Per anni il lusso è stato considerato un investimento quasi inattaccabile: un porto sicuro capace di resistere a inflazione, crisi economiche e tensioni internazionali. Oggi, però, a metà 2026, il settore dei beni personali di fascia alta mostra crepe sempre più evidenti.
La debolezza del comparto si trascina da diversi anni ed è stata aggravata dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, che hanno frenato i flussi turistici e colpito alcuni scali aeroportuali strategici. Il risultato è stato un forte calo delle vendite nel canale duty-free, da sempre una componente cruciale per i grandi gruppi della moda e dell’accessorio.
Ma la crisi non dipende solo dai passeggeri mancati. Il nodo è più profondo e riguarda quella che gli addetti ai lavori definiscono luxury fatigue: una stanchezza da lusso che segnala una perdita di fiducia del consumatore. Dal 2019 a oggi molti prodotti di fascia alta hanno visto aumenti di prezzo del 40-50%, mentre l’esclusività percepita - e in alcuni casi anche la qualità - pare indebolita. «Il settore si trova in una vera e propria trappola autoinflitta», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «poiché le politiche di prezzo eccessivamente aggressive degli ultimi anni hanno progressivamente allontanato la classe media, che costituiva la reale base volumetrica delle vendite. Al contempo, quello che per anni è stato considerato il Bengodi indiscutibile del settore, ovvero il mercato cinese, ha visto contrarsi la domanda a causa della debolezza dei consumi privati e delle rinnovate tensioni nel comparto immobiliare, lasciando le maison senza il consueto paracadute».
I mercati finanziari stanno fotografando con chiarezza questa fase. Lvmh, leader mondiale del settore, mostra una flessione pesante da inizio anno e una correzione ancora più marcata nell’arco degli ultimi tre anni. A pesare sono stati l’indebolimento della domanda, gli effetti valutari sfavorevoli e lo spostamento della spesa verso le esperienze, a scapito dei beni fisici. Anche Christian Dior riflette la stessa fase di stallo, nonostante i tentativi di rilancio creativo.
Il segnale più sorprendente arriva però da Hermès, per anni simbolo assoluto dell’esclusività. La maison ha registrato una forte correzione in Borsa. Secondo un’analisi di Bernstein, persino alcune borse Birkin e Kelly sul mercato secondario vengono oggi scambiate a prezzi inferiori rispetto a pochi anni fa.
«Il fatto che perfino i modelli usati di Hermès subiscano un ridimensionamento dei prezzi dimostra che nessuno è immune al ciclo di boom e sgonfiamento del lusso», continua Gaziano, «e questa consapevolezza ha ridotto il premio di valutazione storico del titolo rispetto ai concorrenti ai minimi degli ultimi dieci anni». Non tutto, però, arretra. Richemont continua a distinguersi grazie alla forza della gioielleria, trainata da marchi come Cartier, Van Cleef & Arpels e Buccellati, mentre gli orologi di alta gamma restano resilienti. Segnali positivi arrivano anche da Hugo Boss, sostenuta dall’offerta del gruppo Frasers.
Il governo federale tedesco ha scelto di non aderire all’offerta pubblica di scambio promossa da UniCredit su Commerzbank, giudicando insufficienti le condizioni economiche proposte dall’istituto italiano. Berlino, che controlla oltre il 12% della banca tedesca, conferma così il proprio sostegno alla piena autonomia di Commerzbank e prende le distanze dall’approccio di UniCredit, definito «aggressivo».
La posizione è stata formalizzata ieri dalla Finanzagentur, l’Agenzia federale tedesca delle finanze (l’ente responsabile dell’indebitamento e della gestione del debito pubblico tedesco). A respingere l’offerta della banca guidata da Andrea Orcel è stato, in particolare, il Comitato direttivo interministeriale del Fondo di stabilizzazione dei mercati finanziari, l’Fms, organismo incaricato delle decisioni principali relative al fondo.
«Accettare l’offerta», si legge nel comunicato, «non era già un’opzione dal punto di vista finanziario, in quanto non prevedeva un premio adeguato rispetto all’attuale prezzo delle azioni di Commerzbank». La valutazione del Comitato non si ferma al solo profilo economico. «Inoltre», si aggiunge, «il comitato direttivo sostiene la strategia di indipendenza di Commerzbank e respinge l’approccio aggressivo di UniCredit». Nella nota, la Finanzagentur richiama anche il peso sistemico della banca per l’economia nazionale. «Commerzbank», spiega Finanzagentur, «svolge un ruolo importante nel finanziamento dell’economia tedesca e del settore delle medie imprese, il cosiddetto Mittelstand. In quanto importante datore di lavoro, la banca è anche fondamentale per il centro finanziario di Francoforte. Entrambi», conclude, «devono continuare a essere garantiti in futuro».
La presa di posizione di Berlino contro l’offerta di UniCredit ha incassato, poi, il sostegno del sindacato. Ver.Di ha accolto favorevolmente la decisione dell’Agenzia finanziaria federale, interpretandola come una conferma della volontà di preservare l’autonomia di Commerzbank. «La decisione dell’Agenzia finanziaria federale è comprensibile e rappresenta, dal nostro punto di vista, un segnale importante per il futuro di una Commerzbank indipendente, un segnale che accogliamo con grande favore», ha dichiarato Frederik Werning, segretario sindacale di Ver.di e membro del consiglio di sorveglianza della banca tedesca.
Werning ha poi rivendicato i risultati conseguiti dall’istituto negli ultimi anni come banca autonoma. «Negli ultimi anni Commerzbank ha dimostrato di poter avere successo come banca autonoma, grazie a un forte radicamento nel tessuto delle piccole e medie imprese tedesche, a un sistema di cogestione funzionante e a una chiara strategia per il futuro», ha aggiunto. «Questo percorso positivo è sostenuto anche dallo straordinario impegno dei dipendenti, che condividono l’obiettivo di una Commerzbank indipendente». Secondo il rappresentante sindacale, l’operazione proposta da UniCredit non offre benefici sufficienti né agli azionisti né agli altri soggetti coinvolti nella banca. Per Werning, infatti, «l’offerta presentata da UniCredit non risponde in alcun modo a questa prospettiva».
In parole povere, il governo tedesco e i sindacati stanno dicendo no a un’operazione già apprezzata dal mercato. Le adesioni all’Ops di Unicredit su Commerzbank sono passate ieri (dati delle 15) dall’11,91% di due giorni fa al 12,41% di ieri, ultimo giorno dell’Ops. Con il 26,77% già in possesso, il gruppo di Piazza Gae Aulenti arriva quindi a detenere in azioni il 39,18% dell’istituto tedesco. Senza contare che con i derivati, la quota potenzialmente sarebbe addirittura al 55,6%. Certo, si tratta di dati parziali perché quelli definitivi arriveranno solo il 19 giugno, ma la traiettoria appare già segnata. Senza considerare che è la stessa Banca Centrale Europea a sostenere da tempo che le fusioni bancarie transfrontaliere (cross-border) in Europa sono necessarie e hanno senso. Ma quando, poi, capitano, in terra teutonica, allora i moniti di Francoforte sembrano contare meno (anche se devono valere per gli altri). In tutto questo, ieri il titolo Unicredit ha chiuso a Piazza Affari a 77,6 euro, in aumento del 4,17%.
All’interno dei nostri confini, invece, non sembrano esserci grandi novità nonostante ieri si sia tenuto il consiglio di amministrazione di Banco Bpm.
Il gruppo ha fatto sapere che continuerà ad attendere eventuali segnali di interesse da Mps sulla proposta di una fusione alla pari, pur trovandosi ora di fronte all’operazione Intesa-Unipol da 30,6 miliardi. Ufficialmente, secondo quanto si apprende, nel consiglio di amministrazione di Piazza Meda non vi sarebbe stato alcun passaggio formale sul dossier. Sarebbe stata tuttavia confermata la linea dei vertici di Banco Bpm: attendere un segnale concreto dal Monte dei Paschi per valutare almeno la fattibilità di un’integrazione tra i due istituti.
Il percorso, però, resta complesso. A pesare è anche il nodo della «passivity rule», cui è soggetta la banca senese dopo il lancio dell’Opas di Ca’ de Sass. Il titolo del gruppo guidato da Giuseppe Castagna ha chiuso la sua corsa a 15,08 euro, in crescita dell’1,89%.
La partita tra Unicredit e Commerzbank entra in una nuova fase, sempre più giudiziaria e regolamentare. Secondo quanto riferito da Bloomberg, la Procura di Francoforte acquisirà i dettagli delle comunicazioni inviate da Unicredit alla Bafin, l’autorità tedesca di vigilanza finanziaria, in merito alle adesioni all’Ops promossa sulla banca tedesca.
Al momento, viene precisato, non è stato aperto alcun procedimento formale. Il passaggio resta tuttavia politicamente e finanziariamente rilevante, perché si inserisce in un confronto ormai apertissimo tra le due banche, con accuse incrociate sulla correttezza delle informazioni diffuse al mercato.
La tensione era già salita venerdì, quando era emerso che il Consiglio di fabbrica di Commerzbank aveva incaricato il proprio presidente di presentare una denuncia per presunta manipolazione del mercato. Il nodo riguarda la rappresentazione della partecipazione di Unicredit e, in particolare, il peso delle azioni effettivamente detenute rispetto alle posizioni costruite tramite strumenti derivati. Commerzbank sostiene che il mercato possa essere stato indotto in errore sulla reale consistenza della quota in mano alla banca italiana. Unicredit respinge invece ogni contestazione e rivendica la correttezza delle comunicazioni effettuate.
L’amministratrice delegata di Commerzbank, Bettina Orlopp, è tornata a difendere la posizione dell’istituto tedesco, replicando direttamente alle dichiarazioni arrivate da Piazza Gae Aulenti. «Non abbiamo fatto nulla di fuorviante, abbiamo semplicemente presentato i fatti con diligenza», ha affermato la manager, definendo il comunicato di Unicredit «leggermente irritante».
Unicredit, dal canto suo, ha deciso di passare al contrattacco. Dopo giorni di rilievi e insinuazioni provenienti dalla banca tedesca, l’istituto guidato da Andrea Orcel ha coinvolto a sua volta la Bafin, chiedendo di valutare se siano state assunte iniziative idonee a compromettere la regolarità e l’integrità del processo di offerta. La banca italiana si è inoltre riservata di ricorrere a tutti gli strumenti disponibili per tutelare la propria posizione.
Nel merito, Unicredit ribadisce di aver utilizzato i modelli informativi previsti dalla normativa vigente e di aver comunicato correttamente al mercato le informazioni relative all’offerta. La banca sottolinea inoltre che l’obiettivo minimo dell’Ops è già stato raggiunto, con il superamento della soglia del 30% del capitale. È un passaggio non secondario: alla luce della quota detenuta e delle adesioni già raccolte, Unicredit potrebbe esercitare in prospettiva un’influenza significativa su Commerzbank, con effetti potenziali sulla governance e sulle future scelte manageriali dell’istituto tedesco.
Il confronto si gioca anche sulla lettura del comportamento dei fondi istituzionali. Commerzbank ha evidenziato che, tra i soggetti che hanno aderito finora, figurerebbero soprattutto banche d’affari e non grandi investitori istituzionali. I principali fondi, dal canto loro, tendono spesso a decidere nelle ultime fasi delle operazioni, quando il quadro informativo è più completo e quando è chiaro se l’offerente intenda o meno migliorare i termini dell’offerta.
Al momento, il mercato attende anzitutto di capire se Unicredit presenterà un rilancio. In realtà, non emergerebbero segnali concreti in questa direzione e l’ipotesi prevalente resta quella di un mancato aumento dei termini. Una volta sciolto questo nodo, potrebbero arrivare le decisioni definitive dei principali investitori istituzionali.
In tutto questo sono salite ancora leggermente le adesioni all’Ops di Unicredit su Commerzbank, dall’11,86% comunicato venerdì all’11,91% di ieri. Con il 26,77% già in possesso, il gruppo di Piazza Gae Aulenti arriva a detenere in azioni il 38,68% dell’istituto tedesco, secondo quanto emerge dalle comunicazioni obbligatorie sui risultati parziali dell’offerta la cui prima parte si chiude alla mezzanotte di oggi. Continua a rimanere invariata la parte in derivati (che sono solo a regolamento in contanti e quindi non prevedono la consegna di ulteriori azioni) che è al 13,19%. Così come è immutato il 3,22% in strumenti. L’esposizione potenziale è dunque del 55,09%.
Il titolo del secondo gruppo bancario italiano ha fermato ieri la sua corsa a Piazza Affari a 74,57 euro, in aumento dell’1,73%.




