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2026-02-19
I rossi ormai sdoganano pure l’odio. «Giustificato contro i nemici politici»
Roberto Saviano
Ma ecco che, d’un tratto, tutto cambia. Ora scopriamo che, invece, odiare si può, anzi persino si deve. Lo ha sostenuto Michela Murgia in una serie di Lezioni sull’odio mandate in libreria da Einaudi e anticipate da Repubblica, e subito Roberto Saviano ha raccolto il testimone. La tesi della Murgia è che ci si debba assumere la responsabilità di odiare gli altri. L’odio, piaccia o no, appartiene a tutti, e chi lo censura e lo reprime fa danno. Sono pericolosi, per la Murgia, «quelli che, tenendo l’odio a distanza con un vincolo censorio, sviluppano in potenza la capacita di impugnare un machete in qualsiasi momento e trucidare indistintamente il vicino di casa, l’estraneo incontrato per strada o il proprio partner». Occorre, allora, sviluppare «il rapporto consapevolmente maturo con l’odio tipico di quelle rare persone che attribuiscono all’odio uno statuto di normalità e lo riconoscono in sé stesse imparando a fare i conti non soltanto con le proprie pulsioni (che già è un bel problema) ma anche con l’esistenza di un controllo sociale incapace, sulla manifestazione consapevole dell’odio, di ammettere infrazioni. Un controllo sociale ferreo. Chi sa di provare l’odio vive continuamente in un contesto che gli vieta, per via della presenza del tabù, di dirlo, di manifestarlo, di dichiararlo, di praticarlo».
Secondo la scrittrice sarda, il modello da seguire è Antonio Gramsci con il suo celebre «odio gli indifferenti». Egli «ci ha offerto un esempio scintillante di come l’odio, se viene riconosciuto e disciplinato attraverso l’intelligenza, non è un difetto. È una virtù, luminosissima».
Saviano concorda su tutto. «La felicità», scrive, «non è assenza di odio ma coerenza tra ciò che si prova e ciò che si può nominare. Una felicità adulta, non euforica. Potremmo definirla felicità tragica, ovvero accettazione integrale della propria complessità emotiva. L’odio disciplinato, riconosciuto, integrato diventa persino virtù civile perché consente un’etica della responsabilità. L’odio gramsciano verso l’indifferenza è, in questa prospettiva, un motore politico».
Secondo Saviano, Murgia suggerisce che «l’odio più pericoloso non è quello dichiarato, ma quello che si crede virtù, autodifesa, finanche giustizia spontanea». Potremmo obiettare che il mondo progressista, in questi anni, ha fatto esattamente questo: ha odiato perché si riteneva nel giusto, ha discriminato in nome del bene, ha venduto l’oppressione come difesa della democrazia. Tuttavia dobbiamo essere onesti e riconoscere che, sulla carta, Murgia e Saviano hanno ragione. Del resto non sono i primi a sostenere che esista un diritto all’odio: lo rivendicarono Oriana Fallaci e Massimo Fini (e per questo furono messi all’indice) e lo giustifica con argomenti validissimi un pamphlet appena uscito per Liberilibri intitolato Il diritto di odiare. L’odio è un sentimento, pensare di sopprimerlo è roba da dementi, follia da ingegneri sociali.
Attenzione, però: un conto è la teoria, altro è la pratica. E a dirla tutta pure la teoria vacilla un po’. A ben vedere, Gramsci odiava gli indifferenti in quanto complici dell’oppressione dei deboli. Stava sicuramente assumendosi la responsabilità del suo odio, lo rivendicava e lo orientava verso una precisa categoria di nemici. Significa che siamo sempre lì, all’odio come categoria politica spendibile in nome di una buona causa, all’odio che forse «non si crede virtù», ma in nome della virtù viene esercitato.
Che differenza c’è, dunque, con l’invito veltroniano a odiare gli odiatori? Al massimo qualche sottigliezza argomentativa. L’approdo è identico: si può odiare chi è meno virtuoso di noi. Si può odiare chi compie il male e, ovviamente, sono sempre i soliti «illuminati» a decidere che cosa sia male e che cosa sia bene. A dirla tutta, il discorso della Murgia è persino più pernicioso, perché non si limita a sostenere che l’odio sia umano e insopprimibile, ma decreta che esso si fa virtù se correttamente indirizzato. In pratica, è come dire che l’odio da pensiero può farsi azione e questa azione può essere politicamente vantaggiosa. È in virtù di questa visione del mondo che il fronte progressista ha giustificato l’omicidio di Charlie Kirk prima e del francese Quentin Deranque poi. Si è cercato di dimostrare che fossero odiatori e che, dunque, si meritassero di essere odiati e perfino eliminati. Con Quentin continuano a provarci, dicono che fosse un nazistello, un picchiatore. Che si aderisca al pensiero veltroniano o a quello della Murgia e di Saviano, alla fine non fa differenza: se rivolto contro il nemico politico, l’odio è giustificabile, persino salutare.
Salutare per chi lo pratica, ovviamente. Non per chi, come Quentin, è rimasto morto a terra, ammazzato di botte.
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Nel suo ultimo libro, Michela Murgia sosteneva che il livore appartiene a tutti e non va affatto represso, anzi. Tesi ripresa oggi pure da Saviano, che lo esalta a virtù civile. «Legittimando» le morti di Kirk e Deranque.Cambiano il percorso ma arrivano sempre nello stesso posto; cambiano i toni ma le conclusioni sono ogni volta le medesime. Anni fa fu Walter Veltroni a elaborare la formula subdola ma efficace secondo cui bisogna «odiare l’odio». Sotto la banalità si nascondeva un pensiero feroce e affilato: odiare l’odio significa, nei fatti, «odiare gli odiatori». Tradotto: basta accusare qualcuno di essere un odiatore e su di lui ci si può accanire senza pietà, che è esattamente ciò che è accaduto in questi anni a chiunque abbia rifiutato di farsi chiudere nel recinto progressista. In nome della lotta contro l’odio sono state commesse le peggiori nefandezze, appoggiate le censure più intolleranti e approvate le più rabbiose discriminazioni. L’intera impalcatura totalitaria del woke nasce proprio usando la battaglia contro l’odio come scusa.Ma ecco che, d’un tratto, tutto cambia. Ora scopriamo che, invece, odiare si può, anzi persino si deve. Lo ha sostenuto Michela Murgia in una serie di Lezioni sull’odio mandate in libreria da Einaudi e anticipate da Repubblica, e subito Roberto Saviano ha raccolto il testimone. La tesi della Murgia è che ci si debba assumere la responsabilità di odiare gli altri. L’odio, piaccia o no, appartiene a tutti, e chi lo censura e lo reprime fa danno. Sono pericolosi, per la Murgia, «quelli che, tenendo l’odio a distanza con un vincolo censorio, sviluppano in potenza la capacita di impugnare un machete in qualsiasi momento e trucidare indistintamente il vicino di casa, l’estraneo incontrato per strada o il proprio partner». Occorre, allora, sviluppare «il rapporto consapevolmente maturo con l’odio tipico di quelle rare persone che attribuiscono all’odio uno statuto di normalità e lo riconoscono in sé stesse imparando a fare i conti non soltanto con le proprie pulsioni (che già è un bel problema) ma anche con l’esistenza di un controllo sociale incapace, sulla manifestazione consapevole dell’odio, di ammettere infrazioni. Un controllo sociale ferreo. Chi sa di provare l’odio vive continuamente in un contesto che gli vieta, per via della presenza del tabù, di dirlo, di manifestarlo, di dichiararlo, di praticarlo».Secondo la scrittrice sarda, il modello da seguire è Antonio Gramsci con il suo celebre «odio gli indifferenti». Egli «ci ha offerto un esempio scintillante di come l’odio, se viene riconosciuto e disciplinato attraverso l’intelligenza, non è un difetto. È una virtù, luminosissima».Saviano concorda su tutto. «La felicità», scrive, «non è assenza di odio ma coerenza tra ciò che si prova e ciò che si può nominare. Una felicità adulta, non euforica. Potremmo definirla felicità tragica, ovvero accettazione integrale della propria complessità emotiva. L’odio disciplinato, riconosciuto, integrato diventa persino virtù civile perché consente un’etica della responsabilità. L’odio gramsciano verso l’indifferenza è, in questa prospettiva, un motore politico».Secondo Saviano, Murgia suggerisce che «l’odio più pericoloso non è quello dichiarato, ma quello che si crede virtù, autodifesa, finanche giustizia spontanea». Potremmo obiettare che il mondo progressista, in questi anni, ha fatto esattamente questo: ha odiato perché si riteneva nel giusto, ha discriminato in nome del bene, ha venduto l’oppressione come difesa della democrazia. Tuttavia dobbiamo essere onesti e riconoscere che, sulla carta, Murgia e Saviano hanno ragione. Del resto non sono i primi a sostenere che esista un diritto all’odio: lo rivendicarono Oriana Fallaci e Massimo Fini (e per questo furono messi all’indice) e lo giustifica con argomenti validissimi un pamphlet appena uscito per Liberilibri intitolato Il diritto di odiare. L’odio è un sentimento, pensare di sopprimerlo è roba da dementi, follia da ingegneri sociali.Attenzione, però: un conto è la teoria, altro è la pratica. E a dirla tutta pure la teoria vacilla un po’. A ben vedere, Gramsci odiava gli indifferenti in quanto complici dell’oppressione dei deboli. Stava sicuramente assumendosi la responsabilità del suo odio, lo rivendicava e lo orientava verso una precisa categoria di nemici. Significa che siamo sempre lì, all’odio come categoria politica spendibile in nome di una buona causa, all’odio che forse «non si crede virtù», ma in nome della virtù viene esercitato.Che differenza c’è, dunque, con l’invito veltroniano a odiare gli odiatori? Al massimo qualche sottigliezza argomentativa. L’approdo è identico: si può odiare chi è meno virtuoso di noi. Si può odiare chi compie il male e, ovviamente, sono sempre i soliti «illuminati» a decidere che cosa sia male e che cosa sia bene. A dirla tutta, il discorso della Murgia è persino più pernicioso, perché non si limita a sostenere che l’odio sia umano e insopprimibile, ma decreta che esso si fa virtù se correttamente indirizzato. In pratica, è come dire che l’odio da pensiero può farsi azione e questa azione può essere politicamente vantaggiosa. È in virtù di questa visione del mondo che il fronte progressista ha giustificato l’omicidio di Charlie Kirk prima e del francese Quentin Deranque poi. Si è cercato di dimostrare che fossero odiatori e che, dunque, si meritassero di essere odiati e perfino eliminati. Con Quentin continuano a provarci, dicono che fosse un nazistello, un picchiatore. Che si aderisca al pensiero veltroniano o a quello della Murgia e di Saviano, alla fine non fa differenza: se rivolto contro il nemico politico, l’odio è giustificabile, persino salutare.Salutare per chi lo pratica, ovviamente. Non per chi, come Quentin, è rimasto morto a terra, ammazzato di botte.
Sergio Mattarella (Getty Images)
Il «Picconatore» si oppose alla pretesa di trasformare il Consiglio superiore in una specie di terza Camera dello Stato e ritenne che l’intervento a gamba tesa di un ristretto gruppo di magistrati nei confronti del capo del governo fosse ai limiti dell’insurrezione e al di fuori dei poteri previsti dalla Costituzione.
Ma appunto quella di Cossiga fu un’azione che appartiene a una stagione passata, perché adesso, qualsiasi cosa faccia o decida il Csm non trova un altolà da parte del Quirinale, ma semmai un via libera. Lo si è visto anche ieri, quando a sorpresa Mattarella ha deciso di partecipare al plenum del Consiglio superiore della magistratura. Pur essendone il presidente, il capo dello Stato non è mai stato presente alle riunioni dell’organo di autogoverno. I suoi interventi del resto sono limitati alle occasioni in cui il Colle ha qualche messaggio da recapitare. E ieri di certo ce n’era uno importante, da rendere noto proprio nel mezzo della polemica politica in vista del referendum. Ma Mattarella non è andato a Palazzo dei Marescialli per rimettere in riga le toghe e per ribadire che al pari di tanti altri anche i magistrati sono servitori dello Stato, i quali pur se tutelati da indipendenza e autonomia garantita dalla Costituzione devono rispettare e applicare le leggi della Repubblica. No, il presidente ha voluto presiedere il plenum per ribadire il suo sostegno all’organismo di autogoverno dei magistrati, ma soprattutto per dare una botta al governo, che proprio in questi giorni è impegnato in una campagna referendaria sulla riforma della giustizia.
Il capo dello Stato non ha sentito il bisogno di replicare al procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, il quale ha detto che massoni, indagati e imputati voteranno Sì alla riforma, arruolando dunque nel malaffare chiunque non si opponga come lui alla separazione delle carriere. No, il presidente non ha trovato nulla da ridire sul fatto che un importante magistrato considerasse pendagli da forca coloro che non si intruppano nella battaglia dell’Anm contro la legge Nordio. Né ha invocato la presunzione di innocenza per chi pur indagato potrebbe essere vittima della giustizia e da vittima decidere che gli errori dei magistrati debbano essere oggetto di un procedimento disciplinare indipendente, non condizionato dall’appartenenza ad alcuna corrente della quale magari gli stessi pm e giudici facciano parte.
Mattarella invece ha voluto sottolineare «il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Consiglio superiore della magistratura», bacchettando dunque, pur senza nominarlo, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, colpevole di aver ripetuto ciò che disse un giudice antimafia come Nino Di Matteo, ovvero che la gestione delle nomine degli uffici giudiziari risponde spesso a un sistema molto simile a quello mafioso. Che altro è il Sistema emerso con le intercettazioni a carico dell’ex presidente dell’Anm Luca Palamara se non uno scambio di favori, un traffico di interessi, una lottizzazione della giustizia e una spartizione delle poltrone in nome della legge? Ma di tutto ciò Mattarella non ha parlato. Si è limitato a esercitare quella che i giornali hanno chiamato una «moral suasion energica». Nei confronti delle balle che il fronte del No sta propagandando, dicendo che il governo vuole mettere i pm sotto il controllo della politica? Macché: il richiamo energico è a Palazzo Chigi e al ministro della Giustizia, a cui è chiesto «il rispetto che occorre ribadire e manifestare, particolarmente da parte delle altre istituzioni, nei confronti di questa istituzione». Con le sue frasi felpate il presidente non dice di essere schierato in questa battaglia referendaria, da una parte, ossia quella dei magistrati. Ma il suo No anche senza essere stato pronunciato si è sentito forte e chiaro.
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I volenterosi (Ansa)
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, oggi, su mandato del governo e del Parlamento, sarà a Washington per partecipare «in qualità di osservatore» alla riunione inaugurale del Board of peace, l’organismo internazionale voluto da Donald Trump per sovrintendere alla pacificazione e alla ricostruzione di Gaza. Oltre non era possibile andare, perché la nostra Costituzione impedisce all’Italia di partecipare ad organismi sovranazionali se non in condizione di assoluta parità con tutti gli altri Stati membri, cosa che lo statuto di Board of peace non prevede.
Per la sinistra, manco a dirlo, la scelta di essere comunque presenti all’atto costitutivo è una dimostrazione di subordinazione e servilismo nei confronti di Trump, che di quell’organismo è l’ideatore e coordinatore con ampi poteri decisionali. Insomma, partecipare a una coalizione di Paesi che spontaneamente si mettono insieme sotto l’egida di uno o più di essi con l’obiettivo di affrontare emergenze internazionali per l’opposizione è uno scandalo. In verità non è sempre uno scandalo. A Giorgia Meloni, per esempio, è stato rinfacciato di non essersi iscritta ai primi passi alla «Coalizione dei volenterosi», associazione spontanea e non riconosciuta internazionalmente che Francia e Gran Bretagna hanno messo su per affrontare in modo comune la crisi ucraina. Eppure, anche quella voluta da Macron e Starmer è una alleanza temporanea tra diverse nazioni per dare il via a operazioni militari o umanitarie che non si pongono sotto l’egida delle Nazioni unite. Questi hanno un concetto assai elastico della Costituzione: la interpretano in modo diverso a seconda che ci sia di mezzo Trump oppure Macron. Ma, soprattutto, interpretano malamente il ruolo dell’Italia nello scacchiere internazionale. Mi spiego meglio.
L’interesse primario del nostro Paese è avere un ruolo in tutto ciò che accade nell’area del Mediterraneo dove madre natura ci ha piazzato all’inizio dei tempi. Ma non è soltanto una questione di pura geografia: è che qualsiasi onda di Mare nostrum, anche quella che parte dalla coste più lontane tipo Gaza, prima o poi si infrange sulle nostre spiagge, a volte con effetti simili a uno tsunami.
La sola idea di rimanere completamente tagliati fuori, sia pure per presunti «motivi costituzionali», dal futuro di Gaza è un suicidio politico bello e buono, una mancanza di visione e strategia. Per stare in gioco bisogna giocare al gioco di Trump? Giochiamo, con cautela e buon senso ma giochiamo anche nell’interesse delle nostre aziende (la bonifica e la ricostruzione della Striscia sarà, probabilmente, il più grande affare dei prossimi anni). E giochiamo pure nell’interesse del popolo palestinese che, per la prima volta nella sua millenaria storia, ha la possibilità di uscire dalla miseria e dal degrado in cui i suoi leader lo hanno tenuto e vorrebbero tenerlo all’infinito per poter continuare ad arricchirsi personalmente con gli aiuti umanitari senza fondo.
Rendere civile e vivibile quella terra arida è possibile, Israele lo dimostra. E se per farlo bisogna accompagnarsi a Trump e non all’Onu, beh, a mio avviso ne vale la pena.
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Carlo Nordio (Ansa)
Insomma Nordio è come se sottolineasse di non aver iniziato lui ad alzare i toni aggiungendo che si adeguerà come riteneva di aver già fatto perché «certe espressioni che ho usato non erano mie, ho citato espressioni altrui» riferendosi alla frase sul sistema paramafioso delle correnti. Il suo invito è quello «di entrare in una fase di dialogo costruttivo che sia essenzialmente contenutistico» chiarendo infine che «ci sono stati dei momenti in cui hanno detto piduista, revanscista, addirittura contiguo con la camorra o altro e allora qualche reazione magari c’è, ma se come auspico e auspichiamo tutti, manteniamo il dialogo in un ambito civile, pacato e razionale i toni si abbasseranno e finalmente ragioneremo sul contenuto della riforma».
«Importanti e significative le parole del presidente Mattarella che come sempre va ascoltato con grande attenzione», il commento molto istituzionale del capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami. Il vicepremier Antonio Tajani, pur d’accordo con i colleghi di maggioranza ha colto l’occasione per precisare: «Mattarella ha invitato ad abbassare i toni in generale, ma tutti quanti dovrebbero farlo a cominciare dai magistrati che hanno incarichi di grande responsabilità, come il procuratore Gratteri, che talvolta usa un linguaggio che non è consono al ruolo che svolge».
La sinistra come prevedibile tenta di mettere il cappello sulle parole del capo dello Stato interpretandole a proprio favore. «Sono parole, le sue, che vanno ascoltate e per le quali va ringraziato. In particolare per aver ricordato il necessario rispetto reciproco tra le istituzioni per il bene del Paese» ha detto il segretario del Partito democratico, Elly Schlein. Anche il Movimento 5 stelle fa suo l’intervento di Mattarella. «Il nostro auspicio è che questo messaggio sia stato ben compreso da chi ha lanciato attacchi e ingiurie al Csm per sostenere una riforma costituzionale che punta a scardinare proprio quell’autonomia e quell’indipendenza». Il leader pentastellato Giuseppe Conte aggiunge: «Le polemiche, gli attacchi al Csm avevano superato i livelli di guardia. Addirittura avevano convolto anche il ministro della Giustizia Nordio». Dimenticandosi tuttavia di citare Nicola Gratteri.
Tra i membri del Csm, a commentare la notizia, Isabella Bertolini, consigliere laico, che così ha interpretato quelle parole: «Mattarella non ha fatto una difesa corporativa della magistratura, ma anzi ha messo in luce i problemi e le carenze che ci sono anche nel Csm. Mi auguro che adesso il confronto torni ad essere nel merito della riforma, in modo da aiutare tutti gli Italiani a capire il quesito referendario». «Non intendo rilasciare alcun commento», ha detto invece il presidente dell’Anm, Cesare Parodi. «Non perché è un fatto che non è importante, ma perché è talmente importante, significativo ed eccezionale che non merita un mio commento».
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