- La Francia ha il rapporto deficit/Pil costantemente sopra al 5%, mentre la Germania usa i fondi speciali fuori bilancio per investire senza i vincoli di Bruxelles. Poi c’è la Spagna che da tre anni non approva una nuova manovra e quindi tiene i conti ancorati al 2023.
- Ue e Bce aprono a deroghe al Patto per gli investimenti verdi. Meloni in pressing: «Bruxelles agisca con coraggio sull’energia».
Lo speciale contiene due articoli.
Qualche giorno fa Giorgia Meloni ha scritto a Ursula von der Leyen chiedendo di estendere alla crisi energetica la stessa flessibilità già concessa alle spese per la difesa, la clausola di salvaguardia nazionale che consente temporaneamente di sforare i limiti del Patto. Probabilmente si tratta di una coincidenza, ma tre documenti usciti in questi giorni certificano la fondatezza della posizione italiana e misurano il costo che l’Italia paga per rispettare regole che gli altri Paesi interpretano con molta più libertà.
Il primo documento è il rapporto Ocse sulle politiche industriali di venti Paesi sviluppati. Nel complesso, tra il 2019 e i 2023 la spesa media in sussidi e sgravi fiscali alle imprese è salita dall’1,34% all’1,55% del Pil. Quasi tutti i Paesi analizzati hanno aumentato il sostegno pubblico alle proprie industrie. La Germania ha quasi triplicato la propria spesa, portandola dallo 0,52% all’1,16% del Pil in quattro anni, spingendo soprattutto sui sussidi diretti, cresciuti dallo 0,24% allo 0,84% del Pil. La Francia si è mantenuta all’1,73%. Il Regno Unito ha superato il 3% del Pil, mentre Slovenia, Ungheria e Repubblica Ceca hanno addirittura beneficiato dei fondi strutturali europei, che hanno moltiplicato la loro capacità di intervento. L’Italia si è fermata intorno all'1% del Pil, nella metà bassa della classifica.
Il rapporto Ocse entra anche nella qualità della spesa, e lì scopriamo che l’Italia è il Paese che più di tutti si affida a strumenti finanziari come garanzie e prestiti pubblici, che nel 2023 erano l’1,42% del Pil, il secondo valore più alto tra i Paesi analizzati. Il fondo di garanzia per le Pmi e strumenti analoghi sono classificati dal rapporto come strumenti difensivi, utili per sostenere le imprese esistenti ma non per trasformarne la struttura produttiva. Nel frattempo, Germania, Finlandia e Lituania hanno aumentato il venture capital pubblico. La Germania ha quasi raddoppiato i sussidi diretti alle imprese in quattro anni finanziando in buona parte i programmi di copertura dei costi energetici industriali, il cosiddetto freno sul prezzo dell’elettricità e del gas, misure che da sole valgono rispettivamente lo 0,27% e lo 0,20% del Pil tedesco. Risorse che la Germania ha trovato in parte attraverso i Sondervermögen, fondi speciali fuori bilancio che aggirano il freno costituzionale al debito, finanziando investimenti che non figurano nei conti pubblici ordinari. La Francia sfora stabilmente il 5% di deficit (previsto il 5,7% nel 2027) ma non pare che a Bruxelles si strappino i capelli per questo. In queste condizioni, l’Italia cresce meno perché più attenta all’equilibrio dei conti.
Il secondo documento è la mappa delle misure anticrisi energetica adottate dopo il blocco dello stretto di Hormuz, pubblicata dalla Commissione europea. Questa fotografa lo stesso divario registrato dall’Ocse, ma su un piano più contingente legato alla crisi energetica attuale.
Il governo italiano ha emanato provvedimenti per il taglio delle accise sui carburanti, per un costo attorno al miliardo di euro. La Spagna ha varato un pacchetto da 5 miliardi. L'Irlanda da 750 milioni. La Francia oltre 300 milioni per il solo mese di maggio. Il caso spagnolo merita una nota a parte, perché la Spagna non approva una legge di bilancio dal 2023, senza aver neppure presentato una bozza per gli anni successivi, con i conti prorogati da tre anni per le difficoltà parlamentari del governo di Pedro Sánchez.
Il terzo documento, pubblicato giovedì, è la summa delle previsioni economiche di primavera della Commissione, che tagliano le stime di crescita dell’Italia allo 0,5% per il 2026.
Le previsioni aggiungono un elemento che mette in difficoltà la posizione italiana, perché nonostante le chiare difficoltà e i problemi che stanno per arrivare, annunciati da più parti, la crescita del Pil italiano è rivista allo 0,5% nel 2026, contro lo 0,8% stimato lo scorso autunno. Secondo le regole europee, una crescita, per quanto anemica, ci sarà, e dunque non ci sarebbe bisogno di nessuna flessibilità. Quello 0,5% è però figlio di uno scenario intermedio, non dello scenario peggiore, che è quello che invece ha le maggiori probabilità di avverarsi. Del resto, le previsioni economiche della Ue sono note per essere sbagliate. Ma perché farci finire in recessione quando lo si può evitare?
Il risultato pratico è che l’Italia non può intervenire con la stessa forza degli altri Paesi colpiti dalla stessa crisi energetica, perché la sua economia non è ancora abbastanza in difficoltà da giustificare deroghe, ma è già abbastanza in difficoltà da subire lo choc. A quanto pare, insomma, in Europa solo chi infrange le regole può crescere. Si tratta di una asimmetria evidente, certificata dai numeri della stessa Commissione e dell’Ocse. Ieri il Commissario europeo per l’Economia, Valdis Dombrovskis, dopo la riunione dell’Ecofin, ha affermato: «Le previsioni economiche primaverili della Commissione europea confermano che la crisi energetica scatenata dal conflitto in Medio Oriente sta creando uno choc stagflazionistico per l’economia europea. Stiamo valutando diverse opzioni». Quali che siano, non c’è da sperare che Bruxelles cambi atteggiamento.
L'Europa ci fa sforare solo se continuiamo a ucciderci di green
Nei palazzi di Bruxelles le parole non fanno rumore. Scivolano piuttosto tra una clausola e un allegato tecnico. Eppure, sotto questa superficie liscia si sta consumando una partita tutt’altro che neutra: chi paga la transizione? Chi paga l’energia? Chi paga - in ultima istanza - la crescita quando la crescita non cresce abbastanza? La sintesi è questa: l’Europa ci concede spazio di bilancio, solo se continuiamo a ucciderci di green mal digerito.
Non è una frase ufficiale. È il sottotesto. La prima a forzare il perimetro è Giorgia Meloni che, dopo l’incontro a Palazzo Chigi con il primo ministro irlandese Micheál Martin prova a spostare l’asse della discussione: energia come sicurezza nazionale, non come variabile della contabilità pubblica. «Viviamo in un contesto di circostanze eccezionali che legittimano una estensione della flessibilità già concessa per le spese in sicurezza e difesa, anche agli investimenti necessari a far fronte alla crisi energetica. Anche l’energia è sicurezza, anche l’economia è sicurezza. Non si tratta di essere autorizzati a fare maggiore debito ma di allocare meglio quello già previsto». È un cambio di grammatica politica: la sicurezza non è solo tutela dei confini e armi, ma bolletta e produzione industriale. Non meno deciso il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti al termine della riunione dell’Eurogruppo. Nessuna retorica, solo contabilità che cerca spazio dentro altra contabilità. «Ci sono diverse soluzioni», dice, «un mix di possibilità: utilizzo dei fondi di coesione, rimodulazione delle risorse del Pnrr, e possibili margini sulla spesa netta che il Tesoro sta ancora valutando nei numeri». Non cambiare il tavolo, ma limarne gli angoli.
Dall’altra parte la Commissione non chiude, ma neppure apre. Ursula von der Leyen non ha ancora risposto alla richiesta italiana. E questo silenzio è già una posizione. Vuol dire prudenza, attesa. Più esplicito il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis, che mette il punto tecnico dove la politica vorrebbe mettere una virgola: «L’Italia è il Paese che chiede più costantemente ulteriore flessibilità. Complessivamente c’è accordo sulla necessità di una risposta di finanziamenti pubblici che sia mirata, non ricorrendo a uno stimolo di bilancio ampio e generalizzato». Sì ai cerotti, no alle medicazioni sistemiche. Poi arriva la vera chiave di lettura, quella che spiega tutto. La presidente della Bce Christine Lagarde sintetizza il paradigma in tre parole: «Qualsiasi deviazione da questi tre principi - temporanee, mirate (targeted) e calibrate su misura (tailored) - sarebbe dannosa e porterebbe di conseguenza a un diverso orientamento della politica monetaria».
Le famose tre T.
Temporanee: perché ciò che diventa permanente cambia il debito strutturale.
Mirate (targeted): perché il denaro pubblico non deve più essere pioggia, ma bisturi (per esempio investimenti green).
Calibrate (tailored): perché ogni Paese ha una sua fragilità, ma nessuno può trasformarla in licenza di spesa.
Ed è qui che il discorso diventa meno tecnico e più politico. Perché il punto non è solo quanto si spende, ma per cosa si spende. La Commissione segnala che una larga parte delle misure energetiche adottate negli ultimi anni non è stata selettiva: tagli generalizzati, riduzioni orizzontali, interventi che abbassano il prezzo dei carburanti ma non cambiano la struttura. Da qui il paradosso che diventa provocazione: l’Europa concede flessibilità solo se la spesa non alimenta il consumo di gas e petrolio. Se invece lo prolunga, la flessibilità si restringe. Una disciplina climatico-fiscale. Quasi una doppia chiave di lettura: bilancio e CO2. Il quadro finale è quello di un’Europa che non è né rigida né flessibile. È selettiva. Il debito italiano resta tra i più alti dell’Unione. I margini fiscali si riducono. I tassi tendono a salire. La crescita non decolla abbastanza da rendere il problema meno urgente. Alla fine, la questione non è se l’Europa ci farà sforare o no. La domanda vera è un’altra: in quale direzione ci lascia sforare. Se verso la riproposizione delle vecchie abitudini energetiche, la risposta sarà no. Se verso l’obbligo green, allora il margine si apre. Ed è qui che il linguaggio tecnico si trasforma in politica pura: perché dietro ogni «targeted measure» o «temporary deviation» si nasconde la stessa scelta di fondo: quale economia costruire mentre si cerca di non far saltare quella che già esiste. Tutta questione di tempo, direzione e pazienza istituzionale.
L’Europa assomiglia a un medico che dopo aver visitato il paziente prescrive una surreale ricetta: «Lei è messo male, ma niente antibiotici. Solo una passeggiata. Vedrà che starà meglio». Il paziente è l’Italia. Il medico è la Commissione europea. Le previsioni economiche di primavera diffuse da Bruxelles sono un capolavoro di schizofrenia burocratica. Da una parte confermano tutto quello che Roma denuncia da mesi per chiedere una deroga al Patto di stabilità.
Dall’altra però la risposta non cambia: prudenza e rigore. Giorgia Meloni non ci sta. A Brescia, dove partecipa all’evento di Coldiretti, dice: «Non ho cambiato idea sulle spese della difesa. Però, se non siamo in grado di difendere cittadini e nostre imprese, rischiamo che domani non ci sia più niente da difendere». Il ministro Giorgetti intervenendo in video-conferenza al Festival dell’Economia del Sole 24 Ore resta positivo: «Questi negoziati sono lunghi, richiedono tante spiegazioni in sedi anche non ufficiali. Il mio ottimismo deriva da razionalità della nostra proposta».
Il documento della Commissione conferma un’Europa che rallenta vistosamente perché la guerra in Iran ha trasformato il petrolio in un ordigno geopolitico. Crescita più bassa, energia più cara, inflazione in salita e rischio che la Bce torni a fare la voce grossa con i tassi. Esattamente quello che il governo italiano sostiene da settimane. Bruxelles annuisce, prende appunti e poi risponde con l’entusiasmo di un bancomat senza contanti: «Operazione non consentita». I numeri sono quelli che sono. La crescita nel 2026 sarà solo dello 0,9%. In autunno fa la previsione era dell’1,2%. Tre decimali sembrano poca cosa. In realtà sono miliardi svaniti come granite ad agosto. Per il 2027 Bruxelles prevede un leggero miglioramento: 1,2%. Sempre che nel frattempo il Medio Oriente non diventi una gigantesca stazione di servizio in fiamme. L’Italia riesce a fare peggio della media europea. Crescerà dello 0,5% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027. Insomma non una recessione, ma una forma avanzata di immobilismo motorizzato. Non c’è crescita. Un galleggiamento senza una direzione precisa. Come un pedalò dimenticato in mare nella bonaccia di Ferragosto. E mentre il Pil procede con l’energia di un bradipo sedato, il debito pubblico continua invece a correre come un motorino: 139,2% del Pil entro il 2027. Qui arriva la scena madre. Perché nello stesso momento in cui l’Italia diventa campione europeo del debito, la Grecia ci sorpassa nella gara del risanamento. Sì, proprio la Grecia. Quella che quindici anni fa veniva descritta come il laboratorio della catastrofe occidentale. Quella dei memorandum, della troika, dei pensionati disperati davanti ai bancomat. Atene riduce il debito dal 147,6% al 134,4%. Noi invece saliamo.
È come svegliarsi una mattina e scoprire che il compagno ripetente della scuola è diventato chirurgo cardiovascolare mentre tu sei diventato un anonimo colletto bianco. Ma il vero spettacolo arriva quando la Commissione spiega perché l’Italia soffre più degli altri. Scrive che il nostro sistema energetico dipende ancora troppo dal gas. In Spagna le rinnovabili proteggono meglio i prezzi. Germania e Olanda stanno nel mezzo. L’Italia invece è il «caso estremo». Appena il gas starnutisce, le bollette vanno in terapia intensiva.
La soluzione sarebbe logica: lasciamo all’Italia un po’ più di margine di bilancio per affrontare l’emergenza.
E invece no. Per il commissario all’economia Valdis Dombrovskis bisogna agire «con prudenza». Nel frattempo però succede una cosa curiosa. Come sempre ai danni dell’Italia. Perché mentre Bruxelles spiega a Roma che non ci sono spazi fiscali, metà continente sfonda tranquillamente i parametri. Ben 13 Paesi su 27 avranno un rapporto deficit/Pil sopra il 3% sia nel 2026 sia nel 2027. Tredici. Praticamente la metà dell’Unione. Austria, Belgio, Bulgaria, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Lettonia, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia e Ungheria. Sembra l’elenco delle nazionali iscritte alle qualificazioni per i prossimi Campionati Europei. Eppure il problema strutturale resta sempre l’Italia sospesa nel vuoto.
Nel 2027 finirà la spinta del Pnrr. Gli investimenti rallenteranno. Bruxelles avverte che la spesa pensionistica salirà per effetto dell’inflazione. Arriverà al 3,2% prima di scendere all’1,8%. La crescita resterà inchiodata vicino allo zero.
Il tutto mentre la Bce potrebbe alzare i tassi proprio a causa dell’inflazione energetica provocata dalla guerra. Che è esattamente il motivo per cui Roma chiede flessibilità.
Poi il capolavoro finale. Il pezzo che nemmeno la migliore satira avrebbe osato inventare.
Secondo il quotidiano Handelsblatt la Germania eviterà la procedura europea per deficit eccessivo anche se il suo disavanzo supererà il famoso tetto del 3%. Motivo? Perché probabilmente non riuscirà a spendere tutti i soldi stanziati. Geniale.
L’Italia chiede flessibilità perché deve spendere per salvare famiglie e imprese dal caro energia. Risposta: attenzione ai conti. La Germania invece evita la procedura perché non riesce a spendere abbastanza velocemente. Che dire? È il trionfo della metafisica contabile.
Il gip va contro i pm: «El Koudri ha colpito ma nulla ci conferma che sia davvero folle»
- La toga silura la Procura che esclude il terrorismo: «Voleva infierire il più possibile. E c’è il rischio di reiterazione del reato».
- Senza contestazione di crimini legati al fondamentalismo, la Rc auto scatta in maniera automatica per proteggere i terzi. In seguito la compagnia può rivalersi sull’investitore.
Lo speciale contiene due articoli
Non ha risposto alle domande del gip di Modena, durante l’udienza di convalida del fermo, Salim El Koudri, l’uomo che con la sua auto, sabato 16 maggio, ha falciato deliberatamente sette persone che camminavano sul marciapiede in pieno centro a Modena. Assistito dall’avvocato Fausto Gianelli, il trentunenne nato a Bergamo ma di origine marocchina deve rispondere delle accuse di strage e lesioni aggravate dall’uso del coltello contestate dalla Procura di Modena guidata dal procuratore Luca Masini che coordina l’indagine con il pm Monica Bombana. La pubblica accusa ha chiesto la conferma del carcere e, nel pomeriggio, il gip Donatella Pianezzi ha sciolto l’iniziale riserva e convalidato l’arresto dell’indagato.
Nell’ordinanza, il gip sottolinea che era chiara la sua volontà di dirigere la Citroen C3 che guidava nella direzione più adatta a colpire più gente possibile. El Koudri, come ricostruito, inizialmente punta il marciapiede del lato destro di via Emilia, dove colpisce i primi pedoni e una ciclista. Poi si rimette in carreggiata e, poiché le persone riescono a schivarlo, punta direttamente il marciapiede sul lato sinistro che era in quel momento molto affollato. La Pianezzi evidenzia anche che «trattandosi di un soggetto che non ha in Italia un lavoro stabile, non ha una compagna e una famiglia propria ad eccezione dei genitori e della sorella, si può prevedere che lo stesso - se lasciato libero - possa lasciare il nostro Paese per fare rientro in Marocco, dove avrebbe una famiglia a fornirgli sostegno e riuscendo così a sottrarsi alle gravi conseguenze che derivano dall’azione delittuosa compiuta». Oltre al perciolo di fuga, per il gip c’è pure il rischio di reiterazione del reato.
Per il momento gli inquirenti non hanno contestato a El Koudri né l’aggravante del terrorismo o dell’odio razziale né la premeditazione. Va detto che l’articolo 270 sexies del codice penale, introdotto nel 2005 dopo gli attentati di Londra, considera «con finalità di terrorismo le condotte che, per la loro natura o contesto, possono arrecare grave danno a un Paese o a un’organizzazione internazionale e sono compiute allo scopo di intimidire la popolazione o costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto o destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale». Detto in parole povere, senza una cornice che permette di contestare queste intenzioni, l’aggravante delle finalità di terrorismo non può essere contestata. Anche se l’atto commesso viene percepito dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica come un attentato terroristico.
El Koudri ha, però, fornito agli inquirenti il codice di sblocco del telefono, consentendo quindi ai pm di poter scandagliare ogni aspetto della sua vita «virtuale». E proprio da questi accertamenti potrebbero scaturire elementi in grado di confermare l’attuale impianto accusatorio o di gettare le basi per la contestazione di aggravanti. Ma su questo punto il legale di El Koudri ha spiegato che la scelta di consegnare la password «non è legata a capire cosa è successo sabato 16 maggio, ma per scavare a fondo in questo quadro di disagio psichiatrico e per capire, tramite i contatti presenti nel cellulare, se qualcuno si è inserito e si è approfittato di questi disturbi mentali». «Conservava tutto con cura», ha spiegato Gianelli, «e si potranno ricostruire anni di comunicazioni, mail, cronologie e navigazioni». L’ipotesi che il difensore dell’uomo sembra lasciar trasparire da queste parole è, quindi, che qualcuno, facendo leva sui problemi psichici di El Koudri, possa averlo trasformato in una sorta di «lupo solitario» in maniera non consapevole.
Secondo Gianelli, che ha già annunciato l’intenzione di chiedere una perizia psichiatrica, il suo assistito «sentiva delle voci, non dormiva più e aveva la tachicardia». E proprio le voci sarebbero uno dei motivi per cui l’investitore, nel 2023, «va al centro di salute mentale, dove lo prendono in carica». E ancora: «Quando si reca personalmente al centro di salute mentale di Castelfranco, gli viene diagnosticato un disturbo schizoide della personalità». Un disagio che, per il legale, «non sarebbe stato curato adeguatamente e che oggi è arrivato al limite estremo». La battaglia legale sembra, quindi, destinata a finire sul binario dell’imputabilità o meno di El Koudri, a causa dei suoi problemi psichici. Nell’ordinanza, il gip evidenzia, però, che «non vi sono allo stato elementi per ritenere che il gesto da lui compiuto sia conseguenza di tale patologia né che lo stesso fosse incapace di intendere e di volere al momento della commissione del fatto».
Al momento, in caso di condanna, il reato spalancherebbe per lui le porte del carcere per lungo tempo. La pena prevista dall’articolo 422 del codice penale «in ogni altro caso» da quelli che vedono la morte di una o più persone è, infatti, «non inferiore a 15 anni», ai quali andrebbe, poi, sommata la pena le lesioni personali aggravate. Ma in caso di decesso di uno o più feriti, la pena per l’investitore diventerebbe automaticamente, per il solo reato di strage, quella dell’ergastolo.
Un’ipotesi che sembra allontanarsi, visto che le condizioni di tre dei feriti dall’assalto di sabato pomeriggio migliorano. In particolare per i due i pazienti più gravi, ricoverati all’Ospedale Maggiore di Bologna - due coniugi italiani entrambi di 55 anni - le condizioni cliniche, seppur critiche, lentamente migliorano, anche se la prognosi resta riservata.
No aggravante? L’assicurazione paga
Alla fine, almeno per le assicurazioni, la tentata strage di Modena si riduce alla domanda più banale. Salim aveva la patente in regola? La polizza era pagata? Benvenuti nel mondo delle garanzie a quattro ruote.
Da quanto risulta, tutti i documenti dell’auto sono in regola e l’assicurazione stipulata dalla compagnia Great Lakes, appartenente al colosso tedesco Munich Re, è stata pagata. Se la Procura non contesterà l’accusa di terrorismo, il responsabile del raid di sabato sarà trattato come un normale automobilista. Non importa se il suo gesto criminale abbia provocato otto feriti, di cui un paio gravi, panico in strada e una domanda immediata: chi paga? La risposta è quella di sempre: pagherà l’assicurazione. Perché la Rc auto nasce con uno scopo sacrale: proteggere i terzi danneggiati. Non il conducente. Non il proprietario della macchina. E neppure il pirata della strada. Il soggetto da salvare è quello che stava camminando tranquillamente sul marciapiede e si è trovato, d’improvviso sotto un cofano. Così, mentre i magistrati discutono di dolo, volontà omicida e strage, la compagnia assicurativa si ritrova davanti alle stesse identiche verifiche che scatterebbero dopo un tamponamento in tangenziale. Libretto. Patente. Premio pagato. Fine.
Qualche scappatoia esiste. Alcune compagnie, in casi del genere, provano a sostenere che non siamo nel campo della «circolazione stradale» ma nell’uso dell’auto come arma impropria. Quindi, niente copertura. Tesi suggestiva. Ma difficile da sostenere nei tribunali. Perché l’obiettivo è la tutela delle vittime. Se il danno nasce comunque dall’utilizzo di un veicolo in circolazione, il risarcimento ai terzi resta in piedi anche in presenza di dolo. Non importa nemmeno se l’intenzione era quella di compiere una strage. In sostanza: prima si pagano i feriti, poi eventualmente si presenta il conto al responsabile.
È qui che arriva il secondo tempo della storia. La compagnia assicurativa infatti può esercitare la cosiddetta «rivalsa»: versa milioni ai danneggiati e poi bussa alla porta dell’investitore chiedendo indietro tutto. O almeno il possibile. Per i feriti, cambia molto. Tutto a loro vantaggio. Perché significa poter chiedere il risarcimento ad un soggetto solvibile. Non a un imputato magari nullatenente, ma una compagnia d’assicurazione obbligata a intervenire. E se perfino la compagnia riuscisse a sfilarsi dal procedimento - oppure se l’auto fosse senza copertura - resterebbe comunque il Fondo vittime della strada gestito da Consap. Lo Stato, in altre parole, costruisce una rete perché il danneggiato non resti senza risarcimento. C’è il danno ma, fortunatamente non si aggiunge la beffa. Il dettaglio decisivo, almeno per ora, è proprio quello che manca nel fascicolo: il terrorismo. Se la Procura avesse imboccato quella strada, il quadro giuridico sarebbe diventato molto più accidentato, con conseguenze anche sul piano assicurativo e sulla qualificazione dell’evento. Invece l’accusa è strage. Che, attenzione, non richiede necessariamente dei morti.
Nel frattempo, mentre il Codice penale discute di strage, dolo eventuale e aggressione volontaria, il codice delle assicurazioni resta ancorato alla concretezza della vita quotidiana. E, dunque, alla fine della catena giuridica, la domanda resta quasi quella che vale sempre patente valida o scaduta? Bollo della polizza pagato oppure no?



