(Ansa)
Design, ingegneria e sviluppo veicoli al servizio delle case automobilistiche e del network accademico statunitense. L'intervista a Fabrizio Mina, ceo di Italdesign Usa.
Design, ingegneria e sviluppo veicoli al servizio delle case automobilistiche e del network accademico statunitense. L'intervista a Fabrizio Mina, ceo di Italdesign Usa.
Trump con un blitz ha catturato Maduro. In Venezuela festeggiano. La sinistra in cortocircuito insorge. Ma anche a destra si intravede una certa freddezza. Giorgia Meloni, pur approvando l’operazione, «reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da perseguire». L’impressione è che anche a destra siete rimasti tutti un po’ spiazzati.
«Non so se il termine “spiazzati” sia quello giusto, perché si sapeva che l’amministrazione americana avesse un dossier aperto verso Maduro e le politiche del Venezuela. Tuttavia, queste operazioni nascono sull’effetto sorpresa e l’ottima riuscita dell’operazione, dal punto di vista militare, lo dimostra. Palazzo Chigi ha chiaramente evidenziato come l’opzione militare non sia la prima e prioritaria fra le soluzioni. Ma al tempo stesso ha messo in luce quali siano le gravi motivazioni che hanno indotto gli Usa a intervenire. Ovviamente, a prescindere dalle valutazioni su quanto avvenuto, la speranza è che i venezuelani stiano meglio di quanto siano stati fino adesso!».
Raggiungo Marco Osnato, deputato alla Camera in quota Fdi. Reduce dall’approvazione della legge di bilancio.
Ma ricordiamolo a chi ci legge. Lei presiede la commissione Finanze, che però non c’entra nulla con quella di Bilancio. Avete altri compiti.
«La legge di bilancio viene esaminata alla commissione Bilancio prima di andare in Aula. Le competenze della commissione Finanze spaziano dalle banche alle assicurazioni. Ma si occupa anche di fisco. Tutto ciò che sono entrate per lo Stato».
Le competenze di quello che una volta era il ministro delle Finanze. Quindi voi commissari non siete chiamati a occuparvi di legge di bilancio.
«In realtà si dice in tal caso che noi agiamo in questo frangente in qualità di commissione consultiva».
Se il Parlamento vuol sentire un parere di un banchiere a proposito delle misure, passa da voi?
«Esatto».
Anche se non stavolta, visti i tempi come al solito compressi per l’approvazione della legge. Un grande classico. Non il massimo per chi fa il parlamentare. Esaminata e votata in extremis, poco prima di stappare lo spumante per Capodanno. Secondo lei, si poteva fare di meglio nella gestione dei tempi e del processo di approvazione?
«Nonostante gli ottimi auspici anche del ministro in quel di ottobre, quando la legge è stata presentata, siamo arrivati corti con i tempi. Non è una novità. Anzi, una consuetudine. Confesso che non è la migliore espressione della politica italiana. Però è anche vero che se mi guardo intorno che cosa vedo? Gli Stati Uniti sono stati chiusi durante lo shutdown».
Ed in quei giorni licenziano anche i dipendenti pubblici.
«La Germania ha le sue difficoltà. Per non parlare della Francia, che tuttora non ha una legge di bilancio e andrà in una sorta di esercizio provvisorio. Quindi me ne faccio una ragione. Però l’auspicio è sempre quello di migliorare».
Da uno a dieci - onestamente e non mi dica dieci perché non ci crederebbe nessuno - quanto le piace questa legge di bilancio?
«Un voto? Posso dire più vicino all’otto che al sette. È una legge di bilancio che sostanzialmente non fa un euro in più di deficit rispetto a quanto già previsto. È una legge di bilancio che ci porta fuori dalla procedura di infrazione. Ma non disdegna un obiettivo importante. Restituire potere di acquisto agli italiani. Quindi un taglio dell’aliquota Irpef dal 35% al 33%. Tagliamo la tassazione sugli aumenti contrattuali. Tagliamo le imposte sui premi di produttività. Anche questo è molto importante».
Uno stimolo alle parti sociali perché facciano nuovi contratti.
«Ci sono molti soldi in più per la sanità. Circa 7 miliardi. Ci sono molti soldi, abbastanza comunque, anche per la competitività. Oltre ai 4 miliardi già decisi ne sono stati alla fine dati 3 e mezzo. Allo stesso tempo si può dire che è una manovra seria, prudente ma anche di sviluppo».
I maligni sostengono che questa finanziaria, come si chiamava una volta la legge di bilancio, è sparagnina oggi perché fra un anno, l’ultimo prima delle elezioni, ci saranno fuochi di artificio. Si parla addirittura di 50 miliardi. Insomma, sarà una legge di bilancio molto frizzante quella dell’anno prossimo. Hanno ragione i maligni oppure no?
«(Ride, ndr) Cosa vuole che le dica? Ma speriamo. Perché vorrebbe dire che il Paese è cresciuto oltre le aspettative. Tanto da consentirci di fare una legge di bilancio di 40-50 miliardi. E comunque andrebbero in misure di grande utilità per gli italiani. Penso anche che, se avessimo avuto la possibilità, sarebbe stato molto utile anche in questa legge di bilancio mettere un po’ più di risorse. Le leggi di bilancio vanno messe in fila durante una legislatura. Quindi non eludo la punta di veleno nella sua domanda. Quello dei maligni è un legittimo sospetto, però non è neanche così veritiero».
Più un auspicio che una previsione per Osnato.
«Io lo spererei perché vorrebbe dire che ci sono molte disponibilità per gli italiani».
Decreto armi Ucraina. Ma con uno strascico di polemica. La parola «militari» compare nel titolo del provvedimento. Claudio Borghi nella Lega sostiene che qualcuno dalle parti di Fdi non si sia comportato lealmente. Il titolo non era stato concordato. A chi si riferisce?
«In tutta onestà e franchezza io credo sinceramente che non ci sia necessità di trovare alcun accordo. L’intesa con la Lega sta nei fatti. In Consiglio dei ministri e in Parlamento ha sempre votato mozioni o atti d’indirizzo all’unanimità come tutto il centrodestra. A differenza del centrosinistra, che ogni volta presenta sempre quattro-cinque mozioni diverse su questi temi. Come deputato di Fratelli d’Italia, per me è facile ricordare come la nostra posizione sia stata coerente. Anche dai banchi dell’opposizione. Mettiamo al primo posto sempre il tema dell’integrità territoriale dell’Ucraina. Noi l’abbiamo sempre votata questa impostazione. E quindi per noi è un caposaldo. Non so se Borghi abbia veramente messo in dubbio la lealtà di Fratelli d’Italia. Credo che la prima lealtà sia dovuta alla Nazione, al governo e alla volontà del popolo ucraino di difendere la propria integrità nazionale. Se Borghi ha idee diverse, ne discuta pure col suo partito. Però prenda anche atto che le scelte dell’Italia sono volte alla tutela della libertà e della sicurezza, non solo dell’Ucraina, ma di tutta Europa».
Riapro il capitolo banche. Materia di competenza della sua commissione. Si è molto parlato dell’operazione Mps-Mediobanca. Ma è veramente un successo? Lo Stato si è intromesso in un’operazione di mercato?
«Questo lo vedremo concretamente nei prossimi mesi, ma io credo che sia stata un’operazione di prospettiva molto importante quella di unire una banca come Mps, riorganizzata e risanata, con una realtà come Piazzetta Cuccia, che guarda più al mondo produttivo e finanziario del Nord. E onestamente era da qualche tempo un po’ silente sulle grandi operazioni. Nel complesso, vedo che questi asset importanti e strategici per il Paese, e mi riferisco segnatamente a Generali, rimangono saldamente in mani italiane. E probabilmente con una prospettiva ancora più legata alla tutela del risparmio degli italiani. Aspetto e osservo con fiducia».
Da presidente della commissione Finanze, quindi qui siamo nelle sue competenze, non ha mancato di esprimersi a favore del riconoscimento della proprietà delle riserve auree in capo al popolo italiano. E proprio nel momento forse più complicato. Quando tutti parlavano di bocciatura da parte della Bce. Avete fatto goal alla fine?
«È un ragionamento di principio che nasce da una considerazione storica. La Banca d’Italia ha come azionisti delle banche. Una volta erano tutte di proprietà pubblica. Poi negli anni, con le privatizzazioni, sono diventate di proprietà privata. Con l’adesione all’unione monetaria (quindi con l’euro) è stato necessario ribadire che la proprietà di quella riserva…».
La terza al mondo dopo Stati Uniti e Germania…
«Appunto, quella riserva è di proprietà del popolo italiano. Cosa peraltro scontata in tutti gli altri Paesi. La Francia l’ha sempre scritto, noi non l’avevamo scritto, ma adesso l’abbiamo esteso per tabulas, come dicono quelli che hanno studiato. Per cui nessun oro alla patria, perché l’oro è degli italiani e questo è giusto che si sappia. Andrebbe anche detto che quando si parla di oro alla patria erano gli italiani che donavano l’oro allo Stato. In questo caso è esattamente il contrario.
Le cose importanti riguardano la politica e l’economia nazionale. Ma questo governo è molto fissato con la politica estera. Non mi dica dieci perché non è credibile.
«L’aspetto più evidente e più riconosciuto da tutte le testate e dai leader internazionali, che è anche, credo, il prodromo di quello che è stato poi definito come successo internazionale dell’Italia, è che la nostra è una nazione stabile, rassicurante e affidabile in vari contesti. Che possono essere quelli della difesa, delle finanze, degli investimenti, e dell’export in generale. La figura di Giorgia Meloni ha rassicurato il mondo rispetto a tutti i possibili dubbi del passato. Questa è stata la sua capacità».
Che si sono detti Giorgia Meloni e Donald Trump nell’ultima telefonata di fine anno? Hanno risolto il problema dei super dazi sulla pasta italiana?
«Non conosco il contenuto delle eventuali comunicazioni tra il presidente Meloni e il presidente Trump. Come sempre sostenuto, il tema dei dazi - comunque delicato - non andava trattato sull’onda delle emozioni ma avendo presente il loro reale impatto. Oggi i dati sono meno preoccupanti di qualche mese fa, grazie anche al lavoro del nostro governo. E sulla pasta sicuramente anche l’attività del ministro Lollobrigida ha propiziato il quasi annullamento del loro peso. Speriamo che Trump abbia festeggiato il nuovo anno anche con una bella spaghettata alle vongole, come nella migliore tradizione italiana».
Le norme ambientali dell’Ue stanno aumentando il rischio di de-industrializzazione in Italia e nel sistema economico europeo invece di ridurlo. Ora ritengo necessaria un’azione correttiva molto forte delle regole europee con lo scopo di armonizzare quelle ambientali di competitività industriale globale per evitare che la loro divergenza porti a crisi sistemiche. Il 2 gennaio e ieri ho ricevuto un numero inusuale di messaggi da attori industriali che mi chiedevano uno scenario strategico per perseguire una tale armonizzazione – che spesso ho invocato nei miei articoli sul piano macro – cominciando però dal livello micro percepito come più pericoloso dalle imprese: eliminare il Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam, cioè il meccanismo di aggiustamento doganale per fini decarbonizzanti) in vigore dal 1° gennaio.
Semplificando, si tratta di una nuova tassa sulle importazioni di cemento, acciaio, alluminio, fertilizzanti, elettricità ed idrogeno prodotte in aree extra-Ue con standard ambientali meno rigorosi. Tale tassa dovrà essere pagata dalle aziende nel 2027, ma già nel 2026 dovranno contabilizzare la quantità dei materiali citati di provenienza da nazioni ritenute non conformi con gli standard Ue. In sintesi, si tratta di un problema di costo aggiuntivo decompetitivo (considerando quello già esistente come Emissions Trading System che richiede ai produttori di gas serra di pagare un tot per la contaminazione carbonizzante) combinato con la difficoltà per gli importatori di definire, oltre al costo burocratico dei certificati Cbam, quanto il prodotto tassato sia non conforme alle regole europee.
Il Cbam ha un raggio di applicazione sopra la soglia di importazione di 50 tonnellate annue e sotto di questa c’è un’are di esenzione. Per prudenza analitica dovremmo aspettare i regolamenti di dettaglio per poter valutare l’impatto deindustrializzante? Tipicamente è buona prassi analitica il farlo, ma in questo caso è già evidente nel solo concetto di questa tassa, come per esempio nel limite (ora addolcito) al 2035 per i motori termici, un errore sul piano del realismo economico: pensare a politiche ambientali indifferenti ai requisiti dello sviluppo economico. È proprio il momento di smontare l’ecopolitica europea divergente dallo sviluppo.
Ma torniamo ad ipotesi di strategia micro come richiestomi da alcuni attori industriali. Sono necessarie due mosse preliminari: convergere sia con le associazioni industriali di Germania e Francia per un piano comune di opposizione al Cbam però rafforzato da una convergenza con i sindacati meno ideologici (per esempio la Cgil in Italia andrebbe esclusa) in base alla considerazione realistica che una crisi competitiva implica licenziamenti. Nelle associazioni industriali maggiormente colpite sta circolando l’idea di manifestazioni a Bruxelles simili a quelle di protesta degli agricoltori/allevatori via mobilitazione di migliaia di trattori. Suggerisco di non farlo.
Mentre va avviata una forte pressione sui governi nazionali affinché pongano nell’agenda del Consiglio intergovernativo il tema urgente dell’armonizzazione tra ecopolitica e politica industriale, sospendendo, almeno, il Cbam. Tale azione poi andrebbe combinata con una pressione delle categorie industriali e sindacali sul Parlamento europeo, secondo me tentativo molto innovativo: invece del confine destra/sinistra incentivare una nuova differenziazione tra partiti sviluppisti e de-sviluppisti per rendere minoritari i secondi. Uno potrebbe dire, correttamente, che è molto forte la divisione tra nazionalisti ed europeisti, ma ritengo possibile una loro convergenza sul piano dei requisiti dello sviluppo. Il progetto è togliere influenza ai verdi.
Ovviamente va valutata la sensibilità dei partiti alle opinioni ambientaliste. Due metodi. Primo: mostrare bene che senza armonizzazione tra ambiente ed industria il rischio di disoccupazione sarà più diffuso. Secondo: individuare il processo di armonizzazione tra politica industriale competitiva e requisiti ambientali. Qui va studiato l’effetto decarbonizzante e di minor costo dell’energia generato dalla diffusione dell’energia nucleare di nuova generazione (minireattori a sicurezza intrinseca) in attesa della tecnologia di fusione nucleare. Il programma sarebbe quello di allentare costi e vincoli decarbonizzanti per due o tre decenni per poi accelerare la decarbonizzazione nei decenni successivi. L’allungamento temporale del processo decarbonizzante è compatibile con l’obiettivo di chi ritiene tale processo prioritario.
In realtà sarebbe prioritario l’ecoadattamento al cambiamento climatico perché la decarbonizzazione è una priorità solo in Europa. Tuttavia, decarbonizzare gradualmente è utile per gli europei perché importatori di petrolio di gas a costi elevati mentre la produzione di energia via fonti nucleari continue, con l’aumento integrativo delle fonti intermittenti, ma comunque utili quali solare, eolico, ecc., ridurrebbe i costi energetici dando impulso ad un nuovo sviluppo. Ma, appunto, con necessaria gradualità. Semplificata: dando all’Ue un obiettivo decarbonizzante più remoto e via nucleare.
Va annotato che l’isteria decarbonizzante non è solo colpa dell’irrealismo verde - per altro apprezzabile a livello di pulizia di aria, acque e territorio – ma anche di un’idea sbagliata di protezionismo europeo. Ciò richiede un confronto molto approfondito a livello di Consiglio intergovernativo. Questa è una bozza solo iniziale di strategia, ma si basa sull’importanza di comunicare in modi comprensibili dati e simulazioni contando sul loro effetto educativo di massa.
Nel dicembre 1975 iniziò la produzione della 8 cilindri che divenne un'icona del marchio di Maranello, resa celebre anche dalla televisione quando fu usata da Tom Selleck nella serie «Magnum P.I.». Fu prodotta fino al 1985 anche in versione scoperta.
La Ferrari 308 comparve sulla stampa alla fine del 1975. Presentata al salone di Parigi, iniziò ad essere prodotta nel dicembre di 50 anni fa. La nuova due posti secchi del cavallino rampante dovette affrontare difficili sfide all’atto della nascita. La crisi del petrolio mordeva il mercato dell’auto mondiale, mentre le politiche fiscali di quegli anni penalizzavano le cilindrate più alte, che Ferrari aveva in listino con i motori a 12 cilindri. In ultima istanza, la nuova nata avrebbe dovuto essere l’erede delle «Dino», le Ferrari con motore a 8 cilindri che presero il nome dal figlio di Enzo Ferrari prematuramente scomparso nel 1956, la cui ultima serie del 1974 disegnata da Bertone non aveva riscosso particolare consenso. La linea della nuova 308, uscita dallo studio di Pininfarina, sarà invece la chiave del successo della nuova sportiva del cavallino. Le forme rispecchiavano in pieno lo stile del decennio, che prediligevano linee tese più che quelle tondeggianti, con un chiaro accenno all’aspetto della sorella maggiore 512 BB 12 cilindri. Il motore era trasversale centrale e per la prima volta un V8 trovava posto sotto il cofano di una vettura a marchio Ferrari e non Dino.
La cilindrata era di 2.926cc erogante una potenza di 255 Cv. Alimentato da 4 carburatori Weber doppio corpo, la 308 raggiungeva la velocità di punta di 252 km/h ed un’accelerazione da 0 a 100 km/h in 6,5 secondi. I primi esemplari furono costruiti con carrozzeria in vetroresina dalla carrozzeria Scaglietti, che ne produsse poco più di 700 esemplari fino al 1977. La fibra di vetro garantiva particolare riduzione di peso (poco più di 1.000 kg a vuoto) rendendo brillanti la maneggevolezza e le prestazioni. Fu l’enorme successo della 308 GTB (dove G sta per Granturismo, T per motore trasversale e B per berlinetta) a costringere la casa di Maranello a proseguire la produzione adottando una più tradizionale carrozzeria in alluminio in quanto il fiberglass non permetteva l’assemblaggio di grandi numeri con un lavoro semiartigianale come quello applicato ai primi esemplari. Alla 308 GTB si affiancò una «scoperta», la 308 GTS (dove S sta appunto per scoperta) dotata di un tettuccio rimovibile del tipo «targa». Fu questo modello in particolare a rendere celebre in tutto il mondo la Ferrari 308, quando fu scelto per la serie tv americana «Magnum P.I.». Il protagonista, interpretato da Tom Selleck, fu accompagnato per tutte le puntate dalla 308 GTS rossa che entrò così nelle case di milioni di telespettatori. Dal 1980 i motori ricevettero l’iniezione elettronica al posto dei carburatori doppio corpo e nel 1984 nacque la 308 «Quattrovalvole», più affidabile di quella a carburatori e più brillante della precedente versione a iniezione che era stata criticata per l’eccessivo depotenziamento. La 308 fu uno dei più grandi successi commerciali per la casa di Maranello con circa 12.000 esemplari di tutte le serie prodotti fino al 1985. La 8 cilindri segnò la strada per i modelli successivi come la 328, di fatto un’evoluzione della 308 con la quale condivideva la meccanica e l’estetica di base. Oggi la versione in vetroresina è la più ricercata dai collezionisti e raggiunge quotazioni attorno ai 300.000 euro.
Michael Flacks annuncia l’accordo, ma l’accordo non c’è. Almeno non ancora. Il miliardario americano, a capo del fondo Flacks Group con sede a Miami, ha scritto ieri su LinkedIn di aver «raggiunto un accordo con il governo italiano per acquisire Ilva Steel, il più grande stabilimento siderurgico integrato d’Europa». In realtà nessun contratto è stato firmato. Semplicemente i comitati di sorveglianza di Ilva in amministrazione straordinaria (proprietaria degli impianti) e di Acciaierie d’Italia (gestore) hanno autorizzato l’avvio di una trattativa in esclusiva per la cessione dell’intero gruppo con il fondo americano di Flacks. La sua offerta è stata giudicata la migliore, superando quella dell’altro fondo statunitense in corsa per l’acquisizione integrale, Bedrock.
Il via libera dei comitati di sorveglianza comunque pesa, perché in quegli organismi siedono anche i rappresentanti dei creditori. Ma si tratta solo di uno step. Ora la palla passa ai commissari straordinari, che – una volta incassato il placet del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso – dovranno negoziare nel dettaglio con il fondo di Miami contenuti e condizioni dell’offerta ovvero investimenti, occupazione, piano industriale e impegni ambientali. L’obiettivo del governo è arrivare alla firma del contratto nella prima parte del 2026. Serviranno anche altri passaggi chiave: dall’ok dell’Antitrust europeo all’eventuale esercizio del Golden Power, se Palazzo Chigi riterrà strategica la produzione dell’acciaio. E soprattutto incombe la partita sindacale, che si annuncia complessa. Flacks parla di 8.500 occupati, ma Acciaierie d’Italia conta oggi poco meno di 10mila addetti, a cui si aggiungono circa 1.600 lavoratori Ilva in amministrazione straordinaria da anni in attesa di ricollocazione.
I sindacati sono divisi. La Fim Cisl invita a concentrarsi sui piani e non sui nomi. Uilm e Fiom esprimono invece forti perplessità. Rocco Palombella (Uilm) chiede un incontro urgente a Palazzo Chigi con la presidente Meloni per conoscere nel dettaglio l’offerta e avverte: «Non tollereremo pacchi preconfezionati». Per la Fiom Cgil, con Loris Scarpa, è «inaccettabile trattare con fondi speculativi alle spalle dei lavoratori» e torna la richiesta di una società a maggioranza pubblica.
Gli ostacoli tuttavia non sono finiti. Bisogna contare anche il ruolo della magistratura. Proprio nelle ore decisive per l’avvio della trattativa in esclusiva, la Procura di Taranto ha respinto per la seconda volta la richiesta di dissequestro dell’altoforno 1, fermo dopo l’incendio del 7 maggio scorso a una tubiera. L’impianto è sotto sequestro senza facoltà d’uso e l’area siderurgica marcia da mesi con un solo altoforno operativo, il numero 4. Acciaierie d’Italia farà ricorso al gip contro il provvedimento firmato dal pm Mariano Buccoliero e vistato dalla procuratrice capo Eugenia Pontassuglia. Secondo l’azienda, il protrarsi del sequestro non sarebbe compatibile con i principi del sequestro probatorio e con la giurisprudenza della Cassazione. La Procura, invece, ritiene necessari ulteriori accertamenti, nonostante l’attività di indagine – con consulenti nominati – si sia chiusa a fine ottobre. Il mancato dissequestro continua a depotenziare la capacità produttiva e a incidere sui piani industriali, come più volte sottolineato dal ministro Urso.
Intanto Flacks, nel suo post, promette fino a 5 miliardi di euro di investimenti per modernizzazione, elettrificazione e decarbonizzazione, con il governo italiano indicato come partner strategico al 40% e un’opzione per il fondo di salire ulteriormente nel capitale. Chissà...

