Il Pd guiderà il corteo No Tav in barba ai 124 agenti feriti
Ansa

Dagli amici di Cernobbio agli amici di Askatasuna: Elly Schlein si toglie la giacca elegante indossata senza tanto successo al Forum Ambrosetti e torna a vestire l’eskimo della protesta. Giunge notizia infatti che il Pd guiderà la marcia No Tav che si terrà il prossimo 3 ottobre in Val di Susa: una marcia assai sponsorizzata dalla galassia degli antagonisti e che con tutta probabilità vedrà di nuovo questi ultimi protagonisti.

Tutto ciò, come rileva lo spiffero.com, a poco più di due mesi dall’assalto al cantiere di Chiomonte del 25 luglio, in cui rimasero feriti 124 esponenti delle forze dell’ordine. Fu quella, come ricorderete, una azione di pura guerriglia, un vero attacco allo Stato. Tutti in Italia rimasero colpiti davanti alle immagini di una violenza inimmaginabile. Tutti presero le distanze. Com’è possibile, allora, che per il Pd quella distanze siano già state cancellate? Sarà infatti un esponente della direzione metropolitana del Partito democratico, nonché sindaco di Caselette e presidente dell’Unione montana, Pacifico Banchieri, a organizzare l’iniziativa, cui aderiscono altri sindaci del Pd e, insieme, i No Tav più duri e puri, compresi quelli vicini al centro sociale Askatasuna. Non a caso a rilanciare l’appuntamento con forza è Infoaut, che di Askatasuna è l’espressione storica. «Noi il 25 luglio non c’eravamo», dice Pacifico Banchieri, per giustificarsi, sottolineando la diversità fra le due iniziative. E ci mancherebbe ancora. Ma resta l’imbarazzo: il logo No Tav è lo stesso. Le motivazioni le stesse. Gli antagonisti che scenderanno in piazza gli stessi. E la domanda quindi rimbalza inevitabile dal Piemonte a Roma: è il caso che un partito che si vorrebbe candidare a governare lo Stato sfili accanto a chi quello Stato lo combatte a colpi di molotov e spranghe?

Già questo sarebbe sufficiente a creare qualche disturbElly ai vertici del partitone. Ma c’è di più. Qualcuno infatti comincia a chiedersi se quella No Tav sia la vera linea del Pd. Di sicuro la segreteria Schlein ha sempre strizzato l’occhio alle piazze, ProPal o antifa’ che fossero, anche quand’erano violente. Da sempre non ha mai speso una parola per gli agenti feriti negli assalti dei centri sociali. Da sempre ha spostato l’asse del partito sulla strada del movimentismo, tanto da perdere per strada pezzi importanti dell’area riformista. Anche l’altro giorno, prima di entrare nell’elegante Villa d’Este a Cernobbio, Elly ci ha tenuto a passare per l’antiCernobbio organizzato in un oratorio dalla rete Sbilanciamoci. Lei è fatta così: sogna il governo, ma preferisce la lotta. Anche dura. Senza paura. Ora sarà lotta dura e senza paura pure al fianco dei No Tav?

Questo è il punto interessante. E non solo per via delle violenze di questi ultimi, che pure non sono argomento per nulla trascurabile. Anche sul piano politico si pone più di un problema. Ovviamente ogni opinione è lecita, e i dubbi sulla Torino-Lione sono più che comprensibili. La Tav non è un dogma di fede. Ma lo è da sempre per il Pd piemontese. La posizione storica dei leader locali, da Mercedes Bresso a Sergio Chiamparino, è sempre stata infatti senza alcuna esitazione a favore dell’infrastruttura. «L’opera è strategica e occorre portarla avanti», hanno detto ancora giugno il segretario regionale Pd Domenico Rossi e il responsabile nazionale Pd per l’economia Antonio Misani. La Schlein ha cambiato la linea? Il Pd è diventato decisamente No Tav? L’opera non è più strategica? Non «occorre» più portarla avanti? Questo pensa davvero il Pd? Tutto legittimo, ovvio. Ma andrebbe detto. Dichiarato. Esplicitato. Non fatto passare di nascosto, attraverso una marcia, per altro al fianco degli antagonisti violenti.

«Se non è così, aspettiamo smentita da Elly Schlein», attacca Augusta Montaruli di Fratelli d’Italia. Ma la segretaria per il momento tace. Non si esprime. E questa, per altro, non è una novità. Molti infatti si chiedono da tempo se Elly Schlein sia Sì Tav o No Tav, e non avendo lei mai chiarito la questione, qualcuno dotato di particolare ironia l’ha definita «Boh Tav». Cosa che in effetti si può applicare su molte delle scelte politiche del Partito democratico ai tempi della sua segreteria: c’è il Boh programma, il Boh candidato premier, il Boh candidato sindaco di Milano, il Boh piano economico, il Boh piano sicurezza, il Boh alleanze internazionali e soprattutto le Boh primarie con i Boh leader che Boh corrono o Boh non corrono. È tutto un Boh, insomma. Solo che quando nella nebbia dell’indecisione spuntano, come in Val di Susa, teste calde come quelle di Askatasuna c’è il rischio che i boh diventino botti. E che qualcuno si faccia male. Non solo sul piano politico, per altro.

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