Conte detta la linea al campo largo: più moschee (e immigrati) per tutti
Giuseppe Conte (Ansa)

Una vicenda nella quale incombeva la minaccia dello sciopero musulmano. Secondo Conte, va liquidata l’«obiezione» che chiama in causa le nostre «radici cristiane» e «la nostra più profonda tradizione culturale».

La partita a scacchi di Conte

È una teoria che «ha buona presa nel dibattito pubblico», afferma lui, ma che cozza con «un fondamento democratico della nostra convivenza civile» e con «un principio garantito dalla nostra Costituzione». Quella di cui Giuseppi s’infischiò, condannando gli italiani ai domiciliari, a colpi di dpcm, durante la pandemia.

Lo sproloquio di Conte è tutto giocato sullo sforzo di colpire sempre un po’ il cerchio e un po’ la botte. Così, il frontman dei 5 stelle – e presto, forse, pure del Pd – sottolinea che «riconoscere il principio costituzionale della libertà di professare la propria fede religiosa non significa pianificare un nuovo skyline per le nostre città, con minareti, stupa e pagode destinati a sovrastare i campanili». Ossia, ciò che pretendono i bengalesi in Laguna.

Se ne dovrebbe dedurre che l’ex premier la pensa esattamente come il sindaco di Venezia, Stefano Venturini, al quale non è piaciuto il progetto per il mega centro islamico, che avrebbe trasformato radicalmente il paesaggio urbano, facendo somigliare Mestre più a una città santa araba che a una città industriale italiana.

Il ruolo dell’Islam per Giuseppi

Anche ciò che scrive Giuseppi a proposito dell’esercizio della religione maomettana è, a ben vedere, un’ovvietà: «È sicuramente preferibile avere luoghi deputati al culto religioso, debitamente autorizzati in base a norme e regolamenti amministrativi», nota, «piuttosto che lasciare i cittadini, di fede islamica ma anche di altre fedi religiose, si riuniscano in spazi informali o – peggio – clandestini, privi delle necessarie condizioni di sicurezza».

In termini differenti, non è quello che sostiene Matteo Salvini? Il leader della Lega propone di fermare la costruzione di moschee finché non ci sarà un’intesa tra islam e Stato, proprio per poter definire un quadro generale in base al quale precisare, poi, «norme e regolamenti amministrativi». Che ce ne facciamo di permessi burocratici, se gli imam predicano in lingua straniera, per non farsi «pizzicare» dalle autorità, l’odio per il Paese che li ospita? Se è vero che la nostra Costituzione garantisce i diritti di tutti, è vero anche che la comunità islamica deve finalmente decidere se, a tale Costituzione, intende aderire fino in fondo.

Le mosse di Conte per il campo largo

L’avvocato pugliese, però, corregge a sinistra la rotta del buon senso. E reagisce al de profundis del multiculturalismo intonato, alcuni giorni fa, da Ernesto Galli della Loggia. All’opposto dell’editorialista del Corriere, Conte ritiene che l’islam politico sia «una petizione di principio». Molti Paesi islamici, argomenta, hanno sperimentato «una secolarizzazione pratica» e «la quasi totalità dei giovani musulmani europei vive l’islam come una scelta di fede puramente individuale e interiore».

Talmente «individuale» e «interiore», che quella per la moschea è stata l’unica battaglia capace di mobilitare i bengalesi di Venezia. Senza contare che i Paesi che si erano laicizzati, da qualche anno a questa parte, stanno vivendo un revival identitario e confessionale, sotto l’egida di regimi e autocrati: proprio la Turchia, citata da Giuseppi, è l’emblema di tale trasformazione, sotto Recep Erdogan. Non c’è dubbio che, come afferma l’ex premier, l’Occidente abbia le sue colpe nella radicalizzazione dei gruppi jihadisti; ma adesso che il terrorismo è un fatto, bisogna tutelarsi.

Lo stile politico spregiudicato di Giuseppi

È facile rinfacciare a Giorgia Meloni di aver proposto, in passato, misure inattuabili, tipo il blocco navale. E di non aver serrato abbastanza i confini, una volta giunta a Palazzo Chigi. È una critica «da destra». Ma se quella dei sovranisti è «propaganda», qual è la soluzione dell’uomo che, con buona pace della sempre più insignificante segretaria dem, detta la linea al campo largo? Tenere «a mente il fondamentale principio di ogni Costituzione democratica: la dignità di ogni essere umano»?

Quella di Conte è una formula tanto nobile quanto vuota, che gli consente di mettere sul piatto tutto e il suo contrario: più immigrati (con i «corridoi umanitari» e gli stessi decreti flussi per assumere «manodopera migrante» che egli contesta alla Meloni di aver varato), ma anche più attenzione alle «preoccupazioni dei ceti popolari», sui quali, tuona il pentastellato, non si può scaricare «il costo sociale dell’immigrazione»; più diversità, ma anche più «cooperazione con i Paesi d’origine», per consolidare «il diritto di non dover migrare», sancito da Leone XIV. Perché Conte è un liberal ma è pure un cattolico. È un avvocato del popolo ma pure un uomo che, per il potere, finge di saper tenere insieme tesi e antitesi. Tanto la sintesi sarà una fregatura. Un Conte, ma pure camaleConte.

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