verità bonino titolo

Non conosco Alessandra Longo. Mi dicono sia una giornalista di lungo corso, che per oltre 30 anni ha lavorato a Repubblica. Di lei credo però di non aver mai letto niente e se l’ho letto non lo ricordo. Ieri però ho avuto modo di scoprire che è un’indignata speciale. La collega infatti ha rivolto un accorato appello al presidente del Consiglio di disciplina dell’Ordine dei giornalisti, sezione laziale, e anche al presidente dell’organismo di categoria che vigila sulla professione, invitandoli a dissociarsi pubblicamente dal titolo con cui ieri il nostro giornale ha dato notizia della scomparsa di Emma Bonino.

«Qui non è a rischio la libertà di parola, ma la decenza, l’etica, il rispetto», ha scritto ai due presidenti: «Io non mi sento rappresentata da colleghi che hanno concepito questa ignominia». Cioè non si sente rappresentata da noi.

Non so che cosa le avesse fatto credere che i giornalisti della Verità la rappresentassero, ma le posso assicurare che io da quasi mezzo secolo, cioè da quando faccio questo mestiere, non mi sono mai sentito rappresentato da Repubblica e dai suoi cronisti e tuttavia non ho mai scomodato l’Ordine e i suoi vertici affinché si dissociassero dal quotidiano in cui lei ha lavorato per una vita.

Grazie al cielo in Italia non esiste il Minculpop e dunque ognuno è libero di scrivere ciò che pensa e non ciò che pensa Alessandra Longo, la quale, pur avendo fatto la giornalista per molti anni, forse non ha ben chiaro l’articolo 21 della Costituzione.

Il titolo con cui si annunciava la morte di Emma Bonino non le è piaciuto? Non ha gradito che richiamassimo una delle battaglie per cui la leader radicale era conosciuta, trovando di dubbio gusto l’accostamento della sua fine alla legge sul suicidio assistito?

E che cosa c’è di così indecente da spingerla a presentare un esposto? «Fine vita» non è un insulto e non è neppure un augurio, ma, come ci hanno spiegato proprio Bonino e compagni, un diritto. Anzi: una conquista. Dunque, dove sta lo scandalo? Forse in certi libertari alla vaccinara, che invocano la libertà di stampa per tappare la bocca a chi non la pensa come loro.

Alessandra Longo reclama la censura in nome del rispetto e della decenza. E dove stava questa Donna Letizia in formato Repubblica quando il Manifesto accoglieva l’ascesa al soglio pontificio di papa Ratzinger definendolo «Il pastore tedesco»?

E che cosa diceva questa Monsignor Della Casa in gonnella quando per la morte di Silvio Berlusconi lo stesso quotidiano titolò «Asceso in campo»? In questo caso, siccome riguardava l’odiato Cavaliere, il calembour non richiedeva nessuna dissociazione? No, tutti risero dello splendido gioco di parole. Probabilmente rise anche Alessandra Longo.

Chissà se, per quel titolo, per le vignette di Repubblica, per quelle di Vauro, per le tante irridenti e provocatorie che sono apparse sulla stampa in questi anni, ha presentato un esposto? Nel caso, saremmo lieti di vederlo. Così, carta alla mano, potremo dire che questa indignata speciale non ci rappresenta.

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