«Con il tasso di fertilità all’1,41% non è detto che per Italia e Unione europea ci sia un futuro; più che ReArm Europe sarebbe stato meglio fare ReBorn Europe». Il generale che tifa per le culle non era previsto nel trattato di Maastricht e neppure in quello di Dublino.
Sorpresa del tecnocrate in pensione che la butta in fallo laterale: «Oramai sono vecchio, ma combatterò fino all’ultima mia energia il suo tentativo di ricostruzione della retorica del fascismo». Il pittoresco duello fra Roberto Vannacci e Mario Monti nella cornice del Forum Ambrosetti a Villa d’Este (Cernobbio, quel ramo del lago di Clooney) è un’anticipazione lievemente asfittica della campagna elettorale in arrivo.
Da una parte l’astro della destra populista, dall’altra lo zio politico di Carlo Calenda, che non volendo incontrare l’ex graduato euroscettico ha mandato allo sbaraglio il suo mentore. Il confronto è un festival del deja vu. Poiché il summit ha come tema «La casa europea» Vannacci enfatizza subito la crisi di Bruxelles: «La Gran Bretagna se n’è andata e l’Islanda pochi giorni fa ha detto di no. La Norvegia non ci ha mai pensato, la Svizzera rimane fuori, la Turchia prima ambiva ad entrare ma oggi naviga per altri mari. Non tutti scalpitano per integrarsi nell’Unione europea e ci sarà un motivo. Anzi, davanti a Bruxelles l’Ungheria, la Slovacchia e la Bulgaria hanno l’atteggiamento dannunziano del ”me ne frego”».
L’accenno in orbace scalda Monti che non vedeva l’ora di buttarla sull’orco nero. E improvvisamente, invece che sulla Carta dei diritti dell’Ue sembra seduto sull’intera collezione dei libri di Antonio Scurati. «Non vedo in lei la ricostituzione del partito fascista ma un aspetto del fascismo, il più insidioso, è già in atto. Trovo in lei la ricostruzione della narrativa, della retorica dello spirito del fascismo, più o meno si dichiara la superiorità dell’Italia, degli italiani e, vogliamo dire, della razza italiana. Non ho mai ritenuto la popolazione italiana inferiore ma neppure superiore alle altre. Questo è solo il complesso di Calimero».
In mancanza d’altro il dimenticabile premier che diede una mazzata alle piccole e medie imprese, fece macelleria sociale e che, pur appiattendosi sulla Ue, ottenne il record dello spread a 536 punti (oggi è a 83), riesuma la brigata Garibaldi. What else? M è sempre una strategia di distrazione di massa. Parlare d’altro funziona, gli stakeholder abituati al calduccio dei luoghi comuni applaudono. Vannacci sottolinea che «l’eurozona produceva il 30% del Pil mondiale e oggi siamo al 15%; avevamo un’industria che era al vertice mondiale ed ora siamo un’area di desertificazione industriale dove licenziano chi produceva le auto più belle del mondo». Monti non coglie e cita Albert Camus («Amo troppo il mio paese per essere nazionalista») e François Mitterrand: «Il nazionalismo porta alla guerra».
Il dialogo fra sordi fa sorgere un sospetto: vuoi vedere che il sistema ha gettato il fantasma di Monti fra le gambe del generale per enfatizzarne il ruolo sinistro con lo scopo di danneggiare Giorgia Meloni(«Non l’ho mai incontrata», ha confessato ieri Vannacci a Bloomberg News)? Lo conferma il commento di Elly Schlein sul duello, azzeccato solo per la pertinenza geografica: «Vannacci vada a Dongo per ricordare come finì il fascismo. Alla fine fu una fuga, nascosti da vigliacchi, dopo aver devastato il Paese». Poiché il duce fu ucciso a Giulino di Mezzegra, la liceale segretaria del Pd augura allegramente 82 anni dopo una fucilazione di massa con la dispersione dei cadaveri nel lago. La misericordia innanzitutto.
Vannacci è consapevole della trappola e sfrutta l’occasione a suo vantaggio. Più lo accusano di nazionalismo, sovranismo, estremismo, più i sondaggi volano. La faccenda diventa esplicita quando l’ex premier, con voce rauca, gli ricorda le inchieste e le accuse di muoversi fuori dalla Costituzione. Lui replica: «Non sono preoccupato. Le due inchieste in corso riguardano degli elementi che non sono né il partito né il sottoscritto, né i dirigenti. Per quella, ridicola, sull’eventuale ricostituzione del partito fascista basta aver letto la legge Scelba per capire che è una cosa fantasiosa, se non fantascientifica. Nel programma di Futuro nazionale non c’è nulla fuori dalla Costituzione». Si va stancamente verso la fine dello show. Il generale tenta di parlare dell’oggi con un argomento che agli economisti dovrebbe interessare. «La Ue si è schierata totalmente a favore dell’Ucraina, ma nell’ultimo semestre è aumentata l’importazione di gas dalla Russia, finanziando così una economia di guerra che vorremmo combattere. Si tratta di una strategia schizofrenica». Monti è altrove e invece di replicare gli chiede conto della vicinanza di Lorenzo Gasperini, considerato l’ideologo di FN, frontman del machismo e dell’antivaccinismo. Mele e pere, nessuna connessione. L’unico accenno di Monti all’Europa è una domanda: «Lei è consapevole che l’applicazione del suo programma comporterebbe una cacciata dall’euro e dall’Unione europea?». Questa volta è Vannacci a dribblare il quesito. Da ex militare preferisce chiudere con un anatema contro l’esercito europeo: «Bruxelles deve lasciare capacità d’iniziativa agli Stati membri. Il mio incubo è vedere partire le mie figlie per la guerra con un generale che si chiami Emmanuel Macron o, peggio ancora, Ursula von der Leyen». Risultato zero a zero. Una squadra (Futuro nazionale) ha attaccato senza fare gol e l’altra (l’élite riflessiva con il portafoglio gonfio) si è difesa parcheggiando il pullman sulla linea di porta. Resta un fatto: la famiglia Pavarotti ha diffidato il generale di utilizzare «Vincerooò» senza autorizzazione. Ma il circo lacustre messo in piedi dai poteri forti in chiave anti Meloni non ci impedisce di dare un consiglio gratuito a palazzo Chigi: nessun dorma.
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