Bisogna ammettere che la formula non è delle più piacevoli all’ascolto. E infatti ogni volta che si parla di «classi differenziate» da sinistra hanno gioco facile a evocare fantasmi del passato e oscure minacce.
Vannacci e Afd, la polemica sulle classi speciali
Quando Afd suggerisce di organizzare classi apposite per gli stranieri che non conoscono bene la lingua della nazione in cui sono ospiti immediatamente si scomoda il nazismo. Quando Roberto Vannacci ha citato le classi differenziate per alunni disabili (era il 2024, e non aveva ancora creato Futuro nazionale) il fronte progressista ha scatenato l’inferno.
Dal Pd ad Avs si sono sprecate le dichiarazioni tonitruanti. Ci fu chi, ovviamente, scomodò il fascismo e le nostalgie hitleriane. Il Movimento 5 stelle bollò le parole del generale come «deliranti, pericolosissime o offensive per migliaia di famiglie».
Intervenne pure la Cei nella persona di monsignor Francesco Savino: «Queste affermazioni ci riportano ai periodi più bui della nostra storia». A dirla tutta, anche da destra piovvero critiche, se non altro perché il tema era molto scivoloso.
Il fatto, effettivamente piuttosto curioso, è che le famigerate classi differenziali in Italia esistono eccome. Non vengono chiamate così e sono certamente diverse dalle classi differenziali e speciali del passato, abolite tra la fine degli anni Settanta e gli anni Novanta.
Ma al netto delle definizioni aggiornate al linguaggio e alla sensibilità contemporanea, progetti di classi separate e specifiche per alunni disabili sono presenti nella scuola italica e addirittura presentate come modelli.
A Genova esistono i Poli Res per gli alunni disabili
Un esempio estremamente interessante lo fornisce la democratica Genova attualmente guidata da Silvia Salis. Nel territorio ligure esistono i Poli Res (che sta per Risorse educative speciali), un tempo conosciuti come poli gravi.
Sono una decina e, sul sito istituzionale di uno di questi, si trovano riflessioni davvero stimolanti. «Nel dibattito intorno all’inclusione degli alunni con disabilità sorgono spesso interrogativi circa le modalità e le possibilità di integrazione dei bambini e dei ragazzi con disabilità molto gravi», leggiamo sulla pagina dell’Istituto comprensivo Pegli, che ha come motto «Diversamente uguali».
Segue una analisi decisamente condivisibile: «Esistono situazioni che richiedono assistenza costante, personale specialistico, nonché ausili e sussidi importanti e peculiari. Non di rado subentrano difficoltà quando si richiede la presenza di personale infermieristico e non mancano situazioni in cui insegnanti, collaboratori e assistenti si ritrovano nelle emergenze a dover gestire problematiche che non rientrano nei loro compiti e per le quali, soprattutto, non sono formati.
I Poli Res in antitesi alla falsa inclusione
Troppo spesso accade perciò che venga richiesta la collaborazione delle famiglie e, in alcuni casi, questo significa recarsi a scuola in orario scolastico per prestare assistenza specialistica ai propri figli».
Capito? L’istituto Pegli, uno dei Poli Res genovesi, prende atto della realtà. E cioè che esistono ragazzi e ragazze che hanno necessità particolari di cui bisogna tenere conto e che non vanno ignorate in nome della falsa inclusione.
A queste necessità rispondono i Poli Res che sono «scuole con vere e proprie sezioni dedicate all’accoglienza di alunni di scuola primaria e secondaria di primo grado, fino a 18 anni. Questi ragazzi frequentano la scuola in spazi attrezzati ed hanno la possibilità di interagire con gli altri alunni con modalità organizzate.
Le attività svolte hanno carattere laboratoriale e sono realizzate in aule polivalenti funzionali». Possiamo anche non chiamarle classi differenziali, ma nei fatti si tratta di classi separate in cui si svolgono attività speciali coerentemente studiare sui bisogni delle persone. Si tratta, in buona sostanza, di una questione sostanzialmente lessicale.
Se da destra qualcuno parla di classi speciali, ecco che la proposta viene semplificata e ridotta a caricatura nazistoide. Se, invece, la destra non è coinvolta, i progetti differenziali vengono celebrati e giustamente applauditi.
Leggiamo ancora sul sito ufficiale che descrive i Poli Res: «All’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, con la chiusura delle scuole speciali, nacque a Genova la prima esperienza di polo scolastico attrezzato per alunni con disabilità grave.
Negli anni successivi tale modello venne esteso ad altre scuole della città, collocate in modo da coprire il territorio comunale. Si tratta di ambienti e spazi organizzati per poter accogliere alunni con esigenze specifiche, afferenti, però, alle scuole di riferimento».
Genova, il modello nato dopo la chiusura delle scuole speciali
Classi speciali, come si diceva. Che vengono presentate come «una risorsa frutto della sinergia di diversi soggetti istituzionali, con un protocollo di intesa: l’Ufficio scolastico assegna i docenti di sostegno; l’Asl garantisce il supporto di personale infermieristico, se necessario; il Comune garantisce il trasporto, spazi attrezzati, ausili personalizzati e materiale parafarmaceutico, operatori socio assistenziali e servizio mensa; le scuole integrano tutte queste risorse con quelle presenti nella scuola e organizzano gli orari e le attività didattiche all’interno dell’offerta formativa».
Sasso: «Servono ambienti di apprendimento alternativi»
Il modello dei Poli Res funziona. E c’è qualcuno che vorrebbe estendere l’esperienza ben oltre la Liguria. «Prevedere, infatti, ambienti attrezzati, dignitosi e inseriti pienamente nella vita scolastica, nei quali rispondere ai bisogni individuali quando la permanenza continuativa in classe dello studente con disabilità non rappresenta la soluzione più adeguata, non vuol dire voler ghettizzarlo», dice Rossano Sasso di Futuro nazionale. «Quando si parla di inclusione scolastica degli alunni con disabilità grave o gravissima, si dovrebbe avere il coraggio di superare un modello che identifica necessariamente la partecipazione scolastica con la permanenza continuativa in aula».
Secondo Sasso, la «concezione rigida dell’inclusione, tanto cara alla scuola progressista, rischia paradossalmente di produrre l’effetto opposto: non inclusione, ma sofferenza, contenimento e mortificazione. Per questo occorre cominciare a progettare, all’interno degli istituti scolastici, ambienti di apprendimento alternativi, strutturati e dignitosi.
Classi speciali, il dibattito oltre gli slogan politici
Bisogna pensare a spazi di apprendimento speciali, che non c’entrano nulla con le cosiddette classi differenziali, ma spazi in cui sia possibile alternare attività didattiche, stimolazione sensoriale, movimento, attività individualizzate».
Come è facile notare, in queste proposte non vi è ombra di nazismo, discriminazione, nostalgia di epoche buie. La verità è che il dibattito sulle classi speciali è molto aperto e approfondito e avrebbe senso affrontarlo con serietà. Invece si preferisce ridicolizzarlo per berciare contro una inesistente emergenza nera. Il tutto a spese dei ragazzi disabili che potrebbero, invece, trarne beneficio.
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