Questo libro contiene la scandalosa proposta di discriminare gli appartenenti a una religione sottoponendoli ad un questionario. Questo è considerato scandaloso.
È invece scandaloso che sia considerato scandaloso. Continuamente ci impongono di non discriminare. Discriminare è considerato il massimo dei crimini, il crimine assoluto che genera il secondo crimine assoluto, la non accoglienza indiscriminata di chiunque. La parola «discriminare» viene spesso percepita come qualcosa di negativo, quasi sinonimo di ingiustizia o esclusione. In realtà, il significato originario del termine è molto più neutro: discriminare significa distinguere, riconoscere differenze, scegliere. Ogni giorno compiamo atti di discriminazione nel senso più semplice e naturale del termine. Quando scegliamo un amico, un partner, un libro da leggere o un percorso professionale, stiamo inevitabilmente preferendo un’opzione rispetto ad altre. Se una persona afferma di amare qualcuno, sta implicitamente scegliendo quella persona a scapito delle altre. In questo senso discrimina, cioè distingue e seleziona. Senza la capacità di discriminare non esisterebbero il giudizio, il gusto personale, le preferenze, la libertà di scelta e la libertà di restare vivi. Secondo l’ottica del non discriminare, alla festa di compleanno del bambino occorre invitare non i suoi amici, come sarebbe giusto, ma tutta la classe inclusi i due odiosi bulli che lo martirizzano e che renderanno la festa un incubo. Ciò che deve essere condannato, invece, non è la discriminazione in quanto tale, ma la discriminazione ingiusta, arbitraria o lesiva della dignità e dei diritti delle persone.
Un’altra cosa: la preferenza è un diritto umano e non deve essere giustificata. Preferisco avere vicini di casa con le mie usanze e soprattutto la mia religione, le stesse festività, gli stessi simboli perché mi semplifica la vita e mi dà un forte senso di affiliazione al gruppo. Non devo giustificarlo e non me ne devo scusare. Se accolgo una religione diversa dalla mia, usanze diverse, se accetto di convivere con lingue sconosciute, sto rinunciando al senso di affiliazione al gruppo e sto facendo uno sforzo enorme. Questo sforzo è fatica e in molti casi sofferenza, per esempio, per le persone anziane che si trovano sradicate nei loro stessi quartieri. Si tratta di uno sforzo che non ho nessun dovere di fare e per il quale esigo che mi sia data gratitudine, perché ogni gruppo etnico ha diritto a un luogo di affiliazione al gruppo dove ci siano la sua lingua e le sue usanze, dove la sua religione sia rispettata, e noi non facciamo eccezione. A maggior ragione ho il dovere di scegliere persone - che entrano nel mio paese e che cammineranno nelle strade dove io cammino - che non seguano religioni che contengano linee aggressive per me e per i miei discendenti, perché il mio primo dovere non è l’accoglienza, ma la sicurezza mia, dei miei amici, dei miei vicini di casa, della mia nazione e dei miei discendenti. Confondere ogni forma di scelta con una forma di oppressione significa privare le parole del loro significato e rendere impossibile qualsiasi valutazione. Discriminare, nel suo senso più autentico, è una funzione essenziale dell’intelligenza e della libertà umana. Il nostro diritto (o dovere?) di discriminare non dipende solo da dati statistici, che dimostrano come gli appartenenti alla religione islamica hanno un tasso di aggressività più alto degli altri gruppi: se questo avesse cause di tipo sociologico o economico, avrebbe comunque una serie di soluzioni e dovrebbe attenuarsi con le generazioni successive. Il nostro diritto (o dovere?) di discriminare nasce dall’analisi dei testi della teologia islamica. Nel momento in cui parliamo della violenza costitutiva dei testi islamici ci viene ricordato che la violenza esiste anche nella Bibbia. Ci sono differenze strutturali tra i testi che li rendono non comparabili.
[…] Nel Corano è specificato che ci sono vari modi per raggiungere il Paradiso, e che morire combattendo mentre si sterminano i nemici di Allah è quello che rende il fedele più vicino al cuore di Allah stesso. I musulmani morti curando gratis i lebbrosi, per esempio, sono meno santi di chi muore uccidendo per Allah. Il punto non è che alcuni musulmani siano terroristi (ed altri non lo siano): il punto è che ideologicamente l’islam è una cultura di aggressione, a cominciare dalla disumanizzazione del nemico, che viene equiparato alle scimmie (ebrei) ed ai maiali (cristiani). Ci sono milioni di musulmani non violenti, certo, ma il punto è che un musulmano non violento, secondo il Corano, non è un buon musulmano, come ci ha insegnato Khomeini. La stragrande maggioranza dei musulmani sono persone che non vogliono uccidere nessuno: senz’altro, come la maggioranza dei tedeschi vissuti in Germania tra il ‘35 e il ‘45 non voleva uccidere gli ebrei e soprattutto i bambini ebrei. Questo non ha salvato gli ebrei e nemmeno i loro bambini. La maggior parte dei turchi non voleva lo sterminio degli armeni, e meno che mai delle loro donne: questo non ha salvato gli armeni e nemmeno le loro donne. Perché una popolazione sia pericolosa non ho bisogno che sia costituita da una totalità di persone aggressive, nemmeno da una maggioranza di persone aggressive. Una minoranza del 3 o 4% è più che sufficiente una volta che eista un codice morale (o un libro sacro), che impedisca alla maggioranza pacifica di prendere posizione contro la violenza in maniera energica. La legge islamica, la sharia, è violenza anche se imposta con mezzi pacifici: per esempio votazioni democratiche.
[…] È cruciale assicurarsi che gli stranieri già presenti nel nostro territorio, e quelli che eventualmente arriveranno, non debbano in alcun modo costituire una minaccia all’incolumità dei nostri concittadini nonché ai principali valori della nostra convivenza civile. Negli Stati Uniti d’America si ottiene la residenza permanente - e, successivamente, la cittadinanza - se si sottoscrive un modulo federale, che termina con una dichiarazione giurata, dove si dichiara ad esempio di non essere mai stati condannati nel proprio Paese di origine, di non aver commesso crimini in genere anche se per essi non si è stati condannati, di non aver mai esercitato la prostituzione o la procura di essa, di non essere mai stati membri di un gruppo terrorista oppure iscritti al Partito Comunista e, nonostante sia oggi anagraficamente impossibile, di non aver mai preso parte attiva nello sterminio degli ebrei nella Germania nazista. Qualora, in un momento successivo, si scoprisse che l’applicante, al di là di ogni ragionevole dubbio, ha mentito anche ad una sola delle domande nel modulo federale, esso viene denunciato e condannato per spergiuro, falso ed altri reati, e ad esso viene tolto ogni diritto di risiedere negli Stati Uniti e, se già ottenuta, viene tolta la cittadinanza con divieto perpetuo di ingresso, e viene espulso a fine pena detentiva.
L’iniziativa qui proposta, che consiste in un disegno di legge che introduce un questionario in stile americano ai residenti di fede islamica, vuole aprire una discussione seria, non ideologica. Chiede di affermare che il pluralismo è possibile solo se tutti riconoscono il quadro comune. Nessuna libertà religiosa può trasformarsi in licenza di negare i diritti delle donne, di giustificare la violenza, di subordinare la coscienza individuale a un’autorità religiosa non controllabile. Su questo punto, le istituzioni e la società civile non possono più limitarsi a formule generiche di dialogo: devono esigere una presa di posizione chiara.
Lo scopo del disegno di legge è duplice. Da un lato, esso vuole essere uno strumento di chiarezza amministrativa e politica: chi si rapporta con lo Stato o riceve benefici pubblici deve dichiarare di riconoscere i principii minimi della convivenza democratica. Dall’altro, esso vuole rendere possibile una verifica di coerenza tra ciò che viene affermato pubblicamente e ciò che si insegna o si pratica in sede religiosa e comunitaria. Il questionario, in questa prospettiva, non è una provocazione fine a sé stessa. È un atto di responsabilità istituzionale. Chiede a chi aderisce a una comunità religiosa di dichiarare se accetta o meno punti che, in una Repubblica costituzionale, non possono essere negoziati: la parità di genere, la libertà di apostasia, il rifiuto della violenza come strumento di imposizione religiosa, il rispetto della legge civile come fonte ultima dell’ordine pubblico. Il disegno di legge, quindi, non sostituisce la fede né entra nella sfera delle convinzioni intime. Interviene invece quando la fede si traduce in comportamento pubblico, in organizzazione collettiva, in accesso a risorse o in influenza sui minori. In tali casi, la Repubblica ha diritto di chiedere una dichiarazione formale di adesione ai propri valori fondamentali.
L’Occidente rischia di pagare con la propria morte l’innamoramento per il ribelle. L’atroce bagno di sangue della Rivoluzione francese, l’orrendo bagno di sangue della Rivoluzione d’ottobre sono ribellioni approvate e amate.
Persino l’uccisione per stenti del figlio del re e di Maria Antonietta, gli stermini in Vandea, lo sterminio della famiglia dello zar sono presentati sui nostri libri come una cosa carina. Il nazismo si presenta come movimento rivoluzionario, non è di destra e non è conservatore: ribellione del Volk contro Versailles, contro Weimar, contro la finanza apolide. Il fascismo è rivoluzione fascista, marcia su Roma, «me ne frego» contro il vecchio mondo liberale. Le Brigate Rosse colpiscono il cuore dello Stato, e una parte non piccola dell’intellighenzia italiana, per anni, ne sussurra l’eroismo. Il terrorista islamico diventa un combattente per la libertà, il kamikaze un resistente. Il 7 ottobre 2023 miliziani di Hamas bruciano vivi neonati, stuprano ragazze, decapitano vecchi nei kibbutz: e l’8 ottobre nelle capitali d’Europa esplodono i cortei. Le vendite di kefiah su Amazon balzano del 75% in 56 giorni, gli ordini alla fabbrica Hirbawi di Hebron toccano le 150.000 richieste come scrive Lorenza Formicola sulla Nuova Bussola Quotidiana, in Italia le bandiere palestinesi registrano un più mille per cento. L’Occidente non piange le vittime: compra la divisa dei carnefici. Perché il carnefice, in quanto ribelle, è bello.
Possiamo scrivere una vera e propria, e sicuramente incompleta, bibliografia del crepuscolo, l’elenco dei libri sul declino, la morte e il suicidio dell’Occidente, dai precursori filosofici al filone contemporaneo. Tra i precursori filosofici e classici novecenteschi abbiamo: Friedrich Nietzsche, La volontà di potenza. Frammenti sul nichilismo europeo (1883-88); Paul Valéry, La crisi dello spirito (1919, «noi civiltà sappiamo ora di essere mortali»); Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente (1918-22); Edmund Husserl, La crisi delle scienze europee (1936); René Guénon, La crisi del mondo moderno (1927); Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno (1934); Arnold Toynbee, A Study of History (1934-61 , «le civiltà muoiono per suicidio, non per omicidio»); Christopher Dawson, La crisi dell’istruzione occidentale (1961); Augusto Del Noce, Il suicidio della rivoluzione (1978). A queste campane di morte si aggiunge il filone contemporaneo: James Burnham, Il suicidio dell’Occidente (1964); Samuel Huntington, Lo scontro delle civiltà (1996); Pat Buchanan, The Death of the West (2002); Roger Scruton, Il suicidio dell'Occidente (2010); Éric Zemmour, Il suicidio francese (2014); Douglas Murray, La strana morte dell’Europa (2017); Jonah Goldberg, Miracolo e suicidio dell’Occidente (2018); Patrick Deneen, Why Liberalism Failed (2018); Giulio Meotti, La fine dell’Europa (2020); Federico Rampini, Suicidio occidentale (2022); Emmanuel Todd, La sconfitta dell’Occidente (2024); Eugenio Capozzi, L’autodistruzione dell’Occidente; Paul Craig Roberts, Il capolinea dell’Occidente.
Nessuno però è riuscito a mettere a fuoco la prima causa: perché la civiltà più ricca di scienza, arte, filosofia, letteratura, bellezza e potenza, ha cominciato ad accartocciarsi su sé stessa? Paolo Gambi ha messo a fuoco l’eziologia della malattia. Paolo Gambi ha milioni di follower. Parla di cristianesimo e amore per la vita. I suoi video sono straordinari, spesso commoventi. Il suo Il Morbo. Perché l’Occidente odia se stesso non è l’ennesimo giustissimo pamphlet sulla crisi della civiltà europea, è il testo che dà la risposta. Un libro coraggioso, lucidissimo, scritto con la temperatura emotiva di chi non vuole vincere un dibattito ma salvare un paziente, e quel paziente siamo noi. La tesi di Gambi è di una semplicità folgorante: l’Occidente non è aggredito da fuori, è infettato da dentro, e il nome di questa infezione è l’amore per il ribelle, che nasce con Lutero, l’unico ribelle veramente di successo nella storia europea. Non si parla della ribellione in sé contro l’ingiustizia, contro il male, ma dell’innamoramento culturale e sentimentale per la figura del ribelle, l’idolatria del trasgressore, la convinzione segreta che chi sfida il Padre sia sempre, e per ciò stesso, più bello, più libero, più vero di chi al Padre resta fedele. Si parte dall’archetipo assoluto: Lucifero, il portatore di luce che preferisce regnare nel proprio inferno piuttosto che servire nel cielo del Padre. La straordinaria, e terribile, riabilitazione poetica che ne fa Milton nel Paradiso perduto costituisce il momento esatto in cui la cultura occidentale comincia ad ammalarsi: quel Satana miltoniano, eloquente, fiero, malinconico, eroico nella sua sconfitta, è il primo grande ribelle di cui l’Europa moderna si innamora. Da quel momento il diavolo smette di fare paura e comincia a sedurre. A monte di quella seduzione c’è la grande crepa storica, che è Lutero, il figlio che si erge contro il Padre-Chiesa con una dichiarazione di indipendenza da ogni autorità che non sia la propria coscienza.
Sono molti anni che mi interrogo su Lutero. Quanti morti ammazzati ha causato? Quante guerre atroci? Del suo violentissimo antisemitismo, del suo disprezzo per i disabili considerati figli del diavolo e quindi degni di morte, quanto è colato nel nazismo? Mi era chiara la presenza luterana nella genesi del nazismo, ma non ero mai riuscita a mettere a fuoco la sua potenza distruttiva della civiltà europea per la creazione del mito del ribelle. Gambi dimostra come dal gesto luterano si srotoli, attraverso secoli di rifrazioni sempre più radicali, la trama dell’autodissoluzione moderna: liberi dal Papa, dalla tradizione, dai sacramenti, dai padri, dai confini, dalla lingua, la promiscuità sessuale spacciata per libertà, la libertà di uccidere il proprio bimbo nel proprio ventre spacciata per diritto, liberi di scegliere i propri organi sessuali, il pronome con cui vuoi essere chiamato che leva all’altro la libertà di chiamarti come vuole, liberi di scegliere il momento della propria morte, liberi dalla fisiologia, da noi stessi, e soprattutto da Dio. Ogni ribellione partorisce la successiva: la modernità come parricidio in serie. Gambi identifica la struttura affettiva del morbo: non odiamo l’Occidente per ragioni argomentate, lo odiamo perché abbiamo imparato ad amare chi lo odia. Il ribelle è bello, il custode è goffo. Il dissacratore è coraggioso, il credente bigotto. L’iconoclasta è artista, il tradizionalista reazionario. Cinque secoli di letteratura, pittura, cinema, musica ci hanno educati a parteggiare visceralmente per Satana contro Michele, per Lutero contro Leone, per Prometeo contro Zeus, per il blasfemo contro il santo. E quando un’intera civiltà ha imparato a innamorarsi del proprio Caino, un qualche bel ragazzo armato di coltello arrivato col barcone, è soltanto questione di tempo prima che cominci ad assomigliargli, a demolire le proprie statue, a vergognarsi della propria lingua, a chiedere scusa per essere esistita. La scrittura di Gambi, limpida, scolpita, non cede mai al gergo accademico né alla semplificazione. Il fine del libro, avverte l’autore, è cercare guarigione, che è possibile, anzi certa. Il morbo non è l’Occidente, è l’idea che l’Occidente ha imparato ad avere di sé innamorandosi dei propri ribelli. Significa che la cura esiste, e ha la forma del gesto inverso: tornare ad amare il Padre. Non per restaurare nulla, non per regredire a un’età dell’oro mai esistita, ma per ritrovare quel principio elementare di filialità senza il quale nessuna civiltà sopravvive a sé stessa. Paolo Gambi firma qui il suo libro più necessario: un atto d’amore verso una civiltà che, da troppo tempo, aveva smesso di amarsi perché aveva imparato ad amare chi la voleva morta. L’Occidente rischia di pagare con la propria morte l’innamoramento per il ribelle. Appunto. È un rischio, non un destino. Non succederà. Stiamo già invertendo la rotta.
L’espressione «convitato di pietra» designa, nel linguaggio comune e nel discorso pubblico, una presenza ingombrante e determinante che, pur essendo percepita da tutti, rimane inespressa o deliberatamente taciuta.
Nella festa del 2 giugno c’è stato un ciclopico convitato di pietra. Il 2 giugno è una di quelle rare occasioni nelle quali l’Italia, per qualche ora, sospende il proprio esercizio preferito - la divisione - e si concede il lusso dell’unità. Le bandiere sventolano senza polemica. Persino i partiti, almeno in apparenza, accettano una tregua. Così è stato anche nell’ottantesimo anniversario: una celebrazione accurata, solenne, ovviamente retorica, inevitabilmente pedagogica nel suo richiamo ai fondamenti della comunità nazionale. Sul Colle, sembrava prevalere quel sentimento raro che gli italiani provano soltanto in certe occasioni: il desiderio di riconoscersi in qualcosa di comune. Purtroppo tale anelito non può appartenere ai moralmente superiori, che per nessun motivo possono avere qualcosa in comune con i «moralmente inferiori». Fino a un certo punto siamo andati benino, per mezza giornata abbiamo dato l’impressione di un Paese normale. E invece no, i moralmente superiori non potevano permetterlo.
Nessuna polemica chiara, ma un qualcosa di più sottile e, per questo, più rivelatore: un’omissione nel discorso della signora Paola Cortellesi. In ottant’anni di storia repubblicana, abbiamo prodotto così poca cultura e così poche idee, che il massimo che siamo riusciti a mettere insieme è Paola Cortellesi, che ha raccontato questi otto decenni come una battaglia delle donne. In otto decenni non abbiamo avuto altro? In effetti, di omissioni nel discorso della Cortellesi ce ne sono state moltissime. Ha ricordato un Paese nato dopo guerra, dittatura, fame e resistenza: come dimenticarselo. Ha ricordato le donne seviziate e trucidate dai nazifascisti, ma ha elegantemente dimenticato quelle seviziate e uccise dai partigiani rossi in quanto si trattava di donne che avevano avuto solo la sventura di essere mogli o figlie o madri di persone coinvolte in un regime che, essendo durato venti anni, aveva coinvolto molte persone. A volte erano anche personalità del mondo antifascista e anticomunista, che i partigiani comunisti eliminavano perché, come avevano combattuto il fascismo, avrebbero combattuto anche il comunismo. I partigiani comunisti sono stati massacratori della divisione Osoppo e gli artefici del cosiddetto «triangolo della morte», un luogo tra Modena e Reggio Emilia in cui la gente è stata uccisa e data in pasto ai maiali e tra loro le donne non sono state poche.
Non ricordando quelle donne da loro seviziate e uccise, a volte ragazzine quattordicenni, la signora Cortellesi ha compiuto il gesto ignobile di calpestare la loro morte e il loro dolore. Non ha ricordato le cosiddette «marocchinate». Non ha nominato il fatto che l’antifascismo nasce con il cadavere impiccato per i piedi di Claretta Petacci, il cui assassinio non è mai stato perseguito penalmente, come prova tangibile dello sfregio per le donne e per il loro corpo. I gerarchi nazisti sono stati ben più colpevoli di Mussolini, ma hanno avuto diritto a un processo, perché la Storia ha diritto a un processo, e le loro donne sono state lasciate in pace. La signora Cortellesi, non ricordandola, ha calpestato le sevizie e la morte di una giovane donna uccisa barbaramente senza processo. Il cadavere di Claretta Petacci, impiccata per i piedi, ci ricorda che il fascismo, che ha ucciso, stuprato e storpiato mentre era al potere, ha fatto schifo e che altrettanto ha fatto l’antifascismo nella sua parte stalinista, che ha ucciso, stuprato e storpiato quando non era neanche al potere. Il fascismo è morto da 80 anni, ma l’antifascismo stalinista è purtroppo vivo e continua a bearsi del linciaggio di Mussolini, che ha privato la storia del suo processo, e del linciaggio di una giovane donna che non aveva commesso crimini.
Quando è che i morti seppelliranno i morti e potremo cominciare a non essere sempre impaludati in una storia sporca di ottant’anni fa? La signora Cortellesi parla di voto alle donne, ma sarebbe forse stato carino ricordare che, negli anni Venti, la proposta di voto alle donne fu bocciata da socialisti e liberali nel timore che avrebbe avvantaggiato i partiti cattolici. Poi la signora Cortellesi fa un rapido ripasso di come il fascismo considerasse la donna: moglie, madre e arredamento del focolare mentre i maschi potevano divertirsi tanto, scaraventati in una guerra assurda, mentre si trascinavano sulle piste del deserto o le nevi sovietiche con armi obsolete. Il fascismo non fu un movimento conservatore, certamente non un movimento di destra (Winston Churchill e Charles De Gaulle erano conservatori e di destra, e lasciavano le donne in pace a casa loro, ai loro focolari), ma un movimento rivoluzionario di derivazione marxista, cioè iperstatalista, e con il fanatismo dello sport e delle armi: le ragazze erano costrette a fare le Giovani italiane, dai 14 ai 17 anni, con una preparazione sportiva e paramilitare.
Comunque nelle Università dell’Italietta fascista si è laureata Rita Levi Montalicini . La signora Cortellesi non ha parlato della più immonda e atroce delle violenze contro le donne: i figli strappati a madri incolpevoli. La Repubblica ha equiparato marito e moglie: detto così suona benissimo, ma in realtà è stata una trappola mortale. Il potere tolto al pater familias è stato dato allo Stato: un potere enorme e spietato. Lo Stato decide le vaccinazioni e, soprattutto, manda le assistenti sociali, le psicologhe e i giudici a distruggere senza motivo il legame più ancestrale e sacro, avendo come risultato madri incolpevoli che per anni non sanno dove siano finiti i propri figli. Sanno solo che sono stati deportati in case famiglia, ossia orfanatrofi di Stato.
Ma il convitato di pietra più grosso, più indecentemente imperdonabile è stato non aver nominato Giorgia Meloni, primo presidente donna del nostro Paese. Non si tratta qui di discutere la figura politica di Meloni, né di condividerne o respingerne le scelte. Che piaccia o no, che susciti consenso o opposizione, il fatto rimane. La prima presidente del Consiglio donna rappresenta una novità destinata a entrare nei manuali e nelle cronologie istituzionali. È una circostanza che appartiene alla storia della Repubblica molto più che alla cronaca del governo. Una ricorrenza come il 2 giugno vive di simboli condivisi e di riconoscimenti che trascendono le appartenenze. È qui che la questione smette di riguardare la protagonista dell’omissione e comincia a riguardare il clima culturale del Paese. Le democrazie vivono di conflitto regolato. Ma esistono momenti nei quali il conflitto dovrebbe riconoscere un limite. Il 2 giugno è uno di questi. Quando ciò non accade, si produce una frattura visibile e abbastanza grossa. Quindi vorrei prendere io la parola e dire quello che la signora Cortellesi avrebbe dovuto dire, e cioè che io sono profondamente fiera del presidente del Consiglio del mio Paese, Giorgia Meloni, che è arrivata a essere presidente del Consiglio partendo dalle borgate, cosa che gli imbecilli le rimproverano senza capire che invece è un merito enorme. Come un merito enorme è l’essere diventata presidente del Consiglio senza essere la «figlia di» o «la moglie di». Quindi faccio volentieri io i complimenti e gli auguri alla signora Meloni: sono molto fiera di lei, del suo non essersi mai inginocchiata davanti a nessuno e sono contenta che in questo momento a capo del mio Paese ci sia lei.
Agli organizzatori della manifestazione, una sola domanda: ma veramente in rappresentanza delle donne e degli uomini dell’Italia, della loro cultura, della loro storia non avevamo niente di meglio da offrire di Paola Cortellesi?





