Graziano Delrio, esponente del Partito democratico
Graziano Delrio, esponente del Pd, contrario a trasformare le primarie in un confronto tra personalismi e favorevole a mettere al centro il progetto politico (Ansa)

Il titolo di oggi lo dà Maria Elena Boschi, capogruppo di Italia Viva alla Camera, che ieri al Meeting di Rimini ha prospettato per il centrosinistra una situazione da «maionese impazzita». Per l’ex ministro del governo Renzi sarebbe «più serio dire agli elettori, prima del voto, chi sono i propri compagni di viaggio e con quale coalizione ci si propone di governare, piuttosto che affidarsi alla “maionese impazzita” del giorno dopo le elezioni».

Il problema di come comporre la coalizione che si presenterà alle prossime elezioni deve risolverlo la segretaria del Pd Elly Schlein, che da leader del partito di maggior peso, ha l’onere di trovare una sintesi in uno spazio in cui, però, sembrano aumentare le distanze, a cominciare proprio dall’area dem. Primarie si, primarie no, o forse e poi «prima il programma», le posizioni sono tante e i galli a cantare cominciano a essere troppi.

Nel Pd cresce il fronte contro le primarie

Per il presidente del Pd Stefano Bonaccini «se non uniamo le forze, Donzelli può stare tranquillo e Meloni può andare in vacanza tre mesi e, dopo le elezioni, tornare a palazzo Chigi». Sempre al meeting di Cl ha spiegato: «Dopo aver scritto il programma o si fanno le primarie o, come si fa in tutte le democrazie del mondo, il primo partito che vince le elezioni esprime la leadership. Quindi non escludo nemmeno le primarie ma parlarne adesso vuol dire mettere il carro davanti ai buoi, mentre ora agli italiani dovremmo parlare di contenuti e non di nomi e cognomi».

«Ha ragione Arturo Parisi quando dice che lo sforzo per cercare di evitare le primarie rischia di fare più danni che andare a confrontarsi alle primarie» commenta la parlamentare dem Lia Quartapelle in un’intervista alla Stampa aggiungendo: «Che Bonelli dica di non farle ci può anche stare, che lo dicano dirigenti Pd mi sembra lunare. Non fare le primarie è un’idea dannosissima».

La stilettata è diretta a all’ex ministro della Salute Roberto Speranza che, esprimendo un pensiero comune anche ad altri big del Pd, in un’intervista al Corriere è stato il primo a sganciare la bomba primarie: «Con le primarie si rischia di perdere consensi, un clamoroso autogol».

Il giorno dopo un altro dem, Graziano Delrio, rincara la dose: «Le primarie non sono un concorso di bellezza e non ha senso venerarne le ceneri, ma bisogna tener vivo il fuoco che ha scaldato i cuori. Cioè il progetto di Paese». E poi: «Sono state uno strumento di straordinaria partecipazione democratica e di creazione di una speranza di cambiamento. Anche grazie a una gestione politica dello strumento e alla consapevolezza che il progetto venisse prima dei personalismi».

Dal Pd a +Europa, i dubbi sulla coalizione

Tutto il centrosinistra sembra non parlare d’altro: «Tutta questa vicenda delle primarie è davvero ridicola» commenta il fuoriuscito dem Bruno Tabacci in un’intervista a Repubblica. «Le primarie non possono essere una sorta di ordalia: la coalizione non prende forma dalle primarie. Su tante cose, penso ad esempio alla politica estera, i vari partiti non sono d’accordo e pensano di risolverla in questo modo». Il leader di +Europa, Riccardo Magi, crede che le primarie ci possano essere solo dopo un’intesa altrimenti rischiano di essere «dilanianti».

Il M5s punta tutto sulle primarie

E naturalmente ai componenti del Movimento 5 stelle piace molto l’idea di andare al voto, forti della convinzione di poter vincere le primarie per così condizionare la politica estera della coalizione.

«Le primarie sono lo strumento migliore per individuare una leadership, soprattutto se vogliamo costruire una coalizione larga e non fare semplicemente una sommatoria dei partiti», dice la senatrice Mariolina Castellone.

Rimane però l’incognita della linea sulla politica estera: «Non possiamo arrivare davanti agli elettori con una posizione ambigua sulle grandi questioni internazionali. Pace, politica europea, spese militari, ruolo dell’Italia nei conflitti sono scelte che incidono profondamente anche sul nostro modello di società. Bisogna quindi provare a costruire una posizione comune. Se però su alcune scelte strategiche rimanessero differenze vere non troverei scandaloso farle emergere apertamente consentendo agli elettori di scegliere quale indirizzo debba prevalere. Sarebbe molto peggio, a mio avviso, giungere a un compromesso ambiguo tra pochi dirigenti e scoprire le divisioni il giorno dopo le elezioni».

D’altronde il Movimento 5 stelle ha già incoronato il leader del campo largo: Giuseppe Conte. Per Stefano Patuanelli le dichiarazioni del suo presidente rappresentano «la normale postura di chi ritiene di avere le carte in regola per poter essere il candidato del campo progressista, o campo largo, come vogliamo chiamarlo». Insomma l’estate è ufficialmente finita ormai e il centrosinistra si trova alla resa dei conti. La linea del Nazareno, dettata dalla segretaria, resta ostinatamente la stessa: «Il candidato premier del campo largo si deciderà con le primarie o sarà quello del partito che prenderà un voto in più alle elezioni».

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