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Friedrich Merz (Ansa)

Peggio di così solo se avesse guidato un’auto cinese. Friedrich Merz fissa i dati della Sassonia e non riesce a togliere gli occhi da quell’80% di prussiani (ex tedeschi dell’Est) andati alle urne per essere sicuri di farlo perdere. Lui, la Cdu democristiana che guarda a sinistra, la compagnuccia (pure di partito) Ursula von der Leyen e un’Europa che nonostante la realtà continua a danzare con il socialismo, il Green Deal e l’accoglienza diffusa.

Il cancelliere è mummificato dal voto e ripete: «Questo risultato scuote il nostro partito dalle fondamenta. Abbiamo perso in modo drammatico, è la sconfitta più devastante da decenni». Sembra un pugile suonato ma a chi gli chiede se pensa di dimettersi risponde: «Arrendersi non è un’opzione».

Il cancelliere lontano dalla gente: dal Cessna ai licenziamenti Volkswagen, la distanza con gli elettori

L’opzione sarebbe toccare con mano, passeggiare per le vie di Magdeburgo, intercettare la pancia dell’addetto Volskwagen al quale hanno appena detto che stanno per arrivare altri 100.000 licenziamenti. Ma che ne sa lui, avvocato d’affari milionario, che possiede e pilota due aerei privati e qualche tempo fa disse che «guadagnare un milione di euro all’anno non significa essere ricchi»? Allora completò l’operazione simpatia autodefinendosi di «ceto medio elevato», adesso ha nel programma il taglio delle pensioni (strategia tardo-montiana) per raddrizzare il welfare dissestato. Poi uno dice: te le vai a cercare.

Dopo la scoppola elettorale il cancelliere prende tempo e parla come Matteo Renzi: «Ho molti pensieri ma non sulle elezioni del 2029. Fra due settimane ci saranno altre elezioni (Meclenburgo-Pomerania), analizzeremo i risultati. Abbiamo una Costituzione forte, disponiamo di tutti gli strumenti per difenderla contro un governo regionale di estrema destra, ma il nostro sistema partitico sta subendo uno sconvolgimento. Dobbiamo migliorare, non siamo riusciti a stabilire un contatto emotivo con la gente. Il nostro Paese ha bisogno di riforme sostanziali, si tratta delle chance dei nostri figli e dei nostri nipoti».

Merz, l’uomo di Schäuble che non sa rilanciare la Germania: Green Deal, welfare e industria in crisi

Liberista, atlantista e conservatore all’acqua di rose, il settantenne Friedrich Merz (nato a Brilon in Renania da una famiglia patrizia, padre giudice e madre nobile) non è mai riuscito a camuffarsi da uomo del popolo. Mentre Angela Merkel si faceva fotografare al supermercato con la sporta della spesa e cantava con la birra in mano all’Oktoberfest, lui decollava col Cessna e da lobbista rappresentava gli interessi di colossi come Axa, Basf e Blackrock. Poi l’ingresso in politica e una resistibile ascesa: per tre volte ha tentato di diventare il numero uno del suo partito e per tre volte è stato gabbato. Non un fuoriclasse ma un buon navigatore con uno sponsor vincente: il micidiale ministro delle finanze Wolfgang Schauble, teorico del pareggio di bilancio come dogma e fautore della cacciata della Grecia dall’Unione Europea.

Se il suo mentore era un autentico falco, Merz sembra un piccione. Ha mandato in pensione Merkel, ha riportato i cristiano-democratici al centro della politica tedesca dopo la fallimentare stagione dell’Spd di Olaf Scholz e della «coalizione semaforo». Ma una volta al Bundestag non ha saputo far fronte alle due emergenze incombenti – quella economica con il fallimento del Green Deal e quella sociale con il welfare a pezzi anche per le troppe concessioni agli immigrati – se non con una barzelletta: la riconversione delle fabbriche di automotive in fabbriche di armi «per avere il più potente esercito d’Europa». Ovviamente non gli ha creduto nessuno e al tempo stesso i tedeschi hanno cominciato a diffidare dell’Europa guerrafondaia del ReArm.

Il carbone non si usa più, l’energia elettrica costa il triplo e il cancelliere d’alto bordo non sa dove sia il pulsante per far ripartire la locomotiva ferma sul binario morto. A maggio ha tenuto ai sindacati un discorso che in Sassonia si sono legati al dito, altro che onda nazi. «I tedeschi devono darsi una mossa, non siamo stati capaci di modernizzarci e adesso è arrivata la resa dei conti». Poi ha declinato la ricetta con un’onestà pari all’imprudenza: «Dobbiamo aumentare la produttività, diminuire l’assenteismo, riformare la Sanità pubblica, tagliare le pensioni. La sfida più difficile sarà la riforma del sistema pensionistico obbligatorio: un lavoratore non può sostenere il costo di due pensionati. Nulla di tutto ciò è dovuto a cattiveria da parte mia, si tratta semplicemente di demografia e matematica».

Cdu ai minimi e Merz impopolare: Weidel lo definisce «un peso per la Germania»

Soprattutto matematica e statistica, come il -20% del suo partito in Sassonia e il 15% di gradimento personale, record negativo stagionale (era arrivato anche al 13%). Ieri davanti al Merz nel bunker, la leader di Adf Alice Weidel ha commentato: «Quello è solo un peso per la Germania». La frase «arrendersi non è un’opzione» non è piaciuta neppure al leader della Csu Markus Soeder, presidente della Baviera e alleato della Cdu.

«Questa è una svolta storica, bisogna prendersi un po’ di respiro perché governare a tutti i costi anche con maggioranze minime non è un approccio serio. Per i cittadini sarebbe difficile da comprendere». Così il problema torna ad essere il cancelliere volante. Lo sa anche lui: «Sono consapevole che la mia persona è stata un tema permanente». Da domani lo sarà anche di più. Meglio fare il pieno al Cessna.

Parte la corte ai deputati della Cdu

di Valerio Benedetti

«Siamo tutti profondamente scioccati». Stavolta Friedrich Merz non ha provato a minimizzare il tracollo del suo partito. A spoglio ormai ultimato, infatti, il terremoto della Sassonia-Anhalt ha assunto dimensioni perfino superiori alle prime proiezioni: l’Afd di Ulrich Siegmund ha conquistato il 43,8%, contro appena il 17,2% della Cdu. Seguono Spd al 9,3%, Verdi all’8,9%, Linke all’8,6% e Bsw al 5,3%, mentre la Fdp resta fuori con il 2,6%. Nel nuovo Landtag, quindi, l’Afd avrà 39 seggi su 83: tre in meno dei 42 necessari per la maggioranza assoluta. L’affluenza ha raggiunto il 77,8%, 17,5 punti in più rispetto al 2021. Ancora più impressionante il voto nei collegi: l’Afd ne ha conquistati 38 su 41, la Cdu nemmeno uno. Cinque anni fa i cristianodemocratici ne avevano vinti 40. Numeri che fotografano bene il totale ribaltamento dei rapporti di forza a Magdeburgo.

Per la Cdu è una disfatta senza precedenti. Merz l’ha definita «la più grave sconfitta elettorale» subita dal partito «da anni, se non da decenni», ammettendo che non si può semplicemente voltare pagina come se nulla fosse: «Questa elezione avrà delle conseguenze». «Naturalmente mi chiedo come si sia potuti arrivare fin qui», ha aggiunto il cancelliere, assicurando però che le istituzioni tedesche sono «forti e stabili» anche davanti all’eventualità di un governo Afd. Nessun cambio di rotta, invece, sul piano politico: le riforme, sostiene, restano giuste. Semmai bisognerà spiegarle meglio e «raggiungere maggiormente le persone nella loro intera emotività» (qualunque cosa ciò voglia dire).

A Magdeburgo, intanto, Sven Schulze ha preso atto della realtà. Il ministro presidente uscente ha ammesso che la Cdu «non ha più un mandato a governare» e che il compito di tentare di formare il nuovo esecutivo spetta all’Afd. Una presa di posizione che rende ancora più interessante la strategia lanciata da Siegmund. Al vincitore indiscusso della tornata mancano soltanto tre deputati. E il candidato sovranista ha già annunciato che cercherà «una maggioranza stabile» parlando non soltanto con gli altri gruppi, ma anche con «singoli parlamentari». I primi contatti, ha assicurato, partiranno subito e proseguiranno nei prossimi giorni.

Il messaggio, insomma, è fin troppo chiaro. Siegmund non ha indicato pubblicamente nomi né partiti, ma nella Cdu la preoccupazione è evidente. Schulze, non a caso, si è subito affrettato a garantire che «con assoluta certezza non ci sarà nessuno» tra i suoi deputati disposto a passare con l’Afd. Sarà effettivamente così? Di sicuro, nell’Est, la Cdu locale è molto più conservatrice che nel resto della Germania: con le giuste garanzie, non sono quindi esclusi «salti della quaglia». Le prossime settimane, in ogni caso, diranno se il muro reggerà anche davanti a un partito precipitato al 17,2% e a un’Afd che vale quasi tre volte tanto.

La partita, comunque, non si giocherà soltanto sui possibili transfughi. Nei primi due scrutini, per eleggere il ministro presidente servono 42 voti. Se nessuno li ottiene e il Landtag decide di non sciogliersi (tornando al voto), al terzo basta invece la maggioranza dei voti espressi. Ed è qui che il Bsw di Sahra Wagenknecht può diventare decisivo. Il suo candidato locale, Thomas Schulze, ha confermato che i cinque deputati del partito si asterrebbero, perché non intendono partecipare a una coalizione costruita soltanto per mantenere il cordone sanitario. In quel caso, Afd e fronte avversario partirebbero da 39 voti ciascuno: a Siegmund potrebbe bastare anche un solo franco tiratore.

Il terremoto, peraltro, rischia di propagarsi subito: il 20 settembre si voterà in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove i sondaggi assegnano all’Afd il 35%, cioè tre punti davanti alla Spd. Dopo Magdeburgo, gli avversari temono l’effetto valanga e il candidato locale dell’Afd, Enrico Schult, spera apertamente che l’«onda blu» travolga anche Schwerin. E se per Merz, che di certo non brilla per empatia, la ricetta anti Afd è comunicare le riforme con più emozione, si capisce molto bene quale sia il problema della Cdu.

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