A Siena, più che un consiglio di amministrazione, sembra andare in scena un conclave senza fumata bianca. Non sono bastati due giorni di riunioni, porte chiuse, pareri legali richiesti con l’urgenza di un referto medico. Alla fine il risultato è uno solo: nessuno ha ancora trovato la formula magica per accompagnare alla porta l’amministratore delegato Luigi Lovaglio.
Servirà ancora una riunione prevista per oggi. Ovviamente Lovaglio continua a occupare la sua poltrona. Ritiene di essere vittima di un complotto. Ricorda a tutti di aver preso in mano un banca in bilico sul baratro e, dopo averla risanata, l’ha lanciata alla conquista di Mediobanca. Il tabernacolo della grande finanza italiana. Un successo che ora non gli viene riconosciuto.
E dire che il copione pareva già scritto per una uscita senza clamore e passabilmente ricca. Il board del Monte dei Paschi di Siena lo aveva elegantemente escluso dalla propria lista lo scorso 4 marzo, complice l’ombra lunga dell’indagine della Procura di Milano sul presunto concerto fra azionisti e manager in occasione dell’ultimo collocamento di azioni Mps da parte del ministro dell’Economia. L’offerta aveva consolidato il ruolo del gruppo Caltagirone, della galassia che ruota attorno a Banco-Bpm e di Delfin, la cassaforte della famiglia Del Vecchio. La scomparsa del nome dell’amministratore delegato dalla lista per la nuova governance che verrà selezionata all’assemblea di metà aprile, nelle intenzioni, avrebbe dovuto chiudere la partita. E invece no.
Perché Lovaglio, con una mossa che a Siena non hanno gradito, ha deciso di rientrare dalla finestra candidandosi nella lista alternativa presentata dalla Plt Holding della famiglia Tortora. Un’operazione che, nei corridoi della banca, viene apostrofata con una certa brutalità semantica: iniziativa di disturbo. Tanto più che la scelta di Lovaglio appare abbastanza inconsueta: l’amministratore delegato non più ricandidato che si ripresenta alla testa di una lista alternativa. Inconsueta e anche velleitaria. Bisogna tener presente che Plt, con il suo 1,2% scarso, ha il peso specifico di una piuma in mezzo ad una tempesta.
Il consiglio, preso in contropiede, si è quindi ritrovato a discutere non tanto del futuro della banca quanto della compatibilità del proprio amministratore delegato con se stesso. Un cortocircuito istituzionale che ha spinto i consiglieri a chiedere pareri tecnici e legali, come se da qualche parte, tra codici e cavilli, esistesse la risposta definitiva al rebus Lovaglio. Soprattutto per evitare strascichi legali di cui a Siena conservano recenti ricordi non proprio sereni.
Sul tavolo c’è di tutto: dalla revoca delle deleghe a un più garbato ridimensionamento dei poteri. Un ventaglio di opzioni che somiglia molto a un menu degustazione, con il problema che nessuno sembra avere davvero appetito per la portata principale: la rottura netta.
Ma il calendario corre. Il mandato di Lovaglio scade il 15 aprile, data dell’assemblea che dovrà eleggere i nuovi vertici. E qui si apre un altro capitolo, non meno gustoso. Il cda starebbe infatti pensando di restringere la rosa dei candidati alla carica di amministratore delegato, attualmente composta da Corrado Passera, Fabrizio Palermo e Carlo Vivaldi, per indicare un solo nome. Obiettivo imprescindibile per dare finalmente un segnale chiaro al mercato, dopo giorni di navigazione a vista.
Tra i tre, il nome che circola con crescente insistenza è quello di Fabrizio Palermo, attuale amministratore delegato di Acea, con il mandato in scadenza e un profilo che piace a chi cerca stabilità senza troppi colpi di scena. Il suo arrivo sarebbe la naturale conseguenza dell’uscita di scena di Lovaglio, dopo che il consiglio d’amministrazione sarà riuscito a trovare la formula giuridica per accompagnarlo all’uscita.
Come se non bastasse, sullo sfondo si muove anche BlackRock, che gioca a salire e scendere attorno alla soglia del 5%, in una danza che ricorda più il trading tattico che l’investimento paziente. Un segnale che il mercato osserva, prende nota, ma per ora non interviene.
Il risultato finale è un perfetto equilibrio instabile: un amministratore delegato che si candida contro il proprio consiglio, un board che non riesce a decidere sul suo destino e una banca che, ancora una volta, si ritrova a fare i conti più con la propria governance che con il mercato.
A Siena, insomma, la finanza incontra il teatro. E per ora, il sipario resta ostinatamente alzato.
C’era una volta Tim. Presto, non ci sarà più. Almeno non come la conosciamo. Resterà autonoma ma il perimetro delle attività sarà profondamente modificato.
Poste Italiane ha lanciato un’offerta pubblica di scambio sul gruppo telefonico del valore di 10,8 miliardi. Chiude così una storia trentennale che somiglia più a un feuilleton che a una vicenda industriale: lunga, tortuosa, affollata di personaggi improbabili, colpi di scena e debiti. Tanti debiti. Circa 7 miliardi, per la precisione dopo una cura dimagrante spinta fino ai livelli dell’anoressia. Quella che al momento della privatizzazione era una delle regine di Piazza Affari oggi è ridotta al rango di «penny stock». Espressione che definisce i titoli che in Borsa valgono pochi centesimi. Tim torna in mani pubbliche priva della rete e senza ambizioni internazionali. Con il Brasile come unica partecipazione estera e un organico che ha conosciuto giorni migliori.
Matteo Del Fante, amministratore delegato di Poste, nel corso della presentazione alla comunità finanziaria dichiara che il quel dossier stava sul suo tavolo da cinque anni. Non era il momento però: troppo debito, troppe incognite, troppe cicatrici lasciate da stagioni industriali turbolente. Poi è arrivata la «cura Labriola», attuale amministratore delegato di Tim. Vendita delle reti e taglio al debito. Così l’operazione è diventata possibile. Anzi, urgente. Un anno fa Poste Italiane entra nel capitale di Tim. Lo fa in punta di piedi, ma neanche troppo: in pochi mesi sale fino al 27%, sostituendo i francesi di Vivendi e dando stabilità alla governance. Da lì al controllo pieno il tragitto è breve. Del Fante esclude la fusione. Nessuna incorporazione, nessuna cancellazione di identità. Tim resterà autonoma, il marchio «iconico» sarà protetto come simbolo della storia industriale del Paese.
Matteo Del Fante indica la strategia. Poste intende costruire una piattaforma integrata, capace di fare sistema tra logistica, pagamenti, servizi digitali e telecomunicazioni. Intende diventare il grande snodo attraverso cui passa tutto. Dalla raccomandata al cloud. Poi il discorso cade sulle sinergia da 700 milioni. Vuol dire che qualche taglio ci sarà: servizio ai clienti, acquisti, marketing, comunicazione. Non proprio dettagli. Tuttavia non ci saranno tagli. Solo spostamenti. E poi una fusione, sì: quella tra Poste Mobile e Tim, anticamera industriale del progetto più ampio. Il messaggio è chiaro: niente rivoluzioni visibili, ma un lento e metodico accorpamento delle funzioni chiave. Il vantaggio, sulla carta, è evidente. Fuori dai riflettori della Borsa, sostenuta dal flusso di cassa robusto di Poste, Tim potrà finalmente smettere di difendersi e tornare ad attaccare. Più aggressività commerciale, più spazio per consolidare un settore che in Italia è rimasto frammentato e spesso inefficiente. Il mercato, però, ha bisogno di capire. Gli investitori con gli occhi rivolti a Hormuz raccontano una storia meno epica. Scatenano il terremoto. Giù tutto. Poi la calma ritorna. Ma non del tutto. Tim sale del 4,7%. Poste scende del 6,85%. Il premio promesso dall’offerta si assottiglia fino quasi a scomparire. L’Opas, che dovrebbe essere lanciata a luglio, prevede che gli azionisti Tim ricevano una parte in contanti (16,7 centesimi) e una parte in titoli Poste (0,0218 azioni di nuova emissione). Ai valori di venerdì scorso c’era un premio del 9%. Ora l’offerta è alla pari.
Il mercato forse aspetta un rilancio ma Del Fante gela le aspettative: il prezzo non sarà ritoccato. Nel frattempo la politica applaude. Piace l’idea di un campione nazionale pubblico nelle telecomunicazioni e nei servizi digitali. Soprattutto in un’epoca in cui la sovranità tecnologica è diventata parola d’ordine. Anche i sindacati, con prudenza, vedono nell’operazione una possibile occasione. A condizione che non venga dimenticato il capitale umano, che in queste storie rischia sempre di essere la variabile più comprimibile. Così il calendario scorre: documento d’offerta entro metà aprile, assemblea di Poste Italiane a giugno per l’aumento di capitale, chiusura dell’operazione entro fine anno. Infine arriverà il piano industriale. Dovrà spiegare che nasce una piattaforma in grado di connettere il Paese. Del Fante andrà avanti. Perché in certe partite conta la convinzione. E in certe condizioni soprattutto il coraggio.
Titoli di Stato in «guerra»: Usa vicini alla soglia critica e sale il costo per i Btp
C’è stato un tempo non troppo lontano in cui i Btp erano diventati quasi noiosi. Il titolo di Stato italiano non faceva più paura: roba buona per tranquilli cassettisti. Poi è arrivata la guerra e il mercato ha ricordato a tutti che la memoria è corta ma il rischio no.
Da quando è esploso il conflitto con l’Iran, i titoli di Stato italiani hanno ripreso a muoversi come ai vecchi tempi. Nervosi, suscettibili, pronti a diventare, ancora una volta, l’anello debole dell’eurozona. I rendimenti sono saliti di scatto superando la soglia del 3,9%. Se il picco si consolida il Tesoro dovrà pagare 3,5 miliardi di interessi in più. In un mese, da quando è cominciata la guerra, c’è stata una impennata dei rendimenti del 20,9%. Un indice di paura che non ha eguali fra le grandi economie avanzate, come dimostra la tabella accanto. Lo spread è tornato a farsi notare: 92 punti base. Nulla di drammatico ancora. Ma abbastanza per far drizzare le antenne a chi, negli ultimi anni, si era abituato a considerarlo un rifugio sicuro e ben remunerato. Il punto, però, è che questa volta non è colpa dell’Italia. O almeno non direttamente. Non ci sono manovre sballate, né conti pubblici fuori controllo. Il problema è più sottile e proprio per questo più insidioso: si chiama «carry trade». Un nome elegante per una strategia molto semplice e diffusa.
Funziona così: si prende in prestito denaro a tassi contenuti, e lo si investe in titoli che rendono di più. Come i Btp. Il guadagno è nello spread, nella differenza di rendimento. Finché il mare è calmo, è una macchina da soldi perfetta. Ma appena arriva la tempesta, tutti corrono al salvagente. Esattamente quello che sta succedendo adesso. Spiegano gli strateghi di Natixis che «l’allargamento sembra essere dovuto principalmente alla continua liquidazione delle posizioni di carry trade e all’elevata volatilità, piuttosto che a un deterioramento dei fondamentali». In altre parole, non è l’Italia che va male, sono gli investitori che stanno smontando in fretta e furia le loro scommesse.
Laura Cooper di Nuveen mette il dito nella piaga vera: l’Italia paga la sua maggiore dipendenza energetica. «Il mercato sembra sempre più attento ai rischi derivanti da un’eccessiva concentrazione di posizioni lunghe in Italia, aggravati dalla forte dipendenza del Paese dal petrolio e dal gas». Se il conflitto dovesse durare, il rischio è che crescita e conti pubblici tornino sotto pressione. A quel punto, la narrativa rassicurante degli ultimi anni potrebbe incrinarsi. Intendiamoci: siamo ancora lontani dalle zone rosse. Quattro anni fa lo spread viaggiava sopra i 250 punti. Oggi siamo sotto i 100. Ma i mercati non ragionano per livelli assoluti, bensì per direzione e velocità. E la direzione, in questo momento, non è delle migliori. Anche perché sullo sfondo si muove un altro gigante, molto meno disciplinato dell’Italia e molto meno osservato con sospetto: gli Stati Uniti. Qui i numeri non sono nervosi, sono semplicemente fuori scala. Il debito federale ha superato i 39.000 miliardi di dollari. In otto mesi è aumentato di 2.000 miliardi. Dal 2018 è quasi raddoppiato. E secondo le stime, continuerà a crescere di oltre 2.400 miliardi l’anno, fino a sfondare quota 64.000 miliardi nel 2036.
Il rapporto debito/Pil è al 124%. Un livello che, se appartenesse a un Paese europeo, scatenerebbe editoriali indignati, riunioni straordinarie e probabilmente qualche crisi di governo. Ma siccome si tratta di Washington, tutto scorre. O quasi. Perché ieri il presidente della Fed, Jerome Powell, non ha mancato, ancora una volta, di mettere sotto accusa le scelte di Trump. Lo ha fatto in maniera indiretta citando Paul Volker, mitico capo della Fed negli anni Ottanta che non ebbe paura di sfidare un inquilino della Casa Bianca del calibro di Ronald Reagan stringendo i tassi fino al soffocamento pur di fermare l’inflazione. Allora come oggi a innescarla era stato il petrolio. Perché la verità è che il mercato globale dei titoli di Stato è sempre più interconnesso. E quando il debito americano accelera in modo così vistoso, inevitabilmente influenza anche il resto del mondo. I rendimenti salgono, il costo del denaro cambia, e le strategie diventano improvvisamente molto più rischiose. In questo quadro, l’Italia si ritrova esposta due volte: per la sua struttura economica e per il suo ruolo nei portafogli degli investitori. È un asset che rende di più, e proprio per questo viene comprato e venduto più velocemente. È il solito gioco. Finché funziona, sembra semplice. Quando si inceppa, si scopre quanto fosse fragile. La sensazione, oggi, è che i titoli di Stato siano tornati in guerra. Non solo per effetto delle bombe in Medio Oriente, ma per le tensioni accumulate negli anni. L’Italia, ancora una volta, si ritrova nel posto meno comodo: quello dove i movimenti si vedono prima e si sentono di più.




