Intesa Sanpaolo accelera sulla scacchiera dove si gioca il rassetto del sistema creditizio. Appena due settimane dopo aver annunciato il blitz su Monte Paschi, ha depositato in Consob il documento dell’Opas.
Un’accelerazione per chiudere la partita prima che il fronte opposto trovi il tempo di organizzare una difesa. Ammesso, naturalmente, che qualcuno la stia concretamente preparando.
L’offerta, annunciata l’8 giugno, valuta Mps 10,091 euro per azione ed è costruita con una formula mista: per ogni titolo del Monte vengono offerte 1,6 azioni Intesa Sanpaolo più un euro in contanti, con un premio del 12,5% rispetto alle quotazioni precedenti all'annuncio. Se tutti aderissero, il conto arriverebbe a 30,6 miliardi. Nascerebbe il secondo gruppo bancario dell’Eurozona per capitalizzazione, con 27 milioni di clienti, circa 16 miliardi di utile netto, quasi 2.000 miliardi di masse gestite entro il 2029 e sinergie stimate in 2,9 miliardi.
A dare ulteriore slancio all’operazione ci penserà martedì Unipol, chiamata a votare l’aumento di capitale da 2,5 miliardi destinato a sostenere l’Opas attraverso l’acquisto di 650 sportelli che dovranno essere ceduti per ragioni di Antitrust. Anche questo tassello sembra ormai destinato ad andare al suo posto considerato che il sistema delle Coop, cui fa capo metà del capitale del gruppo assicurativo ha già dato la sua disponibilità.
La sensazione, almeno per ora, è che sulla strada di Intesa e Unipol non ci siano barricate degne di questo nome. Più che un fronte organizzato, il campo avversario assomiglia a un cantiere dove tutti discutono e nessuno versa il cemento. Monte Paschi, nelle due settimane trascorse dall’annuncio dell'offerta, ha riunito il consiglio di amministrazione. Ma solo per l’integrazione con Mediobanca, senza che, al di là degli impedimenti imposti dalla passivity rule, emergesse un progetto capace di contrastare l’avanzata del gruppo guidato da Carlo Messina. Anche Banco Bpm, che nelle prime ore del risiko aveva manifestato la volontà di costruire un polo alternativo insieme a Siena, è rimasto fermo ai blocchi di partenza. Nel frattempo è successo l’esatto contrario di quello che avrebbe rafforzato il fronte opposto a Intesa: Crédit Agricole ha aumentato ulteriormente la sua partecipazione in Banco Bpm fino al 29%. Prima di qualunque iniziativa l’amministratore delegato della banca milanese Giuseppe Castagna dovrà ottenere il via libera di un socio ingombrante e anche del governo italiano. Difficile pensare ad un polo bancario fra Mps e Banco-Bpm a guida francese. Ma è soprattutto sul fronte dell’azionariato di Mps che le difese appaiono fragili.
Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio che possiede il 17,5% del gruppo senese ed è l’azionista di maggior peso nel determinare negli equilibri del risiko, è oggi paralizzata dai problemi interni. Il riassetto immaginato da Leonardo Maria Del Vecchio si è fermato davanti ai contrasti familiari e ai dubbi del consiglio della holding.
A quattro anni dalla scomparsa del fondatore la lite in famiglia appare ancora lontana da una ricomposizione. Il consiglio di amministrazione ha bocciato la lettera di patronage che avrebbe consentito alle banche di finanziare per 11 miliardi il progetto con cui Leonardo Maria puntava ad acquistare le quote di Luca e Paola, conquistando la maggioranza relativa di Delfin. Un voto che certifica la spaccatura e rimanda ogni decisione all’assemblea convocata per il 30 giugno.
Non basta. All’ordine del giorno compare anche una novità che fotografa meglio di tante parole il clima che si respira nella holding: la nomina di tre commissari per l’audit, una figura prevista dallo statuto ma mai attivata finora, con funzioni che ricordano da vicino un collegio sindacale. Quando una cassaforte decide di rafforzare i controllori interni significa che, prima ancora di guardare fuori, sente il bisogno di fare ordine dentro casa.
Come se non bastasse, il Corriere della Sera ha acceso i riflettori anche sulla posizione finanziaria di Leonardo Maria. Secondo quanto riportato dal quotidiano e confermato da fonti finanziarie, tra prestiti personali, finanziamenti alle società e altre esposizioni, l’indebitamento complessivo supera gli 1,3 miliardi. Un elemento che aiuta a spiegare perché il progetto di riassetto si sia progressivamente inceppato, complice anche il calo delle quotazioni di EssilorLuxottica, che ha fatto venir meno i parametri richiesti dalle banche.
Così il paradosso è servito. Mentre Intesa corre e Unipol prepara il carburante finanziario per accompagnarla al traguardo, chi avrebbe potuto organizzare la resistenza è impegnato a risolvere partite interne. Difficile così costruire barricate.
Chissà che cosa aveva previsto per Leonardo Maria Del Vecchio l’oroscopo di giugno di Paolo Fox. Difficilmente però gli avrebbe indicato che le sue ambizioni di diventare l’arbitro della finanza italiana sarebbero naufragate in poco più di venti giorni.
Prima l’intervento di Carlo Messina e Carlo Cimbri, rispettivamente a capo di Intesa e di Unipol, che gli hanno tolto centralità nel sistema bancario con l’Opas su Mps. Ora la madre e i fratelli che hanno bloccato il riassetto di Delfin, la holding di famiglia che doveva essere il trampolino di lancio di Leonardo Maria nell’alta finanza. Gli resta la presenza nei giornali. Poca cosa per le sue aspirazioni. Il riassetto di Delfin resta, infatti, impigliato nella tela dei suoi stessi equilibri.
La riunione del consiglio d’amministrazione della holding lussemburghese ha infatti fatto scattare lo stop che pesa più di una semplice frenata tecnica: è il segnale che il progetto di ricomposizione dell’eredità Del Vecchio, a quattro anni dalla scomparsa del fondatore, è ancora lontano da una sintesi condivisa. La proposta di Leonardo Maria di rilevare le quote dei fratelli Luca e Paola e chiudere la lunga stagione dei contenziosi si è arenata proprio sul punto più sensibile: le condizioni legate al prestito da 11 miliardi necessario a finanziare il riassetto. Operazione non semplice: si trattava di dare un prestito alla cassaforte personale di Leonardo che, a sua volta, controllava una finanziaria. Un doppio salto mortale.
Non a caso il nodo della lettera di patronage richiesta alle banche ha fatto da detonatore. Il board di Delfin ha scelto di non firmare, spezzando di fatto l’architettura del cosiddetto «backstop» che avrebbe dovuto blindare l’operazione ed evitare qualsiasi ingresso esterno nel capitale della cassaforte da oltre 40 miliardi di patrimonio. Dentro c’è Essilux, e le partecipazioni in Generali, Unicredit, Mps e Covivio. Una struttura pensata per tenere tutto chiuso dentro il perimetro familiare. Dentro la stanza dei bottoni la frattura è stata netta: favorevoli il presidente Francesco Milleri e il notaio di famiglia Mario Notari, contrari l’amministratore delegato Romolo Bardin e i consiglieri Giovanni Giallombardo e Aloyse May. Una spaccatura che non è solo tecnica, ma politica nel senso pieno del termine: riguarda la governance, la fiducia e soprattutto la sostenibilità del maxi prestito da 11 miliardi.
La conseguenza è immediata: senza quel perno finanziario, il riassetto si allontana e si complica anche l’ipotesi di una chiusura ordinata dei rapporti tra gli eredi. Sul tavolo resta l’alternativa: sarebbe Delfin che liquida direttamente i suoi azionisti. Un’operazione da almeno 20 miliardi, difficilmente digeribile anche per una macchina finanziaria come Delfin, pur ricca di dividendi e linee di credito non utilizzate. Così il risiko si ribalta: da disegno di semplificazione a puzzle. Con un paradosso che aleggia sullo sfondo: la possibilità che il meccanismo si inceppi fino a riaprire scenari estremi, come quello della liquidazione di Delfin. Ipotesi lontana, quasi teorica. Così il risiko familiare assume una dinamica da partita a scacchi: ogni mossa moltiplica le variabili. Con il paradosso che la soluzione «ordinata» diventa, per definizione, la più difficile da mettere in sicurezza. Per ora, dunque, il riassetto resta in stand-by. Così come le ambizioni di Leonardo Maria.
Il vento gira alla Bicocca. Dopo undici anni di convivenza con i soci cinesi, in Pirelli si prepara il ritorno di Marco Tronchetti Provera alla presidenza del gruppo che ha guidato per gran parte della sua storia recente.
Ultimamente come vice presidente esecutivo. La nomina formale arriverà la prossima settimana. Più che un rinnovo del consiglio, quello andato in scena ieri è stato un riequilibrio dei rapporti di forza. La lista presentata da Camfin e Mtp & C., che insieme controllano il 26,48% del capitale, ha ottenuto il 58,07% dei voti presenti in assemblea e ha conquistato 12 consiglieri su 15. Al fianco di Tronchetti resterà Andrea Casaluci, confermato amministratore delegato. Una scelta che unisce continuità manageriale e ritorno alla governance storica.
Da una parte il manager che negli ultimi anni ha gestito il gruppo nel passaggio più delicato della sua storia recente; dall'altra l’uomo che di Pirelli è stato il dominus per oltre tre decenni e che ora si prepara a tornare a pieno titolo sulla plancia di comando. Il dato più significativo è politico prima ancora che industriale. Dieci anni fa l’arrivo di ChemChina, poi confluita in Sinochem, sembrava destinato a inaugurare una lunga stagione di influenza cinese. Oggi quella stagione appartiene al passato. Nel precedente consiglio gli uomini riconducibili al socio cinese rappresentavano la componente dominante. Nel nuovo la governance cambia radicalmente: dodici amministratori arrivano dalla lista italiana e ben undici sono indipendenti. Anche l’inclusione dei tre rappresentanti di Assogestioni nella lista di maggioranza è stata letta dal mercato come un segnale di stabilità e di apertura verso gli investitori istituzionali.
Sul fronte opposto, Sinochem, pur restando il primo azionista con il 34,1% del capitale, deve accontentarsi di tre consiglieri. Non è un dettaglio. I due amministratori indipendenti indicati dal gruppo cinese non avranno incarichi esecutivi né ruoli di vertice. Una configurazione che riflette fedelmente le prescrizioni imposte dal governo attraverso il Golden Power. È proprio qui che si trova la ragione del cambiamento. Dietro la battaglia sulle poltrone si nasconde infatti una partita molto più importante. Palazzo Chigi, con il Dpcm approvato nell’aprile scorso, ha deciso di blindare alcuni asset strategici del gruppo.
L’obiettivo è la salvaguardia del Cyber Tyre, il pneumatico intelligente capace di raccogliere, elaborare e trasmettere dati al conducente sulle condizioni di guida. Una tecnologia considerata sensibile sia sotto il profilo industriale sia sotto quello della sicurezza. L'obiettivo del governo è duplice: proteggere il patrimonio tecnologico italiano e garantire a Pirelli la presenza nel mercato americano, oggi uno dei più importanti per il gruppo. Negli Stati Uniti, infatti, il tema dell’influenza cinese nelle aziende tecnologiche è osservato con crescente attenzione e senza il cambio di governance la multinazionale milanese rischiava di essere messa fuori dal mercato. Sinochem ha impugnato il Golden Power davanti al Tar. La partita legale è ancora aperta. Ma sul piano societario il messaggio arrivato dall’assemblea appare piuttosto chiaro: la governance della Bicocca torna a parlare italiano.Per il resto, l’assemblea ha approvato il bilancio 2025.
Ancora una volta con il voto contrario del socio cinese, e ha dato il via libera praticamente all'unanimità al dividendo. A chiudere la giornata c'è poi una conferma che riguarda proprio Andrea Casaluci. L’amministratore delegato si è infatti aggiudicato per il secondo anno consecutivo il titolo di «Best CEO» europeo nel settore Auto & Parts tra le società di media capitalizzazione secondo l’indagine di Extel. Un riconoscimento assegnato dagli investitori sulla base di credibilità, capacità di comunicazione e leadership. Non è un premio qualsiasi. Perché mentre Tronchetti Provera si prepara a tornare sulla poltrona di presidente, il riconoscimento a Casaluci certifica che la nuova Pirelli non vive soltanto di storia e di grandi azionisti.





