La scena, a volerla guardare senza fretta, sembra girata a teatro: la Bce lascia i tassi al 2% e apparentemente non succede nulla. Sipario immobile, orchestra in silenzio. Pubblico che aspetta senza tossire. Ma dietro le quinte si intravede il vero spettacolo. Perché dietro il voto «all’unanimità» rassicurante come un semaforo in piena notte, si è consumato dell’altro.
Lo ammette senza troppi giri di parole Christine Lagarde: abbiamo discusso un possibile rialzo dei tassi. Discusso. Valutato. Soppesato. Poi archiviato. Per ora. Con un’aggiunta che sa più di promessa che di prudenza: se ne riparlerà a giugno. La realtà è salita sul palcoscenico e ha cambiato la scena. La guerra in Medio Oriente riapre una ferita che l’Europa conosce benissimo ma finge di dimenticare: l’energia che diventa arma. Il blocco dello Stretto di Hormuz - nome quasi astratto finché non arriva la bolletta della luce - non è solo una variabile economica. È una leva politica travestita da pompa di benzina. E infatti l’inflazione, che sembrava finalmente domata, decide di rialzare la testa. Ad aprile torna al 3%. Non un’esplosione, ma abbastanza per ricordare alla Bce che il 2% non è un suggerimento: è una linea di confine. Perché mentre i prezzi ripartono, l’economia rallenta. L’Eurozona nel primo trimestre è migliorata dello 0,1%. Tecnicamente è un miglioramento, praticamente un battito di ciglia. Definirla «bassa crescita», come fa Lagarde, è un esercizio di stile che meriterebbe un premio a parte: quello per l’ottimismo resistente.
Ed è in questo equilibrio instabile che la Bce si ritrova intrappolata. Da una parte l’inflazione che rialza la voce, dall’altra una crescita che ha perso le corde vocali. In mezzo, la politica monetaria che tenta di non scegliere per non sbagliare. O meglio sceglie di aspettare perché qualsiasi scelta avrebbe un costo. «Abbiamo preso la decisione di non toccare i tassi perché le informazioni sono ancora insufficienti», dice Lagarde. Onesta, ma inquietante. Il tempo che passa, in economia, non è mai neutrale. Poi arriva la frase chiave che fa alzare qualche sopracciglio: «Ci stiamo allontanando dal nostro scenario di base». Come dire: le stime su cui pensavamo di basarci - guerra breve, energia sotto controllo, inflazione in discesa - si stanno sgretolando. Non crollano, certo. Ma si incrinano abbastanza da rendere ogni previsione una scommessa. E qui la lettura diventa inevitabilmente più critica. Perché la sensazione è che la Bce, ancora una volta, si trova a inseguire gli eventi invece di anticiparli. Un thriller già visto: nel 2011, con il rialzo dei tassi che alimentò la crisi del debito. Nel 2022, sottovalutando l’inflazione fino a farla diventare un problema strutturale. Due errori opposti, ma figli dello stesso difetto: arrivare sempre un attimo dopo. È proprio questo l’incubo che incombe sulle riunioni di Francoforte. Non tanto cosa fare, ma cosa non fare. E in economia, come in politica, la paura di sbagliare diventa strategia: quella del rinvio permanente. Nel frattempo, il resto del mondo fa coro. La Federal Reserve per la terza volta di fila resta ferma, la Bank of England pure. Tutti prudenti, tutti immobili, tutti in attesa che qualcun altro faccia il primo passo. È la globalizzazione della cautela: nessuno vuole essere ricordato come quello che ha mosso la pedina sbagliata nel momento sbagliato. Sotto questa calma apparente, il sistema si muove. Le aspettative di inflazione risalgono, la fiducia di imprese e famiglie si incrina, la guerra non ha ancora scaricato tutto il suo impatto sull’economia reale. La quiete che precede non il temporale ma la revisione del meteo. E così il quadro finale è quasi sospeso: tassi fermi, dibattito acceso; inflazione in salita, ma non fuori controllo; crescita debole, ma non assente. Una sorta di equilibrio instabile in cui tutto sembra tenere finché non precipita. Ed è qui che la narrazione di Lagarde diventa più fragile, quasi difensiva. La prudenza viene presentata come virtù, ma rischia di diventare una postura permanente. E il mercato, si sa, non premia chi aspetta troppo a lungo di decidere: premia chi arriva prima di essere costretto a rincorrere. La conclusione, allora, è meno rassicurante di quanto sembri. La Bce non è immobile: è semplicemente in attesa del momento in cui muoversi sarà inevitabile. Ha scelto la pausa. Ma è una pausa che somiglia sempre di più a una sospensione carica di tensione. E quando il sipario si rialzerà non basterà più raccontare che «si è discusso il rialzo». Il pubblico chiederà spiegazioni.
Un investimento da 3,6 miliardi. È la cifra che Italo mette sul tavolo per entrare nel mercato della Germania e sfidare il gigante Deutsche Bahn. Non un tentativo, non un sondaggio ma un progetto già avviato. A raccontarlo è Gianbattista La Rocca, amministratore delegato di Italo in un’intervista a Il Sole 24 ore.
La Germania, spiega, non è una suggestione ma il primo passo di una strategia di internazionalizzazione. E non si parte da zero: la società tedesca è già stata costituita, la licenza ferroviaria è stata ottenuta e il percorso per il certificato di sicurezza è in corso. La macchina, insomma ha acceso il motore e non è più parcheggiata in garage.
C’è poi un altro elemento chiave che rende l’operazione particolarmente solida: l’accordo già impostato con Siemens per la fornitura dei treni. Qui entra in gioco uno dei passaggi più delicati di tutta la partita: i tempi. La Rocca lo dice chiaramente: entro maggio devono arrivare le autorizzazioni dall’Autorithy del settore. Servono indicazioni precise sugli orari e sugli spazi nelle stazioni. In altre parole: quando e dove potranno circolare i treni. Senza queste informazioni, non si può firmare con Siemens entro giugno. E quella scadenza non è negoziabile: se salta, non partirà l’ordine per acquistare i teni e l’intero progetto rischia di perdere sostenibilità economica. Un effetto domino che nessuno vuole innescare. Il piano industriale è ampio. Si parte con 26 convogli, con la possibilità di arrivare a 40 grazie a un’opzione già prevista. L’investimento iniziale per l’acquisto dell’armamenti è di circa 1,2 miliardi di euro. Ma è solo una parte del quadro: altri 2,4 miliardi serviranno per la manutenzione trentennale, la formazione del personale, i sistemi informatici e tutta l’organizzazione necessaria a far funzionare il servizio. Non si tratta quindi solo di comprare treni, ma di costruire un sistema. Anche la rete su cui opererà Italo in Germania è pensata per avere un impatto significativo. Il progetto prevede collegamenti tra 18 città, su circa 1.300 chilometri di rete, con 50 servizi giornalieri. Due le direttrici principali: Monaco di Baviera-Colonia-Dortmund e Monaco di Baviera-Berlino-Amburgo. Corridoi strategici, che attraversano alcune delle aree più importanti del Paese e intercettano una domanda già molto forte.
A dare una lettura più ampia dell’operazione è Luca Montezemolo, presidente e fondatore di Italo. Spiega che il mercato tedesco oggi ricorda quello italiano prima dell’arrivo della concorrenza. Un sistema dominato da un unico grande operatore, con margini di miglioramento evidenti. Ed è proprio in questo spazio che Italo vede un’opportunità.
Montezemolo sottolinea un aspetto spesso poco evidenziato: l’Italia è l’unico Paese europeo in cui l’alta velocità è gestita anche da un operatore interamente privato. Un modello che ha funzionato, al punto da essere preso come riferimento a livello europeo. L’introduzione della concorrenza, insieme a un sistema di regolazione più strutturato, ha portato a un miglioramento della qualità del servizio. Naturalmente, il percorso non è stato lineare. «Abbiamo imparato molto dagli errori», ammette Montezemolo. Ed è proprio questo uno degli elementi più interessanti dell’espansione in Germania: Italo non arriva come un operatore nuovo, ma come un’azienda che ha già attraversato una fase complessa di crescita, aggiustamenti e consolidamento. Un bagaglio di esperienza che ora diventa parte integrante dell’offerta.
L’obiettivo è chiaro: costruire fin dall’inizio un’attività sostenibile, evitando gli errori tipici delle fasi di avvio. E per farlo, oltre agli investimenti, sarà fondamentale il radicamento locale. Non a caso, l’azienda prevede di iniziare già nei prossimi mesi ad assumere personale in Germania, costruendo progressivamente la propria struttura operativa.
Il debutto è fissato tra aprile e metà del 2028. Una scadenza che sembra lontana, ma che in realtà richiede decisioni immediate. Perché progetti di questa dimensione non si improvvisano: hanno bisogno di preparazione, coordinamento e investimenti. Sullo sfondo resta una domanda che rende tutta la vicenda ancora più interessante: c’è spazio, in Germania, per un nuovo operatore ferroviario ad alta velocità? La risposta arriverà dal mercato, ma anche dalla capacità del sistema di aprirsi davvero alla concorrenza.
Il Superbonus torna in scena. Non che se ne fosse mai andato davvero. Entra fra i protagonisti scomodi. Entra nel pieno del dibattito sul Documento di finanza pubblica. Cioè l’anticamera della prossima legge di Bilancio. L’ultima prima delle elezioni. Quella che il governo non può permettersi di sbagliare.
Sul lato del palcoscenico manca il suo autore politico più riconoscibile, Giuseppe Conte, fermo in ospedale. Giorgia Meloni gli manda auguri di pronta guarigione. Un gesto istituzionale ed elegante. Ma la politica non fa sconti.
Il Superbonus, presentato ai suoi tempi come una sorta di bacchetta magica dell’edilizia italiana - crescita, rilancio, efficienza energetica e persino felicità condominiale - continua a fare ciò gli riesce meglio: trasformare promesse nella realtà ostica dei numeri. Questa volta il numero è piccolo solo in apparenza. Uno 0,1%.
Il rapporto deficit/Pil, infatti, si ferma al 3,1%. Un soffio sopra il 3% europeo. Un decimale che, nella grammatica di Bruxelles, non è un dettaglio ma una soglia politica oltre che economica. Perché quel decimale significa una cosa molto semplice: niente uscita dalla procedura d’infrazione. Quindi niente scostamento di bilancio. Quindi niente margini per affrontare, con soldi veri, il caro energia che continua a mordere i bilanci di famiglie e imprese.
Chi ha spostato quella virgola? La risposta non richiede interpretazioni creative. È stato il Superbonus. Non lo dice Palazzo Chigi. Lo dicono, con linguaggio molto più pericoloso perché neutro, le istituzioni. L’Istat certifica che la deviazione rispetto alle attese - quel passaggio dal 3% previsto al 3,1% reale - è dovuta soprattutto alle maggiori spese legate ai crediti d’imposta del Superbonus. «Principalmente», si legge nella relazione del presidente, Francesco Maria Chelli. Una parola che in statistica vale più di un editoriale. La Corte dei Conti, non esattamente un club di simpatizzanti del governo in carica, usa un registro ancora più netto: la crescita del debito è legata «soprattutto» agli effetti per cassa del Superbonus. Soprattutto. Non marginalmente, non in parte. Soprattutto. E poi c’è l’Ufficio parlamentare di bilancio, con la sua presidente, Lilia Cavallari, che entra nel cuore del problema. Il meccanismo, spiega, è costruito in modo tale da rendere impossibile un controllo tempestivo. Le informazioni arrivavano in ritardo perché le comunicazioni dovevano seguire una procedura burocratica complessa. I dati si accumulavano mentre la spesa pubblica scorreva senza aspettare i report. Un sistema che non registrava il presente. Lo inseguiva. Tre istituzioni indipendenti. Tre linguaggi diversi. Una sola conclusione convergente. Il Superbonus come variabile dominante del disallineamento dei conti. A questo punto la vicenda esce dalla tecnica ed entra nella politica vera, quella che non si misura nei grafici ma nelle conseguenze.
Perché quel 3,1% non è una soglia accademica. È il confine che tiene l’Italia dentro o fuori da margini di flessibilità europei. E restare fuori significa non poter usare lo scostamento di bilancio proprio nel momento in cui servirebbe di più: energia cara, imprese sotto pressione, consumi in rallentamento.
Il paradosso è quasi didattico. Una misura nata per rilanciare l’economia rischia oggi di limitarne la capacità di risposta. Il Superbonus ha sicuramente prodotto cantieri, lavori, ristrutturazioni. Ha acceso un settore che era fermo. Ma ha anche generato effetti collaterali che ora si presentano tutti insieme al tavolo dei conti pubblici: prezzi gonfiati, distorsioni di mercato, incentivi disallineati e un flusso di crediti fiscali che continua a pesare sui bilanci futuri come una scia avvelenata e difficile da smaltire. Il Superbonus è stato venduto come un miracolo. Un moltiplicatore economico che si sarebbe ripagato da solo. Qualcuno ci ha creduto. Qualcuno ha fatto finta di crederci. E qualcuno - Istat, Corte dei Conti, Upb - ha poi dovuto sedersi al tavolo e fare i conti veri. Il risultato? Zero virgola uno percento che vale miliardi. Che vale una procedura d'infrazione. Che vale l'impossibilità di aiutare gli italiani a pagare le bollette. Che vale, in sintesi, tutto ciò che la politica con interventi «gratis per tutti» lascia sempre in eredità a chi viene dopo. Il Superbonus non è morto. Non muore mai. Come certi ospiti indesiderati, continua a presentarsi a tavola anche quando nessuno lo ha invitato, mangia quello che trova e lascia il conto agli altri.
E forse, in fondo, la lezione è tutta qui: in economia, come in edilizia, le fondamenta contano più delle facciate. Anche quando la facciata sembra perfetta.





