Uno spettro si aggira per l’Europa, in particolare in Spagna e in Francia. È la sinistra sociale, la nuova creatura che sta mandando in visibilio i progressisti di ogni latitudine, quelli italiani in testa. Sulle prime pagine dei giornali di area si sprecano i commenti entusiasti, che indicano nelle piazze studentesche francesi e nella rivolta spagnola la via da seguire per ricreare il fronte gauchista anche in casa nostra.
Repubblica già invita alla «battaglia per la casa», La Stampa e il Manifesto sono ingrifati da giorni. Ieri pure il riformista Antonio Polito, sul Corriere della Sera, mostrava segni di simpatia per il nuovo soggetto politico: «Come un asteroide nascosto, all’ombra del più grande pianeta del populismo di destra, una nuova sinistra si aggira per l’Europa e riscopre la “questione sociale”. In Francia è già sulle barricate, masse di giovani liceali e minorenni aizzati da vecchi marpioni della France Insoumise di Mélenchon, e infiltrati da incalliti casseur dei movimenti anticapitalisti. Nessuno può dire ancora se si tratta di un nuovo ’68, di un altro ’77, o soltanto di una “Pantera”. Con i movimenti giovanili è sempre difficile fare previsioni. Ma ciò che conta è la natura rivendicativa delle piattaforme, dunque estremamente concreta: aule fatiscenti, carenza di docenti, risorse per la scuola, no ai tagli di 43 miliardi programmati dal governo di Parigi, che deve fare i conti con un deficit ben oltre il 5% e con interessi sui titoli di Stato ormai quasi al 5%».
La nuova «sinistra sociale»
Insomma, al celebre editorialista il populismo rivendicativo non va molto giù, ma la concretezza di obiettivi posti dalle piazze è molto gradita.
La sinistra sociale piace tantissimo anche al sindaco di Milano uscente Beppe Sala, che non si perde una moda. «Io sono della sinistra che vuol vincere e che vuol parlare di questioni molto concrete, mi pare che se vogliamo vederla in positivo, sta venendo fuori un dibattito per una nuova sinistra sociale nel mondo, che va su questioni concrete», dice il caro Beppe. E attacca: «La sinistra che vuole essere una sinistra sociale si deve occupare dei costi e quindi della casa, ma io credo anche molto che si debba intestare una battaglia perché i salari devono crescere, c’è poco da fare».
Davvero entusiasmante sentire parole come queste. Soprattutto perché provengono dalla bocca del sindaco di una città in cui chi non riceve a fine mese uno stipendio da nababbo è costretto a vivere ai margini o addirittura viene espulso dal perimetro metropolitano, costretto a rifugiarsi nei Comuni dell’hinterland in cerca di affitti o acquisti vagamente umani. Sala, che governa Milano da tempo immemore, per la casa non ha fatto un tubo di niente, in compenso ha reso la metropoli ancora più insicura, regalando ai cittadini – soprattutto i più fragili – anni da incubo. È semplicemente ridicolo, dunque, che oggi venga a blaterare di «sinistra sociale». Ed è francamente grottesco che dei temi «popolari» facciano una bandiera i partiti progressisti europei.
«Sinistra sociale» come eufemismo
Diciamola tutta: sinistra sociale è un eufemismo per macelleria sociale. Il solo fatto che la sinistra post socialista debba aggrapparsi a quell’aggettivo, «sociale», è una ammissione di colpa: dimostra come i liberal si siano totalmente scollegati da quel popolo che un tempo, almeno a parole, era il loro punto di riferimento.
Il punto è: ma davvero credono che qualcuno ci caschi? Sfugge a lor signori qualche passaggio rilevante. Questa presunta nuova sinistra dice di volere seguire le piazze. Peccato che quelle piazze siano schierate contro di lei. In Spagna si manifesta contro il disastroso Pedro Sánchez che fino all’altro giorno era considerato un modello vincente dal Partito democratico e dai suoi sodali. Ora lo hanno rapidamente ripudiato, ma è fatto della loro stessa pasta, e raccoglie ciò che ha seminato.
Quanto alla Francia, beh, Emmanuel Macron e il suo disastroso regime sono i prodotti di laboratorio del peggior europeismo artificioso, cioè quello a cui i dem nostrani si sono allineati per anni e a cui continuano ad abbeverarsi.
Il fallimento del progressismo
Scusate, ma chi dobbiamo ringraziare se i prezzi delle case sono folli, se i salari sono bassi? I sovranisti e la destra radicale? Oppure le fetide élite illuminate che hanno governato l’Unione europea negli ultimi decenni? Chi, se non queste élite, ha prodotto il malcontento che ora esplode?
Adesso da sinistra parlano di spesa pubblica, di sanità e scuola, di stipendi. Argomenti che non praticavano granché quando andava di moda tifare austerità. Con quale faccia i tifosi del pareggio di bilancio e del Green deal ammazza-imprese cianciano di aiuti alle fasce deboli? Che cosa potrebbero mai avere di sociale gli artiglieri da tinello che ponevano alternative tra pace e condizionatori e ci hanno imposto di rinnegare la Russia a costo di pagare il gas a prezzi folli? Sorvoliamo sull’immigrazione e i drammi che ha prodotto a ogni livello.
Le piazze spagnole e francesi sono il prodotto del fallimento progressista. E a questo fallimento offrono una risposta fallimentare, fomentate come sono da radicali farlocchi che tifano frontiere aperte e agiscono come avanguardia violenta del sistema dominante. Quelle piazze, che pure hanno qualche ragione, non hanno risposte serie, anzi propongono rimedi a tratti peggiori del male.
Infatti la sinistra nostrana, puntualmente, se ne innamora. Ecco il patetico paradosso: i dem hanno sostenuto politiche disastrose e ora sostengono l’ondata altrettanto disastrosa che le contesta.
Per quanto ci riguarda, dunque, alla sinistra sociale ne preferiremmo una del tutto asociale. Cioè una sinistra che tenga la maggiore distanza possibile dal popolo in ogni senso: più ci stanno lontani, più c’è la possibilità che riusciamo a evitarli.
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