Lagarde si alza la paga di un altro 5,6%. E nelle mail a Epstein si legge: «È sveglia»
Non ancora con le valigie pronte - perché, si sa, la stabilità europea è un impegno che non può aspettare - Christine Lagarde avanza, imperterrita, davanti al Parlamento europeo. Tra voci di dimissioni, retroscena e speculazioni sul suo futuro, la presidente della Bce rivendica i frutti di sette anni di regno: «Anche se l’inflazione è diminuita, molti cittadini percepiscono ancora i prezzi in aumento». Insomma puoi anche convincere gli indici armonizzati, ma quando il latte costa il doppio, il cittadino comune non lo perdona.
E mentre le famiglie stringono i cordoni della borsa, i conti correnti del comitato esecutivo Bce sorridono. Come emerge dal bilancio dell’istituto nel 2025, lo stipendio di Christine Lagarde è salito a 492.204 euro, in aumento del 5,6% rispetto ai 466.092 euro del 2024. Considerando che l’inflazione è stata solo del 2% la signora presidente, sempre assai rigorosa in fatto di buste paga, si è concessa un bel bonus. Un aumento difficile da spiegare soprattutto considerando che la sua retribuzione è quattro volte più alta di quella del collega Jerome Powell che guida la Fed. Ma perchè questa differenza? C’è anche da dire che l’extra-large di Christine non è un caso isolato. Tutto il consiglio direttivo della banca si è fatto un bel regalo portando a 2,3 milioni di euro il totale dei compensi. Il vice presidente Luis de Guindos si accontenta di 421.908 euro; Piero Cipollone, Frank Elderson, Philip R. Lane e Isabel Schnabel si consolano con 351.576 euro ciascuno. La morale? Quando l’inflazione non morde, si aumenta lo stipendio. Quando morde, si alza la voce. Ma qui entra in gioco un dettaglio che merita un applauso ironico. Il nome di Christine Lagarde compare anche nelle conversazioni via mail di Jeffrey Epstein. Al finanziere pedofilo un mittente oscurato la descrive con grande sintesi e grande lusinga: «Really smart lady».
Sì, proprio così. Non «capace», non «competente», ma «proprio intelligente». E se qualcuno stava pensando a un complimento innocuo, aggiungiamo un contesto. Nelle mail di Peter Mandelson, esponente di punta del Partito laburista britannico finito in galera proprio per via dei su antichi rapporti con Epstein, il nome della Lagarde compare nella cabina di regia, insieme a Trichet e Sarkozy del cosiddetto «massacro della Grecia» del 2010. All’epoca era ministro dell’Economia in Francia. Poi, come direttore generale del Fmi, non ha certo brillato per interventi risolutivi. Eppure, il suo stipendio sale e il mondo guarda, tra ironia e incredulità, come se il tempo e i conti pubblici fossero concetti marginali rispetto al potere e alla reputazione.
Ah la Grecia. Nella sua mail di tanti anni fa Mandelson lo spiega senza mezzi termini: gli eurofans non si occupano per niente delle sofferenze della popolazione. Certi atteggiamenti non sembrano essere cambiati. Le «elite» guardano solo il loro ombelico.
«Avanti tutta», dice Lagarde, con il suo aumento del 5,6% appena approvato. La stabilità, per lei, significa crescita dei conti correnti del comitato esecutivo e continuità del proprio stipendio, mentre le famiglie contano ogni centesimo al supermercato e gli scaffali si svuotano. Un binomio perfetto tra realtà e percezione: l’inflazione «misurata» può scendere, quella «vissuta» resta in aumento.
E i file di Epstein? Non sono solo curiosità, ma un vero sigillo di intelligenza - almeno secondo il criminale che si ammantava di buone intenzioni e ospitava i potenti del mondo. «Really smart lady». Sì, ma mentre il mondo contava euro e debiti, Epstein annotava giudizi personali, che oggi risuonano quasi come una vignetta satirica in versione «noir» sulla politica europea.
Se i file di Epstein aggiungono ironia, le mail di Peter Mandelson aggiungono dramma. Lagarde, insieme a Trichet e Sarkozy, viene citata come regista del disastro greco. Un sipario tragico tra obbligazioni, piani fiscali e mercati pronti a scatenare il panico. Non solo numeri: responsabilità politica, scelte strategiche, effetti sul continente. Il tutto mentre il presidente della Bce aumenta il suo stipendio e sorride davanti alle telecamere, incurante di chi paga le conseguenze.
I cittadini europei vivono la spesa quotidiana come un campo minato: latte, pane, pasta, carne, tutto più caro di ieri. La presidente della Bce spiega che l’inflazione è diminuita, ma la percezione resta alta. È il paradosso della politica monetaria: misurata e vissuta non coincidono mai. E mentre le famiglie sospirano, Lagarde firma il proprio aumento e guarda avanti, con l’aria di chi sa di essere davvero intelligente
Così Christine Lagarde avanza sul palcoscenico europeo: stipendio in crescita, famiglie in difficoltà, Grecia al centro del dramma, file di Epstein e mail di Mandelson a testimoniare un ruolo da protagonista, silenziosa e potente. E il mondo osserva, tra ironia, incredulità e un po’ di sbalordimento: perché nella finanza internazionale, come in una commedia tragica, ci sono eroi, cattivi, spettatori e, naturalmente, «really smart ladies».
C’è un sondaggio che agita i corridoi dell’Eurotower più di un rialzo a sorpresa dei tassi. È quello di Bloomberg, che tra economisti e addetti ai lavori ha acceso il toto-successione alla guida della Bce. Data l’autorevolezza delle fonti vuol dire che il dopo Christine Lagarde è comincito. Per più del la metà degli intervistati, l’addio potrebbe arrivare ben prima della scadenza prevista per ottobre dell’anno prossimo. Solo il 30%, crede ancora nella liturgia del mandato portato a termine. Il nome più gettonato per la successione è quello di Klaas Knot, governatore della banca olandese, falco quanto basta per rassicurare il Nord Europa e sufficientemente ortodosso da non spaventare i mercati. Rigore ma non a trazione tedesca. La Germania si presenta con tre nomi pesanti: Jens Weidmann, ex Bundesbank e storico avversario di Mario Draghi; l’attuale presidente Joachim Nagel; e Isabel Schnabel, membro del Comitato esecutivo Bce.
Tre profili autorevoli, tre visioni simili, tre possibilità che finiscono per farsi ombra a vicenda. Se invece Lagarde decidesse di restare fino alla fine, il baricentro si sposterebbe a Sud. Il candidato più probabile è lo spagnolo Pablo Hernández de Cos, oggi alla guida della Banca dei regolamenti internazionali. Tecnico raffinato, profilo dialogante. Le speculazioni sull’uscita anticipata hanno preso quota dopo le indiscrezioni rilanciate dal Financial Times, secondo cui Lagarde potrebbe lasciare prima delle elezioni francesi, consentendo a Emmanuel Macron di pesare sulla scelta del successore. Ipotesi politicamente sensibile, perché la Bce vive - almeno nello statuto - di indipendenza assoluta, mentre nella realtà convive con i sussurri delle capitali.
Non a caso molti economisti interpellati temono contraccolpi reputazionali: oltre la metà ritiene che un addio anticipato potrebbe intaccare la fiducia nell’istituzione. Circa un terzo intravede rischi per la sua autonomia. In Europa la forma è sostanza, e anche il calendario può diventare politica monetaria. Sul tavolo c’è perfino una soluzione intermedia, tipicamente comunitaria: nominare il successore in anticipo, con Lagarde ancora in carica. Ad arricchire il mosaico contribuisce la nomina del croato Boris Vujčić come vicepresidente, destinato a subentrare dal 1° giugno 2026 allo spagnolo Luis de Guindos . Un cambio che riequilibra i pesi geografici nel board e che, inevitabilmente, entra nel grande gioco delle compensazioni tra Paesi.
Il dividendo prima di tutto. Perché ad accendere d’amore Piazza Affari non sono tanto dichiarazioni strategiche quanto il bonifico. Roberto Cingolani, amministratore delegato di Leonardo, presentando i conti annuncia agli analisti: «Vogliamo che Leonardo sia sempre attraente per i nostri investitori. Quest’anno aumenteremo ulteriormente il dividendo». L’incremento sarà del 20% in linea con l’utile netto.
Il gruppo archivia il 2025 con ricavi in crescita dell’11% a 19,5 miliardi, ordini a 23,8 miliardi (+13,5%) e un margine lordo a 1,752 miliardi (+14,9%), sopra le attese. Anche la finanza migliora sensibilmente, con una generazione di cassa in aumento del 22,4%. Ma il dato che fa sorridere gli analisti è la cura dimagrante del debito: -44%, sceso a 1 miliardo, grazie anche all’incasso della cessione delle attività subacquee a Fincantieri. «Abbiamo raggiunto tutti i risultati che avevamo in mente, leggermente meglio delle previsioni», rivendica Cingolani.
Se i conti sorridono, la vera partita strategica si gioca nella divisione degli aerei dopo le difficoltà incontrate dal contratto con Boeing. Leonardo è in trattativa esclusiva fino a giugno con un partner internazionale per creare una joint venture paritetica con l’ambizione dichiarata di collocarsi tra i primi tre operatori mondiali del settore. «Il nostro piano autonomo è stato valutato molto positivamente», spiega l’ad, aggiungendo che il «cervello» dell’operazione, assicura, resterà in Italia. Il futuro, però, non ha pilota a bordo. Ad aprile, infatti, partirà la produzione dei primi droni nello stabilimento di Ronchi dei Legionari, in collaborazione con Baykar, uno dei protagonisti emergenti della tecnologia dei velivoli guidati a distanza. È un passaggio chiave: Leonardo entra con decisione in un segmento dove la domanda cresce a doppia cifra. Sullo sfondo c’è il closing per del settore difesa di Iveco, tassello ulteriore nel rafforzamento della componente terrestre della difesa. Sul fronte internazionale, l’attenzione è tutta puntata sul Regno Unito. Da Londra è attesa una maxi-commessa per elicotteri destinata allo stabilimento di Yeovil, con un valore stimato attorno a 1 miliardo di sterline.
Nonostante i conti in crescita, il titolo ha chiuso la giornata in calo del 3,79% a 56,92 euro. Fenomeno noto: quando le aspettative volano più dei caccia, anche risultati solidi rischiano di sembrare ordinari. La Borsa, come certi parenti, non si stupisce più di nulla. Poi c’è l’addio che somiglia a un arrivederci. «Questo è l’ultimo trimestre che facciamo insieme. Ci rivedremo solo il 12 marzo per l’aggiornamento del Piano industriale» ha detto Cingolani aprendo la call. Il mandato scade in primavera, anche se i rumors danno per certa la conferma.
Un commiato che suona più come una pausa tecnica che come un cambio della guardi. A chiudere l’anno non è un contratto, ma un gesto simbolico. Nella sede di Piazza Montegrappa a Roma è stata intitolata la Sala del consiglio di amministrazione a Pier Francesco Guarguaglini, figura chiave nella trasformazione del gruppo in campione globale dell’aerospazio e difesa. Un passaggio di testimone ideale: dalla stagione della costruzione industriale a quella della competizione tecnologica globale. Con dividendi più ricchi, debito alleggerito, droni in rampa di lancio e alleanze internazionali in costruzione, Leonardo prova così a tenere insieme memoria e futuro.





