L’inflazione torna a minacciare l’economia europea e, di fronte a uno choc energetico che rischia di propagarsi dai costi dell’energia ai listini, ai salari e alle aspettative dei consumatori, la Banca centrale europea non può restare ferma.
L’unico strumento realmente in grado di contrastare una crescita persistente dei prezzi è dunque quello di un rialzo dei tassi d’interesse. A lanciare l’allarme su un inflazione che torna a galoppare è il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, nelle «Considerazioni finali sul 2025», richiamando gli scenari elaborati dalla Bce: «Negli scenari più sfavorevoli, un prolungamento del conflitto e ulteriori danni alle infrastrutture energetiche del Golfo potrebbero sottrarre complessivamente un punto percentuale alla crescita nel biennio 2026-27. L’inflazione potrebbe raggiungere un picco superiore al 6% e, se non contrastata, rimanere a lungo al di sopra dell’obiettivo, via via che lo choc energetico si trasmette a un numero crescente di settori».
Nello scenario di base, l’inflazione dell’area euro salirebbe al 2,6%, per poi rientrare verso l’obiettivo. Ma il rischio è che il rincaro dell’energia non sia temporaneo e finisca per alimentare un aumento più generalizzato dei prezzi. Il segnale è visibile: lo choc energetico «sta già spingendo al rialzo la dinamica dei prezzi al consumo» e, secondo Panetta, potrebbe rendere necessaria «una ricalibrazione dell’orientamento della politica monetaria, per contrastare il rischio di tensioni inflazionistiche persistenti».
In altre parole, se l’inflazione accelera, la Bce deve intervenire sui tassi. Misure di sostegno a famiglie e imprese possono attenuare l’impatto dei rincari, ma non possono spegnere la pressione inflazionistica. Anzi, se non mirate e temporanee, rischiano di sostenere ulteriormente la domanda e rendere più difficile il ritorno dei prezzi sotto controllo.
La scelta sarà delicata, perché l’economia italiana è già debole. La guerra nel Golfo Persico, secondo il governatore, «ha indebolito le prospettive già fragili» e «l’attività economica rimarrà debole nei prossimi mesi; negli scenari più sfavorevoli, potrebbe ristagnare o contrarsi».
Per Panetta, «senza un deciso aumento della produttività, l’economia italiana potrebbe restare ancorata a tassi di crescita strutturalmente modesti», per questo serve orientare le potenzialità del Paese «verso crescita, redditi e prosperità negli anni a venire» e «ridurre stabilmente il peso del debito pubblico». Alzare i tassi, dunque, comporterebbe un costo per famiglie, imprese e credito. Ma il costo di non prendere provvedimenti potrebbe essere ben maggiore: lasciare che l’inflazione si radichi significherebbe dover poi intervenire in modo più duro e doloroso.
Panetta avverte che «le imprese hanno già iniziato a prospettare aumenti dei listini e sono in rialzo le aspettative di inflazione dei consumatori, soprattutto nel breve termine». È proprio in questa fase che la politica monetaria deve agire, prima che i rincari diventino strutturali e si trasferiscano nelle richieste salariali. «Una spirale tra prezzi e salari va prevenuta: una volta avviata, sarebbe dannosa e costosa da eliminare». La Bce «deciderà a giugno» sui tassi d’interesse e «resta essenziale non vincolarsi a un percorso predeterminato», ha detto il numero di Bankitalia. Ma davanti a un’inflazione che torna a salire, la direzione appare obbligata: per difendere il potere d’acquisto e impedire che lo choc energetico diventi una nuova stagione di prezzi fuori controllo, Francoforte deve prepararsi ad alzare i tassi.
Nel firmamento di Wall Street, nulla brilla quanto una sigla azzeccata. Per oltre un decennio, il termine Faang è stato il porto sicuro del risparmiatore globale, un acronimo coniato nel 2013 per racchiudere i cinque pilastri dell’economia digitale: Facebook (oggi Meta), Amazon, Apple, Netflix e Google (Alphabet). Con l’aggiunta del segno «+», il club si era allargato per includere colossi come Microsoft, cercando di intercettare ogni centimetro di crescita tecnologica.
Ma la finanza, si sa, ha bisogno di battezzare continuamente nuove tendenze. Così, dai Faang siamo passati ai «Magnifici 7» (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla), fino all’ultimo arrivato dei circoli finanziari: i Batmmaan. In questa nuova sigla, il mantello del supereroe è indossato da Broadcom, unendosi ai soliti noti (Apple, Tesla, Microsoft, Meta, Amazon, Alphabet e Nvidia) per cavalcare l’onda dei chip e dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia, dietro questa girandola di lettere si nasconde un’insidia che il risparmiatore non dovrebbe mai sottovalutare. «Bisogna prendere sempre con le pinze l’approccio basato su ricette facili e acronimi da replicare», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «perché ogni epoca ha i suoi campioni, ma la gloria è spesso effimera. Molte società cadono in disgrazia o escono dai favori degli investitori non appena i temi sottostanti cambiano. Investire scegliendo “sic et simpliciter”, i migliori titoli del passato, è una trappola: investire non è come giocare la schedina sapendo i risultati il lunedì successivo».
Nel maggio 2026, la compattezza di questi gruppi sta venendo meno. Se la capitalizzazione complessiva dei Magnifici 7 ha raggiunto la cifra astronomica di 20.000 miliardi di euro, le performance iniziano a divaricarsi. Mentre Alphabet segna un +117% annuo, titoli come Microsoft (-10,18%) e Meta (-6,9%) mostrano in alcuni casi segnali di stanchezza.
«Il problema è che il mercato seleziona i nomi quando sono già sulla bocca di tutti», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente, «ma oggi i criteri devono essere più sofisticati. La capacità di trasformare l’IA in flussi di cassa reali è l’unico driver che conta davvero, e non tutti i componenti di questi acronimi ci stanno riuscendo allo stesso modo». E un portafoglio di investimenti deve essere diversificato e profilato per ciascun investitore in base alla sua propensione al rischio e alla capacità di sostenere perdite che, riguardo i titoli «tech», possono arrivare anche a un’escursione avversa del -70%. Ha certo senso avere in portafoglio diversi di questi titoli, ma è bene conoscere le regole del «gioco» e non proiettare mai i rendimenti passati nel futuro.
Peraltro, secondo alcuni analisti il dominio tecnologico Usa non è più un dogma. L’ascesa di realtà cinesi come DeepSeek nel campo dell’IA ha dimostrato che la supremazia dei semiconduttori americani è attaccabile, provocando ondate di volatilità che colpiscono i portafogli troppo concentrati.
La manifattura lombarda apre il 2026 con segnali positivi, confermando dinamismo, capacità di adattamento e una forte tenuta del sistema produttivo regionale. Nel primo trimestre dell’anno la produzione industriale registra una crescita dello 0,5% rispetto al trimestre precedente, accompagnata da un incremento del fatturato pari al +0,6%. Bene anche gli ordini interni, in aumento dell’1,3%, mentre quelli esteri si mantengono sostanzialmente stabili, con un +0,3%.
Il quadro resta favorevole anche per il comparto artigiano, che mostra continuità e resilienza: produzione in crescita dello 0,3%, fatturato al +0,2% e ordini esteri in aumento dello 0,7%. Numeri che confermano la capacità delle imprese lombarde, grandi e piccole, di generare valore anche in una fase segnata da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e rincari delle materie prime.
Su base annua, la Lombardia continua a distinguersi per performance superiori alla media europea. La produzione industriale cresce del 2,4%, mentre l’artigianato segna un +2,0%. Ancora più significativa la dinamica del fatturato: +2,8% per l’industria e +1,9% per l’artigianato. L’export resta uno dei principali punti di forza, con il 38,9% del fatturato industriale realizzato sui mercati internazionali, mentre la domanda interna si rafforza con ordini industriali in aumento del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Positivi anche i dati occupazionali: nell’industria il saldo tra ingressi e uscite torna favorevole (+0,4%), mentre nell’artigianato raggiunge il +0,8%. Resta contenuto il ricorso alla Cassa integrazione, a conferma della buona tenuta complessiva del sistema produttivo lombardo.
La crescita appare diffusa in diversi settori manifatturieri. Nell’industria spiccano mezzi di trasporto, legno-arredo, siderurgia, meccanica e sistema moda ad alto valore aggiunto. Nell’artigianato risultano in espansione alimentare, tessile, carta-stampa e manifatture innovative.
Restano, però, forti elementi di preoccupazione. «Teniamo duro ma non è facile», ha detto l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, «ora o c’è un cambiamento radicale rispetto ai vincoli europei e al protagonismo dei territori o rischiamo veramente di uscire dalla competitività».
Sulla stessa linea Gian Domenico Auricchio: «I numeri di questo primo trimestre confermano la tenuta e la forza del nostro sistema produttivo. In uno scenario internazionale complesso, la Lombardia continua a dimostrare competitività, capacità di esportazione e grande qualità manifatturiera».
Più cauto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui «il 2026 per le imprese si prefigura duro e ricco di incognite». Pasini richiama l’attenzione su guerre, crisi permanenti, prezzi delle materie prime e costi energetici, sottolineando che «chi controlla l’energia e le materie prime controlla la crescita».
Dubbi condivisi anche dal mondo artigiano. «Le principali preoccupazioni degli artigiani, in questo momento, sono sicuramente l’impennata dei costi energetici e dei prezzi delle materie prime in questo contesto di crisi internazionali», ha dichiarato Stefano Fugazza, presidente Unione artigiani Lombardia.
Il quadro complessivo conferma, dunque, una Lombardia ancora forte, competitiva e proiettata sui mercati esteri, ma chiamata ad affrontare nodi strutturali decisivi: energia, materie prime, credito, competenze e ricambio generazionale.




