Nel diritto romano bona fide assumeva il significato di comportamento leale e onesto nell’esecuzione degli impegni e obblighi assunti. La buona fede, in senso meno grandioso, è invece lo stato psicologico di un soggetto che ha la convinzione di agire in maniera corretta e ignora di ledere i diritti altrui. La dottoressa Cecilia Angrisano è il magistrato che ha tolto i tre figli ai genitori del bosco, i genitori che hanno osato sottrarre i loro bambini alla follia del mondo contemporaneo. La dottoressa Angrisano è intervenuta in numerosi convegni a favore delle famiglie raffazzonate. Un convegno in cui è stata ospite d’onore parla di «genitorialità fuori dall’ordinario», vezzoso termine con cui si parla della violazione del diritto del bambino di vivere con l’uomo e la donna che lo hanno generato. Molto forte è il rapporto con il Cismai, associazione presente a Bibbiano e nella Bassa modenese, e ovunque si deportino i bambini verso le case famiglia: bambini deportati da un istante all’altro, senza neanche la possibilità di portare con sé un giocattolo.
Cecilia Angrisano spiega i motivi per cui ha fatto allontanare i tre figli di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, la famiglia anglo-australiana stabilitasi nei boschi di Palmoli, a Chieti. Sono questi: «La deprivazione del confronto fra pari in età da scuola elementare può avere effetti significativi sullo sviluppo del bambino, che si manifestano sia in ambito scolastico che non scolastico. In considerazione del pericolo per l’integrità fisica derivante dalla condizione abitativa, nonché dal rifiuto da parte dei genitori di consentire le verifiche e i trattamenti sanitari obbligatori per legge...». Evidentemente la dottoressa non conosce i sistemi motivazionali. I sistemi motivazionali interpersonali (Smi) costituiscono l’insieme di schemi comportamentali e neurobiologici che regolano le relazioni tra individui, orientando l’essere umano verso scopi fondamentali per la sopravvivenza e l’adattamento sociale. Questi sistemi comprendono, tra gli altri, l’attaccamento, la cooperazione, la competizione, la cura parentale e l’affiliazione al gruppo. Non tutti, però, rivestono la stessa importanza: sebbene ciascuno contribuisca al benessere psichico e alla coesione sociale, il sistema dell’attaccamento ha un ruolo primario e fondante, influenzando in modo profondo lo sviluppo della mente e la regolazione neuroendocrina.
Un bambino può vivere benissimo senza andare a scuola, ma se perde padre e madre si forma una ferita primaria, un trauma non risolvibile, come un’amputazione. È quello che stanno subendo i bambini del bosco: un’amputazione della loro anima, a cui si ribellano con la collera e le poche armi che hanno, il rifiuto di mangiare, il rifiuto di interagire con le degnissime persone dell’orfanotrofio di Stato dove sono stati rinchiusi, la cosiddetta casa famiglia. Dal loro punto di vista, queste persone che hanno infranto il loro attaccamento non possono che essere considerate aguzzini. L’attaccamento ha un sistema motivazionale complementare: l’accudimento, l’istinto materno, l’istinto di accudire. Levare i bambini a una madre è un crimine contro la sua umanità, contro la sua biologia, contro la natura e contro Dio. L’attaccamento, teorizzato inizialmente da John Bowlby e successivamente approfondito da Mary Ainsworth e altri autori, è il sistema motivazionale che spinge il bambino a cercare protezione e vicinanza nella madre, colei che ha portato la gravidanza, e nel padre, l’uomo che con la sua forza protegge la diade madre-bambino. Tale ricerca di sicurezza non è semplicemente un bisogno psicologico: coinvolge strutture cerebrali arcaiche, ormoni e neurotrasmettitori che modulano la percezione di sicurezza e stress. Quando il bambino sperimenta una relazione stabile e prevedibile con una madre responsiva e sensibile, si forma un modello interno sicuro, quello che le assistenti sociali e i giudici alle loro spalle massacrano e maciullano. A livello biologico, la relazione di attaccamento attiva il rilascio di ossitocina e regola l’equilibrio del cortisolo, riducendo l’iperattivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. In questo modo, l’attaccamento costituisce la base biologica e psicologica della fiducia, della regolazione emotiva e della futura capacità di costruire legami sociali. Quando invece si verifica una deprivazione materna, assenza prolungata o carenza di cure sensibili, come accade nelle deportazioni eseguite dai servizi sociali, le conseguenze sono profonde e durature: sono un danno biologico.
Studi classici di René Spitz sui bambini cresciuti in istituti e le ricerche di Harry Harlow sui cuccioli di macaco hanno mostrato che la mancanza della figura della madre produce alterazioni nello sviluppo emotivo, cognitivo e fisiologico. Tali effetti includono difficoltà nella gestione dello stress, disturbi dell’umore, comportamenti disorganizzati e un’iperattivazione cronica dei sistemi di allarme fisiologico. A livello neurobiologico, la deprivazione materna compromette il corretto sviluppo dei circuiti dopaminergici e serotoninergici, riducendo la capacità di provare piacere e regolare l’affettività. Inoltre, l’assenza di un attaccamento sicuro in età precoce altera la struttura dell’amigdala, dell’ippocampo e della corteccia prefrontale, regioni cruciali nella regolazione delle emozioni e nel controllo dei comportamenti impulsivi.
L’importanza dell’attaccamento supera enormemente quella di altri sistemi motivazionali, come l’affiliazione al gruppo. Spezzare il legame di attaccamento per favorire, forse, l’affiliazione al gruppo è una follia. Quest’ultima, seppur importante per la sopravvivenza in società complesse, si costruisce su basi che presuppongono la sicurezza emotiva sviluppata attraverso l’attaccamento. In altre parole, l’individuo può investire in relazioni cooperative e vivere l’appartenenza al gruppo solo se la propria base affettiva primaria è solida. Senza un attaccamento sicuro, l’affiliazione rischia di diventare una ricerca ansiosa di approvazione o, al contrario, un ritiro difensivo dalle relazioni. Pertanto, l’affiliazione rappresenta un sistema derivato, secondario, che si attiva pienamente solo quando il sistema dell’attaccamento ha assicurato la regolazione emotiva e neuroendocrina di base. L’attaccamento, in sintesi, è il pilastro dei sistemi motivazionali interpersonali: regola gli ormoni dello stress, favorisce la maturazione cerebrale, modula la produzione di ossitocina e dopamina e sostiene la capacità di fidarsi dell’altro. La sua deprivazione, determina uno squilibrio profondo tra biologia e psiche, ostacolando la costruzione di relazioni sane e stabili.
La scuola italiana è una scuola pessima. Sono pessimi gli stabili che periodicamente crollano in testa agli alunni, il livello di apprendimento è pessimo, il livello di indottrinamento è spaventoso. Basti pensare che le scuole italiane hanno imposto mascherine dannose per due anni. Le nostre leggi garantiscono il diritto alla scuola parentale, ma molti giudici ritengono questo diritto sbagliato e deportano i bambini che fanno scuola parentale. Il caso della famiglia del bosco non è l’unico. È dal volto della madre che l’essere umano apprende la sicurezza e, attraverso di essa, la possibilità stessa di appartenere al mondo, quel volto che giudici e assistenti sociali vietano ai bambini deportati.
L’attaccamento è sacro. Chi lo infrange commette un crimine. Occorre una serie di leggi per impedire che giudici e assistenti sociali, tutte persone evidentemente prive degli strumenti culturali necessari a capire i danni della deportazione, magari in perfetta buona fede, distruggano la vita e il diritto alla normalità biologica di bambini e famiglie incolpevoli.
L’Iran non sta perdendo la guerra. Non ci sono i segnali di crollo che si erano verificati in Libia e in Iraq dopo i primi giorni. L’Iran si è preparato per decenni alla guerra ed è in grado di resistere. Se una parte della sua popolazione vuole la libertà dallo Stato islamico anche a costo della morte, è indubbio che un’altra parte sia disposta a combattere per lo Stato islamico fino alla morte. D’altronde, quattro decenni di indottrinamento non possono essere passati invano. La domanda è: «Perché attaccare l’Iran?» Chi ce lo fa fare di far morire un po’ di gente, aumentare le distruzioni, prendere a calci le nostra già scalcinate economie? L’Iran è un Paese atroce e ingiusto. Innegabile. Lo è anche la Corea del Nord, se per questo. Non è la stessa cosa. La risposta a queste domande esiste. Vale la pena di fare la guerra all’Iran anche a costo di morti e distruzioni, anche a costo di povertà, esattamente come valeva la pena di combattere Hitler. Lo spiega un iraniano.
La risposta si può trovare in un vecchio libro, purtroppo non tradotto in italiano: Islamic Fundamentalism: The New Global Threat (Fondamentalismo islamico: la nuova minaccia globale) di Mohammad Mohaddessin. Esso spiega come l’Iran sia il cuore del male e come solo il crollo della Repubblica islamica iraniana possa permettere la pacificazione del mondo, mentre la sua esistenza garantisce un rigagnolo continuo di terrorismo, destabilizzazione, morte, distruzione, un fiumiciattolo immondo che non si arresta mai, e che alla fine facendo le somme ha un bilancio ben più tragico di una definitiva guerra. Mohammad Mohaddessin (nato nel 1955 a Qom, Iran) è un politico e scrittore iraniano, noto per la sua opposizione al regime teocratico instaurato dopo la rivoluzione del 1979. Figlio di un Grande Ayatollah, è cresciuto in un ambiente religioso tradizionale, ma si è presto avvicinato a movimenti politici contrari al sistema clericale dominante. Durante gli anni della rivoluzione iraniana, Mohaddessin aderì all’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo iraniano (Pmoi/Mek), gruppo di ispirazione islamico-progressista e nazionalista che si opponeva sia allo Scià sia al futuro governo di Khomeini. Dopo la presa del potere da parte dei religiosi, Mohaddessin fu costretto all’esilio e divenne membro del Consiglio nazionale della resistenza iraniana (Ncri), l’organo politico del movimento in esilio. Attualmente è il presidente della Commissione degli Affari esteri del Ncri e una delle voci più note della resistenza iraniana in ambito internazionale. È autore di diversi saggi sul fondamentalismo religioso e sulla politica iraniana, tra cui Islamic Fundamentalism: The New Global Threat, in cui analizza e critica l’espansione del fondamentalismo ispirato al regime di Teheran.
Islamic Fundamentalism: The New Global Threat, pubblicato nel 1993 (con successive ristampe fino al 2001), denuncia il regime instaurato dopo la rivoluzione iraniana del 1979 e illustra i danni e i rischi che ne derivano per la regione e il mondo intero. Il cuore del libro è un ritratto approfondito del regime teocratico iraniano, fondato dall’Ayatollah Khomeini e proseguito sotto Rafsanjani. Mohaddessin descrive l’applicazione della dottrina del Vali-e-Faqih, la guida suprema religiosa-politica, e l’erosione delle strutture economiche e civili iraniane a causa della gestione autoritaria. Vengono inoltre documentate azioni esterne attribuite al regime iraniano, come l’esportazione della rivoluzione, il coinvolgimento in un enorme numero di atti terroristici e il finanziamento clandestino di armamenti e programmi nucleari. Mohaddessin traccia anche una mappa geografica dell’influenza ideologica di Teheran: dal Medio Oriente all’Asia Centrale, dall’Africa occidentale fino a certe aree dell’Occidente. L’autore dimostra che i petrodollari e il fascino dell’ideologia rivoluzionaria iraniana alimentano la penetrazione del «Khomeinismo» in vari contesti vulnerabili. In contrapposizione al regime, Mohaddessin propone la sua organizzazione, i People's Mojahedin, come forza politica democratica, nazionalista e antifondamentalista. Loro aspirano a sovvertire l’attuale governo iraniano per instaurare un sistema plurale, pluralista e laico. Nell’intervista del 1995, Mohaddessin esplicita il suo rifiuto totale del «fondamentalismo moderato», paragonato a una contraddizione in termini, e conferma la volontà di cooperare con l’Occidente per promuovere la democrazia in Iran.
Il sottotitolo del libro, The New Global Threat, rappresenta un allarme che non è certo esagerato. Il fondamentalismo è una minaccia ben più grave di altre minacce storiche come la guerra fredda e la proliferazione nucleare. Nel caso del fondamentalismo islamico, c’è anche la religione. Il comunista doc potrebbe non aver troppa voglia di morire, l’islamista doc, soprattutto se è un fallito da un punto di vista relazionale e lavorativo, può desiderare la morte santa con tutto il cuore. Altrettanto forte del desiderio del paradiso è la paura dell’inferno, cui sono condannati collaborazionisti dell’Occidente, Dio non voglia del grande e piccolo satana (Usa e Israele), ma anche tutto l’esercito di gente che cerca di farsi gli affari suoi. Il comunista doc non aveva alle spalle una tradizione plurimillenaria, non aveva un’arma potente come la sete imposta nel ramadan per distinguere eroi, traditori, tiepidi e collaborazionisti. Il comunista doc non era uno che sfigurava con l’acido il volto delle ragazze che portano male il velo. Il comunista doc non proveniva da un sistema che ha condannato a morte per lapidazione una dodicenne che aveva subito uno stupro. Mohaddessin sostiene l’ovvio: e cioè che l’ideologia iraniana, autoritaria, religiosa, assassina ed espansiva, costituisce un pericolo reale, specie ora che la fine della Guerra fredda ha lasciato un vuoto di influenza nelle aree musulmane ex-sovietiche e africane.
Il libro di Mohaddessin fornisce un resoconto diretto e documentato della natura repressiva e radicale del regime iraniano post 1979, con la sua espansione ideologica e militare. Offre inoltre un’alternativa politica tramite i People's Mojahedin, proponendosi come contrappeso democratico alla teocrazia iraniana. Il taglio è fortemente normativo: l’autore non si limita a descrivere, ma promuove attivamente un modello politico alternativo, come ovvio che sia. Il libro è scritto da un iraniano. Nessuno può accusarlo di colonialismo bianco e altre idiozie del genere. È la voce di un uomo che vuol salvare il suo Paese perché lo ama profondamente, perché il suo cuore sanguina a ogni ragazza sfregiata per non aver portato il velo, a ogni ragazzo impiccato a una gru. Oltre che essere iraniano, prima che essere iraniano Mohaddessin è una creatura umana. Il suo popolo è l’umanità. Ed è anche per l’umanità che deve essere salvata dall’orrore del fondamentalismo che fa sentire la sua voce. Il coraggio è contagioso. La forza di una catena è quella del suo anello più debole. La forza di un popolo è quella del suo anello più forte, fino a che qualcuno si batte, quel popolo non è domato e non è vinto. Il popolo iraniano non è mai stato domato, non è mai stato vinto. È un popolo per cui vale la pena di combattere.
In occasione dell’8 marzo Non una di meno intona cori da anni Settanta, precisando che le sedi dei pro life vanno incendiate «con loro dentro, sennò è troppo poco». Sono innumerevoli gli articoli su PubMed che testimoniano i danni, anche se in effetti basterebbero un buon libro di fisiologia e di patologia medica per chiarire il problema. La disidratazione rappresenta una condizione clinica determinata da un bilancio idrico negativo in cui la perdita di acqua supera l’introito. La letteratura scientifica sottolinea come anche modeste riduzioni dell’acqua corporea, pari all’1-2% del peso totale, siano sufficienti per alterare parametri fisiologici e cognitivi. La popolazione anziana, pediatrica, gli adolescenti, i lavoratori di lavori pesanti fatti all’aperto nei mesi estivi, gli atleti e i soggetti con patologie croniche costituiscono i gruppi maggiormente vulnerabili, ma ogni creatura umana sottoposta al danno della disidratazione, alla sofferenza della sete, subisce un danno. Le evidenze raccolte mostrano che la disidratazione non è un evento isolato ma un fattore di rischio trasversale in grado di incidere su performance, capacità decisionali, omeostasi cardiovascolare e funzione renale.
La funzione cerebrale è altamente dipendente dall’equilibrio idroelettrolitico. Studi clinici e sperimentali mostrano che la disidratazione anche lieve compromette processi cognitivi superiori quali attenzione sostenuta, velocità di elaborazione, memoria di lavoro e capacità decisionale. Sono state osservate alterazioni neurocomportamentali come irritabilità, calo della vigilanza e peggioramento dell’umore, attribuibili alla ridotta perfusione cerebrale e alle variazioni di osmolarità plasmatica. Chi rispetta il Ramadan aumenta il suo rischio di errore, per esempio causando l’incidente stradale che ti ammazzerà. La disidratazione aumenta l’aggressività e diminuisce l’autocontrollo. I violenti gesti di aggressione agli infedeli che osano mangiare e bere durante il Ramadan non sono solo dovuti all’intolleranza islamica. Sono anche l’espressione del banale odio che il sofferente prova per chi si è rifiutato di soffrire. La disidratazione media e grave può anche danneggiare neuroni portandoli a morte. I bambini, per via della maggiore superficie corporea e dell’immaturità dei sistemi di termoregolazione, presentano peggioramenti nelle prestazioni scolastiche e nelle attività complesse. Il tollerante di turno vi spiegherà che i bambini sono esentati dal Ramadan, e qui si arriva all’annoso problema: definisci bambino. Sono esentati dal Ramadan i bambini prepuberi, quindi una bambina di 10 anni che abbia già avuto le mestruazioni ha l’obbligo, e soprattutto hanno l’obbligo i postpuberi, cioè gli adolescenti, che vivono il periodo in cui si formano maggiormente sinapsi nel cervello, sinapsi che serviranno per tutta la vita. Un cervello disidratato forma meno sinapsi. Gli anziani manifestano rapidamente confusione mentale, riduzione dell’attenzione e destabilizzazione dell’equilibrio, con conseguenze potenzialmente severe come cadute e riduzione dell’autonomia funzionale, nella fiduciosa speranza che non stiano guidando. L’aumento dell’aggressività rende il periodo del Ramadan un periodo di violenza moltiplicata, qualsiasi tipo di violenza: da quella domestica alla rissa, dalla violenza politica al pestaggio anche mortale di animali domestici. La diminuzione dell’attenzione moltiplica incidenti stradali e incidenti sul lavoro. La disidratazione agisce direttamente sul volume plasmatico e sulla viscosità ematica. La diminuzione del ritorno venoso comporta una riduzione della gittata cardiaca, determinando un aumento compensatorio della frequenza cardiaca. Sotto condizioni di stress termico o di attività fisica intensa, la capacità dell’organismo di dissipare calore tramite sudorazione e vasodilatazione cutanea risulta compromessa. Questo porta a un incremento della temperatura corporea centrale e a un maggior rischio di sviluppare ipertermia e colpo di calore. La disidratazione influisce negativamente sulla performance fisica sia aerobica che anaerobica.
Deficit idrici pari al 2-3% determinano una riduzione significativa della resistenza, un aumento della percezione dello sforzo e un deterioramento della forza muscolare. Se uno fa il muratore e si trova su una scala, questo può diventare causa di incidente. La compromissione della termoregolazione contribuisce ulteriormente alla diminuzione della capacità di sostenere attività prolungate, con decrementi prestazionali documentati fino al 20-30%. Se uno è operaio alla catena di montaggio questo è un problema. Le attività che richiedono rapidità di esecuzione, potenza esplosiva o coordinazione fine, per esempio l’orefice o il chirurgo, risultano particolarmente sensibili alla perdita di liquidi a causa dell’aumento dello stress cardiocircolatorio e della riduzione della funzionalità neuromuscolare. Il rene è l’organo simbolo della vulnerabilità alla disidratazione. La riduzione della perfusione renale causa un calo della filtrazione glomerulare e un aumento del riassorbimento tubulare di acqua, con conseguente incremento dell’osmolarità urinaria. Questa condizione favorisce la formazione di calcoli renali per cristallizzazione dei sali e incrementa il rischio di danno renale acuto, soprattutto nei soggetti con comorbilità cardiovascolari.
La disidratazione cronica è stata inoltre associata a un potenziale peggioramento della progressione della malattia renale cronica, sebbene siano necessari ulteriori studi per chiarire i meccanismi patogenetici coinvolti. Il rischio aumenta sensibilmente negli anziani, che spesso presentano polifarmacoterapia (diuretici, Ace inibitori, Fans) e alterazioni dell’assetto ormonale responsabile dell’omeostasi idrica.
Gli anziani sono predisposti alla disidratazione per molteplici ragioni: ridotta percezione della sete, deficit cognitivi, mobilità limitata, assunzione di farmaci che alterano l’equilibrio idrico e patologie croniche. La disidratazione in questa fascia di popolazione può manifestarsi con ipotensione, confusione e aumentato rischio di ospedalizzazione. I bambini, invece, per la loro fisiologia, sviluppano più rapidamente alterazioni idriche significative e presentano un rischio maggiore di complicanze gravi in presenza di febbre, diarrea, vomito o attività fisica intensa. L’analisi integrata degli studi evidenzia come la disidratazione, anche lieve, sia associata a un insieme complesso di effetti sistemici in grado di compromettere funzioni cognitive, capacità fisiche, stabilità cardiovascolare e salute renale. La prevenzione della disidratazione attraverso un adeguato apporto idrico rappresenta un intervento semplice ma estremamente efficace nella riduzione della morbilità, soprattutto nelle popolazioni vulnerabili, a meno che non sia vietato per motivi religiosi. I bambini sotto la pubertà in teoria non dovrebbero partecipare al Ramadan; in realtà sempre più spesso il divieto viene esteso anche a quelli dai sette anni in su. Il Ramadan è obbligatorio per gli adolescenti, cioè dopo la pubertà, cioè in organismi in fase di accrescimento veloce, quando la disidratazione è particolarmente dannosa. L’adolescenza è, il periodo di massima esplosione di sinapsi, è una fase in cui le carenze hanno effetti gravi e non sempre reversibili.
Dato quanto sopra si pongono tre domande, che non sono un espediente retorico, ma vere domande che pretendono una risposta. Perché il Ramadan non è vietato? Un’attenzione alla salute pubblica talmente invasiva che obbliga ai vaccini, farmaci su cui ci sono molti dubbi, non vieta la disidratazione, situazione drammaticamente pericolosa e dannosa al di là di ogni ragionevole dubbio. Come è possibile che personaggi politici, religiosi, presidi, insegnanti, giornalisti e cosiddetti intellettuali, parola dall’etimologia sempre più impenetrabile, si congratulino con una pratica che frigge il cervello, prende a calci il cuore e fotte il rene, facciano raccomandazioni per non stressare i cervelli disidratati con interrogazioni e pretese di intelligenza che non può esserci in un cervello disidratato, salutino con tenerezza spesso dentro alle moschee una pratica disumana e pericolosa? Terza domanda: come è possibile che qualcuno creda che regole dannose per la salute, regole che sono sofferenza, danno, follia, incidenti, morte, infarto, ictus e insufficienza renale possano venire da Dio?





