C’è voluto l’intervento dei tedeschi per far volare - davvero - quella che per anni è stata più una zavorra per i conti pubblici più che una compagnia aerea. E così, quasi senza tanto clamore né concessioni alla retorica finanziaria , l’ex Alitalia scopre l’utile. Miracolo? No, molto più banalmente una gestione corretta senza più intrusioni della politica e senza estremismi sindacali (come dimenticare gli anni di egemonia di «aquila selvaggia»?).
Nel 2025 Ita Airways ha messo a segno un risultato netto positivo di 209 milioni di euro. Significa un miglioramento di 436 milioni rispetto all’anno prima. L’ultima volta che la compagnia aveva chiuso in attivo era stato il 1998. Si chiamava ancora Alitalia e progettava il rilancio industriale con gli olandesi di Klm. Un sogno finito presto. La giravolta dell’anno scorso, se si fosse manifestata ai tempi della vecchia compagnia di bandiera, sarebbe stata archiviata tra le leggende metropolitane insieme agli aerei puntuali e ai bilanci in ordine.
Allacciate le cinture di sicurezza perché è tutto vero. Succede dopo la cessione - gestita dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti - al gruppo Lufthansa. E guarda caso, insieme ai tedeschi arriva anche quella fastidiosa abitudine chiamata disciplina industriale. Per capire: per decenni Alitalia è costata ai contribuenti più di 15 miliardi di euro. Una cifra che, a raccontarla oggi, fa sembrare l’azienda più un ammortizzatore sociale che una impresa commerciale. Soldi pubblici bruciati con una tenacia che nei decenni non ha conosciuto interruzione, I conti restavano ostinatamente in rosso. Poi cambia il copione. Ita chiude il 2025 con ricavi per 3,2 miliardi, un margine operativo lordo di 404 milioni e un risultato netto positivo per il secondo anno consecutivo. Non esattamente un dettaglio. È la prova che, quando si smette di usare una compagnia aerea come campo di battaglia politico-sindacale, i numeri - incredibile - iniziano a tornare.
L’amministratore delegato Joerg Eberhart, con sobrietà, parla di «punto di svolta» e di «rotta giusta». Una maniera elegante per dire che la nuova proprietà tedesca sta facendo quello che andava fatto da vent’anni. E infatti i primi effetti della cura Lufthansa si vedono. Meno voli (123.000, in calo), meno passeggeri (16,2 milioni), ma più efficienza: i passeggeri mediamente occupano l’83,4% dei posti disponibili (+2%). In altre parole, meno sprechi e più riempimento. Una rivoluzione, per chi era abituato a volare mezzo vuoto ma con le casse completamente vuote. Anche la flotta si ringiovanisce: 106 aerei, il 70% di nuova generazione, età media 6,5 anni. Certo, i problemi non sono spariti per decreto divino. Lo stesso Eberhart ammette che il peso dei leasing resta un macigno da alleggerire. Ma almeno, per la prima volta, si parla di come ridurre i costi, non di come coprirli con l’ennesimo intervento pubblico. Poi c’è il dettaglio simbolico: dal primo aprile Ita entrerà nel programma Miles & More di Lufthansa, mandando in pensione il programma Millemiglia e le sue più recenti eredità. Un passaggio che vale più di mille conferenze stampa: significa integrazione vera, non le solite alleanze di facciata. Morale della favola? Ci sono voluti i tedeschi - e un ministro dell’Economia che ha avuto il coraggio di privatizzare l’azienda - per dimostrare che anche l’ex Alitalia può stare in piedi senza flebo di risorse pubbliche. Una lezione quasi banale: le aziende funzionano meglio quando fanno le aziende. Anche in Italia. Anche nei cieli, dove per anni abbiamo confuso il tricolore della fusoliera con il conto corrente dei contribuenti.
A Siena, più che un consiglio di amministrazione, sembra andare in scena un conclave senza fumata bianca. Non sono bastati due giorni di riunioni, porte chiuse, pareri legali richiesti con l’urgenza di un referto medico. Alla fine il risultato è uno solo: nessuno ha ancora trovato la formula magica per accompagnare alla porta l’amministratore delegato Luigi Lovaglio.
Servirà ancora una riunione prevista per oggi. Ovviamente Lovaglio continua a occupare la sua poltrona. Ritiene di essere vittima di un complotto. Ricorda a tutti di aver preso in mano un banca in bilico sul baratro e, dopo averla risanata, l’ha lanciata alla conquista di Mediobanca. Il tabernacolo della grande finanza italiana. Un successo che ora non gli viene riconosciuto.
E dire che il copione pareva già scritto per una uscita senza clamore e passabilmente ricca. Il board del Monte dei Paschi di Siena lo aveva elegantemente escluso dalla propria lista lo scorso 4 marzo, complice l’ombra lunga dell’indagine della Procura di Milano sul presunto concerto fra azionisti e manager in occasione dell’ultimo collocamento di azioni Mps da parte del ministro dell’Economia. L’offerta aveva consolidato il ruolo del gruppo Caltagirone, della galassia che ruota attorno a Banco-Bpm e di Delfin, la cassaforte della famiglia Del Vecchio. La scomparsa del nome dell’amministratore delegato dalla lista per la nuova governance che verrà selezionata all’assemblea di metà aprile, nelle intenzioni, avrebbe dovuto chiudere la partita. E invece no.
Perché Lovaglio, con una mossa che a Siena non hanno gradito, ha deciso di rientrare dalla finestra candidandosi nella lista alternativa presentata dalla Plt Holding della famiglia Tortora. Un’operazione che, nei corridoi della banca, viene apostrofata con una certa brutalità semantica: iniziativa di disturbo. Tanto più che la scelta di Lovaglio appare abbastanza inconsueta: l’amministratore delegato non più ricandidato che si ripresenta alla testa di una lista alternativa. Inconsueta e anche velleitaria. Bisogna tener presente che Plt, con il suo 1,2% scarso, ha il peso specifico di una piuma in mezzo ad una tempesta.
Il consiglio, preso in contropiede, si è quindi ritrovato a discutere non tanto del futuro della banca quanto della compatibilità del proprio amministratore delegato con se stesso. Un cortocircuito istituzionale che ha spinto i consiglieri a chiedere pareri tecnici e legali, come se da qualche parte, tra codici e cavilli, esistesse la risposta definitiva al rebus Lovaglio. Soprattutto per evitare strascichi legali di cui a Siena conservano recenti ricordi non proprio sereni.
Sul tavolo c’è di tutto: dalla revoca delle deleghe a un più garbato ridimensionamento dei poteri. Un ventaglio di opzioni che somiglia molto a un menu degustazione, con il problema che nessuno sembra avere davvero appetito per la portata principale: la rottura netta.
Ma il calendario corre. Il mandato di Lovaglio scade il 15 aprile, data dell’assemblea che dovrà eleggere i nuovi vertici. E qui si apre un altro capitolo, non meno gustoso. Il cda starebbe infatti pensando di restringere la rosa dei candidati alla carica di amministratore delegato, attualmente composta da Corrado Passera, Fabrizio Palermo e Carlo Vivaldi, per indicare un solo nome. Obiettivo imprescindibile per dare finalmente un segnale chiaro al mercato, dopo giorni di navigazione a vista.
Tra i tre, il nome che circola con crescente insistenza è quello di Fabrizio Palermo, attuale amministratore delegato di Acea, con il mandato in scadenza e un profilo che piace a chi cerca stabilità senza troppi colpi di scena. Il suo arrivo sarebbe la naturale conseguenza dell’uscita di scena di Lovaglio, dopo che il consiglio d’amministrazione sarà riuscito a trovare la formula giuridica per accompagnarlo all’uscita.
Come se non bastasse, sullo sfondo si muove anche BlackRock, che gioca a salire e scendere attorno alla soglia del 5%, in una danza che ricorda più il trading tattico che l’investimento paziente. Un segnale che il mercato osserva, prende nota, ma per ora non interviene.
Il risultato finale è un perfetto equilibrio instabile: un amministratore delegato che si candida contro il proprio consiglio, un board che non riesce a decidere sul suo destino e una banca che, ancora una volta, si ritrova a fare i conti più con la propria governance che con il mercato.
A Siena, insomma, la finanza incontra il teatro. E per ora, il sipario resta ostinatamente alzato.
C’era una volta Tim. Presto, non ci sarà più. Almeno non come la conosciamo. Resterà autonoma ma il perimetro delle attività sarà profondamente modificato.
Poste Italiane ha lanciato un’offerta pubblica di scambio sul gruppo telefonico del valore di 10,8 miliardi. Chiude così una storia trentennale che somiglia più a un feuilleton che a una vicenda industriale: lunga, tortuosa, affollata di personaggi improbabili, colpi di scena e debiti. Tanti debiti. Circa 7 miliardi, per la precisione dopo una cura dimagrante spinta fino ai livelli dell’anoressia. Quella che al momento della privatizzazione era una delle regine di Piazza Affari oggi è ridotta al rango di «penny stock». Espressione che definisce i titoli che in Borsa valgono pochi centesimi. Tim torna in mani pubbliche priva della rete e senza ambizioni internazionali. Con il Brasile come unica partecipazione estera e un organico che ha conosciuto giorni migliori.
Matteo Del Fante, amministratore delegato di Poste, nel corso della presentazione alla comunità finanziaria dichiara che il quel dossier stava sul suo tavolo da cinque anni. Non era il momento però: troppo debito, troppe incognite, troppe cicatrici lasciate da stagioni industriali turbolente. Poi è arrivata la «cura Labriola», attuale amministratore delegato di Tim. Vendita delle reti e taglio al debito. Così l’operazione è diventata possibile. Anzi, urgente. Un anno fa Poste Italiane entra nel capitale di Tim. Lo fa in punta di piedi, ma neanche troppo: in pochi mesi sale fino al 27%, sostituendo i francesi di Vivendi e dando stabilità alla governance. Da lì al controllo pieno il tragitto è breve. Del Fante esclude la fusione. Nessuna incorporazione, nessuna cancellazione di identità. Tim resterà autonoma, il marchio «iconico» sarà protetto come simbolo della storia industriale del Paese.
Matteo Del Fante indica la strategia. Poste intende costruire una piattaforma integrata, capace di fare sistema tra logistica, pagamenti, servizi digitali e telecomunicazioni. Intende diventare il grande snodo attraverso cui passa tutto. Dalla raccomandata al cloud. Poi il discorso cade sulle sinergia da 700 milioni. Vuol dire che qualche taglio ci sarà: servizio ai clienti, acquisti, marketing, comunicazione. Non proprio dettagli. Tuttavia non ci saranno tagli. Solo spostamenti. E poi una fusione, sì: quella tra Poste Mobile e Tim, anticamera industriale del progetto più ampio. Il messaggio è chiaro: niente rivoluzioni visibili, ma un lento e metodico accorpamento delle funzioni chiave. Il vantaggio, sulla carta, è evidente. Fuori dai riflettori della Borsa, sostenuta dal flusso di cassa robusto di Poste, Tim potrà finalmente smettere di difendersi e tornare ad attaccare. Più aggressività commerciale, più spazio per consolidare un settore che in Italia è rimasto frammentato e spesso inefficiente. Il mercato, però, ha bisogno di capire. Gli investitori con gli occhi rivolti a Hormuz raccontano una storia meno epica. Scatenano il terremoto. Giù tutto. Poi la calma ritorna. Ma non del tutto. Tim sale del 4,7%. Poste scende del 6,85%. Il premio promesso dall’offerta si assottiglia fino quasi a scomparire. L’Opas, che dovrebbe essere lanciata a luglio, prevede che gli azionisti Tim ricevano una parte in contanti (16,7 centesimi) e una parte in titoli Poste (0,0218 azioni di nuova emissione). Ai valori di venerdì scorso c’era un premio del 9%. Ora l’offerta è alla pari.
Il mercato forse aspetta un rilancio ma Del Fante gela le aspettative: il prezzo non sarà ritoccato. Nel frattempo la politica applaude. Piace l’idea di un campione nazionale pubblico nelle telecomunicazioni e nei servizi digitali. Soprattutto in un’epoca in cui la sovranità tecnologica è diventata parola d’ordine. Anche i sindacati, con prudenza, vedono nell’operazione una possibile occasione. A condizione che non venga dimenticato il capitale umano, che in queste storie rischia sempre di essere la variabile più comprimibile. Così il calendario scorre: documento d’offerta entro metà aprile, assemblea di Poste Italiane a giugno per l’aumento di capitale, chiusura dell’operazione entro fine anno. Infine arriverà il piano industriale. Dovrà spiegare che nasce una piattaforma in grado di connettere il Paese. Del Fante andrà avanti. Perché in certe partite conta la convinzione. E in certe condizioni soprattutto il coraggio.




