Elly Schlein mette in fila la sua agenda economica e il suo disegno appare piuttosto chiaro: più intervento pubblico, più coordinamento europeo, più investimenti finanziati a livello comunitario e nessuna apertura al nucleare. Nell’intervista rilasciata a Milano Finanza, la segretaria del Pd parte da una diagnosi severa: «L’Italia oggi non è più forte, bensì più fragile».
E aggiunge che «la crescita è a zero nonostante il Pnrr», accusando il governo di non essere riuscito, pur disponendo di un’ampia maggioranza, a ridurre il costo dell’energia, aumentare i redditi e rilanciare gli investimenti.
Sul fronte energetico Schlein propone «un piano strategico per le rinnovabili» e una «struttura unica di missione» con le Regioni per dimezzare i tempi delle autorizzazioni. Il confronto scelto è quello con Madrid: «In Spagna ci mettono 3 anni, da noi 6». Fin qui, semplificazione burocratica e accelerazione degli investimenti. Ma contemporaneamente arriva il no netto al nucleare. Il Pd, spiega Schlein, è contrario «non per pregiudizio ma per i tempi e i costi di produzione». È una scelta politica precisa: puntare essenzialmente sulle rinnovabili ed escludere dal nuovo mix energetico una fonte programmabile e a basse emissioni. La contraddizione è evidente: mentre si denuncia il costo strutturalmente elevato dell’energia italiana, una delle tecnologie disponibili viene accantonata prima ancora di verificare quale ruolo possa assumere all’interno del fabbisogno energetico dei prossimi decenni.
Schlein insiste anche sulla perdita di potere d’acquisto. Ricorda che «la povertà assoluta ha toccato il record del 9,8% delle famiglie», che gli stipendi si sarebbero ridotti «del 9%» in termini reali e che i beni alimentari sarebbero aumentati «del 25%» negli ultimi quattro anni. A ciò aggiunge una pressione fiscale salita «al 43%». Qual è la risposta? Ancora una volta, soprattutto strumenti pubblici: accise mobili sui carburanti, rafforzamento dell’Acquirente Unico dell’energia per garantire «prezzi stabili alle pmi», salario minimo, lotta al precariato e incentivi per indirizzare parte dei «1.700 miliardi» fermi sui conti correnti verso l’innovazione delle imprese.
Schlein si definisce «una europeista convinta, federalista» e indica esplicitamente l’obiettivo di superare «l’unanimità almeno con le cooperazioni rafforzate». Subito dopo chiede «un nuovo grande piano di investimenti europei» successivo al Pnrr. Tradotto: più potere decisionale a Bruxelles, meno possibilità per i singoli governi nazionali di bloccare determinate iniziative e un nuovo strumento europeo di investimento sul modello di quello costruito con NextGenerationEU.
Schlein nell’intervista non usa testualmente l’espressione «nuovo debito comune». Ma il precedente al quale si richiama è precisamente il Pnrr, finanziato attraverso NextGenerationEU e attraverso emissioni della Commissione europea sui mercati. Se dunque si vuole replicare quel modello con un nuovo grande programma di investimenti, la questione di una nuova capacità fiscale e di nuovo debito europeo diventa inevitabile.
Insomma, se il Pnrr non ha generato sufficiente crescita, la soluzione non è ridurre la spesa o rimettere in discussione il modello, ma costruire un altro grande piano europeo. In pratica: chiedere un nuovo Pnrr, nuovi finanziamenti che pagheremo nei prossimi decenni. E se l’unanimità impedisce all’Unione europea di procedere, si deve trovare il modo di superarla.
Curiosamente, il mercato torna invece protagonista quando si parla di banche. Sul risiko bancario Schlein sostiene che «il governo non debba intervenire a gamba tesa» e sintetizza la propria posizione con tre parole: «Decida il mercato». Una professione di liberalismo che convive con un’impostazione interventista sul resto dell’economia.
L’espressione «socialismo reale» sembra quindi essere perfetta per riassumere le idee della numero uno del Pd. Ogni problema, in pratica, trova risposta in un nuovo livello di intervento pubblico: più regolazione, più coordinamento, più spesa comune, più debito.
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