Ddl antisemitismo, Pd spaccato in tre. E intanto chiede sanzioni per Tel Aviv
Laura Boldrini (Ansa)

Chi dubitasse della fragilità del campo largo, basta che guardi cosa sta accadendo con il ddl sull’antisemitismo. Un provvedimento che sta facendo pezzi anzitutto lo stesso Pd, che, se davanti a esso lo scorso marzo in Senato, alla prima lettura, si era diviso in due tronconi, ora rischia addirittura di frammentarsi in tre parti; prima di vedere perché, occorre però un breve riepilogo.

Terminata la pausa estiva, ieri mattina il ddl sull’antisemitismo – che recepisce la definizione operativa di antisemitismo dell’Ihra, acronimo di International holocaust remembrance alliance – è tornato al centro della cronaca, approdando in Commissione Affari costituzionali alla Camera; il che ha fatto subito dividere il centrosinistra.

ùSe infatti il centrodestra appare coeso, M5s e Avs hanno annunciato un «no deciso» al testo, aderendo al presidio in piazza Montecitorio promosso da una rete di oltre 250 sigle, tra cui Amnesty International, Anpi, Fnsi e numerose realtà della società civile, che parlano di una «norma-bavaglio» sulla critica a Israele e ai crimini legati al conflitto israelopalestinese. Una vicinanza, quella tra M5s e Avs e la piazza, stigmatizzata dalla vicecapogruppo Fdi alla Camera Augusta Montaruli, che ha attaccato i colleghi presenti «nella stessa manifestazione di chi inneggiava ad Hamas».

In tutto ciò il Pd, come si diceva, è spaccato in tre aree. La prima, quella riformista – composta da Piero Fassino, Lorenzo Guerini, Lia Quartapelle e Virginio Merola – è orientata al sì; la seconda, capeggiata dall’ex presidente della Camera Laura Boldrini, si oppone al ddl o comunque ne chiede modifiche sostanziali, proponendo di sostituire il riferimento Ihra con la Jerusalem Declaration on Antisemitism (2021) o con la raccomandazione del Consiglio d’Europa del 2022, inserendo una esplicita salvaguardia della critica alle politiche del governo israeliano.

Tra l’incudine e il martello, c’è poi la terza area del Pd, che fa capo alla segretaria Elly Schlein, orientata verso l’astensione, anche per non opporsi a una norma contro l’antisemitismo in una fase di crescita della destra europea. Anche se ieri non c’è stato il mandato al relatore – quindi l’iter non si è chiuso ma è slittato, con l’arrivo in Aula del ddl pronosticato ad ottobre -, il campo largo appare dunque assai frammentato. Il campo largo è compatto solo sulle sanzioni contro i coloni israeliani; infatti è già stata presentata una legge sottoscritta da Elly Schlein, Giuseppe Conte e Angelo Bonelli che prevede che in Italia sia vietato il commercio dei prodotti che vengono dalle colonie in Cisgiordania, e per la quale ieri i capigruppo in Commissione Esteri della Camera di Pd, M5S e Avs hanno chiesto la calendarizzazione urgente. Anche la comunità internazionale vuole uno stop al commercio coi coloni.

A farsi avanti è stato il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband, che alla Camera dei Comuni ha parlato d’una iniziativa congiunta di 12 ministri degli Esteri con misure anti-colonie: sanzioni al commercio di beni con gli insediamenti illegali. Insieme al Regno Unito ci sono: Canada, Islanda, Norvegia, Danimarca, Finlandia, Francia, Irlanda, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia. La mancata adesione di Germania e Italia ha fatto imbufalire Schlein, secondo cui abbiamo «perso l’occasione di difendere il diritto internazionale». Da parte sua, Israele – dopo che il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar aveva annunciato contromisure – ha intimato ai rappresentanti britannici che entro 30 giorni dovranno lasciare il consolato di Gerusalemme Est e chiuderlo. Intanto i coloni non si fermano. Nelle scorse ore dieci case palestinesi sono state demolite dai bulldozer israeliani a Khirbet al-Fakhit, nell’area di Masafer Yatta, a sud di Hebron; le famiglie stanno montando tende sulle macerie. Le autorità giustificano le demolizioni con la mancanza di permessi e Netanyahu certo non si oppone, dato che – in vista delle elezioni del 27 ottobre prossimo – sta cercando di consolidare il sostegno, appunto, dei coloni e dell’elettorato di destra.

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