Il mercato cripto segna un calo del 25% da inizio anno e quasi -40% su base annuale. La narrativa di Bitcoin come «riserva di valore» contro il «debasement» non ha in pratica retto più di tanto, mentre l’oro ha avuto la meglio. «Il Bitcoin non ha ancora dimostrato di poter agire da bene rifugio disconnesso dalle dinamiche di mercato», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, tra le più note società di consulenza finanziaria indipendenti del settore. «Al contrario, la crescente adozione di massa tramite Etf ed Etp lo ha reso meno decorrelato dagli asset speculativi».
Del resto, l’adozione via Etf o Etp amplia la platea, ma rende il prezzo più sensibile alle rotazioni sugli asset di rischio. A pesare è anche la leva. «L’eccessiva compiacenza di molti trader e l’aumento della leva finanziaria si sono ritorti contro alla prova dei fatti», continua l’esperto. «Quando il Bitcoin nelle scorse settimane ha sfondato alcune soglie chiave, sono scattate le liquidazioni automatiche: in sole 24 ore sono stati polverizzati oltre 2,1 miliardi di dollari in posizioni “long”. Una massa che, in fase di discesa, ha agito come benzina sul fuoco». La capitalizzazione totale è così scesa da 2,9 a 2,2 trilioni di dollari e Bitcoin è tornato verso 60.000 dollari, lontano dai 126.000 dell’ottobre 2025. Il caso Bithumb ha riacceso i dubbi: un «fat finger (errore umano di digitazione commesso durante l’inserimento di dati, ndr)», ha accreditato 2.000 Bitcoin a 695 clienti, scatenando la vendita del «regalo» e un flash crash locale (quando il prezzo diminuisce rapidamente in un periodo di tempo molto breve prima di entrare rapidamente in un periodo di recupero) fino a 55.000 dollari.
Nonostante il clima di «estrema paura», dagli Etf non emerge ancora un esodo istituzionale. «Da alcuni anni come SoldiExpert SCF inseriamo quote di Bitcoin in alcuni portafogli, ma solo per clienti che ne comprendono la volatilità estrema e lo vogliono espressamente», osserva Gaziano. «Nel nostro approccio, questa quota deve essere rigorosamente controllata e rivista mensilmente grazie a strategie dinamiche che si sono rivelate profittevoli e abbastanza protettive. Spesso la associamo ad asset come l’oro, che in questi mesi ne ha contenuto la discesa e anzi ha riportato in ampio guadagno la posizione complessiva. Le criptovalute, al di là di un certo storytelling settario e non disinteressato, restano, infatti, un asset riservato solo a chi ha un’elevata tolleranza al rischio (più volte in questi anni è arrivato a perdere oltre l’80% dai massimi) e, soprattutto, non è un posto dove andare a caccia di fortuna indebitandosi». Crescono così le soluzioni che combinano oro e Bitcoin, come ad esempio il Bitwise Diaman Bitcoin & Gold Etp, quotato anche a Piazza Affari (in Italia solo per professionali). Per Luke Deans (Bitwise Europe) vari indicatori collocano Bitcoin in un’area spesso compatibile con minimi di ciclo, ma la struttura resta difensiva e la liquidità limitata: possibile quindi nuova volatilità o consolidamento; Ethereum e Solana restano più sensibili al rischio.
Stellantis Europe è stata condannata dal Tribunale di Larino a pagare a una lavoratrice dello stabilimento di Termoli la differenza tra lo stipendio pieno e quanto ha ricevuto con la cassa integrazione, più interessi e rivalutazione.
La giudice ha spiegato che l’azienda non può scegliere «a piacere» chi sospendere dal lavoro. La scelta deve seguire regole corrette, fatte con buona fede, senza favoritismi e senza discriminazioni, anche quando alcuni lavoratori hanno limitazioni nello svolgere certe mansioni.
Un punto importante della sentenza riguarda il numero minimo di giornate lavorate durante gli ammortizzatori sociali. Il Tribunale dice che non basta rispettare la percentuale solo formalmente: se poi, nella pratica, alcuni dipendenti restano quasi sempre a casa e altri vengono chiamati molto più spesso, il sistema non è corretto. Questo vale soprattutto quando i lavoratori possono essere spostati su mansioni simili (cioè quando c’è «fungibilità»). Per questi motivi, Stellantis è stata condannata a pagare le differenze di stipendio e anche i due terzi delle spese legali.
In dettaglio, la sentenza si apre con un chiarimento sul quadro di legge: il Decreto legislativo 148/2015 non impone in modo esplicito la rotazione nella Cassa integrazione ordinaria. Però questo non dà all’azienda «carta bianca». La giudice richiama la Cassazione e ricorda che «il potere di scelta dei lavoratori da porre in cassa integrazione […] non è incondizionato»: l’impresa deve comunque rispettare «i doveri di correttezza e buona fede» e non può creare discriminazioni, comprese quelle legate a «invalidità o presunta ridotta capacità lavorativa». Il punto centrale è che, anche se la legge non parla di rotazione come obbligo formale, resta un principio di equità e di tutela che non può essere aggirato.
Il Tribunale aggiunge poi che la rotazione diventa concreta e pretendibile quando i lavoratori sono «pienamente fungibili», cioè quando fanno lo stesso lavoro o lavori molto simili. Ed è qui che viene criticato il comportamento aziendale dell’ex Fca: Stellantis, secondo la sentenza, non ha mai spiegato alle rappresentanze sindacali con quali criteri scegliesse chi sospendere, limitandosi a indicare quanti lavoratori erano coinvolti e per quali periodi. Come osserva la giudice, nelle comunicazioni dell’azienda «viene riportato soltanto il numero dei lavoratori interessati […] senza alcun richiamo ai criteri utilizzati». In un contesto come quello delle linee di Termoli, dove la fungibilità è ampia, questa mancanza pesa in modo decisivo.
È un problema che l’Unione sindacale di base denuncia da tempo: dietro la regola del «minimo», spesso si finisce per penalizzare sempre le stesse persone. La sentenza riconosce che una regola che sembra neutra può creare, nei fatti, un’ingiustizia. Non è accettabile aggirare la rotazione lasciando sempre gli stessi lavoratori fuori dal lavoro.
«La pronuncia del giudice di Larino», si legge nella nota dell’Usb lavoro privato Abruzzo e Molise e Rsa Usb Stellantis Termoli, «non è la prima a favore di lavoratori rappresentati dalla nostra organizzazione sindacale ed è un riferimento importante anche per altri dipendenti di Stellantis che ritengano di aver subito trattamenti analoghi. Ancora una volta emerge il ruolo passivo delle organizzazioni sindacali firmatarie del contatto collettivo specifico di lavoro che in questi anni hanno sempre abdicato al ruolo di controllo e di tutela dei lavoratori».
Stellantis sta reintroducendo in Europa versioni diesel di almeno sette modelli tra auto e veicoli passeggeri, in un cambio di rotta avviato a fine 2025 in seguito ai dati giunti anche dai concessionari. Il problema è che questo cambio di direzione è tardivo e non evita la valanga di ammortizzatori sociali e licenziamenti che stanno colpendo l’azienda certo, ma soprattutto l’indotto, a causa del fallimento del passaggio alle elettriche imposto dal green deal Ue.
Secondo quanto rivelato da Reuters, tra i modelli interessati figurano la Peugeot 308 e la berlina premium DS 4, oltre a diversi veicoli «people mover». Il rientro del diesel arriva mentre in Europa si discute un allentamento/aggiustamento dei target di emissione, con l’effetto di prolungare la finestra commerciale dei motori termici.
Il tema è globale: negli Stati Uniti - primo mercato del gruppo - l’amministrazione del presidente Donald Trump ha revocato il cosiddetto «endangerment finding» dell’agenzia ambientale (atto-cardine del 2009 che sosteneva la regolazione delle emissioni climalteranti), aprendo la strada allo smantellamento degli standard su emissioni allo scarico per auto e camion.
D’altronde, dopo il terremoto del Dieselgate, la quota di auto a gasolio in Europa è crollata: nel 2025 queste auto pesano solo 7,7% delle nuove immatricolazioni nel perimetro europeo, mentre le elettriche pure arrivano al 19,5%. In parallelo, i dati Acea sulle immatricolazioni Ue indicano che nel 2025 le elettriche a batteria hanno raggiunto 17,4% di quota nel mercato dell’Unione Europea. Insomma, per Stellantis si tratta di una questione strategica. Il diesel è un segmento in cui molti nuovi rivali asiatici – spesso focalizzati su Ev e plug-in – competono meno. Inoltre, a parità di taglia e destinazione d’uso, le versioni diesel mantengono in genere un prezzo d’ingresso inferiore rispetto alle elettriche, un fattore che diventa centrale in una fase di pressione sui listini e di domanda più selettiva.
Del resto, il cambio di passo arriva a ridosso di un annuncio pesante: Stellantis ha comunicato 22,2 miliardi di euro di oneri/accantonamenti legati al ridimensionamento delle ambizioni Ev, con un impatto rilevante sul titolo e sulle tasche dell’azienda. Così, in Europa, si prevede il ritorno al diesel per modelli bestseller come Opel Astra, il van Opel Combo, il sette posti Peugeot Rifter e il multispazio Citroën Berlingo. L’azienda indica inoltre la prosecuzione della produzione diesel per Suv come DS 7 e per alcune Alfa Romeo (tra cui Tonale, Stelvio e Giulia).
Il problema è che il rinnovato amore di Stellantis per il gasolio difficilmente riuscirà a limitare i danni creati dalla fallimentare transizione verso l’elettrico. Trasnova ieri ha annunciato il licenziamento collettivo dei suoi 94 dipendenti impiegati nella logistica per gli stabilimenti Stellantis di Torino, Piedimonte San Germano, Pomigliano d'Arco e Melfi. La scelta è legata alla scadenza della proroga contrattuale con il gruppo automobilistico, prevista per il 30 aprile, e alla presunta non praticabilità di ammortizzatori o strumenti alternativi, in quanto gli esuberi vengono definiti «di carattere strumentale».
Lo stesso vale per Logitec e Teknoservice che hanno appena comunicato l’avvio delle procedure di licenziamento per riduzione del personale, per un totale di 138 lavoratori. I sindacati sono già sul piede di guerra, ma il motivo dei licenziamenti è strutturale e va ricercato nel Green deal europeo, certo, ma anche nell’incapacità della precedente gestione, quella targata Carlos Tavares, di preparare un piano B.




