Mentre l’Europa si interroga stancamente sui tassi e Wall Street ancora la settimana scorsa ha ritestato i massimi storici, l’Estremo Oriente ha deciso di cambiare marcia. In particolare, i listini di Seul e Tokyo stanno vivendo una stagione di euforia che ricorda i tempi d’oro, ma sotto la vernice brillante dei rendimenti a tre cifre c’è chi teme un sistema surriscaldato.ù
La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
L’incontro a Pechino fra Xi Jinping e Donald Trump racconta un brutale bagno di realismo. Trump torna nella Capitale cinese dopo quasi nove anni, ma non è più il «conquistatore» dei dazi. È un leader scottato dalla guerra con l’Iran, che ha incendiato i prezzi energetici, e dalle sentenze dei tribunali americani che hanno demolito parti centrali delle sue politiche tariffarie.
Dall’altra parte del tavolo siede uno Xi Jinping raramente così forte. Mentre l’Occidente brucia miliardi in munizioni e paga petrolio alle stelle, Pechino controlla il rubinetto delle terre rare e ha già spinto molte aziende a diversificare le catene di approvvigionamento. Il vertice non appare come un incontro tra pari, ma come la presa d’atto che il baricentro economico e industriale del mondo si è spostato.
In questi mesi, mentre molte economie occidentali vedevano peggiorare i dati economici e risalire l’inflazione, la Cina mostrava una stabilità silenziosa. Non è un caso, ma il risultato di una strategia quasi bellica: Pechino ha accumulato riserve enormi di petrolio, gas e fertilizzanti, trasformando la difesa in vantaggio competitivo.
«La Cina è entrata in questa fase di turbolenza globale in una posizione di forza relativa», osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Mentre noi discutevamo senza grande costrutto di transizione green soprattutto ideologica, loro hanno installato in cinque anni più capacità elettrica di quanta ne abbiano gli interi Stati Uniti. Questo garantisce energia a basso costo per la loro manifattura, trasformando la crisi esterna in un vantaggio competitivo interno».
Il quadro finanziario, però, è meno lineare. Investire in Cina non significa comprare un unico mercato. Ci sono le A-shares quotate a Shanghai e Shenzhen, più legate all’economia domestica, alla Banca centrale cinese e al sentiment dei risparmiatori locali. Qui rientrano indici come Csi 300 e Csi 500. Poi ci sono le H-shares e gli Adr quotati a Hong Kong o New York, dove compaiono giganti come Tencent e Alibaba, più sensibili ai capitali internazionali, ai tassi Usa e alle tensioni geopolitiche.
Questa frammentazione spiega la forte divergenza fra gli indici. Le misure di liquidità di Pechino hanno favorito le borse interne di Shanghai e Shenzhen. Al contrario, i colossi tech cinesi internazionalizzati restano penalizzati da sfiducia, regolamentazione e timori geopolitici. E qui nasce il paradosso. A Wall Street si pagano multipli elevati per aziende che «promettono» l’Intelligenza artificiale. In Cina, società che l’IA la vendono già e generano utili scambiano a valutazioni molto più basse. Il mercato guarda ancora ai fallimenti immobiliari e sembra ignorare che nel gennaio 2025 Deepseek ha mostrato la capacità cinese di competere nell’IA a costi drasticamente inferiori a quelli americani.
Sull’opportunità di investire in Cina, gli strategist restano divisi. C’è chi enfatizza forza industriale e innovazione; altri temono demografia, sanzioni, sovraccapacità produttiva e deflazione.
- Anche la Germania riconosce le responsabilità dell’Europa nella mancata attuazione dell’accordo sulle tariffe. E così, dopo l’annuncio di Donald Trump di un balzello al 25% sulle auto, apre un canale diretto con Washington per trovare un’intesa migliore.
- Lettera a Bruxelles con Madrid e Lisbona: usiamo gli extraprofitti per aiutare imprese e famiglie.
Lo speciale contiene due articoli
La minaccia di Donald Trump di alzare i dazi sulle auto europee al 25% mette in evidenza ancora una volta le divisioni e la debolezza dell’Unione europea. La reazione a Bruxelles è fatta da una parte di richieste rodomontesche di contro-dazi immediati, dall’altra di incongrui richiami alla calma e al dialogo. Il nodo vero, cioè il fatto che l’Unione europea non ha ancora ratificato un accordo commerciale raggiunto mesi fa e considerato chiuso dalla controparte americana, resta aperto. L’intesa di Turnberry, negoziata la scorsa estate, avrebbe dovuto stabilizzare i rapporti commerciali tra le due sponde dell’Atlantico, ma si è trasformata in un processo incompiuto perché il Parlamento europeo e una parte degli Stati membri hanno deciso di intervenire con nuove condizioni, clausole di salvaguardia e limiti temporali che di fatto riaprono il contenuto dell’accordo.
Questo ritardo è diventato il principale elemento di frizione e spiega la scelta americana di alzare il livello dello scontro. Persino il cancelliere tedesco Friedrich Merz lo ha detto in modo esplicito in una intervista televisiva: «Diciamo solo che (Trump ndr) sta perdendo la pazienza perché lo scorso agosto abbiamo raggiunto un accordo doganale con gli Stati Uniti. Da parte europea continuano a essere formulate nuove condizioni, e noi non abbiamo ancora firmato». Una critica del cancelliere al Parlamento europeo e una presa di posizione che sposta il focus della responsabilità, mettendo in difficoltà la narrazione più diffusa nel dibattito europeo, dove si tende a presentare le mosse di Trump a cavallo tra il lunatico e il dissociato.
Il Parlamento europeo rivendica però un ruolo pieno e cerca di frenare una ratifica considerata troppo rapida. Il presidente della Commissione commercio Bernd Lange, vecchia volpe socialdemocratica, ha chiarito che l’assemblea intende esercitare fino in fondo le proprie prerogative e che senza adeguate clausole di salvaguardia non esiste una maggioranza favorevole all’accordo.
Lange difende il diritto del Parlamento di intervenire sul testo e di condizionarlo politicamente, sottolineando che il voto finale dipenderà dalla presenza di garanzie sufficienti per l’industria europea. Questa posizione conferma che il processo decisionale europeo resta aperto e che i tempi di ratifica non sono sotto controllo. Conferma anche che da una parte vi sono gli Stati, che rispondono politicamente ad un elettorato e ne sentono la pressione, dall’altra una Commissione politicamente irresponsabile che prima chiude un accordo, poi si accorge che non c’è una maggioranza parlamentare per la ratifica. Un disastro istituzionale al limite del ridicolo. Le preoccupazioni dell’industria emergono con chiarezza nelle dichiarazioni di ieri dell’associazione dei costruttori europei, Acea, che si dice preoccupata per il ritardo nell’attuazione dell’accordo e invita le istituzioni europee a concludere i negoziati il più rapidamente possibile. Nel 2025 l’Unione ha esportato negli Stati Uniti circa 670.000 veicoli per un valore di 31 miliardi di euro, con una quota pari al 18,4% dell’export complessivo.
Il confronto tra Usa e Ue prosegue oggi a Parigi, dove il commissario europeo al Commercio Maros Sefcovic incontra il rappresentante commerciale degli Stati Uniti Jamieson Greer alla vigilia del G7 commercio. L’incontro rappresenta un tentativo di riprendere il dialogo in una fase in cui le tensioni sono tornate a salire, ma comunque il pallino è ancora in mano al Parlamento europeo. La Commissione dice che tutte le opzioni restano sul tavolo, compresi gli inutili contro-dazi, ma il nodo resta quello della tempistica e della reale capacità di tradurre l’accordo politico in un atto formale.
L’elemento più indicativo dello sbandamento europeo, però, riguarda il comportamento della Germania. Il rappresentante americano Greer ha dichiarato di essere in contatto non solo con funzionari dell’Ue ma anche con interlocutori tedeschi, confermando che esiste un canale diretto tra Berlino e Washington su un dossier che formalmente dovrebbe essere gestito a livello unionale. Questa rivelazione, che forse non piacerà ai tedeschi, pescati con le mani nella marmellata, contrasta con la narrativa europeista, secondo cui le trattative commerciali devono essere condotte esclusivamente dalle istituzioni dell’Unione e non possono essere oggetto di iniziative bilaterali da parte dei singoli Stati.
La realtà è diversa e mostra una dinamica lievemente più concreta, anche perché il caso attuale è diverso da quello delineato dagli articoli 207 e 218 del Trattato sul funzionamento dell’Ue. Lì si parla di accordi commerciali, non dell’essere oggetto di dazi altrui, come è il caso attuale. La Germania non esita a muoversi in modo autonomo quando sono in gioco i suoi interessi e mantiene un dialogo diretto con gli Stati Uniti per difendere il proprio settore automobilistico, che è il più esposto alle eventuali misure sui dazi.
Di nuovo, siamo di fronte alla distanza tra la ingenua rappresentazione dell’Unione europea come soggetto unitario e la realtà di un sistema in cui vige la logica del più forte. Il che dovrebbe suscitare in qualcuno la seguente semplice domanda: se è vero che l’Ue tratta per tutti, di cosa parlano i tedeschi con gli americani?
E intanto Merz vuol fare squadra con l’Italia sugli extraprofitti
«Per me è importante affrontare ancora una volta oggi il tema della tassa sugli extraprofitti. So che attualmente a Bruxelles non ci sono maggioranze a favore, ma proprio qui vale la pena insistere». Le parole del ministro delle Finanze tedesco Lars Klingbeil riaprono un tema che ciclicamente torna al centro del dibattito europeo: la tassazione degli extraprofitti. In un contesto segnato da tensioni geopolitiche e rialzi dei prezzi energetici, l’idea di colpire i guadagni «eccezionali» delle imprese - in particolare quelle energetiche - torna a essere vista come uno strumento di equità e di politica economica.
Ma cosa sono, in concreto, gli extraprofitti? In termini tecnici, si tratta di utili che eccedono quelli considerati «normali o attesi in condizioni di mercato stabili». Derivano quindi da fattori esterni straordinari: crisi geopolitiche, shock sui prezzi delle materie prime, squilibri tra domanda e offerta. Nel caso attuale, l’aumento del prezzo del petrolio legato alle tensioni in Medio Oriente ha generato margini molto più elevati per alcune società energetiche.
È proprio questo elemento che alimenta la proposta politica: se una parte delle imprese beneficia in modo significativo di una crisi che invece impoverisce famiglie e imprese, allora - secondo diversi governi europei - è legittimo chiedere un contributo straordinario. L’idea non è nuova. Già nel 2022, durante la crisi energetica successiva alla guerra in Ucraina, l’Unione europea introdusse un «contributo di solidarietà» temporaneo sugli utili delle compagnie fossili.
Oggi, cinque Paesi - tra cui l’Italia guidata dal ministro Giancarlo Giorgetti, insieme a Spagna, Austria, Portogallo e Germania - chiedono di replicare o aggiornare quel meccanismo. Nella lettera inviata al commissario europeo Wopke Hoekstra, si sottolinea come una misura coordinata a livello Ue avrebbe un duplice obiettivo: da un lato finanziare interventi di sostegno per famiglie e imprese colpite dall’aumento dei prezzi, dall’altro evitare distorsioni.
Il punto chiave è proprio la definizione della base imponibile. Tassare gli extraprofitti non significa colpire indistintamente tutti gli utili, ma isolare la quota eccedente rispetto a una media storica o a un rendimento «normale». Questo richiede criteri tecnici complessi: quali anni prendere come riferimento? Come evitare che le imprese spostino utili tra giurisdizioni? Come includere i profitti realizzati all’estero da multinazionali energetiche?
Dal lato dei sostenitori, il principio è quello della redistribuzione in condizioni eccezionali. Secondo Klingbeil, è «ingiusto» che alcune grandi aziende traggano vantaggio da una crisi che pesa sulla collettività: da qui l’idea che debbano contribuire a coprirne i costi. Anche Paesi come Spagna e Portogallo condividono questa impostazione, vedendo nella misura uno strumento per contenere l’inflazione senza aumentare il debito pubblico.
Le critiche, tuttavia, sono altrettanto strutturate. Associazioni industriali e parte del mondo politico temono effetti distorsivi: una tassazione percepita come arbitraria può ridurre gli investimenti, aumentare l’incertezza regolatoria e, nel caso del settore energetico, incidere sulla sicurezza degli approvvigionamenti. Il rischio, in altre parole, è che una misura nata come temporanea diventi un precedente permanente, alterando gli incentivi di mercato.
Il nodo, quindi, non è solo politico ma profondamente economico: bilanciare equità ed efficienza. Una tassa sugli extraprofitti può essere giustificata in presenza di rendite inattese e non meritocratiche, ma richiede precisione tecnica e credibilità istituzionale per evitare di trasformarsi in un semplice prelievo aggiuntivo sugli utili.
In questo senso, la partita si gioca tutta a Bruxelles. Senza una base giuridica comune e criteri uniformi, il rischio di frammentazione resta elevato.



