L’Ungheria è il caso più recente, con il «dittatore» Viktor Orbán che «mai lascerà il potere».
Anzi: «Impedirà al popolo sovrano di esprimersi», o comunque «farà di tutto per inquinare il responso delle urne».
Sappiamo com’è finita.
E che dire di Giorgia Meloni?
Fino alla vigilia del referendum sulla giustizia, era la «ducetta» a capo di un soffocante «regime», che stava riducendo gli spazi democratici e calpestando i diritti civili, mentre l’onda montante delle camicie nere non si limitava a emergere solo a Predappio o in via Acca Larentia, ma stava per travolgere le stesse istituzioni nate dalla Liberazione e dalla Resistenza.
Questo grazie anche a Tele Meloni.
Sappiamo com’è finita: con gli stessi - pronti (a parole), fino a cinque minuti prima, ad andare in montagna «per opporsi all’invasor» - a esultare in piazza per celebrare la saggezza degli italiani, che hanno urlato nelle urne: «La Costituzione non si tocca!».
Salvo che a modificarla non sia la sinistra, come fece con il titolo V nel 2001, introducendo il federalismo amministrativo e aprendo la strada all’autonomia differenziata (che la destra ha potuto mettere in cantiere proprio in virtù di quell'iniziativa).
Nota a margine: siccome l’Italia è piena di «antifa di maniera e di carriera», secondo la perculante fotografia di Antonio Padellaro in Antifascisti immaginari, ecco Laura Boldrini orgogliosa di aver impedito, in nome della libertà di parola (propria), un convegno sulla remigrazione organizzato dalla destra in Parlamento.
Peccato solo che lei, nel 2018, da presidente della Camera, non avesse impedito, nonostante le proteste, un analogo convegno di Casapound, non detenendo, dichiarò all’epoca, «alcun potere per autorizzare o vietare l’uso della sala stampa qualora questa venga prenotata da un deputato».
Rimanendo a Meloni e dintorni: mai, come da quando lei è arrivata a palazzo Chigi, il patriarcato - altro ritornello - avrebbe trovato nuova linfa e vigore.
E già così il cortocircuito propagandistico fa ridere, visto che è la destra, machista e sessista, a incoronare la prima donna premier.
Il bello è che più si parla di donne sottomesse in funzione ancillare, più si stanno facendo strada le leadership al femminile.
Cos’è stata l’elezione di Elly Schlein come segretario Pd se non il tentativo di recuperare il gap con la destra?
Mentre già sta scaldando i motori la stilosa Silvia Salis, e vedremo se andrà lunga o meno alla prima curva, che un giorno potrebbe vedersela non con Giorgia ma con Marina Berlusconi (che secondo il Fatto Quotidiano di ieri, avrebbe chiesto agli autori di Ciao Darwin di Paolo Bonolis di scriverle «gag» e «aneddoti portatili», perché se mai scendesse davvero in campo naturalmente, e ditemi se anche questo non è un pregiudizio, lo farebbe in stile Bagaglino, o giù di lì...).
Seconda nota a margine: è da quando ero iscritto alla Fgci, metà anni Settanta, che sento dire che in Italia c’è un «regime», altro vocabolo prêt-à-porter indispensabile nel vocabolario di ogni sincero democratico.
All’epoca era quello della Dc. Poi ci furono quelli di Bettino Craxi, di Silvio, di Matteo Renzi, Beppe Grillo e, appunto, Meloni.
In fondo, una continuità «di sistema» che certifica quanto avesse ragione (e qui esce il radicale libertario che è in me, fortunatamente subentrato al giovane comunista) Marco Pannella: in Italia l’unico regime, mefitico e irriformabile, è quello partitocratico.
E vogliamo parlare della pervasività dei pro Pal? Con i loro diktat: «A Gaza è genocidio, punto», e l'esibizionismo etico dei flottilleros, partiti non si sa ancora bene con quali obiettivi, se non quello di monopolizzare er dibattitto, facendo addirittura titolare alla Stampa (2 ottobre 2025): «Flottilla, l’Italia si blocca», nientemeno, con annesso sciopero a sostegno proclamato dai sindacati? Con Matteo Ricci del Pd che andava sul palco con la bandiera palestinese, e sappiamo com’è finita nelle Marche, e Pasquale Tridico del M5s che annunciava come primo atto da governatore il riconoscimento dello Stato palestinese, e sappiamo com’è finita.
Flashback. Settembre 2022, vigilia delle elezioni politiche.
Dall’Huffington Post: «ll segretario esorta, almeno dieci volte, a “combattere”, alzando anche sapientemente i decibel: a “combattere la destra”, “uniti”, “casa per casa”, “con tutta la passione possibile”, a “combattere” per “le nostre buone ragioni nel governo”». Non basta. «Il leader prosegue: “Le classi dirigenti italiane non hanno capito che qui non è in gioco un’alleanza di governo o il destino di un leader, ma la tenuta della nazione nei prossimi anni”». Chiosa del giornalista: «È un riflesso antico, la grande chiamata alle armi, l’allarme massimo, “democratico” si sarebbe detto una volta: c’è una destra, rocciosa, incombente, negazionista, “estrema”, che “non si vergogna a candidare i fascisti”, un pericolo così grande che non consente il lusso di perdersi in chiacchiere, in dibattiti e critiche perché “l’avversario non è qui, è la destra”».
E qui arriva lo sfottò: «L’allarme è a intermittenza, oggi c’è ma ieri non c’era, domani chissà. Un’enfasi che, gira che ti rigira, porta sempre a rispolverare l’armamentario della propria giovinezza: l’antifascismo, i partigiani, Bella ciao, il sangue versato per la democrazia». Perché «è chiaro: l’unica cosa che può tenere assieme il tutto è l’allarme rappresentato dalla destra incombente».
Il tutto a firma di Alessandro De Angelis, vicedirettore della testata online, ospite fisso di Lilli Gruber su La7, a commento degli slogan abusati da Nicola Zingaretti nel suo comizio alla Festa dell’Unità di Modena.
Del resto, lo sappiamo: riposizionati a sinistra, fai tuo l’aforisma «il fascismo non è un'ideologia, è un crimine», e camperai tranquillo.
Come invitava Ennio Flaiano nel Frasario essenziale (Bompiani): «Iscrivetevi al Partito comunista. Vantaggi: sarete temuti e rispettati; libertà privata totale; ampie possibilità per il futuro; viaggi in comitiva; nessuna perdita in caso di persistenza del Sistema; guadagno in caso di rivoluzione (almeno per i primi tempi); colloquio con i giovani; ammirazione del ceto borghese; ampie facilitazioni sessuali; possibilità di protesta; rapida carriera; firme di manifesti vari; impunità per delitti politici e di opinione; in casi disperati, alone di martirio». Era il 1969. Sappiamo com’è finita.