Dopo anni di torpore, il settore europeo delle telecomunicazioni è tornato al centro dei mercati. Dall’inizio dell’anno il comparto ha guadagnato circa il 20%, collocandosi tra i migliori in Europa dietro l’energia. Un rimbalzo che interrompe una lunga fase di debolezza, segnata da concorrenza aggressiva, mercati maturi e regole penalizzanti.
A sostenere il recupero è soprattutto la fine della fase più pesante degli investimenti in 5g e fibra. «La fase di maggiori investimenti infrastrutturali sta volgendo al termine», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «e questo sta finalmente migliorando i margini di profitto. Le aziende stanno passando dalla fase di spesa a quella della raccolta dei frutti, con flussi di cassa in aumento che aprono la strada a dividendi più generosi e riduzione del debito».
In Europa la locomotiva resta Deutsche Telekom, ma il risveglio è diffuso. «Il passaggio da quattro a tre operatori in mercati chiave è una pietra miliare», continua Gaziano, «e segnala che l’Europa ha capito che la frammentazione eccessiva mina la redditività. Come sostiene anche Mario Draghi, il consolidamento è l’unica via per recuperare efficienza e sovranità digitale».
In questo quadro si inserisce Tim, in una fase cruciale dopo la cessione di NetCo. I conti del 2025, primo esercizio completo nel nuovo assetto, mostrano ricavi per 13,7 miliardi di euro e un Ebitda after lease cresciuto del 7% a 3,7 miliardi. «Il 2025 ha segnato un passo decisivo per rendere Tim una società finanziariamente prevedibile e disciplinata», continua l’esperto, «e l’ingresso di Poste Italiane nell’azionariato ha dato stabilità alla governance, allineandola agli obiettivi strategici».
Il mercato guarda al 2027, quando Tim punta a distribuire 0,5 miliardi di euro di dividendi. «Dopo il closing di Sparkle previsto per il secondo trimestre e la definizione completa del perimetro con Poste», aggiunge, «il Capital Market Day previsto dopo l’estate sarà il momento della verità per misurare la reale capacità di generazione di cassa del nuovo assetto». Resta però il nodo del mercato italiano. Christoph Aeschlimann, ceo di Swisscom, lo ha riassunto così: «Il mercato italiano è troppo piccolo per quattro grandi concorrenti».
Ma mentre il settore riscopre attrattività, all’orizzonte si muovono minacce nuove. Starlink punta a 25 milioni di utenti entro l’anno e dal 2028 promette connessioni satellitari dirette agli smartphone nelle aree senza copertura terrestre. Intanto Nvidia immagina reti mobili trasformate in piattaforme intelligenti. «Nei nostri portafogli in SoldiExpert Scf manteniamo una selezione rigorosa», conclude Gaziano. «La forza attuale è reale, ma la capacità di trasformarsi in aziende tecnologiche capaci di generare cassa, e non solo di aumentare i prezzi per inseguire l’inflazione, farà la differenza. Il settore Tlc è tornato appetibile, ma richiede una gestione attiva per evitare le trappole di valore di chi non saprà innovare».
Anche con la guerra in Iran, l’Ue non accetterà il petrolio dai russi. Nonostante l’apertura di Mosca a fornire energia all’Europa. Insomma, dopo un botta e risposta fatto di tanti no e qualche forse, Vladimir Putin ha aperto alle forniture di energia al Vecchio Continente che, però, non ci sta.
Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha fatto sapere di non aver «avuto segnali dall’Europa riguardo a un dialogo ma non è mai troppo tardi». Il presidente Putin, ha continuato, «è aperto a discutere le questioni più impellenti». Insomma, segnali positivi da parte del Cremlino ci sono stati, ma questo non basta a riaprire i rubinetti dell’oro nero. «Da parte degli europei non è giunto alcun segnale di voler avviare un dialogo» in merito alla cooperazione energetica, ha ribadito il portavoce del Cremlino durante una conferenza stampa. «Ci sono stati segnali da parte degli europei di voler sedere al tavolo dei negoziati sulla soluzione del conflitto ucraino, cosa che noi non riteniamo opportuna», ha dichiarato. «Per quanto riguarda l’incarico del presidente Vladimir Putin di valutare la possibilità di un ritiro anticipato dai mercati europei del gas, questo tema è all’esame. Richiede un’analisi abbastanza approfondita», ha concluso. Del resto, i problemi in Medio Oriente «rendono difficile per tutti prevedere l’andamento dei mercati», ha aggiunto Peskov. «L’Unione europea ha predisposto lo stop completo agli acquisti di fonti di energia dalla Russia dal 2027. Dal prossimo 25 aprile entreranno in vigore altre restrizioni sull’acquisto di idrocarburi russi, incluso Gnl. In questo quadro, potrebbe essere più conveniente per la Russia anticipare i tempi e, in questo momento di instabilità, re indirizzare i suoi prodotti altrove, verso destinazioni più interessanti».
Insomma, una cooperazione energetica con la Russia è di là da venire. E il tema non è solo la provenienza del greggio. «Il problema è il prezzo del petrolio, non dove trovarlo», ha detto il ministro della Difesa Guido Crosetto a Mattino 5, il quale conferma che al momento non c’è necessità per l’Italia di aprire un dialogo con Putin per il petrolio, perché lo venderebbe allo stesso prezzo a cui viene acquistato da altri: «In questo momento è così», spiega.
Anche al di fuori dai confini italiani, il pensiero sul petrolio russo sembra unanime. La ripresa di «normali relazioni energetiche» con la Russia per l’Ue semplicemente «non è un’opzione», ha detto ieri il premier polacco Donald Tusk, parlando a Danzica alla vigilia del Consiglio europeo, dopo che il primo ministro belga Bart De Wever ha dichiarato nel fine settimana al quotidiano L'Echo che l’Ue dovrebbe fare un accordo con Mosca, per riprendere ad importare idrocarburi dalla Russia. La Polonia, ha fatto sapere Tusk, secondo una traduzione dal polacco fornita da fonti diplomatiche a Bruxelles, «è determinata, e ci aspettiamo lo stesso dall’Europa, a non dipendere mai più dal petrolio o dal gas russi. È una questione di vera sovranità. Collaboreremo con coloro dei quali possiamo fidarci, non con chi rappresenta una minaccia. Sento voci», ha detto «che suggeriscono che, alla luce della crisi energetica o del conflitto in Medio Oriente, forse si dovrebbero allentare le sanzioni e ripristinare le normali relazioni energetiche con la Russia. Questa non è un’opzione. Si tratta di sicurezza. Si tratta della sopravvivenza dell’intera comunità occidentale: l’Europa, la Polonia e l’alleanza transatlantica. E conto non solo sulla comprensione, ma sulla piena collaborazione dei nostri partner», ha concluso.
Dopo il rally del 2025, il settore bancario ha aperto il 2026 con una brusca frenata. La correzione dell’ultimo mese riflette due timori: l’irruzione dell’Intelligenza artificiale nei servizi finanziari e il riaccendersi del rischio geopolitico in Medio Oriente. I bilanci reggono, ma il mercato teme che tra nuova concorrenza, energia più cara e tassi meno prevedibili la fase d’oro dei margini possa esaurirsi più in fretta del previsto. «Il timore che l’Intelligenza artificiale possa fare concorrenza sempre più serrata al modello di business di molte banche è un rischio latente per un mercato come quello italiano, ma non va trascurato», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «perché mette in discussione la stabilità delle commissioni e la tenuta dei margini nel lungo periodo. E il passaggio generazionale rimetterà in moto buono parte della ricchezza italiana oggi custodita in banche tradizionali».
Sul fronte macro, il conflitto che coinvolge Usa, Israele e Iran ha riacceso petrolio e gas, riportando al centro il rischio inflazione e la possibilità che la discesa dei tassi diventi più lenta e accidentata. «La situazione geopolitica fragile e il balzo energetico rischiano di mettere in difficoltà molte aziende, con possibili effetti a catena sul fronte dei prestiti e un aumento delle sofferenze», commenta Gaziano, «rendendo il percorso di riduzione dei tassi da parte delle banche centrali molto più accidentato del previsto. Uno scenario che lo stesso Donald Trump non può permettersi a lungo, visto il calo di gradimento tra i suoi sostenitori iniziali dovuto all’incertezza economica». Negli Usa la volatilità sostiene ancora trading e advisory; in Europa, invece, la maggiore dipendenza energetica rende il settore più esposto a uno choc prolungato.
«L’esposizione diretta delle banche europee al conflitto in Medio Oriente è molto limitata e si concentra essenzialmente negli Emirati Arabi Uniti, riguardando due istituti, Standard Chartered e Hsbc», aggiunge Jerome Legras, head of research Axiom Alternative Investments. «Dato ciò», continua, «il meccanismo di trasmissione del rischio dominante per gli istituti di credito del Vecchio continente è quello macroeconomico: uno choc dei prezzi del petrolio che si ripercuote sull’inflazione, sulle aspettative dei tassi di interesse e sulle condizioni di finanziamento in generale, piuttosto che tradursi in perdite dirette di bilancio. Sebbene i fattori geopolitici siano molto diversi, questo scenario macroeconomico non è dissimile da quello osservato durante le prime settimane della guerra in Ucraina. In quell’occasione, l’impatto sui tassi ha pesato di più rispetto a quello sulla qualità degli attivi, grazie alle ingenti riserve detenute dalle banche e ai loro criteri conservativi nella concessione dei prestiti. Resta da vedere se lo stesso vale per una guerra che probabilmente sarà molto più breve».



