekend viaggiano protetti dai consolati occidentali che disprezzano, consumano risorse pubbliche, insultano cittadini, forzano confini e si stupiscono se qualcuno li butta a terra. Ma uno Stato non è un talk show. Non discute mentre viene provocato. Agisce. Difende. Colpisce se necessario. La flottiglia del martirio mediatico si è infranta contro una realtà semplice e brutale: esistono nazioni che non chiedono scusa per esistere, difendersi e voler sopravvivere. E in un’Europa che si dissolve nelle mozioni, nei distinguo e nelle lacrime di circostanza, qualcuno ha scelto la lingua secca dei fatti. Rapida, sgradevole, definitiva. Una lezione di gravità impartita senza retorica. Ben-Gvir, per molti, incarna proprio questo: l’uomo che non arretra, che non si scusa, che considera la sicurezza più importante dell’applauso dei benpensanti.
Ci sono due video che in Europa quasi nessuno ha visto. Uno è della soldatessa israeliana Noa Marciano, catturata il 7 ottobre dalle belve di Hamas, e uccisa da un medico palestinese con una embolia gassosa. La sua lunga agonia è stata registrata, e il video è stato inviato a suo padre. Quel video si è sommato agli altri che documentano le atrocità del 7 ottobre, incluso lo scempio di morti, feriti, bambini rapiti, trascinati a Gaza perché tutti potessero inveire su di loro e prenderli a calci. Il secondo video che in Europa non abbiamo visto è il video dei flottiglianti nelle stive delle navi israeliane prima di essere sbarcati. Cantavano, ballavano, ridevano e facevano le capriole. Credo che sarebbe stato meglio se gli israeliani, già l’estate scorsa, avessero lasciato perdere le sceneggiate con la gente inginocchiata, e avessero trattenuto quei fenomeni per un giusto processo.
Un’ultima cosa: in quanto cittadino italiano esigo di conoscere i risultati dell’autopsia di Vittorio Arrigoni, attivista che viveva a Gaza. Esattamente era attivista di cosa? E a Gaza viveva mantenuto da chi? Mi seccherebbe scoprire che, tra un Ong e l’altra, nel mantenimento di Vittorio Arrigoni in una situazione che è finita con la sua morte atroce, c’erano di mezzo anche le mie tasse. Di quella morte mi dispiace moltissimo. In quanto cittadino italiano è mio diritto conoscere il referto dell’autopsia: quanto è stato massacrato. Tanto per chiarire ai croceristi l’esatto significato della parola tortura.
La soluzione ai problemi del mondo non è la lotta di classe, ma l’imprenditore, un imprenditore decente la cui attività sia regolata da leggi giuste e sindacati non politicizzati che fanno l’interesse dei lavoratori. «Comandare è meglio che avere rapporti sessuali» è una frase di Leonardo Sciascia (citata nel libro Il sasso in bocca) che riassume la mentalità mafiosa, e che è diventata una maniera di dire.
La frase si adatta ai parassiti, i mafiosi e i funzionari delle dittature, in particolare di quelle comuniste. Non ha senso usarla invece per l’imprenditore, quello che Marx chiama il capitalista. Molti citano la teoria marxiana del plusvalore come se fosse un’ovvietà inconfutabile: il valore lo crea il lavoro, dunque il profitto del capitalista è sempre lavoro rubato all’operaio. Esiste un capitalismo di rapina, però è un’eccezione, perché non è vitale, e come è successo nella Gran Bretagna dei secoli XIX e XX, si corregge da solo, nel giro di poche generazioni.
L’aggettivo «poche» non è ironico. L’arbitrio dei faraoni sui loro schiavi era durato molto di più. Lo schiavismo islamico dura dalla fondazione dell’islam e ha inchiodato l’islam al sottosviluppo. Il comunismo sovietico e cambogiano ha inchiodato i rispettivi Paesi al sottosviluppo. La Cina ne è uscita a costo di sofferenze inenarrabili per il suo popolo.
Il capitalista che regna su un popolo di schiavi è un capitalismo incapace di autoalimentarsi. Il capitalista che ha operai ben pagati che a loro volta diventano consumatori e sostengono il sistema ha creato un sistema che invece progredisce. E andrebbe chiamato imprenditore, non capitalista. Marx, in tutta la sua sterminata produzione, ha sistematicamente ignorato tre elementi fondamentali che rendono quella teoria una ricostruzione parziale e distorta della realtà economica.
Il primo è il rischio d’impresa. Chi eredita una fabbrica di automobili, e la fa andare in malora, non merita il nome di imprenditore. Chi mette su una fabbrica di automobili per esempio a Torino, nel 1899 chiedendo soldi alle banche non sta semplicemente «comandando»: sta scommettendo tutto, patrimonio, reputazione, anni di vita, su un’idea. Se va male, i debiti restano suoi fino all’ultimo centesimo, mentre l’operaio ha già incassato il suo stipendio. In Italia, se l’azienda è insolvente persino sul Tfr, interviene l’Inps con il proprio fondo dedicato a tutelare il lavoratore. L’imprenditore fallito, invece, diventa schiavo di Equitalia per il resto dei suoi giorni.
Il secondo elemento ignorato da Marx è l’idea imprenditoriale. A nessun impiegato statale sarebbe venuto in mente di inventare la Nutella o l’ovetto Kinder. Quella fu la visione geniale di Ferrero, un uomo che, tra l’altro, con quella ricchezza costruì uno dei migliori istituti per ragazzi disabili d’Italia. Il funzionario sovietico, privo di incentivi e di rischio personale, produceva invece lo «spaccamele da due quintali» (è una storiella di umorismo nero sovietico: «Cosa è quell’oggetto che pesa due quintali e spacca una mela in tre pezzi?», «Uno spaccamele sovietico progettato per spaccare una mela in quattro»). Il Paese dei Soviet era celebre per povertà di brevetti e soprattutto per attrezzature di livello imbarazzante, se non inadeguate in maniera criminale, come racconta con straordinaria potenza Preghiera per Chernobyl di Svetlana Alexievich, libro che chiunque voglia capire cosa è stato il comunismo reale dovrebbe leggere. Bambini di piombo è la serie televisiva che racconta la vicenda autentica del saturnismo che colpì la salute di un paesino di minatori polacchi per una miniera di piombo gestita serenamente dei funzionari marxisti con regole che avrebbero portato qualsiasi proprietario del mondo capitalista dritto in galera.
Il terzo elemento è la sicurezza asimmetrica: il dipendente percepisce lo stipendio dodici mesi su dodici, con tredicesima, Tfr e protezioni contrattuali. L’imprenditore può anche non mangiare per pagare gli stipendi. Questo differenziale di rischio giustifica pienamente un differenziale di remunerazione, non è sfruttamento, è matematica elementare.
La neurobiologia smonta il detto mafioso. C’è un altro livello di analisi da tener presente: quello etologico e neuroscientifico. La frase «comandare è meglio che fottere» non descrive una verità universale dell’uomo - descrive la patologia compensatoria di chi non sa o non può guadagnare. Dal punto di vista della neurobiologia, la frase corretta sarebbe semmai: guadagnare è meglio che fottere, o almeno pari grado. Quando un uomo, cioè un essere umano di sesso maschile, guadagna denaro, alla tomografia a emissione di positroni (Pet) si illuminano le stesse aree cerebrali che si attivano durante la sessualità. E non è un caso: il denaro, dal punto di vista etologico, equivale al territorio. In natura, il maschio che controlla il territorio accede alla riproduzione; quello che non ne ha viene escluso, come suggerisce con brutalità efficace il termine «sfigato», che non è una parolaccia ma un preciso indicatore etologico di rango basso nel branco. Gli erbivori mangiano tutti l’erba, e tutti si riproducono. Invece negli animali carnivori, e noi fondamentalmente lo siamo, con buona pace dei vegani, solo i più alti di grado si riproducono, perché se si riproducessero tutti non ci sarebbero abbastanza lepri da mangiare e risorse per i cuccioli.
Il Don Giovanni di Mozart lo racconta benissimo: il servo porta da bere mentre il padrone si intrattiene con la fanciulla. Comandare, invece, è la scorciatoia di chi non ha saputo costruire né guadagnare: è il surrogato del territorio, non il territorio stesso. La mafia lo sa bene. E lo sanno bene anche rivoluzionari e funzionari di paesi del comunismo reale, incapaci di costruire e capaci di comandare. Marx non l’ha mai capito. «Comandare» non è costruire. La mafia non costruisce niente. Non inventa la Nutella, non fonda ospedali, non porta l’elettricità nelle case. I partiti comunisti del comunismo reale costruiscono pochissimo, male e sempre con lo schema del massimo sforzo per il minimo risultato. La mafia esercita il parassitismo organizzato su ciò che altri hanno costruito, esattamente come fa lo Stato quando divora con la tassazione eccessiva le energie di chi produce. Il comunismo costruisce pochissimo e male. Dove la pressione fiscale mostruosa, imposta da partiti di origine marxista, e il pizzo si sommano, il risultato è che l’imprenditore onesto smette di fare l’imprenditore, e a quel punto tanto vale diventare mafioso. Non è il capitalismo a generare la mafia: è la sua assenza, il soffocamento della libertà economica, a renderla conveniente.
Il vero motto non è «comandare è meglio che fottere»: è altresì «costruire è meglio che comandare». Ed è esattamente ciò che il libero mercato, con tutti i suoi difetti, ha dimostrato di saper fare meglio di qualunque alternativa collettivista. L’unico sistema economico che abbia strappato miliardi di esseri umani dalla povertà assoluta è l’economia di mercato.
Il comunismo reale, al contrario, ha prodotto carestie epocali (la più famosa è l’Ucraina del 1932-33), cannibalismo (Russia, 1921, Ucraina 1933, Mongolia 1945), gulag, Chernobyl, lao gai, alcuni milioni di morti di fame nel gran balzo in avanti cinese (forse venti) alcuni milioni di morti linciati nella rivoluzione culturale cinese (forse 10), lo sterminio sistematico delle neonate negli orfanotrofi di stato (cifra sconosciuta, qualche decina di milioni) e i campi di sterminio cambogiani. Costruire è una nobile arte. Il mafioso e il funzionario sovietico sono dominati dalla libido dominandi, il vizio dei tiranni, dei mafiosi e degli statalisti. L’imprenditore ha la libido aedificandi, la passione di costruire che è il motore del progresso umano. Sono concetti e approcci alla vita diametralmente opposti. Chi comanda senza costruire è semplicemente un frustrato con un esercito. Chi non lo capisce, comanda magari anche bene, se è un buon militare, ma non costruisce alcunché. Chi costruisce, anche senza comandare nessuno, cambia il mondo.





