Ecco #DimmiLaVerità del 26 marzo 2026. La vicecapogruppo alla Camera del M5s Carmela Auriemma commenta il risultato del referendum e la situazione nel campo largo.
Federico Cafiero de Raho (Imagoeconomica)
La relazione della commissione Antimafia sull’ex procuratore diventato parlamentare con i 5 stelle: «Non era marginale e sapeva della prassi irregolare messa in atto da Striano per spiare anche i politici».
I pm delle inchieste sulle spiate nelle banche dati investigative ai danni di esponenti del mondo della politica, delle istituzioni e non solo, non avrebbero «valutato la gravità intrinseca dei comportamenti del procuratore nazionale antimafia, trattando ciò che avrebbe richiesto massimo rigore come se invece si trattasse di un profilo marginale».
La relazione approvata ieri in Commissione antimafia è un atto d’accusa per Federico Cafiero de Raho, ex capo della Procura nazionale antimafia ora parlamentare pentastellato e vicepresidente proprio della Commissione (ieri assente). La relazione, di 202 pagine, che analizza anche il materiale recuperato dalle due inchieste giudiziarie (della Procura di Perugia e poi di quella romana) che si sono concentrate sull’ex pm della Procura nazionale antimafia Antonio Laudati e sul luogotenente della Guardia di finanza che coordinava il gruppo Sos (le Segnalazioni di operazioni sospette che provenivano dall’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia, ndr), Pasquale Striano, aggiunge che «il deficit istruttorio ha di fatto lasciato in ombra il ruolo centrale del vertice dell’ufficio e ha impedito di cogliere appieno la portata sistemica della gestione tossica, e complice, che aveva caratterizzato la Direzione nazionale antimafia in quegli anni». La relazione non descrive un contesto di «inconsapevolezza» né di «mera superficialità». Al contrario, parla di «un protagonista» che avrebbe «adottato o controfirmato provvedimenti organizzativi riguardanti la gestione delle Sos», e che dunque sarebbe stato «pienamente consapevole delle prassi irregolari in uso nel suo ufficio, delle vulnerabilità del sistema e dei vantaggi operativi che tali vulnerabilità gli garantivano in termini di libertà, elasticità e possibilità di intervento in fatti di forte impatto pubblico e oltremodo sensibili politicamente». Ai commissari della maggioranza devono essere tornate in mente le chat dell’era Palamara. Nel luglio 2017, dopo la bocciatura per la Procura di Napoli assegnata a Giovanni Melillo, l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti scriveva a Luca Palamara: «Cerchiamo adesso di salvare il soldato De Raho. Il risultato in qualche modo lo consente». Pochi mesi dopo, il Csm lo nomina procuratore nazionale antimafia. Palamara avvisa Minniti: «Votato De Raho cinque voti, Scarpinato (anche lui diventato parlamentare pentastellato, ndr) 1». Risposta: «Eccellente. Grazie». Le chat raccontano anche un pressing diretto. Il 24 luglio 2017 de Raho scrive a Palamara: «Caro Luca sono in piazza Esedra… Ma vieni fuori o ci sentiamo per telefono?… Scusa Luca a che punto siete?… Luca ti aspetto per parlare con te… so che è finita la Commissione». E ancora: «Tieni conto che sono in piazza Esedra da quasi due ore. Non è tanto l’attesa quanto l’immagine che due autovetture blindate possono dare in questa piazza». E a provare che il pressing di de Raho fosse noto c’è un messaggio del consigliere di Area Valerio Fracassi a Palamara: «Cafiero batte il Csm palmo a palmo a caccia di voti. Non va bene e rischia di farsi male. Ha visitato i laici che pensa siano incerti». D’altra parte, la riflessione finale della Commissione è questa: «Non sull’identità di ipotetici mandanti, ma sulla presenza di una struttura permeabile e vulnerabile nella quale interessi ulteriori, non identificati nelle indagini, esterni o sovraordinati rispetto all’azione materiale realizzata da Striano, potrebbero aver trovato vantaggio nell’illecita sottrazione e circolazione di informazioni sensibili». Il Gruppo Sos, coordinato da Laudati, non era «un elemento periferico o marginale della Direzione nazionale antimafia», ma «uno strumento fondamentale di analisi finanziaria e informativa di grande rilevanza». Il suo funzionamento, sostiene la maggioranza, era «ben noto al procuratore nazionale», perché «gli appunti e gli atti di impulso prodotti dal gruppo di lavoro raggiungevano sistematicamente la sua scrivania». La conclusione è netta: «il procuratore nazionale antimafia sapeva, ed è difficile sostenere il contrario». La relazione parla di «tolleranza verso prassi illegittime o anche illecite» e di «assenza totale di controlli effettivi». Non come un incidente imprevisto, ma come «una precisa e consapevole scelta gestionale che consentiva al vertice della Dna di operare entro un perimetro privo di vincoli procedurali stringenti». Una frase pesa più delle altre: «La permeabilità del sistema, più che un errore, fu una condizione che de Raho considerò funzionale». Quando «il controllo è debole la discrezionalità diventa ampia». E «lo spazio per interventi orientati aumenta in conseguenza». La relazione definisce «emblematiche» le vicende relative agli atti di impulso sulla Lega Nord. Il quadro è riassunto così: il Gruppo Sos e Laudati «avevano predisposto un atto di impulso attingendo a Sos non matchate dai sistemi, su fatti e materie che esorbitavano dalla competenza della Dna»; il procuratore aggiunto Giovanni Russo «alza le spalle; de Raho rimbrotta tutti, ma firma l’atto di impulso». L’atto viene «mandato a quattro Procure distrettuali, tra le quali Milano». Dopo il pasticcio, «nessuna conseguenza, nessuna sanzione, nessuna nuova disposizione organizzativa interna», ma solo «un invito rivolto alla Direzione investigativa antimafia a non trasmettere più Sos che non fossero di competenza della Dna». La seconda vicenda è quella che coinvolge Armando Siri. De Raho, ricostruisce la maggioranza, «pur non richiedendone direttamente l’invio, di fatto ha indotto gli organi investigativi, ed in particolare la Dia, a trasmettere una segnalazione di operazione sospetta non di interesse Dna». Ne nasce «un atto di impulso a carico di un sottosegretario in carica [… ], scarno, diverso dagli altri, originato da notizie apprese dalla stampa», per «ipotesi di reato estranee alla competenza della Dna (corruzione)». Viene inviato «a una Procura (Roma) che stava già procedendo», mentre per la stessa Sos «stava già procedendo un’altra Procura ancora (Milano), per reati anch’essi estranei al perimetro di competenze della Dna (riciclaggio)». Il flusso informativo della vicenda Siri è definito come «caratterizzato da elementi sintomatici di un funzionamento altamente compromesso». Il sistema, secondo la Commissione, «consentiva agevolmente una gestione orientata e selettiva dei dossier». Non un episodio isolato, ma «il paradigma di un modo di operare». Il vertice «disponendo di un sistema informativo senza barriere, poteva imprimere direzioni, sottolineature, tempi e priorità». E la relazione sottolinea che quel sistema produceva effetti «prevalentemente orientati verso lo stesso spettro politico (i partiti di centro destra e la Lega Nord in particolare)». C’è poi un ultimo passaggio, altrettanto pesante. Le risultanze mostrano che, «nonostante la sua funzione apicale, la gravità e natura oggettivamente irrituale delle condotte emerse, l’approfondimento investigativo nei suoi confronti è stato sorprendentemente minimo, quasi formale». Le escussioni sono descritte come «caratterizzate da un profilo di incongruità e superficialità», «prive di contestazioni puntuali» e senza «qualunque efficace tentativo di verificare l’effettivo grado di conoscenza, o anche di prevedibile conoscibilità, delle condotte illecite occorse». La conseguenza è definita «paradossale»: si è finito per «sottrarre alla ricostruzione proprio l’anello apicale di quel sistema». E ancora: «L’indagine (giudiziaria, ndr) non ha valutato la gravità intrinseca dei comportamenti del procuratore nazionale». Il risultato: «Questo deficit istruttorio ha di fatto lasciato in ombra il ruolo centrale del vertice dell’ufficio e ha impedito di cogliere appieno la portata sistemica della gestione tossica, e complice, che aveva caratterizzato la Dna in quegli anni». Nel capitolo dedicato agli «accessi illeciti in concorso con i giornalisti», la relazione entra in un terreno ancora più delicato: il rapporto tra chi estrae i dati e chi li pubblica. Il punto di partenza è la denuncia del ministro Giudo Crosetto. La relazione ricostruisce la sequenza: accessi alle banche dati, pubblicazione degli articoli, apertura del fascicolo. E sottolinea la coincidenza temporale tra le consultazioni e l’uscita dei pezzi. Il tutto viene inserito nel quadro più ampio del «traffico organizzato di dati informatici». Il nome di Emiliano Fittipaldi compare in questo contesto, come firma del quotidiano Domani che aveva pubblicato gli articoli oggetto di denuncia. Il generale della Guardia di finanza Umberto Sirico, invece, viene indicato come un «punto di passaggio obbligato dell’analisi». Non «un semplice superiore gerarchico», ma «un riferimento costante» della parabola di Striano, il luogotenente delle Fiamme gialle attorno al quale ruota l’inchiesta giudiziaria. Il rapporto, ricostruito dai messaggi sul cellulare del militare, avrebbe assunto «i tratti di una vera e propria sponsorizzazione interna». Sirico «accompagna e favorisce il percorso di Striano» e ne avrebbe curato l’inserimento «nel punto esatto dell’organigramma che consentiva la massima libertà operativa e il pieno accesso alle banche dati». Una scelta «non casuale», ma «l’esito di un percorso costruito, calibrato e orientato». Nei messaggi sarebbe emersa la formula chiave della «carta bianca». Una espressione che, secondo la relazione, descrive «la totale assenza di limiti» per Striano. Ma «il profilo ancora più delicato», stando ai commissari della maggioranza, sarebbe da rintracciare nella responsabilità dei vertici generali del Corpo, a partire dall’allora comandante generale Giuseppe Zafarana. Il suo compito non era conoscere ogni singola operazione, ma «garantire che l’architettura complessiva del sistema di sicurezza funzioni». Eppure, dalle sue dichiarazioni rese l’11 dicembre 2024 davanti alla Procura di Perugia emerge, secondo la relazione, «una divaricazione difficilmente accettabile» tra il livello di responsabilità previsto dalla legge e l’azione concreta svolta. Ancora più grave, per la Commissione, il fatto che, pur in presenza di «evidenti e note fughe di notizie in materia di Sos», il comandante generale non abbia attivato «alcun doveroso meccanismo di verifica interna». Le opposizioni rispondono con due relazioni di minoranza. Una è a firma Cinque stelle. L’altra è unitaria: Pd, M5s, Avs e altri. Secondo la minoranza, nel testo approvato c’è una «indebita sovrapposizione con l’indagine della magistratura» che mette in discussione «la separazione dei poteri» e «l’indipendenza del potere giudiziario». Per l’opposizione è «un tentativo di colpire prerogative e credibilità di un parlamentare eletto dal popolo», che «si è sempre caratterizzato per l’impegno costante e riconosciuto contro le organizzazioni mafiose e per la legalità». Al di là delle considerazioni politiche, la relazione della maggioranza fotografa una stagione della Direzione nazionale antimafia. Per fortuna archiviata.
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Olivia Paladino e Giuseppe Conte. Nel riquadro, il Grand Hotel Plaza di Roma (Imagoeconomica)
Prima le ingiunzioni del fratellastro, poi il passo indietro della sorella: Olivia Paladino, compagna dell’ex premier, chiude la holding e l’immobiliare che detiene l’albergo.
Alla fine Olivia Paladino, compagna di Giuseppe Conte, ha detto stop e ha deciso di disfarsi della holding di famiglia, la Agricola Monastero Santo Stefano Vecchio, e dell’Immobiliare di Roma Splendido, la società che nell’ultimo bilancio aveva registrato ben 15 milioni di euro di rosso e che possiede le mura dell’asset più ricco dei Paladino, il Grand hotel Plaza, albergo di lusso nel cuore della Capitale. A convincerla al gran passo è stata la decisione della sorella Cristiana, socia al 50 per cento nell’Agricola Monastero, di smarcarsi dalle imprese di famiglia.
La donna, nei mesi scorsi, aveva fatto sapere di voler cedere le proprie quote a un fondo americano, da cui avrebbe ricevuto un’offerta da 150 milioni di euro.
Cristiana aveva lasciato alla sorella la possibilità di esercitare il diritto di prelazione, invitandola a versarle quella cifra per diventare proprietaria dell’intera holding di famiglia. Il problema è che Olivia non ha una disponibilità di cash così ingente. E anche se l’Archimede, altra immobiliare del gruppo, ha incassato un utile importante (da 7,6 milioni), la cifra non sufficiente a chiudere le numerose partite aperte.
A partire dal debito con il fratellastro Shawn Shadow, che da anni attende la liquidazione delle sue quote nell’Agricola Monastero.
Infatti le due sorelle, che alla Camera di commercio risultano essersi divise il 5 per cento del fratellastro, sino a poco tempo fa avevano versato al parente solo una prima rata da 250.000 euro del compenso pattuito di 10,2 milioni. Un pagamento avvenuto dopo l’accordo transattivo siglato davanti al Tribunale civile di Roma per la liquidazione del 5% del capitale della società capofila.
Le Paladino hanno sperato fino all’ultimo nell’annullamento del lodo arbitrale originario che aveva riconosciuto a Shawn il diritto di recesso dalla società e che le aveva costrette ad aprire il portafogli, ma il 3 novembre scorso hanno perso l’ennesima battaglia legale (anche se hanno impugnato la sentenza).
Non è finita: a ottobre è prevista l’udienza per l’opposizione al decreto ingiuntivo che Shawn ha fatto notificare alle due sorelle dopo l’interruzione del pagamento delle rate.
Uno scontro interminabile che Olivia pensava di poter affrontare spalleggiata da Cristiana. Ma, come detto, quest’ultima ha deciso di ritirarsi da questa faida legale e ha fatto sapere di non volere più proseguire nella complicata avventura imprenditoriale, piena di spine. Così Olivia ha deciso di chiudere tutto.
Per la compagna di Conte la lunga querelle legale con il fratellastro, per quanto snervante, era affrontabile, ma quando anche la sorella ha fatto sapere di volere essere liquidata, la situazione si è fatta insostenibile.
Olivia è rimasta totalmente spiazzata dalla mossa inaspettata di Cristiana e non ha potuto far altro che prendere atto che l’unica via d’uscita per lei era la strada della liquidazione volontaria.
Sia della Agricola Monastero che dell’Immobiliare Splendido. Infatti, ragioni di bilancio non consentivano la continuità aziendale soprattutto della seconda.
Sul sito della Camera di commercio, ieri, l’Agricola Monastero e l’Immobiliare Splendido risultavano «imprese in fase di aggiornamento» ed era segnalato per entrambe, tra le «pratiche in istruttoria», un doppio protocollo del 24 febbraio 2026, ovvero di ieri.
Si leggeva anche che l’«adempimento oggetto della comunicazione» era «la cancellazione dell’impresa dal registro».
Era segnalato anche il deposito di questi atti: «scioglimento e liquidazione», con data del 12 febbraio, «nomina dei liquidatori» e «cessazione degli amministratori».
A quanto risulta alla Verità nel verbale di assemblea dovrebbe anche essere stata certificata la decisione di cedere il Plaza, per cui ci sarebbe già un’importante offerta, per far fronte ai debiti.
Il destino dell’impero immobiliare dei Paladino e dello storico Grand Hotel Plaza di via del Corso non dipenderà più da una stretta di mano tra sorelle: sarà infatti un collegio di liquidatori a dover districare i nodi che accomunano l’Agricola Monastero e l’Immobiliare Splendido (la prima possiede il 5 per cento della seconda).
Questa procedura dovrebbe mettere a posto le altre società del gruppo. Infatti, la liquidazione e la vendita dell’albergo garantiranno un importante risanamento, subordinato a uno strategico riassetto societario.
Il valore di mercato del Plaza oscilla tra i 280 milioni e 350 milioni e i futuri acquirenti, probabilmente il già citato fondo americano, hanno pronta da tempo un’offerta.
Ma prima bisognerà sistemare tutte le questioni legate alla liquidazione.
Purtroppo mettere sul mercato un bene così importante in una situazione di dismissione ha diverse controindicazioni.
Il compratore sa che ha di fronte un venditore che non ha le mani completamente libere e che ha fretta di vendere, anche a causa dei dissapori tra soci.
Quando si mette in moto il meccanismo della liquidazione, si cerca la soluzione il prima possibile.
In più i Paladino dovranno rispettare la gerarchia dei creditori. Insomma si trovano in una situazione obbligata, con diversi paletti da rispettare, una condizione non certo ideale per chi vorrebbe far fruttare al massimo il proprio asset più importante.
La decisione di mettere in liquidazione la società è l’ultimo capitolo di una lunga epopea.
Nel 2019 Cesare Paladino aveva patteggiato una accusa di peculato relativa al mancato versamento della tassa di soggiorno al Comune di Roma.
L’esposizione con il fisco sembra essere in corso di definizione e rappresenterebbe circa un quinto del consistente patrimonio immobiliare totale.
Al momento, non risulterebbero, invece, esposizioni bancarie critiche.
Le strade per il rilancio dell’hotel sono ora molteplici. L’affiancamento a qualche grande catena dell’hotellerie di lusso o l’ingresso di fondi di investimento internazionali, un’opzione che rimane concretamente sul tavolo.
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Nicola Gratteri (Imagoeconomica)
Il procuratore, sotto scorta dal 1989, è diventato il paladino del M5s e dei sinistrati referendari. Eppure, risulta indigesto proprio a certe toghe rosse. Affetto da incontinenza mediatica, sa di poter dire la qualunque e lamentarsi poi di «frasi strumentalizzate».
Cognome e nome: Gratteri Nicola. Calabrese. Dal 2023 capo della Procura di Napoli, dopo aver retto quella di Catanzaro dal 2016.
Zar della guerra alla ’ndrangheta, che lo vuole morto, il che spiega perché viva sotto scorta dal 1989.
Oggi un eroe dei sinistrati referendari.
Addirittura un beniamino del M5s.
A inizio 2020 Gratteri andò a un appuntamento con Giggino Di Maio, all’epoca ministro degli Esteri, portandosi dietro un ospite non invitato: lo 007 Marco Mancini, immortalato con Matteo Renzi in un’area di servizio in autostrada.
Un agente segreto di lungo corso, con cui il magistrato ha un consolidato rapporto personale, tanto da averlo consigliato ai cinque stelle, come certificato dal Fatto Quotidiano, in periodo di nomine pubbliche.
Gratteri minimizzò: «Mi aveva chiamato per salutarmi, gli ho risposto che stavo andando da Di Maio, mi ha chiesto se poteva accompagnarmi. Tra lui e il ministro c’è stato uno scambio di saluti veloce, sarà durato un minuto» (così Emiliano Fittipaldi e Giovanni Tizian su Domani del 17 maggio 2021).
Certo, il Franti che è in me si chiede: ma se tale episodio fosse capitato a un altro, l’inquisitore Gratteri l’avrebbe valutato con altrettanta indulgenza?
Il bello è che a una certa sinistra Gratteri risulta indigesto.
Leggere per credere i complimenti che gli rivolge, in un’intercettazione, Emilio Sirianni, «giudice della corte di appello di Catanzaro, leader di Magistratura Democratica, paladino della sinistra giudiziaria, amico e consulente dell’icona dell’accoglienza che tanto piace alla gente che piace», cioè il sindaco di Riace Mimmo Lucano (così Luca Palamara, radiato dall’ordine giudiziario nel 2020, e Alessandro Sallusti nel libro-intervista Lobby & Logge, Rizzoli 2022, secondo capitolo della trilogia iniziata con Il Sistema, 2021, e conclusasi con Il Sistema colpisce ancora, 2026).
Lucano è preoccupato dalla laconica risposta data da Gratteri a Giovanni Floris su La7, che avanzava dubbi sulla fondatezza dell’inchiesta su Lucano medesimo: «Sarei cauto, bisogna leggere bene le carte».
Sirianni lo rassicura: «Lascialo stare, è un fascista di me..., ma soprattutto un mediocre e ignorante».
Nel 2014 Renzi lo voleva nel suo governo. Come ministro di Giustizia.
Non possumus, lo stoppò il capo dello Stato Giorgio Napolitano.
Come mai?
«Quando era ancora in vita il presidente emerito, a chi mi domandava cosa fosse successo, replicavo: andate a chiedere a lui, non perché non mi ha voluto ministro, ma su chi è stato a consigliarlo in tal senso», così Gratteri il 12 aprile 2025 Su La7.
L’identikit dei suggeritori lo forniscono Palamara e Sallusti: «Roma è grande ma certe notizie girano veloci come in un borgo, il Quirinale è preso d’assalto dai procuratori più importanti - lo stesso Giuseppe Pignatone (30 anni nel Palazzo di Giustizia di Palermo, quindi capo della procura di Reggio Calabria dal 2008 al 2012, infine di quella di Roma fino al 2019, nda) confiderà di aver avuto in quelle ore “contatti” - e dai capicorrente dell’Anm».
Capita l’aria che tira, «Napolitano prende atto che la cosa non si poteva fare».
Altro che rispetto tra istituzioni autonome: qui ce n’è una che condiziona le altre con i suoi suggerimenti, veti e diktat, ma tiremm innanz.
Gratteri è affetto da una certa qual incontinenza mediatica.
«Un protagonista che si ammanta di protagonismo per far parlare di sé» lo ha fotografato un esperto del ramo, Antonio Di Pietro.
Che al Foglio - dopo aver premesso: «È persona che stimo sul piano professionale pur non condividendone l’operato» - ha riassunto così il gratterismo: «Gratteri non ha vergogna di quel che dice, anche se dice il falso, perché sa che verrà creduto a prescindere. Non si prova vergogna quando s’è raggiunto, come lui, uno stato di grazia, lo stesso che toccò a me ai tempi di Mani pulite».
Male che vada, potrà sempre sostenere che le sue frasi sono state «fraintese», «estrapolate dal contesto», «strumentalizzate».
Come quando citò un’intervista a Giovanni Falcone del 25 gennaio 1992, in cui quest’ultimo si sarebbe espresso in maniera inequivocabile contro la separazione delle carriere.
Peccato che di essa «non ce n’è traccia, non esiste, è solo una dichiarazione falsa periodicamente utilizzata soprattutto sui social», così il Post del 12 novembre scorso.
Perché Falcone, quello vero, il 3 ottobre 1991 si era espresso a favore della riforma con Mario Pirani di Repubblica: «Chi, come me, richiede che siano invece due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il pm sotto il controllo dell’Esecutivo».
Va detto che il 17 novembre Gratteri riconoscerà il «mentone»: «Ho letto la finta intervista a Falcone da Giovanni Floris perché me l’hanno mandata persone serie e autorevoli dell’informazione», e amen.
Peggio è andata con l’intervista video al Corriere della Calabria: al referendum sulla Giustizia «per il No voteranno le persone perbene, quelle che credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente».
Dichiarazione surreale, tanto più per il sottoscritto, figlio di un calabrese pluridecorato della Guardia di Finanza: come se Gratteri escludesse la possibilità che possa essere onesto anche chi opterà per il Sì.
Pure sul sorteggio, quale metodo di composizione eccellente per il Csm, previsto dalla riforma, sarebbe stato «mistificato».
Sul palco della festa del Fatto Quotidiano, nel 2021, aveva sentenziato: «Il sistema migliore è il sorteggio puro, anche a costo di cambiare - se è necessario - la Costituzione».
C’è in giro «gente in malafede che chiama sorteggio un elenco di prescelti della politica», l’ha grattuggiata Gratteri: «Il testo proposto sul sorteggio, temperato per i politici e secco per i magistrati, è molto lontano da quella che era la mia idea» ha puntualizzato il 20 gennaio.
Di Pietro: «È un uomo che ha fatto molto per stanare il crimine. Ma la sua è stata una pesca a strascico che ha tirato dentro tanti innocenti».
Gennaio 2018, operazione Stige contro la ’ndrangheta, 169 arresti.
«È solo l’inizio della guerra» tuona Gratteri in modalità generale Patton, «la più grande operazione fatta negli ultimi 23 anni», «un’indagine da portare nelle scuole della magistratura».
Speriamo di no, visto che è finita, sette anni dopo, con meno della metà degli arrestati condannati: «Secondo i calcoli dell’avvocato Francesco Verri, legale di diversi imputati, «tra rito abbreviato e rito ordinario ci sono state circa 100 assoluzioni su 169 arresti», così il Foglio del 27 novembre scorso.
Dopo l’ambiziosa Stige, ecco nel dicembre 2019 la leggendaria Rinascita-Scott.
334 arresti, 416 indagati, 13.500 pagine di ordinanze di custodia cautelare, «la più grande operazione dopo il maxi processo di Palermo», aridanga, e questo perché dal giorno del suo insediamento Gratteri aveva pensato di «smontare la Calabria come un treno Lego, per poi rimontarla piano piano» (e io, ingenuo, che credevo che i magistrati dovessero applicare le leggi, non guidare una palingenesi antropologica).
Il giorno dopo Gratteri, sfogliati i giornali, scriverà un tweet da ego ferito: «La maxi-operazione scompare dalle prime pagine dei grandi giornali: niente su Stampa e Repubblica, un box sul Corriere». Delusione ribadita da ospite di Maria Latella a SkyTg24: «I giornali nazionali hanno boicottato la notizia, il Corriere l’ha data in ventesima pagina, Repubblica e Stampa verso la 15-16esima».
Bilancio a consuntivo? «69 scarcerati già in fase di Riesame, in primo grado 131 assoluzioni contro 207 condanne, in appello altre 50 assoluzioni e 11 prescrizioni».
Risultati che fanno della Calabria la regione che «assorbe più di un terzo dei risarcimenti per errori giudiziari», così Gaetano Mineo sul Tempo del 15 febbraio 2026: «Dal 2018 al 2024, 78 milioni, il 35% di quanto pagato complessivamente dallo Stato per ingiuste detenzioni, 220 milioni», con un tasso di innocenti detenuti quattro volte superiore alla media nazionale, in una regione che ha una popolazione che è il 3% di quella totale.
I maxi-blitz sono figli della madre di tutte le retate, quella contro la camorra nel 1983 che stroncò la carriera, e poi la vita, di Enzo Tortora: 856 ordini di cattura, 640 rinvii a giudizio.
E i 216 in più? Prosciolti in istruttoria, anche per via di oltre 90 casi di omonimia, «in un paese dell’hinterland ne hanno arrestati 10 per prenderne uno, e tra i 10 quell’uno non c’era», così Lino Jannuzzi su Reporter del 23 settembre 1985.
La Procura di Napoli filosofeggiò: «È come quando si taglia una forma di parmigiano: nel conto bisogna mettere anche lo sfrido», le briciole (così Paolo Gambescia sul Messaggero del 2 luglio 1983).
Il fine giustifica i mezzi, insomma.
Il che va benissimo.
Se lo «sfrido» non sei tu.
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Luigi Di Maio (Imagoeconomica)
L’ex ministro diventa professore onorario del prestigioso ateneo di Londra.
L’avevano pensato bene, il King’s College. Fondato da Giorgio IV e dal Duca di Wellington nel 1829 come risposta confessionale anglicana alla laicissima University College London, il King’s College ha un motto impegnativo: «Sancte et Sapienter», due avverbi che significano «in modo sacro e saggio». Ora, visto che il disastro d’immagine del coinvolgimento dell’ex principe Andrea nello scandalo Epstein non era sufficiente, al nobile ateneo londinese hanno deciso di nominare Luigi Di Maio (già rivenditore di bibite al San Paolo di Napoli) professore onorario presso il Dipartimento di studi sulla Difesa. Non male per il trentanovenne ex vicepremier grillino, che in precedenza si era laureato all’università della vita.
La notizia è stata data direttamente su Linkedin da Di Maio, che grazie all’esperienza come ministro degli Esteri nel maggio 2023 è stato nominato rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo Persico. Nelle scorse settimane il suo nome è circolato anche come possibile coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente. «Assumerò questo nuovo ruolo con l’obiettivo di contribuire al dialogo sulla sicurezza internazionale, le relazioni Europa-Golfo e le dinamiche geopolitiche», ha scritto l’ex ministro.
Il post con la sua nomina ha scatenato gli applausi e i complimenti di sceicchi e manager di fondi e grandi aziende saudite, emiratine e del Qatar. Non è un caso, ovviamente. Si vede che l’ex delfino di Beppe Grillo, in questi due anni e mezzo, si è fatto ben volere da banchieri e manager in tunica bianca. Del resto, come abbiamo imparato a nostre spese, sveglio è sveglio. E anche se da giovane ha pensato più a fare politica che a studiare (ha la maturità classica), tutti coloro che hanno lavorato con lui, ambasciatori compresi, gli riconoscono una grande umiltà e molta voglia di apprendere.
Al King’s College, poi, non fanno certo la carità: i cv li sanno leggere, ma sanno anche pesare le reti relazionali. Così hanno ingaggiato Di Maio per rafforzare il loro prestigioso Dipartimento, dove sui banchi dei master arriva la crema degli ufficiali di Sua Maestà. Di Maio, professionalmente, proviene dal Golfo Persico e guarda caso il primo mercato per l’industria bellica britannica è proprio quello, con l’Arabia saudita in testa alle classifiche con vendite per 4,5 miliardi di sterline tra il 2021 e il 2025 (fonte: governo Regno Unito). E l’anno scorso, per il governo britannico, si è registrato il valore più alto di esportazioni di armi da oltre 40 anni (20 miliardi di sterline).
Di Maio, comunque, era amato a Londra anche prima di essere spedito tra le dune dall’Onu. Ha servito come ministro degli Esteri nel Conte II (2019-2021) e nel governo Draghi (2021-2022) e ha sempre tenuto a rafforzare il più possibile i legami con il Regno Unito, nonostante la Brexit e i tanti dispettucci inglesi ai nostri emigrati. Da ministro e da vicepremier, lo statista di Pomigliano d’Arco ha sempre sostenuto che l’Unione europea non dovesse «punire» il Regno Unito per la sua uscita, allo scopo di evitare choc economici da entrambe le parti. Di Maio ha più volte ribadito «l’amicizia solida» con Londra, anche quando fu eletto Boris Johnson (2019) e ha stretto un grande rapporto con Dominic Raab, ex sottosegretario agli Esteri. Tra i vari campi nei quali ha collaborato con Londra c’è stato anche quello della ricerca sui vaccini. Ma forse uno dei dossier che oggi pesa di più, per la carriera inglese dell’ex grillino, è quello della stabilizzazione della Libia.
L’incarico di docente onorario ha poco peso dal punto di vista didattico, ma consente di fare ricerca. E non è poco per un Di Maio che da ragazzo si iscrisse senza fortuna prima a ingegneria informatica e poi a giurisprudenza. In soli sei anni, è passato da lanciare Lino Banfi sul palco del Teatro Brancaccio come rappresentante dell’Italia all’Unesco a lanciare sé stesso in uno degli atenei più prestigiosi del mondo. Un ateneo che ha sfornato 14 premi Nobel. Difficile che il quindicesimo sia il nostro «Giggino», quello che annunciava da Palazzo Chigi: «Abbiamo abolito la povertà». Ma con uno come lui, mai dire mai.
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