Chi dubitasse della fragilità del campo largo, basta che guardi cosa sta accadendo con il ddl sull’antisemitismo. Un provvedimento che sta facendo pezzi anzitutto lo stesso Pd, che, se davanti a esso lo scorso marzo in Senato, alla prima lettura, si era diviso in due tronconi, ora rischia addirittura di frammentarsi in tre parti; prima di vedere perché, occorre però un breve riepilogo.
Terminata la pausa estiva, ieri mattina il ddl sull’antisemitismo – che recepisce la definizione operativa di antisemitismo dell’Ihra, acronimo di International holocaust remembrance alliance – è tornato al centro della cronaca, approdando in Commissione Affari costituzionali alla Camera; il che ha fatto subito dividere il centrosinistra.
ùSe infatti il centrodestra appare coeso, M5s e Avs hanno annunciato un «no deciso» al testo, aderendo al presidio in piazza Montecitorio promosso da una rete di oltre 250 sigle, tra cui Amnesty International, Anpi, Fnsi e numerose realtà della società civile, che parlano di una «norma-bavaglio» sulla critica a Israele e ai crimini legati al conflitto israelopalestinese. Una vicinanza, quella tra M5s e Avs e la piazza, stigmatizzata dalla vicecapogruppo Fdi alla Camera Augusta Montaruli, che ha attaccato i colleghi presenti «nella stessa manifestazione di chi inneggiava ad Hamas».
In tutto ciò il Pd, come si diceva, è spaccato in tre aree. La prima, quella riformista – composta da Piero Fassino, Lorenzo Guerini, Lia Quartapelle e Virginio Merola – è orientata al sì; la seconda, capeggiata dall’ex presidente della Camera Laura Boldrini, si oppone al ddl o comunque ne chiede modifiche sostanziali, proponendo di sostituire il riferimento Ihra con la Jerusalem Declaration on Antisemitism (2021) o con la raccomandazione del Consiglio d’Europa del 2022, inserendo una esplicita salvaguardia della critica alle politiche del governo israeliano.
Tra l’incudine e il martello, c’è poi la terza area del Pd, che fa capo alla segretaria Elly Schlein, orientata verso l’astensione, anche per non opporsi a una norma contro l’antisemitismo in una fase di crescita della destra europea. Anche se ieri non c’è stato il mandato al relatore – quindi l’iter non si è chiuso ma è slittato, con l’arrivo in Aula del ddl pronosticato ad ottobre -, il campo largo appare dunque assai frammentato. Il campo largo è compatto solo sulle sanzioni contro i coloni israeliani; infatti è già stata presentata una legge sottoscritta da Elly Schlein, Giuseppe Conte e Angelo Bonelli che prevede che in Italia sia vietato il commercio dei prodotti che vengono dalle colonie in Cisgiordania, e per la quale ieri i capigruppo in Commissione Esteri della Camera di Pd, M5S e Avs hanno chiesto la calendarizzazione urgente. Anche la comunità internazionale vuole uno stop al commercio coi coloni.
A farsi avanti è stato il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband, che alla Camera dei Comuni ha parlato d’una iniziativa congiunta di 12 ministri degli Esteri con misure anti-colonie: sanzioni al commercio di beni con gli insediamenti illegali. Insieme al Regno Unito ci sono: Canada, Islanda, Norvegia, Danimarca, Finlandia, Francia, Irlanda, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia. La mancata adesione di Germania e Italia ha fatto imbufalire Schlein, secondo cui abbiamo «perso l’occasione di difendere il diritto internazionale». Da parte sua, Israele – dopo che il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar aveva annunciato contromisure – ha intimato ai rappresentanti britannici che entro 30 giorni dovranno lasciare il consolato di Gerusalemme Est e chiuderlo. Intanto i coloni non si fermano. Nelle scorse ore dieci case palestinesi sono state demolite dai bulldozer israeliani a Khirbet al-Fakhit, nell’area di Masafer Yatta, a sud di Hebron; le famiglie stanno montando tende sulle macerie. Le autorità giustificano le demolizioni con la mancanza di permessi e Netanyahu certo non si oppone, dato che – in vista delle elezioni del 27 ottobre prossimo – sta cercando di consolidare il sostegno, appunto, dei coloni e dell’elettorato di destra.
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