Vigilia incandescente per l’assemblea di Montepaschi che oggi dovrà eleggere il nuovo consiglio d’amministrazione. Una miscela fra un copione già scritto e colpi di scena solo sperati. Oggi si alza il sipario sul rinnovo del cda, per un thriller con finale già spoilerato. La lista del cda uscente che indica come presidente Nicola Maione e ad Fabrizio Palermo secondo le indicazioni prevalenti viaggia oltre il 30% e si prepara a incassare almeno dodici seggi su quindici. Le altre liste, quella di Assogestioni e quella di Plt Holding, restano comparse.
Non irrilevanti, certo, ma nemmeno in grado di ribaltare il tavolo. In compenso, contribuiscono a rendere la trama più interessante. Perché dentro la lista Plt c’è Luigi Lovaglio. E qui la storia smette di essere tecnica e diventa narrativa pura. L’ex amministratore delegato è stato il manager chiamato a rimettere in ordine una banca che di ordine ne aveva visto poco. Un ruolo che gli ha garantito credito mediatico e gran fama. Ma oggi, alla prova dei fatti, quella narrazione mostra qualche fragilità. Perché in questa infuocata vigilia sono emerse novità che pesano come un macigno. Molto più delle dichiarazioni e delle percentuali. Emerge infatti un finanziamento di 133 milioni concesso da Mps a Plt Holding. Non una cifra marginale, non un dettaglio tecnico: oltre un terzo dei fidi complessivi ottenuti dalla società dal sistema bancario. Di questi, circa 120 milioni sarebbero stati erogati da Siena a partire dallo scorso settembre. È qui che la vicenda cambia tono. Perché non siamo più nel campo delle opinioni, ma in quello delle relazioni finanziarie concrete. Il socio che sostiene la conferma di Lovaglio è anche un soggetto che beneficia in modo significativo del credito della banca. Tutto legittimo, si dirà. E probabilmente lo è. Ma la questione non è solo formale: è di opportunità, di percezione, di equilibrio. La difesa di Pierluigi Tortora, patron di Plt è lineare: «Si tratta di un’operazione di project financing, non è affidamento». Una distinzione tecnica corretta, ma che fatica a dissipare il dubbio politico-finanziario. Perché, in assemblea, non si votano solo bilanci: si vota fiducia. E quando i rapporti tra soci e banca diventano così rilevanti, la fiducia smette di essere un concetto astratto e diventa una questione di trasparenza sostanziale. In questo contesto, la posizione di Lovaglio si fa più complessa. Non più soltanto il manager del risanamento, ma il perno di un sistema di relazioni che oggi verrà inevitabilmente passato al setaccio. E il fatto che la sua candidatura arrivi attraverso una lista legata a un soggetto così esposto verso la banca non aiuta a chiarire il quadro, anzi lo complica. L’assemblea, con il suo meccanismo a doppio voto introdotto dalla legge Capitali, farà il resto. Dopo la vittoria della lista del cda, si entrerà nel dettaglio dei singoli nomi. E lì le minoranze, i fondi, i grandi investitori avranno la possibilità di incidere davvero. Non sul se, ma sul chi. Una selezione che potrebbe ridimensionare ulteriormente il peso di Lovaglio, trasformando una possibile rielezione in una presenza simbolica. Nel frattempo, il nuovo corso sembra prendere forma. Fabrizio Palermo è indicato come futuro amministratore delegato con un livello di certezza che lascia poco spazio all’immaginazione. Il cambio di guida appare quindi meno come una scelta contingente e più come la chiusura di una fase. E forse è proprio questo il punto. La stagione di Lovaglio, al netto dei meriti e delle narrazioni, si chiude con il fiatone. Non con una bocciatura clamorosa, ma un progressivo slittamento fuori dal campo. Il mercato, come sempre, osserva con pragmatismo e reagisce con entusiasmo: il titolo sale, il conflitto piace, soprattutto quando è governato. Ma sotto la superficie resta una sensazione meno rassicurante. Che il Monte continui a essere un luogo dove le storie si sovrappongono ai numeri, e dove ogni tentativo di normalizzazione finisce per scontrarsi con una realtà più complessa. Oggi l’assemblea eleggerà un nuovo consiglio e darà una direzione alla banca. Ma porterà anche a galla una questione che difficilmente potrà essere archiviata con un voto: quella dei 133 milioni che la gestione Lovaglio ha concesso all’imprenditore che ora sostiene la sua riconferma. Perché in finanza, come nella vita, ci sono cifre che non sono solo cifre. Sono domande. E, a volte, anche risposte.
L’Italia è entrata di nuovo in quella zona grigia dove il debito pubblico non è più un indicatore economico, ma un’arma politica. Come sempre, quando i conti si fanno difficili, arrivano in scena loro: Fmi, Ocse e quel sottobosco di «manine» nazionali e internazionali che non hanno mai smesso di entrare in azione con i governi di centrodestra. Era accaduto a Berlusconi. Ora nel mirino c’è Giorgia Meloni.
L’Ocse ha appena riacceso i fari: il debito italiano resta tra i più alti dell’area, secondo solo al Giappone. E non basta il lieve rientro post pandemia a rassicurare. Crescita anemica, 0,4% quest’anno e 0,6% nel 2027, peggior performance tra le economie principali. Il mix fra invecchiamento della popolazione e produttività ferma trasforma il risanamento in un esercizio teorico. Il Fmi non usa giri di parole: il debito pubblico italiano è destinato a superare il 140% del Pil tra il 2025 e il 2029. Un tale orizzonte significa una sola cosa: la traiettoria non è neutra, è già scritta. E la politica può solo decidere quanto accelerare o rallentare la discesa lungo quel crinale.
Poi ci sono i mercati. Che non parlano, ma pesano e fanno rumore. Lo spread tra Btp e Bund resta incollato a 79 punti, mentre il rendimento del decennale è tornato a sfiorare il 3,9%. Non un livello di panico, ma nemmeno un dettaglio da archiviare. È il termometro di una fiducia che non crolla, ma non scalda più. E soprattutto, l’asta per specialisti sui titoli medio-lunghi, circa 2 miliardi tra cinque, sette e 15 anni, è andata deserta. Nessuna richiesta. Silenzio totale. In finanza, un atteggiamento che non è mai neutro: è una risposta. La guerra in Medio Oriente ha fatto il resto, riportando l’energia al centro del rischio per il Paese. L’Italia, che importa il 38% delle sue forniture energetiche, resta tra le economie più esposte dell’Europa. E quando il petrolio e il gas tornano a essere variabili geopolitiche, Roma si scopre vulnerabile come sempre. I rendimenti dei Btp hanno accelerato, con un aumento di circa lo 0,7%, ampliando il differenziale rispetto a Francia, Spagna e Germania. Anche dopo il fragile cessate il fuoco, la calma è solo apparente: il mercato ha già prezzato un rischio strutturale più alto.
In questo quadro, la lunga stagione di favore di Giorgia Meloni presso gli investitori, quella sorta di «luna di miele finanziaria» iniziata nel 2022, appare più corta del previsto. Non finita, ma certamente consumata.
E quando la fiducia si incrina cominciano le interpretazioni. Per Eurasia Group, il giudizio è netto. Il politologo Ian Bremmer e il suo team parlano di una premier «sempre più precaria», con il referendum sulla giustizia che ha rappresentato una sconfitta politica pesante e un segnale di maggioranze contrarie al governo. Significa che la stabilità, vero asset del’Italia sui mercati, non è più un dato acquisito ma una variabile.
Più tecnico ma non meno severo il quadro di Capital Economics. Franziska Palmas osserva come la combinazione tra tensioni politiche, elezioni del 2027 e choc energetico aumenti la tentazione del governo di allentare la disciplina fiscale. Ma il margine è stretto: deficit già al 3,1% nel 2025, oltre la soglia simbolica del 3%, e rischio concreto di salire al 3,5% invece della discesa prevista. Dalla Germania, Commerzbank aggiunge la nota più scomoda: anche se lo shock geopolitico dovesse rientrare, la percezione del rischio in Italia non tornerà semplicemente al punto di partenza. Gli analisti insistono su un punto chiave. I Btp sono come il canarino della miniera: se smette di cantare sta arrivando la catastrofe.
Il messaggio è chiaro: dopo la sconfitta referendaria, con il governo costretto a gestire tensioni interne e dossier economici sempre più complessi, la stabilità italiana appare meno granitica. Le richieste del ministro Giorgetti di sospendere il Patto di stabilità, in nome dell’emergenza energetica, si scontrano contro il muro degli eurocrati. È il solito paradosso italiano: chiedere flessibilità quando il ciclo globale peggiora, ma con i conti che peggiorano proprio quando serve più credibilità. E così, tra spread che non crolla ma non perdona, aste che si svuotano e istituzioni internazionali che alzano le sopracciglia, il quadro si ricompone. Non come crisi conclamata, ma come pressione continua.
C’eravamo tanto amati e ultimamente anche tanto indebitati. La storia di Dolce & Gabbana - ma forse sarebbe più corretto dire Dolce & Debito, o per gli amici D&D - sembra entrare in quella fase della vita in cui anche le coppie più glamour smettono di litigare per il colore delle tende e iniziano le pratiche di divorzio. Che è sempre un brutto momento.
Perché qui non siamo più al romanzo fashion degli anni Ottanta, quando Domenico Dolce e Stefano Gabbana, ragazzi originari di Polizzi Generosa, Madonie, provincia di Palermo, si incontrano in un ufficio stile di Milano. La madre di Domenico fa la sarta. Cuce vestiti e prepara rammendi. Introduce il figlio ai segreti dell’ago e del filo. I due ragazzi si innamorano, fondano un marchio e conquistano il mondo a colpi di Sicilia, pizzi, vedove nere e sensualità mediterranea. Vecchi ricordi perché adesso siamo all’ultima stagione, quella dove i conti correnti fanno più paura delle recensioni dei giornali di moda.
Il segnale è arrivato: Stefano Gabbana si è dimesso dalla presidenza del gruppo. Ufficialmente, «una naturale evoluzione della governance». Qualcosa si muove. Ma non per preparare la collezione autunno-inverno.
Il punto è che quando uno dei due fondatori, dopo oltre quarant’anni di sodalizio professionale (e una storia sentimentale finita ma mai archiviata), lascia la poltrona e contemporaneamente valuta la cessione del suo 40%, non siamo davanti a un semplice riassetto. Siamo alla vigilia del divorzio. Non più solo sentimentale, come vent’anni fa. Ma industriale. Finanziario. Definitivo. Il marchio Dolce & Gabbana potrebbe diventare davvero Dolce end Gabbana. Ognuno per conto proprio. Oppure, più brutalmente, Dolce senza Gabbana. Un marchio monco, come suggerisce con ironia involontaria anche il rilancio del profumo «The One»: l’unico. Già, ma quale dei due? E pensare che tutto era cominciato sotto una stella. Anzi, sotto una popstar. Perché se oggi parliamo di un impero da circa due miliardi di fatturato, lo dobbiamo anche a quella scena quasi mitologica: Madonna che irrompe a una loro sfilata milanese. Erano quasi sconosciuti. Diventano un fenomeno globale. Una benedizione laica. Un’investitura pop. Il momento in cui il brand smette di essere un sogno italiano e diventa una macchina internazionale. Madonna li ha lanciati. Madonna è tornata al Metropol in viale Piave a Milano per l’ultima sfilata. Madonna è il testimonial del profumo. Quasi un cerchio che si chiude. O forse un cappio che si stringe.
Perché nel frattempo, dietro le luci, c’è il lato meno glamour della moda: il debito. E qui i numeri non sono accessori, sono protagonisti: 450 milioni di esposizione. Trattative in corso con le banche. Richiesta di nuova liquidità fino a 150 milioni. Ipotesi di cessione di immobili per fare cassa.
Altro che abiti sartoriali: qui si sta cucendo un vestito finanziario su misura, con il rischio che non basti il filo.
La crisi globale del lusso, aggravata dalle tensioni geopolitiche – vedi la guerra in Iran – ha fatto il resto. Meno domanda, margini sotto pressione, scadenze che diventano più pesanti di una pelliccia in agosto.
E allora il gioco cambia: non si tratta più solo di creare desiderio, ma di convincere i creditori. Nel nuovo fashion system, i creativi sono seduti nei consigli di amministrazione delle banche.
Rothschild & Co. è già al tavolo. I negoziati sono aperti. E quando entrano in scena certi nomi, significa che la partita è seria. Molto seria. Nel frattempo, Alfonso Dolce fratelli di Domenicoprende la presidenza, mentre si prepara l’arrivo di manager pesanti come Stefano Cantino, ex Gucci. Segno che la casa sta cercando una nuova struttura, più manageriale, meno romantica. La difficoltà di Dolce & Gabbana non è un caso isolato. È un nuovo sintomo della crisi del fashion “made in Italy. Il messaggio è chiaro: l’indipendenza nel lusso sta diventando un lusso. Chi vuole restare solo, deve avere spalle molto larghe. O conti molto solidi. Meglio entrambe.
E allora eccoci al punto: cosa diventerà Dolce & Gabbana? Ancora D&G, come lo abbiamo conosciuto? Oppure D&D, Dolce & Debito, marchio simbolo di una stagione che cambia? O ancora, Dolce end Gabbana, con tanto di titoli di coda su uno dei sodalizi più iconici della moda italiana? Perché il vero spettacolo non è mai solo sulla passerella. È dietro le quinte.





