Da «strumento di democrazia e partecipazione» a «pericolo per la democrazia»: nel tentativo di evitare la grana delle primarie, a sinistra non si fanno scrupolo di contraddirsi. Per Romano Prodi la consultazione popolare dei militanti allo scopo di scegliere il candidato premier era fino a un po’ di anni fa «una difesa della democrazia».
E per Pier Luigi Bersani, se aperte a tutti, le primarie erano «bellissime» perché allargavano «la base popolare della partecipazione nel campo progressista», mentre Fausto Bertinotti le considerava «un modo per rendere realmente democratica la scelta della leadership». Però, ora che gli anni sono passati e con essi sono stati sepolti sia l’Unione che l’Ulivo, ossia la versione 1.0 del campo largo, le primarie non sono più quel bagno di democrazia e folla di cui i compagni parlavano con orgoglio nei primi anni Duemila, ma si sono trasformate in «una vicenda ridicola».
Lo ha spiegato senza troppi giri di parole Bruno Tabacci, uno che è riuscito a passare senza soluzione di continuità, ossia senza perdere neanche una poltrona, dalla Dc al Pd, un percorso che gli ha consentito di fare tappa in otto formazioni diverse, compresa quella della Rosa nel pugno. Fresco di addio al Pd, che ha lasciato per confluire nel gruppo Misto, Tabacci ha spiegato che «la vicenda delle primarie è davvero ridicola» e rischia di trasformarsi – ma forse già lo è – in un’ordalia tra forze che non vanno d’accordo su niente e pensano di poter risolvere le loro dispute così. L’onorevole, che è anche presidente del Centro democratico, uno degli innumerevoli centrini di cui è affollata la vita politica italiana, di primarie se ne intende, perché nel 2013, con Alleanza per l’Italia, altra formazione nata nel tentativo di riesumare la Dc, si candidò.
Ovviamente, non aveva alcuna possibilità di vincerle, perché in corsa c’erano Pier Luigi Bersani, Matteo Renzi e Nichi Vendola, ma il suo nome serviva per fare numero. Come funzionino queste elezioni che la sinistra ha scimmiottato dall’America, lo ha spiegato lo stesso Tabacci ieri su Repubblica, dopo averle liquidate con disprezzo. «Romano Prodi (il primo a farsi incoronare dal voto al gazebo, ndr) fu scelto come unificatore della coalizione, le primarie servivano a rafforzarlo». In effetti, nell’ottobre del 2005, quando si tennero per la prima volta in vista delle politiche del 2006, tutti sapevano che il vincitore sarebbe stato l’ex presidente della Commissione Ue. Né Fausto Bertinotti, né Clemente Mastella, Antonio Di Pietro o Alfonso Pecoraro Scanio (parteciparono anche Ivan Scalfarotto e una tale Simona Panzino, ma non se ne accorse nessuno) avevano la possibilità di battere il professor Mortadella. Il quale vinse con una maggioranza bulgara del 74%. E allora a che cosa servirono quel bagno di democrazia e quelle lunghe file ai gazebo? A fare cassa, perché considerando che votarono quasi 4,5 milioni di persone e che a ognuna per poter votare fu chiesto un euro, l’Unione fece un incasso migliore di quello della Festa dell’Unità.
Che le primarie non servissero a scegliere il candidato premier, ma solo a confermare una decisione presa dai vertici dei partiti, come dice senza giri di parole Bruno Tabacci, lo dimostrano due fatti. Il primo è che Prodi, scelto dal 74% degli elettori, fu mandato a casa senza troppi complimenti dopo appena due anni. Il secondo è dato dalla constatazione che dopo le elezioni del 2006 e quelle del 2013, nessuno ha più voluto le primarie. Nel 2018 il candidato non fu indicato, ma era chiaro che se il centrosinistra avesse vinto, a Palazzo Chigi ci sarebbe andato Matteo Renzi. E nel 2022 come aspirante premier fu scelto l’allora segretario del Pd Enrico Letta, uno nominato senza nemmeno passare dal congresso, ma semplicemente issato al soglio del Nazareno dalla nomenklatura di partito.
Oggi Giuseppe Conte torna a invocare le primarie, non perché gli serva un’investitura popolare (lui è già avvocato del popolo), ma solo perché le ritiene uno strumento utile per fregare Elly Schlein e soffiarle l’indicazione di leader del Campo largo. Tuttavia, oltre alla segretaria, a non voler cadere nella trappola del leader pentastellato sono anche i colonnelli, i quali si rendono conto che ai gazebo l’ex presidente del Consiglio sbaraglierebbe tutti, anche loro. Dunque, ecco mandare avanti quel pretino mancato di Roberto Speranza, il quale propone di evitare le primarie per nominare un diciottenne o un partigiano, ovvero due foglie di fico. In pratica, a sinistra sperano di salvarsi strizzando l’occhio ai movimenti giovanili che negli ultimi tempi hanno riempito le piazze, oppure con qualche figura evergreen in ricordo della Resistenza. Il senso è chiaro: non avendo idee proprie, cercano di nascondersi dietro a quelle degli altri. Così, dopo anni in cui immaginavano la rivoluzione al potere, ora si sono rassegnati allo stato confusionale al potere.
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