Christine Lagarde apre un paracadute per evitare vendite forzate di titoli in euro sui mercati globali. Perché quando gli investitori cominciano a vendere non per scelta ma per necessità, la politica monetaria inizia a rimbalzare come una pallina su una racchetta senza corde. Insomma se il mondo entra in una fase di nervosismo - tra geopolitica muscolare, politiche industriali aggressive e catene di approvvigionamento che si spezzano come grissini - il rischio non è solo la volatilità. È la fuga verso i rifugi. Il dollaro, naturalmente. E, per i più ansiosi, l’oro che non parla ma rassicura. Nasce così la stabilizzazione permanente della linea Eurep: un’opportunità che consente alle banche centrali di tutto il mondo di ottenere liquidità in euro dando in garanzia titoli denominati nella moneta unica. Non più uno strumento emergenziale. Ma una infrastruttura stabile, globale, accessibile con continuità.
È la versione monetaria del «non correte tutti verso l’uscita, le porte restano aperte». In altre parole, la Bce sta costruendo un sistema per evitare vendite obbligate prima ancora che qualcuno pensi di farle. Psicologia dei mercati. Mentre a Bruxelles si discute con tono solenne di integrazione dei mercati dei capitali e di mobilitare il risparmio europeo c’è chi ha deciso di affrontare la questione da un’angolazione sorprendente. I Paesi Bassi hanno scelto di cambiare radicalmente il modo in cui tassano le rendite finanziarie, comprese le criptovalute La riforma entrerà in vigore nel 2028 ma ha già acceso un dibattito degno di un seminario di filosofia morale.
La Camera dei Rappresentanti dei Paesi Bassi ha approvato una riforma che certo non agevola gli investimenti. Non sarà tassato solo l’incasso, ma anche ciò che aumenta di valore. Se il portafoglio cresce, anche senza vendere nulla, per il fisco quel guadagno esiste già. È reddito. È imponibile.
È la tassazione dell’arricchimento potenziale. Una metafisica fiscale che Platone avrebbe probabilmente apprezzato. E non importa se questo sistema porterà a vendite forzate visto che i risparmiatori potrebbero essere privi della liquidità necessaria per pagare la tassa.
Il vecchio sistema - che applicava rendimenti teorici stabiliti dallo Stato - era stato demolito dalla magistratura perché giudicato lesivo del diritto di proprietà.
Immobili e partecipazioni in start-up restano fuori. Continueranno a essere tassate solo al momento della vendita - segno che l’economia reale va trattata con cautela. La ricchezza finanziaria, invece, può essere misurata anno per anno, quasi fosse un termometro sociale. Anche le cripto entrano nel perimetro. E qui non è difficile leggere la preoccupazione delle autorità per un fenomeno che cresce più rapidamente delle categorie fiscali tradizionali.
La Nederlandsche Bank ha registrato l’aumento costante degli investimenti digitali tra famiglie e istituzioni, segnale che il confine tra risparmio e speculazione diventa sempre più sfumato. La banca calcola un ammontare di 1,2 miliardi nell’ottobre 2025, rispetto agli 81 milioni di fine 2020. Il settore finanziario deteneva ulteriori 113 milioni di euro in criptovalute direttamente in portafoglio nel terzo trimestre del 2025. Il segretario di Stato al Tesoro, Eugène Heijnen, ha difeso la riforma pur riconoscendo che si poteva fare meglio. Ma il fisco non poteva rinunciare ai 2,3 miliardi di tasse
C’è un luogo d’Europa dove il futuro digitale avanza con passo felpato, quasi in punta di piedi, come si entra in una banca privata di una volta. E poi si ferma. Perché lì, prima di abolire una banconota, bisogna parlarne. Questo luogo è la Svizzera, dove sta partendo una crociata per difendere il denaro fisico dall’assalto delle carte di credito, delle app e della religione digitale.
Mentre nelle vie più eleganti di Milano spuntano come funghi i cartelli «cashless only» - vietato pagare con le banconote allo stesso modo di vietato fumare - oltreconfine accade l’esatto contrario: si organizza la resistenza costituzionale. Che è molto più svizzera.
L’8 marzo i cittadini saranno chiamati a votare sull’iniziativa popolare dal titolo, già di per sé un programma politico e filosofico, «Sì a una valuta svizzera indipendente e libera (Il denaro contante è libertà)», promossa dal Movimento svizzero per la libertà, formazione diventata nota durante la pandemia per le sue posizioni pro libertà vaccinale . Oggi è convertita alla difesa della banconota come ultimo baluardo della sovranità individuale.
L’obiettivo è semplice: scrivere nella Costituzione che la banconota deve continuare a esistere, essere disponibile in quantità sufficiente e restare accettata per beni e servizi essenziali. Non una nostalgia romantica, ma un principio giuridico. In pratica: la libertà passa anche dal resto ottenuto in contante.
E non basta. L’iniziativa chiede che un’eventuale sostituzione del franco con un’altra valuta possa avvenire solo con il consenso del popolo e dei Cantoni. Insomma se qualcuno sogna un euro alpino o una valuta digitale calata dall’alto, dovrà prima bussare a tutti i cantoni e togliersi il cappello.
La questione nasce da un dato inequivocabile. Anche in Svizzera si paga sempre più con strumenti elettronici: carte, smartphone, Qr code, e soprattutto l’app nazionale Twint, che consente di saldare dal caffè al parcheggio con la stessa rapidità con cui si chiude uno skilift. L’uso del contante è sceso dal 70% del 2017 a circa il 30% nel 2024. Numeri che, altrove, avrebbero già celebrato il funerale della banconota con tanto di necrologio fintech.
E invece no. Secondo i dati della Banca nazionale svizzera, il legame psicologico con il denaro fisico resta fortissimo: il 95% della popolazione dichiara di voler continuare ad avere accesso al contante. In circolazione ci sono mediamente circa 73 miliardi di franchi. Altro che reperto archeologico.
Certo, gli svizzeri farebbero volentieri sparire le monetine da 5 centesimi - considerate più fastidiose delle zanzare sul Lago di Lugano - ma guai a toccare i bigliettoni da 1.000 franchi. Quelli sì che rappresentano una filosofia di vita: pochi pezzi, molto valore, nessuna ostentazione. Calvinismo finanziario.
Il dato più curioso è che le autorità non sono affatto contrarie nella sostanza. Il Consiglio federale riconosce l’importanza del contante e condivide l’idea di rafforzarne la presenza. Solo che, da bravi svizzeri, non amano la formulazione dell’iniziativa: troppo enfatica, troppo categorica. Così hanno elaborato un controprogetto più sobrio, più tecnico, più neutrale, che inserisce comunque nella Costituzione le garanzie sull’approvvigionamento di numerario e sul ruolo del franco.
Del resto, né l’iniziativa né il controprogetto comportano costi aggiuntivi o nuovi compiti. È una votazione identitaria, non economica. Una dichiarazione di principio. Come dire: il contante non si tocca perché non si toccano le cose che funzionano. Dietro questa difesa non c’è solo l’abitudine, ma una visione del mondo: la stabilità come valore morale.
Il franco è percepito sempre più come un bene rifugio, al pari dell’oro e del mattone. Non una valuta soltanto, ma una forma di fiducia tangibile. Tenerlo nel portafoglio significa possedere qualcosa che non dipende da una batteria scarica, da un server in tilt o da un attacco hacker. Non è paranoia. È memoria storica.
Le banche riducono sportelli e Bancomat per ragioni di costo. I pagamenti digitali crescono. Ma proprio questa smaterializzazione rafforza il desiderio di avere «qualcosa in tasca». Un’ancora fisica in un’economia sempre più virtuale. Il paradosso raggiunge il suo apice a Lugano, dove si possono pagare perfino le tasse in criptovalute. Bitcoin benvenuto, dunque. Ma senza esagerare: il contante deve restare disponibile.
Il confronto con l’Italia è quasi teatrale. A Milano il negozio senza contanti è vissuto come simbolo di modernità applicato al registratore di cassa. In Svizzera, invece, l’assenza di contante suscita diffidenza: se non posso pagare con banconote, chi comanda davvero? Io, o l’infrastruttura? È la differenza tra una cultura che vede l’innovazione come rottura e un’altra che la considera un’aggiunta, mai una sostituzione. Non è una guerra contro la tecnologia. È una clausola di sicurezza civile.
Così, mentre il resto del mondo corre verso portafogli virtuali, identità digitali e pagamenti invisibili, la Confederazione prepara una votazione per difendere un oggetto che fruscia, si sgualcisce e ogni tanto sparisce in lavatrice.
La banca del Vaticano offre due Etf che puntano sulle Borse, uno per l’Europa e uno per Wall Street. Tra i titoli preferiti c’è Nvidia, ma pure Deutsche Telecom, un colosso del lusso, ma un solo titolo di Piazza Affari. Ecco su chi punta la finanza cattolica.





