funerali nicola musiani
I funerali di Nicola Musiani, massacrato di botte su un piazzale di Pinarella di Cervia nella notte tra il 18 e il 19 luglio (Ansa)

Curiosamente, nessuna piazza di Bologna si è riempita per chiedere verità e giustizia. Non sono scesi in strada centinaia di indignati per la morte del povero Nicola Musiani, e non ci sono stati scontri di antagonisti con la polizia. Il Pd non ha mobilitato le folle, le massime autorità regionali non hanno stilato con sguardo severo.

Nicola Musiani e il doppio standard della sinistra

Eppure anche Nicola presentava tracce di quello che oggi si usa definire «disagio psichico». Era un essere umano inoffensivo e un po’ naif, come ce ne sono sempre stati tanti in provincia e non solo. Di solito vengono accolti dalle comunità con dolcezza, se ne tollerano le stravaganze e quando capitano le intemperanze. È il modo tradizionale e molto concreto, poco medicalizzato, di affrontare quella che i capoccioni chiamano devianza, e che nei paesi è da sempre, soltanto, una forma di stravaganza che non spaventa né infastidisce.

Hanno provato a scrivere, in questi giorni, che ad ammazzare Nicola Musiani a botte e calci – come fosse un cane randagio – sono stati alcuni giovani «residenti in Romagna». Una precisazione pelosa e squallida per nascondere la realtà: i killer sono dei ventenni (tra i 19 e i 23 anni per la precisione) «di origine straniera», cioè stranieri: marocchini. Non conoscevano Nicola, lo hanno visto prima di entrare in discoteca. Uno, prima di andare a fare festa, gli ha urlato: «Tossico!». Poi, a fine serata, tutti e quattro sono tornati alla carica. Per niente, solo per fare rissa come tipico dei maranza, a cui basta uno sguardo storto, o un’altra scusa inutile per scatenare la violenza.

Nicola aveva 54 anni, viveva in un camper vicino all’anziano padre, era conosciuto, gli volevano bene, non faceva male a nessuno. Ma hanno fatto del male a lui, molto male. Sassate, calci, pugni, bottigliate in testa fino a provocargli una emorragia. Lo hanno massacrato di botte e lasciato morente, a crepare dopo ore di agonia. Alcuni dei giovani macellai hanno cercato di fuggire in Marocco, prima che le forze dell’ordine li individuassero grazie alla dashcam di un camion e li arrestassero. Alcuni erano già noti, erano stati protagonisti di altre analoghe imprese di pestaggio.

Quando la vittima non rientra nel racconto progressista

Niente manifestazioni, per Nicola. Niente commenti indignati a poche ore dal fatto, del tipo di quelli che uscirono dalla bocca del sindaco Matteo Lepore quando si apprese della morte di Fakir. Anzi, sulle prime gli esponenti del Pd sono stati molto cauti. «Di fronte a fatti come questo non basta indignarsi», recitava la nota stampa diffusa dalla maggioranza di sinistra del Comune di Cervia, dove è avvenuto lo scempio. È necessario interrogarsi sul tipo di società che vogliamo costruire e sul ruolo che ciascuno, a partire dalle istituzioni, è chiamato a svolgere. La violenza che ha colpito Nicola non riguarda soltanto una singola vittima. Interroga tutti noi. Ci parla di fragilità, di marginalità, di esclusione, ma anche di una crescente aggressività sociale che attraversa il Paese e che non può essere considerata inevitabile o normale».

Già: se la sono presa con «la crescente aggressività sociale che attraversa il Paese», ci mancava solo che tirassero in ballo la destra e il fascismo di ritorno. Pd, Avs e Cinque stelle locali hanno spiegato che «occorre rafforzare i valori del rispetto, dell’inclusione, della solidarietà e della responsabilità collettiva. Occorre investire nei servizi, nelle reti sociali, nella prevenzione, nei percorsi educativi e in tutte quelle azioni che aiutano a rimuovere le cause del disagio e dell’isolamento, prima che si traducano in esclusione». Tante belle parole, ma niente riferimenti all’immigrazione, ai maranza o simili. Del resto si sa: se di mezzo ci sono stranieri bisogna andarci piano, evitare polemiche.

Ancora ieri il sindaco di Cervia Mirko Boschetti si augurava che «il prosieguo delle indagini e il successivo iter processuale faccia piena luce sulle responsabilità e renda piena giustizia a Nicola». «Ribadiamo», ha detto il sindaco, «la volontà del Comune di Cervia di costituirsi parte civile nel procedimento penale, come già annunciato nei giorni scorsi. È una scelta che conferma la vicinanza dell’Amministrazione ai familiari della vittima e la volontà di tutelare gli interessi dell’intera comunità, ferita da una vicenda che ha suscitato profondo dolore». Nel frattempo la deputata del Partito democratico Ouidad Bakkali, il deputato Andrea Gnassi e i consiglieri regionali Valentina Ancarani e Daniele Valbonesi sono andati in visita al carcere di Forlì, e hanno fatto molto bene, intendiamoci. Ma fra le loro dichiarazioni alla stampa locale di nuovo non risultano uscite ruvide sugli assassini di Nicola, o sul loro «background migratorio», come si usa dire con correttezza politica.

Il silenzio della sinistra e il caso Fakir

Con il solito triste esercizio, potremmo chiederci che cosa avrebbero detto se Nicola fosse stato pestato da italiani di antico conio, o se avesse avuto un guaio con la polizia. Ma eviteremo, per pudore, di alimentare sdegno e tristezza. Ci limiteremo a prendere atto del fatto che Nicola è l’ennesima vittima dell’immigrazione, una vittima particolarmente fragile e innocente. Niente manifestazioni di piazza per lui. Non faceva male a nessuno, lo hanno ucciso per niente. Lo hanno ucciso dei «residenti a Forlì»: tutto risolto.

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