Fino a poche settimane fa, il Regno Unito sembrava essersi lasciato alle spalle il ruolo di «grande malato» d’Europa. Dopo il lungo purgatorio post-Brexit, inflazione in calo, tassi attesi in discesa e una Borsa di titoli «value» avevano riportato l’attenzione degli investitori su Londra. Poi, il quadro è cambiato.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
Il panorama dei mercati asiatici a marzo 2026 è un paradosso: epicentro della rivoluzione tecnologica mondiale, ma anche ostaggio dei venti di guerra dal Golfo Persico. Per l’investitore occidentale, la sfida è distinguere tra chi ha costruito «scudi sovrani» e chi, come Seul e Nuova Delhi, resta esposto allo shock geopolitico.
Mentre il mondo osserva lo Stretto di Hormuz, Pechino raccoglie i frutti di una strategia fondata sull’autonomia energetica. Pur con una crescita interna debole e le difficoltà del real estate, la Cina si è resa meno vulnerabile ai ricatti energetici globali. «La lungimiranza della Cina in materia di politica energetica sta pagando dividendi importanti in questa fase di mercato», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «poiché grazie a riserve strategiche per 1,2 miliardi di barili e alla fitta rete di oleodotti terrestri con Russia e Kazakistan, il Dragone ha ridotto la sua dipendenza dai blocchi navali mediorientali a una quota gestibile, tra il 40% e il 50%, contro l’80% di pochi anni fa».
Ma la tenuta macro non basta: molte società cinesi investono pesantemente in tecnologia e nel breve possono deludere. Alibaba, con utili in calo del 67%, paga gli investimenti in Ia e cloud; Jd.com regge meglio grazie a una logistica proprietaria «alla Amazon».
Se la Cina tiene, la Corea del Sud incarna insieme riscossa e fragilità. Dopo la guerra in Iran il Kospi ha accusato crolli anche oltre il 12% in una seduta. Qui la dipendenza energetica resta estrema e si somma a un listino dominato dai chip. «L’economia coreana è oggi un caso studio sulla vulnerabilità agli shock geopolitici», osserva Salvatore Gaziano, «perché ogni fiammata del petrolio si traduce in un aumento immediato dei costi per giganti come Samsung Electronics. Nonostante il titolo Samsung vanti una performance monstre a un anno (+201,94%) e traini la Borsa coreana grazie al peso importante, l’escalation in Iran ha bruciato quasi il 20% dai massimi di febbraio, ricordandoci che in Asia la tecnologia corre veloce, ma il petrolio decide la direzione».
Anche l’India scopre che i rapporti con il Medio Oriente vanno oltre l’energia. Il Sensex è sceso ai minimi da 11 mesi per il timore che il conflitto destabilizzi gli Emirati Arabi Uniti, partner vitale per Nuova Delhi. «Per l’India la minaccia iraniana va ben oltre il prezzo della benzina alla pompa», avverte Gaziano, «poiché mette a rischio il flusso di rimesse degli 8-9 milioni di indiani nel Golfo. Parliamo di un gettito che vale circa il 3% del Pil nazionale. Se la stabilità degli Emirati dovesse vacillare, l’impatto sulle partite correnti di Nuova Delhi sarebbe non trascurabile».
L’Etf iShares Msci India segna -14,11% da inizio anno. In un contesto di dollaro forte, la parola d’ordine è «selettività»: titoli come Keyence e Tsmc restano snodi cruciali dell’innovazione asiatica.
Eni mette il turbo alla remunerazione degli azionisti partendo da conti 2025 solidi, ma soprattutto da un Capital Markets Day che cambia il perimetro della discussione: non più solo risultati annuali, ma capacità di generare più cassa e di restituirla in modo più importante al mercato.
Nel Capital Markets Update 2026-2030, Eni lega in modo esplicito crescita industriale, disciplina finanziaria e ritorno ai soci. Il gruppo parla chiaramente del «migliore portafoglio di progetti Exploration & Production nella storia della società», di business della transizione costruiti come piattaforme autonome e autofinanziate e di un modello finanziario basato su società satellite in grado di aumentare la generazione di cassa mantenendo l’indebitamento su livelli minimi. Claudio Descalzi lo sintetizza così: «Il caposaldo strategico di Eni rimane la coerenza, determinante in un contesto di mercato incerto e volatile. La nostra attività esplorativa, eccellenza a livello mondiale, la nostra grande capacità di realizzazione dei progetti, le nostre tecnologie all’avanguardia e una strategia finanziaria chiara e definita sono i pilastri che in modo sinergico alimentano la nostra crescita, garantiscono resilienza e una politica di remunerazione altamente attrattiva per i nostri azionisti».
Al 2030 il gruppo prevede un flusso di cassa operativo di circa 17 miliardi, una sua crescita media per azione del 14% e un free cash flow cumulato per oltre 40 miliardi nel periodo 2026-2030, valore che sale a oltre 45 miliardi includendo le operazioni di portafoglio, e un indebitamento tra il 10 e il 15%. Anche gli investimenti vengono ottimizzati: meno di 6 miliardi l’anno lungo tutto il piano, circa 5 miliardi netti considerando il contributo del portafoglio. In parallelo, Eni stima una crescita della produzione del 3-4% annuo fino al 2030, un tasso medio di rimpiazzo delle riserve sopra il 140% e un portafoglio di sviluppo che implica 850 mila barili equivalenti al giorno nel 2030.
Anche i business della transizione vengono chiamati a sostenere questa direzione. Eni ricorda che Plenitude ed Enilive hanno già ottenuto una valorizzazione complessiva superiore a 23 miliardi da parte di investitori finanziari. Per Plenitude è previsto il deconsolidamento, accompagnato da un aumento di capitale non proporzionale da 1,5 miliardi, con l’obiettivo di sostenerne la crescita in modo più efficiente. Al 2030 Plenitude punta a 15 Gw di capacità rinnovabile installata e a oltre 11 milioni di clienti; Enilive conferma 5 milioni di tonnellate di capacità produttiva nei biocarburanti entro fine decennio.
Su questa base Eni alza il payout complessivo al 35-45% del flusso di cassa operativo, dal precedente 35-40%, e per il 2026 indica un dividendo di 1,10 euro per azione, in aumento di circa il 5%, insieme a un buyback iniziale da 1,5 miliardi. Inoltre, in caso di risultati o scenario migliori del piano, il 60% dei flussi di cassa incrementali verrà destinato a ulteriori riacquisti di azioni proprie. «Per scenari di prezzo del greggio particolarmente elevati (cioè superiori a 90 dollari al barile; oppure per incrementi del 50% del prezzo del gas o del margine di raffinazione), prevediamo di distribuire il 100% del cash flow addizionale in forma di dividendo straordinario», ha detto Descalzi. È qui che, insomma, prende forma l’extradividendo «di guerra».
Il consiglio di amministrazione ha già tradotto questa impostazione in una proposta concreta da portare all’assemblea del 6 maggio 2026: nuovo buyback fino alla fine di aprile 2027, per 1,5 miliardi iniziali ma incrementabile fino a 4 miliardi; tetto massimo di 303 milioni di azioni, circa il 10% del capitale, di cui fino a 297,9 milioni destinabili alla remunerazione degli azionisti. Inoltre, Eni chiederà l’autorizzazione ad annullare le azioni proprie acquistate con questa finalità, fino a 297,9 milioni, entro luglio 2027 e senza riduzione del capitale sociale.
«Garantiremo una crescita della produzione al top dell’industria grazie a una serie straordinaria di progetti in sviluppo», ha concluso Descalzi. «La combinazione dei volumi e del valore di questi progetti, insieme alla quota crescente di commercializzazione delle nostre produzioni equity, genereranno flussi di cassa progressivamente più elevati, una significativa flessibilità nell’esecuzione dei progetti e rendimenti più importanti nell’upstream. Il successo della nostra strategia è confermato dal valore finanziario riconosciuto a questi business da investitori finanziari leader a livello internazionale, con un ritorno importante per gli azionisti che rende possibile un’ulteriore crescita sostenibile e restituisce a Eni ancor più equilibrio e resilienza. Mai stati così forti, non abbiamo carichi bloccati per Hormuz». La Borsa apprezza: il titolo sale del 3,75%.



