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Angelo de Mattia (Youtube)
L'editorialista ed ex direttore centrale di Bankitalia, Angelo de Mattia: «A Francoforte il sistema va rivisto. Da noi il miglior governatore è stato Antonio Fazio, dubitava dell'euro ma rispettò le istituzioni».
Giuseppe Conte (Ansa)
Il giorno in cui Mario Draghi ha deciso di sostituire Gennaro Vecchione, mettendo Elisabetta Belloni ai vertici del Dipartimento per la sicurezza, pare che, prima di dare il benservito al generale per rimpiazzarlo con la zarina della Farnesina, il premier abbia alzato la cornetta e chiamato Giuseppe Conte.

L'ex presidente del Consiglio era ritenuto, a torto o a ragione, il grande sponsor del capo del Dis, prova ne sia che quando Matteo Renzi aveva tentato di troncare il rapporto tra i due, chiedendo all'avvocato del popolo di rinunciare alla delega sui servizi segreti, lui si era impuntato fino alla morte. Tuttavia, per licenziare Vecchione, a Draghi è bastata una telefonata. Da quello che hanno ricostruito i cronisti, le parole non sono state molte. Nello stile dell'ex governatore della Bce, la sua è stata una comunicazione, non una negoziazione. Del resto, era stato così anche per Angelo Borrelli, capo della Protezione civile, e per Domenico Arcuri, super commissario all'emergenza Covid. Appena arrivato a Palazzo Chigi, Draghi sembrava intenzionato a lasciarli al proprio posto, tanto che anche noi lo avevamo sollecitato a fare piazza pulita di persone che durante la pandemia non si erano rivelate all'altezza del compito. Ma il premier aveva tirato dritto per la sua strada, sorprendendo tutti, anche coloro che ne conoscono la determinazione. La riconferma degli specialisti in disastri, invece, è durata solo alcune settimane, giusto il tempo di consentire al nuovo presidente del Consiglio di ambientarsi.

Nessuno è riuscito a sapere con precisione che cosa abbia detto Draghi per far sloggiare Arcuri, ma di sicuro il colloquio è stato ridotto al minimo necessario: un ringraziamento formale e poi l'invito a sloggiare in fretta. Le cose devono essere andate più o meno allo stesso modo anche nei giorni scorsi, quando l'ex presidente della Bce ha deciso di sostituire i vertici di alcune partecipate dello Stato. Le scelte non sono state oggetto di una discussione con i capi della maggioranza che appoggia il governo. Draghi ha deciso di sostituire gli amministratori della Cassa depositi e prestiti, delle Ferrovie e basta. Al posto di uomini nominati dai partiti con una rigorosa assegnazione di incarichi in base al manuale Cencelli della lottizzazione, ha messo persone di sua fiducia, funzionari in arrivo da Banca d'Italia o da alcune grandi aziende. Punto. In un colpo, ha liquidato i riti della Prima e della Seconda Repubblica, che prevedevano mesi di discussione tra le parti, per contrattare ogni strapuntino. A ogni giravolta di governo, infatti, la faccenda più complicata non era assegnare i posti di ministro e nemmeno quelli di sottosegretario. Il vero problema era distribuire le poltrone di sottogoverno, perché quelli sono gli incarichi che contano davvero. Sedersi ai vertici di una partecipata significa avere soldi da spendere, assunzioni da fare, potere vero da amministrare. Mentre se si finisce a fare il sottosegretario senza portafogli, al massimo ne è gratificato l'ego, ma nulla di più.

Infatti, nel passato, ogni volta che si avvicinava la scadenza dei consiglieri di amministrazione delle partecipate, la lotta si faceva scivolosa. Nel passato, gli sgambetti per far cascare un candidato e agevolarne un altro erano all'ordine del giorno. E con l'avvento dei 5 stelle non era cambiato nulla, se non la corsa ad accreditarsi fra i seguaci di Grillo. Manager pubblici, professionisti, aspiranti amministratori dello Stato, tutti in fila per una poltroncina. Ma poi, ecco arrivare un tizio che non discute con nessuno. Altro che risiko delle nomine pubbliche, gran ballo dei posti a disposizione. Draghi fa da sé, consultandosi al massimo con il ministro dell'Economia, Daniele Franco, che poi è una specie di suo segretario, nel senso che fa esattamente ciò che il presidente del Consiglio gli dice di fare.

La tecnica è sempre la stessa. All'inizio il presidente del Consiglio fa finta di niente, anzi lascia intendere che ha intenzione di riconfermare gli incarichi. Poi all'improvviso arriva la rimozione. Uno dopo l'altro sta cadendo tutto il sistema di potere che Giuseppe Conte aveva schierato in due anni e mezzo a Palazzo Chigi. Via Arcuri, via Vecchione, via Fabrizio Palermo. A guardare le mosse di questi mesi, si capisce che il premier sta sistematicamente liquidando tutti coloro che in qualche modo gli ricordano il predecessore. Il metodo Draghi è semplice: senza strilli, senza polemiche, l'ex governatore fa secchi uno a uno i dieci piccoli indiani del precedente governo. Nel mirino, a dire il vero, non c'è solo Conte, che voleva farsi un partito, ma non riesce nemmeno a farsi leader. Nell'obbiettivo del premier c'è anche Massimo D'Alema, che da vero ispiratore del governo giallorosso, aveva piazzato le sue pedine. Ma Draghi , lo sminatore, una a una le sta rimuovendo tutte. Per certi versi, è la fine di un'epoca e l'inizio di un'altra.

Giuseppe Conte (Ansa)
Il giorno in cui Mario Draghi ha deciso di sostituire Gennaro Vecchione, mettendo Elisabetta Belloni ai vertici del Dipartimento per la sicurezza, pare che, prima di dare il benservito al generale per rimpiazzarlo con la zarina della Farnesina, il premier abbia alzato la cornetta e chiamato Giuseppe Conte.

L'ex presidente del Consiglio era ritenuto, a torto o a ragione, il grande sponsor del capo del Dis, prova ne sia che quando Matteo Renzi aveva tentato di troncare il rapporto tra i due, chiedendo all'avvocato del popolo di rinunciare alla delega sui servizi segreti, lui si era impuntato fino alla morte. Tuttavia, per licenziare Vecchione, a Draghi è bastata una telefonata. Da quello che hanno ricostruito i cronisti, le parole non sono state molte. Nello stile dell'ex governatore della Bce, la sua è stata una comunicazione, non una negoziazione. Del resto, era stato così anche per Angelo Borrelli, capo della Protezione civile, e per Domenico Arcuri, super commissario all'emergenza Covid. Appena arrivato a Palazzo Chigi, Draghi sembrava intenzionato a lasciarli al proprio posto, tanto che anche noi lo avevamo sollecitato a fare piazza pulita di persone che durante la pandemia non si erano rivelate all'altezza del compito. Ma il premier aveva tirato dritto per la sua strada, sorprendendo tutti, anche coloro che ne conoscono la determinazione. La riconferma degli specialisti in disastri, invece, è durata solo alcune settimane, giusto il tempo di consentire al nuovo presidente del Consiglio di ambientarsi.

Nessuno è riuscito a sapere con precisione che cosa abbia detto Draghi per far sloggiare Arcuri, ma di sicuro il colloquio è stato ridotto al minimo necessario: un ringraziamento formale e poi l'invito a sloggiare in fretta. Le cose devono essere andate più o meno allo stesso modo anche nei giorni scorsi, quando l'ex presidente della Bce ha deciso di sostituire i vertici di alcune partecipate dello Stato. Le scelte non sono state oggetto di una discussione con i capi della maggioranza che appoggia il governo. Draghi ha deciso di sostituire gli amministratori della Cassa depositi e prestiti, delle Ferrovie e basta. Al posto di uomini nominati dai partiti con una rigorosa assegnazione di incarichi in base al manuale Cencelli della lottizzazione, ha messo persone di sua fiducia, funzionari in arrivo da Banca d'Italia o da alcune grandi aziende. Punto. In un colpo, ha liquidato i riti della Prima e della Seconda Repubblica, che prevedevano mesi di discussione tra le parti, per contrattare ogni strapuntino. A ogni giravolta di governo, infatti, la faccenda più complicata non era assegnare i posti di ministro e nemmeno quelli di sottosegretario. Il vero problema era distribuire le poltrone di sottogoverno, perché quelli sono gli incarichi che contano davvero. Sedersi ai vertici di una partecipata significa avere soldi da spendere, assunzioni da fare, potere vero da amministrare. Mentre se si finisce a fare il sottosegretario senza portafogli, al massimo ne è gratificato l'ego, ma nulla di più.

Infatti, nel passato, ogni volta che si avvicinava la scadenza dei consiglieri di amministrazione delle partecipate, la lotta si faceva scivolosa. Nel passato, gli sgambetti per far cascare un candidato e agevolarne un altro erano all'ordine del giorno. E con l'avvento dei 5 stelle non era cambiato nulla, se non la corsa ad accreditarsi fra i seguaci di Grillo. Manager pubblici, professionisti, aspiranti amministratori dello Stato, tutti in fila per una poltroncina. Ma poi, ecco arrivare un tizio che non discute con nessuno. Altro che risiko delle nomine pubbliche, gran ballo dei posti a disposizione. Draghi fa da sé, consultandosi al massimo con il ministro dell'Economia, Daniele Franco, che poi è una specie di suo segretario, nel senso che fa esattamente ciò che il presidente del Consiglio gli dice di fare.

La tecnica è sempre la stessa. All'inizio il presidente del Consiglio fa finta di niente, anzi lascia intendere che ha intenzione di riconfermare gli incarichi. Poi all'improvviso arriva la rimozione. Uno dopo l'altro sta cadendo tutto il sistema di potere che Giuseppe Conte aveva schierato in due anni e mezzo a Palazzo Chigi. Via Arcuri, via Vecchione, via Fabrizio Palermo. A guardare le mosse di questi mesi, si capisce che il premier sta sistematicamente liquidando tutti coloro che in qualche modo gli ricordano il predecessore. Il metodo Draghi è semplice: senza strilli, senza polemiche, l'ex governatore fa secchi uno a uno i dieci piccoli indiani del precedente governo. Nel mirino, a dire il vero, non c'è solo Conte, che voleva farsi un partito, ma non riesce nemmeno a farsi leader. Nell'obbiettivo del premier c'è anche Massimo D'Alema, che da vero ispiratore del governo giallorosso, aveva piazzato le sue pedine. Ma Draghi , lo sminatore, una a una le sta rimuovendo tutte. Per certi versi, è la fine di un'epoca e l'inizio di un'altra.

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