Unicredit archivia il capitolo del contenzioso con il governo. Ritira il ricorso contro il Golden power che l’anno scorso ha bloccato l’offerta su Banco Bpm. La scelta segna un passo indietro evidente nella disputa legale e politica con Roma.
Nel lessico corrente, significa che il gruppo guidato da Andrea Orcel ha deciso di chiudere la porta del tribunale per tornare nella stanza dove si giocano davvero le partite del risiko: quella delle trattative, delle iniziative di mercato, e soprattutto dei rapporti di forza con la politica economica. Il Consiglio di Stato prende atto della rinuncia all’appello contro la sentenza del Tar del Lazio sulle prescrizioni imposte dal Golden power nell’operazione su Banco Bpm. Una chiusura formale che però ha il sapore sostanziale di una tregua. Una maniera per togliere tensioni e imbarazzi. Del resto, in questa nuova stagione di consolidamento del sistema bancario, il confronto si svolge su più tavoli e nessuno ha tempo per restare impigliato troppo a lungo in quello giudiziario. E mentre Unicredit archivia la pratica romana, sullo sfondo resta la partita vera: quella industriale e azionaria, dove i numeri contano più delle sentenze e i soci più dei tribunali.
A Siena il mondo continua a girare con il suo passo antico e inquieto. Monte dei Paschi si muove dentro la seconda fase del grande risiko bancario italiano, quello in cui non è mai del tutto chiaro chi sia il predatore e chi la preda. Il cda di Banca Monte dei Paschi, con la regia di Luigi Lovaglio, si riunisce mentre sul tavolo si accumulano dossier che hanno più il peso della storia che quello della contabilità: aggregazioni, scorpori, fusioni, e soprattutto la lunga ombra delle operazioni su Mediobanca.
C’è chi a Siena continua a parlare di «integrazione industriale», e chi più brutalmente di sopravvivenza. In questo senso l’operazione privilegiata è quella con Banco Bpm che tuttavia si scontra con il piatto da 30 miliarmesso sul tavolo da Intesa. In attesa che si definiscano gli assetti proprietari il riassetto del gruppo toscano va avanti con una geometria complessa: scissioni parziali, scorpori, riorganizzazioni societarie che ridisegnano perimetri e identità. Un mosaico in movimento che dovrebbe trovare un primo ordine entro il quarto trimestre dell’anno, sempre che il mercato e le autorità non decidano di riscrivere qualche tessera lungo il percorso. Nella nuova Mediobanca disegnata da Luigi Lovaglio resterà la storica partecipazione del 13% in Generali. L’altro braccio sarà costituito dalle reti di consulenti finanziari di Mediobanca Premier e Banca Widiba.
Sul fronte più caldo del risiko, però, la scena non è solo italiana ma ha accento tedesco. L’operazione di Unicredit su Commerzbank riparte per il secondo tempo, ma il copione non cambia. Berlino, ancora una volta, alza un sopracciglio più che un ponte.
Dalle colonne dell’Handelsblatt arriva un messaggio che somiglia a una porta socchiusa ma ben presidiata: il governo federale tedesco, che detiene circa il 13% della banca, non ha alcuna intende vendere. E finché lo Stato resta dentro, ricordano a Francoforte, parole come delisting o fusioni verso Milano restano esercizi teorici. E dire che numeri e percentuali, almeno sulla carta, raccontano una storia diversa. Unicredit è già salita oltre il 39% del capitale e potrebbe spingersi al 42,5% con gli strumenti convertibili, fino al 44,33% dopo l’annullamento delle azioni proprie da parte della banca tedesca. Una posizione tutt’altro che marginale, con l’offerta che viaggia anche su un premio contenuto (1,9%) ma simbolicamente significativo. Eppure, come spesso accade nelle partite più delicate, la matematica non basta quando entra in scena la politica.
I tempi supplementari dell’Ops sembrano allora più un prolungamento tattico che una svolta decisiva. Ancora pochi giorni di Borsa aperta per provare a convincere gli indecisi, poi l’8 luglio dirà il resto. Ma anche lì, più che un verdetto definitivo, si intravede l’ennesimo capitolo di una trattativa in corso.
Così tra Milano, Siena e Francoforte, il risiko bancario europeo assume sempre più le sembianze di un gioco a incastri dove ogni mossa genera una contro-mossa, e ogni avanzata si porta dietro un passo laterale della politica. Insomma mentre in Italia si chiude – almeno formalmente – il contenzioso sul Golden power con il ritiro del ricorso di Unicredit contro il governo sull’operazione Banco Bpm, e mentre il sistema bancario italiano continua a ridisegnarsi tra offerte, fusioni e contro-proposte, resta aperto il fronte più delicato per Orcel.
Il ministro Giancarlo Giorgetti avrà ragioni di soddisfazione. Una boccata d’ossigeno per i conti pubblici e anche per il governo. Infatti è risultata largamente positiva l’accoglienza del Btp Italia Sì, il titolo di Stato pensato per i piccoli risparmiatori e costruito come scudo contro l’inflazione. Il Tesoro ha raccolto quasi 9 miliardi attraverso 281.140 contratti.
Non è solo la cifra finale a raccontare la storia, ma il modo in cui si è formata. Il collocamento è partito con il ritmo di un’asta in accelerazione: un miliardo già nella prima ora, 3,17 miliardi alla fine del primo giorno. Poi la progressione si è fatta più fisiologica (2,18 miliardi il secondo giorno, 1,54 il terzo, 1,19 il quarto), fino ai 744 milioni dell’ultima mezza giornata. Un’onda lunga che non si è mai davvero ritirata, segno di una domanda diffusa. Il dato forse più eloquente resta quello della composizione delle prenotazioni: il 65,6% dei contratti sotto i 20.000 euro, e circa il 90,3% sotto i 50.000. È qui che il titolo mostra la sua natura profonda: non un’operazione da grandi capitali, ma un prodotto disegnato per il risparmio di massa. E infatti, come osservano dal ministero dell’Economia, la risposta è arrivata soprattutto dai piccoli risparmiatori, più che dal private banking.
Il confronto storico aiuta a misurare il peso dell’operazione. Limitatamente alla componente retail, il nuovo titolo si colloca ben oltre la media delle ultime 15 emissioni del Btp Italia, pari a circa 5,7 miliardi. E supera anche l’ultima emissione di maggio 2025, ferma a 6,5 miliardi. Per trovare qualcosa di più alto bisogna tornare all’emissione di aprile 2014, con circa 10 miliardi. Ma soprattutto al maxi collocamento del maggio 2020, quasi 14 miliardi, nel pieno della pandemia, quando il risparmio cercava sicurezza più che rendimento.
Il nuovo titolo porta con sé anche una serie di innovazioni. Il tasso minimo garantito è stato confermato all’1,6%. Ma non finisce qui: le cedole semestrali si calcolano sommando tasso fisso e inflazione del semestre, rendendo più immediata la lettura del ritorno complessivo. La durata è di cinque anni. Una scelta non casuale, perché la scadenza breve è oggi quella più gradita ai risparmiatori e coerente con il nuovo ciclo dei tassi. C’è poi il premio fedeltà: uno 0,6% finale per chi porta il titolo fino alla scadenza. Un incentivo semplice, quasi comportamentale, che premia la permanenza più della speculazione. La tassazione sarà la solita del 12,5%. Secondo gli esperti i rendimento a scadenza sarà intorno al 3,5%.
Sul mercato bancario europeo, intanto, il fronte resta aperto e tutt’altro che pacificato. Ieri si è conclusa la prima fase dell’Ops lanciata da Unicredit su Commerzbank. La banca milanese ha raccolto il 12,5% del capitale portando la partecipazione complessiva al 44,3%. Ora l’offerta verrà riaperta e ormai la soglia della maggioranza assoluta appare a portata di mano. Da Commerzbank arriva un messaggio che tiene insieme cautela e fermezza: «Restiamo aperti al dialogo», dice il portavoce della banca, ma solo a condizione che Unicredit mostri una reale disponibilità a confrontarsi sulle criticità sollevate. Le condizioni, ribadisce l’istituto tedesco, restano immutate: un premio adeguato per gli azionisti e il pieno rispetto del piano industriale «Momentum 2030». Il punto centrale resta sempre lo stesso: il rapporto di cambio non è considerato sufficientemente premiante e, anzi, viene letto come ancora penalizzante anche tenendo conto del dividendo atteso nel 2026.
Eppure, sotto la superficie della rigidità formale, qualcosa si muove. Il tono non è più quello della chiusura netta, ma di una trattativa che resta sospesa, in attesa di condizioni migliori. Un’apertura cauta, forse obbligata, che segna un cambio di atmosfera rispetto alla recente stagione di contrapposizione più dura.
La nuova proposta secondo quanto rivela Il Sole 24 Ore sarebbe quella di acquistare la partecipazione in Generali pagandola con azioni Unicredit. Uno scambio di carta contro carta, elegante nella forma ma meno gradito nella sostanza alla holding della famiglia Del Vecchio, che guarderebbe con maggiore interesse a soluzioni capaci di generare liquidità immediata. E qui il negoziato si inceppa: da una parte chi vuole utilizzare il proprio titolo come valuta strategica, dall’altra chi preferisce monetizzare. Per gli eredi Del Vecchio, il pagamento in contante è essenziale considerando che la successione del fondatore é ancora aperta e Leonardo Maria vuole assumere il controllo acquistando le quote dei fratelli.
Ma il punto politico-finanziario del dossier non si esaurisce nello scontro tra carta e contante. Il vero tema è la geometria complessiva del controllo o, meglio, del presidio del gruppo assicurativo. In questo schema, infatti, Unicredit non si muoverebbe in contrapposizione ad altri grandi attori del sistema, ma dentro un equilibrio più ampio che coinvolge anche Intesa Sanpaolo. Secondo le letture che circolano negli ambienti finanziari, l’attivismo di Piazza Gae Aulenti non sarebbe ostile rispetto alla banca guidata da Carlo Messina. Il capo di Intesa ha già rafforzato la presenza in Generali con circa il 3%. Ora attraverso le dinamiche legate all’operazione su Mps e alla partecipazione in Mediobanca, potrebbe arrivare a influenzare indirettamente la quota di maggioranza relativa del 13,3%.
Numeri e incastri che, messi uno accanto all’altro, disegnano un quadro in cui i due grandi poli bancari italiani si ritrovano, a condividere la stessa area di influenza sul Leone. E qui che risiko assume contorni quasi gastronomici. Perché se lo schema dovesse consolidarsi, qualcuno nei salotti della finanza ha già ribattezzato il nuovo equilibrio come il «patto della carbonara». O in alternativa della «cacio e pepe» considerando le radici romane dei due banchieri: pochi ingredienti, tutti essenziali, ma capaci di reggere l’intera ricetta del potere finanziario italiano. Una sintesi ironica, ma non troppo lontana dalla realtà di un sistema in cui le grandi banche non si scontrano, ma si osservano, si bilanciano e, quando serve, si distribuiscono le posizioni strategiche con una logica più di presidio che di conquista. In questo contesto, l’intervento di Unicredit su Generali resta dunque aperto, sospeso tra valutazioni di prezzo, struttura dell’operazione e disponibilità di Delfin a trasformare una partecipazione industriale in liquidità o in leva finanziaria. Nessun commento ufficiale da parte della banca, solo un silenzio che sembra confermare l’esistenza del dossier.
Sul fronte istituzionale, intanto, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ribadisce la linea della prudenza sul disimpegno dello Stato da Mps, che procederà senza fretta e senza svendite. Sul grande risiko bancario rivendica la neutralità del governo, pur ricordando che il Golden Power resta uno strumento pienamente attivo. Poi, quasi a chiudere il quadro con una nota di colore politico, arriva la sua battuta destinata a restare: «Se c’è Italia-Germania tifo Italia, se c’è Italia-Francia tifo Italia». Una frase che sintetizza, meglio di molte analisi, l’idea di fondo: le regole restano regole, ma quando si parla di asset strategici, il tifo - quello per l’Italia - non va mai in panchina.





