La Commissione investiga sulla vendita di bambole sessuali con sembianze infantili da parte del colosso cinese dell'e-commerce, oltre alle irregolarità su algoritmi IA e alla pubblicità invasiva e subliminale. Lo ha dichiarato il portavoce della Commissione europea Thomas Regnier.
Il presidente di Assolombarda è intervenuto ieri a margine della presentazione del report Your Next Milano 2026 che si è tenuta alla Triennale di Milano: «I confini amministrativi sono molto stretti rispetto ai confini industriali», ha spiegato Biffi che ha poi evidenziato l’impatto positivo delle Olimpiadi invernali: «Milano-Cortina ha dato un boost alle previsioni di crescita nel 2026: è previsto un +1,7% rispetto al +1,1% di inizio anno».
Una legge speciale per le aree metropolitane, capace di allineare i confini amministrativi a quelli reali dell’industria. È la richiesta avanzata dal presidente di Assolombarda, Alvise Biffi, intervenendo alla presentazione del report Your Next Milano 2026 alla Triennale di Milano.
«I confini amministrativi sono molto stretti rispetto ai confini industriali», ha spiegato Biffi, sottolineando come molte aziende abbiano stabilimenti distribuiti su più Comuni, con iter autorizzativi e pratiche differenti anche all’interno dello stesso sito produttivo. Una frammentazione che, ha osservato, risulta difficilmente comprensibile agli investitori internazionali e che richiede una semplificazione normativa strutturale.
Sul fronte economico, il presidente di Assolombarda ha evidenziato l’impatto positivo delle Olimpiadi invernali: «Le Olimpiadi hanno dato un boost alle previsioni di crescita nel 2026: è previsto un +1,7% rispetto al +1,1% di inizio anno». L’effetto stimato è di circa un miliardo di produzione aggiuntiva su 2,5 miliardi di indotto complessivo, con 700 milioni di opere infrastrutturali destinate a restare come legacy sul territorio e 300 milioni di indotto turistico, oltre a un ulteriore miliardo e mezzo di produzione industriale nel comparto B2B.
Numeri che, secondo Biffi, dimostrano come la collaborazione tra istituzioni e imprese possa tradursi in risultati concreti, rafforzando la capacità organizzativa del territorio su scala internazionale e lasciando un’eredità strutturale oltre l’evento.
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Auro Bulbarelli (Ansa)
Il cronista torna al suo posto, dopo il «castigo» per aver dato notizie sgradite al Colle.
Ridategli il microfono, scrivevamo ieri. E così sarà: sarà proprio Auro Bulbarelli, cronista sportivo di lungo corso, a raccontare la cerimonia di chiusura dei giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026. Non è una nostra vittoria, sia chiaro: non siamo così presuntuosi. Chiedevamo soltanto di rimettere le cose in ordine visto che Bulbarelli era stato designato come «voce» per la cerimonia di inaugurazione e poi sostituito per una colpa che non era una colpa: aver «spoilerato» il siparietto tra il capo dello Stato Sergio Mattarella e Valentino Rossi.
Insomma aveva pagato il pegno di aver divulgato una notizia vera e accertata, senza il permesso del Quirinale. Da qui il cartellino giallo nei suoi confronti e l’avvicendamento in corsa con il direttore Paolo Petrecca al microfono. Con tutto quel che ormai è cronaca acquisita e che persino il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri ha commentato negativamente. Ridategli il microfono, scrivevamo ieri. E così sarà: sarà proprio Auro Bulbarelli, cronista sportivo di lungo corso, a raccontare la cerimonia di chiusura dei giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026. Non è una nostra vittoria, sia chiaro: non siamo così presuntuosi. Chiedevamo soltanto di rimettere le cose in ordine visto che Bulbarelli era stato designato come «voce» per la cerimonia di inaugurazione e poi sostituito per una colpa che non era una colpa: aver «spoilerato» il siparietto tra il capo dello Stato Sergio Mattarella e Valentino Rossi. Insomma aveva pagato il pegno di aver divulgato una notizia vera e accertata, senza il permesso del Quirinale. Da qui il cartellino giallo nei suoi confronti e l’avvicendamento in corsa con il direttore Paolo Petrecca al microfono. Con tutto quel che ormai è cronaca acquisita e che persino il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri ha commentato negativamente.
Poiché nell’appello di ieri ci eravamo rivolti al Quirinale e soprattutto ai vertici Rai, sia all’amministratore delegato Giampaolo Rossi sia allo stesso Paolo Petrecca, chiedendo di riparare l’ingiustizia ai danni di un giornalista che aveva soltanto fatto il suo dovere, ora è giusto riconoscere loro il merito di questa scelta.
Lo ribadiamo: non crediamo di aver influito sulla scelta, se non in quella minuscola porzione che in tanti avranno portato alla causa, però la parola data va onorata: Rossi e Petrecca hanno compiuto la scelta più opportuna e più corretta e se l’hanno concordata con il Colle tanto meglio perché nemmeno lassù ci stavano facendo una bella figura: davvero si può penalizzare la Rai e i telespettatori perché viene anticipato lo sketch tra Mattarella e Valentino Rossi sul tram? Sembra difficile da accettare però questo era accaduto. E l’opposizione, cui non era sembrato vero poter azzannare il direttore di RaiSport compiendo il più facile degli attacchi, in questi giorni di polemiche non ha mai speso una parola a favore di Bulbarelli, neutralizzando così ogni suo commento e ogni suo giudizio velato di difesa dell’azienda e delle professionalità.
Dalla Schlein a Conte, nessuno ha difeso il diritto di Bulbarelli di raccontare - come da prima decisione interna all’azienda, sia chiaro - la cerimonia di inaugurazione; così come, da Conte alla Schlein, nessuno ha fatto cenni critici circa il ruolo del Quirinale rispetto alla esclusione. E questo vale anche per la presidente della commissione di Vigilanza Rai, Barbara Floridia (Cinquestelle), la quale non perde occasione per ergersi a paladina della tv pubblica: perché non ha chiesto lumi sulla esclusione di Bulbarelli? Perché non ha voluto vedere la consequenzialità dei fatti, ovvero l’anticipazione giornalistica del ruolo di Mattarella, le polemiche per lo spoiler «non concordato» (come se fosse un obbligo deontologico; e non lo è) e infine la collocazione in panchina del giornalista colpevole, perché?
Dunque, sono stati l’ad Giampaolo Rossi e il direttore Paolo Petrecca a rimediare ad una ingiustizia e a favorire il ritorno di colui che il pubblico Rai ha conosciuto nel tempo come voce autorevole del ciclismo. Pertanto, proprio noi che non risparmiamo critiche al primo e al secondo non vogliamo mancare di parola: ridate il microfono al collega Auro e ve ne renderemo merito. Così è: grazie per la scelta, è una vittoria di tutti. È una vittoria per Bulbarelli, designato in prima battuta per l’inaugurazione e quindi assolutamente competente anche per raccontare la chiusura. È una vittoria per i vertici, perché spengono le polemiche lasciando le opposizioni e i critici col cerino in mano. È una vittoria per la Rai perché la professionalità delle risorse interne torna alla sua sacrosanta valorizzazione. Ed è - last but not least - una vittoria per i telespettatori, siano essi appassionati di sport o solo curiosi delle grandi kermesse, poiché gli eventi seguono una loro liturgia che necessita di bravi giornalisti. La Rai, cui va riconosciuto il merito di una copertura importante, non poteva uscire dalle Olimpiadi con la «patacca» della ormai famigerata telecronaca di inaugurazione: doveva riscattare se stessa e chi dal divano ha scelto la tv pubblica rispetto ad altri broadcast che pure trasmettevano in chiaro i Giochi invernali. Il successo di ascolto vale come riconoscimento assegnato dai telespettatori. Finalmente il cerchio si chiude con Auro Bulbarelli che torna al suo posto di telecronista: lo spirito olimpico ha convinto anche coloro che, per reazione, avevano scelto l’opzione peggiore. Ora pensiamo al medagliere affinché sia il più ricco possibile. Così la festa di chiusura sarà ancora più bella.
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True
2026-02-15
«È vicino a Epstein, indagate». Musk attacca il fondatore di Linkedin, finanziatore dem
Reid Hoffman ed Elon Musk (Ansa)
Faida su X tra mister Tesla e il miliardario Hoffman, che ha donato oltre 100 milioni ai progressisti. Oltre a frequentare il faccendiere, si offriva di difenderne l’immagine.
Uno spettro si aggira tra i potenti: è lo spettro degli Epstein files. Venerdì si sono dimessi la responsabile legale di Goldman Sachs (nonché ex consigliera di Barack Obama), Kathryn Ruemmler, e il numero uno di Dp World, Sultan Ahmed bin Sulayem. La loro corrispondenza con il finanziere pedofilo raggiunge vette indifendibili, con riferimenti anche inquietanti (come i «video delle torture» dell’emiratino).
Nel Regno Unito sono cadute diverse teste e la figura di Peter Mandelson, eminenza grigia del New Labour di Tony Blair ed ex commissario europeo al Commercio, continua a essere al centro di inchieste, giornalistiche e non. Per Andrea Windsor, fratello di re Carlo, la situazione è pure peggiore. In Francia, dopo le batoste di Jack Lang (ex ministro della Cultura) e Fabrice Aidan (diplomatico di lungo corso), la procura di Parigi ha annunciato la creazione di una squadra speciale per analizzare i file. Anche il mondo della cultura e quello dell’accademia ne escono malconci, viste le implicazioni di figure come Noam Chomsky e Woody Allen (e molti altri). Ma neppure l’empireo dei magnati, i miliardari tech della Silicon Valley, se la passano troppo bene. Su X, per esempio, è scattata una vera e propria faida tra Elon Musk e Reid Hoffman, imprenditore miliardario americano noto per essere il co-fondatore i Linkedin.
Il duello va avanti da giorni. Il patron di Tesla attacca frontalmente il rivale: «Hoffman dovrebbe essere indagato». Che risponde: «L’Fbi mi ha scagionato. Tu invece…». «Bugiardo, sei colpevole di azioni oscure e non sei stato scagionato da nulla», incalza Musk. «Sei stato sull’isola di Epstein, nel suo ranch nel New Mexico e nella sua casa a New York. Ti sei offerto di aiutarlo con le pubbliche relazioni. Gli hai fatto dei regali… Forse, se fosse stato un solo soggiorno, potresti sostenere che fu un errore. Forse. Ma non esiste alcuna spiegazione possibile per la seconda volta, figuriamoci per la terza. Come dimostrano i fatti, eri un frequentatore abituale ed entusiasta». Elon Musk non ha bisogno di presentazioni, ma anche Hoffman è un nome assai noto della Silicon Valley, parte integrante - con mister Tesla e altre figure come Peter Thiel - di quella che un tempo era nota come «Paypal Mafia». A differenza di Musk e Thiel, però, che di fatto rappresentano due eccezioni in quel panorama, Hoffman è uno dei maggiori donatori del Partito democratico. Si parla di oltre 100 milioni di dollari versati dal 2015 al 2024. E la sua corrispondenza con Epstein risulta nettamente più compromettente di quella di Musk.
I file collocano nel 2014 le prime visite certe di Hoffman alla proprietà di Manhattan, a quella di Palm Beach e sull’isola degli orrori di Epstein, sei anni dopo il patteggiamento nella prima condanna. Ma ci sono messaggi anche precedenti. A dicembre dello stesso anno, Hoffman scrive a Epstein di avergli spedito due regali: «Gelato. Se ti interessa dovresti provarlo - altrimenti per le ragazze» e «qualcosa che potrebbe solleticare il suo senso dell’umorismo per l’isola». «Vedrò di nuovo Bill il 10/1 con Satya», conclude riferendosi a Bill Gates e al Ceo di Microsoft, Satya Nadella.
«Che cosa intendeva Reid Hoffman quando diceva che avrebbe portato del “gelato” per le ragazze?», commenta Musk: «Questo è un messaggio in codice…». L’ex capo del Doge allude al «pizzagate», una teoria secondo cui i potenti coinvolti in questi giri di prostituzione userebbero un linguaggio segreto, come ad esempio il termine pizza per indicare le donne usate per i propri scopi. Tesi per anni derubricata a complottismo ma che, leggendo certi messaggi desecretati (anche più equivoci di questo), non sembra più così impossibile da credere. Codice o no, appare chiaro che Hoffman fosse a conoscenza delle ragazze che gravitavano intorno a Epstein, un finanziere già condannato per sollecitazione alla prostituzione minorile.
In una mail di qualche settimana dopo si capisce che il regalo «simpatico» fosse una scultura metallica. «Sto pensando a come poterti aiutare con la tempesta mediatica», conclude il messaggio di gennaio 2015, proprio nel periodo in cui Epstein fu pubblicamente accusato di aver trafficato Virginia Giuffrè, giovane abusata da Andrea Windsor. E il patron di Linkedin si proponeva di aiutare Epstein a proteggere la sua immagine.
Al 2015 risalgono anche i piani per la visita allo Zorro Ranch nel New Mexico. «Ok, vieni all’isola o al ranch, ci divertiamo», risponde Epstein a Hoffman a settembre di quell’anno. L’anno successivo Hoffman dimentica il suo passaporto sull’isola ed Epstein glielo riporta, nel 2017 discutono di un possibile pranzo al ranch con Chomsky. La corrispondenza continua anche nel 2018, mentre a febbraio del 2019, l’anno dell’arresto di Epstein, questi scrive: Se passo dalla West Coast, avresti il coraggio di incontrarmi?». Il 16 marzo 2019, meno di quattro mesi dall’arresto, è segnato su Google Calendar l’ultimo appuntamento tra i due.
«Conoscevo Jeffrey Epstein solo per via di un rapporto votato alla raccolta fondi con il Mit, rapporto di cui mi pento molto», ha provato a giustificarsi Hoffman. «Nel 2019 ho detto ad Axios che l’ultimo incontro che avevo avuto con lui fu nel 2015, ma mi sbagliavo: secondo le voci del calendario di cui sono venuto a conoscenza, ci sono stati ulteriori incontri di fundraising nel 2016 e nel 2018. Tutti questi incontri furono coordinati da Joi Ito, all’epoca direttore del Mit Media Lab».
Hoffman ha contrattaccato postando l’email in cui Musk discute una possibile visita sull’isola insieme con la moglie di allora, Talulah Riley. «Che giorno/notte ci sarà la festa più selvaggi?», domandava a Epstein nel 2012. «La grande differenza tra te e me, Reid, è che tu ci sei andato e io no», replica mister Tesla evidenziando la presenza della moglie, che quindi escluderebbe intenzioni losche. «Nonostante ciò», conclude, «a differenza tua sono tornato in me e ho declinato l’invito».
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Ansa
Il gruppo reintroduce la versione a gasolio su 7 modelli. Licenziamenti tra i fornitori.
Stellantis sta reintroducendo in Europa versioni diesel di almeno sette modelli tra auto e veicoli passeggeri, in un cambio di rotta avviato a fine 2025 in seguito ai dati giunti anche dai concessionari. Il problema è che questo cambio di direzione è tardivo e non evita la valanga di ammortizzatori sociali e licenziamenti che stanno colpendo l’azienda certo, ma soprattutto l’indotto, a causa del fallimento del passaggio alle elettriche imposto dal green deal Ue.
Secondo quanto rivelato da Reuters, tra i modelli interessati figurano la Peugeot 308 e la berlina premium DS 4, oltre a diversi veicoli «people mover». Il rientro del diesel arriva mentre in Europa si discute un allentamento/aggiustamento dei target di emissione, con l’effetto di prolungare la finestra commerciale dei motori termici.
Il tema è globale: negli Stati Uniti - primo mercato del gruppo - l’amministrazione del presidente Donald Trump ha revocato il cosiddetto «endangerment finding» dell’agenzia ambientale (atto-cardine del 2009 che sosteneva la regolazione delle emissioni climalteranti), aprendo la strada allo smantellamento degli standard su emissioni allo scarico per auto e camion.
D’altronde, dopo il terremoto del Dieselgate, la quota di auto a gasolio in Europa è crollata: nel 2025 queste auto pesano solo 7,7% delle nuove immatricolazioni nel perimetro europeo, mentre le elettriche pure arrivano al 19,5%. In parallelo, i dati Acea sulle immatricolazioni Ue indicano che nel 2025 le elettriche a batteria hanno raggiunto 17,4% di quota nel mercato dell’Unione Europea. Insomma, per Stellantis si tratta di una questione strategica. Il diesel è un segmento in cui molti nuovi rivali asiatici – spesso focalizzati su Ev e plug-in – competono meno. Inoltre, a parità di taglia e destinazione d’uso, le versioni diesel mantengono in genere un prezzo d’ingresso inferiore rispetto alle elettriche, un fattore che diventa centrale in una fase di pressione sui listini e di domanda più selettiva.
Del resto, il cambio di passo arriva a ridosso di un annuncio pesante: Stellantis ha comunicato 22,2 miliardi di euro di oneri/accantonamenti legati al ridimensionamento delle ambizioni Ev, con un impatto rilevante sul titolo e sulle tasche dell’azienda. Così, in Europa, si prevede il ritorno al diesel per modelli bestseller come Opel Astra, il van Opel Combo, il sette posti Peugeot Rifter e il multispazio Citroën Berlingo. L’azienda indica inoltre la prosecuzione della produzione diesel per Suv come DS 7 e per alcune Alfa Romeo (tra cui Tonale, Stelvio e Giulia).
Il problema è che il rinnovato amore di Stellantis per il gasolio difficilmente riuscirà a limitare i danni creati dalla fallimentare transizione verso l’elettrico. Trasnova ieri ha annunciato il licenziamento collettivo dei suoi 94 dipendenti impiegati nella logistica per gli stabilimenti Stellantis di Torino, Piedimonte San Germano, Pomigliano d'Arco e Melfi. La scelta è legata alla scadenza della proroga contrattuale con il gruppo automobilistico, prevista per il 30 aprile, e alla presunta non praticabilità di ammortizzatori o strumenti alternativi, in quanto gli esuberi vengono definiti «di carattere strumentale».
Lo stesso vale per Logitec e Teknoservice che hanno appena comunicato l’avvio delle procedure di licenziamento per riduzione del personale, per un totale di 138 lavoratori. I sindacati sono già sul piede di guerra, ma il motivo dei licenziamenti è strutturale e va ricercato nel Green deal europeo, certo, ma anche nell’incapacità della precedente gestione, quella targata Carlos Tavares, di preparare un piano B.
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