Alcuni grandi Paesi del Golfo stanno valutando una revisione degli investimenti esteri e degli impegni futuri per alleggerire la pressione sui conti pubblici provocata dalla guerra con l’Iran. A pagarne il conto potrebbe essere tutta l’Unione europea e dunque anche l’Italia.
Sia chiaro, non è una certezza, ma la probabilità è alta: anche perché il conto rischia di essere salato per i Paesi del Golfo tra attacchi alle infrastrutture energetiche, export rallentato, turismo colpito, premi assicurativi in aumento e spesa militare in salita. In più, il ministro dell’Energia del Qatar ha avvertito che, se il conflitto proseguisse ancora per settimane, tutti gli esportatori del Golfo potrebbero essere costretti a fermare le spedizioni.
Per l’Italia il punto è molto semplice: Roma ha scommesso una parte della sua politica industriale e geopolitica sul capitale del Golfo. A febbraio 2025 gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato investimenti per 40 miliardi di dollari in Italia, concentrati su intelligenza artificiale, data center, spazio, rinnovabili e materie prime critiche; nello stesso pacchetto sono stati firmati oltre 40 accordi. Un mese prima, l’Italia aveva siglato con l’Arabia Saudita accordi di cooperazione industriale per circa 10 miliardi di dollari, in settori che vanno dalle infrastrutture all’energia, dalla difesa al turismo. E a marzo 2025 Sace e il Public Investment Fund saudita hanno firmato un memorandum che prevede fino a tre miliardi di dollari di supporto a progetti guidati dal Pif e dalle sue partecipate.
Per questo la vera domanda non è se i Paesi arabi «venderanno l’Italia» domani mattina. La questione è un’altra: quanti dossier italiani rischiano di restare congelati prima ancora di arrivare a esecuzione? Se i governi del Golfo devono usare i fondi sovrani come cuscinetto interno, la priorità diventa stabilizzare casa propria. Lo scenario base non è quello di una svendita forzata di asset esteri, ma piuttosto di un rallentamento degli investimenti e di un riequilibrio silenzioso dei portafogli. Per l’Italia, che su molti dossier col Golfo è ancora nella fase delle promesse, questa è forse la minaccia più concreta.
Il rischio è particolarmente alto nei comparti dove il capitale del Golfo è strategico. Pensiamo all’energia e alle rinnovabili, dove la cooperazione con Masdar e altri soggetti emiratini è stata presentata come un asse chiave; pensiamo all’aerospazio e alla difesa, dove gli accordi Italia-Emirati e Italia-Arabia Saudita hanno una dimensione industriale, tecnologica e geopolitica; pensiamo all’Ia e ai data center, cioè esattamente quei settori che Palazzo Chigi aveva indicato come terreno privilegiato dei 40 miliardi annunciati da Abu Dhabi.
C’è poi un secondo livello, meno visibile ma più immediato: l’energia. Il Qatar vale circa 7 miliardi di metri cubi di gas all’anno per l’Italia, pari a circa l’11% dei consumi nazionali. Per ora Snam ha detto di non vedere interruzioni nel breve, perché le navi previste per marzo erano già partite prima dell’esplosione della crisi e avevano già superato Hormuz. Ma il messaggio politico ed economico è già arrivato: se il Golfo si blocca, l’Italia non subisce solo un eventuale rallentamento degli investimenti, ma anche uno choc sui prezzi energetici, sui costi logistici e sugli esportatori. Non a caso il ministro Antonio Tajani ha detto che il governo sta preparando misure per proteggere imprese e famiglie dall’impatto della crisi, sottolineando il peso strategico del Golfo per l’economia italiana.
Del resto, i fondi sovrani dell’area amministrano circa 5.000 miliardi di dollari e, in caso di crisi prolungata, la pressione politica per usarli a fini di stabilizzazione interna aumenterà inevitabilmente.
Ma, dove sono in Italia i fondi in arrivo dal Golfo? Nel 2025 i principali investimenti arabi in Italia si concentrano su lusso, immobiliare, energia e industria. Il Qatar è l’attore più visibile: tramite Qia controlla Porta Nuova a Milano, hotel iconici a Milano, Roma e Firenze e, con Smeralda Holding, la Costa Smeralda in Sardegna. Nella moda, Mayhoola resta centrale con Valentino, Pal Zileri e il fondo Iq Made in Italy, creato per sostenere imprese italiane di moda, food, arredo e tempo libero. Sul piano industriale il rapporto è sempre più strategico: Saipem ed Eni sono partner chiave del Qatar nell’energia e nel Gnl.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno, poi, messo il turbo negli investimenti nel 2025 con un piano da 40 miliardi di dollari: focus su data center, Ia, infrastrutture energetiche, difesa e aerospazio, con Leonardo. In Toscana e Versilia avanzano nel real estate di fascia alta, come mostra l’acquisto del Grand Hotel Imperiale di Forte dei Marmi da parte di Mohamed Alabbar.
L’Arabia Saudita, tramite Pif, punta invece su tecnologia, ospitalità e supporto alle imprese italiane coinvolte nei mega-progetti sauditi: l’accordo con Sace e l’ingresso nel capitale di Rocco Forte Hotels ne sono i segnali più forti. Kuwait e Bahrain restano presenti con partecipazioni più silenziose in grandi gruppi e nuove intese in salute e biotech.
Dopo anni di euforia indiscriminata, il vento è cambiato. Se fino a ieri bastava pronunciare la parola «Intelligenza artificiale» per vedere i titoli volare in Borsa, oggi gli investitori hanno iniziato a farsi domande più scomode. «Siamo passati dalla fase dell’entusiasmo a quella che i trader chiamano “Ai scare trade”, ovvero la paura che l’innovazione tecnologica, invece di creare valore, finisca per distruggere i modelli di business consolidati», spiega Salvatore Gaziano, consulente finanziario indipendente e responsabile strategie di investimento di SoldiExpert Scf.
Se guardiamo alla dispersione dei rendimenti da inizio anno, notiamo una spaccatura tra vincitori e vinti. Mentre alcuni campioni del settore continuano a correre, i giganti del software mostrano segni di cedimento. Microsoft, ad esempio, segna un pesante -18,9% da inizio anno, seguita da Amazon (-9,4%) e Salesforce (-25,5%). «Il settore sta vivendo quella che alcuni analisti hanno ribattezzato SaaSpocalypse, ovvero la possibile apocalisse dei servizi software venduti in abbonamento (Software as a Service)», sottolinea Gaziano. «Già nel dicembre 2024, il ceo di Microsoft Satya Nadella aveva fatto una previsione che era sembrata provocatoria: disse che le applicazioni aziendali SaaS sarebbero crollate nell’era dell’Intelligenza artificiale “agentica”. Oggi quel futuro sembra arrivato». La «scintilla» citata dagli operatori è l’accelerazione degli strumenti Ai-native: Anthropic ha dichiarato che Claude Code ha raggiunto un miliardo di dollari di ricavi annualizzati in sei mesi. In questo scenario l’automazione di flussi di lavoro legali, finance o marketing può avvenire con gli agenti di Intelligenza artificiale, riducendo la dipendenza dalla forza lavoro umana. «Questo mette in crisi il modello basato sul numero di licenze (seat-based pricing) di colossi come Salesforce, ServiceNow o Intuit», spiega il consulente di SoldiExpert Scf. L’Ia sta rendendo obsoleti i modelli di business di chi pensava di aver costruito un “fossato” insuperabile».
Il risultato è una dispersione estrema: l’hardware «pala e piccone» regge, l’application software viene ricalibrato. Nvidia resta il barometro: nell’ultimo trimestre ha riportato ricavi record a 68,1 miliardi di dollari, +73% anno su anno. Il dubbio, per Wall Street, è quanto a lungo le spese in conto capitale delle grandi società del tech possano sostenere questa traiettoria. «Il mercato non si accontenta più delle promesse: vuole vedere i profitti reali e capire chi sopravviverà a questa distruzione creativa», conclude Gaziano.
L’intelligenza artificiale efficienterà il mondo della consulenza finanziaria, non lo distruggerà. Sono le parole di Massimo Doris, presidente di Assoreti (e amministratore di Banca Mediolanum) che ieri ha presentato alla stampa i grandi risultati ottenuti nel 2025 dai professionisti della consulenza. Il manager ha dichiarato di non essere «preoccupato» per l’impatto che questa tecnologia avrà sul settore del risparmio gestito. «Non sono assolutamente preoccupato per il settore», ha detto, spiegando però che chi degli attori del comparto non punterà sull’Ia «nei prossimi anni andrà in grossa difficoltà o scomparirà». Insomma, per Doris l’Ia non sarà «disruptive» per il risparmio gestito, ma sicuramente porterà a un cambiamento. Del resto, ha ricordato, «l’evoluzione è costante e continua. Ogni tanto c’è un gradino, come nel 2000 quando arrivò Internet. All’epoca doveva far saltare per aria il mercato. In parte lo ha fatto, ma non come si pensava, tanto è che le banche tradizionali non sono scomparse, pur essendo cresciute meno». In pratica, secondo l’attuale numero uno di Assoreti e Banca Mediolanum, «l’Ia migliorerà l’efficienza degli istituti e anche dei consulenti finanziari».
Doris ha anche ricordato che, con la difficile situazione geopolitica che i mercati stanno attraversando, il 2026 potrebbe essere non positivo quanto lo è stato il 2025 per le reti di consulenza finanziaria. Le società del settore potrebbero, infatti, registrare «un calo, ma sarà lieve». Da una parte dovranno salire gli investimenti in Ia, ma al tempo stesso «dovrebbe tutto diventare più efficiente come costi e servizio, in modo da sopportare il calo dei margini in atto». Certo, il presidente di Assoreti si è detto più preoccupato per i cambi di normative, «cosa che incide molto sui costi del settore».
Ciononostante, il mondo della consulenza finanziaria ha archiviato un 2025 da incorniciare. Secondo i dati diffusi dall’associazione, il comparto dell’intermediazione finanziaria ha raggiunto «oltre mille miliardi di patrimonio complessivo, la parte del leone nella raccolta e oltre la metà degli iscritti all’albo della consulenza finanziaria ha meno di 35 anni».
Nel dettaglio, nel 2025 il patrimonio complessivo seguito dalle banche-reti associate ad Assoreti è arrivato a 1.007 miliardi di euro: più che raddoppiato rispetto ai 434 miliardi del 2015 (+132%). La raccolta netta annua ha toccato un nuovo massimo storico, pari a 60,8 miliardi. «Un risultato che consolida il ruolo centrale della consulenza nell’allocazione della ricchezza delle famiglie», ha sottolineato Doris, aggiungendo che nell’ultimo decennio il patrimonio sotto consulenza è aumentato mediamente dell’8,4% l’anno, con un passo cinque volte superiore rispetto a quello stimato per gli altri operatori del mercato del risparmio. Questa dinamica ha portato le banche-reti a rappresentare oggi il 24,8% delle attività finanziarie delle famiglie italiane, in crescita di oltre dieci punti percentuali rispetto al 2015.
Questi risultati hanno contribuito anche ad avvicinare nuove generazioni alla professione, percepita come un’opportunità lavorativa attrattiva. A conferma di questo, l’anno scorso i consulenti con meno di 35 anni hanno costituito il 57,5% dei nuovi iscritti: una quota più che raddoppiata nell’arco di dieci anni.
Nel corso della presentazione, Massimo Doris ha anche voluto puntate l’accento su un dato che fa riflettere. Negli ultimi dieci anni, la consulenza finanziaria ha generato circa il 90% della raccolta netta dei fondi comuni aperti. Nel periodo 2016-2025 il contributo delle banche-reti è risultato quindi di gran lunga superiore a quello degli altri intermediari, a conferma della funzione strategica dei consulenti nel convogliare il risparmio verso soluzioni gestite e diversificate. In uno scenario segnato da volatilità dei mercati e inflazione, la consulenza ha, insomma, svolto un ruolo di stabilizzazione, guidando le decisioni dei risparmiatori e promuovendo una maggiore disciplina di investimento.
Insieme a Massimo Doris, alla presentazione era presente anche Marco Tofanelli, segretario generale di Assoreti. «La consulenza finanziaria è un’infrastruttura di crescita e uno stabilizzatore sociale che collega i bisogni individuali e familiari agli obiettivi economici e sociali del Paese», ha detto Tofanelli ricordando che «negli ultimi cinque anni sono stati raccolti complessivamente quasi 260 miliardi, di cui oltre il 92% investito sui mercati».




