
«Sei scappato dal tuo Paese, scappa anche da qua. Vigliacco e traditore». Il sincero democratico della Cgil - inclusivo, pacifista e pure resiliente alle vongole - ha gli occhi fuori dalle orbite mentre aggredisce il ragazzo venezuelano che vorrebbe spiegargli l’assurdità della manifestazione organizzata a Roma a difesa del regime di Nicolás Maduro. Piazza Barberini è uno spaccato del Metaverso: un centinaio di militanti rossi di rabbia inneggia al dittatore nel nome del diritto internazionale (calpestato per 27 anni senza che se ne accorgessero) e ingaggia una pseudo-colluttazione con quattro esuli venezuelani che pensavano di partecipare al loro 25 aprile.
Nel video virale il sindacalista tarantolato alza il volume: «Oggi questa bandiera rappresenta l’umanità. Se la tocchi (peraltro è quella del giovane profugo, ndr) ti mando per terra». Avrebbe voluto dire «te corco» ma l’altro non avrebbe capito. Allora aggiunge: «È una minaccia? Sì, tieniti la minaccia». È un meraviglioso spaccato di melassa «de sinistra», composta da arroganza ideologica, presunta superiorità morale, insopprimibile nostalgia marxista. Quanti bei comunistoni nel freddo romano. È la Cgil di Maurizio Landini, che ha smesso da tempo di difendere i lavoratori per difendere i dittatori. E mentre la notte si infiamma, davanti all’ambasciata americana arriva il segretario, il Maduro allo gnocco fritto di Reggio Emilia, a spiegare politicamente il dramma internazionale.
«L’opposizione venezuelana dovrebbe essere preoccupata se nel suo Paese ora può arrivare uno che bombarda e decide di arrestare un presidente legittimamente eletto dal popolo. In democrazia non dovrebbe avvenire». È la famosa democrazia venezuelana, quella carta straccia (come le schede elettorali) passata da Hugo Chávez a Maduro, il regime che chiude i partiti d’opposizione, fa sparire i dissidenti, affama il popolo e trucca da 27 anni le elezioni. Landini pretende che si torni allo status quo, «bisogna rimettere al centro il diritto di autodeterminazione di ognuno». Sarebbe ozioso ricordargli che l’autodeterminazione laggiù è stata vietata proprio dal dittatore baffuto, lui ha il piano B: «Noi non siamo qui solo per Maduro, siamo qui perché non ci sia il Donald Trump di turno che possa decidere cosa può succedere in un Paese piuttosto che in un altro».
Mentre i suoi si caricano a molla e i venezuelani si stropicciano gli occhi, vien da dire: salvate il soldato Landini. Salvate da sé stesso il nuovo Parolaio rosso senza i velluti e i cachemire di Fausto Bertinotti. Pericoloso per il sindacato più grande d’Italia, per i lavoratori abbandonati a sé stessi e per Nicola Fratoianni che perdeva tempo a ricaricare la Tesla mentre il numero uno dalla Cgil lo scavalcava a sinistra. Il segretario ha cominciato il 2026 come aveva finito il 2025: da capopopolo di partito. Per coglierne la distorsione basta mettere insieme le ultime sortite pubbliche: la battaglia Pro Pal nelle piazze e sulla Flotilla, la difesa dell’Europa di Ventotene e di quella che imponeva i grilli fritti in tavola, gli scioperi contro i centri migranti in Albania, la «rivolta sociale» a ogni decisione del governo di Giorgia Meloni, il sostegno all’utero in affitto e all’uso della triptorelina (ma davvero) per il cambio di sesso dei minori.
E i lavoratori? Il Landini impegnato a «rimettere al centro il diritto di autodeterminazione» non ha tempo per banalità come la tutela delle prerogative del lavoro, dei salari, dell’ascensore sociale, della sicurezza nei cantieri, dello sfruttamento 3.0 (rider e call center). Quando entra nello specifico filmico del suo ruolo, lui si percepisce aquila ma non decolla, anzi compie il volo della gallina. Così ha rimediato figuracce sul metallo pesante (questione Ilva) e sulla dismissione dell’automotive italiana (questione Stellantis); ha organizzato uno sciopero generale contro una manovra che ha limato l’Irpef dei lavoratori; non ha firmato i contratti migliorativi siglati da Cisl e Uil. L’anno scorso si è comunque preoccupato di portare a 4.359 euro lordi al mese un salario, il suo.
Vuoi mettere con la difesa di Maduro? C’è più fascino. C’è più presa mediatica. C’è più possibilità di strumentalizzare a costo zero, magari facendosi rimbrottare da Maurizio Gasparri. «Quanti scendono in piazza in favore di una dittatura che ha massacrato il popolo venezuelano sono fuori dalla Costituzione e dalla legalità. Persone come Landini si dovrebbero vergognare. Noi vogliamo che vengano rispettati i principi del diritto internazionale, ma comincino a dare il buon esempio quegli esponenti di sinistra che dopo essersi inginocchiati, come hanno fatto i grillini, perfino davanti a Chávez, oggi difendono personaggi che hanno perseguitato il loro popolo».
Quel popolo che oggi osserva il delirio degli ultrà italiani di Maduro. E quando tenta di intervenire viene minacciato, insultato, cacciato. Alla fine il sindacalista tarantolato prova ad argomentare dal divano: «Ho una moglie venezuelana, so cosa significa quella realtà». Ma l’esule ribatte: «Sono nato là e ne so qualcosa più di te. Dobbiamo fare la fila per cercare di mangiare, ho visto amici rovistare nella spazzatura per trovare il cibo. Fino a ieri la polizia politica veniva a casa, ti prendeva e ti portava direttamente in galera. Poi vengo in Italia e sento dire che Maduro è un eroe, la meglio persona. Non so se Trump ha torto o ha ragione, ma so che ci ha liberato dopo 27 anni da una feroce dittatura». Citofonare Landini.






