C’è un filo invisibile che attraversa Piazza Affari in questi giorni. Parte da Siena, fa tappa a Milano a Piazzetta Cuccia, strizza l’occhio a Piazza Meda e arriva fino a Francoforte. È il filo, resistentissimo, delle «mani forti». La caccia è aperta: chi sta comprando davvero Montepaschi ieri in rialzo del 4,17%. Mediobanca (+5,2%) e Banco BPM (3,3%)? Non sono solo operazioni di mercato. C’è qualcosa che assomiglia a una regia.
C’è da blindare un assetto di controllo che al momento è disperso in molti rivoli. C’è da affidare le deleghe del nuovo cda. La riunione rappresenta un primo banco di prova per saggiare i nuovi equilibri a Siena, dove la lista della famiglia Tortora ha ottenuto otto consiglieri, quella del cda, votata dal gruppo Caltagirone sei e Assogestioni uno. 8 a 7. Se la presidenza appare appannaggio della lista vincente, che ha candidato Cesare Bisoni, per le vice presidenze sono circolati i nomi di Flavia Mazzarella, (lista di Plt) e Corrado Passera, eletto dalla minoranza. Dopodiché bisognerà trovare l'accordo sulla composizione dei comitati, alcuni dei quali centrali nella governance.
Non è escluso che ci possa essere qualche rinuncia alla carica di consigliere. «Siamo soddisfatti e onorati di aver restituito la banca nell'interesse di tutti i contribuenti italiani», si è limitato a dire il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, interpellato sul ritorno di Lovaglio, a margine dei lavori dell'Fmi. Il Tesoro, che detiene ancora una quota del 4,86% nella banca, non ha partecipato all'assemblea per il nuovo cda. Il mercato torna a speculare sulla possibile creazione del «terzo polo», con la mai tramontata ipotesi di aggregazione tra Mps e Bpm che a Siena ha votato a favore di Lovaglio. Un voto «di logica industriale» per la continuità, ha spiegato l'amministratore delegato Giuseppe Castagna. Dal risiko però si chiama fuori un protagonista di primo piano. UniCredit si concentra sulla Germania. Sul tavolo c’è il controllo di Commerzbank. L’amministratore delegato Andrea Orcel deve convincere i regolatori che una partecipazione può essere «strategica» senza diventare una camicia di forza patrimoniale.
La Bce osserva, misura, pesa. Superare il 30% è una soglia psicologica oltre che tecnica: non basta dire «non controllo» se poi, nei fatti, nessuno si oppone davvero.
E qui si apre il vero nodo: se controlli, devi consolidare. Se consolidi, devi mettere capitale. Se metti capitale sei il padrone.
Comincia un’altra mano del risiko bancario. Ad aprire i giochi il sorprendente finale dell’assemblea di Mps che ha rimesso in sella Luigi Lovaglio. Un fatto senza precedenti. Non si era mai visto un amministratore delegato sfiduciato dal consiglio tornare in pista e vincere. Una vendetta consumata con il vassoio ancora bollente davanti a commensali che si contendono i piatti migliori cercando di non rovesciare il vino. I numeri, come sempre, fanno da colonna sonora.
Banco Bpm negli ultimi cinque giorni ha messo a segno un più 3% che non farà tremare i polsi, ma racconta di un interesse crescente. Montepaschi ha acceso i riflettori con un balzo del 10%, imitato con perfetto tempismo da Mediobanca, anch’essa in progresso del 10%. Generali, è ferma, ma è quella stabilità che sa di attesa, di leone accucciato.
La vittoria di Lovaglio a Siena non è un colpo di teatro. È un segnale. Una linea tracciata nella pietra del sistema bancario.
In questo scenario i vertici di Banco Bpm si sono mossi con disinvoltura. Hanno votato a sorpresa proprio per Lovaglio e hanno contribuito a bocciare la lista del gruppo Francesco Gaetano Caltagirone, che puntava su Fabrizio Palermo come amministratore delegato. Una scelta che Giuseppe Castagna, confermato ieri al vertice operativo di Banco Bpm, ha spiegato con chiarezza. Il voto è servito a rafforzare i legami industriali con Mps, per proteggere gli accordi di distribuzione dei fondi Anima. Ma perché Lovaglio? Perché è meglio un alleato affidabile oggi che una scommessa domani.
E poi c’è Generali. Il vero oggetto del desiderio, il trofeo che tutti guardano anche quando fanno finta di niente. L’amministratore delegato Philippe Donnet oggi è più saldo in sella: la sconfitta del fronte Caltagirone nella partita Mps gli regala un vantaggio politico e strategico non trascurabile. Il Leone di Trieste resta lì, immobile solo in apparenza, mentre attorno si muovono pedine e strategie. Sul tavolo c’è anche un possibile asse con Mps nel campo della bancassurance. Un’ipotesi tutt’altro che peregrina, soprattutto considerando che l’accordo del gruppo toscano con i francesi di Axa è in scadenza l’anno prossimo.
E il governo in tutta questa partita che ruolo ha assunto? È rimasto a guardare. Ha costruito le condizioni per la realizzazione del famoso terzo polo bancario facilitando la privatizzazione di Mps. Poi ha lasciato libero il mercato.
Ma in questo grande affresco, fatto di mosse tattiche e strategie di lungo respiro, c’è una figura che merita un capitolo a parte ed è quella di Leonardo Del Vecchio scomparso quasi quattro anni fa.
Del Vecchio non è stato soltanto l’imprenditore che ha creato Essilux, una delle poche multinazionali italiane partendo da un laboratorio di occhiali in Veneto. È stato un architetto del destino finanziario.
Ha accumulato partecipazioni in Generali, in Monte dei Paschi di Siena, in Mediobanca e in Unicredit non per semplice diversificazione, ma seguendo un disegno. Un disegno fatto di incastri, di equilibri, di possibilità future. Un mosaico dove ogni tessera aveva un senso preciso: rafforzare le radici in Italia per far crescere il sistema a livello internazionale.
Oggi, a distanza di tempo, quel mosaico restituisce tutta la sua forza: la plusvalenza conservata nei bilanci di Delfin la cassaforte di famiglia si aggira intorno ai dieci miliardi. Ma ridurre tutto a una cifra sarebbe un torto. In realtà è frutto della capacità di vedere ciò che altri non vedevano, di scommettere quando altri esitavano.
Così, mentre oggi i protagonisti del risiko bancario si muovono tra assemblee, alleanze e colpi di scena, c’è da sperare che, da qualche parte, il disegno di Del Vecchio continui a fare scuola. Perché certi investimenti non finiscono con chi li ha fatti: continuano a vivere nei risultati, negli equilibri che hanno creato, nella ricchezza che generano. Ma tra i tanti giocatori, c’è da sperare che qualcuno abbia già scritto la parte decisiva della storia.
L’ad del risanamento rientra al suo posto con il blitz di Delfin, che vota con Blackrocke Banco. Sconfitta la lista di Fabrizio Palermo sostenuta da Caltagirone. Governo spettatore.
Certe assemblee degli azionisti iniziano come una messa cantata e finiscono come una corrida. A Siena, ieri, si è passati dall’incenso al confronto nel giro di poche ore, con il Monte dei Paschi che ha fatto quello che gli riesce meglio da secoli: sorprendere tutti, soprattutto chi era convinto di aver già vinto.
Il titolo, secco, quasi da cronaca di altri tempi, potrebbe essere questo: Delfin e Banco rimettono Luigi Lovaglio sul Monte. L’amministratore delegato licenziato qualche giorno fa al termine di un consiglio d’amministrazione durato tre giorni torna trionfalmente al suo posto. Mai vista una scena del genere nella grande finanza italiana. Tanto meno quando si tratta di banche. Una trama degno di un autentico thriller. Un capolavoro con alleanze mobili, assenze rumorose e voti che pesano come macigni.
L’assemblea fiume - oltre il 64% del capitale presente, mica bruscolini - era partita con il copione classico: approvazione del bilancio 2025 (plebiscitaria, come sempre accade quando si arriva al dunque con ricchi utili e dividendi che a Siena non si vedevano da tempo). Poi il vero piatto forte, il rinnovo del consiglio di amministrazione. Tre liste in campo: due per contendersi la maggioranza, la terza di minoranza. Una domanda sospesa nell’aria, come una nuvola prima del temporale: chi comanda davvero a Siena?
La risposta è arrivata con il fragore di un ribaltone. La lista di Plt Holding, espressione della famiglia Tortora, ha preso il largo con il 49,95% dei voti. Non un’incursione, ma una presa del palazzo. Dall’altra parte, la lista del cda, sostenuta dal gruppo Caltagirone, si è fermata al 38,79%. Dieci punti abbondanti di distanza: in assemblea significa una cosa sola, partita chiusa senza bisogno di supplementari. E qui entrano in scena i veri registi della giornata. Delfin, la cassaforte degli eredi Del Vecchio, con il suo 17,5%, e Banco Bpm, con il 3,7%, hanno deciso di spostare il peso della bilancia. Non un appoggio tiepido, ma una scelta netta, chirurgica, che ha rimesso Luigi Lovaglio al centro del villaggio. Altro che ex: il protagonista del risanamento torna al comando, con tanto di benedizione del mercato e di una fetta importante del capitalismo italiano.
Il bello, come sempre, è nei dettagli. Perché mentre alcuni entravano a gamba tesa, altri sceglievano la via dell’eclissi. Il Tesoro, titolare di un rispettabile 4,8%, non si è presentato. Assente. Evaporato. Una non-scelta che, in questi casi, equivale a una scelta precisissima: lasciare che la partita si giochi senza arbitro pubblico. A decidere doveva essere il mercato. Poi Edizione dei Benetton, che con il suo 1,4% ha optato per l’astensione, con l’eleganza obbligatoria per l’invito declinato all’ultimo minuto. E intorno, un mosaico di voti che si compone pezzo dopo pezzo: grandi fondi come BlackRock e Norges che si accodano a Lovaglio, portando il sostegno complessivo intorno al 32,5% del capitale.
Dall’altra parte, il blocco costruito attorno al 13,5% di Caltagirone si ferma al 25%. Troppo poco. Così, mentre nella sala si consumava il rito - piccoli azionisti, deleghe, avvocati, manager - fuori si scriveva una pagina destinata a finire negli annali della finanza. Perché non è solo una questione di percentuali, ma di equilibri. E gli equilibri, ieri, sono cambiati. Lovaglio, a caldo, ha scelto il registro della gratitudine: riconoscenza verso Pierluigi Tortora e la sua famiglia, riconoscenza verso gli azionisti, determinazione per il futuro. Nessuna rivincita, assicura, solo voglia di fare. Parole da manuale, certo, ma anche il segno di chi sa che la vittoria, quando arriva contro pronostico, va maneggiata con cura.
Dal canto suo Tortora ci tiene a puntualizzare: questo è un punto di partenza, non di arrivo. Tradotto dal linguaggio felpato della finanza: abbiamo vinto, ma adesso viene il difficile. Già, perché governare il Monte non è mai una passeggiata. È più simile a una navigazione in mare aperto, con correnti che cambiano direzione senza preavviso. E il nuovo board - che nasce da questo equilibrio rimescolato - dovrà dimostrare di saper tenere la rotta.Nel frattempo, dal mondo del lavoro arriva un richiamo che suona come una nota a margine, ma che marginale non è affatto. Il sindacato, con la voce della Fabi, chiede continuità, stabilità, soluzioni non più rinviabili. Tradotto: bene i giochi di palazzo, ma adesso qualcuno pensi anche a chi in banca ci lavora ogni giorno. E allora la domanda vera è quella che resta sospesa, come sempre accade a Siena: che cosa succede adesso? Succede che Lovaglio torna al timone con una legittimazione rafforzata, ma anche con aspettative altissime.
Succede che Delfin e Banco Bpm hanno dimostrato di poter orientare la partita quando decidono di farlo. Succede che il Tesoro, restando fuori, ha lasciato intendere che il dossier Monte è tutt’altro che chiuso. E soprattutto succede che il Monte dei Paschi, ancora una volta, si conferma per quello che è: non solo una banca, ma un teatro. Dove i copioni saltano, i protagonisti ritornano e le comparse, a volte, diventano decisive. Ieri è andato in scena il ribaltone. Oggi comincia il secondo atto. E, conoscendo la storia di Siena, è difficile credere che sarà meno movimentato del primo.





