Donald Trump non rinuncia alla sorpresa. La nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve, a partire da maggio, è il classico compromesso dopo il fragore degli ultimi mesi al quale il presidente non rinuncia mai. Warsh è considerato una colomba con artigli ancora ben visibili.
Il messaggio della Casa Bianca diffuso sui social è tutto miele e celebrazione: Warsh «passerà alla storia come uno dei grandi presidenti della Fed, forse il migliore». Trump lo conosce «da molto tempo». Assicura che «non deluderà mai». Tradotto dal linguaggio presidenziale: fidatevi, questa volta ho scelto bene. In effetti la designazione è meno lineare di quanto sembri. Warsh, 55 anni, curriculum da manuale all’interno del sistema finanziario Usa, è storicamente catalogato come un falco. Uno di quelli che sull’inflazione non scherzano, che guardano con sospetto i tagli dei tassi e che vorrebbero una Fed più snella, con un bilancio ridotto. Non esattamente il profilo ideale per un presidente come Trump che sogna un costo del denaro all’1% e che ha definito Jerome Powell un «idiota» per aver tenuto i tassi troppo alti.
Eppure, proprio qui sta la chiave politica dell’operazione. Perché il Warsh del 2026 non è più il falco del passato. Negli ultimi mesi ha ammorbidito il tono: ha parlato della necessità di abbassare il costo del denaro, invocato addirittura un «cambio di regime» nella politica monetaria. Una trasformazione che lo rende perfetto per Trump: abbastanza ortodosso da non far scattare l’allarme sull’indipendenza della Fed, abbastanza flessibile da non chiudere la porta a futuri tagli.
Un compromesso che non delude i mercati. Il Wall Street Journal, che rappresenta la voce della grande comunità finanziaria Usa parla di una «scelta giusta». Crollano i metalli preziosi. L’oro perde il 10% scivolando ben sotto i 5.000 dollari. Performance peggiore per l’argento che lascia sul parterre il 27% e saluta quota 100 dollari l’oncia. Il messaggio è chiaro: Warsh viene percepito come una nomina «tradizionale». Chi temeva una designazione totalmente asservita al presidente tira un sospiro di sollievo. La Fed non diventerà una succursale della Casa Bianca. Anche per questo Wall Street inciampa: il taglio dei tassi, è rimandato alla primavera e forse anche dopo. Non a caso il dollaro recupera sull’euro portando il cambio sotto 1,19.
Dopo mesi di tensioni, attacchi frontali a Powell e un’inchiesta giudiziaria sulla ristrutturazione della sede della Fed finita nel mirino del Congresso, Trump aveva bisogno di una figura che spegnesse l’incendio senza rinunciare al controllo politico della narrazione. Gli altri due candidati (Rick Rieder, personaggio di spicco di Wall Street, e Christopher Waller, nominato da Trump nel consiglio Fed) erano considerati troppo vicini al presidente. Kevin Hassett, direttore del Consiglio economico nazionale della Casa Bianca, è uscito di scena perché secondo le previsioni rischiava di inciampare nel voto contrario del Senato cui spetta l’ultima parola sulla nomina. Warsh, invece, mette tutti d’accordo: repubblicani, investitori, falchi e colombe.
La sua storia personale è molto indicativa. Laureato a Stanford e ad Harvard. Primo lavoro in Morgan Stanley a 25 anni, la Casa Bianca di George W. Bush come consigliere economico, poi la Fed, dove entra a 35 anni diventando il più giovane governatore di sempre. Nel 2008 è al fianco del mitico governatore Ben Bernanke nel pieno della crisi finanziaria globale. Da allora accademia, consigli di amministrazione, raffinati centri di ricerca economica. Un uomo che conosce i mercati e conosce il potere.
Trump lo voleva già nel 2017. Allora scelse Powell. Tre anni dopo gli chiese, quasi con rammarico: «Perché non hai insistito di più?». Stavolta non ce n’è stato bisogno. Anche perché Warsh è parte di un universo che Trump conosce bene: è sposato con Jane Lauder, erede dell’impero Estée Lauder, figlia di Ronald Lauder, grande finanziatore delle campagne repubblicane e sostenitore di alcune delle più ambiziose idee geopolitiche trumpiane.
Ora la palla passa al Senato, dove la maggioranza è risicata e l’audizione davanti alla Commissione bancaria sarà tutt’altro che una formalità. Ma il segnale politico è già arrivato: Trump ha scelto una Fed che non sia né ostaggio dei falchi né prigioniera delle colombe. Una banca centrale che resti indipendente sulla carta, ma abbastanza disponibile da non intralciare il progetto economico della Casa Bianca. Kevin Warsh, il falco che potrebbe diventare colomba, è la sintesi perfetta di questa ambiguità. E forse, per Trump, è proprio questa la qualità più preziosa.
I grandi banchieri e gli oracoli della finanza internazionale si perdono negli algoritmi di Wall Street. Jeff Bezos, per alimentare i suoi data center scava l'Arizona a caccia di rame come un cercatore di pepite del Klondike. Per noi italiani, invece il vero tesoro non sta nei forzieri di della Banca d’Italia e nemmeno nei portafogli digitali criptati.
No, il vero giacimento aurifero nazionale è sepolto in quel luogo sacro che risponde al nome di «cassetto della biancheria». Perché oggi tutto è cambiato. L’oro ogni giorno segna un nuovo record: è arrivato a 5.384 dollari l’oncia equivalenti a 28 grammi. L’argento non è da meno scalando le vette del rialzo: ieri 116 dollari.
Tutto questo per dire che bisogna fare più attenzione nell’aprire i cassetti. Sì, perché tra un calzino spaiato e una vecchia ricevuta dimenticata, giacciono loro: le reliquie del benessere di un tempo. Parliamo di quelle catenine sottili come capelli, di quei braccialetti a maglia «Milano» e di quelle spilline con le nostre iniziali che zii e madrine ci hanno rifilato per decenni in occasione di battesimi, comunioni e cresime. Oggetti che fin dall’adolescenza abbiamo guardato con la sufficienza di chi punta alla modernità, considerandoli «roba da vecchi», nostalgie da confinare in scatole di velluto logorato dal tempo.
Ebbene, oggi quegli oggetti trascurati brillano di una luce meravigliosa. Chi avrebbe mai detto che la spilla a forma di foglia regalata dalla vecchia zia dai capelli candidi e dalle gonne impeccabili sarebbe diventata un asset finanziario più performante delle azioni di Nvidia? Dieci anni fa l’oro viaggiava intorno ai 30-32 euro al grammo. Oggi, dopo una corsa forsennata, il valore è più che quadruplicato, attestandosi intorno ai 144 euro al grammo per l’oro puro. Quello che era un rito stucchevole nelle cerimonie di famiglia accompagnato da sorrisi di circostanza, perché altrimenti il nonno si offende, si è trasformato, a nostra insaputa, nel miglior piano di accumulo che potessimo immaginare.
Ma il vero colpo da maestro dei risparmiatori inconsapevoli non sono solo i gioielli di dubbia estetica. C’è tutto il mondo della numismatica che oggi vale una fortuna. Prendete la Sterlina d’oro (o Gold Sovereign): quel dischetto con l’effige di Sua Maestà britannica (per ottant’anni Elisabetta II) che i nonni compravano «per sicurezza». All’epoca sembrava un vezzo da collezionisti malinconici. Oggi, una singola sterlina d’oro ha un valore di mercato che oscilla intorno ai 1.010-1.094 euro in base alle fluttuazioni del mercato e alla voglia di possedere 7,32 grammi d’oro. Venderne una significa pagarsi una crociera o, visti i tempi, un bel po’ di bollette del gas.
E che dire del Marengo? Quella moneta da venti franchi che profuma di storia napoleonica, sia nella versione italiana, francese o svizzera, e che oggi garantisce un guadagno notevole. Il suo valore di acquisto si aggira sugli 815 euro a moneta.
E non dimentichiamoci dell’argento, il parente povero che però ha deciso di darsi delle arie. Chi ha conservato le 500 lire con le Caravelle? Sì, proprio quelle col vento che soffiava nelle vele delle tre navi di Cristoforo Colombo. Se si tratta di monete in circolazione (dal 1958 in poi) hanno un valore dettato quasi interamente dal peso dell’argento (835/1000). Un collezionista può pagarle anche 40-50 euro.
Ma il vero colpo da maestro è per chi possiede il conio con le bandiere «controvento»: la rarissima versione di prova del 1957, mai entrata in circolazione, che in condizioni perfette può raggiungere quotazioni tra i 3.000 e i 12.000 euro. Sono l’equivalente del «Gronchi Rosa» del 1961: il francobollo celebrativo del viaggio del Presidente della Repubblica in Sudamerica. Fu subito ritirato perché il Perù era stato stampato nel posto sbagliato. A Lima non apprezzarono. Nelle 500 lire d’argento le bandiere sventolano controvento. Quindi nella direzione sbagliata perché opposta rispetto alla prua della caravella
La morale della favola? Mentre i geni della Silicon Valley cercano di convincerci che il futuro è fatto di bit e realtà aumentata, la realtà antica dei nostri cassetti ci ricorda che all’oro e all’argento non serve la connessione Wi-Fi per creare valore. Il vero miracolo economico italiano non lo farà il Pnrr, ma la riscoperta del braccialetto di battesimo che pesava tre grammi e oggi può servire a pagare un week end fuori programma.
Una nuova conferma che l’oro non tradisce mai. Al massimo, si limita a prendere polvere in attesa che il prezzo torni a sfidare le stelle.
C’era una volta l’Avvocato che guardava all’America pur restando comuque ancorato all’Italia. Oggi, nell’epopea mutevole della dinastia torinese, siamo all’era di John l’Africano. Non è un soprannome esotico, ma una constatazione: John Elkann ha deciso che il futuro di Stellantis - e soprattutto dei margini - parla arabo e francese.
In una lettera inviata nelle scorse settimane il gruppo invita i fornitori italiani a fare le valigie per trasferirsi in Marocco. «Venite a investire con noi», recita la lettera. L’area industriale di Rabat, spiega la lettera, gode di molti vantaggi: costi più bassi, fiscalità amica, terreni gratis, manodopera giovane e formata.
A raccontare le novità non è un sindacalista nostalgico, ma Carlo Calenda, ex ministro e oggi leader di Azione, che al Messaggero parla apertamente di «fuga dall’Italia» e di «grandi investimenti in Marocco».
Il cuore della nuova geografia industriale di Stellantis, infatti, batte a Kenitra, vicino Rabat. Una fabbrica che nasce Peugeot e per anni ha sfornato la versione più spartana della 208 destinata ai mercati africani. Poi, nel 2023, la svolta: 300 milioni di euro per una seconda piattaforma, elettrificazione, ambizioni globali. Altro che periferia produttiva: Kenitra diventa hub strategico.
Fra qualche mese prenderanno forma due nuovi modelli della famiglia Panda: la Giga Panda (nome ancora ufficioso) e, dal 2027, la Panda Fastback. Cinquantamila unità l’anno ciascuna, con la speranza di arrivare a 75.000. Il futuro della Panda, simbolo popolare dell’italianità automobilistica, passa ormai dallo Stretto di Gibilterra.
I numeri raccontano meglio di qualsiasi slogan cosa sta accadendo. Secondo i programmi a Kenitra saranno prodotti, a regime, 535.000 veicoli l’anno. Oggi tutti gli stabilimenti italiani messi insieme - Mirafiori, Cassino, Pomigliano, Melfi, Modena, Atessa - si fermano a 475.000 unità, furgoni compresi. Il sorpasso è nei fatti. Il piano è imponente: 1,2 miliardi di euro per l’ampliamento del sito marocchino, capacità produttiva raddoppiata, 70.000 quadricicli elettrici, 65.000 veicoli a tre ruote, 204.000 colonnine di ricarica l’anno, 3.100 nuovi addetti. E soprattutto 702 milioni destinati ai fornitori. Ma non quelli italiani, a quanto pare, se prima non accettano il biglietto di sola andata verso Sud.
Come scrive Les Echos, nella zona franca di Kenitra Stellantis gode di un trattamento privilegiato: niente dazi, niente tasse per cinque anni, imposta sulle società all’8,75% per vent’anni, terreni regalati, formazione della manodopera pagata dallo Stato. Con un salario minimo sotto i 300 euro al mese. Altro che incentivi.
E mentre Elkann attraversa il Mediterraneo, Marco Tronchetti Provera fa il viaggio opposto. Camfin ha annunciato che non rinnoverà il patto parasociale con i cinesi di Sinochem per il controllo di Pirelli. Divorzio inevitabile, per adeguare la governance alle regole americane e salvare lo sviluppo della tecnologia Cyber Tyre. La notifica a Palazzo Chigi, il Golden Power, l’assemblea di giugno: tutto ordinato, tutto molto istituzionale. Ma il segnale è chiarissimo. Tronchetti prende le distanze da Pechino per restare agganciato all’Occidente industriale.
Due strategie opposte, due bussole diverse. Da una parte John l’Africano, che trova nel Marocco la nuova frontiera del profitto. Dall’altra Tronchetti, che taglia il cordone con la Cina per difendere l’identità e la tecnologia di Pirelli. In mezzo, l’Italia. Che guarda partire le produzioni, una dopo l’altra. Calenda lo dice senza giri di parole: «Di italiano, l’ex Fiat non ha più nulla. Chiede solo incentivi». In vendita lo stabilimento di Grugliasco dove nascevano le Maserati, Mirafiori che si svuota, fabbriche che diventano cattedrali industriali senza fedeli. E mentre qui si discute di bonus e tavoli ministeriali, Stellantis annuncia 1.400 assunzioni in Francia nel 2026. Non a Torino, non a Cassino ma a Sochaux, storico impianto della Peugeot.
Il finale è affidato, come spesso accade, a chi non fa sconti retorici: le agenzie di rating. La canadese Dbrs ha abbassato il giudizio su Stellantis, portandolo a negativo. Un timbro freddo, burocratico, ma eloquente. Perché puoi anche produrre mezzo milione di auto in Marocco, ma se perdi le radici, il mercato prima o poi presenta il conto.
John l’Africano cavalca il vento del Sud. L’Italia, intanto, resta ferma sulla riva a guardare le navi che salpano. Con il sospetto - sempre meno sospetto - che non tutte faranno ritorno.





