Provate ad immaginare la scena: Milano, sede del Pd, squilla il cellulare del segretario Alessandro Capelli. Sul display appare il nome del chiamante: Elly Schlein, segretaria nazionale. «Pronto» risponde Capelli. «Pronto, sono Elly. Ti chiamo a proposito del dibattito sui candidati a sindaco di Milano, per dirti che non condivido le posizioni che stai assumendo al riguardo, sicuramente premature come peraltro tutto il dibattito».
Il gioco delle tre carte: Schlein, Capelli, Calabresi
Capelli accusa il colpo, impiega qualche secondo a capire dove voglia andare a parare la segretaria nazionale e chiede lumi. Li ottiene immediatamente: «Tu non puoi – lo incalza Elly con tono determinato e perentorio – prenderti la libertà di sostenere eventuali candidati non iscritti al partito come Mario Calabresi. Il tuo obbligo è quello di sostenere solo quelli che aderiscono al Pd». Un richiamo all’ordine molto preciso, un vero e proprio diktat in stile sovietico che sembra non aver lasciato scampo al povero Capelli.
Questa pero non è una storiella immaginaria: alcuni ben informati sostengono che questa telefonata ci sia stata davvero, e abbia avuto più o meno il tenore sopra descritto. Peccato che il segretario milanese del Pd non abbia avuto la prontezza, o forse il tempo, di reagire alla perentoria richiesta di Schlein con un paio di semplici osservazioni, che peraltro trovano fondamento nello spirito stesso per il quale sono state concepite le primarie.
Capelli avrebbe potuto sottolineare che se si faranno le primarie aperte, il voto per sostenere il candidato di partito è una delle possibilità, ma non un obbligo. E volendo rincarare perfidamente la dose, avrebbe chiesto un minimo di coerenza, rammentando ad Elly che sono state proprio le primarie aperte a rendere possibile la sua elezione a segretaria nazionale, perché se fosse contato solo il voto e l’opinione degli iscritti, oggi al suo posto vedremmo Stefano Bonaccini.
Come è cambiata Elly Schlein (ora non è più «democratica»)
E infine, se avesse voluto aggiungere del veleno in coda, il giovane Capelli avrebbe potuto ricordare che prima di diventare segretaria del Pd, Elly Schlein amava stare sulle barricate per richiedere costantemente più democrazia, più partecipazione e più apertura alla dirigenza del Pd di allora.
Si sa, spesso in politica si nasce incendiari e si muore pompieri, ma la metamorfosi di Schlein è stata ultra-repentina: si è trasformata in pochi mesi dalla «barricadera» di Occupy Pd ad una piccola autocrate autoreferenziale.
Una volta entrata nella stanza che conta del Nazareno ha cambiato opinione sul concetto di democrazia: non solo aiuta ad accompagnare alla porta chi dissente, come abbiamo potuto vedere in numerosi casi, ma ora decide persino di prorogare il proprio mandato in barba alle norme statutarie, con la scusa delle elezioni previste il prossimo anno. Per salvare le apparenze, convocherà ad ottobre un’Assemblea nazionale per modificare le regole dello Statuto e consentirle di proseguire il mandato.
Anziché accusare costantemente il Governo ed il centro destra di essere «ladro» di democrazia, Schlein farebbe meglio guardarsi allo specchio: scoprirebbe che quella accusa potrebbe indirizzarla a sé stessa.
Intrighi di potere a sinistra
Ma per tornare al merito della telefonata, è ormai evidente che la segretaria del Pd non considera Calabresi un candidato per lei proponibile: gli preferisce Pierfrancesco Majorino ritenuto più idoneo in virtù di un posizionamento più marcatamente a sinistra. Più o meno sottotraccia, è già partito l’ordine di scuderia: la scorsa settimana Majorino, in un dibattito alla Festa dell’Unità milanese, ha ottenuto molti applausi a scena aperta.
Molto più sobria l’accoglienza per Calabresi: rispetto, curiosità e tante strette di mano, ma nessun tifo da stadio. Molti pensavano che quest’ultimo cogliesse l’occasione di dichiarare ufficialmente di partecipare alla corsa: ma così non è stato – e non poteva essere diversamente – perché dopo il fermo richiamo della segreteria del Pd hanno prevalso ancora il tatticismo e l’attesa.
Una cosa comunque va sottolineata: Calabresi ha scelto la continuità, rendendo omaggio nel suo intervento sia all’operato di Giuliano Pisapia sia di Beppe Sala, è stato persino gentile verso Majorino ma differenziandosi dalla sua linea «gauchista» improntata invece alla piena discontinuità dalle amministrazioni che hanno governato Milano negli ultimi quindici anni.
Lo scenario attuale conferma che se le primarie avessero come unica platea i circoli del Pd, Majorino non avrebbe rivali; se invece la partecipazione al voto fosse larga e aperta questo primato potrebbe essere conteso da Calabresi.
Non mancano naturalmente gli «avvisi ai naviganti» e si sa che la gente, come diceva De André, dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio. Allora ecco Stefano Boeri che, non senza astio verso il suo partito, in una recente intervista mette in guardia Calabresi invitandolo a diffidare del Pd milanese (forse anche nazionale) giudicato poliedrico e con troppe «teste».
I nodi da sciogliere per il campo largo
Allargando lo sguardo ad altre componenti del campo largo, il partito di Fratoianni e Bonelli sulla questione Milano continua a spingere per il candidato del Pd, ritenendo l’ipotesi Calabresi non praticabile per via della vicenda legata a suo padre, il questore Mario Calabresi, assassinato da esponenti di Lotta Continua nel lontano 1972, in quanto ritenuto responsabile della morte dell’anarchico Pinelli.
Questa posizione di Avs, peraltro, potrebbe riaprire i giochi in un altro importante voto comunale che si terrà in concomitanza: quello di Sesto San Giovanni. Nella ex Stalingrado d’Italia Il Pd intende candidare Paola Morsiani, vice-questore e dirigente di Polizia: in diversi sostengono che sarebbe poco comprensibile e contraddittorio per Avs avversare Calabresi a Milano ed accettare quella candidatura, e si vocifera in merito ad un candidato Avs a Sesto.
Come si vede dunque, la situazione è ancora in itinere, ed è difficile dire se la telefonata Schlein–Capelli produrrà le soluzioni auspicate. In molti ne dubitano, e noi aggiungiamo solo, in merito alle «teste» del Pd, che ce ne sono alcune che ascoltano il richiamo della foresta senza proferir parola, ma ce ne sono altre che invece non si adeguano. Ed è in questo mare agitato che nelle prossime settimane si sceglierà, non si sa ancora come, il futuro candidato sindaco per Milano del cosiddetto «campo largo».
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >