Cambiano il percorso ma arrivano sempre nello stesso posto; cambiano i toni ma le conclusioni sono ogni volta le medesime. Anni fa fu Walter Veltroni a elaborare la formula subdola ma efficace secondo cui bisogna «odiare l’odio». Sotto la banalità si nascondeva un pensiero feroce e affilato: odiare l’odio significa, nei fatti, «odiare gli odiatori». Tradotto: basta accusare qualcuno di essere un odiatore e su di lui ci si può accanire senza pietà, che è esattamente ciò che è accaduto in questi anni a chiunque abbia rifiutato di farsi chiudere nel recinto progressista. In nome della lotta contro l’odio sono state commesse le peggiori nefandezze, appoggiate le censure più intolleranti e approvate le più rabbiose discriminazioni. L’intera impalcatura totalitaria del woke nasce proprio usando la battaglia contro l’odio come scusa.
Ma ecco che, d’un tratto, tutto cambia. Ora scopriamo che, invece, odiare si può, anzi persino si deve. Lo ha sostenuto Michela Murgia in una serie di Lezioni sull’odio mandate in libreria da Einaudi e anticipate da Repubblica, e subito Roberto Saviano ha raccolto il testimone. La tesi della Murgia è che ci si debba assumere la responsabilità di odiare gli altri. L’odio, piaccia o no, appartiene a tutti, e chi lo censura e lo reprime fa danno. Sono pericolosi, per la Murgia, «quelli che, tenendo l’odio a distanza con un vincolo censorio, sviluppano in potenza la capacita di impugnare un machete in qualsiasi momento e trucidare indistintamente il vicino di casa, l’estraneo incontrato per strada o il proprio partner». Occorre, allora, sviluppare «il rapporto consapevolmente maturo con l’odio tipico di quelle rare persone che attribuiscono all’odio uno statuto di normalità e lo riconoscono in sé stesse imparando a fare i conti non soltanto con le proprie pulsioni (che già è un bel problema) ma anche con l’esistenza di un controllo sociale incapace, sulla manifestazione consapevole dell’odio, di ammettere infrazioni. Un controllo sociale ferreo. Chi sa di provare l’odio vive continuamente in un contesto che gli vieta, per via della presenza del tabù, di dirlo, di manifestarlo, di dichiararlo, di praticarlo».
Secondo la scrittrice sarda, il modello da seguire è Antonio Gramsci con il suo celebre «odio gli indifferenti». Egli «ci ha offerto un esempio scintillante di come l’odio, se viene riconosciuto e disciplinato attraverso l’intelligenza, non è un difetto. È una virtù, luminosissima».
Saviano concorda su tutto. «La felicità», scrive, «non è assenza di odio ma coerenza tra ciò che si prova e ciò che si può nominare. Una felicità adulta, non euforica. Potremmo definirla felicità tragica, ovvero accettazione integrale della propria complessità emotiva. L’odio disciplinato, riconosciuto, integrato diventa persino virtù civile perché consente un’etica della responsabilità. L’odio gramsciano verso l’indifferenza è, in questa prospettiva, un motore politico».
Secondo Saviano, Murgia suggerisce che «l’odio più pericoloso non è quello dichiarato, ma quello che si crede virtù, autodifesa, finanche giustizia spontanea». Potremmo obiettare che il mondo progressista, in questi anni, ha fatto esattamente questo: ha odiato perché si riteneva nel giusto, ha discriminato in nome del bene, ha venduto l’oppressione come difesa della democrazia. Tuttavia dobbiamo essere onesti e riconoscere che, sulla carta, Murgia e Saviano hanno ragione. Del resto non sono i primi a sostenere che esista un diritto all’odio: lo rivendicarono Oriana Fallaci e Massimo Fini (e per questo furono messi all’indice) e lo giustifica con argomenti validissimi un pamphlet appena uscito per Liberilibri intitolato Il diritto di odiare. L’odio è un sentimento, pensare di sopprimerlo è roba da dementi, follia da ingegneri sociali.
Attenzione, però: un conto è la teoria, altro è la pratica. E a dirla tutta pure la teoria vacilla un po’. A ben vedere, Gramsci odiava gli indifferenti in quanto complici dell’oppressione dei deboli. Stava sicuramente assumendosi la responsabilità del suo odio, lo rivendicava e lo orientava verso una precisa categoria di nemici. Significa che siamo sempre lì, all’odio come categoria politica spendibile in nome di una buona causa, all’odio che forse «non si crede virtù», ma in nome della virtù viene esercitato.
Che differenza c’è, dunque, con l’invito veltroniano a odiare gli odiatori? Al massimo qualche sottigliezza argomentativa. L’approdo è identico: si può odiare chi è meno virtuoso di noi. Si può odiare chi compie il male e, ovviamente, sono sempre i soliti «illuminati» a decidere che cosa sia male e che cosa sia bene. A dirla tutta, il discorso della Murgia è persino più pernicioso, perché non si limita a sostenere che l’odio sia umano e insopprimibile, ma decreta che esso si fa virtù se correttamente indirizzato. In pratica, è come dire che l’odio da pensiero può farsi azione e questa azione può essere politicamente vantaggiosa. È in virtù di questa visione del mondo che il fronte progressista ha giustificato l’omicidio di Charlie Kirk prima e del francese Quentin Deranque poi. Si è cercato di dimostrare che fossero odiatori e che, dunque, si meritassero di essere odiati e perfino eliminati. Con Quentin continuano a provarci, dicono che fosse un nazistello, un picchiatore. Che si aderisca al pensiero veltroniano o a quello della Murgia e di Saviano, alla fine non fa differenza: se rivolto contro il nemico politico, l’odio è giustificabile, persino salutare.
Salutare per chi lo pratica, ovviamente. Non per chi, come Quentin, è rimasto morto a terra, ammazzato di botte.







