Dopo il blitz Usa in Venezuela e la clamorosa «cattura» di Nicolás Maduro, i mercati non frenano: dal 23 dicembre la borsa di Caracas è salita del 148%. Reuters lega il repricing alla riapertura del dossier ristrutturazione (150-170 miliardi di debito, con la Cina esposta per 13-15), ma le sanzioni americane restano l’ostacolo tecnico che può accelerare o congelare tutto.
«Non è un investimento per i deboli di cuore», avverte il fondo Canaima, prevedendo che per districare il pantano politico ed economico serviranno anni. Nel resto dell’America Latina, tra reazioni politiche e minacce tariffarie, i listini continuano a macinare.
«La cattura di Maduro ha una valenza geopolitica ed economica profonda, ma questa “invasione di campo” preoccupa i vicini», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Messico, Colombia e Brasile hanno reagito con durezza, parlando di linee inaccettabili superate. Eppure, nonostante le minacce di Trump e i dazi pesantissimi, i mercati azionari dell’area nell’ultimo anno e anche nelle ultime sedute hanno messo a segno performance positive quasi da record».
D’altronde, «il Messico non è più solo una meta turistica o un fornitore di materie prime, ma è diventato l’hub manifatturiero vitale per l’industria americana», continua Gaziano. «Grazie alla vicinanza geografica e ai vantaggi logistici dell’accordo Usmca, l’85% dell’export messicano resta immune dai dazi. Questo spiega la crescita esplosiva di titoli come Cemex (+83%) o dei gruppi aeroportuali (Gap e Oma): ogni nuova fabbrica costruita per servire il mercato Usa genera un indotto infrastrutturale che la borsa sta premiando con multipli generosi».
Anche il Brasile se la passa bene. Le esportazioni sono ai massimi e il mercato azionario rimane secondo molti analisti attraente: l’indice Msci Brazil è scambiato a circa 10 volte gli utili futuri, con un rendimento da dividendi che sfiora il 6%. E i dazi hanno finora avuto un impatto limitato perché il Paese ha saputo diversificare, esportando record di soia verso la Cina.
Del resto, il ciclo dei tassi di interesse in Brasile sembra aver raggiunto il suo apice al 15%, e questo lascia spazio a un potenziale allentamento monetario che favorirebbe ulteriormente le valutazioni azionarie. Il mercato sembra aver trovato un accordo con Lula, preferendo la stabilità della riforma fiscale alle incertezze di uno scontro frontale con Washington.
Il Sud America nonostante tutto rappresenta per molti analisti un’opportunità tattica tra le più interessanti dei mercati emergenti seppur rischiosa per i rischi politici e geopolitici. La scommessa degli investitori è chiara: la regione è diventata troppo cruciale per le filiere globali. Dal petrolio al cemento passando per l’acciaio, stiamo parlando di mercati interessanti per le economie più sviluppate, sempre più bisognose di materie prime necessarie per supportate la digitalizzazione e, più in generale, lo sviluppo delle nuove infrastrutture tecnologiche.
Milano si conferma anche nel 2025 la città italiana con il costo della vita più elevato, almeno secondo la metrica Codacons basata sui listini al pubblico di beni e servizi su base Osservatorio prezzi del Mimit. Nel paniere complessivo costituito da 28 prodotti alimentari/ortofrutticoli più una selezione di servizi – il totale per Milano è 598,95 euro. Napoli, al contrario, è all’estremo opposto con 368,90 euro: la differenza è del 62,3%.
A Milano la parte servizi pesa per 385,87 euro, contro i 200,61 euro a Napoli; la parte alimentare vale 213,08 euro a Milano contro i 168,29 euro del capoluogo partenopeo. In pratica, nel paniere osservato il «premio Milano» è spiegato soprattutto dalla spesa non-food, che incorpora costi fissi e dinamiche di prezzo dei servizi locali molto più delle materie prime alimentari. Dopo Milano restano in fascia alta Aosta (586,26 euro) e Bolzano (574,21); sul lato basso, oltre a Napoli, compaiono Palermo (408,25) e Catanzaro (423,84).
Se si isola la sola spesa alimentare, la graduatoria cambia: Catanzaro è la più conveniente con 164,96 euro, seguono Napoli (168,29) e Bari (172,62). Bolzano è la più cara con 220,68 euro, circa +34% su Catanzaro.
Le differenze diventano visibili sulle singole voci. L’olio extravergine d’oliva va da 5,93 euro a Catanzaro a 10,01 euro a Bolzano (media campione 7,16). La pasta di semola oscilla tra 1,22 euro a Palermo e 2,15 euro a Pescara (media 1,77). Il pane fresco costa 2,42 euro a Napoli contro i 7,14 euro di Bolzano (media 4,21). Sul fresco proteico, il petto di pollo va da 9,66 euro a Pescara a 15,22 euro a Milano, mentre il salmone fresco sale da 15,19 euro a Pescara fino a 25,64 euro a Milano (media 20,75). Per il prosciutto crudo la forbice è ancora più ampia: 20,30 euro a Pescara contro 41,36 euro a Firenze.
Non tutto, però, «punisce» Milano: le banane nella città lombarda risultano addirittura più economiche (1,15 euro, minimo del campione) rispetto al massimo di Trieste (2,57). Su altri beni di base la variabilità è più contenuta ma significativa: il latte a lunga conservazione va da 1 euro a Cagliari a 1,58 euro a Torino (media 1,19); la passata di pomodoro da 1,46 euro a Palermo a 2,49 euro a Venezia; il burro da 10,23 euro a Bari a 16,31 euro ad Aosta.
Guardando all’ortofrutta, Napoli ricorre spesso come minimo del campione: pomodori a 1,84 euro (contro 3,95 ad Aosta), mele Golden a 1,78 (contro 2,99 a Trieste), peperoni a 1,98 (contro 4,17 a Trieste) e limoni a 1,96 (contro 4,42 ad Aosta). Tra gli ortaggi, la lattuga va da 1,33 euro a Napoli a 3,33 a Genova; i cetrioli da 1,48 a Catanzaro a 3,41 a Trieste. Su beni industriali di base, l’olio di semi oscilla tra 1,64 euro a Bari e 2,57 a Bologna (media 2,02), mentre lo yogurt (vasetto 125 g) varia da 0,35 euro a Firenze a 0,51 a Palermo.
Fuori dal carrello, alcune voci spiegano perché la componente servizi mostra le differenze. Un pasto in pizzeria varia da 10,05 euro a Pescara a 14,72 euro a Bolzano (media 12,07). E sulla manutenzione auto l’escursione è netta: equilibratura gomme e convergenza passano dai 37,92 euro di Catanzaro ai 96,46 euro di Milano (media 63,75). Il quadro complessivo è quindi chiaro: Milano è e resta di gran lunga la città più cara d’Italia, battendo anche Roma. Ma le differenze maggiori emergono in maniera evidente nel campo dei servizi. Nel caso dei prezzi dei beni alimentare le differenze ci sono, ma non sono così marcate.
Il 2025 si chiude lasciando in eredità agli investitori un panorama a luci e ombre, dove i rendimenti nominali hanno spesso mascherato insidie valutarie e rotazioni settoriali profonde. Guardando al 2026, la sfida per il risparmiatore non sarà solo individuare la crescita, ma proteggerla dalla volatilità e dai nuovi equilibri geopolitici.
Nonostante la forza apparente del mercato americano, il 2025 ha impartito una lezione fondamentale sulla gestione del rischio di cambio. Se l'S&P 500 ha marciato con decisione in dollari, per l’investitore europeo il bilancio è stato molto differente. «L'indice Msci Usa in euro ha registrato un rendimento prossimo allo zero, a causa di una discesa del dollaro così forte da inficiare moltissimi comparti internazionali», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «È fondamentale tenerne conto quando si investe: le valute possono erodere i rendimenti in modo silente ma devastante. E questo fattore ha inciso anche naturalmente sull’esposizione dei fondi e degli ETF sulle azioni mondiali senza copertura valutaria».
In questo contesto, la Borsa italiana ha rappresentato una vera eccezione positiva, svettando con performance comprese tra il 20% e il 30%, a dimostrazione che la selezione geografica e settoriale rimane l'arma vincente rispetto a un approccio passivo.
Il dibattito sul 2026 ruota attorno alla sostenibilità del settore tech. Sebbene i multipli di Borsa siano elevati (P/E intorno a 31 per gli Stati Uniti), il paragone con la bolla dot-com del 2000 appare, secondo Gaziano, parziale. «Oggi i multipli medi sono inferiori del 30-40% rispetto al dicembre 1999 e le aziende producono utili reali, a differenza di quanto accadeva venticinque anni fa», chiarisce lo strategist di SoldiExpert Scf. «Tuttavia, alcune società quotano 'per la perfezione'. Questo induce a una selezione rigorosa, evitando l'approccio 'compra e tieni' indiscriminato che in questa fase del ciclo può essere molto pericoloso».
Una delle grandi sorprese dell’anno trascorso è stata la resilienza dei metalli preziosi, con l’oro che ha superato i 4.000 dollari l’oncia, trainato dagli acquisti massicci delle banche centrali (Cina in testa) come protezione contro il rischio di confisca delle riserve in dollari. Parallelamente, lo sguardo si sposta sempre più a Oriente. Nonostante i dazi, l'area asiatica (Cina, India, Vietnam) continua a dominare nicchie tecnologiche cruciali. «La Cina ha abbattuto i costi in modo che le aziende occidentali non riescono a replicare», sottolinea Gaziano, «basti pensare ai sensori per la guida autonoma, passati da un costo di 50.000 a soli 200 dollari».
Sul fronte del reddito fisso, la prudenza resta la parola d'ordine. Se i Btp tricolori e le obbligazioni europee ad alto rendimento (High Yield) hanno offerto soddisfazioni, i titoli a lunghissima scadenza si sono rivelati trappole per il capitale. «I rendimenti a lungo termine sono tornati a salire, penalizzando chi detiene obbligazioni a lunga scadenza. Abbiamo visto in questi anni bond centenari come il titolo austriaco con scadenza 2126 perdere l'80% del loro valore», avverte Salvatore Gaziano. «Per questo motivo, nel 2026 nei nostri portafogli consigliati da diverso tempo preferiamo non prenderci rischi sulle scadenze medio-lunghe: meglio guadagnare poco ma evitare batoste, dato che l'inflazione resta un mostro che potrebbe risvegliarsi in ogni momento e molti Stati hanno bisogno di coprire debiti pubblici crescenti, emettendo carta su carta».



