La nuova proposta secondo quanto rivela Il Sole 24 Ore sarebbe quella di acquistare la partecipazione in Generali pagandola con azioni Unicredit. Uno scambio di carta contro carta, elegante nella forma ma meno gradito nella sostanza alla holding della famiglia Del Vecchio, che guarderebbe con maggiore interesse a soluzioni capaci di generare liquidità immediata. E qui il negoziato si inceppa: da una parte chi vuole utilizzare il proprio titolo come valuta strategica, dall’altra chi preferisce monetizzare. Per gli eredi Del Vecchio, il pagamento in contante è essenziale considerando che la successione del fondatore é ancora aperta e Leonardo Maria vuole assumere il controllo acquistando le quote dei fratelli.
Ma il punto politico-finanziario del dossier non si esaurisce nello scontro tra carta e contante. Il vero tema è la geometria complessiva del controllo o, meglio, del presidio del gruppo assicurativo. In questo schema, infatti, Unicredit non si muoverebbe in contrapposizione ad altri grandi attori del sistema, ma dentro un equilibrio più ampio che coinvolge anche Intesa Sanpaolo. Secondo le letture che circolano negli ambienti finanziari, l’attivismo di Piazza Gae Aulenti non sarebbe ostile rispetto alla banca guidata da Carlo Messina. Il capo di Intesa ha già rafforzato la presenza in Generali con circa il 3%. Ora attraverso le dinamiche legate all’operazione su Mps e alla partecipazione in Mediobanca, potrebbe arrivare a influenzare indirettamente la quota di maggioranza relativa del 13,3%.
Numeri e incastri che, messi uno accanto all’altro, disegnano un quadro in cui i due grandi poli bancari italiani si ritrovano, a condividere la stessa area di influenza sul Leone. E qui che risiko assume contorni quasi gastronomici. Perché se lo schema dovesse consolidarsi, qualcuno nei salotti della finanza ha già ribattezzato il nuovo equilibrio come il «patto della carbonara». O in alternativa della «cacio e pepe» considerando le radici romane dei due banchieri: pochi ingredienti, tutti essenziali, ma capaci di reggere l’intera ricetta del potere finanziario italiano. Una sintesi ironica, ma non troppo lontana dalla realtà di un sistema in cui le grandi banche non si scontrano, ma si osservano, si bilanciano e, quando serve, si distribuiscono le posizioni strategiche con una logica più di presidio che di conquista. In questo contesto, l’intervento di Unicredit su Generali resta dunque aperto, sospeso tra valutazioni di prezzo, struttura dell’operazione e disponibilità di Delfin a trasformare una partecipazione industriale in liquidità o in leva finanziaria. Nessun commento ufficiale da parte della banca, solo un silenzio che sembra confermare l’esistenza del dossier.
Sul fronte istituzionale, intanto, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ribadisce la linea della prudenza sul disimpegno dello Stato da Mps, che procederà senza fretta e senza svendite. Sul grande risiko bancario rivendica la neutralità del governo, pur ricordando che il Golden Power resta uno strumento pienamente attivo. Poi, quasi a chiudere il quadro con una nota di colore politico, arriva la sua battuta destinata a restare: «Se c’è Italia-Germania tifo Italia, se c’è Italia-Francia tifo Italia». Una frase che sintetizza, meglio di molte analisi, l’idea di fondo: le regole restano regole, ma quando si parla di asset strategici, il tifo - quello per l’Italia - non va mai in panchina.
A Wall Street, dove la realtà si è trasformata in una app virtuale sono bastate poche sedute permettere in discussione l’intero dizionario della finanza. SpaceX ha fatto una cosa senza precedenti per un’azienda arrivata da tre giorni sul listino e quindi senza un valore consolidato delle azioni: ha comprato una startup da 60 miliardi di dollari.
Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
Christine Lagarde, presidente della Bce, giura di non voler correre per l’Eliseo. Però ascolta. Osserva. Vigila. E soprattutto usa una intervista radiofonica per avvertire: «Seguirò le dichiarazioni di tutti, le campagne, i programmi, e se mi renderò conto che la posizione della Francia nella Ue è minacciata da incomprensioni o tendenze separatiste, mi farò sentire».
Insomma, se gli elettori francesi dovessero scegliere una strada diversa da quella indicata dall’establishment, la signora dell’euro sarebbe pronta a scendere dall’Olimpo della Banca centrale per impartire lezioni di europeismo. Naturalmente non è una candidatura. Per carità. Solo una disponibilità morale.
La scena, però, è curiosa. Da una parte c’è Jordan Bardella, giovane leader del Rassemblement national, che in una intervista all’edizione europea del sito Politico sostiene di non voler distruggere l’Unione europea ma di volerla rifondare. Dall’altra c’è Lagarde che difende l’attuale architettura come un custode di museo protegge una scultura greca. Bardella dice che l’Europa è diventata un meccanismo obsoleto, incapace di rispondere alle sfide del presente. Non propone una «Frexit», non parla di uscita dall’euro, non invoca barricate contro Bruxelles. Propone invece di ridiscutere gli equilibri di potere e soprattutto i soldi.
Il leader del Rassemblement national promette infatti che, in caso di vittoria alle presidenziali, il contributo netto della Francia al bilancio europeo verrà dimezzato. Oggi Parigi versa ogni anno fra i 12 e i 15 miliardi netti. Secondo Bardella la cifra è eccessiva: meno soldi a Bruxelles e più risorse per gli interessi nazionali. Lagarde, invece, parla come se l’attuale assetto europeo fosse una legge della fisica. «Quando si appartiene a un club fondamentale come l’Europa, se ne rispettano le regole», ha spiegato. Aggiunge che non ci si può presentare dicendo: «Cambierò tutto». C’è da chiedersi: da quando in una democrazia proporre di cambiare le regole è diventato un tabù? In fondo la storia europea è fatta di continui cambiamenti. Trattati modificati. Competenze trasferite. Vincoli riscritti. Allargamenti. Revisioni. Correzioni.
L’Unione che conosciamo oggi non assomiglia affatto a quella prevista 70 anni fa dai Trattati di Roma. Eppure, quando a chiedere cambiamenti sono i movimenti sovranisti, improvvisamente il dibattito si trasforma in una questione di ordine pubblico istituzionale. Colpisce soprattutto il ruolo che Lagarde sembra voler ritagliare per sé. La presidente della Bce non è una leader di partito. Non è una candidata. È il capo della Banca centrale. Un’istituzione che dovrebbe fondare la propria autorevolezza sulla neutralità. Invece le sue parole suonano sempre più come quelle di una custode dell’ortodossia europea pronta a intervenire nel dibattito politico nel momento in cui il risultato delle urne rischiasse di non coincidere con le aspettative dei salotti di Bruxelles.
Nell’intervista dichiara che a febbraio sembrava pronta a lasciare il ponte di comando come aveva rivelato il Financial Times parlando delle pressioni di Macron e Merz che volevano nominare il nuovo capo della Bce prima che l’eventuale ribaltone all’Eliseo cambiasse le carte in tavola. La pensione anticipata era entrata nei suoi pensieri, confessa madame Lagarde arrivata al traguardo dei 70 anni. Poi è arrivata la «tempesta». E il capitano, assicura lei, resta a bordo. La metafora nasconde un dettaglio. Nelle democrazie il capitano della nave non lo scelgono i tecnocrati di Francoforte. Lo scelgono gli elettori. Ed è proprio questo che sembra preoccupare l’establishment europeo.
Perché il vero scontro che si profila all’orizzonte non riguarda soltanto la Francia. Riguarda il futuro della Ue.




