Forse qualcuno dovrebbe spiegare agli ucraini alcune basilari regole dell’ospitalità e offrire loro qualche infarinatura di buona educazione: tutte cose che potrebbero tornare utili nel percorso (con tutta evidenza ancora molto lungo) verso lo status di democrazia europea.
La richiesta di censura di Kiev alla Biennale di Venezia
Il fatto è che gli uomini di Kiev si comportano come fossero i padroni anche in casa degli altri, e sono soliti esibire un atteggiamento di sovietica memoria, decisamente poco adatto a chi fa lezioni di indipendenza e libertà quasi ogni giorno.
Ciclicamente, per bocca del governo o di qualche emissario o burocrate, gli ucraini pretendono oscuramenti e censure, compilano liste di proscrizione talvolta surreali e, aggrediti in guerra, si fanno smargiassi nell’arena culturale.
L’ultimo caso di cui si sono voluti protagonisti riguarda, di nuovo, la Biennale di Venezia, dove sono graditi e soprattutto non paganti ospiti, pur comportandosi come se fossero i gestori della baracca. Per la precisione, ad andarci di mezzo è stata la Mostra del cinema, prestigiosa kermesse che fra qualche settimana illuminerà il Lido.
L’altro giorno una dichiarazione congiunta del ministero della Cultura e del ministero degli Esteri di Kiev ha richiesto l’esclusione dal concorso cinematografico di un film intitolato Dau.
La nota congiunta dei ministeri ucraini
«La Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, organizzata dalla Biennale di Venezia, è tra le piattaforme cinematografiche più influenti al mondo e le sue scelte hanno un peso reale in ciò che la comunità culturale internazionale riconosce e legittima», si leggeva nella nota.
«È per questo motivo che l’inclusione del film Dau di Ilya Khrzhanovskiy nel concorso principale di Venezia 83, dove si contenderà il Leone d’oro, suscita profonda preoccupazione. In un momento in cui la Russia continua la sua guerra di aggressione contro l’Ucraina, distruggendo sistematicamente le nostre città, il nostro patrimonio culturale e la nostra identità nazionale, concedere una delle piattaforme culturali più prestigiose a un progetto legato allo Stato russo e alle sue reti di influenza invia un messaggio profondamente inquietante. Rispettiamo pienamente l’indipendenza curatoriale e il giudizio artistico del festival. Allo stesso tempo, la cultura non può essere considerata isolatamente dalla politica né valutata esclusivamente in base al merito artistico, a prescindere da chi la finanzia o da quali interessi serva in ultima analisi».
Le accuse al film e al regista Ilya Khrzhanovsky
Insomma, quel film non deve essere presentato in concorso. E perché mai? «Occorre ricordare che il progetto è stato finanziato da Sergei Adoniev, un uomo d’affari russo sanzionato sia dagli Stati Uniti che dall’Ucraina e con legami credibili con il regime di Putin», dicono gli ucraini.
«Il regista del film, Ilya Khrzhanovsky, ha diretto un progetto culturale finanziato da oligarchi russi legati al Cremlino, ampiamente criticato dagli intellettuali ucraini e internazionali. L’attore protagonista, Teodor Currentzis, ha ottenuto la cittadinanza russa concessagli da Vladimir Putin e ha costruito la sua carriera musicale grazie ai finanziamenti di banche statali russe sanzionate e istituzioni culturali statali. Questi legami hanno già indotto diverse istituzioni culturali europee ad annullare i suoi impegni e a interrompere le collaborazioni con lui. Va inoltre sottolineato che Dau è stato girato a Kharkiv tra il 2008 e il 2011, eppure ritrae una città ucraina esclusivamente attraverso una lente sovietica, ignorandone la storia e l’identità. Tale rappresentazione riflette la stessa narrativa imperialista che la Russia continua a imporre attraverso la sua guerra di aggressione contro l’Ucraina».
Curioso, nella nota, il passaggio finale sulla violazione dell’identità culturale di Kharkiv usata come set. Un po’ come se gli abruzzesi si fossero lamentati quando le loro terre venivano sfruttate per girare gli spaghetti western fingendo che fossero vallate americane.
Soprattutto, però, è sorprendente il feroce atto d’accusa nei riguardi del regista Ilya Khrzhanovsky e del contenuto della pellicola.
Il profilo del regista dissidente
Per demolire ogni critica basterebbe citare il fatto che sulla sceneggiatura del film c’è pure la firma di Vladimir Sorokin, scrittore celebratissimo in tutto il mondo, spietato critico di Putin e per questo decisamente sgradito a Mosca. Quanto a Khrzhanovsky, ha rinunciato alla cittadinanza russa, parteggia apertamente per Kiev e si definisce un dissidente. Ed esistono varie sue foto in compagnia di Zelensky.
La replica ufficiale e la smentita della Biennale
La Biennale di Venezia, in un comunicato ufficiale, ha platealmente smentito le istituzioni ucraine: «Dau è un film di produzione tedesca, con Francia e Svezia come Paesi coproduttori. Il film è stato finanziato da Arte, Wdr, Swedish film institute e Hubert bals fund (Paesi Bassi)», scrive la Biennale. E riguardo al regista precisa: «La sua opposizione all’invasione russa dell’Ucraina è nota fin dall’inizio del conflitto; infatti, la Russia lo ha inserito nella sua lista di agenti stranieri, accusandolo di attività dirette contro lo Stato e collegando il suo lavoro a operazioni terroristiche.
L’organizzazione XY, creata nel 2023 da Khrzhanovsky in collaborazione con il giornalista Mickhail Zygar, è un’organizzazione no-profit con l’obiettivo di contrastare la propaganda russa e sostenere iniziative culturali indipendenti contro la guerra in Ucraina. Nel febbraio del 2024 è stata dichiarata organizzazione indesiderata dalla Procura generale della Russia.
Il film Dau si propone come un atto di accusa contro ogni sistema totalitaristico e la sua intrusione nelle vite degli individui, compromettendone la libertà. Sebbene Sergey Adoniev sia stato coinvolto in un momento del progetto ventennale in più parti, non ha contribuito al film Dau, in concorso a Venezia. Il progetto e Adoniev si sono separati prima di questo film nel 2019».
I dubbi sulle reali motivazioni di Kiev: il caso Babyn Yar
Dopo una risposta del genere, da Kiev dovrebbero arrivare rapidissime e monumentali scuse. Ma per ora non se ne ha notizia. Viene anche il sospetto che l’astio ucraino nasca da altre motivazioni. Come ricorda PeaceLink, Khrzhanovsky nel 2019 è stato nominato direttore artistico del Babyn yar holocaust memorial center a Kiev (e già questo dice tutto). Ma ha fatto irritare molti per via della rappresentazione che ha allestito dell’eccidio, giudicata troppo vivida e brutale.
«Il problema», suggerisce Peacelink, «è che Khrzhanovsky ha voluto denunciare non solo i nazisti ma anche i collaborazionisti ucraini che aiutarono i nazisti nell’eccidio del settembre 1941. La sua ricerca della verità storica, per quanto scomoda, è proprio ciò che la memoria autentica richiede».
Che qualcuno abbia voluto approfittare della Biennale per saldare vecchi conti?
Censura e cultura: la necessità di un segnale chiaro
In ogni caso, sarebbe ora che a Kiev fosse inviato un messaggio chiaro: la situazione bellica non autorizza a richiedere costantemente mordacchie e censure. E a dirla tutta sarebbe anche il caso che pure qui da noi qualche politico o intellettuale, pure di destra, alzasse il ditino per protestare contro l’arroganza di stampo sovietico della novella Inquisizione ucraina. Invece tutto tace.
Dau è un film colossale pensato e realizzato per raccontare l’oppressione dell’Urss e per contestare ogni forma di autoritarismo. Dunque è non solo giusto ma anche importante che la Biennale lo proietti. E vederlo potrebbe fare bene anche agli ucraini.
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