Calabresi spacca la sinistra a Milano. Elly cincischia e Majorino non abdica
Mario Calabresi (Ansa)

È la campagna elettorale del centrosinistra per le elezioni comunali di Milano. Ma ricorda a tratti una romanzo di Agatha Christie, dove i piccoli indiani sono questa volta i candidati alle possibili primarie che dovranno trovare chi gareggerà per prendere il posto di Beppe Sala a palazzo Marino.

Da ieri il clima è cambiato. La possibile candidatura di Mario Calabresi ha rimesso in moto la partita e, nei corridoi dem, si comincia a ragionare anche su chi potrebbe non arrivare ai gazebo. Non si registrano ultimatum al momento, ma sono iniziate a partire telefonate, consigli, inviti a capire chi abbia davvero intenzione di andare fino in fondo. L’obiettivo è evitare una scheda con sette od otto nomi. Molto dipenderà dalle scelte nazionali e dal metodo che il centrosinistra deciderà di adottare. Del resto, se alla fine le primarie dovessero saltare, la partita potrebbe persino semplificarsi, restringendosi alla ricerca di un solo candidato condiviso.

Nel frattempo Calabresi continua a tenere bassi i toni. Non ha ancora detto «mi candido» e ha già escluso annunci il 12 settembre, quando sarà alla Festa dell’Unità milanese con don Luigi Ciotti. Ma dopo l’addio a Be Water, Chora e Will media, la sua discesa in campo viene ormai considerata qualcosa di più di un’ipotesi. Restava da chiarire anche il capitolo economico dell’uscita dalla società. «Io non avevo diritto a vendere per accordi pregressi, il mio contratto scadeva alla fine del 2027. Quindi la società ha ripreso le mie quote riconoscendomi una cifra forfettaria molto lontana dai valori della società: è stata una forma di riconoscimento dei miei sei anni di lavoro», spiega Calabresi a La Verità, smentendo l’ipotesi di buonuscite milionarie da parte di un gruppo che nel 2025 ha fatturato 29,2 milioni di euro e che nell’ultima operazione societaria era stato valorizzato circa 200 milioni In ogni caso, se alla fine partirà la campagna elettorale, il comitato di Calabresi sceglierà con tutta probabilità una raccolta fondi tipo crowdfunding.

Chiuso questo capitolo, restano sul tavolo i nodi politici. Gli altri piccoli indiani scalpitano. Pierfrancesco Majorino ha una rete solida dentro il Pd e non sembra intenzionato a farsi da parte. Anna Scavuzzo conserva una rete nell’amministrazione. Poi ci sono Lorenzo Pacini, Emmanuel Conte, Tommaso Goisis, e Carlotta Cossutta. Tutti, almeno formalmente, sono ancora in corsa. Ma la sensazione è che prima di fissare data e regole, qualcuno proverà a restringere il campo.

Il punto è che Calabresi non ha ancora un’investitura del Pd. Elly Schlein, dalla Festa dell’Unità di Genova, ha frenato: «È presto», ha detto, ricordando che vengono «prima il programma e poi i nomi». Ieri a parlare sono stati soprattutto Alessandro Giungi e Luca Paladini, entrambi considerati vicini all’area di Majorino, soprattutto il secondo, eletto in Regione nella lista «Patto Civico – Majorino presidente». Giungi ha spiegato che alle primarie sosterrà soltanto «una persona che già si è impegnata in politica e di cui conosco la provenienza e le idee», aggiungendo di essere sorpreso dall’entusiasmo nel Pd per chi non ha mai militato nel partito. Paladini è stato ancora più duro: «Mi fa davvero cascare le braccia la candidatura di Mario Calabresi», ha scritto, contestando ancora una volta la ricerca del «Papa straniero» e chiedendo perché Milano non debba scegliere qualcuno con esperienza politica e amministrativa già consolidata. Due interventi che, in assenza di una linea ufficiale del partito, suonano anche come i primi segnali di resistenza dell’area majoriniana. Più prudente Giuseppe Roccisano di Sinistra italiana. Calabresi è un nome autorevole, riconosce, ma dopo anni di sindaci provenienti dalla società civile «credo sia arrivato il momento della politica». Prima dei nomi, aggiunge, servono il perimetro della coalizione e un’idea di Milano. E se alla fine i candidati resteranno sette o otto, Avs vuole primarie vere, aperte e possibilmente a doppio turno. Nel frattempo, però, intorno all’ex direttore di Repubblica si muove soprattutto l’area riformista e questo complica il lavoro della segreteria.

Anche Matteo Renzi si è fatto avanti, ma il suo abbraccio è di quelli che nel Pd vengono maneggiati con cautela. «La trovo una fantastica notizia», ha detto al Corriere, invitando Calabresi alla Leopolda. Un endorsement forse troppo caloroso, visto che Carlo Calenda si è già schierato con Calabresi e Renzi prova ora a contendersi lo stesso spazio riformista. Qualcuno, al Nazareno come a Palazzo Marino, legge l’invito anche al contrario: non solo sostegno, ma un abbraccio capace di «bruciare» un candidato che deve ancora conquistare la sinistra dem. Tra Renzi e Calabresi c’è poi un precedente. Nel 2015, quando l’uno era a Palazzo Chigi e l’altro dirigeva La Stampa, il nome di Calabresi circolò per la Newsroom Rai, mai decollata. Poco dopo passò a Repubblica, protagonista di frequenti scontri con il renzismo. Per dirla con Agatha Christie, gli endorsement non sono sempre carezze: a volte sono coltelli lasciati sul tavolo.

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