C’è un silenzio che pesa più di mille conferenze stampa. È quello, ovattato e impeccabile come un tailleur di haute couture, della sempre elegantissima presidente della Bce. Christine Lagarde non parla. Non chiarisce, nè smentisce la ricosstruzione del Financial Times sul suo stipendio. O meglio: sulla paga vera, quella che è parecchio più robusta di quanto ufficialmente dichiarato. 726.000 euro l’anno rispetto a 466.000 reso noto dalla Bce. Tradotto in termini comprensibili anche a chi non frequenta Francoforte: circa 2.000 euro al giorno.
Sabati, domeniche e festività inclusi. Ora, in un’Europa dove si predica rigore come fosse una religione laica e si chiede sobrietà con la stessa inflessione morale con cui le mamme invitano il figlio recalcitrante a finire il piatto, il silenzio della presidente suona come una stecca in un concerto di musica barocca. Stona. E molto. Il punto non è solo l’ammontare dello stipendio che risulta quadruplo di quello del collega Jay Powell, presidente della Fed. Ancora più grave e la mancanza di trasparenza. Il problema è questo, ed è enorme: la credibilità. Quella sì, è il capitale più prezioso di un banchiere centrale. Più dell’oro nei caveau, più dei bazooka monetari, più delle previsioni economiche scritte in «banco centralese».
E la Lagarde, con questo silenzio sulla paga «nascosta», la credibilità l’ha bruciata in un attimo. Un attimo lungo quanto basta per ricordarci che la Bce non è solo tassi e spread, ma anche fiducia. Fiducia dei mercati, certo, ma anche dei cittadini europei cui vengono chiesti sacrifici mentre qualcuno, ai piani alti, sembra giocare a nascondino con le cifre. Una situazione resa ancora più inaccettabile dal Protocollo sui privilegio e sulle immunità dell’Unione europea. Un elenco di benefici fiscali e personali che rende i vertici europei molto simili a principi rinascimentali. Ricchi ed esenti da tutti gli obblighi che vincolano tutti gli altri cittadini europei.
A questo punto il paragone è inevitabile. Mario Draghi, luglio 2012. Londra. Una frase che è entrata nei manuali di storia economica prima ancora di finire sui titoli dei giornali: «Whatever it takes». Faremo tutto il necessario per salvare l’euro. Bastò quello. Non un piano dettagliato, non una tabella Excel, non una slide. Bastò la credibilità personale di chi parlava. I mercati si calmarono, gli spread rientrarono, l’euro smise di tremare.
Ecco, oggi siamo all’esatto opposto. La Lagarde non dice nulla. E il nulla, in finanza, è spesso più pericoloso di una cattiva notizia.
Del resto, la storia della sua presidenza è costellata di spropositi. Memorabile la prima conferenza stampa da presidente, quando dichiarò con leggerezza che non era compito della Bce chiudere gli spread. Panico immediato sui mercati, titoli di Stato sotto pressione, Italia nel mirino. Poche ore dopo, la retromarcia. Rettifica. Precisazione. Traduzione: scusate, non intendevo proprio quello. Ma intanto il danno era fatto.
Da allora, una sequenza di comunicazioni infelici, frasi mal calibrate, toni spesso fuori registro per chi guida una delle due banche centrali più importanti del mondo. Con l’ Italia nel mirino. Ora ci si mette anche la questione stipendio, che dà corpo - finalmente con numeri e non solo con sussurri - alle voci che circolano nei corridoi europei: dimissioni anticipate.
Fantapolitica? Forse. Ma non troppo. Perché quando la credibilità evapora, la poltrona inizia a scottare. E a Francoforte già si guardano intorno.
La Germania, manco a dirlo, è pronta. Da sempre. In pole position ci sarebbe Joachim Nagel, governatore della Bundesbank, rigorista di scuola classica, oppure Isabel Schnabel, membro del board Bce, falco dichiarato e volto rassicurante per Berlino. Un ritorno dell’ortodossia tedesca al comando della politica monetaria europea.
Ma qui si apre un altro capitolo, tutto politico. Perché due tedeschi ai vertici dell’Europa non si possono avere. Se alla Bce arriva un tedesco, allora qualcuno dovrebbe fare le valigie a Bruxelles. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, non potrebbe restare. Equilibri, pesi e contrappesi. L’Unione è soprattutto una questione di geometrie nazionali.
Insomma, da uno stipendio taciuto emergono scenari enormi. Altro che gossip da palazzo. Qui si parla di assetti di potere, di leadership europea, di futuro della politica monetaria. E tutto perché la presidente più elegante di Francoforte ha scelto il silenzio invece della chiarezza.
A volte, per un banchiere centrale, dire la verità costa meno di 2 mila euro al giorno. Ma rende molto di più. In credibilità. E in storia.



