Il momento clou della Mostra palestinese del cinema di Venezia è l’annunciatissimo arrivo dell’imbarcazione della Global Sumud Flotilla alla Riva di Corinto, il pontile nel bacino retrostante il Palazzo del cinema.
L’attesa della goletta e le aspettative al Lido
È il picco militante della presenza pro Pal al Lido. Poi ci sono le altre iniziative, i panel, le raccolte di firme, «migliaia» dicono genericamente gli attivisti. E i film filo palestinesi, naturalmente.
L’approdo della barca è l’evento più atteso della giornata. Più della conferenza stampa di L’estranea di Paolo Strippoli, terzo film italiano in concorso, con Jasmine Trinca, e più di Musk, il documentario di quattro ore del premio Oscar Alex Gibney sull’imprenditore visionario sudafricano.
Le aspettative sono tante, si cerca la visibilità, le sigle lunghe sembrano roba seria: Global Sumud Flotilla, Venice4Palestine… La propaganda la sanno fare bene, i pro Pal.
Le grandi assenti tra i volti noti del cinema
Ad attendere l’imbarcazione c’è un piccolo gruppo di militanti con un paio di bandiere e qualche kefiah volante. Forse sono di più i giornalisti. Greta Scarano, la madrina della Mostra che ha posato per diversi shooting fotografici con il ventaglio-anguria, non si vede. «Starà sistemando il trucco da attivista», sibila qualcuno.
Non si vede nemmeno Trinca, a sua volta firmataria dell’appello al direttore artistico Alberto Barbera con la richiesta di issare la bandiera palestinese vicino a quelle dei Paesi rappresentati alla Mostra e di «rompere le complicità» con lo Stato d’Israele.
Assente pure Anna Foglietta, anche lei ha sottoscritto il testo ed è presente alla Mostra nella sezione Orizzonti, con Una storia, il suo primo film da regista. L’unico volto noto è quello di Luciana Castellina, storica esponente della sinistra-sinistra, in attesa su una sedia a rotelle. Chissà se le ragazze con anfibi neri al polpaccio sanno chi è.
L’arrivo della barca e le rivendicazioni degli attivisti
Finalmente, ecco avvicinarsi una piccola barca con lo stendardo «Palestine». A bordo, sei o sette persone, di cui tre bambini. «Free free Palestine…».
Scende Maria Elena Delia, portavoce italiana della Gsf. «Per il secondo anno consecutivo abbiamo chiesto al direttore della Mostra Barbera di esporre la bandiera palestinese. Lui ci ha risposto che la Mostra espone quelle degli Stati riconosciuti dalle Nazioni unite e che la nostra richiesta deve essere inoltrata al governo italiano. Siamo d’accordo…». Applausi, slogan. «From the river to the sea, Palestine will be free».
Il microfono passa da un sostenitore all’altro. «La Mostra è una cassa di risonanza internazionale e bisogna assumersi delle responsabilità. Ringraziamo gli artisti che si sono esposti. Però non possiamo accontentarci, non possiamo accettare il film dell’orrore che si sta girando in questi giorni a Gaza con gli interventi militari, l’azione dei coloni, gli aiuti umanitari che non arrivano». Ogni dieci parole rimbalza quella magica: «Genocidio». «Free free Palestine».
Le critiche alla Biennale e la rassegna di film
Si legge una lettera di Mona Abuamara, «ambasciatrice di Palestina in Italia», a proposito di sigle virtuali. Si accusa di complicità anche la Biennale perché nell’esposizione ai Giardini, della mostra di Arte contemporanea, è «tranquillamente presente il Padiglione israeliano».
Gli attivisti non si accontentano degli attacchi di cui sono già oggetto il governo di Benjamin Netanyahu e l’amministrazione americana e promuovono «il panel sulla complicità culturale» (oggi nella sede delle Giornate degli autori).
Non si accontentano del documentario Al mowaten Osama (Citizen Osama), passato domenica, di Ahmed Hassouna, anche lui palestinese, sulla vita quotidiana di un amico e collega che vive nella Striscia di Gaza e cerca di proteggere la moglie e il figlio neonato, mentre a sua volta racconta la devastazione. Interviene il produttore Rashid Masharawi per dire che da «quando è stato proclamato il fuoco sono state uccise altre 1200 persone». Anche lui spara a raffica «genocidio», l’hashtag della community.
Si susseguono gli interventi. Ieri, nella sezione Venezia Spotlight, è passato anche Hiwar Ma’ Albahr (Conversation with the sea), il film del palestinese che vive a Gerusalemme Muayad Alayan e che racconta dello Stato d’Israele che esige dal sessantenne Kamal di pagare un debito fiscale del figlio che, in realtà, è annegato diversi anni prima nel Mar Rosso.
Giovedì arriverà l’attesissimo Naza, titolo sufficientemente rivelatore, dei due registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor (già premiati con l’Oscar per No other land) che, come si legge nella sinossi, filmano dai tetti di Tel Aviv «l’uccisione calcolata di civili palestinesi a Gaza programmata da Israele».
Le dichiarazioni di Susan Sarandon e le riflessioni sul Lido
Domenica Susan Sarandon ha lamentato l’ostruzionismo di cui soffre in America per aver assunto posizioni contro il governo israeliano. «Penso che i festival siano importanti», ha premesso, prima di planare sulla solita parola magica: «Ma non credo che alla Mostra del cinema di Venezia si deciderà che cosa accadrà nel genocidio in Palestina».
Ecco. Chissà come l’avranno presa gli attivisti che insistono sulla «cassa di risonanza internazionale». Intanto, Sarandon ha fatto bene ad accettare il ruolo di una stagionata rockstar che torna in sala di registrazione dopo anni di isolamento propostogli da Andrea Pallaoro in The echo chamber. Può essere un buon inizio.
Da noi le madrine della Mostra si refrigerano con un ventaglio-manifesto e le attrici di grido che firmano appelli lavorano ancora di più. Perché non trasferirsi qui, Susan? Ascolti il nostro consiglio: se venisse in Italia, sarebbe cinematograficamente più ubiqua di Pierfrancesco Favino.
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