L’incontro a Pechino fra Xi Jinping e Donald Trump racconta un brutale bagno di realismo. Trump torna nella Capitale cinese dopo quasi nove anni, ma non è più il «conquistatore» dei dazi. È un leader scottato dalla guerra con l’Iran, che ha incendiato i prezzi energetici, e dalle sentenze dei tribunali americani che hanno demolito parti centrali delle sue politiche tariffarie.
Dall’altra parte del tavolo siede uno Xi Jinping raramente così forte. Mentre l’Occidente brucia miliardi in munizioni e paga petrolio alle stelle, Pechino controlla il rubinetto delle terre rare e ha già spinto molte aziende a diversificare le catene di approvvigionamento. Il vertice non appare come un incontro tra pari, ma come la presa d’atto che il baricentro economico e industriale del mondo si è spostato.
In questi mesi, mentre molte economie occidentali vedevano peggiorare i dati economici e risalire l’inflazione, la Cina mostrava una stabilità silenziosa. Non è un caso, ma il risultato di una strategia quasi bellica: Pechino ha accumulato riserve enormi di petrolio, gas e fertilizzanti, trasformando la difesa in vantaggio competitivo.
«La Cina è entrata in questa fase di turbolenza globale in una posizione di forza relativa», osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Mentre noi discutevamo senza grande costrutto di transizione green soprattutto ideologica, loro hanno installato in cinque anni più capacità elettrica di quanta ne abbiano gli interi Stati Uniti. Questo garantisce energia a basso costo per la loro manifattura, trasformando la crisi esterna in un vantaggio competitivo interno».
Il quadro finanziario, però, è meno lineare. Investire in Cina non significa comprare un unico mercato. Ci sono le A-shares quotate a Shanghai e Shenzhen, più legate all’economia domestica, alla Banca centrale cinese e al sentiment dei risparmiatori locali. Qui rientrano indici come Csi 300 e Csi 500. Poi ci sono le H-shares e gli Adr quotati a Hong Kong o New York, dove compaiono giganti come Tencent e Alibaba, più sensibili ai capitali internazionali, ai tassi Usa e alle tensioni geopolitiche.
Questa frammentazione spiega la forte divergenza fra gli indici. Le misure di liquidità di Pechino hanno favorito le borse interne di Shanghai e Shenzhen. Al contrario, i colossi tech cinesi internazionalizzati restano penalizzati da sfiducia, regolamentazione e timori geopolitici. E qui nasce il paradosso. A Wall Street si pagano multipli elevati per aziende che «promettono» l’Intelligenza artificiale. In Cina, società che l’IA la vendono già e generano utili scambiano a valutazioni molto più basse. Il mercato guarda ancora ai fallimenti immobiliari e sembra ignorare che nel gennaio 2025 Deepseek ha mostrato la capacità cinese di competere nell’IA a costi drasticamente inferiori a quelli americani.
Sull’opportunità di investire in Cina, gli strategist restano divisi. C’è chi enfatizza forza industriale e innovazione; altri temono demografia, sanzioni, sovraccapacità produttiva e deflazione.
- Anche la Germania riconosce le responsabilità dell’Europa nella mancata attuazione dell’accordo sulle tariffe. E così, dopo l’annuncio di Donald Trump di un balzello al 25% sulle auto, apre un canale diretto con Washington per trovare un’intesa migliore.
- Lettera a Bruxelles con Madrid e Lisbona: usiamo gli extraprofitti per aiutare imprese e famiglie.
Lo speciale contiene due articoli
La minaccia di Donald Trump di alzare i dazi sulle auto europee al 25% mette in evidenza ancora una volta le divisioni e la debolezza dell’Unione europea. La reazione a Bruxelles è fatta da una parte di richieste rodomontesche di contro-dazi immediati, dall’altra di incongrui richiami alla calma e al dialogo. Il nodo vero, cioè il fatto che l’Unione europea non ha ancora ratificato un accordo commerciale raggiunto mesi fa e considerato chiuso dalla controparte americana, resta aperto. L’intesa di Turnberry, negoziata la scorsa estate, avrebbe dovuto stabilizzare i rapporti commerciali tra le due sponde dell’Atlantico, ma si è trasformata in un processo incompiuto perché il Parlamento europeo e una parte degli Stati membri hanno deciso di intervenire con nuove condizioni, clausole di salvaguardia e limiti temporali che di fatto riaprono il contenuto dell’accordo.
Questo ritardo è diventato il principale elemento di frizione e spiega la scelta americana di alzare il livello dello scontro. Persino il cancelliere tedesco Friedrich Merz lo ha detto in modo esplicito in una intervista televisiva: «Diciamo solo che (Trump ndr) sta perdendo la pazienza perché lo scorso agosto abbiamo raggiunto un accordo doganale con gli Stati Uniti. Da parte europea continuano a essere formulate nuove condizioni, e noi non abbiamo ancora firmato». Una critica del cancelliere al Parlamento europeo e una presa di posizione che sposta il focus della responsabilità, mettendo in difficoltà la narrazione più diffusa nel dibattito europeo, dove si tende a presentare le mosse di Trump a cavallo tra il lunatico e il dissociato.
Il Parlamento europeo rivendica però un ruolo pieno e cerca di frenare una ratifica considerata troppo rapida. Il presidente della Commissione commercio Bernd Lange, vecchia volpe socialdemocratica, ha chiarito che l’assemblea intende esercitare fino in fondo le proprie prerogative e che senza adeguate clausole di salvaguardia non esiste una maggioranza favorevole all’accordo.
Lange difende il diritto del Parlamento di intervenire sul testo e di condizionarlo politicamente, sottolineando che il voto finale dipenderà dalla presenza di garanzie sufficienti per l’industria europea. Questa posizione conferma che il processo decisionale europeo resta aperto e che i tempi di ratifica non sono sotto controllo. Conferma anche che da una parte vi sono gli Stati, che rispondono politicamente ad un elettorato e ne sentono la pressione, dall’altra una Commissione politicamente irresponsabile che prima chiude un accordo, poi si accorge che non c’è una maggioranza parlamentare per la ratifica. Un disastro istituzionale al limite del ridicolo. Le preoccupazioni dell’industria emergono con chiarezza nelle dichiarazioni di ieri dell’associazione dei costruttori europei, Acea, che si dice preoccupata per il ritardo nell’attuazione dell’accordo e invita le istituzioni europee a concludere i negoziati il più rapidamente possibile. Nel 2025 l’Unione ha esportato negli Stati Uniti circa 670.000 veicoli per un valore di 31 miliardi di euro, con una quota pari al 18,4% dell’export complessivo.
Il confronto tra Usa e Ue prosegue oggi a Parigi, dove il commissario europeo al Commercio Maros Sefcovic incontra il rappresentante commerciale degli Stati Uniti Jamieson Greer alla vigilia del G7 commercio. L’incontro rappresenta un tentativo di riprendere il dialogo in una fase in cui le tensioni sono tornate a salire, ma comunque il pallino è ancora in mano al Parlamento europeo. La Commissione dice che tutte le opzioni restano sul tavolo, compresi gli inutili contro-dazi, ma il nodo resta quello della tempistica e della reale capacità di tradurre l’accordo politico in un atto formale.
L’elemento più indicativo dello sbandamento europeo, però, riguarda il comportamento della Germania. Il rappresentante americano Greer ha dichiarato di essere in contatto non solo con funzionari dell’Ue ma anche con interlocutori tedeschi, confermando che esiste un canale diretto tra Berlino e Washington su un dossier che formalmente dovrebbe essere gestito a livello unionale. Questa rivelazione, che forse non piacerà ai tedeschi, pescati con le mani nella marmellata, contrasta con la narrativa europeista, secondo cui le trattative commerciali devono essere condotte esclusivamente dalle istituzioni dell’Unione e non possono essere oggetto di iniziative bilaterali da parte dei singoli Stati.
La realtà è diversa e mostra una dinamica lievemente più concreta, anche perché il caso attuale è diverso da quello delineato dagli articoli 207 e 218 del Trattato sul funzionamento dell’Ue. Lì si parla di accordi commerciali, non dell’essere oggetto di dazi altrui, come è il caso attuale. La Germania non esita a muoversi in modo autonomo quando sono in gioco i suoi interessi e mantiene un dialogo diretto con gli Stati Uniti per difendere il proprio settore automobilistico, che è il più esposto alle eventuali misure sui dazi.
Di nuovo, siamo di fronte alla distanza tra la ingenua rappresentazione dell’Unione europea come soggetto unitario e la realtà di un sistema in cui vige la logica del più forte. Il che dovrebbe suscitare in qualcuno la seguente semplice domanda: se è vero che l’Ue tratta per tutti, di cosa parlano i tedeschi con gli americani?
E intanto Merz vuol fare squadra con l’Italia sugli extraprofitti
«Per me è importante affrontare ancora una volta oggi il tema della tassa sugli extraprofitti. So che attualmente a Bruxelles non ci sono maggioranze a favore, ma proprio qui vale la pena insistere». Le parole del ministro delle Finanze tedesco Lars Klingbeil riaprono un tema che ciclicamente torna al centro del dibattito europeo: la tassazione degli extraprofitti. In un contesto segnato da tensioni geopolitiche e rialzi dei prezzi energetici, l’idea di colpire i guadagni «eccezionali» delle imprese - in particolare quelle energetiche - torna a essere vista come uno strumento di equità e di politica economica.
Ma cosa sono, in concreto, gli extraprofitti? In termini tecnici, si tratta di utili che eccedono quelli considerati «normali o attesi in condizioni di mercato stabili». Derivano quindi da fattori esterni straordinari: crisi geopolitiche, shock sui prezzi delle materie prime, squilibri tra domanda e offerta. Nel caso attuale, l’aumento del prezzo del petrolio legato alle tensioni in Medio Oriente ha generato margini molto più elevati per alcune società energetiche.
È proprio questo elemento che alimenta la proposta politica: se una parte delle imprese beneficia in modo significativo di una crisi che invece impoverisce famiglie e imprese, allora - secondo diversi governi europei - è legittimo chiedere un contributo straordinario. L’idea non è nuova. Già nel 2022, durante la crisi energetica successiva alla guerra in Ucraina, l’Unione europea introdusse un «contributo di solidarietà» temporaneo sugli utili delle compagnie fossili.
Oggi, cinque Paesi - tra cui l’Italia guidata dal ministro Giancarlo Giorgetti, insieme a Spagna, Austria, Portogallo e Germania - chiedono di replicare o aggiornare quel meccanismo. Nella lettera inviata al commissario europeo Wopke Hoekstra, si sottolinea come una misura coordinata a livello Ue avrebbe un duplice obiettivo: da un lato finanziare interventi di sostegno per famiglie e imprese colpite dall’aumento dei prezzi, dall’altro evitare distorsioni.
Il punto chiave è proprio la definizione della base imponibile. Tassare gli extraprofitti non significa colpire indistintamente tutti gli utili, ma isolare la quota eccedente rispetto a una media storica o a un rendimento «normale». Questo richiede criteri tecnici complessi: quali anni prendere come riferimento? Come evitare che le imprese spostino utili tra giurisdizioni? Come includere i profitti realizzati all’estero da multinazionali energetiche?
Dal lato dei sostenitori, il principio è quello della redistribuzione in condizioni eccezionali. Secondo Klingbeil, è «ingiusto» che alcune grandi aziende traggano vantaggio da una crisi che pesa sulla collettività: da qui l’idea che debbano contribuire a coprirne i costi. Anche Paesi come Spagna e Portogallo condividono questa impostazione, vedendo nella misura uno strumento per contenere l’inflazione senza aumentare il debito pubblico.
Le critiche, tuttavia, sono altrettanto strutturate. Associazioni industriali e parte del mondo politico temono effetti distorsivi: una tassazione percepita come arbitraria può ridurre gli investimenti, aumentare l’incertezza regolatoria e, nel caso del settore energetico, incidere sulla sicurezza degli approvvigionamenti. Il rischio, in altre parole, è che una misura nata come temporanea diventi un precedente permanente, alterando gli incentivi di mercato.
Il nodo, quindi, non è solo politico ma profondamente economico: bilanciare equità ed efficienza. Una tassa sugli extraprofitti può essere giustificata in presenza di rendite inattese e non meritocratiche, ma richiede precisione tecnica e credibilità istituzionale per evitare di trasformarsi in un semplice prelievo aggiuntivo sugli utili.
In questo senso, la partita si gioca tutta a Bruxelles. Senza una base giuridica comune e criteri uniformi, il rischio di frammentazione resta elevato.
L’Unione europea sta valutando di fare un’eccezione importante al proprio meccanismo di tassazione climatica per sostenere l’industria siderurgica ucraina, un settore considerato strategico sia per l’economia di Kiev sia per il riarmo del continente. Al centro del dibattito c’è il Carbon border adjustment mechanism (Cbam), lo strumento introdotto da Bruxelles per tassare le importazioni ad alta intensità di carbonio e proteggere le imprese europee soggette a rigide normative ambientali.
Il Cbam è stato concepito nell’ambito del Green deal europeo e presentato ufficialmente dalla Commissione nel 2021, entrando poi in una fase transitoria nel 2023 e diventando operativo dal 2026. Si tratta di un meccanismo che impone un costo sulle emissioni incorporate nei beni importati (come acciaio, cemento, alluminio e fertilizzanti) equivalente a quello sostenuto dalle aziende europee attraverso il sistema di scambio di quote di emissione di anidride carbonica (Ets). In pratica, gli importatori devono acquistare certificati Cbam proporzionati alla quantità di CO2 emessa durante la produzione dei beni nei Paesi di origine, evitando così il fenomeno del «carbon leakage», ovvero la delocalizzazione della produzione verso Paesi con regole ambientali meno stringenti.
Secondo quanto emerso, funzionari ucraini hanno avviato colloqui con l’Ue per ottenere un’esenzione temporanea per l’acciaio prodotto nel Paese. La richiesta nasce da una situazione eccezionale: l’invasione russa ha colpito duramente la capacità produttiva e logistica dell’Ucraina, rendendo ancora più fragile un comparto che rappresenta una delle principali fonti di entrate nazionali.
Il gruppo Metinvest, uno dei principali attori del settore, ha confermato che il governo ucraino sta raccogliendo dati e proposte per sostenere la propria posizione negoziale. Il ceo Yuriy Ryzhenkov ha evidenziato come il Cbam rischi di compromettere definitivamente l’accesso al mercato europeo, già messo a dura prova dal conflitto. Alcuni produttori hanno dichiarato di aver perso quasi immediatamente i propri clienti europei dopo l’entrata in vigore del meccanismo nel gennaio 2026.
I numeri confermano la gravità della situazione: le esportazioni di acciaio ucraino sono crollate da circa 5 milioni di tonnellate nel 2021 a poco più di 2 milioni dopo l’inizio della guerra. A ciò si aggiungono i rischi logistici, con attacchi ai porti e alle navi commerciali che complicano ulteriormente le operazioni.
Dall’altra parte, l’Europa si trova in una fase di forte aumento della domanda di acciaio, spinta dagli obiettivi di spesa militare della Nato. L’Ucraina, dal canto suo, rappresenta uno dei principali fornitori di acciaio e un eventuale collasso del suo settore siderurgico avrebbe ripercussioni dirette sulla capacità industriale europea.
Il punto è che, nel caso ucraino, il contesto bellico introduce una variabile geopolitica che molti legislatori ritengono non possa essere ignorata. Così alcuni membri del Parlamento europeo hanno già suggerito la necessità di un trattamento speciale per Kiev, anche in vista di una futura adesione all’Ue.
Tra le opzioni al vaglio della Commissione europea c’è anche la possibilità di non eliminare del tutto la tassa, ma di reindirizzare i proventi in fondi dedicati alla modernizzazione dell’industria ucraina, permettendo così un allineamento graduale agli standard ambientali europei. Una soluzione che bilancerebbe esigenze climatiche e sostegno economico, due fattori molto a cuore dell’Ue oggi.




