Il modo di dire «uscire dalla porta e rientrare dalla finestra» indica un fenomeno che, dopo essere stato escluso o accantonato, ritorna in auge in modo inaspettato o per vie traverse. Roberto Demaio, matematico e scrittore, ha ricostruito con minuziosa precisione i veri numeri dell’epidemia Covid nell’imperdibile libro Covid. Diamo i numeri?, che contiene anche esclusive sui tamponi utilizzati e le loro problematiche statistiche e metodologiche. I numeri non mentono. La letalità è stata dello 0,66% (link: https://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473-3099(20)30243-7/fulltext). La parola Letalità (Tasso di letalità - Case Fatality Rate) indica la proporzione di decessi per una specifica malattia sul totale delle persone che hanno contratto quella malattia. Il tasso di mortalità indica quante persone sono morte per una determinata causa rispetto al totale della popolazione (esposta al rischio) in un determinato periodo di tempo, è più difficile da calcolare, ed è quindi ancora più basso. Quindi restiamo sulla letalità dello 0,66%. Per una malattia con letalità dello 0,66%, per questa assurda pestilenza, mite come una qualsiasi influenza, la Messa è finita. Nella Pasqua del 2020 le chiese sono state chiuse mentre i tabaccai erano aperti. Non è stato chiesto perdono di nulla. Non è stato chiesto perdono per le colpe della Chiesa, quelle passate e quelle attuali, l’orrendo idolo Pachamama sugli altari, non è stato chiesto perdono per i nostri peccati, l’aborto, il rifiuto del dono di Dio della vita, della sessualità che la genera. Non è stato chiesto perdono per le blasfemie pagate con denaro pubblico, per i cristiani martirizzati in terra di Africa e Asia nella nostra indifferenza. È stato dichiarato che non è il tempo del giudizio di Dio, ma del giudizio dell’uomo. Di Dio è stato negato il giudizio e la sua Casa è rimasta chiusa. Cristo è stato invitato a svegliarsi e risolvere la situazione. Esiste una profezia apocalittica di Daniele che vide «abolito il sacrificio quotidiano» ed «eretto l’abominio della desolazione».
Domenica delle Palme 2026. Piovono missili e bombe a grappolo su Gerusalemme. La contraerea israeliana non riesce a intercettare il 100%. dei missili. Molti non hanno colto le implicazioni teologiche che questo evento suggerisce. Gerusalemme è una città santa per ebrei e cristiani. Gerusalemme non è una città santa islamica. Quando l’islam ha avuto il controllo di Gerusalemme ha fatto di tutto per farla decadere. Sia Mark Twain che Carlo Marx la descrivono come una città fatta di polvere e escrementi di capra, abitata nella sua parte orientale da comunità di ebrei, molto vessati e molto miserabili, e in quella occidentale da comunità cristiane altrettanto vessate e un po’ meno miserabili, con unica eccezione allo squallore la spianata delle Moschee, che era già stata la spianata del Tempio, il luogo dove l’islam tiene i piedi sul cuore del cristianesimo e dell’ebraismo. Contrariamente a quelli israeliani, i missili iraniani puntano serenamente a obiettivi civili. Il fatto di non contenere obiettivi militari o strategici non salva Gerusalemme. Il governo teocratico iraniano tira s missili su Gerusalemme, come ai suoi tempi lo aveva fatto il laico Saddam Hussein, come lo hanno fatto i miliziani di Hezbollah, di Hamas e quelli dello Yemen, perché le città sante dell’islam, le intoccabili, sono La Mecca e Medina. Quando, prima della guerra dei 6 giorni, Gerusalemme apparteneva alla Giordania, non ne era neanche la capitale. Del fatto che piovano missili e bombe a grappolo su Gerusalemme, molti non hanno colto le implicazioni pratiche, tra questi il card. Pizzaballa. L’implicazione logica e ovvia è che lo Stato israeliano ha chiuso i luoghi santi, che sono stati vietati agli ebrei che non potevano arrivare al Muro Occidentale, che noi chiamiamo Muro del Pianto, gli islamici non potevano arrivare alla Spianata delle Moschee e non hanno protestato nemmeno loro, e i cristiani non possono arrivare al Santo sepolcro, e non hanno ovviamente protestato nemmeno loro, trattandosi di un provvedimento logico. O, meglio, non hanno protestato i cristiani copti, né quelli ortodossi, né gli evangelici. Il Cardinale Pizzaballa, benché fosse stata comunicata la chiusura dei luoghi santi, ha ritenuto suo dovere presentarsi con kefiah di ordinanza e si è fatto fermare dai soldati israeliani, che quindi secondo la narrazione che si è immediatamente creata, gli avrebbero impedito di dire Messa nella Basilica del Santo Sepolcro. Sua Eminenza non ha espresso nessuna contrarietà al fatto che l’Iran abbia bombardato i luoghi santi, lo scopo della sua animosità erano i soldati israeliani che stavano salvando la sua incolumità. Ha affermato che nei secoli non è mai successo che la Basilica del Santo sepolcro fosse chiusa e la Messa di Pasqua non fosse permessa. Quindi Sua Eminenza non ricordava che la chiesa del Santo Sepolcro, come ogni altra chiesa, è stata chiusa nel 2020, davanti a una pandemia con lo 0,66% di letalità, lo zero virgola qualcosetta di mortalità, un problema infinitamente meno pericoloso delle bombe a grappolo su Gerusalemme.
Dato che escludo che un cardinale di Santa Madre Chiesa e in particolare Sua Eminenza Pizzaballa, possa mentire, non posso che dedurne che Sua Eminenza presenti un danno alla capacità di memorizzazione. Sua Eminenza sapeva da prima di andarci che non l’avrebbero lasciato entrare per ragioni di sicurezza (e difatti il divieto era esteso a tutti i luoghi di culto, sinagoghe comprese) o lo aveva dimenticato? Non può che essere stata una dimenticanza, perché sarebbe semplicemente ridicolo, una provocazione, presentarsi a farsi fotografare a un posto di blocco sapendo in anticipo di non poter passare, per ovvie ragioni di sicurezza.
Sua Eminenza Pizzaballa in quanto Cardinale è tenuto più di ogni altro, con l’eccezione del Papa, a seguire le indicazioni di Cristo che ha raccomandato di dare a Cesare quello che è di Cesare, e che ha dichiarato beati gli operatori di pace, e gli operatori di pace sono coloro che non versano benzina sul fuoco. Una Eminenza della chiesa di Gesù Cristo non può portare sui suoi abiti la stessa kefiah che avevano coloro che hanno strangolato i bambini Bibas rapiti in un sotterraneo, che hanno bruciato vive due gemelline di sette anni e il loro fratellino il 7 ottobre e che, dopo averlo fatto, ridevano felici. Sono estremamente preoccupata per le condizioni cognitive di Sua Eminenza Pizzaballa e per i danni che i suoi indubbi deficit mnemonici stanno causando alla cristianità. La foto di Sua Eminenza fermato dai soldati israeliani ha fatto il giro dei social. La violenza dell’antisemitismo nei commenti è spaventosa e dà la nausea. Anche i siti israeliani hanno commentato le fotografie del Cardinale: hanno ricordato le parole di Arafat, portatore di kefiah per eccellenza: Noi li sgozzeremo tutti, sgozzeremo i feti nelle madri». Hanno ricordato secoli di persecuzioni di cui hanno tenuto un conto puntiglioso, dalla seconda diaspora causata dai crociati, allo sterminio nazista che è comunque avvenuto per mano cristiana su terre cristiane. L’antisemitismo cacciato dalla porta ottanta anni fa, ora rientra dalla finestra ammantato di una bizzarra compassione selettiva. In quella stessa domenica delle Palme mentre il Cardinale faceva la sua passeggiata verso il posto di blocco, altri cristiani sono stati massacrati in Nigeria e grazie anche al Cardinale che ha occupato la scena, sono stati immediatamente dimenticati. Data la delicatezza della situazione, non sarebbe il caso di sostituire Sua Eminenza Pizzaballa con un cardinale con migliore memoria? Qualcuno che non dimentichi le regole elementari per non buttare benzina sul fuoco.
Viene spesso spacciata per dogma la teoria di Darwin. Gli anti darwinisti sono trattati da deficienti, terrapiattisti e bigotti. In realtà non sono pochi i pensatori che hanno osato discutere alcuni aspetti della teoria di Darwin: essa è intoccabile perché è il pilastro che sostiene in maniera pseudoscientifica l’ateismo.
Per mezzo secolo sono stata atea e darwinista: non tolleravo il concetto del dolore innocente. I miracoli descritti nel Vangelo erano per me incomprensibili: perché guarire quel lebbroso lì, e non quello due strade più in là? Perché ridare la vista al cieco che sente passare Gesù e lo chiama, e non all’altro che non gli può chiedere niente? Dio non avrebbe fatto prima a non creare la lebbra anziché mandare poi il Figlio a guarire un lebbroso e non gli altri? La Passione e la morte in croce che senso avevano? E in che senso la crocifissione ha salvato tutti?
Per me è stata un’entusiastica liberazione la lettura del Dizionario filosofico di Voltaire. Avevo pensato le stesse cose che scriveva il grande filosofo. Ma in realtà è lui che pensava come un dodicenne. Le sarcastiche critiche al cristianesimo nascono dalla non conoscenza non solo di San Tommaso, ma delle Scritture. L’ateismo è terribilmente ingenuo. Si decide che Dio non esiste, dopodiché si selezionano i pensieri che possono giustificare la presenza della vita in assenza di qualcuno che l’abbia creata. Il mio ateismo, infatti, si è risolto per motivi scientifici. La scienza consiste nell’osservare e nel trarre poi conclusioni, non il contrario. Non è pensabile che il mondo si sia creato da solo per ammasso casuale di atomi, che si ricostruiscono in ordine pur venendo dal caos. Qualcuno ha creato il mondo e Qualcuno ha voluto noi. Queste due affermazioni sono profondamente ragionevoli.
Sono nata nel 1953. Ero in grado di intendere di volere quando negli anni Settanta sono arrivati i risultati degli studi sulla Sindone che la datano all’epoca medievale. La Sindone era falsa: avevo ragione io, atea. Peccato che la datazione al carbonio 14 della Sindone dal punto di vista scientifico non abbia senso perché applicata a un oggetto, un telo, che, per sua natura, è esposto a contaminazioni stratificate nel tempo. I ricercatori che hanno fatto gli studi con il carbonio si sono addirittura vantati di non aver commesso l’errore metodologico di non aver studiato la storia del sacro lino. Se ne avessero studiato la storia, avrebbero scoperto che la Sindone era esposta grazie a miriadi di persone che la tenevano dagli angoli con le mani, lasciando il loro sudore e consumandone il tessuto. La Sindone sugli angoli superiori si era sfilacciata, e dato che era la Sacra Sindone è stata rammendata da gente che stava al rammendo come Mozart alla musica. I rammendi sono invisibili. Nel 1988 tre laboratori (Oxford, Zurigo e Tucson) datarono il telo tra il 1260 e il 1390, ma studi successivi hanno ipotizzato una datazione tra il 300 a.C. e il 300 d.C. Il gruppo di ricerca Sturp (Shroud of Turin research project) definì l’immagine come il risultato di un processo ancora non spiegato. Gli studi di John Jackson e William Mottern mostrarono inoltre che l’immagine contiene informazioni tridimensionali: l’intensità dell’immagine varia in funzione della distanza dal corpo, caratteristica unica rispetto a qualunque rappresentazione artistica. Questa proprietà ha portato alcuni studiosi, come Giulio Fanti e Paolo Di Lazzaro, a ipotizzare che l’immagine possa essersi formata tramite un impulso energetico ad alta intensità, capace di alterare superficialmente le fibre del lino senza penetrare in profondità. La Sacra Sindone è un negativo tridimensionale, che si può essere formato solo grazie a un corpo che è diventato energia.
È ragionevole affermare che Dio ha creato il mondo e che Cristo è risorto. Queste due affermazioni come si conciliano con tutto il resto? Con il dolore innocente, che la Passione non ha cancellato? Il senso del miracolo non era salvare Lazzaro, che poi comunque sarebbe morto, ma salvare noi tutti dall’abisso di aver perduto Dio. I miracoli servono per aiutarci a trovare la fede, perché è la nostra fede che ci salverà. Tutto il dolore innocente sarà consolato in un’infinita eternità. Buona Pasqua a tutti.
L’arte è qualsiasi manufatto umano che contagi un’emozione. Non che non mi piaccia l’arte moderna: la trovo spesso deliziosamente decorativa, un sistema grafico di comunicazione e, costasse 200 euro, un Fontana in casa me lo potrei anche mettere.
L’arte postmoderna mi provoca un’emozione forte e precisa: il desiderio di essere altrove. Sì, lo so, adesso il mio amico Sergio Mandelli mi scriverà che io non capisco niente e mi offrirà le sue pillole di arte moderna da studiare. E so che ha ragione, tuttavia io sono come un semianalfabeta e un barbaro. Caravaggio e Giotto li capisco anche da semianalfabeta e barbaro, perché restano Caravaggio e Giotto anche in una cantina; mentre, se collocate fuori da gallerie e musei, le installazioni postmoderne tendono a confondersi con magazzini discount o, a volte… discariche.
Guardate il quadro del Narciso attribuito a Caravaggio: ovviamente, rappresenta Narciso; è stato prodotto mediante una tecnica, è stato pagato in maniera umana. Traduco in parole povere: le opere di Caravaggio erano più care di quelle di pittori meno apprezzati, ma venivano comunque pagate secondo un senso logico. Un’opera realizzata in 100 ore veniva pagata il doppio di una realizzata in 50. Il pittore veniva pagato in maniera umana perché era considerato un essere umano e, come ogni essere umano, doveva conoscere una tecnica grazie alla quale produceva un’immagine, contemporaneamente comprensibile ed emozionante.
Se trovassimo una tela di Caravaggio, priva di titolo e di cornice, in una soffitta o in uno scantinato, capiremmo comunque cosa rappresenta. Un analfabeta delle zone rurali dell’India o del Pakistan che non sappia nulla della nostra civiltà non riuscirà certamente a identificare il personaggio di Narciso (che non conosce), ma riuscirà comunque a vedere un ragazzo che, specchiandosi nell’acqua, forma come un cerchio con il suo riflesso, dando l’impressione di qualcuno rinchiuso all’interno di un qualcosa, qualcuno che ha rinunciato guardare all’esterno così che il suo riflesso diventa quasi una gabbia.
Qui di seguito troverete la discrezione di due opere contemporanee, considerate opere d’arte e pagate come tali, di cui mi rifiuto di fornire un’immagine. Nel momento in cui vengano collocate fuori contesto - senza titolo e fuori da un museo, in uno scantinato o in una soffitta -, ecco che non sono più identificabili come «opere d’arte». Non hanno tecnica.
Sono state giudicate opere d’arte da grandissimi critici, e chiunque affermi il contrario verrà trattato con commiserazione in quanto «piccolo borghese che non comprende la trasgressione».
Quale trasgressione? La trasgressione, per essere seria, deve comportare un rischio. Le vignette su Maometto sono una trasgressione. In ogni caso chiarisco che, al di là di ogni ragionevole dubbio, io sono in tutto per tutto una piccola borghese, fiera di esserlo e, se mi avete scambiato per qualcun altro, giuro, non è stata colpa mia. Appartengo alla civiltà cui appartengo, e ne sono orgogliosa. Sono fiera di appartenere a una civiltà che ha scritto la Divina Commedia ed eretto la cattedrale di Chartres, e comincio a non tollerare più tutti i mediocri e i falliti che, su questa civiltà, vomitano solo per sentirsi «qualcuno» - i Pietro Manzoni, i Paul McCarthy, gli Andres Serrano, le ridicole impacchettature dei ridicoli coniugi Christo… mentre i quadri di Goya mi sconvolgono e quelli di Egon Schiele mi spezzano il cuore. Schiele è trasgressione, e i suoi dipinti sono atroci, meravigliosamente atroci.
Passiamo ora al tempo: il tempo che l’artista ha impiegato per creare queste opere è di pochi minuti. E questo fa dell’artista una specie di semidio che ci vende il suo tempo in cambio di cifre astronomiche. Non è nemmeno più un essere umano come invece lo erano Leonardo e Raffaello, pagati secondo standard umani. La mancata correlazione fra il tempo necessario e il pagamento è un segno gravissimo di dissociazione psicotica della società.
Le psicosi possono essere fenomeni di massa. Questo tipo di arte è una dissociazione psicotica.
Le due summenzionate «opere» che riporto sono entrambe… escrementi: la prima è fatta di escrementi veri, la seconda di deiezioni di travertino, e sono state pagate coi soldi dei contribuenti italiani - inclusi quelli dei piccoli borghesi (io in primis), che questa arte non la capiscono. L’arte non si impone al popolo.
È un’idea paternalistica e dittatoriale.
Nel 61 la biennale di Venezia espose dopo averli pagati con i soldi dei contribuenti gli escrementi in barattolo dell’artista Pietro Manzoni. Merda d’artista è il titolo di un’opera dell’artista italiano Piero Manzoni. Il 21 maggio 1961 l’autore sigillò le proprie feci in 90 barattoli di latta, identici a quelli per la carne in scatola, ai quali applicò un’etichetta, tradotta in varie lingue, con la scritta Merda d’artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta ed inscatolata nel maggio 1961. Sulla parte superiore del barattolo è apposto un numero progressivo da 1 a 90 insieme alla firma dell’artista. L’artista mise a questi barattoli il prezzo corrispondente per 30 grammi di oro, alludendo al valore dell’artista che grazie ai meccanismi commerciali della società dei consumi poteva vendere al valore dell’oro una parte di sé stesso.
Con questa opera così provocatoria Piero Manzoni afferma di voler svelare i meccanismi e le contraddizioni del sistema dell’arte contemporanea, che devo dire mi sono rimasti oscuri. Questa «protesta» continuò tramite le sue azioni, ad esempio quella di firmare modelle vive e nude o quella di dare uova sode con sopra le proprie impronte digitali, che continua a sembrarmi una boiata, un sistema grafico di comunicazione spacciato per (molto modesta) trasgressione.
La scatoletta è diventata un vero e proprio manifesto di un’epoca demente, contrastando le assurdità artistiche in quanto qualsiasi prodotto veniva premiato e considerato arte non per il valore intrinseco, la capacità dell’artista o ciò che suscitava, ma solo dalla notorietà dell’artista. La critica ha visto la scelta di confezionare le feci come una protesta verso gli artisti che vedevano nell’arte un mezzo di eternarsi. Con quest’ottica l’opera diventa un reliquiario che contiene un ricordo «prezioso» del maestro da venerare come sacro.
Ma veramente riuscite a leggere queste righe senza sentirne il ridicolo? Ci riuscite? Non vi fate illusioni: credete di essere colti e trasgressivi. Rileggetevi I vestiti nuovi dell’imperatore di Andersen, e anche 1984 di Orwell: non è trasgressione, solo bispensiero.
E poi c’è la maxi-cacca di Paul McCarthy, una delle «opere più discusse della Biennale internazionale di scultura che è stata inaugurata […] a Carrara. Il maxi-escremento, realizzato in travertino di Rapolano (Siena), è stato piazzato in corso Roma davanti alla sede centrale della Cassa di Risparmio di Carrara. L’artista statunitense l’ha voluto collocare davanti ad una banca per “combattere il capitalismo”, come ha detto lui stesso […]».
L’artista doveva combattere il capitalismo, peccato che non sia stato pagato con noccioline, ma con vero denaro (e tanto) dei contribuenti italiani, che lui avrà messo in banca. Perché, signori, le trasgressioni dei cosiddetti artisti, le loro provocazioni sono puro distillato di immondi nanetti, di piccoli narcisi che ci fanno i dispetti defecando e urinando sul salotto buono, potendo così dimostrare che «il denaro è sterco del diavolo»… facendosi poi pagare migliaia di dollari o euro. E anche dove non ci fossero escrementi, dove l’opera d’arte sia la bandiera americana con teschi al posto delle stelline, l’arte non c’è. C’è solo un tizio che sta esprimendo le sue idee politiche usando un codice.
Se volete avere un’idea di un’«arte» ancora più problematica di quella di Paul McCarthy, andate su Google Images e digitate il nome dell’autore perché, come ho già detto, io mi rifiuto di riportarne le foto, come mi rifiuto di descrivere opere d’arte fatte con corpi umani scuoiati e mummificati (Gunther Von Hagens). Il rispetto del corpo nella morte è una caratteristica umana, rileggiamoci I Sepolcri. La mancanza di questo rispetto è il segno di un’umanità perduta. Non c’è limite: qualsiasi cosa venga fatta, purché antiumana - e, se possibile, anticristiana -, si trova sempre un critico che affermi che quella roba lì è arte, parlando come una parodia di Woody Allen… che, a sua volta, è una parodia.
E ora è il momento della terza e più immonda opera:
«Piss Christ (in italiano «Cristo di piscio») è una fotografia realizzata nel 1987 dal fotografo statunitense Andres Serrano.
La foto raffigura un piccolo crocefisso di plastica immerso in un bicchiere di vetro contenente l’urina (volgarmente nota come piscio) dell’autore. […] L’opera ha vinto, nel 1989, il premio Awards in the Visual Arts messo in palio dal Southeastern Center for Contemporary Art e sponsorizzato dal National Endowment for the Arts, un ente governativo statunitense che tutela e finanzia progetti cui è riconosciuta un’eccellenza artistica»
Mi sono limitata a riportare il testo da Wikipedia.
Notate la trasgressione. Quale trasgressione? Se non siete credenti, il crocefisso è il simbolo di un uomo torturato a morte per le sue idee, un supplizio atroce usato di nuovo a Dachau e ora in Iraq a Mosul. Negli ultimi sessant’anni i cristiani sono stati massacrati a milioni nei lager e nei laogai, sono braccati come cani in Nigeria.
Dov’è la trasgressione, a ingiuriare dei perseguitati? Il sangue dei cristiani scorre come liquido senza valore, in Nigeria, in Pakistan, in Burkina. E in Europa, dove in terrorismo islamico ci abbatte come cani. L’arte postmoderna è semplicemente sottocultura woke, violentemente anticristiana, e si salda serenamente con l’islamismo, suo normale alleato. Mettere falsi sassi grossi come l’imbecillità umana a nascondere la magnifica facciata della Cattedrale di Bologna, in cosa ha arricchito l’umanità?
Ma in un mondo dove la parola «cristiano» è una condanna a morte, opere come questa sono le farneticazioni dei cialtroni e dei vili, e chiunque le abbia approvate fa parte della categoria.





