Per combattere le idee che non si condividono c’è un metodo in Italia molto seguito, che è quello di fascistizzarle. Cosa facilissima perché molte delle idee sostenute dal fascismo non erano affatto sue proprie ma largamente diffuse e condivise anche fuori d’Italia ovvero, se limitate all’Italia, risalenti a ben prima del fascismo.
di Pietro Dubolino, Presidente emerito di sezione della Corte di Cassazione
È il caso, ad esempio, quanto a queste ultime, della concezione del matrimonio e della famiglia, quale espressa nella legislazione tanto civile quanto penale.
Famiglia e matrimonio, la storia dei codici smentisce il monopolio fascista della visione patriarcale
Le disposizioni, infatti, del Codice civile del 1942, che escludevano la possibilità del divorzio, prevedendo che il matrimonio potesse sciogliersi solo con la morte di uno dei coniugi (articolo 149) e assegnavano al marito (articolo 144) il ruolo di «capo della famiglia», riproducevano alla lettera le analoghe disposizioni già contenute, rispettivamente, negli articoli 148 e 131 del precedente Codice civile emanato nel 1865.
Quanto alla legislazione penale, già nel Codice penale Zanardelli, emanato nel 1889, era prevista, all’ articolo 377, la figura attenuata dell’omicidio a causa di onore, poi riprodotta nell’articolo 578 del Codice penale del 1930 e rimasta in vigore fino a quando, con la legge n. 442 del 1981, ne fu disposta l’abrogazione.
Così come era già prevista nel codice del 1889, all’articolo 352, la figura del «matrimonio riparatore», comportante l’impunità per il reato di violenza carnale e altri in materia sessuale, poi riprodotta nell’articolo 544 del Codice penale del 1930 e anch’essa rimasta vigente fino all’abrogazione avvenuta con la citata legge n. 442 del 1981.
E ancora, tanto nel Codice penale del 1889 quanto in quello del 1930, l’infedeltà coniugale era sottoposta a diverso trattamento sanzionatorio, essendo sempre punibile quella della moglie, qualificata come adulterio, mentre quella del marito lo era soltanto se assumeva le caratteristiche del concubinato.
Omofobia e fascismo, un’associazione senza fondamento: dal Codice Zanardelli al caso britannico
Si può dire, quindi, tutto quello che si vuole contro quella che viene ora definita, in senso dispregiativo, la visione «patriarcale» della famiglia, tranne che accusare – come invece avviene frequentemente – di simpatie o nostalgie «fasciste» coloro che, lungi comunque dal pensiero di tornare a quella visione, si limitano a non condividere l’equiparazione alla famiglia tradizionale di rapporti di altra natura, con particolare riguardo a quelli omosessuali.
Quanto, poi, all’atteggiamento nei confronti dell’omosessualità in generale, la frequente associazione, nel confronto politico, tra cosiddetta «omofobia» e fascismo è quanto di più assurdo si possa immaginare.
Per un verso, infatti, la forte disapprovazione sociale delle pratiche omosessuali era, all’epoca del fascismo, un elemento che caratterizzava, si può dire da sempre e più o meno nella stessa misura, tutte le società del tempo in ogni parte del mondo.
Per altro verso, proprio in Italia, già nel Codice penale del 1889, era esclusa ogni ipotesi di criminalizzazione dei rapporti omosessuali in quanto tali; e nulla cambiò con l’entrata in vigore del Codice del 1930, mentre, ad esempio, nel Regno unito, i rapporti omosessuali, ancorché tra adulti consenzienti, continuarono a costituire reato, quanto all’Inghilterra e al Galles, fino al 1967, quanto alla Scozia fino al 1981 e quanto all’Irlanda del Nord fino al 1982.
Razzismo e fascismo, dalla legislazione del 1938 al confronto con Usa e Sudafrica
Altra associazione del tutto priva di fondamento è poi quella tra fascismo e razzismo, sempre che, naturalmente, si escluda la tardiva, sciagurata legislazione del 1938, diretta esclusivamente contro la cosiddetta «razza ebraica», che tale, a rigore, non potrebbe neppure definirsi.
Quanto, infatti, alle altre razze e, segnatamente, a quella nera, l’atteggiamento del fascismo non si distinse per nulla da quello all’epoca generalizzato in Europa e nelle Americhe, secondo cui era da darsi per pacifica l’inferiorità, dovuta alle più varie ragioni, della «razza nera» rispetto non solo alla «razza bianca» ma anche a tutte le altre presenti nel pianeta.
Atteggiamento, quello ora detto, che, per quanto possa oggi ritenersi deplorevole, era talmente dato per scontato che non vi era neppure una parola per definirlo.
La parola «razzismo», infatti, come risulta da un pregevole studio del ricercatore canadese Nathan G. Alexander, risulta presumibilmente comparsa per la prima volta nel dizionario francese Larousse du XXe siècle, edizione 1932, ma soltanto per designare il pensiero, testualmente, dei «nazionalsocialisti tedeschi che pretendono di rappresentare la pura razza tedesca, escludendo gli ebrei, etc.».
Nulla a che vedere, quindi, con il più generale significato che attualmente viene attribuito alla stessa parola.
E vi è, peraltro, da osservare che nell’Italia fascista non furono mai adottati provvedimenti apertamente discriminatori nei confronti di non appartenenti alla «razza bianca» quali furono, invece, quelli vigenti nella stessa epoca – e a lungo poi sopravvissuti – in taluni stati degli Usa e nell’Unione Sudafricana, contro i quali ebbero a battersi personaggi quali, rispettivamente, Martin Luther King e Nelson Mandela.
Nazionalismo e conquiste non nacquero con Mussolini: dalla Libia alla Grande guerra
Né, infine, può dirsi che fossero propri del fascismo, pur avendoli esso fortemente sostenuti, il nazionalismo e il connesso spirito di conquista, di cui, ben prima del fascismo, erano state manifestazioni, fra le altre, la guerra italo-turca del 1911-12, che portò alla conquista della Libia ai danni dell’impero ottomano (non più giustificabile di quanto lo fu, poi, la guerra del 1935-36 che portò alla conquista dell’Etiopia), e la stessa guerra del 1915-18 contro gli Imperi centrali, alla quale Mussolini fu certo favorevole ma che a decidere fu il governo liberale presieduto da Antonio Salandra.
In ultima analisi, quindi, propria del fascismo può dirsi soltanto la concezione dello Stato, in quanto caratterizzata dal rifiuto dei principi e delle regole della democrazia.
Vannacci e il fascismo, Monti attacca la «narrativa» senza contestare le sue idee nel merito
E allora, se così è, quando taluno, come il generale Vannacci, assicura di voler rispettare quei principi e quelle regole e non vi sia ragione alcuna di sospettare che, in realtà, abbia intenzioni diverse, è desolante constatare che lo si combatta, in pieno contrasto con quello che dovrebbe essere lo spirito della democrazia, non contestando nel merito il contenuto dei suoi programmi ma accusandolo – come ha fatto il senatore Mario Monti al recente convegno di Cernobbio, in linea con il pensiero unico della sinistra e anche di parte della destra – di essere «la ricostituzione della narrativa, della retorica, dello spirito del fascismo».
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