Tempo fa, quando scoppiò il famoso caso Garofani, dal nome del consigliere di Sergio Mattarella per le questioni istituzionali, consigliammo il presidente della Repubblica di accettarne subito le dimissioni.
Perché il segretario del Consiglio supremo di Difesa, ossia di un organismo costituzionale in cui siedono, oltre al capo dello Stato, il premier e mezzo governo, non può essere una figura di parte.
La parzialità di Garofani, consigliere di Mattarella
E invece Francesco Saverio Garofani, oltre a essere un ex parlamentare del Partito democratico, dunque non proprio un uomo al di sopra degli schieramenti politici, è anche un gran chiacchierone. Già ne aveva dato prova mesi fa, quando il nostro giornale rivelò di una cena in un ristorante romano, dove la figura che siede accanto al presidente della Repubblica e a quello del Consiglio parlava liberamente di uno scossone per cambiare il quadro politico.
Per Francesco Garofani erano necessari cambiamenti per poter liquidare l’esperienza di Giorgia Meloni e, dunque, si augurava che qualche cosa capitasse prima delle elezioni. Invece di invitare il collaboratore assai poco riservato a fare le valigie, il Quirinale, quasi si trattasse di difendere le prerogative di una corte regnante, decise di fare quadrato intorno al parolaio, respingendo senza tentennamenti qualsiasi richiesta di dimissioni. Ma ora il caso si ripete perché Garofani, a quanto pare, non sa tenere la bocca chiusa.
Le dichiarazioni di Garofani
Ieri, sulle pagine del Giornale, è comparsa una conversazione con Augusto Minzolini, ex direttore del quotidiano fondato da Indro Montanelli, ma soprattutto cronista parlamentare di lunghissima esperienza. Con il collega, Garofani si è lasciato andare a una serie di considerazioni a dir poco inopportune, come ad esempio alcune valutazioni sulla scelta delle prossime elezioni. «Se la Meloni vuole il voto a scadenza naturale? Non lo sa neppure lei. La situazione è fluida, incerta».
A parte il giudizio su un premier che non sa cosa fare, osservazione che non è certo di competenza di un consigliere del capo dello Stato, che per la sensibilità nei confronti del principale dovrebbe essere di regola muto come un pesce, Garofani va anche oltre. E dice che sul tema delle elezioni «il Quirinale non decide, può solo registrare».
E da quando? La Costituzione stabilisce, articoli 88 e 87, che il potere di scioglimento delle Camere e di indire nuove elezioni è del presidente della Repubblica, non del premier. Dunque, che cosa vuole dire che il Quirinale registra e assiste come uno spettatore alle richieste di election day, di voto a ottobre o altro? Sembra una mancanza di tatto nei confronti di Mattarella, che dal suo fidato scudiero viene descritto come un passacarte, che si limita a fare il notaio di decisioni prese da altri.
Il consigliere di Mattarella anti Meloni
Garofani, spiega Minzolini, fa intendere che sul Colle non si prenda sul serio la promessa di Giorgia Meloni di arrivare a fine legislatura e non si capisce se qualcuno al Quirinale auspichi una conclusione anticipata.
Considerando che il segretario del Consiglio supremo di Difesa non può non sapere che lo scioglimento anticipato, come la fissazione della data del voto, è questione che attiene esclusivamente al capo dello Stato, viene il sospetto che si tratti di una trappola, ovvero di una spintarella per indurre Meloni a dimettersi con la convinzione di votare al più presto, per poi apparecchiare il solito governo tecnico o del presidente.
Del resto, Garofani – cioè colui che mesi fa si augurava uno scossone per cambiare il quadro politico – osserva che l’unica cosa certa «è la confusione», aggiungendo che sul Colle il Paese «appare il regno del caos». L’uomo che sussurra a Mattarella si dice sorpreso per le mancate reazioni al discorso di Ursula von der Leyen, auspicando una «linea responsabile condivisa all’interno di entrambe le coalizioni».
Il ritorno dello «scossone» contro la democrazia
Il messaggio è chiaro: se i due schieramenti si scomponessero, la riunione di alcuni pezzi di destra e sinistra sulla linea della presidente Ue sarebbe un gesto di grande responsabilità. Oltre che naturalmente, ma questo lo diciamo noi, l’atto di una grande ammucchiata. Perché Garofani suona sempre la stessa musica: per cambiare il quadro politico ci vuole uno scossone, un rimescolamento delle carte con i centristi e i democratici a farla da padrone, tutti insieme con lo spirito dell’unità nazionale.
Perciò la domanda fatta a novembre dello scorso anno si ripresenta: può uno come Garofani, che disegna scenari che non gli competono e suggerisce manovre che ancor meno gli spettano, continuare a rimanere a fianco di Mattarella nel ruolo delicato di consigliere istituzionale e segretario del Consiglio supremo della Difesa? La risposta a noi sembra scontata.
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