Pedro Sánchez
Pedro Sánchez (Ansa)

Dopo l’affossamento dei due decreti casa, respinti venerdì dalla maggioranza del Congresso e l’ipotesi che prende sempre più corpo di elezioni anticipate il prossimo 29 novembre, in Spagna la questione abitativa diventa uno dei principali campi di battaglia dei politici.

A partire dal premier Pedro Sánchez, che con il «decreto Maricarmen» proposto dall’esecutivo in risposta al caso dello sfratto della signora di 87 anni, Maricarmen Abascal, pensava di recuperare l’appoggio di un elettorato stanco e deluso. Invece, il suo governo è stato battuto grazie anche al mancato sostegno di Junts, gli indipendentisti catalani che nel 2023 (assieme ad altri alleati come la coalizione basca Eh Bildu) avevano permesso a Sánchez di formare una maggioranza di governo malgrado il Psoe fosse risultato secondo, dopo il Pp, al voto anticipato.

Sánchez punta sulla crisi abitativa

Se lunedì annuncerà il ritorno alle urne, dopo la figuraccia su Ceuta, la sciagurata regolarizzazione di mezzo milione di extracomunitari, le vicende giudiziarie che coinvolgono moglie, fratello e suoi ex stretti collaboratori, il premier non ha dubbi: punterà sulla politica abitativa la sua campagna elettorale. Per questo sta seguendo con interesse le manifestazioni di questo fine settimana in oltre 50 città spagnole. Cerca di scaricare le responsabilità della crisi abitativa sui partiti di destra, cercando di mobilitare l’elettorato di sinistra.

«Per la prima volta da mesi le proteste cittadine stanno “portando benefici” anche al Psoe», scrive El Mundo, riportando voci dell’entourage socialista. Eppure, segnala El Economista, «una delle principali promesse non mantenute di Pedro Sánchez è l’ampliamento dell’offerta di alloggi a prezzi accessibili. A tre anni dall’impegno di fornire 184.000 abitazioni durante questa legislatura, il governo non ha ancora chiarito quante siano effettivamente state completate e rese disponibili al pubblico».

Il quotidiano economico aggiunge che la stessa Moncloa lo riconosce, avendo risposto a una interrogazione parlamentare che le 120.479 abitazioni disponibili sono in «diverse fasi di sviluppo, dalle case già consegnate ai progetti in costruzione».

Alloggi «mobilitati» sarebbe solo un espediente, per non fornire dati esatti. Josep Maria Cruset del gruppo parlamentare Junts per Catalunya e portavoce al Congresso, ieri dileggiava le affermazioni di Sánchez. «Dopo 8 anni di governo, con un aumento del prezzo dell’affitto del 23%, un aumento del prezzo di vendita del 30% e 250.000 sfratti, ora la colpa del problema sarà dei 7 deputati di Junts», che hanno votato no ai decreti, postava su X.

Feijóo e Abascal attaccano il premier

Sempre puntando sulla questione casa, il leader del Partito popolare (Pp), Alberto Núñez Feijóo, si è impegnato, se eletto, ad approvare nel suo primo anno di mandato un piano abitativo che prevede la costruzione di un milione di case e una riduzione del 60% delle tasse sull’acquisto di immobili per i giovani fino a 35 anni. Promette anche un conto di risparmio per i giovani, per aiutarli a mettere da parte i soldi fino a quando non potranno acquistare una casa, e garanzie fino al 100% del prezzo dell’immobile.

Secondo il leader di Vox, Santiago Abascal, al premier socialista «non importa la casa né gli importano gli spagnoli. Gli importa solo di sé stesso» e ha definito l’esecutivo «una banda criminale, mafiosa e corrotta che ha protetto e permesso l’invasione del nostro Paese e ha lasciato gli spagnoli senza casa, senza sicurezza, senza benessere e senza servizi». Un post di Canario Today ieri accusava la ong Provivienda «che ha ricevuto 15,6 milioni di euro pubblici dal governo di Spagna e 6 da quello delle Canarie» di «trovare alloggi per immigrati, mentre lo spagnolo quasi non può accedervi».

In piazza in oltre 50 città, scontri a Valencia

La casa è la prima preoccupazione, per gli iberici. Era al 14° posto, nella lista delle problematiche dei cittadini, quando Sánchez diventò premier nel 2018. «Fuori dai nostri quartieri gli speculatori sugli affitti», veniva scandito sabato assieme ad altri slogan. La manifestazione più grande si è svolta a Madrid, dove circa 70.000 persone hanno partecipato a quattro marce. Valeria Racu, portavoce del sindacato degli inquilini, ha dichiarato che stanno preparando «uno sciopero generale» assieme ad altre organizzazioni sociali perché «il tempo dei politici è finito».

A Valencia, sono scoppiati scontri tra polizia e manifestanti che volevano concludere la loro protesta al Palau de la Música, dove si stava svolgendo un forum sugli investimenti immobiliari. Nove agenti di polizia sono rimasti feriti e cinque persone sono state arrestate. Le manifestazioni previste in Catalogna sono state invece annullate per le forti piogge.

Sumar ha accusato Junts di schierarsi dalla parte dei proprietari di immobili, l’ex sindaca di Barcellona, Ada Colau, ha detto che Pp, Vox e Junts rappresentano una «alleanza reazionaria al servizio degli speculatori» e ha avvertito i loro parlamentari che saranno «responsabili di ogni sfratto che avverrà da oggi in poi».

I sondaggi premiano Pp e Vox

Se il premier domani optasse per il voto, le elezioni si terrebbero domenica 29 novembre, dopo il periodo di 54 giorni previsto dalla legge. Più tempo si prende, più si sposta in avanti la data, potrebbe essere il 6 dicembre, Festa della Costituzione.

Intanto, in nove simulazioni su dieci, secondo il modello del quotidiano El País, dal voto delle urne Vox e Pp riuscirebbero a formare la maggioranza con 200 seggi (ne bastano 176). La media dei sondaggi vede il Pp al 32,7% (dal 25, 5% del Cis al 34,5% di Nc Report); Vox al 18,1% (dal 16,1% di Cluster 17 al 20,3 % di More in Common). Il Psoe è al 26,4%, (dal 24,9 di Nc Report al 28,1 di Cluster); Sumar risulta al 5,9%, Podemos al 3,4%.

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