Quando parlano i cannoni, i mercati smettono di ragionare. Risultato? Il primo effetto dell’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran non è soltanto geopolitico ma economico e finanziario. Come sempre accade, dolorosamente globale. Con i listini tradizionali chiusi nel weekend, l’unico termometro acceso sono rimaste le criptovalute. E il termometro è sceso di colpo.
Il Bitcoin è scivolato sotto la soglia psicologica dei 64.000 dollari, bruciando - secondo i dati riportati da Bloomberg - qualcosa come 128 miliardi di capitalizzazione in poche ore. Ethereum ha fatto anche peggio, con cadute vicine all’8%.
Gli analisti lo chiamano «risk-off». Vuol dire che quando iniziano a volare i missili gli investitori cambiamo spalla al fucile. Vista la situazione puntano sulla concretezza dell’oro, che comunque è salito molto.
Il punto non è tanto quanto petrolio produce l’Iran - circa 3,45 milioni di barili al giorno, meno del 3% dell’offerta globale secondo la International Energy Agency.
Il punto è dove passa il petrolio degli altri. Il collo di bottiglia si chiama Stretto di Hormuz di cui ieri i pasdaran iraniani hanno annunciato la chiusura. Da lì transita circa un quinto dell’offerta mondiale di greggio: qualcosa come 21 milioni di barili al giorno provenienti da tutto il Golfo. Non è una rotta. È la rotta. Alternative? Poche, complicate e molto più costose. Tradotto: se Hormuz si inceppa, il prezzo dell’energia non sale. Vola.
Secondo Capital Economics, citata dal Wall Street Journal, il blocco del traffico nello stretto potrebbe spingere il greggio fino a 100 dollari al barile, trascinando anche il gas naturale.
Uno scenario che aggiungerebbe tra lo 0,6% e lo 0,7% all’inflazione globale media. In altre parole: proprio quello che le banche centrali non volevano vedere mentre iniziavano a sognare il taglio dei tassi. Il rischio - sottolinea ancora il giornale americano - è quello di mandare all’aria una convalescenza economica già fragile, rallentata da guerre commerciali e crescita asfittica. Paradossalmente, la perdita dei barili iraniani, da sola, sarebbe gestibile. Analisti di Ubs osservano che Arabia Saudita e altri produttori potrebbero compensare eventuali stop temporanei. In questo senso una prima risposta potrebbe arrivare dalla riunione dei Paesi Opec di oggi. Il vero problema è l’effetto domino: assicurazioni marittime che esplodono, navi che evitano l’area, traffico che rallenta anche senza un blocco formale. Negli anni Ottanta Teheran minò quelle acque: i mercati se lo ricordano benissimo. Un petrolio stabilmente a tre cifre significherebbe inflazione di ritorno, proprio quando sembrava sconfitta. Banche centrali costrette a fermare, o invertire, i tagli dei tassi. Crescita rallentata in Europa e Stati Uniti. Nuova pressione sui Paesi emergenti importatori di energia. In sintesi: la geopolitica che si trasforma immediatamente in macroeconomia.
La globalizzazione digitale, l’Intelligenza artificiale, la finanza algoritmica. Tutto modernissimo. Poi basta un tratto di mare tra Iran e Oman per ricordare che l’economia mondiale funziona ancora con logiche ottocentesche: navi, petrolio, strozzature fisiche. Le criptovalute dovevano essere il futuro senza confini. Alla prima crisi vera, hanno reagito come qualsiasi asset speculativo: scendendo. Il petrolio, invece, continua a fare quello che fa da un secolo: comanda. E oggi, più che nei palazzi della diplomazia, il destino dell’economia mondiale si decide lì, nello Stretto di Hormuz. Dove non passa solo il greggio. Passa il sangue dei mercati.
- Nonostante 22 miliardi di perdite Jaki prende più di incentivi che di parte fissa. Nel 2025, 12 milioni all’ex ad Carlos Tavares.
- Maurizio Landini si è opposto all’intesa sui rider e ai rinnovi di infermieri e medici Pa: 3,5 miliardi per 730.000 lavoratori. La scusa è che si deve ottenere di più, così non si firma nulla.
Lo speciale contiene due articoli
Magia dell’automotive globale: da una parte la fabbrica che soffre, dall’altra l’attico che conta milioni. Nel 2025 Stellantis, il colosso dell’auto nato da fusioni faraoniche e qualche serata con Excel troppo lunga, ha offerto un’illustrazione perfetta di come si possano perdere 22,3 miliardi di euro e contemporaneamente non deludere il proprio management. Cassa con parecchi buchi, margini negativi, operai senza bonus e soci senza cedola. Eppure ai piani alti la festa non si interrompe, con stipendi e incentivi milionari.
All’attuale amministratore delegato, Antonio Filosa, insediatosi in estate, è arrivata una busta paga complessiva di 5,424 milioni. La cifra è così composta: 1,424 milioni di base fissa, 1,508 milioni di incentivi di lungo periodo, 374.194 euro di benefici aggiuntivi, 192.366 euro di contributi pensionistici. Ciliegina sulla torta, 1,924 milioni di «altri compensi». Va detto che Filosa non ha ricevuto premi straordinari: segno che anche ai piani alti il 2025 è stato giudicato un anno meno positivo del previsto. Ma l’assenza di bonus non cambia il messaggio simbolico: mentre operai e impiegati si vedono cancellare la quota variabile, l’amministratore delegato continua a far crescere il suo conto in banca.
Poi c’è John Elkann, presidente di Stellantis. Nel 2025 ha percepito 2,45 milioni, con 960.293 euro di base fissa, 396.848 euro di benefici aggiuntivi e poco più di un milione sotto forma di incentivi di lungo periodo. Non è che Elkann si sia fatto mancare nulla. Da notare: nessun bonus straordinario nemmeno per lui. Riduzione rispetto al 2024 (2,797 milioni), ma sempre più che sufficiente per ricordarci che la forbice tra chi conta e chi assembla auto resta dolorosamente evidente. E poi c’è l’ombra ingombrante di Carlos Tavares, il predecessore di Filosa. Nel 2025 ha incassato 11,928 milioni, quasi la metà rispetto ai 23,085 milioni del 2024. La maggior parte legata agli incentivi di lungo periodo, un regalo postumo per chi ha lasciato il gruppo dopo averlo spinto nel baratro scommettendo sulla svolta elettrica finanziata dai contributi pubblici. Per i lavoratori è un po’ come vedere il vicino di casa uscire dal ristorante con un conto da mille euro guardandolo dalla tavola calda di fronte: non è illegale, ma il senso di ingiustizia è immediato.
Il contrasto emerge con forza drammatica. Per preservare liquidità e fronteggiare le perdite che equivalgono alla manovra finanziaria 2026 di Giorgetti, Stellantis ha deciso di sospendere il dividendo 2026. I lavoratori non riceveranno la retribuzione variabile, perché non è stato raggiunto il livello minimo di redditività operativa europea. Tradotto in termini concreti: mesi di cassa integrazione, incertezze produttive e buste paga più magre del previsto.
Per il management, invece, il mondo continua a sorridere. Compensi milionari senza bonus straordinari, sì, ma pur sempre milioni. Nessuna violazione contabile, nessuno scandalo legale, tutto nei termini delle regole di mercato. Ma l’effetto simbolico? Detonante.
Se vi fermate un attimo a leggere questi numeri seduti al bar, accanto a chi lavora in fabbrica, capirete perché i dipendenti parlano di giustizia salariale parallela: da una parte c’è il sacrificio concreto, dall’altra premi milionari a fronte di perdite record.
Il vero nodo non è la legittimità dei compensi, ma la percezione pubblica. Quando un’azienda ammette di aver sopravvalutato la transizione elettrica, svalutando decine di miliardi per correggere la rotta, la distanza tra vertici e base diventa questione politica e sociale oltre che industriale. E così, mentre Stellantis promette rilancio sotto la guida di Filosa e con Elkann al timone, resta impressa un’immagine difficile da cancellare: operai senza bonus, soci senza dividendo e dirigenti ricchi. Una fotografia perfetta della stagione che si apre: non solo sfida industriale, ma anche test di credibilità.
Ironico, vero? La fabbrica che perde miliardi, gli operai che stringono la cinghia, i soci che salutano il dividendo sospeso e manager ricchi. È un’istantanea di come un gigante dell’automotive possa combinare disastri strategici con un senso della misura totalmente elastico. E se qualcuno chiamasse populismo la cronaca di questi numeri, beh... forse avrebbe ragione. Ma nella fabbrica, tra le buste paga magre e il caffè annacquato, la delusione e la paura del futuro sono evidenti. Ecco, il 2025 di Stellantis non è solo un bilancio, è una lezione magistrale di paradosso manageriale, condita di ironia involontaria e sarcasmo salariale.
Altro no Cgil all’aumento dei contratti
Nel pubblico impiego, quando la filiera istituzionale si allinea, i rinnovi contrattuali diventano una macchina veloce e, soprattutto, «quantificabile». Nonostante i no della Cgil che si è sempre opposta a qualsiasi rinnovo con la scusa che si doveva ottenere di più. Nella sanità lo si vede in queste settimane: il comitato di settore ha approvato in contemporanea, anche grazie al ministero per la pubblica amministrazione guidato da Paolo Zangrillo, gli atti di indirizzo per aprire le trattative 2025/27 sia per i medici sia per infermieri e comparto; in parallelo, la Corte dei conti ha certificato la pre-intesa del 18 novembre sul 2022/24 dei medici (con il «no» di Cgil e Fassid) e la firma definitiva è prevista in tempo per portare gli incrementi nelle buste paga di marzo. Il problema è che la stessa rapidità e voglia di un’intesa i sindacati non l’hanno trovata per i rider, i ciclofattorini che portano il cibo a casa e per cui la Cgil si è messa di traverso dopo che l’Ugl aveva proposto un contratto per tutelare i lavoratori.
Nel caso della sanità i numeri contano. Con l’entrata in vigore del 2022/24 per la dirigenza medica arrivano circa 1,2 miliardi: l’aumento medio dichiarato è 491 euro al mese, con arretrati medi vicino ai 7.000 euro e punte per i ruoli apicali intorno ai 14.000. La massa finanziaria complessiva dei due contratti vale 3,54 miliardi a regime e riguarda 730.509 persone. I dirigenti medici sono 137.871: per loro lo stanziamento contrattuale a regime è 968,14 milioni annui, a cui si sommano 362 milioni annui per l’incremento dell’indennità di specificità medico-veterinaria. Nel comparto, infermieri e altri dipendenti sia a quota 592.638: i fondi contrattuali sono 1,537 miliardi complessivi, ma il pacchetto include 445 milioni annui per la specificità infermieristica (con 35 milioni già erogati nel 2022/24) e 193 milioni per rafforzare l’indennità di tutela del malato (in aggiunta ai 15 milioni annui dell’ultimo contratto).
Questa capacità di chiudere e riaprire tavoli è resa possibile anche da un confronto strutturato Regioni-sindacati e dall’idea di negoziare dentro il triennio, non oltre. Non significa che tutto sia risolto: proprio per tagliare i tempi, l’ultima tornata ha accantonato temi pesanti che ora rientrano dagli atti di indirizzo—assetti organizzativi, gestione di carichi improbi, conciliazione vita-lavoro, welfare contrattuale/aziendale, disciplina di pause e mensa, misure mirate per infermieri con più di 60 anni, genitori e contesti ad alto carico assistenziale.
Eppure, lo stesso sistema che (quando si vuole) produce aumenti medi mensili di centinaia di euro e arretrati a quattro cifre per chi sta in corsia, non riesce a dare una cornice contrattuale altrettanto solida a chi consegna il cibo a casa. È il paradosso: i sindacati firmano (quasi) tutto dove esistono perimetri chiari, controparti pubbliche e stanziamenti dedicati; ma nel food delivery i rider restano spesso fuori da una regolazione unitaria, tra status ambigui, piattaforme frammentate e gestione algoritmica di turni e redditi.
Se la contrattazione serve a trasformare risorse in diritti esigibili, allora la domanda è politica e industriale prima che sindacale: perché le tutele economiche e normative - minimi, contributi, sicurezza, indennità meteo, trasparenza su ranking e penalità - devono essere garantite in corsia e non in strada? Finché la risposta sarà che «dipende dalla piattaforma», un trattamento equo per i lavoratori della delivery non esisterà mai. E questa, in un’economia basata sempre più su piattaforme digitali, è un’anomalia destinata a creare sol malcontento.
Un tempo Poste si limitava a distribuire lettere e raccomandate. Oggi consegna utili e dividendi: ben nove miliardi negli ultimi dieci anni. Ora si aggiungono i risultati comunicati ieri. «Il 2025 è stato un anno eccezionale per Poste Italiane, abbiamo registrato i migliori risultati della nostra storia»: così l’amministratore delegato, Matteo Del Fante, apre il sipario sul bilancio dell’azienda, annunciando al mercato una performance che non ha precedenti.
L’amministratore delegato sorride tra numeri e strategie, mentre la stima per il 2026 promette ulteriori crescite: «Abbiamo rafforzato la nostra politica dei dividendi», dice, e non è un dettaglio da poco: la cedola proposta sale del 16%, arrivando a 1,25 euro per azione, a testimonianza di un’azienda che non vuole solo correre, ma premiare chi le ha dato fiducia. A dare contenuto a questo risultati soprattutto la finanza e la logistica, con il primato nella consegna dei pacchi.
Il futuro, però, non sono solo conti e percentuali: è anche digitale, innovativo e strategico. Del Fante non si limita a parlare di numeri, ma racconta un percorso di trasformazione che intreccia Poste con Tim, «una partnership che non è mirata a un guadagno immediato ma alla creazione di valore durevole e sostenibile per entrambi i gruppi». Il filo conduttore? Sinergie, integrazione e visione a lungo termine. E per dare concretezza alle parole, la riorganizzazione di gruppo in corso prevede un hub finanziario integrato, dove PostePay e BancoPosta dialogheranno fianco a fianco attraverso la fusione delle rispettive attività. Business come energia e telecomunicazioni saranno distribuiti dalla rete degli sportelli Poste. E non si tratta di semplice fantasia digitale: la nuova super-app di Poste, fiore all’occhiello del 2025, è diventata un fenomeno nazionale, con oltre quattro milioni di utenti giornalieri, la più utilizzata tra gli algoritmi proposti da un’azienda italiana. L’Intelligenza artificiale non è un concetto fumoso: Del Fante la indica come «un acceleratore di crescita chiave» del piano strategico pluriennale che verrà presentato entro il 2026, pronto a inaugurare una nuova stagione dopo nove anni di evoluzioni continue.
I numeri del bilancio restano sotto i riflettori: i ricavi di gruppo hanno raggiunto 13,1 miliardi, in crescita del 4% rispetto al 2024. Il margine operativo tocca i 3,2 miliardi, con un balzo del 10%, e l’utile netto segna 2,2 miliardi, anche questo con un +10%, in anticipo sui target del piano 2024-28. Dalle parole di Del Fante emerge che Poste non solo cresce, ma lo fa stabilmente, costruendo le basi per guardare oltre, fino al 2026: i ricavi sono previsti a 13,5 miliardi, il margine operativo superiore a 3,3 miliardi e l’utile netto (esclusa la partecipazione in Tim) a 2,3 miliardi. Anche i dividendi resteranno generosi, con una percentuale di assegnazione ai soci superiore al 70% degli utili. Da aggiungere un piccolo extra legato all’arrivo del dividendo Tim stimato in cento milioni di euro a partire dal 2027.
Proprio dal gruppo telefonico arriva una novità nella governance. Adrian Calaza, ex direttore finanziario di Tim, è il nuovo presidente di Tim Brasil dove già ricopriva il ruolo di consigliere. Prende il posto di Nicandro Durante. In consiglio entra anche Camillo Greco, direttore finanziario di Poste Italiane. Nell’illustrazione dei conti da parte di Matteo Del Fante manca, naturalmente, il capitolo «grandi manovre»: tra le priorità c’è l’acquisizione del 20% del Polo strategico nazionale da Cdp, un investimento contenuto ma strategico per supportare Tim nella migrazione della pubblica amministrazione italiana verso il cloud. Insomma, tra numeri da record e strategie a lungo termine, Poste italiane si conferma un gigante in movimento: non solo un’azienda di servizi postali e finanziari, ma un ecosistema digitale in piena espansione, pronto a cavalcare la tecnologia, l’Intelligenza artificiale e le sinergie industriali. Matteo Del Fante lo annuncia a tutta la comunità finanziaria che l’ascolta durante la conference call: il 2025 è stato eccezionale, ma l’avventura è appena all’inizio.
Il riflesso dell’uso dell’Ia si vedrà anche sul fronte dei dipendenti: le assunzioni annuali nei centri aziendali nel 2026 si stimano in calo del 15% rispetto alla media degli ultimi quattro anni. Con Tim, di cui è primo socio, Poste ha aperto vari tavoli. I risparmi attesi si aggirano sui cento milioni.
A inizio del prossimo anno, Poste attende, inoltre, completare la riorganizzazione con la creazione di un hub finanziario e la fusione di BancoPosta con PostePay. «A seguito di questa fusione deterremo il business energia e tlc a livello di capogruppo», ha detto l’ad, spiegando il progetto di creazione dell’hub finanziario. L’Intelligenza artificiale sarà cruciale nello sviluppo previsto. Nel servizio clienti ha permesso la riduzione dei costi del 30%. Sono attesi altri 30 milioni entro i prossimi quattro anni. Inoltre, sono stimati fino a circa 100 milioni di euro di risparmio annuo sui costi It.



