Francesco Sofia (direttore Digital Transformation di Agea): «Stiamo investendo molto sull'intelligenza artificiale come strumento di semplificazione».
Nel riquadro, Sandro Bottega (IStock)
L’imprenditore Sandro Bottega: «L’intesa Ue ci penalizza, invece lo Champagne è tutelato. Servono sgravi per far fronte allo stop delle spedizioni».
Da Verona scrutando il mercato. Potrebbe essere questo l’orizzonte di Sandro Bottega, mister Prosecco, ma anche uno dei distillatori più importanti d’Europa. Lunghissima tradizione di famiglia che ha dovuto assumere su di sé giovanissimo per la scomparsa del padre Aldo. Passione autentica per tutto ciò che è vino, ma anche una sorta di piacere alchemico nel far funzionare alambicchi e colonne. Da cui, ecco la novità, fa uscire tre whisky italiani, anzi meglio veneti. Vigne nei territori più vocati d’Italia e un’idea di italianità che porta nel mondo con i suoi wine bar ed esportando in 148 Paesi. Cerchiamo con lui di capire dove e come va il vino italiano.
Vinitaly partito, con quali prospettive per il vino italiano?
«Malgrado l’anno difficile non solo per il vino, ma per l’intera economia italiana ed europea, il Vinitaly 2026 parte con il consueto interesse da parte di consumatori e operatori. Le prospettive sono legate alla situazione internazionale, tuttavia il mondo del vino può incidere con una comunicazione mirata sulla valenza del prodotto come status symbol. Chi beve vino ha cultura e lo consuma in momenti unici».
Mentre quasi tutti vendono il Prosecco al miglior offerente lei punta a farlo esser un vino premium. È vincente?
«Con il progetto Prosecco Vintage Premium Collection mi sono prefisso di dimostrare concretamente che il Prosecco, se di qualità, non ha nulla da invidiare ai migliori Champagne. Le nostre annate premium sono caratterizzate da peculiarità uniche di questo vino spumante, che ha origine da uve coltivate in singoli vigneti nelle parcelle più vocate tra le Colline Patrimonio Unesco. L’affinamento in nuove autoclavi “orizzontali” e i lunghi tempi di fermentazione (fino a 12 mesi, laddove il Prosecco arriva normalmente a un mese circa) ci consentono di ottenere vini con espressioni organolettiche differenti (eleganza, complessità, varietà aromatica) a seconda delle singole annate e dei diversi cru. Insomma, una qualità al vertice nel mondo enologico e prezzi fino a 250 euro a bottiglia, per vini che non hanno nulla da invidiare ai diversi Metodo Classico e agli Champagne. Da un’attenta analisi comparativa è risultato inoltre che i costi di produzione del Prosecco, nelle zone ad elevata vocazione con colline dalle pendenze estreme, sono di ben tre volte più alti rispetto a quelli dei Metodo Classico e degli Champagne. Il Prosecco con queste caratteristiche diventa uno status symbol alla pari dello Champagne».
Tutti s’interrogano sul perché non si vende e non si beve più vino. È vero?
«Si bevono circa 30 miliardi di bottiglie di vino ogni anno e questo è un dato di fatto. Aggiungo che il trend dell’export del vino italiano è positivo in America Latina, Africa, India e in quasi tutta Europa. Un leggero calo dei consumi di circa 1% o 2% l’anno è strutturale nel corso degli ultimi 50 anni ed è legato al diverso tenore di vita. Il vino non è più un alimento energetico, ma un piacere che si abbina a quello per la buona tavola. Pertanto si bevono meno i vini di bassa qualità, mentre i vini premium sono in crescita. Il consumatore vuole sentirsi importante e quindi richiede più informazioni sul territorio di produzione, sulle caratteristiche del vino, sulle modalità di consumo. I giovani preferiscono l’informalità a pranzi o cene strutturate. I nuovi momenti di consumo coincidono con Happy hour o aperitivi “mangiati”, nel corso dei quali il vino ha trovato un suo spazio. Il successo delle bollicine rispetto ai vini fermi è motivato anche dal fatto che gli spumanti si prestano meglio ad essere consumati sul bancone o in piedi, in accompagnamento a finger food e a conversazioni più o meno effimere».
Il presidente dell’Uiv Frescobaldi ha esultato per il Mercosur, lei ha invece duramente protestato per l’accordo con l’Australia che sdogana il falso Prosecco. L’Ue sta penalizzando il vino?
«L’accordo con il Mercosur mi vede pienamente favorevole. Ho invece manifestato grandi perplessità riguardo all’accordo di libero scambio tra Ue e Australia che prevede una riduzione di dazi per i vini italiani, in cambio della possibilità per gli australiani di produrre e vendere Prosecco, prodotto appunto localmente. Inoltre, per 10 anni lo potranno esportare, non è chiaro se senza considerare che il marchio Prosecco è di proprietà esclusiva italiana e in particolare del consorzio. L’Italia sta dimostrando debolezza anche nei confronti della Francia, che non permette di produrre Champagne o Bordeaux in Australia. In caso di conferma dell’accordo si creerebbe inoltre un precedente con il rischio che anche altri Paesi possano avviare produzioni interne di Prosecco».
Restiamo dalle parti di Bruxelles. Lei e anche uno dei massimi distillatori italiani che ne pensa delle crociate anti alcol?
«Sono sempre partito dal presupposto che la moderazione rappresenti il corretto approccio al mondo del vino e dei distillati. Ho sempre invitato il consumatore a bere meno e a bere bene, in quanto la qualità si apprezza a piccole dosi. Detto questo è in corso una demonizzazione tout-court dell’alcol, che non fa distinzioni tra chi beve moderatamente e occasionalmente e chi cerca solo ed esclusivamente gli eccessi. La storia ci insegna che il proibizionismo ha raggiunto risultati opposti a quanto si prefissava. Non facciamo distinzioni di facciata tra alcol e vino, ma prendiamo in esame le diverse modalità di consumo, considerando che i superalcolici sono largamente utilizzati nei cocktail».
Il contesto economico di certo non aiuta chi fa vino o spiriti. Che cosa serve per sostenere questi comparti?
«Propongo innanzitutto di riconoscere il valore storico e culturale delle cantine e delle distillerie, che sono espressione dei territori e della tradizione ad essi collegata. Riguardo al sostegno, propongo di applicare alle nostre imprese adeguati sgravi fiscali per recuperare i danni per gli extra costi subiti e per la riduzione delle vendite dovute al blocco delle spedizioni negli ultimi due mesi. È impellente la riduzione del cuneo fiscale, non solo per una questione di equità, ma anche per incentivare le persone al lavoro».
Ha scommesso sul whisky italiano dopo aver rilanciato la grappa. C’è uno spazio di mercato?
«Abbiamo deciso di investire sul whisky, perché è un distillato che gode nel mondo di una grande popolarità e perché, come hanno dimostrato ottimamente i giapponesi, si presta ad essere interpretato, acquisendo le tipicità del territorio di produzione. Un investimento di 1,5 milioni di euro ha reso possibile l’apertura e l’avviamento di una nuova distilleria interamente dedicata. La sfida principale è stata dare una connotazione italiana al whisky. Va sottolineato che non abbiamo riconvertito gli alambicchi da distillazione della grappa, ma investito nell’acquisto di un apposito impianto, analogo a quelli che vengono impiegati per gli Scotch whisky. Una sfida ulteriore sta nel definire la categoria del “whisky italiano” che si caratterizzi per un proprio stile identitario, differenziandosi dallo Scotch whisky e da quello Made in Japan, oltreché dal whiskey irlandese e dal Bourbon americano. Il nuovo Whisky Alexander è un single malt che si caratterizza perché viene prodotto esclusivamente con malti inglesi e italiani e perché viene aggiunta acqua delle Alpi. L’affinamento in botti, che hanno precedentemente ospitato Brunello di Montalcino, Amarone o altri grandi vini rossi, regala al distillato una connotazione italiana».
Con i Bottega wine bar porta l’immagine del vino e dell’Italia nel mondo partendo dagli aeroporti. È un investimento che vale la pena fare?
«Bottega Prosecco Bar è un concept ideato con la finalità di esaltare le eccellenze del nostro Paese e gratificare il palato del consumatore tipo. Nello specifico viene riproposta la filosofia del bacaro veneziano, ovvero di un’osteria informale, dove i cibi vengono presentati sia come “cicheti”, ovvero stuzzichini da consumare al bancone, sia come piatti più strutturati da servire ai tavoli. La maggior parte dei nostri Prosecco Bar si trovano all’interno dei principali aeroporti internazionali (Dubai, Venezia, Istanbul, Londra Stansted, Nizza, Birmingham, Praga, Abu Dhabi, Basilea, Budapest, Bologna) e rappresentano un eccellente veicolo di visibilità per l’immagine della nostra azienda e per quella del vino italiano. Dopo oltre 12 anni (il primo Prosecco Bar è stato aperto nel 2014 in Scandinavia sulla nave Cinderella del gruppo Viking) siamo pienamente soddisfatti».
Ha legato il vino al concetto di eccellenza italiana partendo da una sorta di modello veneto o ancor meglio dall’attrattore Venezia. Funziona?
«Il Veneto rappresenta il retroterra culturale della nostra azienda, pertanto attingo sempre a questi valori per presentare nel mondo l’azienda Bottega e i suoi prodotti. Questa regione è espressione dell’eccellenza italiana, che spiegata all’estero è declinata nelle sue molteplici declinazioni territoriali. Venezia è una vetrina straordinaria, conosciuta ovunque nel mondo. Alle atmosfere veneziane ho legato il packaging che mi ha consentito di valorizzare il Prosecco e le grappe. Dalle bottiglie dorate, che evocano i mosaici, a quelle in vetro soffiato, ideate per la grappa, che si rifanno all’arte del vetro di Murano».
La cucina italiana diventata patrimonio Unesco serve a vendere il resto?
«La cucina italiana, riconosciuta patrimonio immateriale dell’umanità Unesco, è sicuramente una buona notizia per il mondo del vino e può contribuire ad attrarre turismo qualificato. È un forte valore aggiunto per l’immagine del nostro Paese, ma è necessario che i nostri ristoratori e i nostri brand ambassador in Italia e nel mondo salvaguardino comunque la qualità degli ingredienti impiegati. Vanno protette da una parte le denominazioni d’origine dei cibi italiani, che stanno alla base dei nostri piatti, e dall’altra l’originalità delle nostre ricette. La tradizione è parte integrante della nostra identità culinaria. Una pizza o un tiramisù preparati con ingredienti inadeguati o con ricette fantasiose sono un danno per la reputazione della nostra cucina».
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La rappresentanza del governo all'apertura di Vinitaly 2026 (Ansa)
- Aperta la kermesse chiave del settore a Verona. Tajani: puntiamo a 700 miliardi di export. Zoppas: 10 dal vino. Gesmundo (Coldiretti): bisogna però liberarsi da 2.000 pagine tra regolamenti, norme fiscali e disciplinari.
- Generali Italia è presente alla 58esima edizione della manifestazione, con la sua holding vitivinicola Leone Alato. Il ceo Fancel: «Soluzioni innovative per una crescita sostenibile».
Lo speciale contiene due articoli.
Viene in mente una hit di Vasco Rossi: voglio cercare un senso a questo Vinitaly anche se questo Vinitaly un senso non ce l’ha. Nulla di nuovo nonostante la presenza di ben cinque ministri e domani, martedì, è attesa anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Inaugurazione ieri con il titolare degli Esteri Antonio Tajani che parla di Hormuz (dallo stretto com’è noto passano cisterne di vino!), del quadro globale instabile e della Farnesina ministero economico che punta a 700 miliardi di export per l’Italia. Poco più dell’1% sarebbe il vino. Tajani parla benissimo degli accordi Mercosur e con l’Australia a cui concediamo di spacciare finto Prosecco in giro per il mondo, così come abbiamo consentito all’Argentina d’importare dagli Usa il Parmesan e di rivendercelo. Non una parola sull’Europa vuole penalizzare il vino con le etichette allarmistiche. Ma Tajani è soddisfatto perché in America abbiamo ottenuto dazi al 15% sulle nostre bottiglie – gli Usa sono il nostro primo cliente: abbiamo perso il 9% che significa 180 milioni - e c’è chi sta peggio. Un clima da celebrazioni che contrasta col pessimismo e il senso di smarrimento delle aziende.
Vendere vino è una questione di egemonia culturale ed economica: i successi del vino sono legati alla cultura occidentale. I romani lo imposero con l’Impero, lo hanno fatto poi gli inglesi «inventori» commerciali di Bordeaux, dello Campagne e del Marsala. Ma per dirlo bisogna saperlo e avere il coraggio di ammettere che con due miliardi di musulmani, circa 1,5 miliardi di indiani che non si possono permettere il vino e un altro miliardo di cinesi che non sanno neppure cos’è il perimetro di mercato è strettino. Se poi ci facciamo la guerra in Europa con le etichette che equiparano il vino al veleno è fatta. Eppure Matteo Zoppas – presidente dell’Ice – la spara e la spera grossa: «Portiamo l’export del vino italiano a 10 miliardi, l’obiettivo è ambizioso, ma possibile». Detto per inciso quest’anno siamo passati da 8,1 a 7,8 miliardi lasciando per strada quasi il 4%. Tocca a Francesco Lollobrigida ministro dell’agricoltura dare un cenno di speranza ecumenico: «Lo disse papa Woytila: non abbiate paura». Lollobrigida ha fatto fare una mega-bottiglia di trenta metri con scritto dentro c’è l’Italia per dire che ogni bicchiere è testimonianza dei nostri valori. Ha rivendicato il riconoscimento Unesco della nostra cucina (sulla qualità però nessuno sorveglia) perché «senza vino non si mangia bene, il vino deve tornare a raccontarsi come prodotto centrale». Resta il fatto che mentre abbinare vino e Mozart, vino e tagliatelle è facile metterlo insieme con Sfera Ebbasta e con le orride polpette da fast food è più complicato.
Intanto il consumo pro capite in Italia è precipitato sotto i 28 litri e infatti nelle cantine ci sono 70 milioni di ettolitri stoccati. Girando per i padiglioni sembra che domini il Principe di Salina: bisogna che tutto cambi perché tutti resti com’è. Solite degustazioni, stand ad effetto, ma di farne una questione di centralità economica e politica prima di tutto in Ue dove Ursula von der Leyen considera l’agricoltura una seccatura non si vede traccia. Tocca al ministro del turismo Gianmarco Mazzi ricordare che il vino «è storia millenaria e che dall’enoturismo viene un impulso». Il ministro del made in Italy Adolfo Urso ha spiegato che le leve dalla crescita sono enoturismo e nuovi mercati (peccato che l’Ue tagli i soldi per la promozione) e che il Vinitaly è una «vetrina della resilienza e della competitività del made in Italy». Forse, verrebbe da dire. Anche se il presidente della Fiera di Verona Federico Bricolo (i veneti c’erano tutti dal neopresidente della Regione Alberto Stefani al presidente della Provincia e al Sindaco di Verona Flavio Massimo Pasini e Damiano Tommasi) ha fatto lo spot al suo Vinitaly «perché qui il sistema vino è tutto unito e noi siamo non solo Fiera, ma agenzia per l’export che guarda ai mercati emergenti». Ci sono 4400 aziende, felicissima la partecipazione dell’Armenia l’antica culla del vino, tra speranza e pessimismo.
Lamberto Frescobaldi presidente dell’Uiv dice che la «scossa della crisi servirà a rivitalizzare la voglia d’intraprendere delle aziende» e la Confcooperative con Luca Rigotti insiste: se abbassiamo il tasso alcolico si conquista nuovo consumo. I dealcolati fanno moda, ma non fanno, per ora, fatturato. Una parola di verità la dice la Coldiretti. Volete rilanciare il vino? Toglieteci i lacci e i balzelli e finalmente si parla d’Europa. Significa come sottolinea Vincenzo Gesmundo di Coldiretti «liberare il vino da quasi duemila pagine tra regolamenti, norme fiscali e disciplinari: nessun comparto al mondo è così gravato dalla burocrazia». Semplificare vorrebbe dire: «togliere 1,6 miliardi di euro di costi nascosti che possono tornare direttamente nelle tasche delle imprese vitivinicole italiane». Il fatturato complessivo del vino italiano che resta comunque la prima voce dell’export agricolo, è di 14 miliardi. Buttarne via oltre il 12% in grida manzoniane pare da ubriachi.
«Pronti a tutelare le eccellenze»
Il cambiamento climatico e le problematiche che questo comporta per il settore agroalimentare dà sempre più centralità al ruolo svolto dalle soluzioni assicurative. Sono sempre più frequenti gli eventi estremi, siccità prolungate, alluvioni, grandine e ondate di calore che devastano l'agricoltura, causando perdite produttive significative e mettono a dura prova il settore. Solo nel 2025, l’Italia ha registrato quasi 380 eventi climatici estremi. Il comparto vitivinicolo, con 670.000 ettari coltivati e oltre 44 milioni di ettolitri prodotti nell’ultimo anno, è tra i settori più esposti. Di qui il rapporto stretto tra mondo del vino e quello assicurativo a protezione del comparto agroalimentare, che vale oltre il 15% del Pil Italiano, e avrà sempre più l’esigenza di poter contare su soluzioni in grado di salvaguardare aziende, territori e comunità. Un connubio ribadito dalla presenza di Generali Italia, alla 58a edizione di Vinitaly a Verona, la manifestazione internazionale di riferimento per il mondo enologico.
Diversi giorni di incontri, tavole rotonde, approfondimenti e dirette Youtube sono in calendario dallo stand di Generali e de Le Tenute del Leone Alato, la società vitivinicola della compagnia, presente nelle regioni a più alta vocazione produttiva del Paese. Occasioni di incontro e approfondimento anche in città, grazie a Vinitaly and the City e alla mostra L’Arte al Vinitaly.
«Come primo assicuratore del Paese - ha affermato Giancarlo Fancel, Country Manager & Ceo di Generali Italia e presidente del Gruppo Leone Alato - sentiamo la responsabilità di essere al fianco delle imprese con soluzioni innovative e con una visione di lungo periodo, capace di creare valore e proteggere il lavoro e i territori, integrando in modo concreto i principi della sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Grazie alla forza della Rete di Generali Italia e Cattolica, continueremo a supportare le eccellenze italiane in un percorso di crescita sostenibile e a fornire risposte concrete a comunità e imprese, contribuendo allo sviluppo del Paese».
Secondo dati Istat e dell’Unione europea, il nostro continente, a causa delle trasformazioni del clima e degli eventi collegati, potrebbe dover affrontare costi pari a 600 miliardi di euro fino al 2030.
Oltre all’impatto del cambiamento metereologico, saranno affrontati i temi della sostenibilità ambientale, dell’agricoltura rigenerativa, del turismo e dello sviluppo del territorio con una serie di incontri nel “Glass box” a due piani ospitato nel Padiglione Veneto, insieme a una serie di iniziative, tra cui le degustazioni delle bottiglie de “Le Tenute del Leone Alato” che vedranno coinvolti, oltre agli appassionati del buon vino, anche imprenditori, agenti, periti, agricoltori e studiosi di sostenibilità, clima e ambiente. Un racconto corale, con al centro esperti e manager della compagnia, che aiuterà a capire quali strade intraprendere per offrire risposte adeguate ad un mondo produttivo fondamentale per lo sviluppo dell’economia italiana.
Generali Italia inoltre porta la cultura al Vinitaly. Grazie alla partnership con il ministero dell’Agricoltura e in collaborazione con il ministero della Cultura, verrà esposta una selezione di sculture a tema mitologico provenienti da Firenze. Dalla Galleria degli Uffizi sarà possibile ammirare il gruppo statuario Bacco e Satiro, quello di Bacco e Ampelo, la Ninfa con pantera e le statue di Bacco e di Hora, mentre da Palazzo Pitti una statua di Bacco di epoca romana. L'iniziativa rientra in Generali Valore Cultura, il progetto che da dieci anni sostiene l'arte e la cultura, per valorizzare le comunità e i territori e promuovere la bellezza che unisce il Paese.
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Il modulo Halo della stazione Lunar Gateway in costruzione alla Thales Alenia di Torino (Getty Images)
L’industria aerospaziale italiana è protagonista nelle missioni Nasa per il ritorno sulla Luna e la futura colonizzazione del satellite: componenti chiave realizzati tra Torino, Modena, Bassano del Grappa e Nerviano (Milano).
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«L’Italia metà dovere/e metà fortuna/Viva l’Italia/L’Italia sulla Luna…». Così cantava Francesco de Gregori nel 1979. Oggi si può dire che quei versi siano diventati la realtà con le missioni Artemis, alle quali l’industria aerospaziale italiana e l’Agenzia Spaziale Italiana hanno dato un contributo essenziale per il programma di ritorno e la successiva colonizzazione della Luna.
La missione Artemis II si è conclusa l’11 aprile 2026 con un successo. Dopo 9 giorni in cui gli astronauti hanno orbitato attorno al satellite terrestre, il rientro (la fase più pericolosa della missione) è avvenuto senza incidenti per il modulo spaziale, dopo l’impatto con l’atmosfera terrestre a 40.000 km/h. Nella progettazione di Orion, il vettore di Artemis, tanta tecnologia italiana nell’ESM, (European Service Module) il modulo di servizio.
Thales Alenia Space (consorzio tra Thales e Leonardo) ha realizzato a Torino la struttura metallica del modulo, lo scheletro in grado di reggere alle incredibili sollecitazioni e di supportare tutti gli elementi che lo compongono, grazie allla struttura composta da una serie di pannelli sandwich con pelli in fibra di carbonio e un'anima a nido d'ape in alluminio. Anche il sistema di raffreddamento, che previene il surriscaldamento della struttura e dei componenti elettronici è stata realizzata a Torino. Le piastre di raffreddamento, parte del sistema, sono invece nate a Modena, realizzate dalla Dtm Technologies, da 25 anni specializzata in costruzioni dedicate al settore aerospaziale, presente anche nelle missioni dello Space Shuttle e della Stazione spaziale internazionale (Iss).
L’industria italiana, si può dire, ha contribuito anche alla corretta ossigenazione dell’aria respirata dall’equipaggio di Artemis II, grazie alle valvole realizzate dalla CrioTec di Chivasso. Sempre in provincia di Torino, a Sommariva del Bosco, Alfa Meccanica ha fornito i 4 serbatoi da 80 litri d’acqua come riserva per gli astronauti durante i 9 giorni della missione. A poca distanza da Alfa Meccanica, a Pianezza (Torino), la Aviotec ha realizzato le reti a ragnatela chiamate «spidernets» che reggono la copertura in kevlar della parte inferiore del modulo ESM.
A Nerviano, nell’hinterland milanese, sono nati i pannelli solari che garantiscono al modulo l’alimentazione elettrica. Leonardo ha fornito le 4 «ali» composte a loro volta da 3 pannelli lunghi 7 metri ciascuno, che garantiscono una produzione di elettricità da 11 kilowatt.
Oltre alla realizzazione del modulo ESM, l’industria italiana sta contribuendo attivamente alle missioni Artemis anche per quanto riguarda le fasi future, vale a dire il prossimo allunaggio e i progetti di colonizzazione stabile del suolo lunare. Dal 2020, anno degli accordi di intesa tra Asi e Nasa sul programma spaziale dedicato alla Luna, l’industria aerospaziale italiana si è dedicata non soltanto alla realizzazione dei vettori, ma anche agli strumenti e alle strutture progettate per una presenza stabile dell’uomo sul satellite della Terra.
A Bassano del Grappa (Vicenza) ha preso forma uno strumento molto importante per le comunicazioni Terra-Luna, dopo gli accordi tra Asi e Nasa. Alla Quascom, in collaborazione con il Politecnico di Torino, è stato realizzato il LuGRE (Lunar Gnss Receiver Experiment), uno strumento tutto made in Italy in grado di captare ed amplificare i segnali satellitari sulla superficie della Luna, uno degli aspetti più problematici nelle fasi preliminari delle missioni Artemis, dato che i segnali sono fino a 10.000 volte più deboli di quelli captati sulla Terra dal Gps e dai satelliti come Galileo. Lo strumento si trova attualmente nel Mare delle Crisi sulla superficie lunare, dopo l’allunaggio avvenuto il 2 marzo 2025. Il LuGRE ha acquisito per la prima volta i segnali GPS oltre i 200.000 chilometri dalla Terra e di Galileo oltre l’orbita terrestre.
Un altro programma delle missioni Artemis parla italiano: si tratta di Halo. Il primo modulo abitativo cislunare agganciato a Lunar Gateway, stazione spaziale nell’orbita lunare per gli astronauti in viaggio, una collaborazione tra Nasa e l’Agenzia Spaziale Europea, dove l’Italia è partner principale. Costituito da 7 moduli simili a quelli della Iss, il Lunar Gateway permetterà agli astronauti di risiedere nell’orbita lunare anche per scopi scientifici per una permanenza fino a 3 mesi. Halo rappresenta il modulo abitativo della stazione, realizzato a Torino da Thales Alenia in collaborazione con l’americana Northrop Grumman. Sul progetto, attualmente gravano molte incertezze perché i tagli (circa il 24% del budget) decisi dall’attuale amministrazione Usa hanno temporaneamente congelato i piani riguardo al Lunar Gateway, indicando una priorità alla realizzazione di una base direttamente sulla superficie lunare, fatto che richiederebbe una totale riprogettazione dei componenti della stazione, Halo compreso.Continua a leggereRiduci
Domenico Dolce e Stefano Gabbana (Ansa)
Dopo aver lasciato la presidenza, uno dei due fondatori valuta la vendita del 40%. Trattativa con le banche sul rifinanziamento.
C’eravamo tanto amati e ultimamente anche tanto indebitati. La storia di Dolce & Gabbana - ma forse sarebbe più corretto dire Dolce & Debito, o per gli amici D&D - sembra entrare in quella fase della vita in cui anche le coppie più glamour smettono di litigare per il colore delle tende e iniziano le pratiche di divorzio. Che è sempre un brutto momento.
Perché qui non siamo più al romanzo fashion degli anni Ottanta, quando Domenico Dolce e Stefano Gabbana, ragazzi originari di Polizzi Generosa, Madonie, provincia di Palermo, si incontrano in un ufficio stile di Milano. La madre di Domenico fa la sarta. Cuce vestiti e prepara rammendi. Introduce il figlio ai segreti dell’ago e del filo. I due ragazzi si innamorano, fondano un marchio e conquistano il mondo a colpi di Sicilia, pizzi, vedove nere e sensualità mediterranea. Vecchi ricordi perché adesso siamo all’ultima stagione, quella dove i conti correnti fanno più paura delle recensioni dei giornali di moda.
Il segnale è arrivato: Stefano Gabbana si è dimesso dalla presidenza del gruppo. Ufficialmente, «una naturale evoluzione della governance». Qualcosa si muove. Ma non per preparare la collezione autunno-inverno.
Il punto è che quando uno dei due fondatori, dopo oltre quarant’anni di sodalizio professionale (e una storia sentimentale finita ma mai archiviata), lascia la poltrona e contemporaneamente valuta la cessione del suo 40%, non siamo davanti a un semplice riassetto. Siamo alla vigilia del divorzio. Non più solo sentimentale, come vent’anni fa. Ma industriale. Finanziario. Definitivo. Il marchio Dolce & Gabbana potrebbe diventare davvero Dolce end Gabbana. Ognuno per conto proprio. Oppure, più brutalmente, Dolce senza Gabbana. Un marchio monco, come suggerisce con ironia involontaria anche il rilancio del profumo «The One»: l’unico. Già, ma quale dei due? E pensare che tutto era cominciato sotto una stella. Anzi, sotto una popstar. Perché se oggi parliamo di un impero da circa due miliardi di fatturato, lo dobbiamo anche a quella scena quasi mitologica: Madonna che irrompe a una loro sfilata milanese. Erano quasi sconosciuti. Diventano un fenomeno globale. Una benedizione laica. Un’investitura pop. Il momento in cui il brand smette di essere un sogno italiano e diventa una macchina internazionale. Madonna li ha lanciati. Madonna è tornata al Metropol in viale Piave a Milano per l’ultima sfilata. Madonna è il testimonial del profumo. Quasi un cerchio che si chiude. O forse un cappio che si stringe.
Perché nel frattempo, dietro le luci, c’è il lato meno glamour della moda: il debito. E qui i numeri non sono accessori, sono protagonisti: 450 milioni di esposizione. Trattative in corso con le banche. Richiesta di nuova liquidità fino a 150 milioni. Ipotesi di cessione di immobili per fare cassa.
Altro che abiti sartoriali: qui si sta cucendo un vestito finanziario su misura, con il rischio che non basti il filo.
La crisi globale del lusso, aggravata dalle tensioni geopolitiche – vedi la guerra in Iran – ha fatto il resto. Meno domanda, margini sotto pressione, scadenze che diventano più pesanti di una pelliccia in agosto.
E allora il gioco cambia: non si tratta più solo di creare desiderio, ma di convincere i creditori. Nel nuovo fashion system, i creativi sono seduti nei consigli di amministrazione delle banche.
Rothschild & Co. è già al tavolo. I negoziati sono aperti. E quando entrano in scena certi nomi, significa che la partita è seria. Molto seria. Nel frattempo, Alfonso Dolce fratelli di Domenicoprende la presidenza, mentre si prepara l’arrivo di manager pesanti come Stefano Cantino, ex Gucci. Segno che la casa sta cercando una nuova struttura, più manageriale, meno romantica. La difficoltà di Dolce & Gabbana non è un caso isolato. È un nuovo sintomo della crisi del fashion “made in Italy. Il messaggio è chiaro: l’indipendenza nel lusso sta diventando un lusso. Chi vuole restare solo, deve avere spalle molto larghe. O conti molto solidi. Meglio entrambe.
E allora eccoci al punto: cosa diventerà Dolce & Gabbana? Ancora D&G, come lo abbiamo conosciuto? Oppure D&D, Dolce & Debito, marchio simbolo di una stagione che cambia? O ancora, Dolce end Gabbana, con tanto di titoli di coda su uno dei sodalizi più iconici della moda italiana? Perché il vero spettacolo non è mai solo sulla passerella. È dietro le quinte.
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