Nel triennio 2023-2025, coincidente con la prima fase dell’azione dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, gli investimenti italiani nell’agroalimentare sono cresciuti del 46% rispetto al triennio precedente, raggiungendo quota 16,8 miliardi di euro.
Risorse che si aggiungono alla componente strutturale di 38,5 miliardi e che, secondo il primo Osservatorio Teha sulle politiche agroalimentari (in Italia guidate dal ministro Francesco Lollobrigida), hanno abilitato un impatto diretto sul settore pari a 87 miliardi di euro di valore aggiunto. Il beneficio complessivo per il sistema-Paese è stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo.
I dati sono stati presentati a Bormio, in occasione della decima edizione del Forum Food&Beverage, dove Teha Group ha illustrato il nuovo Osservatorio nato per misurare le ricadute economiche e strutturali delle politiche pubbliche a supporto dell’agroalimentare italiano. Il quadro segnala un cambio di passo: più risorse, maggiore attenzione alle filiere produttive e una politica industriale orientata a rafforzare competitività, autonomia e proiezione internazionale del Made in Italy alimentare.
Dei 246 miliardi di benefici stimati, 67,8 miliardi sono già osservabili nell’arco dei prossimi tre anni, mentre altri 178 miliardi emergeranno nel medio-lungo periodo attraverso maggiore competitività, occupazione qualificata e presidio dei mercati internazionali. L’Osservatorio evidenzia così una discontinuità rispetto alla fase precedente: tra il 2010 e il 2022 il sostegno pubblico all’agricoltura era rimasto sostanzialmente stabile, con una media annua non superiore a 12,4 miliardi di euro.
«L’Osservatorio», ha commentato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group, «ha analizzato un contesto internazionale nel quale emerge un divario significativo nel livello di sostegno pubblico: negli Stati Uniti il budget dell’Usda rappresenta il 40,1% del fatturato agricolo, quasi quattro volte in più del 10,4% garantito dalla Politica agricola comune europea. Il rafforzamento delle politiche nazionali, letto attraverso dati omogenei e misurabili, è quindi una leva decisiva per sostenere competitività, resilienza e autonomia strategica dell’agroalimentare italiano».
Nel triennio 2023-2025 le politiche agricole e industriali sono state classificate da Teha in sette linee di intervento, che riflettono una scelta politica precisa: sostenere la capacità produttiva, accompagnare l’innovazione, difendere il potere d’acquisto e promuovere l’identità agroalimentare italiana. Il sostegno alla capacità produttiva delle filiere strategiche concentra 6,1 miliardi di euro, mentre innovazione tecnologica e autonomia energetica mobilitano 5,6 miliardi. Seguono il sostegno al consumo, con 3,6 miliardi, la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi, e l’imprenditoria giovanile, con 0,4 miliardi destinati al ricambio generazionale.
Il settore agroalimentare resta, insomma, tra i principali motivi di orgoglio del Made in Italy nel mondo. Nel 2024 ha fatturato 269,9 miliardi di euro, di cui 193 miliardi generati dall’industria Food&Beverage e 76 miliardi dal comparto agricolo, con una crescita del 42% rispetto al 2015. Il valore aggiunto, pari a 81,6 miliardi, colloca l’agroalimentare al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani.
Anche l’export conferma la forza del comparto. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto il record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015 e il 5% in più sul 2024, nonostante l’introduzione di dazi negli Stati Uniti. L’Italia è inoltre prima nell’Ue-27 per valore aggiunto del comparto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro, mentre l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale ha raggiunto il record ventennale del 4,2%.
La corsa dei titoli legati all’Intelligenza artificiale è l’inizio di una nuova era industriale o una bolla destinata a sgonfiarsi? A fine maggio 2026 il dilemma domina i mercati. I semiconduttori hanno generato quasi la metà dei guadagni dell’S&P 500 dalla fine di marzo, arrivando al 18% del paniere: un dato che impone prudenza.
«Guardare alla salita dell’IA solo con la lente del catastrofismo significa dimenticare la storia recente», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf e consulente finanziario indipendente, «poiché anche vent’anni fa gli ingenti investimenti delle Big Tech nel “cloud” venivano criticati come sprechi miliardari difficilmente recuperabili. Poi, quel cloud è diventato la spina dorsale della redditività globale e dell’intera architettura digitale. Oggi le aziende più ricche del pianeta stanno stanziando centinaia di miliardi di dollari: forse non tutte hanno fatto perfettamente i conti sui ritorni immediati, ma sanno che perdere questa corsa agli armamenti tecnologici significa l’estinzione».
Secondo uno studio di AMD, l’IA ha raggiunto un miliardo di utenti in tre anni, contro i dieci richiesti da Internet. Ma la partita cruciale non è l’uso dei chatbot: è l’integrazione nei processi aziendali. La spesa per l’IA vale ancora appena il 4% del budget software globale. «Il mercato si muove a ondate successive», osserva Gaziano, «poiché i modelli di IA si auto-programmano ed evolvono ogni quattro mesi, richiedendo un continuo aggiornamento dell’hardware. Ma se la tesi dei “Pro” poggia su un aumento radicale della produttività e su economie di scala imponenti, i “Contro” ricordano che l’open source e la concorrenza asiatica rischiano di erodere rapidamente il potere di determinazione dei prezzi».
Il collo di bottiglia, intanto, si sposta dalle Gpu e dalle memorie Hbm (le ram superveloci a banda larga) alle infrastrutture: reti elettriche, trasformatori, data center e competenze tecniche. GE Vernova parla di «corsa agli sportelli» per le turbine elettriche. È qui che emerge il rischio: i flussi di cassa liberi degli hyperscaler sarebbero scesi da 224 miliardi di dollari nel 2023 a 65 miliardi nel 2026, mentre il Capex (le spese in conto capitale per acquistare, migliorare o mantenere immobilizzazioni materiali e immateriali (brevetti, software) con utilità pluriennale) sarebbe salito da 200 a 700 miliardi.
«Questa contrazione drammatica della cassa disponibile potrebbe essere un campanello d’allarme per l’investitore», avverte l’esperto, «perché mantenere i ritmi di un Capex passato da 200 a 700 miliardi di dollari non è matematicamente sostenibile all’infinito. E se qualcosa si ingrippasse, i titoli con le valutazioni più tirate subirebbero correzioni anche violente. Come SoldiExpert Scf», conclude Gaziano, «manteniamo un approccio rigidamente laico. Valutiamo l’andamento delle società incrociando i fondamentali di bilancio con la forza relativa del prezzo in Borsa, senza innamorarci delle narrazioni mediatiche».
L’inflazione torna a minacciare l’economia europea e, di fronte a uno choc energetico che rischia di propagarsi dai costi dell’energia ai listini, ai salari e alle aspettative dei consumatori, la Banca centrale europea non può restare ferma.
L’unico strumento realmente in grado di contrastare una crescita persistente dei prezzi è dunque quello di un rialzo dei tassi d’interesse. A lanciare l’allarme su un inflazione che torna a galoppare è il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, nelle «Considerazioni finali sul 2025», richiamando gli scenari elaborati dalla Bce: «Negli scenari più sfavorevoli, un prolungamento del conflitto e ulteriori danni alle infrastrutture energetiche del Golfo potrebbero sottrarre complessivamente un punto percentuale alla crescita nel biennio 2026-27. L’inflazione potrebbe raggiungere un picco superiore al 6% e, se non contrastata, rimanere a lungo al di sopra dell’obiettivo, via via che lo choc energetico si trasmette a un numero crescente di settori».
Nello scenario di base, l’inflazione dell’area euro salirebbe al 2,6%, per poi rientrare verso l’obiettivo. Ma il rischio è che il rincaro dell’energia non sia temporaneo e finisca per alimentare un aumento più generalizzato dei prezzi. Il segnale è visibile: lo choc energetico «sta già spingendo al rialzo la dinamica dei prezzi al consumo» e, secondo Panetta, potrebbe rendere necessaria «una ricalibrazione dell’orientamento della politica monetaria, per contrastare il rischio di tensioni inflazionistiche persistenti».
In altre parole, se l’inflazione accelera, la Bce deve intervenire sui tassi. Misure di sostegno a famiglie e imprese possono attenuare l’impatto dei rincari, ma non possono spegnere la pressione inflazionistica. Anzi, se non mirate e temporanee, rischiano di sostenere ulteriormente la domanda e rendere più difficile il ritorno dei prezzi sotto controllo.
La scelta sarà delicata, perché l’economia italiana è già debole. La guerra nel Golfo Persico, secondo il governatore, «ha indebolito le prospettive già fragili» e «l’attività economica rimarrà debole nei prossimi mesi; negli scenari più sfavorevoli, potrebbe ristagnare o contrarsi».
Per Panetta, «senza un deciso aumento della produttività, l’economia italiana potrebbe restare ancorata a tassi di crescita strutturalmente modesti», per questo serve orientare le potenzialità del Paese «verso crescita, redditi e prosperità negli anni a venire» e «ridurre stabilmente il peso del debito pubblico». Alzare i tassi, dunque, comporterebbe un costo per famiglie, imprese e credito. Ma il costo di non prendere provvedimenti potrebbe essere ben maggiore: lasciare che l’inflazione si radichi significherebbe dover poi intervenire in modo più duro e doloroso.
Panetta avverte che «le imprese hanno già iniziato a prospettare aumenti dei listini e sono in rialzo le aspettative di inflazione dei consumatori, soprattutto nel breve termine». È proprio in questa fase che la politica monetaria deve agire, prima che i rincari diventino strutturali e si trasferiscano nelle richieste salariali. «Una spirale tra prezzi e salari va prevenuta: una volta avviata, sarebbe dannosa e costosa da eliminare». La Bce «deciderà a giugno» sui tassi d’interesse e «resta essenziale non vincolarsi a un percorso predeterminato», ha detto il numero di Bankitalia. Ma davanti a un’inflazione che torna a salire, la direzione appare obbligata: per difendere il potere d’acquisto e impedire che lo choc energetico diventi una nuova stagione di prezzi fuori controllo, Francoforte deve prepararsi ad alzare i tassi.



