- Il presidente Usa: «Pechino ha accettato di non inviare armi ai pasdaran». Il capo dell’esercito pakistano vola a Teheran per pianificare il secondo round di negoziati.
- Milano quasi invariata, giù Londra e Parigi. Borse prudenti in attesa della diplomazia.
- Colloqui «costruttivi» a Washington, ma l’Idf per ora smentisce lo stop ai combattimenti contro Hezbollah e annuncia nuovi piani di battaglia. Raid dell’aviazione pure su Gaza.
Lo speciale contiene tre articoli
La crisi nello Stretto di Hormuz si sviluppa lungo un equilibrio sempre più fragile tra aperture diplomatiche e segnali di escalation militare. Nelle ultime ore il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rivendicato un ruolo diretto nella riapertura della rotta strategica, coinvolgendo anche la Cina. «La Cina è molto contenta che io stia aprendo definitivamente lo Stretto di Hormuz. Lo faccio anche per loro e per il mondo intero», ha scritto sul social Truth, aggiungendo: «Questa situazione non si ripeterà mai più. Hanno accettato di non inviare armi all’Iran».
Trump ha poi sottolineato il suo rapporto con Pechino: «Il presidente Xi mi darà un grande, caloroso abbraccio quando arriverò lì tra qualche settimana». E ancora: «Stiamo collaborando in modo intelligente e molto efficace! Non è forse meglio che combattere?», pur ribadendo che gli Stati Uniti «sono molto bravi a combattere, se necessario, molto meglio di chiunque altro!!!». A rafforzare il messaggio politico anche il fronte economico: «La guerra con l’Iran può essere risolta “quasi subito”», ha detto a Fox News, assicurando che con la fine del conflitto «i prezzi del gas andranno incredibilmente giù».
Sul terreno, però, la tensione resta elevata. Nelle prime 24 ore del blocco navale statunitense, sei imbarcazioni sono state fermate e costrette a invertire la rotta dalle unità americane. Lo ha riferito un funzionario a Nbc News, precisando che non sono stati esplosi colpi e che nessun militare è salito a bordo delle navi. Cinque trasportavano petrolio. I controlli avvengono all’ingresso del Golfo dell’Oman, dove gli Stati Uniti mantengono oltre una dozzina di navi. Nonostante il blocco, si registrano segnali di ripresa del traffico. Una petroliera battente bandiera maltese ha attraversato lo Stretto ed è entrata nel Golfo Persico, la prima dall’inizio delle restrizioni.
La Vlcc Agios Fanourios I, rimasta per due giorni all’ancora nel Golfo dell’Oman, ha ripreso la navigazione nella notte verso Bassora. In questo contesto emergono elementi che complicano il quadro. Il Financial Times ha rivelato che l’Iran avrebbe utilizzato tecnologia satellitare cinese per colpire obiettivi americani. Pechino ha respinto le accuse: «Ci opponiamo con forza al fatto che parti coinvolte diffondano disinformazione, basata su congetture e insinuazioni, contro la Cina». Sul piano militare, Washington prepara comunque un rafforzamento con migliaia di soldati, tra cui circa 6.000 a bordo della portaerei Uss George H.W. Bush e oltre 4.000 tra marines e unità anfibie. Teheran ha risponsto con fermezza. «L’Iran non permetterà alcuna esportazione o importazione di petrolio nel Golfo Persico e nel mare dell’Oman se gli Stati Uniti, Paese terrorista e aggressore, continueranno con i loro atti illegali di blocco nella regione», ha dichiarato il comandante Ali Abdollahi.
Nonostante la tensione, la diplomazia resta attiva. Secondo indiscrezioni di media americani, Stati Uniti e Iran starebbero valutando un’estensione del cessate il fuoco di due settimane per proseguire i negoziati, ipotesi tuttavia smentita dalla Casa Bianca. Secondo il New York Times, Trump avrebbe rifiutato l’estensione della tregua. In questo contesto si inserisce il ruolo del Pakistan: il capo di Stato maggiore dell’esercito pachistano, Asim Munir, è a Teheran per consegnare al ministro degli Esteri Abbas Araghchi un messaggio degli Stati Uniti e provare a pianificare un secondo round di colloqui. Sul fronte internazionale, Mosca ha preso le distanze dal conflitto. «Non partecipiamo a questa guerra; non è la nostra guerra», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, aggiungendo che il conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran «non ha nulla a che fare con la Russia». Peskov ha inoltre precisato che «l’iniziativa di esportare uranio arricchito dall’Iran alla Russia non è attualmente in discussione, ma Vladimir Putin è pronto a riprenderla».
La Cina rilancia il sostegno al dialogo. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha affermato che Pechino sostiene «il mantenimento della dinamica dei negoziati di pace» in Medio Oriente, sottolineando che i colloqui «vanno nell’interesse fondamentale del popolo iraniano» e che la Cina è pronta a svolgere «un ruolo costruttivo». Anche l’Iran ribadisce la propria posizione sullo Stretto. «Qualsiasi mossa o interferenza nello Stretto di Hormuz non farebbe altro che complicare la situazione», ha affermato il portavoce Esmaeil Baghaei, mentre la portavoce del governo, Fatemeh Mohajerani, ha definito Hormuz «una risorsa speciale per l’Iran», annunciando che «per questa via navigabile dovrebbe essere definito un regime speciale». Il presidente Masoud Pezeshkian, che anche ieri ha espresso la sua preoccupazione per il possibile mancato pagamento dei salari dei dipendenti pubblici, mantiene una linea prudente: «L’Iran non cerca la guerra o l’instabilità», ma «qualsiasi tentativo di imporre la propria volontà o di costringere il Paese alla sottomissione è destinato al fallimento».
Su indicazione del ministro egiziano Badr Abdelatty, il viceministro Nazih El-Nagari ha partecipato a Islamabad a una riunione tecnica con funzionari di Egitto, Arabia Saudita, Pakistan e Turchia (mediatori nella crisi), dedicato alla crisi regionale. I partecipanti hanno ribadito il rispetto dei principi di sovranità e non ingerenza, mentre il ministro pakistano Muhammad Ishaq Dar ha evidenziato gli sforzi di Islamabad per ridurre le tensioni tra Stati Uniti e Iran e favorire una de-escalation volta a ristabilire stabilità e sicurezza.
Dall’Europa arriva un nuovo appello al dialogo. «Noi continueremo ad avere rapporti con gli Stati Uniti, lavoreremo perché Hormuz possa essere libero e ci possa essere libertà di navigazione», ha dichiarato il ministro Antonio Tajani. In chiusura si registra anche la posizione della diaspora iraniana in Italia contro l’annunciata visita di Reza Pahlavi in Italia. «Gli iraniani oggi guardano avanti e stanno pagando un prezzo altissimo per rovesciare il regime degli ayatollah, senza alcuna intenzione di tornare al passato monarchico», ha affermato Davood Karimi, presidente dell’associazione rifugiati politici iraniani residenti in Italia.
Il petrolio sale ancora, scende il gas. Solo Francoforte tiene in Europa
Le Borse europee hanno mostrato un andamento disomogeneo ieri, riflettendo un contesto globale dominato dall’incertezza geopolitica ed economica. Gli investitori restano prudenti in attesa di sviluppi concreti nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, che potrebbero riprendere a breve. Il nodo centrale riguarda lo stretto di Hormuz: il blocco reciproco tra Washington e Teheran sta infatti limitando il passaggio di petroliere, con potenziali effetti sulle catene di approvvigionamento e sui prezzi dell’energia. Secondo le stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio, la guerra in Iran «incide ancora poco» ma potrebbe avere un impatto sul Pil da 0,2 a 0,4 punti percentuali a seconda degli scenari che prevedono l’eventuale riapertura dello Stretto di Hormuz o un suo blocco prolungato.
Nonostante il quadro teso, i mercati statunitensi hanno recentemente mostrato segnali di forza: ieri l’S&P 500 si è avvicinato a toccare i massimi storici, mentre il Nasdaq è rimasto in positivo, trainato in particolare dal comparto tecnologico. Questo slancio si è riflesso anche sui mercati asiatici, che hanno esteso i guadagni durante la notte tra martedì e mercoledì, sostenuti da un cauto ottimismo su una possibile distensione geopolitica e dalla resilienza del settore tech.
Sul fronte delle materie prime, il petrolio si mantiene stabile con una lieve tendenza al rialzo (Il Brent intorno alle 18 quotava 95,76, in rialzo dell’1,02%, e il Wti a 95,8 dollari, in aumento dell’1,07%), segnale che il mercato sta già incorporando un premio al rischio legato alle tensioni nello stretto di Hormuz. Al contrario, il gas naturale mostra una dinamica in calo (-4,37% a 41,4), suggerendo aspettative di domanda più deboli o una maggiore disponibilità nel breve periodo. Tuttavia, il quadro resta fragile: la tregua di due settimane è prossima alla scadenza e il Fondo monetario internazionale ha esplicitamente segnalato il rischio di una recessione globale in assenza di una soluzione negoziale.
In Europa, le principali piazze finanziarie hanno chiuso in territorio negativo o poco mosso. Parigi ha registrato un calo dello 0,64%, Londra dello 0,45% e Madrid dello 0,52%, mentre Milano ha terminato praticamente invariata (-0,04%), mantenendosi comunque sui livelli più elevati dal 2000. La cautela prevalente è coerente con la fase di attesa degli operatori, che evitano posizionamenti aggressivi in mancanza di segnali chiari sul fronte geopolitico.
A Piazza Affari si sono distinti alcuni titoli finanziari e industriali. Nexi ha guidato i rialzi con un +5,8%, seguita da Mediobanca (+4,8%) Infine, sul mercato obbligazionario si osserva un lieve aumento dello spread tra Btp e Bund, salito a 77 punti base, con il rendimento del decennale italiano al 3,81%. Questo movimento riflette un moderato incremento del premio per il rischio, coerente con il contesto di incertezza globale.
Niente cessate il fuoco in Libano
Israele ha attaccato il Nord della Striscia di Gaza con una serie di operazioni militari dell’aviazione. Stando alle informazioni della protezione civile palestinese, ci sarebbero in totale dieci vittime, fra cui un bambino di 3 anni. Il ministero degli Interni ha detto che i caccia israeliani hanno preso di mira un veicolo della polizia e per colpire il mezzo sarebbero stati coinvolti diversi civili. Un altro attacco si è invece verificato nei pressi del campo profughi di al Shati, dove è stata uccisa la maggioranza delle persone. Ma se il confine Sud con la Striscia resta caldo, il confine Nord con il Libano si conferma incandescente.
Hezbollah ha lanciato 30 razzi, bersagliando soprattutto la cittadina di Kiryat Shmona nella Galilea occidentale. Questa zona ha visto cadere 20 razzi del movimento sciita libanese, otto sono stati intercettati dalla difesa aerea, mentre gli altri sono caduti in zona disabitate. Un’altra decina è invece piovuta sulla Galilea orientale, anche in questo caso senza causare danni. Il ministero della Sanità libanese ha denunciato che Israele avrebbe colpito tre ambulanze, uccidendo tre paramedici a Nabatiyeh. I mezzi attaccati appartengono al Comitato sanitario islamico, affiliato di Hezbollah, che Tel Aviv accusa di aiutare i terroristi negli spostamenti. Mentre lo scontro con i miliziani del partito di Dio andava avanti, a Washington Israele e Libano dopo 30 anni hanno aperto un tavolo per colloqui diretti, nonostante siano ancora tecnicamente in stato di guerra.
Le parti si sono presentate all’incontro, mediato dal Segretario di Stato Marco Rubio, con gli israeliani che chiedono che l’esercito di Beirut disarmi Hezbollah e prenda il controllo del territorio, mentre il Libano vuole l’immediata fine del conflitto che ha già provocato 2.124 morti e lo sfollamento di oltre 1,1 milioni di persone. L’evento ha visto la partecipazione dell’ambasciatrice del Libano negli Stati Uniti, Nada Hamadeh Moawad, e il suo omologo israeliano Yechiel Leiter. Al termine entrambe le parti hanno espresso pareri positivi, definendo i colloqui costruttivi. Il movimento sciita, escluso per volontà di Israele dall’incontro, si è opposto ai colloqui diretti, rilanciando con forza la sua azione militare. Intanto il politologo americano Edward Luttwak ha definito la missione Unifil come corrotta da Hezbollah, e l’Italia compromessa per la sua partecipazione a questa operazione onusiana che non avrebbe mai fatto il suo dovere di tenere Hezbollah lontana da Israele, per codardia, ma anche per corruzione. Il contingente dei caschi blu ha denunciato che le forze israeliane stanno ostacolando la consegna dei rifornimenti alle loro postazioni, mentre il generale Luciano Portolano, Capo di Stato maggiore della Difesa, ieri in visita in Libano, ha ribadito l’importanza del ruolo dell’Unifil. Portolano, che ha incontrato tutti i vertici della nazione araba, ha confermato l’impegno internazionale per il potenziamento dell’esercito di Beirut.
Il giornale al Mayadeen, citando una fonte iraniana, ieri ha riportato di pressioni di Teheran per un cessate il fuoco di una settimana in Libano, ma la notizia è stata immediatamente smentita da Israele, che ha annunciato nuovi piani di battaglia per il Paese dei Cedri con l’ordine di uccidere qualsiasi combattente di Hezbollah a Sud del Litani. Beirut ha denunciato alle Nazioni Unite l’attacco subito da Israele l’8 aprile, che ha provocato 300 morti e 1200 feriti, soprattutto nella capitale, dove ha colpito civili inermi. Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, si è intanto offerto di ospitare i prossimi colloqui fra Libano e Israele, mentre il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, in un colloquio telefonico con l’omologo israeliano Gideon Sa’ar ha richiamato l’attenzione di Tel Aviv su una nave russa che trasportava grano rubato all’Ucraina e a cui è stato permesso di attraccare nel porto israeliano di Haifa. Sybiha ha dichiarato: «L’esportazione illegale di prodotti agricoli ucraini rubati fa parte del più ampio sforzo bellico della Russia. Nessuno deve permettere alle navi della flotta ombra di Mosca di vendere quello che viene sottratto al popolo ucraino».
Il Salone del Mobile, quest’anno previsto dal 21 al 26 aprile, agisce da acceleratore su un comparto che fa delle esportazioni il suo punto di forza e che dà molto all’economia italiana. Nel perimetro del mobile, Intesa Sanpaolo stima per il 2025 un fatturato in Italia di 26,7 miliardi di euro, primo per valore europeo e davanti alla Germania (21,7 miliardi).
Dopo il rimbalzo 2021-22, nel 2025 l’Italia ha registrato un lieve recupero (+0,5%) mentre Francia (-4,5%) e Polonia (-0,3%) hanno tirato il freno; la Spagna è cresciuta (+4,7%) ma su scala più ridotta (8,6 miliardi).
Guardando alla filiera legno-arredo, FederlegnoArredo indica per il 2025 un fatturato alla produzione sopra i 52,2 miliardi (+1,4%), oltre 62.000 imprese e più di 292.000 addetti. Le esportazioni superano i 19,3 miliardi e l’Europa assorbe oltre il 66% del totale: per questo il Salone si presenta come una vetrina importantissima per il settore quanto a capacità di accesso ai buyer. Dal punto di vista microeconomico, insomma, il Salone è un mercato temporaneo importantissimo: concentra buyer e progettisti globali e comprime i tempi di negoziazione. L’edizione 2026 è in calendario a Fiera Milano Rho; la manifestazione nasce nel 1961 e continua a operare come infrastruttura B2B del design.
Nel 2024 si contano 1.950 espositori da 35 Paesi e 370.824 presenze complessive, con il 65,6% degli operatori dall’estero. Nel 2025 la fiera ha registrato 302.786 presenze da 160 Paesi; l’(Eco) Sistema Design Milano misura, inoltre, il «capitale relazionale» generato: 2.103 espositori, oltre 1,3 milioni di interazioni e l’intenzione di tornare del 93% tra gli espositori. Nonostante le incertezze geopolitiche, tengono i mercati esteri con performance record in Turchia (+43,5%) e Canada (+9%).
La settimana del Salone, inoltre e non va dimenticato, genera un indotto anche su ospitalità, ristorazione, retail e trasporti, con benefici diffusi su microimprese e lavoro nei servizi. Per il 2025 Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza avevano stimato un indotto di 278 milioni di euro: il 73% è attribuito alla spesa dei visitatori stranieri (202,1 milioni). La scomposizione dell’indotto, poi, chiarisce dove si crea valore: alloggio (41,4%), ristorazione (30,4%), shopping (23,6%), biglietti (4,6%). In parallelo, l’Annual Report del Salone conferma l’indotto 2025 a 278 milioni (+15% sul 2023) e segnala un utilizzo della metropolitana di Milano al livello più alto dell’anno (+39,6% sulla media), coerente con la lettura del Salone come choc positivo di domanda urbana e di intensificazione dei flussi.
La Design Week, il Fuorisalone per intenderci, estende poi l’impatto oltre il quartiere fieristico: la città mette il turbo sul campo delle relazioni sociali e del consumo culturale, con ricadute su musei, showroom, palazzi storici e quartieri meno centrali. Inoltrte, i poli produttivi generano l’83% dell’avanzo commerciale del settore (8,4 miliardi di euro complessivi). Nel 2026 il palinsesto ufficiale del Comune di Milano supera le 267 iniziative e gli appuntamenti complessivi in città superano quota 1.850 (+10%), coinvolgendo 19 quartieri: è un ampliamento che sposta flussi e spesa anche fuori dai distretti tradizionali. E l’Intelligenza artificiale è la priorità: il 16% delle imprese del settore ha già adottato soluzioni di Ia. L’effetto positivo non è, poi, solo quantitativo. La programmazione e i criteri dichiarati per il palinsesto verso un’economia circolare dell’evento: il 47% dei progetti accolti adotta soluzioni che non si concludono con la fine della manifestazione (riuso di allestimenti e materiali) e quasi il 52% prevede misure per l’accessibilità alle persone con disabilità sensoriali e motorie. In termini competitivi, il punto è che sostenibilità e inclusione diventano così valori aggiunti dell’offerta (e quindi di prezzo, reputazione e accesso a commesse), soprattutto nei segmenti legati all’hospitality.
La ricaduta non è quindi «locale» per definizione: la domanda aggregata in fiera si traduce in ordini che poi attraversano una catena del valore distribuita (materiali, componentistica, lavorazioni, finiture e servizi di progettazione), alimentando produzione e saldo estero lungo la filiera. In aggiunta, secondo Intesa Sanpaolo il 2026 si colloca in un quadro in cui il mercato interno del mobile è atteso in lieve aumento grazie al traino del boom immobiliare e al turismo di fascia alta (nuove aperture e rinnovi di interni), e in cui l’incertezza globale può persino rafforzare la capacità attrattiva dell’Italia, da sempre ritenuto un Paese che mette al centro una cultura del design e del bello che non ha eguali in Europa e nel mondo.
Il ritorno delle tensioni in Medio Oriente ha riportato volatilità sui mercati globali, colpendo soprattutto i settori più esposti al costo dell’energia. In Europa, e in particolare in Italia, l’impatto è stato amplificato dalla dipendenza dalle importazioni di gas e petrolio.
Le ripercussioni si sono abbattute sugli Etf e sui principali titoli quotati. Eppure, in questo scenario, Piazza Affari mostra una solidità che fino a pochi anni fa sarebbe stata difficile immaginare. Dall’inizio dell’anno il mercato italiano resta tra i migliori in Europa per performance e capacità di reazione.
«Nonostante la discesa dell’ultimo mese legata allo choc energetico, tra le Borse europee quella italiana è tra le migliori per tenuta e reattività», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «grazie a un interesse degli investitori internazionali che si è risvegliato con forza negli ultimi anni e a un listino dove i titoli energetici e delle utility hanno preso il comando rispetto ai tradizionali titoli bancari». A sostenere il listino non è solo la speculazione, ma una crescita reale degli utili che ha coinvolto banche e difesa. Proprio quest’ultimo comparto vive però una fase contraddittoria: il riarmo globale sostiene gli ordini, ma l’incertezza politica può generare scossoni. Il caso Leonardo è emblematico, con un calo dell’8% in una sola seduta.
Negli ultimi anni il vero motore è stato il settore bancario, spinto da fusioni, margini elevati e gestione del risparmio. Il miglioramento dei fondamentali ha portato anche al recente upgrade di Moody’s, evento che mancava da oltre 20 anni. Accanto ai big, restano interessanti le Pmi. «Mentre i grandi titoli hanno già corso molto, diverse Pmi italiane restano ingiustamente sottovalutate e hanno un forte potenziale di recupero», suggerisce Gaziano.
Il rally del Ftse Mib non deve però trarre in inganno. «Il mercato italiano offre sempre opportunità interessanti, ma richiede una selezione chirurgica», spiega Gaziano, «il rischio maggiore per l’investitore è quello di “innamorarsi” di un titolo». Il caso Amplifon è emblematico: dai 47 euro del 2021 a meno di 10 nel marzo 2026.
A Piazza Affari, dice Gabriel Debach, analista di eToro, «si possono però distinguere tre livelli di impatto», legati alla crisi mediorientale. «Il primo riguarda i settori più ciclici, come banche, lusso e industria, che subiscono pienamente la volatilità perché legati alle aspettative di crescita. In particolare, le banche risentono del rischio di rallentamento economico e dell’allargamento degli spread, mentre il lusso è penalizzato dalla debolezza della domanda globale. Il secondo livello include utilities, telecomunicazioni e healthcare. Questi comparti non sono realmente difensivi: l’aumento dei rendimenti e le tensioni energetiche li rendono comunque vulnerabili, soprattutto perché spesso considerati “bond proxy”. Il terzo livello è rappresentato dall’energia, che non evita la volatilità ma tende a beneficiarne, essendo al centro dello choc stesso».



