Stefano Bonaccini, presidente del Partito democratico, ha realizzato un capolavoro degno dell’incarico che ricopre. Con un solo ragionamento è riuscito: a rivelare quale sia la vera natura della sinistra italiana e quale la sua visione profonda del mondo; a insultare circa dodici milioni di italiani che alle ultime elezioni hanno votato a destra; a rivolgere comunque un involontario complimento alle forze sovraniste a lui tanto sgradite.
In una formidabile intervista, Bonaccini ha spiegato che «il voto a destra – prima a Salvini, poi a Meloni e oggi forse a Vannacci – è un consenso che arriva in maniera maggioritaria da chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città e, come dice la Meloni, chi sta peggio economicamente».
«Se voti a destra sei ignorante»: la gaffe di Bonaccini riapre il caso della spocchia progressista
Il concetto è piuttosto chiaro: se hai studiato poco voti a destra. Detto da un politico che come titolo di studio ha la maturità scientifica ed è diventato assessore alle Politiche giovanili a Campogalliano a 23 anni, fa già sorridere così.
Quel che non fa sorridere per niente, invece, è il retropensiero sprezzante che si cela dietro quella dichiarazione. L’idea è semplice: se voti a destra è perché sei ignorante. Capite bene che non si tratta di una convinzione molto rispettosa nei riguardi di chi professa idee diverse da quelle dei progressisti.
Qui sta appunto l’offesa nei riguardi dei milioni di persone più o meno istruite che hanno votato a destra. Offesa che si può estendere (e che forse in questo caso è ancora più grave) a tutti coloro che non hanno studiato, a prescindere dal voto che hanno espresso.
Forse chi non è in possesso di una laurea o di un diploma non è da considerarsi in grado di prendere decisioni lucide e coscienti? La domanda ovviamente è retorica: fra i progressisti i più la pensano esattamente così.
A testimoniarlo c’è un’ampia aneddotica: Massimo D’Alema sosteneva che se votassero solo coloro che leggono libri la sinistra vincerebbe a mani basse. Andrea Camilleri attribuiva le vittorie di Berlusconi all’analfabetismo funzionale.
E sono solo due esempi tra i mille possibili. Il sottoscritto può citare anche episodi di cui è stato direttamente protagonista. Diversi anni fa, durante la serata conclusiva del premio Strega, una nota e celebrata scrittrice che fu molto vicina ad Alberto Moravia stava rilasciando una intervista proprio di fianco a me. Voleva citare un libro ma non le veniva il titolo.
Casualmente io lo conoscevo, e glielo suggerii. Lei fu gentile e mi ringraziò un po’ stupita: «Dunque lei legge?». Risposi che sì, sapevo in effetti leggere. Una scena simile si ripropose tempo dopo con un famosissimo e autorevole politologo con cui avevo dibattuto spesso in televisione. Lo incrociai nella libreria di una stazione e lui sorrise: «Quindi anche la destra legge!».
Minuzie personali, battute di sfuggita, come no: ma indicative di una convinzione ben radicata. Le frasi di Bonaccini nascono dall’autopercezione di superiorità morale e intellettuale. Una pretesa che si è costantemente tramutata negli anni in azione politica.
Si può addirittura sostenere che ogni deviazione autoritaria della sinistra nasca da questa – errata – percezione di sé stessa. Ogni tentativo di rieducare, di censurare, di mettere a tacere gli avversari e riscrivere la Storia.
Loro hanno studiato, loro «credono nella scienza», loro sono all’avanguardia. Loro sanno gestire le pandemie e sanno sempre da che parte stare nelle guerre. Loro hanno il favore degli esperti e sanno affrontare le crisi economiche, risanare il debito pubblico.
Loro sanno come si deve votare e come si deve vivere, quale auto si deve usare, quale cibo si deve mangiare. La realtà li smentisce di continuo, ma i libri sono dalla loro parte. Soprattutto quelli che scrivono loro.
Dal comunismo al woke: la sinistra e la certezza di essere migliori
In qualche modo, la frase di Bonaccini risolve da sola tutto il verboso dibattito sul woke che i progressisti conducono da giorni tramite Repubblica.
Ora sappiamo che il woke non è morto perché, semplicemente, non può morire dato che poggia su una più che granitica certezza: quella di essere migliori, più intelligenti e più illuminati di tutti. Certo, un tempo a dare una parvenza di sostanza a tutto ciò vi era la fede cieca nel comunismo come palingenesi dell’umanità: era l’adesione al culto che dava diritto ai singoli di ritenersi superiori.
Ma ora il culto è morto, dunque resta solo la spocchia dei pochi che si ritengono élite semplicemente perché hanno abbracciato le idee del potere dominante. In sintesi: una volta si pensavano migliori perché comunisti; oggi si pensano migliori e quindi sono di sinistra.
Nel corso di questo piccolo ma significativo slittamento, i progressisti hanno però smarrito anche l’unica forza genuina che possedevano.
Bonaccini ieri, cercando di rimediare alla topica, lo ha affermato senza mezzi termini. «Hanno estrapolato una frase da un ragionamento più complessivo», ha precisato. «Io dicevo che negli ultimi dieci anni in Occidente ogni volta che si è votato e ha vinto la destra il voto è stato maggioritario tra chi sta peggio economicamente, tra chi vive nelle aree interne, nelle campagne o nelle periferie della città. […]
Io l’ho detto come problema per la sinistra, perché la sinistra dovrebbe saper rappresentare di più e meglio coloro che sono magari più in difficoltà economicamente o che nella vita hanno avuto meno opportunità per avere titoli di studio più elevati».
Bonaccini ammette la sconfitta: perché la sinistra ha perso il voto popolare
Analisi perfetta, questa: la sinistra ha perso il voto popolare più o meno ovunque. Ha perso il voto dei diseredati che si gloriava un tempo di rappresentare.
Lo ha perso perché, avvolta nella boriosa presunzione di superiorità, ha voluto credere che le sue teorizzazioni fossero vere e ha trattato la realtà come un fastidioso orpello.
Una illusione che può fare presa su qualche intellettuale e sulla classe aspirazionale più vulnerabile all’ideologia, ma non su tutti gli altri. In sintesi, non serve aver studiato molto per capire che la proposta progressista è fallimentare.
Meloni: «Ci scelgono perché li rispettiamo»
di Flaminia Camilletti
Corsi e ricorsi storici. Stefano Bonaccini non è il primo esponente di sinistra che si avventura in teorie curiose circa il livello culturale degli elettori di destra, stupisce tuttavia che ribadisca un concetto che fin qui, alla sinistra, non ha mai portato bene. «Chi vota a destra ha studiato poco». Severa la reazione di Giorgia Meloni che arriva ieri mattina con un duro post pubblicato sui social: «Ci spiega che milioni di italiani votano a destra perché hanno studiato poco.
Forse Bonaccini dovrebbe prendere in considerazione un’ipotesi più semplice: quegli italiani, indipendentemente dalle scuole che hanno frequentato, hanno studiato sulla loro pelle le conseguenze delle politiche della sinistra. Hanno visto città meno sicure, confini senza controllo, periferie dimenticate e lezioni di morale impartite da chi pretende di spiegare agli altri come devono vivere, come devono votare, e come devono pensare.
Meloni replica a Bonaccini: «Ci scelgono perché li rispettiamo»
Quegli italiani votano a destra perché noi non chiediamo loro quanti titoli di studio abbiano prima di ascoltarli. Li rispettiamo. Ed è forse proprio questo rispetto che Bonaccini e una certa sinistra, nonostante le molte sconfitte, non hanno ancora studiato abbastanza». Il presidente del Pd ospite di Coffee Break a La7 informato in diretta da Marco Piccaluga, risponde tentando di sviare sulle bollette e poi: «Hanno estrapolato una frase. Io dicevo che negli ultimi dieci anni in Occidente, ogni volta che si è votato, e spesso ha vinto la destra, dal primo al secondo Trump, alla Brexit, alla Le Pen, al voto alla destra in Italia, la destra ha preso un voto non di tutti, ma maggioritario, se scorporiamo, tra coloro che hanno un po’ meno titoli di studio, tra chi sta peggio economicamente e tra chi vive nelle aree interne, nelle campagne, nelle periferie delle città».
E infine il presidente del Pd precisa: «Il che non vuol dire che non ci siano plurilaureati che votano la Lega, Fratelli d’Italia o Vannacci. Ma io l’ho detto come problema per la sinistra».
«Un’offesa agli elettori e ai cittadini italiani che in maggioranza hanno votato per il centrodestra», ha commentato il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani.
Per il ministro della Giustizia Carlo Nordio, Bonaccini «ha le idee confuse», mentre è il vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Augusta Montaruli a spiegare che «nessuno ha estrapolato.
Il giornalista chiede all’europarlamentare Pd perché lavoratori e ceto medio votano sempre di più Meloni e lui risponde perché a destra, in Italia come in Europa, da tempo votano coloro che studiano di meno, chi vive in aree interne e chi sta peggio economicamente» e poi conclude: «Per questo prosegue: la sinistra deve investire in scuola pubblica (quella di cui, forse pensandola di avere in pugno, non si è più occupata quando già governava), cioè più istruzione più voti a sinistra? Che arroganza al cubo!». Di arroganza parla anche il ministro per gli Affari europei, il Pnrr e le politiche di coesione Tommaso Foti: «Meglio ignoranti che arroganti come voi».
«Bonaccini in tv ha aggravato la sua posizione usando in tv tutti gli stratagemmi retorici per sviare il focus del dibattito e passare da vittima», commenta l’onorevole della Lega Jacopo Morrone.
Schlein difende Bonaccini e attacca Meloni sugli asili nido
«Meloni trova il tempo di attaccare l’opposizione invece di occuparsi dei problemi della gente. Bonaccini è quello che da presidente dell’Emilia-Romagna ha reso gratuiti gli asili nido. Meloni invece ha ridotto gli asili nido e tagliato i fondi del Pnrr», ha commentato ieri in serata il segretario del Pd, Elly Schlein, intervenendo alla Festa dell’Unità di Rivalta sul Mincio, nel Mantovano.
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