- Se i due manager bancari, romani d’origine e abituati a trovarsi a cena, volessero pesare le loro quote nel Leone (oltre il 25%), ogni scalata ostile sarebbe stoppata.
- Il Ceo della Ca’ de Sass illustra la potenziale gestione patrimoniale in caso di successo dell’operazione: «L’unica offerta in campo è la nostra. Quella di Banco Bpm? Una lettera d’amore». Titoli in guadagno.
- Con le adesioni all’Ops sale al 37,68% e ben oltre la metà delle azioni con i derivati.
Lo speciale contiene tre articoli.
La storia che stiamo per raccontare comincia ufficialmente con una cacio e pepe. Maggio 2025, congresso della Fabi a Milano. Sul palco salgono, a distanza di poche ore, due uomini che da anni rappresentano le anime più potenti della finanza italiana: Andrea Orcel e Carlo Messina. Il clima non è esattamente quello di una rimpatriata tra compagni di scuola. Il giorno precedente Messina aveva invitato pubblicamente Orcel a evitare avventure su Generali. Il risiko bancario stava entrando nella fase più delicata e ogni parola veniva pesata con il bilancino. Il copione avrebbe suggerito una replica pungente. Invece Orcel sceglie un’altra strada. «Carlo e io ci sentiamo regolarmente. E ancora batte i miei sulla migliore cacio e pepe che abbia mai mangiato, quindi tento sempre di farmi invitare». Risate in sala. Fine apparente della storia. O forse è l’inizio.
Perché in Italia, da sempre, le alleanze più durature nascono attorno a un tavolo. I Medici avevano i banchetti rinascimentali. La Prima Repubblica aveva i ristoranti romani. La finanza del XXI secolo potrebbe conoscere la diplomazia della cucina romana. Cacio e pepe o, volendo, carbonara
E allora proviamo a immaginare che dietro le scodelle si nasconda qualcosa di più di una semplice battuta. Immaginiamo un gentlemen's agreement. Un accordo non scritto. Un patto tra banchieri nati entrambi a Roma che conoscono perfettamente il peso delle parole e ancora meglio il valore del silenzio. Potremmo chiamarlo, in omaggio alle origini capitoline dei protagonisti, il Patto della carbonara. Non perché qualcuno l’abbia mai firmato. Ma perché i nomi migliori sono quelli che nessuno ammette di aver inventato. Il principio sarebbe semplice. «Voi i più forti in Italia. Noi i campioni d'Europa». Da una parte Intesa Sanpaolo. Dall’altra Unicredit. Due colossi che per anni si sono osservati e talvolta sfidati. Messina ha costruito il più grande gruppo bancario italiano. Ora con l’offensiva su Mps vuole ingrandire la sua macchina che macina dividendi e genera ricchezza. Orcel ha scelto una strada diversa. Più europea. Più aggressiva. Più internazionale come dimostra l’assalto a Commerzbank. Due modelli diversi. Due campi di gioco differenti. E proprio per questo potenzialmente complementari. In questa lettura, il Patto della carbonara non sarebbe una spartizione del mercato. Sarebbe piuttosto una divisione dei ruoli. Intesa presidia il cuore del sistema finanziario italiano. Unicredit costruisce il proprio destino europeo. Al centro resta Generali. Una sorta di Vaticano della finanza. Territorio neutrale. Protetto. Perché da oltre 150 anni Assicurazioni Generali non è soltanto una compagnia assicurativa. È una infrastruttura strategica del Paese. Gestisce risparmio. Investe nell’economia reale. In pancia ha una quarantina di miliardi di Btp. Uno dei clienti migliori per il Tesoro.
Se l’operazione che coinvolge il polo Banca Monte dei Paschi-Mediobanca dovesse arrivare fino in fondo, Intesa potrebbe ritrovarsi indirettamente con il 13,2% di Generali che Cuccia aveva messo insieme negli anni. A questa quota si aggiunge il 3,1% recentemente acquistato. Totale: circa il 16%. Una percentuale che da sola vale già una posizione di assoluto rilievo. Poi c’è Orcel. Unicredit dispone di una partecipazione vicina al 9%. Sommata a quella riconducibile a Intesa, si arriva al 25%. E non finisce qui. Al tavolo siedono altri due commensali di peso. La famiglia Del Vecchio attraverso Delfin. E Francesco Gaetano Caltagirone. Delfin possiede circa il 10%. Caltagirone circa il 6%. Insieme rappresentano un ulteriore 16%. Ed proprio qui il Patto della carbonara esalta il suo valore gastronomico. Le uova da sole non bastano. Il guanciale da solo nemmeno. Serve equilibrio. Serve dosaggio. Serve qualcuno che tenga la padella alla temperatura giusta. Secondo questa lettura, Delfin e Caltagirone potrebbero rappresentare ingredienti essenziali della ricetta. Da una parte c’è il progetto che vede Leonardo Maria Del Vecchio prepararsi a rafforzare la propria posizione nella holding di famiglia attraverso un'operazione sostenuta da un finanziamento organizzato da Unicredit. Dall'altra c’è il rapporto storico tra Caltagirone e Intesa Sanpaolo, che nel corso degli anni ha accompagnato numerose iniziative dell’imprenditore romano. A questo punto il Patto della carbonara diventerebbe qualcosa di più ambizioso. Una vera operazione di sistema. Non per conquistare Generali. Ma per evitare che qualcun altro lo faccia. Un equilibrio tra grandi azionisti italiani. Nessun dominus. Ma una rete di interessi convergenti sufficientemente forte da scoraggiare qualsiasi tentazione esterna. Esattamente come aveva fatto la Mediobanca di Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghi per più di mezzo secolo. Naturalmente nessuno dei protagonisti parlerebbe mai in questi termini. Messina continuerebbe a raccontare della sua cacio e pepe. Orcel continuerebbe a scherzare sugli inviti a cena. Nessuno pronuncerebbe l'espressione «Patto della Carbonara». Eppure l’immagine resta irresistibile.
«Super banca da 2.000 miliardi». Come il Pil
La partita bancaria su Monte dei Paschi di Siena entra in una fase decisiva e Carlo Messina prova a fissarne i confini. Intervenendo a Bloomberg Tv, il consigliere delegato di Intesa Sanpaolo ha definito quella dell’istituto guidato da lui «l’unica vera offerta» oggi sul tavolo per Mps, contrapponendola alla proposta di Banco Bpm, bollata come una semplice apertura negoziale più che come un’operazione compiuta.
«Ieri (due giorni fa, ndr) ho definito “una lettera d’amore” quella di Banco Bpm, perché non c’è da parte loro una vera offerta, ma solo la richiesta di aprire una conversazione per una fusione», ha detto Messina. «L’unica offerta in campo, in questo momento, è la nostra», ha aggiunto, sostenendo che l’operazione abbia «grande probabilità di successo».
Il punto politico-finanziario non è solo il controllo di Mps, ma la costruzione di un perimetro bancario e patrimoniale di dimensioni a dir poco rilevanti. Secondo Messina, l’aggregazione con Monte dei Paschi, insieme al contributo di Mediobanca, porterebbe Intesa verso una massa di gestione patrimoniale fino a 2.000 miliardi di euro. Una cifra che, per ordine di grandezza, si avvicina al Pil italiano.
Il paragone rende la portata dell’operazione. Duemila miliardi di euro significano una piattaforma finanziaria domestica in grado di pesare quasi quanto l’intera ricchezza prodotta in un anno dal Paese. È qui che Messina individua il vero baricentro industriale dell’operazione: rafforzare la quota di mercato in Italia e consolidare il presidio su risparmio, wealth management e protezione patrimoniale.
«Il vero punto per noi è sempre stata la quota di mercato in Italia», ha spiegato il ceo di Intesa. Messina ha richiamato i precedenti delle banche venete e di Ubi, sostenendo che le acquisizioni domestiche abbiano già dimostrato la capacità del gruppo di generare sinergie di costo e ricavi, creando valore per gli azionisti.
Resta il nodo antitrust, da sempre il principale ostacolo a un ulteriore rafforzamento di Intesa sul mercato italiano. Messina ha indicato nell’accordo con Unipol per la cessione di una banca risultante dall’operazione la soluzione studiata per superare le criticità concorrenziali. Una mossa preventiva, pensata per rendere più solida l’architettura dell’offerta e limitarne i punti di vulnerabilità regolamentare.
Anche la struttura dell’Opas è stata presentata come una dimostrazione di forza. Messina ha sottolineato che Intesa ha preparato l’operazione tenendo conto degli investitori di Mps e anche di possibili controfferte. Da qui la scelta di inserire fin dall’inizio una componente significativa in contanti, considerata dal ceo un elemento chiave per misurare la solidità dell’offerta rispetto a eventuali rilanci concorrenti.
Sul fronte Generali, il numero uno di Intesa ha invece ridimensionato la partita. La partecipazione nel Leone, ha spiegato, «non è una priorità» nell’ambito dell’offerta su Mps, ma resta un investimento azionario. L’obiettivo, secondo il Ceo, è mantenere il contributo all’utile netto già considerato nell’offerta su Siena.
La sfida, dunque, va oltre Mps. Se l’operazione andrà in porto, Intesa punta a trasformarsi nel perno di un’infrastruttura finanziaria nazionale capace di concentrare masse patrimoniali da 2.000 miliardi. Una dimensione che sposterebbe, di fatto, il confronto dal «semplice» risiko bancario al controllo industriale di gran parte del risparmio italiano.
Con l’operazione Intesa (o Banco Bpm) e Mps l’andamento dei titoli finanziari italiani si è messo a ballare ovviamente il tango, con Piazza Affari che è diventata la sorvegliata speciale d’Europa in questi giorni.
Il Ftse Mib ieri in giornata ha toccato il nuovo record dei 51.000 punti, salvo poi ridurre i guadagni nel finale e chiudere a 50.200 punti, in rialzo dello 0,11%. A sostenere il listino sono stati ovviamente i titoli bancari e assicurativi: Mps ha guadagnato il 2,6%, Mediobanca il 3%, Unipol il 4,7%, Bper il 2,9% e Generali il 2,1%.
In tutto questo, il Leone di Trieste resta indirettamente al centro dell’operazione che Intesa Sanpaolo starebbe preparando. Non a caso, ieri, è emerso che Stefan Lehmann, country manager Germany di Generali, ha venduto 23.571 azioni della compagnia assicurativa per un controvalore vicino a 1 milione di euro. Intesa Sanpaolo, assoluta protagonista della settimana con la sua Ops, ha chiuso ieri in leggero rialzo dello 0,91%.
Unicredit è potenzialmente al 54% di Commerz
UniCredit guadagna terreno nella partita per il controllo di Commerzbank. Le adesioni all'offerta pubblica di scambio lanciata dall'istituto guidato da Andrea Orcel sono salite al 10,91% del capitale della banca tedesca, dall'8% circa della scorsa settimana, portando al 54,09% la quota potenziale complessiva detenuta tra partecipazioni dirette e strumenti derivati.L'avanzata sul capitale arriva però in un clima sempre più teso.
In una nota dai toni insolitamente duri, il gruppo italiano ha replicato alle accuse provenienti da Commerzbank e alle indiscrezioni attribuite a fonti vicine alla banca tedesca, respingendo come «prive di qualsiasi fondamento» le insinuazioni secondo cui avrebbe utilizzato le regole di trasparenza per gonfiare artificialmente la percezione delle adesioni all'offerta.
L'istituto italiano sostiene di aver operato nel pieno rispetto della normativa e in costante dialogo con l'autorità di vigilanza BaFin. Unicredit, si legge in una nota «avrebbe preferito che gli azionisti valutassero in autonomia i fatti e traessero le proprie conclusioni, ma la gravità delle accuse sollevate da Commerzbank», le continue comunicazioni alla stampa da parte di «fonti vicine a Commerzbank» e la persistente diffusione di informazioni sempre più gravi e prive di fondamento, rendono necessaria una presa di posizione. Anche alla luce della comunicazione odierna relativa all’ulteriore incremento delle azioni apportate all’offerta, il che, sulla base dell’esperienza, lascia prevedere ulteriori accuse e iniziative da parte di Commerzbank».
Mentre le adesioni continuano a crescere, UniCredit prova così a spostare il confronto dal terreno delle polemiche a quello dei numeri. Ma il duello per la conquista del gruppo tedesco, destinato a ridisegnare gli equilibri del sistema bancario europeo, appare tutt'altro che concluso.
Eni e Petronas hanno annunciato la costituzione ufficiale di Searah, nuova realtà indipendente partecipata al 50% dai due gruppi, che riunisce attività strategiche in Indonesia e Malesia. La società nasce a sette mesi dalla firma dell’accordo di investimento del 3 novembre 2025 e a 16 mesi dal protocollo d’intesa annunciato nel febbraio 2025.
Searah integra portafogli, competenze industriali ed esperienza regionale complementari, con l’obiettivo di creare valore di lungo periodo e rafforzare l’eccellenza operativa nei due Paesi. La nuova piattaforma parte con 19 asset di produzione e sviluppo gas, di cui 14 in Indonesia e 5 in Malesia. La produzione iniziale sarà superiore a 300.000 barili equivalenti di petrolio al giorno, con l’obiettivo di superare i 500.000 barili al giorno di produzione sostenibile entro i prossimi tre anni.
La costituzione della joint venture è stata completata dopo l’ottenimento di tutte le autorizzazioni regolatorie, governative e dei partner in Indonesia e Malesia, insieme al soddisfacimento delle condizioni sospensive previste.
Per Eni, Searah rappresenta una nuova applicazione della propria strategia, basata sulla creazione di società focalizzate, efficienti e capaci di accelerare la crescita degli asset. L’amministratore delegato Claudio Descalzi ha sottolineato che «Searah riflette la nostra consolidata strategia satellitare, volta a creare business mirati e di qualità, in grado di coniugare dimensioni, efficienza e crescita». Descalzi ha aggiunto che la nuova società sarà «una nuova e solida entità nel Sud-Est asiatico, la prima e la più grande del suo genere nella regione», nata per sostenere lo sviluppo delle risorse energetiche in Indonesia e Malesia, con attenzione alla tutela dell’ambiente e alla crescita locale.
Anche Petronas attribuisce all’operazione un valore strategico rilevante. Il presidente e amministratore delegato del gruppo, Tengku Muhammad Taufik, ha evidenziato che la costituzione di Searah è in linea con «una maggiore disciplina nello sviluppo delle risorse», con «un impiego del capitale più agile» e con una maggiore attenzione alla creazione di valore sostenibile lungo l’intera catena del gas. Facendo leva sui portafogli e sulle capacità complementari dei due gruppi, Searah punta a rafforzare profondità operativa, resilienza finanziaria e capacità di crescita, contribuendo alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici di Indonesia e Malesia.
A sostegno dei piani industriali, Searah ha ottenuto una linea di credito revolving da sei miliardi di dollari, segnale della fiducia dei mercati finanziari nella nuova piattaforma. Gli investimenti previsti superano i 20 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni e saranno destinati allo sviluppo di oltre tre miliardi di barili equivalenti di petrolio di risorse scoperte, oltre alla valorizzazione di un potenziale esplorativo addizionale stimato in diversi miliardi di boe.
La nuova società punta, inoltre, a generare sinergie significative, soprattutto in ambito logistico e tecnologico, grazie a un modello operativo indipendente e integrato. Tutto il personale di Eni Indonesia e Petronas Indonesia è confluito in Searah, mentre in Malesia è stata costituita Searah Malaysia Sdn Bhd, società dedicata alla gestione delle attività locali.
Il lancio di Searah segue le recenti decisioni finali di investimento relative ai giacimenti Gendalo e Gandang, nel South Hub, e Geng North e Gehem, nel North Hub, annunciate da Eni nel marzo 2026. Questi progetti contengono quasi 283 miliardi di metri cubi di gas inizialmente in posto e circa 550 milioni di barili di condensato associato. La produzione è attesa dal 2028, con un plateau previsto entro il 2029 pari a 56,5 milioni di metri cubi di gas e 90.000 barili al giorno di condensato.
Alla crescita futura contribuirà anche la scoperta del pozzo Geliga-1, nel blocco Ganal, all’interno del bacino del Kutei. La scoperta è stimata in circa 140 miliardi di metri cubi di gas e 300 milioni di barili di condensato in posto. Il pozzo ha mostrato un’elevata qualità del giacimento, con capacità produttiva indicata in circa 5,7 milioni di metri cubi di gas e 10.000 barili al giorno di condensato.
In particolare, per il cane a sei zampe, presente in Indonesia dal 2001, l’operazione segna un nuovo capitolo di crescita all’interno del gruppo, che può fare affidamento su un portafoglio diversificato di attività di esplorazione, sviluppo e produzione, con una produzione netta di circa 90.000 barili al giorno.
Nel triennio 2023-2025, coincidente con la prima fase dell’azione dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, gli investimenti italiani nell’agroalimentare sono cresciuti del 46% rispetto al triennio precedente, raggiungendo quota 16,8 miliardi di euro.
Risorse che si aggiungono alla componente strutturale di 38,5 miliardi e che, secondo il primo Osservatorio Teha sulle politiche agroalimentari (in Italia guidate dal ministro Francesco Lollobrigida), hanno abilitato un impatto diretto sul settore pari a 87 miliardi di euro di valore aggiunto. Il beneficio complessivo per il sistema-Paese è stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo.
I dati sono stati presentati a Bormio, in occasione della decima edizione del Forum Food&Beverage, dove Teha Group ha illustrato il nuovo Osservatorio nato per misurare le ricadute economiche e strutturali delle politiche pubbliche a supporto dell’agroalimentare italiano. Il quadro segnala un cambio di passo: più risorse, maggiore attenzione alle filiere produttive e una politica industriale orientata a rafforzare competitività, autonomia e proiezione internazionale del Made in Italy alimentare.
Dei 246 miliardi di benefici stimati, 67,8 miliardi sono già osservabili nell’arco dei prossimi tre anni, mentre altri 178 miliardi emergeranno nel medio-lungo periodo attraverso maggiore competitività, occupazione qualificata e presidio dei mercati internazionali. L’Osservatorio evidenzia così una discontinuità rispetto alla fase precedente: tra il 2010 e il 2022 il sostegno pubblico all’agricoltura era rimasto sostanzialmente stabile, con una media annua non superiore a 12,4 miliardi di euro.
«L’Osservatorio», ha commentato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group, «ha analizzato un contesto internazionale nel quale emerge un divario significativo nel livello di sostegno pubblico: negli Stati Uniti il budget dell’Usda rappresenta il 40,1% del fatturato agricolo, quasi quattro volte in più del 10,4% garantito dalla Politica agricola comune europea. Il rafforzamento delle politiche nazionali, letto attraverso dati omogenei e misurabili, è quindi una leva decisiva per sostenere competitività, resilienza e autonomia strategica dell’agroalimentare italiano».
Nel triennio 2023-2025 le politiche agricole e industriali sono state classificate da Teha in sette linee di intervento, che riflettono una scelta politica precisa: sostenere la capacità produttiva, accompagnare l’innovazione, difendere il potere d’acquisto e promuovere l’identità agroalimentare italiana. Il sostegno alla capacità produttiva delle filiere strategiche concentra 6,1 miliardi di euro, mentre innovazione tecnologica e autonomia energetica mobilitano 5,6 miliardi. Seguono il sostegno al consumo, con 3,6 miliardi, la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi, e l’imprenditoria giovanile, con 0,4 miliardi destinati al ricambio generazionale.
Il settore agroalimentare resta, insomma, tra i principali motivi di orgoglio del Made in Italy nel mondo. Nel 2024 ha fatturato 269,9 miliardi di euro, di cui 193 miliardi generati dall’industria Food&Beverage e 76 miliardi dal comparto agricolo, con una crescita del 42% rispetto al 2015. Il valore aggiunto, pari a 81,6 miliardi, colloca l’agroalimentare al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani.
Anche l’export conferma la forza del comparto. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto il record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015 e il 5% in più sul 2024, nonostante l’introduzione di dazi negli Stati Uniti. L’Italia è inoltre prima nell’Ue-27 per valore aggiunto del comparto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro, mentre l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale ha raggiunto il record ventennale del 4,2%.




