Si incrina, si sfilaccia, perde pezzi. Il fronte ostile alla sospensione del Patto di stabilità, che fino a ieri sembrava un muro di cemento armato firmato Bruxelles, oggi assomiglia sempre più a un tramezzo di cartongesso.
Basta appoggiarsi un po’ (magari con il peso di una crisi energetica globale e di una guerra che fa impennare il prezzo del carburante) e comincia a scricchiolare. A certificare che qualcosa sta cambiando non è un sovranista barricadero, ma un pezzo pregiato della macchina europea. In audizione davanti alle commissioni parlamentari italiane, il vicepresidente esecutivo della Commissione Ue Stéphane Séjourné ha scelto parole attente: «Uno stop al Patto di stabilità non si può escludere». Allora Giorgetti ha evidenziato «l’opportunità di regole flessibili per specifici, temporanei impatti negativi soprattutto in campo energetico». Séjourné l’ha assicurato: «Potete contare sulla Commissione quando ci sono crisi sistemiche per avere una maggiore flessibilità». E ancora: «La Commissione non lascerà sprofondare l’Italia». Certo «non ho il mandato da parte della Commissione europea per specificare meglio i dettagli di questo versante. Ci sono strumenti di flessibilità che la Commissione ha sempre concesso».
La crisi energetica non è un fastidio passeggero, è una minaccia esistenziale. E quando c’è di mezzo la sopravvivenza dell’intero sistema economico («questioni di vita e di morte per le industrie») i dogmi contabili diventano negoziabili. La realtà, come spesso accade, corre più veloce delle regole. E perfino i custodi dell’ortodossia iniziano a mostrare qualche dubbio.
Prendiamo la Banca centrale europea. Non è esattamente un covo di rivoluzionari. Eppure, tra i banchieri centrali serpeggia un dubbio tutt’altro che marginale: ha senso aspettare una recessione conclamata prima di attivare la clausola di salvaguardia? «Forse sarebbe il caso di anticipare queste misure», ragiona un veterano della politica monetaria. Intervenire prima che il paziente finisca in terapia intensiva potrebbe non essere una cattiva idea. Ancora più significativo è ciò che accade a Berlino, dove l’austerità è religione di Stato. La Germania, per la prima volta, si muove insieme ad altri Paesi - Italia inclusa - per chiedere alla Commissione una tassa sugli extra profitti alle multinazionali dell’energia per non imporre nuova austerità ai cittadini. Una lettera firmata dal ministro delle Finanze Lars Klingbeil insieme a Giancarlo Giorgetti e ai ministri dell’Economia di Spagna, Portogallo e Austria. Non è ancora una conversione ma il segnale che anche il rigore tedesco sa fare i conti con bollette e consenso elettorale. In questo scenario, l’Italia gioca la sua partita con la consueta miscela di pressione politica e retorica muscolare. Protagonista Matteo Salvini: «Il Patto di stabilità», dice, «è una camicia di forza». La priorità sono imprese e famiglie: «Chiediamo che il Patto possa essere derogato per aiutare imprese e famiglie su riscaldamento, luce e gas così come avviene per comprare armi». Perché «non farlo sarebbe veramente meschino».
Salvini alza la posta: «Penso che Italia e Germania possano diventare maggioranza». Una frase che, fino a qualche settimana fa, sarebbe sembrata fantapolitica. Non è solo questione di dichiarazioni. Il leader della Lega prepara anche la piazza: il 18 aprile a Milano è pronta una manifestazione in cui, tra le rivendicazioni principali, ci sarà proprio la sospensione del Patto di stabilità. Un modo per spostare il baricentro del confronto da Bruxelles alla politica interna, trasformando una regola contabile in un tema da comizio. Del resto, poche cose scaldano l’elettorato come la bolletta del gas.
Gli euroburocrati procedono con la cautela di chi cammina sulle uova. La Commissione guidata da Ursula von der Leyen aspetta di capire come evolverà la crisi internazionale - con lo spettro della guerra e le tensioni legate all’Iran - prima di scoprire le carte. Ufficialmente, «le bocche sono cucite». Ufficiosamente, il dossier è sul tavolo.
Perché il punto è tutto qui: il Patto di stabilità, con il totem del 3%, nasce per tempi normali. Ma questi non sono tempi normali. Una crisi sistemica, un’economia sotto pressione e regole che rischiano di diventare un lusso insostenibile. La differenza è che questa volta il nemico non è un virus invisibile, ma qualcosa di molto più tangibile: la guerra e i suoi effetti sul costo dell’energia.
E allora la domanda, inevitabile, diventa politica prima ancora che economica: davvero l’Europa può permettersi di aspettare che la recessione sia «certificata» per intervenire? O non sarebbe più saggio - e meno costoso - anticipare le mosse? Il fronte del No, intanto, arretra. Non c’è ancora una resa, ma il cambio di clima è evidente.
Tra aperture prudenti, dubbi tecnici e pressioni politiche, l’idea che il Patto di Stabilità possa essere sospeso non è più un tabù.
Schiarite a Siena, temporali sull’asse Milano-Francoforte. Il cielo della finanza europea sembra uscito da un capriccioso bollettino meteo: sole a tratti, rovesci improvvisi e qualche fulmine. Partiamo dalla notizia che cambia gli equilibri del sistema bancario italiano: Delfin, la cassaforte degli eredi Del Vecchio, ha depositato le azioni per l’assemblea del 15 aprile di Montepaschi. È il segnale che le schermaglie sono finite. L’affluenza si annuncia superiore al 70%. Il peso di Delfin azionista di riferimento con il 17,5% diventa decisivo.
Sul tavolo, non ci sono solo nomi ma visioni. Da una parte la lista del cda uscente, dall’altra quella alternativa di Plt guidata dall’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio, che in serata è stato licenziato dal board del Monte «per giusta causa» anche come direttore generale. La terza lista è quella di minoranza delle Sgr e i fondi di Assogestioni.
La sorpresa è dietro l’angolo: Delfin potrebbe astenersi. Una non-scelta che è già una scelta. Perché? Perché a Milano, non quella dei salotti ma quella della procura, si guarda con attenzione ai movimenti dei grandi azionisti. Il sospetto di concerto aleggia, e in questi casi la prudenza diventa una strategia. Meglio non esporsi troppo visto che la lista del cda guidata da Fabrizio Palermo gode dell’appoggio del gruppo Caltagirone (11,45%). Si aggiungerebbero l’1,4% di Benetton e l’1% dei fondi Mediolanum. Poi le casse di previdenza che complessivamente arrivano all’1,5%. A completare il consenso altre quote più piccole che toccano complessivamente il 5%. In totale si arriva al 20%. Da questo calcolo resterebbero fuori le quote di Banco Bpm e quella del Mef. Così, paradossalmente, l’azionista più pesante potrebbe scegliere di non pesare. O meglio: di pesare senza farsi vedere. Eventualmente il suo voto si manifesterà quando sulle preferenze per i singoli membri del consiglio d’amministrazione. Gli advisor sono unanimi nel giudizio su Fabrizio Palermo come ad. Assi meno sulla conferma di Nicola Maione alla presidenza. Mentre Siena si prepara al voto con un certo ottimismo altrove il clima è decisamente più burrascoso.
A Francoforte addirittura c’è il gelo. L’Ops lanciata da Unicredit per acquisire Commerzbank si è schiantata contro un muro di ghiaccio. Il messaggio è semplice nella sua chiarezza: così non va. L’offerta non convince, il premio non è adeguato, il valore non si vede. E soprattutto - dettaglio non secondario - la fiducia non c’è. Che, in operazioni di questo tipo, è un po’ come dire che manca l’ossigeno. Il numero uno di Unicredit, Andrea Orcel, aveva immaginato un percorso diverso. Un’integrazione capace di creare un campione europeo secondo uno schema gradito alla Bce. Ma tra l’idea e la realtà c’è di mezzo un management tedesco che non ha alcuna intenzione di farsi conquistare: il valore possiamo crearlo da soli. Anzi, se proprio dobbiamo prenderci dei rischi, preferiamo farlo in autonomia. Una dichiarazione di indipendenza che suona anche come una bocciatura dell’operazione.
C’è poi il tema del metodo. I tedeschi lamentano di essere stati spesso informati a cose fatte, più che coinvolti. E qui si entra in un terreno delicato, quello delle relazioni tra pari. Perché un’Ops può anche essere tecnicamente impeccabile, ma se manca il rapporto fiduciario diventa una salita insidiosa.
Il risultato è che, mentre a Siena si intravedono schiarite a Francoforte si addensano nuvole scure. L’offerta resta formalmente in piedi, certo. Ma il percorso si complica. E non poco.
E così l’Europa bancaria si ritrova, ancora una volta, divisa tra due modelli. Quello italiano, fatto di equilibri sottili, mediazioni, astensioni strategiche. E quello tedesco, più diretto e roccioso.
In mezzo, come sempre, c’è il mercato. Che osserva, valuta, soppesa. E che sa benissimo che dietro queste partite non ci sono solo poltrone, ma strategie, assetti di potere, pezzi di futuro.
Alla fine, la fotografia è questa: a Siena si gioca una partita complessa ma aperta, con un arbitro invisibile che si chiama prudenza. A Francoforte, invece la palla al momento è stata respinta. Riprovare. E chissà che, in questo strano meteo della finanza, non sia proprio l’Italia - spesso data per imprevedibile - a mostrare, almeno per una volta, il cielo più stabile. Anche se, come sempre, basterà un voto in assemblea per cambiare il vento.
C’è un punto a Roma in cui finanza e varietà si incontrano. È in via Due Macelli, a due passi da piazza di Spagna, dove ha sede il Salone Margherita, la cui proprietà appartiene a Banca d’Italia. Lustrini e grisaglie, balletti e messe cantate come ironicamente venivano definite le assemblee dell’istituto di emissione. A officiare il rito era il governatore, che un tempo non rilasciava interviste e non parlava che in rarissime occasioni ufficiali.
Ora Banca d’Italia riproverà a venderlo insieme a cinque ex filiali: Asti, Enna, Imperia, Novara, Varese. Base d’asta complessiva: 12,25 milioni. Cinque solo per il Salone Margherita. Le manifestazioni d’interesse entro aprile. Bankitalia si è dimostrata un venditore molto paziente. Fin troppo. Dei 106 immobili messi sul mercato 15 anni fa - tra ex filiali, appartamenti per il personale ed edifici vari - è riuscita a cedere i due terzi. Un fondo privato avrebbe impiegato molto meno. Ma si sa: il passo delle banche centrali è solenne, maestoso, talvolta pigro. Il problema, adesso, sono gli ultimi stabili che aspettano compratori con rassegnazione silenziosa dei mobili dimenticati in cantina. Enna, chiusa dal 2008. Asti e Imperia, spente dal 2009. Novara e Varese, inutilizzate dal 2016.
Nel frattempo, qualcuno le ha dovute manutenere. Qualcuno ha pagato le bollette. Qualcuno ha continuato a versare denaro pubblico su edifici che guardavano il soffitto in attesa di essere venduti. L’obiettivo adesso, spiegano da via Nazionale è completare l’iter entro la fine dell’anno. Almeno per le filiali più datate. Nel frattempo si stanno chiudendo Livorno e Brescia. Nel lotto delle cinque ex filiali, la valutazione più alta spetta a Varese: 4,75 milioni. Sorge nei pressi di Villa D’Este e del parco che la circonda. È bello, è vincolato, e chi lo compra non potrà farci granché, ma almeno starà vicino a qualcosa di meraviglioso. Consolazione paesaggistica di pregio. Ma nessuno dei cinque immobili ha la storia del Salone Margherita. Affascinante.
Il Salone Margherita appartiene alla Banca d’Italia dal 1894. Prima ancora che aprisse ufficialmente. L’inaugurazione è del 1898, sebbene l’attività risalga in forme diverse al 1890. Siamo nel pieno dello scandalo della Banca Romana, quando la finanza italiana dimostrò che la creatività contabile non è un’invenzione recente. In mezzo al terremoto il barone Lazzaroni si ritrovò nella scomoda posizione del debitore insolvente. La Banca d’Italia acquisì l’immobile come recupero crediti. Risultato: l’istituzione più austera del Paese diventò proprietaria di quello che sarebbe diventato il tempio del café-chantant.
C’è qualcosa di vagamente surreale in tutto questo. I fratelli Marino, imprenditori napoletani con il fiuto giusto, lo presero in gestione nel 1901. Vollero importare a Roma il modello del Moulin Rouge. Musica, spettacolo, cena servita durante lo spettacolo. La Ville Lumière sul Tevere. Il nome fu scelto in omaggio alla regina Margherita di Savoia, figura amatissima dell’epoca. Un’operazione di puro marketing: battezzare un teatro come la regina significa avere già una recensione positiva incorporata nell’insegna. Il Salone si dotò fin dall’inizio di una particolarità che lo rende unico ancora oggi: le cucine interne. Quattrocento posti tra platea, palchi e galleria, e una brigata pronta a servire mentre sul palco si cantava e si ballava. Nella sua lunga vita il Salone ha ospitato i grandi del varietà italiano. Ettore Petrolini, genio comico senza tempo. Lina Cavalieri, talmente bella che i suoi ritratti finirono sulle scatole di sapone di mezzo mondo.
Ma per il grande pubblico della seconda metà del Novecento, il Salone Margherita è indissolubilmente legato a un solo nome: il Bagaglino di Pier Francesco Pingitore. Dagli anni Settanta e per decenni, quella piccola sala liberty a due passi dalla Scalinata di Trinità dei Monti è diventata un set televisivo. Satira politica, soubrette, travestiti illustri, ministri della Repubblica presi in giro con affetto feroce. Il Bagaglino era un’istituzione nell’istituzione prodotto tra le mura di un teatro di proprietà della Banca d’Italia. Un connubio sorprendente.
Nel 2020 la società di gestione ha restituito l’immobile. Il teatro non ospita più regolarmente spettacoli. Qualche mostra, qualche evento istituzionale. Nel frattempo via Nazionale ha continuato a a tenere in ordine il gioiello liberty nel cuore di Roma. Ora il bando, e forse la vendita.





