Prima la sorpresa. Poi la speranza. Infine la politica. In mezzo, come sempre, Giancarlo Giorgetti snocciola una montagna di numeri e lancia una manciata di frecciate.
Sul palco del Giorno della Verità, incalzato dalle domande di Maurizio Belpietro, il ministro dell’Economia si presenta con un messaggio che vale molto più di una semplice fotografia dei conti pubblici. Perché dietro le cifre, dietro il Superbonus, dietro il debito e perfino dietro le schermaglie nella Lega, emerge un’idea precisa: il governo intende arrivare alla fine naturale della legislatura. Il voto ad aprile si allontana. Prima delle elezioni bisogna completare il percorso dell’autonomia differenziata e il federalismo fiscale. Un’agenda che richiede tempo, passaggi parlamentari e soprattutto stabilità politica. Considerati i calendari l’ipotesi delle urne a primavera perde consistenza. Ma la vera novità arriva dai numeri.
Per anni l’Italia è stata raccontata come il sorvegliato speciale costretto a presentarsi agli esami comunitari con il cappello in mano. Giorgetti prova a ribaltare il racconto. «L’Italia è uno dei pochi Paesi che rispetta totalmente il Patto di stabilità europeo». Un messaggio indirizzato ai mercati, alla Commissione europea e agli elettori. Il ministro sostiene che Roma sta facendo i compiti meglio di molti partner continentali che per anni hanno impartito lezioni di rigore. «Potremmo scoprire a settembre di essere dentro il 3%, uscendo dalla procedura d’infrazione». Il ministro sceglie la prudenza. «Le probabilità non sono altissime» ammette «Ma la partita non è ancora finita, ci sono i tempi supplementari». La metafora calcistica non è casuale. Lui che tifa Southampton e che addirittura contribuì a fondare un fan club conosce bene la passione degli inglesi per le scommesse. Soprattutto quelle giocate all’ultimo minuto. La speranza è legata al gigantesco lavoro di pulizia contabile sui contributi all’edilizia. «I controlli sul Superbonus stanno producendo risultati e per questo ringrazio l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza». Stanno emergendo gigantesche irregolarità che valgono dieci miliardi. Da quando è arrivato all’Economia non ha mai nascosto il suo giudizio. Considera quella misura una delle più controverse mai realizzate dalla finanza pubblica italiana. «Tra bonus facciate e Superbonus sono stati spesi circa 195 miliardi». Una montagna di denaro. Diverse leggi finanziarie messe una sopra l’altra come mattoni.
Secondo il ministro, il problema non riguarda soltanto il costo. È sbagliato anche il modo in cui quei soldi sono stati distribuiti. A suo parere bisognava concentrarsi sulle prime case, sulle famiglie in difficoltà, sulle situazioni realmente meritevoli di sostegno. Invece ha finito per finanziare ristrutturazioni di ville, residenze di pregio e persino castelli. Insomma ha regalato cappotti termici anche all’aristocrazia immobiliare. «Ci sono ancora da liquidare circa 40 miliardi nel 2026 e altri 23 miliardi nel 2027» ricorda. In sostanza il conto continua a correre anche quando il banchetto è stato già smontato. Se il Superbonus rappresenta il capitolo delle zavorre, la finanza è quello delle soddisfazioni. Per anni il debito italiano è stato descritto come una montagna instabile, una minaccia permanente, una specie di Vesuvio finanziario pronto a risvegliarsi. Oggi Giorgetti racconta una storia diversa. «Adesso c’è la corsa a comprare Btp: anche banche centrali asiatiche sono venute a comprare debito pubblico italiano, cosa che non avevano mai fatto». I mercati internazionali stanno mostrando fiducia. «Anche gestire il debito pubblico è sovranismo». Una definizione che probabilmente farà discutere economisti e politologi ma che fotografa bene il ragionamento di Giorgetti: uno Stato è davvero sovrano quando riesce a finanziare il proprio debito a condizioni sostenibili. E finora, osserva, i risultati gli stanno dando ragione.
«Siamo riusciti a venderlo e anche a un buon prezzo». Naturalmente il ministro non nasconde il problema rappresentato dai tassi d'interesse.
Con quasi 3.000 miliardi di debito ogni movimento deciso dalla Banca centrale europea viene osservato con la stessa attenzione con cui un cardiologo segue il battito di un paziente delicato.
«Se mi chiedete se sono contento che aumentino i tassi di interesse, dico di no». Ogni rialzo costa miliardi. Ogni punto percentuale si trasforma in una fattura da pagare.
Sul fronte della difesa, invece, Giorgetti sceglie la via della diplomazia. Nessuna polemica con Guido Crosetto. Nessuna guerra di bilancio. «Tutti legittimamente chiedono stanziamenti. Chi deve fare il bilancio deve dosarli saggiamente». Tutti vogliono soldi, ma qualcuno deve fare i conti. Poi arriva la politica. Quella vera. Quella che agita i corridoi dei partiti molto più delle tabelle del deficit. La Lega attraversa settimane agitate. Giorgetti sceglie una definizione destinata probabilmente a entrare negli annali del lessico politico. «La Lega è un movimento politico effervescente». Ma non per questo fuori controllo. «Troveremo la via giusta». Molto meno diplomatico quando il discorso cade su Roberto Vannacci. «Il programma economico mi sembra leggermente irrealistico». Aggiunge una riflessione che sembra una lezione di realismo politico.
«Capisco che la politica a volte sconfini nell’utopia e che l’utopia può essere una bellissima cosa. Ma bisogna essere realisti». E forse è proprio questa la chiave di lettura dell’intervento del ministro.
Unicredit archivia il capitolo del contenzioso con il governo. Ritira il ricorso contro il Golden power che l’anno scorso ha bloccato l’offerta su Banco Bpm. La scelta segna un passo indietro evidente nella disputa legale e politica con Roma.
Nel lessico corrente, significa che il gruppo guidato da Andrea Orcel ha deciso di chiudere la porta del tribunale per tornare nella stanza dove si giocano davvero le partite del risiko: quella delle trattative, delle iniziative di mercato, e soprattutto dei rapporti di forza con la politica economica. Il Consiglio di Stato prende atto della rinuncia all’appello contro la sentenza del Tar del Lazio sulle prescrizioni imposte dal Golden power nell’operazione su Banco Bpm. Una chiusura formale che però ha il sapore sostanziale di una tregua. Una maniera per togliere tensioni e imbarazzi. Del resto, in questa nuova stagione di consolidamento del sistema bancario, il confronto si svolge su più tavoli e nessuno ha tempo per restare impigliato troppo a lungo in quello giudiziario. E mentre Unicredit archivia la pratica romana, sullo sfondo resta la partita vera: quella industriale e azionaria, dove i numeri contano più delle sentenze e i soci più dei tribunali.
A Siena il mondo continua a girare con il suo passo antico e inquieto. Monte dei Paschi si muove dentro la seconda fase del grande risiko bancario italiano, quello in cui non è mai del tutto chiaro chi sia il predatore e chi la preda. Il cda di Banca Monte dei Paschi, con la regia di Luigi Lovaglio, si riunisce mentre sul tavolo si accumulano dossier che hanno più il peso della storia che quello della contabilità: aggregazioni, scorpori, fusioni, e soprattutto la lunga ombra delle operazioni su Mediobanca.
C’è chi a Siena continua a parlare di «integrazione industriale», e chi più brutalmente di sopravvivenza. In questo senso l’operazione privilegiata è quella con Banco Bpm che tuttavia si scontra con il piatto da 30 miliarmesso sul tavolo da Intesa. In attesa che si definiscano gli assetti proprietari il riassetto del gruppo toscano va avanti con una geometria complessa: scissioni parziali, scorpori, riorganizzazioni societarie che ridisegnano perimetri e identità. Un mosaico in movimento che dovrebbe trovare un primo ordine entro il quarto trimestre dell’anno, sempre che il mercato e le autorità non decidano di riscrivere qualche tessera lungo il percorso. Nella nuova Mediobanca disegnata da Luigi Lovaglio resterà la storica partecipazione del 13% in Generali. L’altro braccio sarà costituito dalle reti di consulenti finanziari di Mediobanca Premier e Banca Widiba.
Sul fronte più caldo del risiko, però, la scena non è solo italiana ma ha accento tedesco. L’operazione di Unicredit su Commerzbank riparte per il secondo tempo, ma il copione non cambia. Berlino, ancora una volta, alza un sopracciglio più che un ponte.
Dalle colonne dell’Handelsblatt arriva un messaggio che somiglia a una porta socchiusa ma ben presidiata: il governo federale tedesco, che detiene circa il 13% della banca, non ha alcuna intende vendere. E finché lo Stato resta dentro, ricordano a Francoforte, parole come delisting o fusioni verso Milano restano esercizi teorici. E dire che numeri e percentuali, almeno sulla carta, raccontano una storia diversa. Unicredit è già salita oltre il 39% del capitale e potrebbe spingersi al 42,5% con gli strumenti convertibili, fino al 44,33% dopo l’annullamento delle azioni proprie da parte della banca tedesca. Una posizione tutt’altro che marginale, con l’offerta che viaggia anche su un premio contenuto (1,9%) ma simbolicamente significativo. Eppure, come spesso accade nelle partite più delicate, la matematica non basta quando entra in scena la politica.
I tempi supplementari dell’Ops sembrano allora più un prolungamento tattico che una svolta decisiva. Ancora pochi giorni di Borsa aperta per provare a convincere gli indecisi, poi l’8 luglio dirà il resto. Ma anche lì, più che un verdetto definitivo, si intravede l’ennesimo capitolo di una trattativa in corso.
Così tra Milano, Siena e Francoforte, il risiko bancario europeo assume sempre più le sembianze di un gioco a incastri dove ogni mossa genera una contro-mossa, e ogni avanzata si porta dietro un passo laterale della politica. Insomma mentre in Italia si chiude – almeno formalmente – il contenzioso sul Golden power con il ritiro del ricorso di Unicredit contro il governo sull’operazione Banco Bpm, e mentre il sistema bancario italiano continua a ridisegnarsi tra offerte, fusioni e contro-proposte, resta aperto il fronte più delicato per Orcel.
Il ministro Giancarlo Giorgetti avrà ragioni di soddisfazione. Una boccata d’ossigeno per i conti pubblici e anche per il governo. Infatti è risultata largamente positiva l’accoglienza del Btp Italia Sì, il titolo di Stato pensato per i piccoli risparmiatori e costruito come scudo contro l’inflazione. Il Tesoro ha raccolto quasi 9 miliardi attraverso 281.140 contratti.
Non è solo la cifra finale a raccontare la storia, ma il modo in cui si è formata. Il collocamento è partito con il ritmo di un’asta in accelerazione: un miliardo già nella prima ora, 3,17 miliardi alla fine del primo giorno. Poi la progressione si è fatta più fisiologica (2,18 miliardi il secondo giorno, 1,54 il terzo, 1,19 il quarto), fino ai 744 milioni dell’ultima mezza giornata. Un’onda lunga che non si è mai davvero ritirata, segno di una domanda diffusa. Il dato forse più eloquente resta quello della composizione delle prenotazioni: il 65,6% dei contratti sotto i 20.000 euro, e circa il 90,3% sotto i 50.000. È qui che il titolo mostra la sua natura profonda: non un’operazione da grandi capitali, ma un prodotto disegnato per il risparmio di massa. E infatti, come osservano dal ministero dell’Economia, la risposta è arrivata soprattutto dai piccoli risparmiatori, più che dal private banking.
Il confronto storico aiuta a misurare il peso dell’operazione. Limitatamente alla componente retail, il nuovo titolo si colloca ben oltre la media delle ultime 15 emissioni del Btp Italia, pari a circa 5,7 miliardi. E supera anche l’ultima emissione di maggio 2025, ferma a 6,5 miliardi. Per trovare qualcosa di più alto bisogna tornare all’emissione di aprile 2014, con circa 10 miliardi. Ma soprattutto al maxi collocamento del maggio 2020, quasi 14 miliardi, nel pieno della pandemia, quando il risparmio cercava sicurezza più che rendimento.
Il nuovo titolo porta con sé anche una serie di innovazioni. Il tasso minimo garantito è stato confermato all’1,6%. Ma non finisce qui: le cedole semestrali si calcolano sommando tasso fisso e inflazione del semestre, rendendo più immediata la lettura del ritorno complessivo. La durata è di cinque anni. Una scelta non casuale, perché la scadenza breve è oggi quella più gradita ai risparmiatori e coerente con il nuovo ciclo dei tassi. C’è poi il premio fedeltà: uno 0,6% finale per chi porta il titolo fino alla scadenza. Un incentivo semplice, quasi comportamentale, che premia la permanenza più della speculazione. La tassazione sarà la solita del 12,5%. Secondo gli esperti i rendimento a scadenza sarà intorno al 3,5%.
Sul mercato bancario europeo, intanto, il fronte resta aperto e tutt’altro che pacificato. Ieri si è conclusa la prima fase dell’Ops lanciata da Unicredit su Commerzbank. La banca milanese ha raccolto il 12,5% del capitale portando la partecipazione complessiva al 44,3%. Ora l’offerta verrà riaperta e ormai la soglia della maggioranza assoluta appare a portata di mano. Da Commerzbank arriva un messaggio che tiene insieme cautela e fermezza: «Restiamo aperti al dialogo», dice il portavoce della banca, ma solo a condizione che Unicredit mostri una reale disponibilità a confrontarsi sulle criticità sollevate. Le condizioni, ribadisce l’istituto tedesco, restano immutate: un premio adeguato per gli azionisti e il pieno rispetto del piano industriale «Momentum 2030». Il punto centrale resta sempre lo stesso: il rapporto di cambio non è considerato sufficientemente premiante e, anzi, viene letto come ancora penalizzante anche tenendo conto del dividendo atteso nel 2026.
Eppure, sotto la superficie della rigidità formale, qualcosa si muove. Il tono non è più quello della chiusura netta, ma di una trattativa che resta sospesa, in attesa di condizioni migliori. Un’apertura cauta, forse obbligata, che segna un cambio di atmosfera rispetto alla recente stagione di contrapposizione più dura.





