I mercati non hanno applaudito dopo il vertice di Pechino. Hanno preso nota che la diplomazia si è presentata al grande summit in giacca lucida ma senza una cravatta abbastanza stretta da contenere il disordine del mondo. Il vertice tra Xi Jinping e Donald Trump si è chiuso con il sorriso di circostanza e poca sostanza. Buone intenzioni, pochissime concessioni.
Gli Stati Uniti scoprono di avere le scarpe piene di sabbia. I rendimenti dei Treasury hanno riscritto il confine: 4,6% sul titolo decennale. Non è più tecnica, è temperatura. Il segnale che il sistema suda copiosamente. Il petrolio non si limita a salire: si allunga come un’ombra lunga sulla finestra del mondo. Ieri è salito del 3,5% sfiorando ancora 110 dollari. Come se le imposte fossero state abbassate e ogni paura avesse trovato il suo prezzo. Tutte le volte che in Medio Oriente si spara il barile reagisce come un animale che riconosce il pericolo prima ancora di vederlo. E quando il petrolio si muove le Borse si piegano come soldati stanchi. Milano perde l’1,8%, Francoforte il 2%, Parigi l’1,6%. I grafici sembrano onde che non trovano più riva. Solo mare aperto. Ma il vero epicentro del brivido non è nei listini: è nei titoli di Stato, dove il mondo finge di credere alla propria solidità mentre il mercato ne misura le crepe. A Londra i Gilt sono diventati sismografi politici. Ogni punto base è una vibrazione che attraversa Westminster. I rendimenti salgono come una marea lenta ma inesorabile, e la sterlina scivola senza tregua come se avesse perso il suo riflesso. La Gran Bretagna, in questo scenario, non è in crisi: è in sospensione narrativa. La politica interna si è trasformata in una variabile di rischio globale. Andy Burnham come futuro premier non è più solo un nome, ma una possibile biforcazione del destino fiscale del Paese. Il mercato non lo vota e non lo giudica: lo prezza. E per fare questo lavoro lo ingigantisce, lo deforma, lo trasforma in una specie di spettro che si aggira tra i grafici. I Gilt a 30 anni salgono fino a livelli che ricordano epoche in cui il mondo aveva un’altra lingua finanziaria. Il 5,8% non è un rendimento: è una domanda senza risposta. È il mercato che chiede «siete sicuri?» e si risponde da solo «non del tutto». Mentre la City ascolta il proprio battito irregolare, Washington scopre che il cuore del sistema globale batte con maggior fatica. Il respiro è affannoso. La Federal Reserve cambia guardiano proprio mentre intorno si sente l’ululato dei lupi. Vogliono azzannare il Toro che ha dominato le Borse negli ultimi anni. Jerome Powell esce di scena come un direttore d’orchestra che lascia la bacchetta mentre la musica non ha ancora deciso se diventare sinfonia o stonare. Al suo posto arriva Kevin Warsh, che entra non in una stanza, ma in un campo magnetico. La sua Fed non eredita solo numeri: eredita tensioni. Inflazione che non si lascia archiviare, energia che scalcia e la Casa Bianca che cerca la la semplificazione dei tassi mentre i mercati vedono la complessità. Il decennale americano al 4,6% è l’equilibrio su una corda tesa. Il trentennale vicino al 5% è un’eco lunga che dice una cosa sola: il tempo, oggi, costa caro. Warsh entra in questo scenario come chi apre una porta e ne trova ma un’altra identica, e poi un’altra ancora. La politica monetaria non è più una leva: è un corridoio poco illuminato. Si vede poco e male. Ogni decisione produce la sua ombra, e spesso l’ombra è più grande dell’oggetto. Nel frattempo, il petrolio continua a scrivere il suo linguaggio primordiale. Ogni risposta diventa una tassa invisibile sull’economia globale. Le borse, in questo teatro, sono gli spettatori più nervosi: guardano tutto, reagiscono subito, dimenticano in fretta. Ma questa volta la memoria non serve, perché il copione non cambia: debito che cresce, tassi che salgono, rischio che si espande. Tra Washington e Londra si forma così un asse strano, quasi speculare. Due economie avanzate che scoprono di condividere la stessa vertigine: quella di un debito sempre più costoso. Alla fine resta un’immagine: il mondo finanziario come una grande nave illuminata, da luci intermittenti. Non accelera, non si ferma.
Ogni oscillazione dei tassi è un’onda che sale più in alto della precedente. Warsh che entra nella Fed come in una stanza dove le finestre danno tutte sullo stesso panorama. Il mercato osserva, giudica e non aspetta.
Ieri Piazza Affari ha guardato lo scorrere dei prezzi con la stessa emozione con cui si osserva un jukebox che torna improvvisamente a funzionare. Il Ftse Mib ha superato quota 50.000 punti, chiudendo a 50.050. Un numero che sa di archeologia finanziaria, perché riporta Milano vicinissima al record assoluto del marzo 2000, ai tempi della new economy, quando si pensava che Internet avrebbe abolito le recessioni e che ogni ragazzo con un modem fosse destinato a diventare milionario.
Ventisei anni dopo, il mondo è ancora più complicato, ma i mercati si aggrappano alla speranza. Se Washington e Pechino smettono almeno temporaneamente di ringhiarsi addosso, allora il mondo può continuare a fare affari. E infatti i listini hanno brindato: Francoforte +1,32%, Parigi +0,93%, Londra +0,46%, Wall Street positiva e soprattutto Milano regina d’Europa con un rialzo dell’11% da inizio anno. Lo Stretto di Hormuz resta centrale. Perché se davvero si aprisse una prospettiva di distensione il rischio di uno shock energetico globale si ridurrebbe drasticamente.
Il petrolio lo ha capito subito. Non è crollato - quello sarebbe stato troppo bello - ma almeno ha smesso di arrampicarsi come uno scalatore provetto. Il Wti è sceso timidamente a 100,80 dollari al barile, mentre il Brent è arretrato a 104,83. Una retromarcia prudente. Il mercato non vorrebbe aver sbagliato strada.
Il vertice di Pechino non è stato soltanto un incontro tra due leader politici. È stato il conclave dei miliardari americani. Trump ha organizzato organizzato una festa della Silicon Valley invitando anche la grande finanza di New York.
C’erano Elon Musk per Tesla, Jensen Huang per Nvidia, Tim Cook per Apple. Poi ancora l’amministratore delegato di Boeing, Kelly Ortberg, Larry Fink capo di di Blackrock, l’amministratore delegato di Blackstone, Stephen Schwarzman, l’amministratore delegato di Citi, Jane Fraser, l’amministratore delegato di Goldman Sachs, David Solomon, e altri ancora.
Insieme rappresentano qualcosa come 1.070 miliardi di dollari di patrimonio. Praticamente metà del Pil italiano. Manca solo che decidano di comprarsi direttamente uno Stato europeo medio-piccolo e trasferirci il quartier generale. Tutti convocati per rendere omaggio alla Cina e soprattutto per fare affari. E infatti il cuore economico dell’accordo riguarda due questioni enormi: dazi e terre rare.
Sul primo punto si ragiona su una riduzione almeno parziale delle tariffe reciproche che negli ultimi anni hanno trasformato il commercio mondiale in una guerra fredda doganale. Sul secondo si entra invece nel territorio strategico vero: le terre rare, quei minerali indispensabili per chip, batterie, auto elettriche, sistemi militari e intelligenza artificiale. In pratica: chi controlla le terre rare controlla il futuro industriale del pianeta.
Ma il simbolo perfetto di questa tregua commerciale è arrivato da Boeing. Trump ha annunciato che Xi avrebbe accettato di acquistare 200 grandi aerei a Seattle. Una commessa gigantesca, da decine di miliardi di dollari, capace di garantire lavoro e ossigeno al colosso aeronautico americano.
«Boeing ne voleva 150, ne ha ottenuti 200», ha esultato Trump durante un’intervista a Fox News. Eppure Wall Street, che è un luogo magnificamente privo di gratitudine, ha reagito con una specie di broncio finanziario. Il titolo Boeing è sceso. Perché? Perché gli investitori si aspettavano addirittura un ordine da 600 aerei.
Una volta i summit internazionali si chiudevano con fotografie ufficiali e comunicati pieni di parole prudenti. Oggi si misurano in aerei venduti, chip prodotti, data center costruiti e miliardi movimentati. E soprattutto in capitalizzazione di Borsa. Perché nel nuovo ordine mondiale il termometro della geopolitica resta sempre quello: quanti soldi pensano di guadagnare i mercati domani mattina.
C’è stato un tempo in cui bastava pronunciare tre lettere - Ior - perché nei corridoi romani partisse il solito rosario laico di sospiri, allusioni, sopracciglia alzate e racconti mezzi veri e mezzi inventati.
Oggi, invece, dal Torrione Niccolò V arriva una fumata d’oro. L’Istituto per le opere di religione ha approvato il bilancio 2025 con un utile netto di 51 milioni (+55,5% rispetto all’anno precedente). Si tratta del miglior risultato degli ultimi dieci anni. La Commissione cardinalizia ha deliberato un dividendo per il Papa in rialzo del 76,1% a 24,3 milioni. Una cifra che, raccontata così, sembra uscita dal consiglio d’amministrazione di una banca d’affari di Zurigo più che dai palazzi dove si discute di anime, missioni e carità.
E invece il punto è proprio questo: il Vaticano, lentamente, faticosamente, con la pazienza di chi restaura un affresco annerito da secoli di candele, ha trasformato lo Ior da problema globale a strumento finanziario credibile. Naturalmente nessuno in Vaticano dirà mai che «la banca va forte». Sarebbe troppo terreno, troppo volgare, troppo da trader con la mozzetta. Meglio formule liturgiche: «solidità patrimoniale», «prudenza», «sostegno alle opere di religione e carità». Il Vaticano lo racconta quasi con pudore. Ma nei Sacri palazzi sanno benissimo che questi numeri sono anche un messaggio politico. Perché la Santa Sede attraversa una stagione economicamente delicata: i costi crescono, le offerte dei fedeli non bastano, la macchina globale della Chiesa pesa enormemente sui bilanci. E allora quei 24 milioni destinati al Papa sono ossigeno. Sono stabilità. Eppure, nonostante il clima apparentemente trionfale, dentro il Vaticano nessuno si illude che la partita sia finita.
Perché resta un equilibrio delicatissimo tra etica, politica, diplomazia e potere. Lo dimostra anche una delle vicende raccontate dal presidente Jean-Baptiste Douville de Franssu (uscito ad aprile) in un’intervista al settimanale francese Le Pèlerin. Il banchiere si è tolto più di un sassolino dalla scarpa ricordando gli attriti con la Curia. In particolare ha rievocato il clamoroso rifiuto dello Ior, nel 2019, di concedere un prestito da 150 milioni alla Segreteria di Stato. «Da lì scoppiò un putiferio», ha raccontato il banchiere francese. E in effetti quella vicenda segnò uno spartiacque. Per la prima volta la banca vaticana dimostrava di non essere più il bancomat della Curia, ma un istituto disposto a difendere le proprie regole anche davanti ai centri più potenti della Santa Sede. Una scelta che allora provocò tensioni enormi ma che oggi appare come uno dei passaggi chiave della nuova credibilità dello Ior. Nel frattempo la banca ha anche rafforzato la propria identità etica. Gli investimenti vengono selezionati secondo criteri coerenti con la dottrina cattolica. Niente armi. Niente aziende legate all’aborto o alla contraccezione. Fuori anche nucleare, alcol, tabacco e pornografia. Una finanza confessionale, certo, ma costruita con la logica dei grandi investitori istituzionali internazionali. Non a caso lo Ior ha avviato anche una collaborazione con Morningstar per la creazione di nuovi indici azionari dedicati agli investimenti che rispettano i principi religiosi. Una specie di Wall Street con l’acqua santa, dove il rendimento deve convivere con la morale. Il tutto mentre cambia il vertice dell’istituto.
Con l’approvazione del bilancio si chiude infatti ufficialmente l’era De Franssu. Al suo posto, già dallo scorso aprile, è arrivato il banchiere lussemburghese François Pauly, chiamato ora a consolidare i risultati raggiunti e a guidare la seconda fase della trasformazione: quella della stabilizzazione definitiva. Ma il risiko vaticano non si fermerà qui. Perché a fine anno, per raggiunti limiti d’età, lascerà anche il direttore generale Gian Franco Mammì, in carica dal 2015. Uomo chiave della ricostruzione interna dello Ior, Mammì rappresenta insieme a De Franssu la coppia che ha traghettato l’istituto fuori dalle turbolenze. Il bilancio 2025, in questo senso, somiglia molto a un testamento professionale. L’eredità dei due banchieri cattolici che hanno trasformato lo Ior da epicentro delle polemiche globali a banca rispettata e perfino ammirata nei circuiti internazionali. Naturalmente il Vaticano resta il Vaticano. E dunque anche il successo viene raccontato con moderazione liturgica. Nessuno brinda. Nessuno parla di «record». Nessuno ostenta soddisfazione. Ma sotto gli affreschi di Michelangelo e dietro le tende pesanti dei palazzi apostolici, la sensazione è chiarissima: dopo anni di scandali, sospetti e tempeste, la banca del Papa ha finalmente trovato la pace. Stavolta, più che una fumata bianca, dal Torrione è uscita una fumata d’oro.





