Titoli di Stato in «guerra»: Usa vicini alla soglia critica e sale il costo per i Btp
C’è stato un tempo non troppo lontano in cui i Btp erano diventati quasi noiosi. Il titolo di Stato italiano non faceva più paura: roba buona per tranquilli cassettisti. Poi è arrivata la guerra e il mercato ha ricordato a tutti che la memoria è corta ma il rischio no.
Da quando è esploso il conflitto con l’Iran, i titoli di Stato italiani hanno ripreso a muoversi come ai vecchi tempi. Nervosi, suscettibili, pronti a diventare, ancora una volta, l’anello debole dell’eurozona. I rendimenti sono saliti di scatto superando la soglia del 3,9%. Se il picco si consolida il Tesoro dovrà pagare 3,5 miliardi di interessi in più. In un mese, da quando è cominciata la guerra, c’è stata una impennata dei rendimenti del 20,9%. Un indice di paura che non ha eguali fra le grandi economie avanzate, come dimostra la tabella accanto. Lo spread è tornato a farsi notare: 92 punti base. Nulla di drammatico ancora. Ma abbastanza per far drizzare le antenne a chi, negli ultimi anni, si era abituato a considerarlo un rifugio sicuro e ben remunerato. Il punto, però, è che questa volta non è colpa dell’Italia. O almeno non direttamente. Non ci sono manovre sballate, né conti pubblici fuori controllo. Il problema è più sottile e proprio per questo più insidioso: si chiama «carry trade». Un nome elegante per una strategia molto semplice e diffusa.
Funziona così: si prende in prestito denaro a tassi contenuti, e lo si investe in titoli che rendono di più. Come i Btp. Il guadagno è nello spread, nella differenza di rendimento. Finché il mare è calmo, è una macchina da soldi perfetta. Ma appena arriva la tempesta, tutti corrono al salvagente. Esattamente quello che sta succedendo adesso. Spiegano gli strateghi di Natixis che «l’allargamento sembra essere dovuto principalmente alla continua liquidazione delle posizioni di carry trade e all’elevata volatilità, piuttosto che a un deterioramento dei fondamentali». In altre parole, non è l’Italia che va male, sono gli investitori che stanno smontando in fretta e furia le loro scommesse.
Laura Cooper di Nuveen mette il dito nella piaga vera: l’Italia paga la sua maggiore dipendenza energetica. «Il mercato sembra sempre più attento ai rischi derivanti da un’eccessiva concentrazione di posizioni lunghe in Italia, aggravati dalla forte dipendenza del Paese dal petrolio e dal gas». Se il conflitto dovesse durare, il rischio è che crescita e conti pubblici tornino sotto pressione. A quel punto, la narrativa rassicurante degli ultimi anni potrebbe incrinarsi. Intendiamoci: siamo ancora lontani dalle zone rosse. Quattro anni fa lo spread viaggiava sopra i 250 punti. Oggi siamo sotto i 100. Ma i mercati non ragionano per livelli assoluti, bensì per direzione e velocità. E la direzione, in questo momento, non è delle migliori. Anche perché sullo sfondo si muove un altro gigante, molto meno disciplinato dell’Italia e molto meno osservato con sospetto: gli Stati Uniti. Qui i numeri non sono nervosi, sono semplicemente fuori scala. Il debito federale ha superato i 39.000 miliardi di dollari. In otto mesi è aumentato di 2.000 miliardi. Dal 2018 è quasi raddoppiato. E secondo le stime, continuerà a crescere di oltre 2.400 miliardi l’anno, fino a sfondare quota 64.000 miliardi nel 2036.
Il rapporto debito/Pil è al 124%. Un livello che, se appartenesse a un Paese europeo, scatenerebbe editoriali indignati, riunioni straordinarie e probabilmente qualche crisi di governo. Ma siccome si tratta di Washington, tutto scorre. O quasi. Perché ieri il presidente della Fed, Jerome Powell, non ha mancato, ancora una volta, di mettere sotto accusa le scelte di Trump. Lo ha fatto in maniera indiretta citando Paul Volker, mitico capo della Fed negli anni Ottanta che non ebbe paura di sfidare un inquilino della Casa Bianca del calibro di Ronald Reagan stringendo i tassi fino al soffocamento pur di fermare l’inflazione. Allora come oggi a innescarla era stato il petrolio. Perché la verità è che il mercato globale dei titoli di Stato è sempre più interconnesso. E quando il debito americano accelera in modo così vistoso, inevitabilmente influenza anche il resto del mondo. I rendimenti salgono, il costo del denaro cambia, e le strategie diventano improvvisamente molto più rischiose. In questo quadro, l’Italia si ritrova esposta due volte: per la sua struttura economica e per il suo ruolo nei portafogli degli investitori. È un asset che rende di più, e proprio per questo viene comprato e venduto più velocemente. È il solito gioco. Finché funziona, sembra semplice. Quando si inceppa, si scopre quanto fosse fragile. La sensazione, oggi, è che i titoli di Stato siano tornati in guerra. Non solo per effetto delle bombe in Medio Oriente, ma per le tensioni accumulate negli anni. L’Italia, ancora una volta, si ritrova nel posto meno comodo: quello dove i movimenti si vedono prima e si sentono di più.
Il governo italiano va a caccia di gas. Lo fa con la consapevolezza di chi è molto esposto al sole cocente delle crisi globali. Perché mentre nel Golfo Persico si accendono i fuochi della guerra e lo Stretto di Hormuz - la strettoia da cui passa un quinto dell’energia mondiale - rischia di trasformarsi in un collo di bottiglia geopolitico, Roma resta tra i Paesi più vulnerabili d’Europa.
Non è una sorpresa. La dipendenza energetica è una malattia cronica. Mai davvero curata. Solo tamponata. I numeri, come sempre, sono impietosi. Il settimanale tedesco Spiegel cita uno studio da cui emerge che l’Italia importa 9,8 miliardi di dollari dai Paesi del Golfo, una dipendenza robusta dal Qatar che è diventato il nuovo hub tra gas naturale liquefatto (4,4 miliardi) e propano (3.3 miliardi). Se Doha tossisce all’Italia viene la polmonite. In queste settimane il Qatar è fuori gioco, colpito dagli attacchi iraniani che hanno trasformato un fornitore affidabile in un’incognita strategica. Il risultato è una parola che torna a dominare il lessico: austerità energetica. Come spiega il Financial Times, quando c’è scarsità il mercato si trasforma in un suk. Non più prezzi, ma offerte da bazar. Il ministro Gilberto Pichetto Fratin si muove come un ambasciatore del bisogno, parlando con tutti: Stati Uniti, Azerbaigian, Nordafrica. Una diplomazia del metano che somiglia sempre più a una tournée di elemosine, con l’Eni nel ruolo di braccio operativo e le mappe del mondo come catalogo. In questo grande giro del gas, l’Algeria torna protagonista. Vecchia conoscenza italiana, fornitore fedele nei momenti difficili, partner strategico che conosce bene il valore della propria posizione. Algeri è pronta ad aiutare, certo. Ma non gratis. Anzi, a prezzi raddoppiati. Perché nel nuovo ordine energetico non esistono amici, solo equilibri di convenienza. E la richiesta di vendere le forniture aggiuntive sul mercato spot - dove i prezzi corrono più veloci dell’inflazione - è il segnale più chiaro: il banco è cambiato, e chi vende detta le regole. È il trionfo della legge non scritta delle crisi: chi ha la materia prima detta il prezzo, chi ne ha bisogno paga e tace. E così l’Italia si ritrova a negoziare da una posizione di debolezza strutturale, mentre altri Paesi europei - Spagna in testa - bussano alla stessa porta algerina. Il risultato è una gara interna all’Unione che rischia di trasformare Bruxelles in un condominio litigioso, dove ciascuno cerca di assicurarsi il riscaldamento per l’inverno, anche a costo di far salire il conto per tutti. La visita della premier Giorgia Meloni ad Algeri non è solo un viaggio istituzionale: è una tappa obbligata nella nuova geografia dell’energia, dove ogni incontro può tradursi in qualche metro cubo in più e qualche euro in meno - o viceversa. Ma il punto, quello vero, è che la crisi non è più un incidente temporaneo. È un cambio di paradigma. Gli attacchi alle infrastrutture del Qatar non si riparano in qualche settimana: potrebbero volerci anni. E questo trasforma lo shock in sistema, l’emergenza in normalità. È la fine dell’illusione che basti superare l’onda per tornare a galla. Qui l’onda è diventata mare.
E allora riaffiora il ricordo del 2022, quando l’Europa reagì all’invasione russa dell’Ucraina con una strategia a quattro mosse: sostituire le forniture, riempire gli stoccaggi, proteggere i consumatori, calmierare i prezzi. Funzionò. Ma a caro prezzo. La corsa globale al gas liquefatto fece esplodere i costi, lasciando a secco i Paesi più poveri, mentre i sussidi interni crearono una distorsione quasi paradossale: si chiedeva di consumare meno, ma si incentivava a farlo.
Oggi il rischio è ripetere lo stesso copione, ma con meno margine di manovra e più concorrenza. Perché il gas disponibile è meno, la domanda è più nervosa e la geopolitica è decisamente più instabile. In questo scenario, l’Italia parte svantaggiata. E quindi paga di più.
Ed è qui che entra in scena la ricetta dell’Agenzia internazionale dell’energia. Una ricetta che ha il sapore dell’austerità moderna, versione digitale e sostenibile. Più smart working, meno voli. Meno acceleratore, più treno. Più car sharing, meno auto private. Una sorta di decalogo del buon cittadino energetico, dove il sacrificio diventa virtù e il risparmio un dovere civico.
Lavorare da casa, rallentare in autostrada, usare i mezzi pubblici, alternare le targhe, condividere l’auto, ottimizzare la logistica, ridurre i voli, cambiare modo di cucinare, rendere più efficienti le industrie. Dieci comandamenti per un mondo che scopre, ancora una volta, di non avere energia infinita.
Ma dietro questa lista ordinata e razionale si nasconde una verità meno elegante: quando la politica non riesce a garantire l’offerta, scarica il problema sulla domanda. In altre parole: se il gas costa troppo, consumatene meno. È la versione contemporanea del «tirate la cinghia», con l’aggiunta di una connessione Internet e di una call su Zoom.
Christine Lagarde ha fatto la cosa che le riesce meglio: niente. I tassi restano al 2%, esattamente dove erano prima. La Bce ha parlato lasciando sullo sfondo il dubbio che preoccupa i mercati e contribuisce ad affondare le quotazioni.
Lagarde farà lo stesso errore di un altro francese? Quello commesso da Jean Claude Trichet che nel 2008, mentre l’economia globale tremava per la caduta di Lehman, alzò i tassi invece di lasciarli scivolare. Il dubbio resta perché alla fine il direttivo Bce ha partorito un comunicatino stampa vestito a festa.
Contiene un tocco di originalità, bello ed elegante come le spille della signora presidente. Prima di decidere di non decidere niente, il direttivo ha fatto un incontro illuminante. Un professore di difesa e affari militari è stato invitato alla sessione dei banchieri più potenti d’Europa per spiegare come funziona la guerra. Lagarde lo ha detto in conferenza stampa con la solennità di chi presenta un premio Nobel: «Abbiamo avuto un professore di difesa e affari militari che ci ha informato della situazione». Indispensabile che i governatori partissero «dalla base informativa migliore possibile».
Peccato che questo celebre esperto sappia esattamente quello che sanno tutti: poco e niente. L’unanimità sullo stop ai tassi è stata una folgorazione sulla via di Francoforte dopo aver sentito le previsione del super esperto? Ma il vero capolavoro arriva dopo, quando la Lagarde - forte dell’expertise militare appena assorbita - decide di fare un’altra digressione. Torna sul tema della transizione green che gli è caro. Ma un banchiere centrale non dovrebbe preoccuparsi di politica monetaria lasciando ai governi il resto?
«L’attuale crisi energetica sottolinea l’imperativo di ridurre ulteriormente la dipendenza dai combustibili fossili» ha dichiarato. Una comunicazione fatta con la stessa naturalezza con cui si potrebbe inserire una ricetta di cucina in un rapporto del Fmi. La Bce - il cui mandato riguarda la stabilità dei prezzi nell’Eurozona, non la salvezza del pianeta - approfitta della guerra per rilanciare la transizione green. Una predicazione cui, ormai, non crede più nessuno tranne i burocrati di Bruxelles e i loro simpatizzanti nelle torri d’avorio del sistema finanziario continentale. La stessa transizione che ha contribuito a rendere l’Europa così drammaticamente vulnerabile agli shock energetici di cui oggi la Lagarde si lamenta. È un po’ come se il piromane, dopo aver appiccato l’incendio, si intrattenesse amabilmente con i pompieri per spiegare la rischiosità dei fiammiferi.
Esondare dai compiti istituzionali, per la Lagarde, è ormai una seconda natura. Tante volte in passato ha trasformato la Bce in un laboratorio di politica climatica. Oggi, con una guerra alle porte e il petrolio che balla come un ubriaco nella notte, non perde occasione per ricordarci che i pannelli solari sono la sola salvezza.
Ma veniamo al sodo. La Bce fotografa uno scenario genuinamente inquietante. Lo shock energetico è reale, l’inflazione potrebbe rimbalzare, e i modelli dello staff parlano chiaro: nello scenario peggiore, con il barile a 145 dollari e il gas a 106 euro per megawattora, il Pil 2026 si ridurrebbe allo 0,4% e l’inflazione schizzerebbe al 4,4% nel 2026 e addirittura al 4,8% l’anno dopo. Numeri che rendono l’eventualità di un rialzo dei tassi entro fine anno tutt’altro che remota.
Lagarde lo sa. I mercati lo sanno. L’ipotesi di tagli - accarezzata per mesi come una promessa di tempi migliori - è ormai evaporata. Si parla, semmai, di una nuova stretta monetaria. Quando accadrà? Dipende. Da cosa? Dai dati.
Ed è qui che la presidente tira fuori il suo scudo verbale contro qualunque domanda scomoda: «Data-dependent». Siamo data-dependent. Le decisioni dipenderanno dai dati. Aspetteremo i dati. Analizzeremo i dati. I dati, i dati, i dati.
Viene spontanea una domanda: per leggere le statistiche serve davvero un euroburocrate superpagata? L’Istat le pubblica gratis. L’Eurostat pure. I futures sul petrolio si trovano su qualsiasi schermo di trading. I dati sull’inflazione escono ogni mese.
Lagarde ha concluso la conferenza stampa ricordando, con evidente soddisfazione, che «abbiamo imparato la lezione» del 2022, quando la Bce rimase colpevolmente ferma mentre l’inflazione correva al 6%. Stavolta, assicura, nessuna sorpresa. È certo. O quasi. Perché c’è una guerra, c’è un esperto militare che spiega l’ovvio, c’è una green transition da rilanciare e ci sono dati da attendere.




