- Come due anni fa lo snodo commerciale chiave per l’Europa rischia lo stop: aumenteranno costi d’importazione e inflazione.
- Il portavoce della tribù sciita minaccia raid intensi su Stato ebraico, Emirati e Arabia: «Hanno sfidato Teheran e pagheranno, noi abbiamo delle scorte balistiche infinite».
Lo speciale contiene due articoli.
Già il nome richiama tristezza. Bab el Mandeb, la «Porta delle lacrime». E’ il braccio di mare che separa la Penisola Arabica dal Corno D’Africa, l’area più povera della terra. Yemen e Gibuti, Asia e Africa, due continenti separati dallo Stretto di Bab el Mandeb. Un braccio di mare largo 26 chilometri che ha un’importanza cruciale per i traffici commerciali globali. Ora che gli Huthi tornano ad attaccare, possiamo dire con certezza che a versare le lacrime saremo noi. I In bolletta. Al supermercato. Alla pompa della benzina. I miliziani yemeniti hanno sparato contro Israele. Ora minacciano il blocco dello Stretto.
Ventisei chilometri. Un collo di bottiglia attraverso cui passa più della metà del greggio diretto in Europa. Mentre Hormuz, il gemello ricco del Golfo Persico, spedisce soprattutto in Asia (il 75% del petrolio che l’attraversa è destinato ai mercati orientali), Bab el-Mandeb è il nostro problema. Quello europeo. Quello italiano. Quello di chi fa la spesa al supermercato di Milano o di Palermo convinto che i prezzi dipendano dal direttore del punto vendita.
Dal Golfo di Aden risalendo il Mar Rosso, si attraversa il Canale di Suez ed ecco il Mediterraneo. È la rotta che dal 2023 gli Huthi tengono sotto tiro. Se anche sul Mar Rosso arrivano i missili non passa più niente. Gli armatori hanno fatto i conti. I premi assicurativi per raggiungere Suez sono schizzati a livelli che ricordano quelli dell’era della pirateria somala.
Risultato: le compagnie armatoriali avevano scelto la rotta alternativa. Il periplo dell’Africa. Circumnavigare l’intero continente africano, passare attorno al Capo di Buona Speranza - che di buono, per i costi di carburante e logistica, ha ben poco - e arrivare in Europa con in più di navigazione. Più carburante, più equipaggio, più tempo, più costi. Tutto «più», tranne i margini. Qualcuno paga. Indovinate chi. Il Drewry World Container Index, che misura il costo dei trasporti marittimi ha annunciato che si è appena conclusa la quarta settimana consecutiva di rialzi. L’incremento è del 5% che porta il costo medio a 2.279 dollari per container.
Ma è sulle rotte che ci interessano davvero che i numeri fanno paura. La tratta Shanghai-Genova ha visto i costi aumentare del 12%, attestandosi a 3.474 dollari a container. Sulla Shanghai-Rotterdam, il cuore pulsante del commercio europeo, il rialzo è stato del 3%, con costi a 2.552 dollari.
In altre parole ogni container che parte dalla Cina e arriva in Italia trasportando elettrodomestici, componenti elettronici, tessuti, giocattoli, scarpe, costa 400 dollari in più rispetto a sette giorni fa. E questo prima dell’attacco di ieri. Prima che gli Huthi decidessero di alzare nuovamente il livello della conversazione.
Gli analisti (abituati come sono a dire che al peggio non c’è mai fine) parlano di «scenario da incubo». Non tanto per il prezzo del barile, quanto per la sua persistenza. Se il greggio dovesse superare i 110-115 dollari e restarci per un periodo prolungato diventerebbe la nuova normalità. Il mercato si adatterebbe. Le aziende ricalcolerebbero i prezzi. I consumatori troverebbero i listini aggiornati sugli scaffali.
E l’inflazione tornerebbe a bussare. Con gli interessi.
C’è un dettaglio tecnico che merita menzione: alcuni terminal petroliferi sauditi si trovano già sul Mar Rosso, e quindi non dipendono più da Hormuz. Un piccolo sollievo. Tuttavia, aggiungono gli analisti se Bab el Mandeb viene chiuso è l’intera catena di forniture che viene attaccata. Attraverso lo Stretto passano circa 4,2 milioni di barili al giorno, pari al 5,3% di tutto il petrolio movimentato via mare nel mondo. Circa due terzi arrivano in Europa. Considerando l’intero corridoio Mar Rosso-Suez, si parla del 30% del traffico container mondiale e del 40% degli scambi tra Asia ed Europa.
Questa è la geometria brutale della geopolitica moderna: il conflitto lo fanno altri, in questo caso Usa e Israele, ma il prezzo lo pagano tutti. L’Europa, che dipende da quelle rotte come un malato dai suoi farmaci, si trova nella posizione scomoda di essere il principale mercato di destinazione di tutto ciò che transita per Bab el Mandeb, senza avere né la volontà politica né la capacità militare di decidere da sola le sorti di quello specchio d’acqua.
La «Porta delle Lacrime» potrebbe far piangere milioni di persone. Sono le lacrime silenziose ma concrete che scendono sui bilanci familiari europei ogni volta che il Mar Rosso torna sulle prime pagine.
Il problema con le lacrime, si sa, è che bagnano. E ora rischiamo di bagnarci tutti quanti.
«È solo l’inizio, siamo pieni di razzi»
Dopo un mese di guerra e una serie di minacce di intervento gli Huthi sono ufficialmente entrati nel conflitto.
Il proxy dell’Iran ha lanciato una salva di missili contro Israele, che non hanno raggiunto nessun obiettivo perché sono stati tutti intercettati da Tel Aviv. Questa mossa della tribù yemenita rappresenta l’ennesima escalation di una guerra che sta coinvolgendo sempre più nazioni. Il portavoce delle forze armate degli Huthi, il brigadiere generale Yahya Saree, sentito dalla Verità, ha dichiarato che gli attacchi continueranno fino al raggiungimento degli obiettivi dichiarati e fino a quando non cesserà l’aggressione contro tutti i fronti della resistenza del nemico sionista e degli invasori statunitensi. «I nostri missili - ha sottolineato Saree - sono stati lanciati contro obiettivi sensibili di Israele in tutto il sud della nazione e non ci fermeremo perché abbiamo scorte balistiche infinite». Il brigadiere generale è stato ancora più duro analizzando le prossime mosse di questa tribù sciita. «Hanno sfidato i nostri fratelli dell’Iran e adesso ne pagheranno le conseguenze. Stiamo valutando molte opzioni e una delle più importanti è sicuramente la chiusura totale di Bab el Mandeb, noi possiamo controllare la via d’accesso al Mar Rosso e al Canale di Suez. In queste ore ci stiamo coordinando con tutti i fratelli che fanno parte della resistenza: abbiamo un dovere morale e religioso sia con Teheran che con Hezbollah in Libano. Abbiamo volutamente atteso il momento giusto e adesso saremo parte dello scontro per rispondere all’aggressione subita dall’Iran e dall’uccisione dei tanti martiri». La minaccia della chiusura di Bab el Mandeb andrebbe a bloccare un transito commerciale per un valore di circa 1.000 miliardi di dollari. Tra novembre 2023 e gennaio 2025, i ribelli Huthi hanno attaccato più di 100 navi mercantili con missili e droni, affondandone due e uccidendo quattro marinai. Da qui passano anche quasi 9 milioni di barili di petrolio ogni giorno che aggiunti al blocco dello stretto di Hormuz, dal quale ne passano circa 20 milioni, andrebbero a peggiorare la situazione energetica soprattutto europea. Israele e gli Stati Uniti nel 2025 avevano ripetutamente colpito Sanaa, la capitale dello Yemen controllata dagli Huthi, e anche il loro porto principale, ma il lancio di missili e droni non si era mai totalmente fermato.
Adesso, dopo mesi di tregua, questi miliziani si dicono pronti a colpire di nuovo e sembra che abbiano fatto scorte balistiche molto importanti che potrebbero impegnare israeliani e statunitensi per diverse settimane. In un momento in cui il Pakistan, la Turchia e anche il Qatar stanno cercando di mediare fra Iran e Stati Uniti, il regime degli ayatollah ha deciso di giocarsi anche la carta dell’ultimo proxy ancora attivo. «Siamo dovuti scendere in guerra perché ce lo richiedeva il nostro popolo - prosegue Yahya Saree - per settimane ci sono state manifestazioni nella nostra capitale e in tutte le principali città che chiedevano di affrontare i sionisti e gli americani. Continueremo ad attaccare Israele, la loro capitale e tutte le loro città, finché non si arrenderanno e libereranno il popolo palestinese dall’oppressione sionista. Anche l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sono un obiettivo, perché non hanno capito che si tratta di uno scontro per la sopravvivenza dell’Islam e permettono agli americani di essere padroni in una terra sacra. Sono anni che combattiamo contro sauditi ed emiratini che cercano di fermare la rivoluzione che è arrivata nello Yemen, appoggiando il falso governo di Aden. Adesso è il nostro momento e dimostreremo a tutti la nostra forza e la nostra fede».
Gli Huthi sono stati strategicamente tenuti fuori dalla guerra dall’Iran, che adesso con l’apertura di un nuovo fronte cercherà di aumentare il suo peso anche dell’eventualità dell’apertura di una trattativa.
Trump perde il tocco magico. I mercati si fidano meno: petrolio e interessi in risalita
Donald Trump ha perso il tocco magico. Non è più il domatore di Wall Street. Il suo mandato aveva trasformato l’incoerenza in arte. La sorpresa in strategia. I mercati fremevano ad ogni tweet. Poi la guerra in Iran e l’incantesimo si è rotto. Da quando sono cominciati i bombardamenti ha inondato Truth e il resto del pianeta con una collezione di dichiarazione contraddittorie come un oracolo in giornata storta.
Con la guerra il presidente americano ha trasformato la comunicazione in roulette verbale: «Abbiamo vinto». Ma anche «dobbiamo finire il lavoro». «Non vogliamo il cambio di regime», salvo poi annunciare che il cambio di regime c’è stato. Nessuno, però, se n’è accorto. «Non sappiamo con chi parlare», ma anche «stiamo parlando con le persone giuste». Una girandola di dichiarazioni che ha attirato perfino il sarcasmo degli ayatollah, che non brillano certo per ironia: «Gli Stati Uniti trattano con se stessi». L’accordo? Forse sì. Forse no. Forse vediamo. Più che una strategia, un flusso di coscienza. Più che una dottrina, una diretta streaming. Nel frattempo, il vicepresidente JD Vance agita le mani come un vigile urbano all’incrocio: niente pantano, guerra breve, esercito iraniano già archiviato. In altre parole; usciamo prima che qualcuno faccia domande. Il problema è che le domande le stanno facendo i mercati. E, per la prima volta, non aspettano le risposte. Trump prova il vecchio numero: annuncia una moratoria di dieci giorni nei bombardamenti. Fino al 6 aprile terrà gli aerei lontani dalle centrali elettriche. In altri tempi sarebbe bastato per accendere i listini come un albero di Natale. Stavolta niente. I mercati ascoltano distrattamente. Un po’ come si fa con un vecchio zio. Poi cambiano discorso. Gli indici europei scendono tutti insieme, senza nemmeno litigare: Euro Stoxx 50 e Stoxx 600 giù dell’1%, Francoforte meno 1,3% , Parigi poco sotto, Milano cala dello 0,74% trascinata da industriali e tecnologia. Non è un crollo, è un’alzata di spalle collettiva. Che, per un presidente Usa, è peggio. Di gran lunga peggiore la reazione di Wall Street. Gli indici principali, a metà seduta segnano cali intorno all’1,5%. Le parole di Trump non bastano più a mettere il ghiaccio sulle ferite. Lo Stretto di Hormuz è mezzo chiuso, quindici milioni di barili al giorno restano imbottigliati come pendolari all’ora di punta. Il petrolio sale, supera la soglia dei 105 dollari, cresce di circa il 5%. Ogni barile conta, dicono gli esperti. E quando iniziano a contare i barili, significa che qualcuno ha perso il controllo della narrativa. Ma il vero termometro non è il petrolio. È il debito americano. I Treasury decennali si arrampicano al 4,42%, con lo sguardo fisso su quel 4,5% che, in passato, faceva cambiare tono alla Casa Bianca. Era il punto in cui Trump smetteva di fare il duro e iniziava a fare il ragioniere. Ci ha provato anche stavolta. Solo che il mercato ha cambiato fede. Non crede più ai miracoli. E poi, come in ogni romanzo giallo che si rispetti, arriva il dettaglio che trasforma il sospetto in trama. A fare la ricostruzione è il Financial Times. Mette in luce che lunedì mattina, tra le 6:49 e le 6:51, qualcuno vende sei milioni di barili di petrolio. Due minuti netti. Chirurgici. Alle 7:05 arriva il post presidenziale: pausa negli attacchi. Il prezzo del barile cade. Applausi per chi era già seduto dalla parte giusta del tavolo. Sedici minuti prima dell’annuncio, erano stati piazzati 580 milioni di dollari sul ribasso. Contemporaneamente erano stati acquistati futures per 1,5 miliardi di dollari scommettendo sul rialzo di Wall Street che puntualmente si è verificato. Che tempismo. Non è finita. Nei giorni precedenti, centinaia di scommesse azzeccano con precisione millimetrica l’ora di inizio della guerra. Operazioni milionarie si muovono pochi minuti prima dei post presidenziali. Futures comprati e venduti con una sincronia da metronomo. Il senatore democratico Chris Murphy pone la domanda più semplice, e quindi la più pericolosa: chi sapeva delle decisioni della Casa Bianca? La risposta ufficiale è impeccabile. Tutto regolare. Tutto etico. Tutto perfetto. Nel frattempo, però, l’ufficio del Dipartimento di Giustizia che si occupava proprio di queste cose - frodi, insider trading, piccole distrazioni da milioni - viene ridotto ai minimi termini. Da 36 a due avvocati. Praticamente una riunione del condominio davanti al caminetto. Coincidenze. Naturalmente. Il quadro si completa. Non è la guerra, non è il petrolio, non sono nemmeno i bond. È la fiducia che si è sfilacciata, punto dopo punto, dichiarazione dopo dichiarazione. Trump continua a parlare.
Una volta muoveva i mercati con una frase. Oggi non riesce nemmeno a convincerli con una pausa. Il tocco magico è finito. E Wall Street, che non ha senso dell’umorismo, ma ha una memoria eccellente, ha smesso di applaudire.
C’è voluto l’intervento dei tedeschi per far volare - davvero - quella che per anni è stata più una zavorra per i conti pubblici più che una compagnia aerea. E così, quasi senza tanto clamore né concessioni alla retorica finanziaria , l’ex Alitalia scopre l’utile. Miracolo? No, molto più banalmente una gestione corretta senza più intrusioni della politica e senza estremismi sindacali (come dimenticare gli anni di egemonia di «aquila selvaggia»?).
Nel 2025 Ita Airways ha messo a segno un risultato netto positivo di 209 milioni di euro. Significa un miglioramento di 436 milioni rispetto all’anno prima. L’ultima volta che la compagnia aveva chiuso in attivo era stato il 1998. Si chiamava ancora Alitalia e progettava il rilancio industriale con gli olandesi di Klm. Un sogno finito presto. La giravolta dell’anno scorso, se si fosse manifestata ai tempi della vecchia compagnia di bandiera, sarebbe stata archiviata tra le leggende metropolitane insieme agli aerei puntuali e ai bilanci in ordine.
Allacciate le cinture di sicurezza perché è tutto vero. Succede dopo la cessione - gestita dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti - al gruppo Lufthansa. E guarda caso, insieme ai tedeschi arriva anche quella fastidiosa abitudine chiamata disciplina industriale. Per capire: per decenni Alitalia è costata ai contribuenti più di 15 miliardi di euro. Una cifra che, a raccontarla oggi, fa sembrare l’azienda più un ammortizzatore sociale che una impresa commerciale. Soldi pubblici bruciati con una tenacia che nei decenni non ha conosciuto interruzione, I conti restavano ostinatamente in rosso. Poi cambia il copione. Ita chiude il 2025 con ricavi per 3,2 miliardi, un margine operativo lordo di 404 milioni e un risultato netto positivo per il secondo anno consecutivo. Non esattamente un dettaglio. È la prova che, quando si smette di usare una compagnia aerea come campo di battaglia politico-sindacale, i numeri - incredibile - iniziano a tornare.
L’amministratore delegato Joerg Eberhart, con sobrietà, parla di «punto di svolta» e di «rotta giusta». Una maniera elegante per dire che la nuova proprietà tedesca sta facendo quello che andava fatto da vent’anni. E infatti i primi effetti della cura Lufthansa si vedono. Meno voli (123.000, in calo), meno passeggeri (16,2 milioni), ma più efficienza: i passeggeri mediamente occupano l’83,4% dei posti disponibili (+2%). In altre parole, meno sprechi e più riempimento. Una rivoluzione, per chi era abituato a volare mezzo vuoto ma con le casse completamente vuote. Anche la flotta si ringiovanisce: 106 aerei, il 70% di nuova generazione, età media 6,5 anni. Certo, i problemi non sono spariti per decreto divino. Lo stesso Eberhart ammette che il peso dei leasing resta un macigno da alleggerire. Ma almeno, per la prima volta, si parla di come ridurre i costi, non di come coprirli con l’ennesimo intervento pubblico. Poi c’è il dettaglio simbolico: dal primo aprile Ita entrerà nel programma Miles & More di Lufthansa, mandando in pensione il programma Millemiglia e le sue più recenti eredità. Un passaggio che vale più di mille conferenze stampa: significa integrazione vera, non le solite alleanze di facciata. Morale della favola? Ci sono voluti i tedeschi - e un ministro dell’Economia che ha avuto il coraggio di privatizzare l’azienda - per dimostrare che anche l’ex Alitalia può stare in piedi senza flebo di risorse pubbliche. Una lezione quasi banale: le aziende funzionano meglio quando fanno le aziende. Anche in Italia. Anche nei cieli, dove per anni abbiamo confuso il tricolore della fusoliera con il conto corrente dei contribuenti.




