L’intelligenza sarà anche artificiale, ma la crisi è purtroppo reale. Il modello cinese mostra un atteggiamento coloniale nelle aziende e un’assoluta indifferenza alle sorti di chi ci lavora.
Sta per saltare uno dei maggiori stabilimenti italiani nella produzione di microchip ad alta tecnologia che ha un solo difetto: è di proprietà del fondo cinese Sparac entrato sei anni fa nella Semiconductor manufacturing international corporation. Il 25 maggio i sindacati dello stabilimento L-Foundry di Avezzano - conta oggi 1.200 dipendenti: un centinaio sono in cassa integrazione a zero ore e alcuni si sono già dimessi – hanno ricevuto una e mail in cui si annuncia che l’amministratore delegato del gruppo Nabeel Gareeb – pakistano-statunitense, uno degli ad più pagati nel mondo dei semiconduttori con uno stipendiuccio da 106 milioni di dollari – è stato licenziato e insieme a lui se ne va anche Alain Charles direttore del dipartimento di ricerca e sviluppo. L-Foundry si trova oggi senza una guida e senza una prospettiva.
Nella mail la proprietà assicura che la produzione andrà avanti, ma i sindacati non si fidano perché hanno capito che i cinesi vogliono tenerci in scacco con i loro chip, ma almeno in Italia stanno fallendo. Le rappresentanze dei lavoratori da tempo lamentano una mancanza di informazioni sul futuro di Avezzano. Ma prima Gareeb, che peraltro a metà dicembre scorso partecipò a un incontro al Mimit, e adesso la Sparac non hanno dato alcuna indicazione. Quella della L-Foundry sarebbe una crisi indotta. Antonello Tangredi - Fim-Cisl - al termine dell’ultimo incontro l’8 maggio scorso con i vertici dello stabilimento di Avezzano ha detto chiaro e tondo: «La crisi è conseguenza di una scelta aziendale che hanno fatto in Cina: vogliono passare dalla produzione di sensori di immagine che è quella che si è fatta sinora alla L-Foundry ai transistori di potenza che sono a bassissimo contenuto tecnologico per cui il costo orario del lavoro italiano - dieci volte superiore a quello asiatico - rende la produzione strutturalmente in perdita». Una scelta miope? Probabilmente un disegno per scappare dall’Italia e concentrare nei Paesi satellite come Vietnam e Cambogia le lavorazioni che si sono fatte sinora in Abruzzo utilizzando come pretesto - si sono appellati anche all’assenteismo - che l’impegno in Italia è anti-economico. Peraltro già da diversi mesi - Hormuz non c’entra - il silicio da lavorare che arriva alla fabbrica di Avezzano è sempre meno e da quel che si sa è rimasta solo una commessa da ultimare: quella per un cliente americano che si dovrebbe esaurire alla fine di questo mese. E dopo? I sindacati sono convinti che i cinesi vogliano avviare un confronto sui salari: abbassare il costo del lavoro in Italia per continuare a confezionare in Abruzzo prodotti a basso contenuto tecnologico riportando in Cina invece quelle ad alto valore. A dimostrazione che questa è la strategia di Sparac i sindacati citano proprio il «licenziamento» di Gareeb che aveva invece promesso uno sviluppo dello stabilimento, ma soprattutto quello di Alain Charles che doveva attivare nuove linee di produzione. Resta il dato che il futuro per L-Foundry - è la principale azienda nell’area del marsicano – è assai incerto e si comincia già a parlare apertamente di cessazione dell’attività.
Il contratto di solidarietà - che doveva servire a rilanciare lo stabilimento - sottoscritto circa un anno e mezzo fa scadrà il 31 dicembre 2026 e non c’è alcuna indicazione sul futuro. Oggi a Pescara l’assessore regionale alle attività produttive Tiziana Magnacca ha convocato i sindacati e l’azienda – che non si presenterà - per un incontro prima di trasferire di nuovo tutto sul tavolo del ministero del Made in Italy che però, allontanato Gareeb dalle responsabilità aziendali, si trova senza interlocutori. Quando si dice che un chip non basta.






