L’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio prova a rientrare al Monte. Non sarà facile però. La serratura è stata cambiata.
Perché c’è qualcosa di surreale e inedito in un capo azienda che, dopo essere stato invitato all’uscita, prova a rientrare dalla porta di servizio. Si presenterà con una lista di minoranza contrapposta a quella del Consiglio d’amministrazione che ha cancellato la sua candidatura. Il problema è l’indagine a suo carico avviata dalla Procura della Repubblica di Milano sulla scalata a Mediobanca. Non è certo un problema di integrità visto che l’inchiesta è ancora alle prima battute. Ma certo di opportunità. Intervistato da Bloomberg Tv, Lovaglio si difende: «Il mercato conosce il mio track record» nella convinzione che quattro anni di gestione costituiscano un visto permanente, non soggetto a scadenza né a revisione.
Il ragionamento è semplice, forse troppo: ho risanato il Monte, ho mantenuto gli impegni, dunque merito di restare. Peccato che il Consiglio di amministrazione - composto da persone che quel percorso lo conoscono quanto lui - abbia tratto conclusioni diverse. E quando chi ti ha lavorato a fianco per anni decide che è tempo di cambiare, forse varrebbe la pena interrogarsi, invece di andare in televisione a ricordare i propri meriti.
Ma questa, evidentemente, non è la strada scelta. Poi c’è la questione giudiziaria, che Lovaglio affronta con abilità: la mostra, la dichiara innocua, la fa sparire. È indagato nell’ambito dell’indagine relativa alla scalata a Mediobanca. È una vicenda tutt’altro che marginale. Lovaglio spiega che questo non rappresenta un elemento ostativo. «Mps ha confermato il mio fit & proper il 5 dicembre e un’altra volta a metà febbraio». Vuol dire che è stato dichiarato idoneo al ruolo. Ma poi le cose e le opinioni cambiano.
Il Consiglio di amministrazione, la scorsa settimana, ha scritto nella lettera agli investitori che la decisione di escluderlo non è riconducibile «esclusivamente» alle indagini in corso e ai loro potenziali impatti reputazionali. «Non esclusivamente». Parole che lasciano aperto un portone attraverso cui possono transitare considerazioni di tanti tipi. Lovaglio ha liquidato tutto questo come irrilevante. Gli investitori istituzionali, notoriamente allergici alle grane giudiziarie dei manager, sembrano non essere dello stesso avviso. Che cosa accadrebbe alla governance di Mps nel caso in cui l’inchiesta andasse avanti? Quali gli impatti su una banca cui negli ultimi anni non sono certo mancati i passaggi nelle Aule di tribunale
Sul fronte strategico, Lovaglio ha garantito che il piano industriale di Mps che prevede la fusione con Mediobanca resterà invariato. Il mercato, però, è di diverso avviso considerando il forte arretramento delle quotazioni subito dopo la presentazione del programma. La quotazione è scesa in poche ore del 7% e non si è ancora ripresa. Quanto alla partecipazione in Assicurazioni Generali, Lovaglio l’ha definita: «nice to have». Utile e benvenuta, ma non centrale.
Eppure quella partecipazione è stata al centro di manovre, tensioni e retroscena che lo hanno coinvolto in prima persona.
La vera partita si gioca lontano dalle telecamere di Bloomberg: sui tavoli dei proxy advisor, gli arbitri che il grande pubblico ignora ma che gli investitori istituzionali ascoltano con devozione. Institutional Shareholder Services (Iss) ha già raccomandato il voto a favore della lista del consiglio uscente che esclude Lovaglio. Glass Lewis non si è ancora espresso. La sua posizione è attesa con la trepidazione con cui un imputato aspetta il verdetto.
Se anche Glass Lewis si allinea, per Lovaglio la strada si trasforma in un muro. Se divergesse, il campo si aprirebbe. Ma al momento i segnali non sono incoraggianti per chi si presenta all’assemblea come candidato alternativo con un’indagine in corso alle spalle e il proprio ex consiglio di amministrazione schierato contro. Lovaglio però dichiara di sentirsi «a proprio agio» nella competizione assembleare.
Il Monte, nel frattempo, continua la sua secolare esistenza: è la banca più antica del mondo, un primato che sopravvive a governatori, amministratori e scandali con encomiabile forza. Aspetta di sapere chi la guiderà. Gli azionisti voteranno. I proxy advisor avranno consigliato. I mercati trarranno le loro conclusioni.
C’è chi va in Svizzera per sfuggire al fisco. E chi come Lapo Elkann, la sceglie per sfuggire alle violenze del mondo: «Viviamo in un’epoca complessa, segnata dall’incertezza. La Svizzera è neutrale, offre sicurezza e qualità della vita». Il mondo si agita. Meglio stare in un posto dove il rumore è più attutito. Il fratello di John, classe 1977, globetrotter per vocazione e per discendenza, ha deciso di approdare a Lucerna, dopo aver girato il mondo.
Non proprio un esilio, ma un manifesto di stile come spiega in un intervista al Luzerner Zeitung. «Ogni città apparteneva a una fase della mia vita. A 25 anni Lucerna non sarebbe stato il posto giusto. Oggi sì». Insomma meno lunghe notti con amici non sempre presentabili e più albe sul lago.
E qui arriva la cartolina del Mulino Bianco: moglie portoghese, Joana Lemos, e un San Bernardo da 85 chili di nome Everest a presidiare la svolta esistenziale. «Quando guardiamo lago e montagne al mattino, è molto più piacevole che a New York». Le montagne come alternativa ai grattacieli.
Un trasferimento per stare lontano dal fisco? Ma quando mai. «Forse altri luoghi sarebbero stati più convenienti, ma abbiamo scelto un posto che ci rende felici». Il portafoglio non c’entra: conta il pasto dell’anima.
Poi però l’intervista cambia tono. Perché Commissione europea e industria dell’auto sono temi che, in famiglia, non si trattano mai davvero da semplici osservatori. E infatti Lapo affonda: «A mio avviso, la Commissione europea ha commesso gravi errori e ha contribuito alla crisi». Innesta il turbo contro Green deal: «Spingendo l’elettrificazione in modo troppo aggressivo, l’Europa ha distrutto il proprio vantaggio competitivo . Di fatto ha aiutato la Cina». Non proprio una carezza. Piuttosto un’accusa che suona come un avviso ai naviganti: attenzione a fare i talebani del Green, perché il rischio è ritrovarsi senza industria. con le fabbriche chiuse e gli operai in piazza. «Non credo che i motori elettrici siano l’unica soluzione», aggiunge, mentre cita la Germania - ex locomotiva - oggi alle prese con «grandi sfide» e, soprattutto, con «cattiva regolamentazione» che ha prodotto «chiusure e licenziamenti».
Tra un attacco a Bruxelles e una passeggiata sul lago, resta una vena dichiaratamente tricolore. «Resto italiano», assicura. E si concede persino un momento da curva sud istituzionale: «Mi sono commosso fino alle lacrime quando è stato suonato l’inno alle Olimpiadi».
Non manca nemmeno un endorsement politico: applausi a Giorgia Meloni («ha fatto molto di buono per l’Italia») e stima per Sergio Mattarella. Un patriottismo a ventiquattro carati.
Il risultato è un ritratto perfettamente lapiano: cosmopolita ma sentimentale, critico ma affezionato, elitario ma con improvvise nostalgie da supermercato. E soprattutto libero - di cambiare casa, idea, latitudine.
- Come due anni fa lo snodo commerciale chiave per l’Europa rischia lo stop: aumenteranno costi d’importazione e inflazione.
- Il portavoce della tribù sciita minaccia raid intensi su Stato ebraico, Emirati e Arabia: «Hanno sfidato Teheran e pagheranno, noi abbiamo delle scorte balistiche infinite».
Lo speciale contiene due articoli.
Già il nome richiama tristezza. Bab el Mandeb, la «Porta delle lacrime». E’ il braccio di mare che separa la Penisola Arabica dal Corno D’Africa, l’area più povera della terra. Yemen e Gibuti, Asia e Africa, due continenti separati dallo Stretto di Bab el Mandeb. Un braccio di mare largo 26 chilometri che ha un’importanza cruciale per i traffici commerciali globali. Ora che gli Huthi tornano ad attaccare, possiamo dire con certezza che a versare le lacrime saremo noi. I In bolletta. Al supermercato. Alla pompa della benzina. I miliziani yemeniti hanno sparato contro Israele. Ora minacciano il blocco dello Stretto.
Ventisei chilometri. Un collo di bottiglia attraverso cui passa più della metà del greggio diretto in Europa. Mentre Hormuz, il gemello ricco del Golfo Persico, spedisce soprattutto in Asia (il 75% del petrolio che l’attraversa è destinato ai mercati orientali), Bab el-Mandeb è il nostro problema. Quello europeo. Quello italiano. Quello di chi fa la spesa al supermercato di Milano o di Palermo convinto che i prezzi dipendano dal direttore del punto vendita.
Dal Golfo di Aden risalendo il Mar Rosso, si attraversa il Canale di Suez ed ecco il Mediterraneo. È la rotta che dal 2023 gli Huthi tengono sotto tiro. Se anche sul Mar Rosso arrivano i missili non passa più niente. Gli armatori hanno fatto i conti. I premi assicurativi per raggiungere Suez sono schizzati a livelli che ricordano quelli dell’era della pirateria somala.
Risultato: le compagnie armatoriali avevano scelto la rotta alternativa. Il periplo dell’Africa. Circumnavigare l’intero continente africano, passare attorno al Capo di Buona Speranza - che di buono, per i costi di carburante e logistica, ha ben poco - e arrivare in Europa con in più di navigazione. Più carburante, più equipaggio, più tempo, più costi. Tutto «più», tranne i margini. Qualcuno paga. Indovinate chi. Il Drewry World Container Index, che misura il costo dei trasporti marittimi ha annunciato che si è appena conclusa la quarta settimana consecutiva di rialzi. L’incremento è del 5% che porta il costo medio a 2.279 dollari per container.
Ma è sulle rotte che ci interessano davvero che i numeri fanno paura. La tratta Shanghai-Genova ha visto i costi aumentare del 12%, attestandosi a 3.474 dollari a container. Sulla Shanghai-Rotterdam, il cuore pulsante del commercio europeo, il rialzo è stato del 3%, con costi a 2.552 dollari.
In altre parole ogni container che parte dalla Cina e arriva in Italia trasportando elettrodomestici, componenti elettronici, tessuti, giocattoli, scarpe, costa 400 dollari in più rispetto a sette giorni fa. E questo prima dell’attacco di ieri. Prima che gli Huthi decidessero di alzare nuovamente il livello della conversazione.
Gli analisti (abituati come sono a dire che al peggio non c’è mai fine) parlano di «scenario da incubo». Non tanto per il prezzo del barile, quanto per la sua persistenza. Se il greggio dovesse superare i 110-115 dollari e restarci per un periodo prolungato diventerebbe la nuova normalità. Il mercato si adatterebbe. Le aziende ricalcolerebbero i prezzi. I consumatori troverebbero i listini aggiornati sugli scaffali.
E l’inflazione tornerebbe a bussare. Con gli interessi.
C’è un dettaglio tecnico che merita menzione: alcuni terminal petroliferi sauditi si trovano già sul Mar Rosso, e quindi non dipendono più da Hormuz. Un piccolo sollievo. Tuttavia, aggiungono gli analisti se Bab el Mandeb viene chiuso è l’intera catena di forniture che viene attaccata. Attraverso lo Stretto passano circa 4,2 milioni di barili al giorno, pari al 5,3% di tutto il petrolio movimentato via mare nel mondo. Circa due terzi arrivano in Europa. Considerando l’intero corridoio Mar Rosso-Suez, si parla del 30% del traffico container mondiale e del 40% degli scambi tra Asia ed Europa.
Questa è la geometria brutale della geopolitica moderna: il conflitto lo fanno altri, in questo caso Usa e Israele, ma il prezzo lo pagano tutti. L’Europa, che dipende da quelle rotte come un malato dai suoi farmaci, si trova nella posizione scomoda di essere il principale mercato di destinazione di tutto ciò che transita per Bab el Mandeb, senza avere né la volontà politica né la capacità militare di decidere da sola le sorti di quello specchio d’acqua.
La «Porta delle Lacrime» potrebbe far piangere milioni di persone. Sono le lacrime silenziose ma concrete che scendono sui bilanci familiari europei ogni volta che il Mar Rosso torna sulle prime pagine.
Il problema con le lacrime, si sa, è che bagnano. E ora rischiamo di bagnarci tutti quanti.
«È solo l’inizio, siamo pieni di razzi»
Dopo un mese di guerra e una serie di minacce di intervento gli Huthi sono ufficialmente entrati nel conflitto.
Il proxy dell’Iran ha lanciato una salva di missili contro Israele, che non hanno raggiunto nessun obiettivo perché sono stati tutti intercettati da Tel Aviv. Questa mossa della tribù yemenita rappresenta l’ennesima escalation di una guerra che sta coinvolgendo sempre più nazioni. Il portavoce delle forze armate degli Huthi, il brigadiere generale Yahya Saree, sentito dalla Verità, ha dichiarato che gli attacchi continueranno fino al raggiungimento degli obiettivi dichiarati e fino a quando non cesserà l’aggressione contro tutti i fronti della resistenza del nemico sionista e degli invasori statunitensi. «I nostri missili - ha sottolineato Saree - sono stati lanciati contro obiettivi sensibili di Israele in tutto il sud della nazione e non ci fermeremo perché abbiamo scorte balistiche infinite». Il brigadiere generale è stato ancora più duro analizzando le prossime mosse di questa tribù sciita. «Hanno sfidato i nostri fratelli dell’Iran e adesso ne pagheranno le conseguenze. Stiamo valutando molte opzioni e una delle più importanti è sicuramente la chiusura totale di Bab el Mandeb, noi possiamo controllare la via d’accesso al Mar Rosso e al Canale di Suez. In queste ore ci stiamo coordinando con tutti i fratelli che fanno parte della resistenza: abbiamo un dovere morale e religioso sia con Teheran che con Hezbollah in Libano. Abbiamo volutamente atteso il momento giusto e adesso saremo parte dello scontro per rispondere all’aggressione subita dall’Iran e dall’uccisione dei tanti martiri». La minaccia della chiusura di Bab el Mandeb andrebbe a bloccare un transito commerciale per un valore di circa 1.000 miliardi di dollari. Tra novembre 2023 e gennaio 2025, i ribelli Huthi hanno attaccato più di 100 navi mercantili con missili e droni, affondandone due e uccidendo quattro marinai. Da qui passano anche quasi 9 milioni di barili di petrolio ogni giorno che aggiunti al blocco dello stretto di Hormuz, dal quale ne passano circa 20 milioni, andrebbero a peggiorare la situazione energetica soprattutto europea. Israele e gli Stati Uniti nel 2025 avevano ripetutamente colpito Sanaa, la capitale dello Yemen controllata dagli Huthi, e anche il loro porto principale, ma il lancio di missili e droni non si era mai totalmente fermato.
Adesso, dopo mesi di tregua, questi miliziani si dicono pronti a colpire di nuovo e sembra che abbiano fatto scorte balistiche molto importanti che potrebbero impegnare israeliani e statunitensi per diverse settimane. In un momento in cui il Pakistan, la Turchia e anche il Qatar stanno cercando di mediare fra Iran e Stati Uniti, il regime degli ayatollah ha deciso di giocarsi anche la carta dell’ultimo proxy ancora attivo. «Siamo dovuti scendere in guerra perché ce lo richiedeva il nostro popolo - prosegue Yahya Saree - per settimane ci sono state manifestazioni nella nostra capitale e in tutte le principali città che chiedevano di affrontare i sionisti e gli americani. Continueremo ad attaccare Israele, la loro capitale e tutte le loro città, finché non si arrenderanno e libereranno il popolo palestinese dall’oppressione sionista. Anche l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sono un obiettivo, perché non hanno capito che si tratta di uno scontro per la sopravvivenza dell’Islam e permettono agli americani di essere padroni in una terra sacra. Sono anni che combattiamo contro sauditi ed emiratini che cercano di fermare la rivoluzione che è arrivata nello Yemen, appoggiando il falso governo di Aden. Adesso è il nostro momento e dimostreremo a tutti la nostra forza e la nostra fede».
Gli Huthi sono stati strategicamente tenuti fuori dalla guerra dall’Iran, che adesso con l’apertura di un nuovo fronte cercherà di aumentare il suo peso anche dell’eventualità dell’apertura di una trattativa.





