Non ci si crede. L’ha detto sul serio. «Questo è l’ultimo governo che mette bocca sulla Rai perché con le altre opposizioni abbiamo proposto una riforma che finalmente liberi la Rai dalla politica e dai partiti». Grande Elly Schlein. Ma hai voglia a strepitare che con TeleMeloni c’è stata la «sottomissione» del servizio pubblico alla destra «peggiore di sempre».
Perché in realtà è proprio la sinistra ad avere molto da farsi perdonare, prima di salire in cattedra a fare la morale.
Facciamo un breve riassunto, ad uso e consumo di Schlein, Giuseppe Conte e «cespugli» vari, oggi pronti a rivoluzionare la Rai per via del «bavaglio» a Report e della rimozione di «Rocco Sigfrido» Ranucci.
1 L’attuale assetto della governance Rai è figlio della riforma voluta nel 2015 da Matteo Renzi. Che non solo non era quella promessa, «fuori i partiti da viale Mazzini», ma addirittura peggiorava lo status quo. Perché si dava più forza al direttore generale (poi amministratore delegato), che però veniva indicato dall’esecutivo, con ciò rendendo ancora più filogovernativo il vertice Rai. La miniriforma del mese di luglio sarà seguita in agosto dalla nomina di un Cda figlio di una «lottizzazione asfittica, al di sotto di ogni aspettativa». E chi lo ha scritto? Qualche fogliaccio di destra? No: Ezio Mauro il 6 agosto 2015 su Repubblica, in un editoriale intitolato, non a caso, «La palude».
2 Ancora si crede alle fole di partiti e politici (tutti) sulla Rai? Ma se sono riusciti perfino a impiparsene della volontà del popolo sovrano che, nel giugno 1995, non solo fece raggiungere il quorum al referendum proposto dai radicali di Marco Pannella, ma si espresse a favore della privatizzazione della tv di Stato: quasi 28 milioni di votanti, 3 milioni tra schede bianche e nulle, 14 milioni per il Sì, 11 per il No. Conosciuto il responso delle urne, cos’hanno fatto i partiti (tutti d’accordo)? L’hanno preso e l’hanno messo là dove non batte il sole (leggi: in un cassetto).
3 Nel 2017 il governo di Paolo Gentiloni, Pd in testa, si lamenta della faziosità di alcuni programmi Rai, la Rai «sua». E, incredibile ma vero, il principale imputato è proprio Report per la sua ricostruzione delle vicende intorno alla proprietà dell’organo del Pd, l’Unità, e per la puntata dedicata al vaccino contro il papilloma virus. Nel mirino anche Cartabianca di Bianca Berlinguer, in quella fase non molto amata dalle parti del Nazareno.
4 Risultato? In difesa di Report (e di Campo Dall’Orto), si mobilita il M5s, all’epoca all’opposizione. I grillonzi tuonano contro la Rai occupata dai partiti. Ma «suoi» sono il presidente della Commissione parlamentare di vigilanza, Roberto Fico, e un consigliere di amministrazione Rai, Carlo Freccero. Lo stesso Beppe Grillo, quando si è trattato di fare di necessità virtù in campagna elettorale, andò a Porta a porta dal sempiterno Bruno Vespa (in Rai dal 1962, inizialmente alla radio, quando il sottoscritto aveva due anni: passato al video, è regolarmente in onda con qualsiasi «regime»). Il clima fu tale che alla fine i due si diedero, all’americana, il «cinque» con le mani. Una volta al governo, poi, i grillopitechi hanno lottizzato esattamente come gli altri, si pensi alla nomina di Giuseppe Carboni alla direzione del Tg1. «Carboni, il milite noto del grillismo in Rai», così il Foglio del 20 dicembre 2021.
5 Silvio Berlusconi telefonava in diretta se vedeva qualcosa in onda che non era di suo gradimento. Sbagliando. Peccato mai sia citata la telefonata del 1998 di Rosy Bindi, come ministro della Sanità, all’incolpevole Fabrizio Frizzi (no, dico: Frizzi), reo di aver ospitato il sabato sera su Rai 1 un Gianfranco Funari critico sul servizio sanitario. Frizzi cercò di minimizzare, Bindi lo randellò: «Non erano battute, lei continui a fare il suo varietà e non usi in senso politico lo spazio che le è dato», sbattendo giù il telefono. Chiarì poi: «La comunicazione si è interrotta bruscamente perché si erano esaurite le batterie del cellulare». Ah, ecco.
6 Giuliano Amato, in un convegno del 2000: «Siamo onesti: noi (del centrosinistra, nda) riteniamo la Rai… Cosa nostra», il tutto all’ombra di un alibi: il polo privato è naturaliter berlusconiano, visto che è suo. Ergo, considerare viale Mazzini esclusivo terreno di caccia del centrosinistra era un’equa compensazione.
7 Giampaolo Pansa, in un’intervista all’Espresso, fece il contropelo a Sandro Curzi, direttore del Tg3 (che il direttore generale Biagio Agnes, Dc in quota Ciriaco De Mita, aveva «regalato» con Rai 3 al Pci in chiave anti-Psi, dato che Bettino Craxi era lo sponsor del concorrente Cavaliere e della sua Fininvest): «Accusi gli altri di lottizzare, ma sei un lottizzato lottizzatore pure tu», e quello serafico: «Sì, ma il mio lotto l’ho amministrato meglio». E certo.
8 Do you remember Fabio Fazio? Intervistato nel 2017 a tutta pagina da Repubblica, salì sulle barricate: «La Rai è colpita al cuore dai politici, le loro odierne intrusioni sono senza precedenti» (il «vulnus insuperabile» era il possibile taglio al suo cachet). Risvegliandosi da un apparente torpore, insomma, il cocco di Walter Veltroni improvvisamente scoprì che sono i partiti a dettare legge in viale Mazzini. Maddai.
9 Ancora più istruttivo ascoltare Pier Luigi Celli, direttore generale della Rai all’epoca dei governi di centrosinistra (tendenza Massimo D’Alema), dopo esserne stato capo del personale con Letizia Moratti. Esilarante il suo racconto del politico che gli raccomanda una ballerina, lui si adegua obtorto collo, dopo lo show quello chiama arrabbiato: «Era in ultima fila!». «Ha ragione, onorevole, ma non so se l’ha notato, la ragazza è zoppa». Nel 2000, quando si capì che alle politiche del 2001 Berlusconi avrebbe sbancato, in una riunione accusò i dirigenti Rai di essere alla plateale ricerca di un riposizionamento, dicendo che il loro modo di comportarsi faceva «leggermente schifo». Alla fine si dimise lui perché Roberto Zaccaria e gli altri avevano schierato la Rai, con i programmi di Daniele Luttazzi e Michele Santoro, a difesa del governo in vista delle imminenti elezioni. Commettendo un clamoroso errore di valutazione perché il Cavaliere alle elezioni di maggio farà «cappotto». Subito dopo ritroveremo Zaccaria sul palco del Palavobis di Milano per la grande mobilitazione contro l’odiato Berlusconi, che darà il via alla dimenticabile stagione dei girotondi.
: Morale (della fava): la sinistra, come in Bocca di rosa di Fabrizio De André, oggi dispensa buoni consigli perché non può più dare cattivo esempio.
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