Poiché il dibattito allestito da «Repubblica» sul disastro causato dal cosiddetto wokismo (deriva mortifera del già patologico politicamente corretto) non era abbastanza vacuo di suo, ieri sul tema si è sentito in dovere di intervenire Giuseppe Conte, per aggiungere qualche banalità.
Il leader pentastellato- atteggiandosi più a grande timoniere del campo largo che a intellettuale – ha affastellato un po’ di critiche decisamente poco originali, ha citato Michel Foucault perché fa figo e ci ha informato che negli anni gli è «capitato più volte di rimanere fortemente perplesso di fronte ad alcuni eccessi della cultura woke rimbalzati dagli Stati Uniti».
Gli ha dato particolare fastidio, pare, «sapere di Omero e Cicerone trattati alla stregua di suprematisti bianchi. […] Si è arrivati al punto», s’indigna Conte, «di impedire ogni contestualizzazione di idee e opere, di schiacciare ogni prospettiva storica, producendo effetti perversi: conformismo ideologico e, in talune punte, repressione della libertà di opinione».
Tutto molto giusto, tutto molto scontato, tutto drammaticamente inutile. Conte, come e più di chi lo ha preceduto sull’argomento, si limita a una contestazione generica, e non riesce nemmeno a condannare – probabilmente perché non lo comprende né gli interessa farlo – l’intero fenomeno woke.
Anzi tenta in parte di salvarlo, spiegando che esso «ha promosso una più vigile attenzione sui dispositivi culturali che marginalizzano specifiche identità, ha contribuito a contrastare le varie forme di razzismo, di sessismo, di discriminazione». Per carità, niente di inatteso. Tale e tanta superficialità – di cui ovviamente non è responsabile il solo Avvocato – nell’affrontare una questione capitale per l’Occidente contemporaneo rivela la vera natura della discussione alimentata da Repubblica.
Conte e il tardivo mea culpa sul wokismo
Si tratta, pateticamente, di un furbesco e vigliacco tentativo di presa di distanza dai deliri ideologici più acuti che hanno funestato la sinistra contemporanea e infettato l’intero panorama culturale mainstream.
Il giornale-partito dei progressisti vuole farci credere che i suoi politici di riferimento abbiano capito che genere di iattura sia stato (e sia) il woke e che lo abbiano rifiutato in blocco. Tutto ciò per una sola ragione: la demenza politicamente corretta ha fatto perdere la sinistra in mezzo mondo e ha esasperato i cittadini sani di mente, ergo occorre rinnegarla se si vuole provare a vincere le elezioni.
Che si tratti di una svolta di facciata, però, sta a dimostrarlo proprio l’esasperante vaghezza delle argomentazioni espresse finora dalla maggioranza dei pensatori e dei politici intervenuti su Repubblica. È la solita pantomima: condannano formalmente le esondazioni più clamorose del politicamente corretto, ma quando si tratta di opporsi concretamente alle manifestazioni plateali dell’ideologia, ecco che gli illustri progressisti non solo non condannano ma addirittura approvano.
Se avessero davvero fatto piazza pulita del wokismo, per dire, non si sarebbero precipitati a trattare il caso bolognese di Abderrahim Fakir come quello di George Floyd. O non farebbero esibizione di colpevole silenzio di fronte al peso della questione migratoria nella morte del povero Nicola Musiani, ucciso da un gruppo di «nuovi italiani» a Cervia.
È sempre lo stesso giochino: a sinistra si dichiarano contro la censura, contro le degenerazioni fanatiche e contro la cancellazione. Però le praticano tutte appena ne hanno le occasione.
Il caso Cofnas e le contraddizioni della cancel culture
Se davvero avessero indagato il woke per poi rigettarlo, per esempio, i sinistrorsi italici prenderebbero decisamente posizione a sostegno di Nathan Cofnas, studioso statunitense di filosofia che è stato appena sospeso dall’Università belga di Ghent dove insegna. Cofnas è stato il primo accademico a denunciare plagi e invenzioni di Jason Arday, professore di Cambridge che si è tolto la vita nei giorni scorsi.
Come ormai noto, Arday è stato il primo docente «afrodiscendente» di Cambridge, e l’università – pur di dotarsi di una quota etnica e fare bella figura – ha sorvolato allegramente sul curriculum del giovane insegnante. Scoperto e massacrato non solo sui social ma pure sui giornali inglesi, Arday non ha retto e si è suicidato.
Un disastro di cui Cofnas è stato scelto come capro espiatorio: lo hanno accusato di razzismo e sanzionato. A sospenderlo è stata Petra De Sutter, rettrice dell’Università di Ghent, esponente politica dei verdi e prima ministra transgender della storia europea.
Ecco, la vicenda di Cofnas è wokismo in purezza. Dispiace ovviamente per la morte di Jason Arday, ma è assurdo sostenere che a provocarla sia stato il razzismo. Semmai, oltre alle bugie e alle esagerazioni del professore nero, ha pesato la (consapevole e dolosa) cecità politicamente corretta di Cambridge.
La farsa della svolta anti-woke dei progressisti
Arday, insomma, è vittima del woke. Ma a pagare – rischiando pure il licenziamento – è Cofnas. Repubblica giusto ieri lo ha citato, e ci ha tenuto a ribadire che si tratta di un pericoloso razzista.
Capito? I progressisti italiani ospitano sul giornale una bella discussione contro il woke, ma non appena c’è un incredibile caso che ne rimarca la follia che fanno?
Assumono posizioni totalmente woke, e con convinzione. Invece di blaterare di Omero e Cicerone, dunque, se Conte o altri a sinistra vogliono davvero dimostrare di avere debellato la malattia della cancel culture prendano posizione a favore di Cofnas.
O di qualunque altra vittima vera, reale, concreta e presente del woke. Ovviamente non lo faranno, come non lo hanno fatto quando fu ucciso Charlie Kirk e non lo hanno fatto ogni volta che un intellettuale, un artista o un editore sono stati accusati di fascismo e razzismo, ostracizzati, censurati.
Questo è il punto: i progressisti non possono superare il woke perché ne sono irrimediabilmente innervati. Nella speranza di non farsi annientare dalla destra, provano a camuffarsi, a cancellare le tracce del loro passato in una perversa parodia autoinflitta della cancel culture. Ma anche stavolta, come sempre, finisce in tragedia. Anzi peggio: in farsa.
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