A Wall Street, dove la realtà si è trasformata in una app virtuale sono bastate poche sedute permettere in discussione l’intero dizionario della finanza. SpaceX ha fatto una cosa senza precedenti per un’azienda arrivata da tre giorni sul listino e quindi senza un valore consolidato delle azioni: ha comprato una startup da 60 miliardi di dollari.
Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
Christine Lagarde, presidente della Bce, giura di non voler correre per l’Eliseo. Però ascolta. Osserva. Vigila. E soprattutto usa una intervista radiofonica per avvertire: «Seguirò le dichiarazioni di tutti, le campagne, i programmi, e se mi renderò conto che la posizione della Francia nella Ue è minacciata da incomprensioni o tendenze separatiste, mi farò sentire».
Insomma, se gli elettori francesi dovessero scegliere una strada diversa da quella indicata dall’establishment, la signora dell’euro sarebbe pronta a scendere dall’Olimpo della Banca centrale per impartire lezioni di europeismo. Naturalmente non è una candidatura. Per carità. Solo una disponibilità morale.
La scena, però, è curiosa. Da una parte c’è Jordan Bardella, giovane leader del Rassemblement national, che in una intervista all’edizione europea del sito Politico sostiene di non voler distruggere l’Unione europea ma di volerla rifondare. Dall’altra c’è Lagarde che difende l’attuale architettura come un custode di museo protegge una scultura greca. Bardella dice che l’Europa è diventata un meccanismo obsoleto, incapace di rispondere alle sfide del presente. Non propone una «Frexit», non parla di uscita dall’euro, non invoca barricate contro Bruxelles. Propone invece di ridiscutere gli equilibri di potere e soprattutto i soldi.
Il leader del Rassemblement national promette infatti che, in caso di vittoria alle presidenziali, il contributo netto della Francia al bilancio europeo verrà dimezzato. Oggi Parigi versa ogni anno fra i 12 e i 15 miliardi netti. Secondo Bardella la cifra è eccessiva: meno soldi a Bruxelles e più risorse per gli interessi nazionali. Lagarde, invece, parla come se l’attuale assetto europeo fosse una legge della fisica. «Quando si appartiene a un club fondamentale come l’Europa, se ne rispettano le regole», ha spiegato. Aggiunge che non ci si può presentare dicendo: «Cambierò tutto». C’è da chiedersi: da quando in una democrazia proporre di cambiare le regole è diventato un tabù? In fondo la storia europea è fatta di continui cambiamenti. Trattati modificati. Competenze trasferite. Vincoli riscritti. Allargamenti. Revisioni. Correzioni.
L’Unione che conosciamo oggi non assomiglia affatto a quella prevista 70 anni fa dai Trattati di Roma. Eppure, quando a chiedere cambiamenti sono i movimenti sovranisti, improvvisamente il dibattito si trasforma in una questione di ordine pubblico istituzionale. Colpisce soprattutto il ruolo che Lagarde sembra voler ritagliare per sé. La presidente della Bce non è una leader di partito. Non è una candidata. È il capo della Banca centrale. Un’istituzione che dovrebbe fondare la propria autorevolezza sulla neutralità. Invece le sue parole suonano sempre più come quelle di una custode dell’ortodossia europea pronta a intervenire nel dibattito politico nel momento in cui il risultato delle urne rischiasse di non coincidere con le aspettative dei salotti di Bruxelles.
Nell’intervista dichiara che a febbraio sembrava pronta a lasciare il ponte di comando come aveva rivelato il Financial Times parlando delle pressioni di Macron e Merz che volevano nominare il nuovo capo della Bce prima che l’eventuale ribaltone all’Eliseo cambiasse le carte in tavola. La pensione anticipata era entrata nei suoi pensieri, confessa madame Lagarde arrivata al traguardo dei 70 anni. Poi è arrivata la «tempesta». E il capitano, assicura lei, resta a bordo. La metafora nasconde un dettaglio. Nelle democrazie il capitano della nave non lo scelgono i tecnocrati di Francoforte. Lo scelgono gli elettori. Ed è proprio questo che sembra preoccupare l’establishment europeo.
Perché il vero scontro che si profila all’orizzonte non riguarda soltanto la Francia. Riguarda il futuro della Ue.
Quella dei droni come infrastrutture di servizio, capaci di rivoluzionare la logistica, il monitoraggio delle reti, la manutenzione delle infrastrutture e, in prospettiva, la mobilità delle persone.
A parlarne è Simone Lo Russo, ad di Impianti, la società quotata a Piazza Affari che quarant’anni fa ha fondato insieme a Simona Castelli, oggi direttore generale.
La diffusione dei droni, per il momento, è legata all’utilizzo bellico. Quelli civili sono considerati giocattoli o poco più. Se tolgono la divisa, possono diventare una rivoluzione anche economica?
«Sì, ma solo se smettiamo di guardarli come curiosi oggetti volanti e iniziamo a considerarli infrastrutture di servizio. Il drone civile non è il giocattolo che sorvola una spiaggia: è uno strumento per ispezionare ponti, monitorare reti, intervenire nelle emergenze, raccogliere dati agricoli, controllare frane, incendi, coste e cantieri. La rivoluzione arriva quando il drone entra nei processi industriali ordinari, non quando fa una dimostrazione spettacolare. Le condizioni sono tre: regole chiare, autorizzazioni rapide e una domanda pubblica capace di fare da traino».
Il mercato italiano vale 168 milioni di euro: è una cifra che indica maturità industriale o, al contrario, un ritardo?
«È una cifra che indica un settore vivo, ma non ancora maturo. I 168 milioni segnalano che esiste un mercato, ma non ancora una filiera industriale consolidata. La crescita c’è, ma resta contenuta, e la parte più innovativa, ovvero la cosiddetta mobilità aerea avanzata, pesa ancora poco rispetto alle attività più tradizionali di ripresa, ispezione e monitoraggio. L’Italia ha competenze, imprese e casi d’uso interessanti, ma fatica a scalare».
Le 675 imprese attive nel settore rappresentano un ecosistema solido o un mercato ancora troppo frammentato?
«Rappresentano entrambe le cose. Da un lato, 675 imprese sono un segnale positivo: dimostrano che esiste un tessuto imprenditoriale diffuso e che il settore non è più marginale. Dall’altro, molte realtà sono piccole composte essenzialmente da un professionista o poco più, specializzate in servizi, spesso dipendenti da singole commesse o da autorizzazioni caso per caso. Un ecosistema è davvero solido quando ha filiere integrate, capitali, standard tecnici condivisi, domanda stabile e capacità di esportare. Oggi l’Italia ha molti operatori, ma non ancora una vera politica industriale del drone».
Il tema degli air taxi viene spesso evocato come simbolo dell’innovazione. Quanto c’è di concreto e quanto è marketing?
«C’è una parte concreta, ma oggi il marketing corre più veloce della realtà operativa. Gli air taxi esistono come tecnologia in fase avanzata di test, ma trasformarli in un servizio urbano regolare richiede certificazioni, rotte, gestione del traffico, infrastrutture, sicurezza, accettazione sociale e sostenibilità economica. Non è fantascienza, ma non è nemmeno un servizio pronto a sostituire taxi e metropolitane».
I vertiporti urbani vengono presentati come infrastrutture strategiche. Esistono piani e risorse o siamo ancora agli annunci?
«Esistono piani, studi e sperimentazioni, ma siamo ancora lontani da una rete infrastrutturale reale. Il vertiporto non è una piazzola elegante sul tetto: è un’infrastruttura complessa, che deve integrarsi con aeroporti, trasporto pubblico, reti energetiche, sicurezza urbana e gestione dello spazio aereo. Finché non ci saranno regole stabili, investimenti coordinati e una domanda commerciale verificabile, il rischio è che i vertiporti restino oggetti da rendering. La domanda decisiva non è “dove atterrano gli air taxi?”, ma “chi li userà, a quale prezzo e dentro quale sistema di traffico?”».
Il servizio di recapito tramite droni viene presentato come una rivoluzione logistica. Esistono già evidenze economiche che ne dimostrino la sostenibilità?
«Non ancora in modo convincente su larga scala. Il delivery con droni può avere senso in nicchie precise: aree remote, consegna di farmaci, campioni biologici, emergenze, isole, zone montane o tratte dove il trasporto terrestre è lento e costoso. È molto meno chiaro, invece, che funzioni economicamente per consegnare milioni di pacchi in città. I costi non sono solo quelli del drone: ci sono supervisione, manutenzione, assicurazioni, autorizzazioni, infrastrutture digitali, gestione del traffico e sicurezza. Il punto non è se il drone possa consegnare un pacco; il punto è se possa farlo meglio, a minor costo rispetto alle alternative».
Cieli affollati di droni per le consegne. È uno scenario realistico o una visione ancora lontana dalla realtà?
«È uno scenario lontano, almeno nelle città europee. Più realistico è immaginare corridoi autorizzati, tratte specifiche, servizi sanitari, industriali o logistici in aree controllate. L’idea di cieli pieni di droni che consegnano qualunque cosa a qualunque ora pone problemi enormi: rumore, privacy, sicurezza, responsabilità in caso di incidente, interferenza con elicotteri, aviazione generale e servizi di emergenza».
Si parla di manutenzione predittiva di viadotti e linee elettriche. Dopo tragedie infrastrutturali che hanno segnato il Paese, perché l’adozione di queste tecnologie non è ancora diventata uno standard condiviso?
«Perché il problema non è tecnologico, è organizzativo. I droni possono raccogliere immagini, dati termici, rilievi e modelli 3D; l’intelligenza artificiale può aiutare a individuare anomalie; ma poi servono capitolati, responsabilità, database interoperabili, manutenzione programmata e budget pluriennali. In Italia spesso innoviamo per emergenza, non per standard. Dopo una tragedia tutti parlano di prevenzione, ma la prevenzione richiede continuità amministrativa, non solo annunci. Se il controllo con droni resta una sperimentazione o una voce accessoria nei bandi, non diventerà mai una pratica ordinaria di sicurezza pubblica».
È corretto affermare che oggi l’ostacolo maggiore alla diffusione dei droni civili è politico e amministrativo?
«Sì, con una precisazione: non è solo burocrazia, è mancanza di governance. Le regole servono, perché i droni volano sopra persone, infrastrutture e città. Il problema nasce quando le regole sono lente, incerte o disomogenee. Il mercato chiede autorizzazioni prevedibili, aree di sperimentazione, standard tecnici, coordinamento tra autorità aeronautiche, Comuni, Regioni, gestori infrastrutturali e soggetti industriali. Non basta liberalizzare: bisogna governare. Oggi molte tecnologie sono già disponibili, ma il passaggio dalla prova al servizio stabile è ancora troppo faticoso».
In una sola frase: qual è oggi la decisione politica più urgente per evitare che l’Italia resti spettatrice di una rivoluzione guidata da altri?
«Approvare una strategia nazionale sui droni civili che trasformi sperimentazioni, autorizzazioni e domanda pubblica in un mercato industriale stabile, sicuro e competitivo».




